Rimuovere le disuguaglianze per favorire lo sviluppo umano

Dal punto di vista della psicologia, l’autorealizzazione di una persona si raggiunge svolgendo un determinato percorso che soddisfa sia le motivazioni carenziali (bisogni primari: fisiologici, sicurezza, amore e appartenenza, autostima) e sia l’accrescimento (bisogni cognitivi, estetici, autorealizzazione, auto-trascendenza). Questo percorso consente la piena realizzazione della persona, ed è tutelato dalla carta costituzionale attraverso il principio di uguaglianza che significa dare a tutti i cittadini la possibilità di scegliersi un proprio percorso di sviluppo umano, mentre la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico. E’ altrettanto noto che in Occidente e in Italia esistono vergognose e immorali disuguaglianze territoriali che di fatto rappresentano ostacoli insormontabili per gli abitanti che vivono in determinate comunità. In Italia, chi nasce in una zona geografica è più favorito rispetto ad altre ove mancano servizi, standard minimi, e infrastrutture necessarie per lo sviluppo umano. Oltre a ciò esistono disuguaglianze economico-sociali che ricordano la società feudale perché non funziona l’ascensore sociale [e lo Stato non pensa di rimuovere quest’altra disuguaglianza]; in buona sostanza una persona meritevole e capace se non possiede un proprio capitale non può realizzare l’attività che è in grado di svolgere, mentre chi eredita il capitale familiare può farlo, proprio come accade in una società di caste autoreferenziali tipiche delle monarchie feudali. Esiste anche la condizione familiare che incide molto nello sviluppo umano di una persona, e può essere divisa in due categorie: 1) famiglie senza equilibrio, che si dividono fra quelle con genitori che denigrano i propri figli e genitori che esaltano i propri figli; e 2) le famiglie con equilibrio, cioè genitori che sanno sostenere adeguatamente i propri figli, senza eccessi. Nel meridione, si concentra maggiormente il conflitto genitori figli che ha impedito e impedisce un sano sviluppo delle persone. L’Italia si caratterizza molto per la diffusione di imprese familiari ove i genitori giocano un ruolo predominante, e a volte prevaricano e limitano l’autonomia dei figli, nonostante questi siano ormai maturi. Questo atteggiamento autoritario dei genitori è una condizione di svantaggio sociale, e  si riverbera nella nostra società, ed una delle regioni che spiega alcuni limiti culturali del nostro Paese. Allo stesso tempo, l’impresa familiare è il sistema di welfare sociale più efficace, che accudisce e garantisce un sostegno capitale ai figli.

