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Posts Tagged ‘ermeneutica’

Nel contesto sociale decadente in cui viviamo, è d’obbligo essere ottimisti se intendiamo alzarci al mattino e vivere in maniera serena. Detto ciò non dobbiamo cadere nelle facili illusioni o farci abbindolare dagli imbonitori. Possiamo contrastare le illusioni ingannevoli solo con una coscienza sveglia e con la curiosità da saziare con la cultura. La recessione che stiamo subendo grazie all’inconsistenza di una classe dirigente e la nostra ignoranza funzionale ha reso le comunità meridionali ancora più fragili. Buona parte del Nord Italia non si è neanche accorta della recessione, e continua a trarre vantaggi economici e sociali dalla disparità geografica, costruita a partire dalla guerra di annessione. La maggior parte delle agglomerazioni industriali sono allocate al Nord – è una volontà politica storica – e le merci sono acquistate dal Sud. Il numero di famiglie fragili è decisamente aumentato nel mezzogiorno, ed è aumentato il numero di famiglie in povertà relativa che corrono il rischio di ricadere nella soglia di povertà assoluta individuata dall’ISTAT. Di fronte a questa catastrofe sociale i nostri Governi non hanno fatto assolutamente niente, così come le classi dirigenti locali. L’aspetto più drammatico è che non esiste un soggetto politico autorevole, libero, e capace di immaginare un piano industriale per uscire dalla recessione, per stimolare e creare occasioni di lavoro aggiustando i danni causati dal capitalismo. Al dramma culturale e politico si aggiunge quello delle associazioni di impresa, poiché neanche Confindustria ha la capacità di promuovere una politica industriale nazionale visto che sfrutta la delocalizzazione neoliberale. Le ragioni dovrebbero essere ovvie, osservando gli interessi economici delle imprese, esse accumulano capitali riducendo i costi (salari e tasse) e suggerendo le scelte a Parlamenti e Governi, che adottano leggi e regole neoliberali sulle zone economiche speciali e sull’immorale mondo off-shore per non pagare le tasse. Quando si fa una scelta di campo molto precisa, come ha fatto la classe dirigente occidentale a favore della religione capitalista, allora si cancellano anche le identità dei popoli, e l’agire degli individui si orienta all’avidità, lasciando spazio al nichilismo che inebria le persone trasformandole in individui, in merce.

Quando un popolo smarrisce se stesso delega la conduzione delle istituzioni a individui altrettanto nichilisti e corrotti. Le istituzioni politiche esprimono i capricci dello spirito del tempo: il capitalismo, che oggi orienta le scelte globali di tutto il pianeta. Il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale sia povera e che viva in condizioni di degrado e disagio, è solo la conseguenza della religione capitalista che si nutre del sottosviluppo forzato di alcune comunità da sfruttare (risorse, aree periferiche).

Da sempre le tecnologie hanno modificato la società e l’uso delle risorse. Il vero paradosso è che la nostra società millanta di essere democratica quando nella realtà è divenuta neofeudale, ove i rapporti sono prevalentemente neomercantili e di vassallaggio, innescando un aumento immorale di diseguaglianze sociali ed economiche. La contraddizione è che di fronte a una società feudale, i cittadini potrebbero utilizzare le tecnologie per ribaltare lo status quo ma non lo fanno. La struttura sociale gerarchica neofeudale è evidente: l’élite finanziaria (banchieri, manager e taluni imprenditori) accumula ingenti capitali senza lavorare e sfruttando la schiavitù, mentre usurpa le risorse limitate del pianeta. Osservando l’aumento della concentrazione della popolazione nelle aree urbane e valutando le tecnologie a disposizione, le comunità potrebbero ridurre e persino annullare la dipendenza dal sistema globale neoliberale orientato dall’élite degenerata, ma non lo fanno. Ignoranza funzionale delle masse e l’assenza di una coscienza di classe sono due fattori che favoriscono lo status quo, e per invertire la tendenza decadente sono necessarie risorse umane e culturali specializzate ma sostenute economicamente. Per favorire la nascita di una società più civile, ci vogliono due condizioni: un sostegno economico costante nel tempo e un gruppo di cittadini preparati, cioè culturalmente formati e capaci di aggregare talenti, per favorire un cambiamento virtuoso nel proprio ambito locale. E’ difficile che si trovino queste due condizioni insieme, poiché spesso mancano stimoli e interessi sinceramente democratici, che favoriscono i meritevoli e capaci. La politica richiede virtù come altruismo, impegno e sacrificio costanti nel tempo, mentre una società individualità e nichilista non è capace di ripristinare la democrazia. La speranza è che le persone risveglino una coscienza umana per investire risorse nel dialogo democratico finalizzato a cambiare la società attuale.

