Bioeconomia e urbanistica


L’urbanistica moderna nacque alla fine dell’800 per risolvere problemi pratici causati dal capitalismo. Tutti gli urbanisti, almeno una volta, hanno dovuto fare i conti con discipline “negative” e fuorvianti come l’economia e la proprietà privata dei suoli (giurisprudenza). E’ altrettanto onesto riconoscere che una volta messa da parte l’idea egualitaria e socialista dell’800 per stimolare lo sviluppo umano, buona parte degli urbanisti ha apprezzato e favorito l’idea di città consumista che sviluppa il capitalismo liberista e produce nichilismo. Generalmente le espansioni delle città costruite dal secondo dopoguerra sono proprio i quartieri del capitalismo nichilista e non dell’urbanistica a servizio della specie umana.

All’interno dell’attuale paradigma il territorio è merce, e come tale i piani sono programmati secondo la logica del profitto ove i soggetti privati sono i beneficiari di tale profitto poiché i Comuni hanno abdicato al proprio dovere di custodi e promotori dei principi costituzionali. Le armi più efficaci della credenza liberista sono state l’invenzione giuridica del debito e l’usurpazione della sovranità monetaria. La matematica finanziaria con l’ausilio delle borse telematiche, sono solo gli strumenti più recenti e più sofisticati di una religione che poggia le sue radici sulla manipolazione psicologica e sulla servitù volontaria costruita con i programmi scolastici e la psico programmazione universitaria.

Se nel ‘900, molti Paesi hanno saputo piegare l’avidità dell’ideologia liberale (capitalismo), attraverso l’esproprio e l’uso del diritto di superficie, per favorire il disegno urbano, oggi in Italia, la speculazione può essere arrestata da un’evoluzione culturale: la bioeconomia. La recessione del sistema capitalistico, la fine dell’epoca industriale nel mondo occidentale, può essere superata solo uscendo dal piano ideologico predominante per approdare, finalmente, sul piano dell’agire etico e razionale: la bioeconomia. Le città concepite come modelli di flusso e il governo del territorio (urbanistica) pianificato valutando le risorse finite (invarianti strutturali dinamiche) possono consentire agli abitanti di creare un sistema prosperoso attraverso la decrescita selettiva degli sprechi e l’uso razionale dell’energia.

metabolismo circolare città
Città a metabolismo circolare (Fonte R. Rogers)

E’ necessario stimolare la partecipazione attiva e far emergere pubblicamente il conflitto culturale: l’avidità dei privati contro l’interesse generale richiesto dalla Costituzione. Solo in questo processo pubblico e trasparente i cittadini potranno conoscere il proprio territorio, e gli aspetti sociali ed economici del percorso che conduce a un disegno urbano razionale e intenzionale per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura e diventare i committenti del nuovo piano regolatore generale partendo da un’attenta analisi della realtà, dei tessuti urbani circa l’uso dello spazio, delle densità ed i servizi. In questo percorso possiamo pensare di puntare alla bellezza, alla valorizzazione dello spazio pubblico e la progettazione dei servizi che mancano, in questo percorso possiamo eliminare le rendite di posizione e sfruttare le opportunità attraverso l’impiego delle nuove tecnologie e il recupero dell’intero patrimonio edilizio esistente.

Tutti i piani di settore, dall’energia alla mobilità, usano un linguaggio chiaro: riusare, riciclare, ridurre; tutti i piani perseguono una decrescita che riduce selettivamente la crescita del PIL, mentre l’evoluzione della vita nei centri urbani suggerisce di conservare i centri storici e di recuperare l’ambiente costruito.

L’esperienza più significativa è l’esempio delle politiche urbane “inner city”, ove negli anni ’70 il Governo inglese investì circa 140 milioni di sterline per rigenerare le città coinvolgendo i cittadini. Da qualche anno diverse città europee stanno recuperando interi quartieri realizzando progetti sostenibili. L’Italia, fra i paesi fondatori dell’UE, è l’unico che non possiede un’agenda urbana adeguata al fenomeno della contrazione (le 26 città più grandi d’Italia hanno perso abitanti). Se il tema delle città fosse al centro delle priorità politiche dei governi italiani, e se si avesse il coraggio di proporre un’agenda secondo i principi della bioeconomia uscendo dalla speculazione edilizia, si potrebbe realizzare il più grande programma di occupazione utile risolvendo anche il problema del lavoro.

città in contrazione
Città in contrazione

All’interno di questo processo rinasce la comunità degli abitanti ed è del tutto naturale riconoscere le leggi della natura che garantiscono la vita della specie umana. In tal senso l’urbanistica riscopre le proprie radici, disegna la cellula urbana e riprogetta gli isolati, risolve problemi pratici secondo i reali bisogni dei cittadini emersi dai processi democratici, e grazie al miglioramento suggerito da una corretta morfologia urbana, un corretto proporzionamento delle densità e delle superfici si migliora la qualità della vita. Se nell’800 non vi erano il solare, l’eolico e la geotermia, oggi abbiamo l’opportunità di realizzare comunità auto sufficienti per cancellare la dipendenza dagli idrocarburi e costruire comunità libere dai ricatti delle SpA. Inoltre la rigenerazione urbana suggerisce un altro tema fondamentale, proporre un modello sociale basato sulla reciprocità e sullo sviluppo di comportamenti etici.

creative-commons

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3 pensieri riguardo “Bioeconomia e urbanistica”

  1. […] Da qualche anno è stato finalmente accettato l’approccio circa l’analisi dei sistemi territoriali andando nella direzione, corretta, dei sistemi di rete, imitando i processi naturali. I territori non sono più studiati rispetto ai limiti dei confini politici (comune e provincia) ma sono osservati anche rispetto alle dinamiche delle attività antropiche (basti ricordare la teoria delle località centrali di Christaller), cioè tramite le relazioni. Intrecciando le letture dei sistemi naturali con quelle relazionali dell’uomo (attività produttive, servizi, lavoro, mobilità, etc.) possiamo interpretare più correttamente il territorio per proporre un suo del suolo più sostenibile, eliminare gli sprechi, e proporre persino modelli sociali ecologici e creativi rispetto alle capacità degli ecosistemi uscendo dalle logiche di profitto per tendere all’auto sufficienza dei sistemi locali. […]

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