Viviamo in un Paese apparentemente democratico poiché il nichilismo [capitalista] ha svuotato di senso civico la nostra società e così vi sono milioni di persone in gravi condizioni di povertà economica, e se queste persone vivono in determinate aree urbane e rurali, allora queste sono condannate alla marginalità per l’assenza di servizi fondamentali necessari alla crescita individuale, e per l’assenza di imprese che potrebbero offrire un’opportunità di riscatto sociale ed economico. Nel famigerato “calcolo diseguale” denunciato dalle inchieste giornalistiche, la Repubblica anziché rimuovere gli ostacoli di ordine economico li crea, perché la fiscalità generale assegna maggiori risorse ai Comuni del Centro-Nord togliendole a quelle meridionali, la famigerata “spesa storica” applica una sorta di razzismo di Stato. In generale, nella società capitalista la disuguaglianza è programmata, voluta dal ceto politico dominante poiché lo svantaggio di un territorio è la ricchezza di quello contiguo che concentra capitali, ed è proprio la religione capitalista che crea sottosviluppo in determinate aree, che le impoverisce attraverso lo spopolamento indotto, tant’è che prima del 1860 il meridione fu meta di migrazioni, mentre dopo cominciò l’emigrazione. Applicando la Costituzione e tenendo a mente gli aspetti psicologici, è fondamentale concentrare investimenti pubblici e privati nei Sistemi Locali del Lavoro meridionali, per restituire a milioni di italiani l’opportunità di vivere in sicurezza realizzando quegli standard minimi mancanti, e poi attraverso nuove opportunità di lavoro con un reddito dignitoso che consente di riavere autostima. In questo modo anche i meridionali potranno realizzare il proprio potenziale che dipende dall’apprezzamento (rimuovere la disuguaglianza di riconoscimento), dal rispetto e dalla conoscenza acquisita. In assenza di tutto ciò, continuano i saldi migratori negativi per Sud, ma a partire sono soprattutto i giovani, laureati e non, che emigrano al Nord e/o all’estero alla ricerca della propria autorealizzazione. La disuguaglianza territoriale ha trasformato il Sud in una colonia, che sostiene le comunità del Nord ma distrugge tutto il mezzogiorno privandolo delle risorse più importanti e vitali: le persone. Si tratta di un immorale corto circuito poiché le competenze dei meridionali sono a servizio di determinati Sistemi Locali, e non per le proprie comunità che restano territori depredati. La maggioranza dei meridionali non è libera di scegliersi un proprio percorso evolutivo, mentre una ristretta minoranza, una élite autoreferenziale, ha costruito i propri privilegi attraverso le rendite regalate dalle istituzioni politiche moralmente corrotte. Un ceto politico normale, cioè coerente con la Costituzione, si pone l’obiettivo primario di rimuovere le disuguaglianze territoriali, e così dovrebbe impegnarsi nel ripensare le agglomerazioni industriali meridionali con università, centri di ricerca e imprese, al fine di creare nuova occupazione utile rispetto alle caratteristiche territoriali e alle capacità creative, per impiegare le migliori tecnologie che consentono un miglioramento della vita. Ad esempio, lo Stato ha l’obbligo di programmare i servizi pubblici mancanti nelle aree urbane estese, così come programmare una rete metropolitana nelle stesse che consente alle persone di muoversi con il trasporto pubblico. In tutte le aree urbane estese i principali presidi dello sviluppo umano sono le scuole e le biblioteche, e in Italia tali edifici o sono mancanti, o sono arrivati a fine ciclo vita. Un’opportunità di rigenerazione urbana e territoriale è la programmazione economica per correggere gli errori del capitalismo che ha costruito aggregati edilizi che non sono quartieri ma zone compromesse dalla speculazione. Un’efficace programmazione può rigenerare la forma urbana per recuperare standard mancanti e programmare la sostituzione edilizia di edifici che non hanno valenza di patrimonio storico architettonico ma costituiscono un problema dal punto di vista del rischio sismico. Questi problemi sono noti, ma le istituzioni locali meridionali non pianificano correttamente il territorio, e i meridionali stessi fanno fatica a cambiare una classe dirigente incapace e autoreferenziale, anche per questo motivo i giovani emigrano. E’ un paradosso tutto italiano quello delle disuguaglianze fra Nord e Sud, poiché l’area geografica che ha le maggiori opportunità di creare migliaia di nuovi impieghi è proprio il meridione d’Italia, proprio perché svuotato e deindustrializzato. Basti pensare che la rimozione dei problemi implica un percorso virtuoso di auto consapevolezza personale e collettiva, cioè affrontare i problemi favorisce l’autorealizzazione, e pensare a programmi di rigenerazione urbana, mobilità intelligente, autosufficienza energetica, conservazione e tutela dell’ambiente, infrastrutture, bonifiche, nuove aziende produttive di manifattura leggera, ricerca e innovazione, crea opportunità di lavoro.

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Saldi migratori, fonte immagine: Corriere del Mezzogiorno 17 dic 2019.

La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minori, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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Fermare il consumo di suolo a Salerno

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ISPRA Geoviewer, consumo di suolo nella città estesa salernitana.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

Com’è possibile fermare il consumo di suolo agricolo? Eliminando le aree di espansione urbana negli strumenti urbanistici ma utilizzando quelle già urbanizzate, e nell’area urbana salernitana è possibile censire tutte le zone sottoutilizzate e abbandonate. Tutt’oggi manca la visione culturale e politica circa un corretto governo del territorio che riconosce la struttura urbana estesa e adotta l’approccio del matabolismo (bioeconomia). Sindaci e Consigli comunali dovrebbero creare un ufficio di piano ad hoc per coordinare e avviare lo studio di un piano urbanistico intercomunale che dimensiona correttamente i servizi per circa 300 mila abitanti salernitani. I Consiglieri comunali hanno trascurato questa opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerazione l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate, evitando di consumare suolo agricolo.

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Elaborazione personale su dati ISPRA, 2017.

La città estesa salernitana si connota per le per proprie caratteristiche territoriali e infrastrutturali ed è necessario adottare un piano per correggere gli errori della mentalità capitalistica che ha condizionato le scelte politiche locali, finora incapaci di leggere attentamente i fenomeni e stimolare nuove opportunità di impiego per le persone, costrette ad emigrare e vivere un’agglomerazione urbana che volge al suo fine ciclo vita. Alcune scelte hanno realizzato interventi di riqualificazione, mentre altre di mera speculazione edilizia dentro le zone consolidate, e infine l’ambiente costruito è lasciato all’abbandono con l’aumento del rischio sismico per l’età degli edifici. Avendo una visione bioeconomica per la “città estesa” possiamo migliorare la vita degli abitanti e programmare il riuso, il riutilizzato, la rifunzionalizzazione degli edifici, con l’inserimento di attività e funzioni finora mancanti dentro la struttura urbana. Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. La disuguaglianza territoriale fra Sistemi Locali è evidente ma è responsabilità sia dello Stato e sia di Sindaci e Consiglieri comunali, inadeguati rispetto ai valori della Costituzione. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a se stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il piano può adottare tecniche anti-sprawl negli interventi di rigenerazione urbana.

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Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.