Da alcuni decenni i robot, sostituendo l’uomo, costituiscono le fasi di trasformazione, assemblaggio e produzione delle merci. Oggi l’evoluzione robotica e l’intelligenza artificiale consentono ai manager delle multinazionali di controllare i sistemi produttivi e sostituire l’uomo in ogni attività lavorativa (eliminando altri costi come i salari) non solo manuale, ma anche intellettuale. Stiamo vivendo l’epoca ove la tecnica avvia il processo di sostituzione dell’uomo in ogni attività, e di fronte a ciò non esiste un soggetto politico che si ponga dubbi, limiti e cambiamenti per favorire lo sviluppo umano risolvendo le disuguaglianze crescenti anziché inseguire l’avidità dell’élite degenerata. Probabilmente ancora non ce ne siamo accorti ma col trascorre del tempo e con l’aumento dell’astensione durante le gare elettorali, le istituzioni politiche hanno perso il loro significato democratico rappresentativo, sia nella forma e sia nella sostanza, in quanto le decisioni sono spesso a sostegno del capitale e non della felicità dell’essere umano. Il capitalismo ha già eliminato la democrazia, ma fingiamo che non sia vero cadendo in una società illusoria, una finzione. Di fatto l’innovazione tecnologica e la religione capitalista, entrambe invenzione dell’uomo, hanno cancellato la politica e l’umanità stessa. Sembra che i presagi dei romanzi di Isaac Asimov e dei film come Terminator e Matrix, ove le macchine controllano l’umanità, rappresentino il presente di oggi. Ciò è riscontrabile persino nel mondo finanziario visto che gli algoritmi matematici orientano le sorti delle borse telematiche, e le loro scelte condizionano le sorti dei popoli, a vantaggio delle scommesse e dei giocatori.

Tutto ciò, ovviamente, non ha alcun senso visto che la vita sul nostro Pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso delle risorse, ma nonostante questa osservazione banale, la nostra classe dirigente esegue ordini dalla religione capitalista, convinta che non esista un piano ideologico migliore. E’ una credenza espressione di opportunismo e convenienza, poiché nello status quo c’è chi ha potere e sta meglio rispetto agli altri, che sono sfruttati e tenuti in ignoranza e povertà.

I media nostrani si limitano a riportare le idiozie rilasciate dalla classe dirigente decadente, ma dovrebbero discutere di fine e uscita dal capitalismo per programmare la prosperità per tutti i popoli. Per uscire dall’epoca della stupidità è necessario stimolare la saggezza ma soprattutto risvegliare la coscienza umana per tornare a essere liberi di creare bellezza e armonia, e fermare il nostro declino.

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Ognuno di noi vorrebbe capire come funziona il mondo, la società e la comunità locale, ma pochissimi impiegano energie per interpretare correttamente la realtà che viviamo.

Premettendo che le basi culturali per interpretare correttamente la realtà siedono su due piani opposti e divergenti: il primo piano è costituito da storia, scienza e filosofia che studiamo a scuola e dovremmo approfondire da adulti, e l’altro piano ideologico è costituito dalla fuorviante religione capitalista (economica), detto ciò possiamo conoscere la nostra società accedendo alle pubblicazione realizzate dall’ISTAT.

Da alcuni anni ogni cittadino che possiede competenze di base circa l’accesso a internet può farsi una propria opinione circa la complessità della nostra società leggendo gli atti pubblici. L’Istituto di statistica nazionale, l’ISTAT, pubblica tutti i dati rilevati nella nostra società, dagli stili di vita sino ai classici e obsoleti indicatori economici. I rapporti annuali sono una fonte indispensabile per iniziare a conoscere l’Italia. Per una corretta interpretazione sarebbe saggio conoscere alcune nozioni di geografia umana (geopolitica e geografia urbana), e di sociologia, al fine di non lasciarsi condizionare da un insieme di numeri, che da soli possono indurre a errori e incomprensioni. Negli ultimi anni l’ISTAT pubblica anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), un documento complesso e interessante poiché include indicatori demografici, ambientali e sociali poco considerati dalle politiche proposte dai soggetti politici. Qualunque cittadino, informato sui principi costituzionali e formato sulla geografia umana, leggendo il BES può comprendere le conseguenze delle scelte politiche, e come siano governati e amministrati il Paese, la propria Regione e il proprio Comune. In sostanza, solo possedendo una cultura politica (scienza, filosofia, storia, etica) possiamo comprendere le scelte di chi amministra, ma giudicarle senza questa formazione personale siamo individui inutili e dannosi per la collettività.

L’informazione sullo stato dell’arte del nostro Paese è pubblica ma possiamo coglierla solo se il nostro cervello è capace di processare correttamente ciò che leggiamo. Facciamo un esempio: se riteniamo che il nostro Comune o il Paese Italia non siano ben governati, la responsabilità diretta è senza dubbio della classe dirigente ma tale categoria ha avuto la fiducia da noi elettori. Noi cittadini siamo responsabili in proporzione alla cultura politica che ci siamo costruiti, o nell’ipotesi più diffusa, noi siamo responsabili in proporzione alla nostra ignoranza funzionale e alla condotta morale.

Nel nostro sistema politico e sociale, la stragrande maggioranza degli italiani delega agli altri la conduzione della cosa pubblica, per poi parlar male dei politici delegati a farlo. Rimediare a questa stupida consuetudine oggi è più semplice, poiché le informazioni sono più accessibili mentre la formazione culturale dipende solo da noi stessi. Se siamo così solerti a dare giudizi sugli altri e non vogliamo più essere presi in giro, dobbiamo solo dedicare più tempo a nutrire il nostro cervello.

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Il tema non è nuovo, anzi è contemporaneo ed affrontato egregiamente da uno storico dell’architettura fra i più bravi e brillanti, il prof. Renato De Fusco scrisse un libro tal titolo eloquente Architettura come mass medium. De Fusco non usa la definizione di “nichilismo urbano” ma si rifà ad Heidegger, Durkheim, Adorno e la scuola di Francoforte e molti altri critici della società dei consumi per condurre le sue indagini sulla semiotica dell’architettura. Nel testo troviamo le chiavi di lettura di molti fenomeni urbani di quest’epoca tremenda, dal punto di vista sociale, economico, urbanistico e per l’appunto architettonico.

Non sorprende che una capitale europea come Roma non sia amministrata e governata degnamente, e come molti osservatori hanno già scritto questa crisi viene da lontano, mentre i cittadini non sono affatto innocenti poiché i loro rappresentanti sono stati votati.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico, l’ormai famigerato caso della speculazione di Tor di Valle, è l’ennesimo tassello dell’epoca odierna: il capitalismo neoliberale che produce nichilismo urbano. Questo è un fenomeno occidentale molto diffuso e applicato dagli amministratori locali, i quali non sono più chiamati a pensare e dialogare con i cittadini. Da molti anni si è consolidata una prassi che troviamo in tutte le città globali e anche nelle periferie economiche. I capitali privati decidono dove e come investire mentre il territorio è merce a loro disposizione. Gli investitori si affidano alle cosiddette archistar che hanno l’opportunità di esprimere il proprio ego e le proprie sperimentazioni stilistiche auto referenziali. Il mondo capitalista è lo spirito del tempo che sfrutta la pubblicità e i medium di massa per imporre il proprio nichilismo. In questa regressione culturale spariscono sia l’architettura e sia l’urbanistica, e restano le costruzioni della pubblicità ma soprattutto i simboli delle multinazionali, i loghi, i marchi, il brand. Nell’accezione economica liberale, le costruzioni edili sono merce che creano “ricchezza” per accumulare capitale e porre garanzie sui debiti privati. In buona parte degli Enti locali non siedono uomini di cultura capaci di leggere l’urbanistica e l’architettura, ma troviamo mediocri amministratori, utili a vendere la merce dei padroni.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti, il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali, i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità. Da circa trent’anni, tutte le nostre politiche urbane sono forgiate dall’avidità dei privati che applicano il laissez faire, nonostante sia noto a tutti che tale religione è la radice della gentrificazione urbana, della crisi sociale e del degrado urbano, oltre che della rapina economica dei privati contro la collettività.

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Letchworth, fondata da Raymond Unwin e costruita secondo il piano Ebenezer Howard

 

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Cassandra

Solitamente auto citarsi non è elegante, ma credo che in questo caso forse sia utile per aprire un semplice ragionamento. «Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma i problemi degli italiani rimarranno dove si trovano»; l’ho scritto nel mio diario on-line il 14 settembre 2015. A febbraio del 2017, sembra che il PD sia la vecchia DC e gli altri, gli scontenti, si stanno organizzando come partito a sinistra del PD, ci sono già le sigle, forse la prevalente è “campo progressista” lanciata da Pisapia.

Ho anche scritto diverse volte, quanto sia necessario costruire un nuovo soggetto politico, democratico, ma che abbia la sua visione politica partendo dalla bioeconomia, poiché le categorie “sinistra” e “destra” sorte nel Novecento industrialista sono obsolete, e perché l’industrialismo, almeno in Occidente, sta finendo. Sicuramente non sono obsoleti i valori descritti da Marx ed Engels che andrebbero riletti e compresi. L’Occidente è in crisi poiché il capitalismo ha contaminato tutto il pianeta, e la specie umana è a rischio a causa della nostra regressione culturale, siamo staccati dalla natura che ci dà vita ed abbiamo abbracciato la religione nichilista professata dai neoliberali.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzionale e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario uscire dal piano economico per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

Sarebbe sufficiente ricordarsi delle proposte rimaste inascoltate durante il dibattito degli anni ’70 quando sorsero le critiche sul capitalismo. Oggi le scoperte tecnologiche consentono di realizzare una società migliore, ma è necessario ridurre l’influenza del mercato per far riemergere le comunità umane.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

«Non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita» disse Giulio Sapelli, storico dell’economia durante un convegno pubblico, del 4 giugno 2013, circa il tema Capitalismo finanziario e democrazia, ove al centro del dibattito vi erano le osservazioni di James Galbraith, sottolineate e riprese da Emiliano Brancaccio: «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico». In queste due affermazioni c’è tutta la consapevolezza di alcuni economisti e tutta la loro impossibilità di ammettere la necessità di uscire dal piano ideologico della crescita per consentire un’evoluzione umana, ormai non più procrastinabile nel tempo. Se continuano a sedere sul piano ideologico sbagliato [il capitalismo], proponendo ricette sviluppiste nonostante I limiti della crescita, accade che essi dissertano pochissimo di economia, e molto di politica nell’auspicio condiviso di migliorare la qualità di vita dei cittadini ma inseguendo una mera illusione [la possibilità di una nuova crescita che aggraverebbe la crisi ambientale]. Il loro auspicio è far ripartire la crescita, come lascia intendere Sapelli [«non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita»], attraverso un nuovo capitalismo industriale. Invece, la fine dell’industrialismo stesso può essere l’opportunità di liberarci del lavoro schiavitù come mostrò Marx, e può favorire la nascita di una società fondata sull’equilibrio ecologico, ove il lavoro è un’opportunità per chi lo cerca, mentre altri possono ugualmente vivere dignitosamente attraverso l’uso razionale delle risorse. Per fare ciò bisogna uscire dalla religione del monetarismo.

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Negli anni ’60 e ’70 la classe politica era decisamente divisa, e l’urbanistica è stata la tematica del conflitto politico più acceso con la vittoria dell’ideologia liberale, quando vinse la battaglia sul regime dei suoli sacrificando la proposta del Ministro Sullo (1962). Da un lato la visione costituzionale circa l’esproprio e l’utilità sociale della proprietà e dall’altro la visione liberale del laissez faire al mercato.

Prevalse l’ideologia capitalista liberale spazzando via la riforma che tutelava l’ambiente e di conseguenza la specie umana. Verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 si dissolve il partito comunista, lo strumento portatore di interessi generali circa il governo del territorio, e l’ideologia liberale non avendo più argini prosegue la sua cavalcata nella distruzione del territorio. Negli anni recenti (inizio nuovo millennio) si è avuta un’impressionante accelerazione circa il consumo di suolo agricolo, mentre il patrimonio esistente, storico e moderno arrivato a fine ciclo vita, è vittima dell’ignoranza e dell’incuria dei cittadini e di una classe dirigente politica incapace e inadeguata. Gli italiani non hanno più un soggetto politico di riferimento che sappia interpretare e applicare la conservazione del patrimonio esistente e il corretto utilizzo delle risorse naturali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. L’attività pianificatoria è discrezionale, cioè libera nei mezzi e vincolata nel fine, pena l’illegittimità dell’azione stessa e del suo risultato. Cos’è l’interesse generale? E’ l’applicazione dei principi costituzionali. I principi legati al governo del territorio sono espressi negli artt. 2, 3, 9 e 42. «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità»; «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»; «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»; «la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale». Negli ultimi 70 anni sono pochi i Comuni che hanno interpretato correttamente il mondato costituzionale dell’urbanistica, spesso ha prevalso la speculazione e pertanto ereditiamo aree urbane degradate.

Oggi mediocri arroganti, votati dai cittadini, occupano le istituzioni continuando a distruggere il territorio italiano. Anche se nelle istituzioni ci sono persone elette ma mediocri, costoro non possono prendere decisioni contro la Costituzione e contra legem. Fra pettegolezzi da bar, polemiche infantili e commenti da cabaret, l’avidità dei più forti economicamente decide le sorti del Paese. E così da Roma a Firenze, ancora una volta la rendita immobiliare consuma suolo solo per generare accumulazione di capitale. I politicastri che occupano le istituzioni ignorano i problemi sociali delle città, alimentano il famigerato fenomeno di gentrificazione e ghettizzano i ceti economicamente più deboli; tutto ciò attraverso il sostegno elettorale. Sembra assurdo ma non lo è, poiché la classe operaia non esiste più mentre i poveri votano per i propri carnefici, che una volta al potere eseguono gli ordini di coloro i quali hanno millantato di combattere.

Ancora oggi le città sono considerate merce e le trasformazioni urbane sono realizzare per aumentare la produttività delle imprese, e non per sostenere lo sviluppo umano. Le città sono merce, nonostante questo non sia neanche il dettato costituzionale e neanche della legge urbanistica nazionale. Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita.

Edoardo Salzano, Anna Marson ed Enzo Scandurra: «quanto sta accadendo a Roma – il caso della realizzazione del nuovo stadio – evidenzia in modo eclatante come l’urbanistica sia ormai relegata, dall’ideologia neoliberista dominante da tempo, a un ruolo subalterno e quindi miseramente perdente, rispetto alla centralità che un tempo possedeva nella progettualità riformista».

Scrive Vezio De Lucia: «l’imprudenza di Paolo Berdini non può trasformarsi in un viatico per l’approvazione dello Stadio. Il progetto che va sotto il nome Stadio della Roma è forse la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia. Un milione di metri cubi a Tor di Valle, in una fragile ansa del Tevere non lontana dall’Eur, località difficilmente accessibile, servita solo dalla Roma-Lido, la peggiore ferrovia d’Italia. Un milione di metri cubi equivale a dieci volte il volume dell’Hilton, l’albergo su Monte Mario della Società generale immobiliare contro il quale, a metà degli anni Cinquanta, si mobilitò l’Espresso (che aveva pochi mesi di vita). «Capitale corrotta, nazione infetta» è il titolo dell’articolo di Manlio Cancogni che dette il via a una memorabile campagna giornalistica, politica e morale, contro il malgoverno urbanistico. All’Espresso si affiancò Il Mondo dove scriveva Antonio Cederna che nell’occasione coniò l’hilton, unità di misura della speculazione edilizia: un hilton = centomila metri cubi. […] Questo modo di fare politica si chiama trasformismo. Fu definita così la pratica politica sostenuta dal presidente del Consiglio Agostino De Pretis che, in un famoso discorso a Stradella nel 1882, si rivolse agli esponenti della destra affinché si trasformassero e diventassero progressisti. Da allora, il trasformismo, da De Pretis a Mussolini a Matteo Renzi al M5S, è diventata la più funesta malattia non solo della sinistra ma di tutta la politica italiana».

Giuliano Santoro: «non c’è ancora un via libera ufficiale alla cittadella che sorgerà a Tor di Valle col viatico del nuovo impianto, ma poco ci manca. Tanto che dopo giorni di attesa, l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini annuncia le sue «dimissioni irrevocabili». «Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo Stadio della Roma», è il grido di dolore dell’ormai ex assessore».

A Firenze si presenta un progetto analogo, informa Ilaria Agostini: «un nuovo stadio. E a fianco una Cittadella Viola che fa gonfiare volumetrie e proventi. Metri cubi da costruire in project financing nei pressi dell’aeroporto in espansione (quello di Carrai e Eurnekian) che, a sua volta, scalza una vecchia lottizzazione oggi in mano alla Unipol. In un clima di land grabbing all’argentina. Tutto, o quasi, fuori dalla pianificazione generale».

Paolo Berdini si dimette a seguito del dialogo aperto fra la Giunta e i privati, e nel dare le dimissioni accusa l’organo politico di aver cambiato idea circa il progetto speculativo,«mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo Stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto, ha provocato immensi danni a Roma».

Cos’è l’urbanistica contrattata? Nell’urbanistica contrattata la contrattazione tra i soggetti che hanno il potere di decidere delle operazioni di trasformazione urbana sostituisce un sistema di regole valide per tutti e definite dagli strumenti della pianificazione urbanistica. Si manifesta quando l’iniziativa delle decisioni sull’assetto del territorio non viene presa dagli enti che esprimono gli interessi della collettività, ma in seguito alla pressione diretta o con il condizionamento, di chi possiede consistenti beni immobiliari: quando insomma comanda il proprietario degli immobili e non il Comune. Poiché il potere di decidere sull’assetto del territorio spetta, sulla carta, ai Comuni, allora quando i proprietari vogliono incidere sulle scelte sul territorio devono almeno fingere di contrattare le scelte con i rappresentanti di quegli enti. Si tratta di una questione di facciata.

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L’episodio romano che coinvolge lo stimato Paolo Berdini, ricorda alle vecchie generazioni le lotte a tutela del territorio mentre potrebbe consentire alle nuove di imparare una lezione politica fondamentale. Facciamo alcuni passi indietro. A partire dal secondo dopoguerra, l’Italia esce sconfitta dal conflitto ed entra nel famigerato patto Atlantico, che dal punto di vista culturale significa abbracciare l’ideologia liberale capitalista. La conseguenza di ciò, è l’inizio dell’epoca consumista con tutte le degenerazioni culturali, sociali, e ambientali che vediamo ancora oggi. Negli anni ’60 e ’70 la classe politica era decisamente divisa, e l’urbanistica è stata la tematica del conflitto politico più acceso con la vittoria dell’ideologia liberale, quando vinse la battaglia sul regime dei suoli sacrificando la proposta del Ministro Sullo (1962). Da un lato la visione costituzionale circa l’esproprio e l’utilità sociale della proprietà e dall’altro la visione liberale del laissez faire al mercato. Lo strumento politico preferito dagli accademici, dai professionisti, cosiddetti territorialisti, riformisti, e promotori della conservazione e della tutela del territorio e del patrimonio storico, ove suggerire soluzioni politiche per attuare una corretta crescita urbana e contenere il disordine urbano, è stato il partito comunista. Tale ambiente culturale ha saputo influenzare anche esponenti della vecchia democrazia cristiana. I due fronti erano: la DC che chiudeva gli occhi sulla crescita disordinata e il PCI che preferiva una crescita ordinata e controllata. Entrambi gli atteggiamenti erano favorevoli a una crescita urbana, e di fronte all’opportunità dell’ideologia liberale di fare profitti senza lavorare, cioè sfruttando la rendita, si può intuire quale soggetto politico abbiano preferito gli italiani. La DC non fece grande fatica nel manipolare l’opinione pubblica circa il conflitto delle rendite private e il regime dei suoli, e convinse tutti nell’abbandonare la pubblicizzazione dei suoli. Prevalse l’ideologia capitalista liberale spazzando via la riforma che tutelava l’ambiente e di conseguenza la specie umana. Verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 si dissolve il partito comunista, lo strumento portatore di interessi generali circa il governo del territorio, e l’ideologia liberale non avendo più argini prosegue la sua cavalcata nella distruzione del territorio. Negli anni recenti (inizio nuovo millennio) si è avuta un’impressionante accelerazione circa il consumo di suolo agricolo, mentre il patrimonio esistente, storico e moderno arrivato a fine ciclo vita, è vittima dell’ignoranza e dell’incuria dei cittadini e di una classe dirigente politica incapace e inadeguata. Gli italiani non hanno più un soggetto politico di riferimento che sappia interpretare e applicare la conservazione del patrimonio esistente e il corretto utilizzo delle risorse naturali. Un aspetto drammatico del contesto politico attuale, è che negli Enti locali, competenti sull’urbanistica, i soggetti politici presenti nelle istituzioni non hanno più riferimenti culturali dai territorialisti, e di volta in volta si affidano a consulenze tecniche condizionati dalle circostanze, o delle opportunità relazionali dirette, o a seconda degli interessi privati. Appare chiaro che non esistendo più il partito comunista che rappresentava una visione culturale dell’urbanistica, i soggetti politici fanno scelte sul governo del territorio a seconda delle convenienze, e delle singole circostanze localistiche, in tal modo possono continuare col disordine urbano a danno della collettività.

Nel corso del Novecento, noi italiani abbiamo pagato due enormi dazi culturali, il primo fu il fascismo che ci isolò, proprio mentre il resto dell’Occidente attingeva a piene mani nella storia e nella cultura urbanistica e architettonica classica contribuendo a formare una cultura della pianificazione (la scuola catalana dell’uguaglianza e la scuola territorialista). Durante il Novecento siamo stati fra i paesi meno formati sulla cultura urbanistica, nonostante il nostro patrimonio sia sotto gli occhi di tutti. La sconfitta bellica ha favorito la programmazione mentale della scuola liberale trasformando il territorio in merce – nonostante un’adeguata legge urbanistica (1942) –  contribuendo a soffocare i contributi (corretto uso del territorio – DM 1444/68) culturali di quei pochi urbanisti formatisi in Italia, nonostante il fascismo e nonostante il liberismo.

Paolo Berdini è cresciuto nel contesto culturale a tutela degli interessi collettivi. I capitalisti liberali non potevano avere ostacolo peggiore poiché di fronte non si sono trovati un politicante, ma un urbanista vero che svolge una funzione politica precisa: tutelare l’interesse generale. In tempi di guerra politica come questa, l’élite odia dover ragionare nel merito dei suoi interessi con persone che possiedono il senso dello Stato. I liberisti odiano lo Stato sociale e l’etica pubblica. Berdini conosce l’ambiente, la storia dell’urbanistica romana, gli interessi privati in gioco, e soprattutto possiede la competenza tecnica per smontare e rimontare i castelli finanziari costruiti sul territorio romano. Il dibattito che fa emergere Berdini è un manuale completo dei conflitti e degli interessi privati in gioco nell’urbanistica, una storia vecchia molto nota alla sua generazione, ma del tutto sconosciuta alle nuove generazioni di politici inesperti che possono fallire l’obiettivo di rappresentare adeguatamente la res pubblica, poiché emergono dal nulla, senza aver studiato e sudato in una scuola politica. Ancora oggi, i cittadini fanno fatica ad accettare un principio giuridico, l’urbanistica non è fatta per fare profitti ma per costruire diritti a tutti i cittadini.

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Prima di tutto suggerisco di rileggere attentamente queste riflessioni:

… esempio classico di come funzioni il sistema. Il centro decisionale del sistema – black box – lancia l’ordine ed i regolatori di accesso (gatekeepers), media e partiti, obbediscono a tale impulso raggiungendo l’obiettivo muovendosi all’interno delle tre classiche componenti: la comunità politica, il regime e l’autorità. E’ questo il comportamentismo politico, un insieme di agenti eterodiretti dall’esterno lavorano sulla società per condizionare usi, costumi e credenze. La leva principale è l’emotività e non la razionalità. Da circa sett’anni il centro decisionale muove i gatekeepers per far regredire gli adulti allo stato infantile. E’ un sistema di natura feudale, verticista, che agisce sulle istituzioni standone fuori, ma si nutre dell’ignoranza funzionale delle masse, condizione necessaria per conservare le proprie posizioni.

Per il centro decisionale è fondamentale che i cittadini vivano in uno stato di regressione mentale altrimenti tutto il sistema crollerebbe.

Non è affatto un caso che si stanno sviluppando movimenti populistici con leader carismatici caratterizzati da un’ideologia non ben definita, con l’obiettivo di raggiungere una mobilitazione di massa, l’impiego di una politica di “paura” mista a ricompense, decisioni arbitrarie e l’assenza del pluralismo. Questi movimenti rientrano palesemente nei regimi autoritari poiché si caratterizzano sul pluralismo limitato e non responsabile, e l’assenza di un’ideologia ma con la presenza di una mentalità, ossia l’insieme di credenze, valori ed atteggiamenti “rivoluzionari” che vengono coltivati per giustificare e sostenere il leader ed il movimento stesso.

Aristotele, Platone, Socrate, Machiavelli, Montesquieu, Bodin, Weber, Heidegger, Arendt potrebbero ridere e/o dispiacersi osservando la nostra società totalmente avvolta e travolta dal capitalismo, e regredita allo stato infantile per essere facilmente plasmata dalla pubblicità. Socrate e Platone sapevano benissimo che bisognava stare attenti a coloro i quali parlavano alla pancia del popolo, così com’è noto che solo la cultura ci consente di compiere scelte consapevoli, mentre l’etica è la guida delle scelte.

Paolo Berdini, è un noto urbanista italiano che ha dedicato la propria vita all’interesse generale divulgando una pianificazione che rispetta i valori costituzionali attraverso un corretto disegno urbano. In un’Italia distrutta dalla cattiva pianificazione, Berdini è senza dubbio un personaggio scomodo ma di grande valore, indispensabile come modello per una corretta pianificazione a tutela degli interessi collettivi, un Assessore all’urbanistica come ogni bravo cittadino vorrebbe avere, poiché capace di leggere i piani e interpretarli per tutelare l’interesse generale, come ormai pochi amministratori sono in grado fare, e soprattutto persona integra, coerente con se stessa che non rinnega i suoi valori culturali ma li valorizza, come quasi nessuno ormai è in grado essere. Diciamo che Roma non poteva che avere di meglio, se non un altro Berdini sempre in quel ruolo come Assessore all’urbanistica.

Detto ciò, restano i conflitti e il caos generale. Roma è prima di tutto la capitale d’Italia, una città unica al mondo per la straordinaria bellezza, un museo a cielo aperto, ma ha enormi problemi di carattere amministrativo che somigliano più a casi psichiatrici e psicologici, oltre all’illegalità diffusa in numerosi uffici. L’amministrazione romana non si risolleva interpretando e applicano le norme vigenti poiché gli attuali strumenti giuridici sono del tutto inadeguati al caso specifico. Il legislatore dovrebbe avere la maturità politica di varare un provvedimento ad hoc per ripristinare l’etica, la trasparenza, la legalità e il buon andamento della pubblica amministrazione capitolina.

Comunque vadano le vicende politiche romane, Berdini è una risorsa da valorizzare poiché l’urbanistica è una disciplina poco conosciuta e poco compresa un pò da tutti. Il nostro Paese soffre poiché è incapace di valorizzare i propri talenti e negli ambiti più strategici e importanti come l’architettura e l’urbanistica facciamo fatica, per ragioni sia politiche e sia culturali, nonostante le risorse umane meritevoli e capaci siano ancora presenti sul nostro territorio.

Entrando nel merito delle questioni, gli interessi privati romani stanno digerendo diverse amministrazioni politiche, prima quella di Marino e adesso quella della sindaca Raggi. A monte dei problemi c’è la crisi della rappresentanza politica e la conseguente assenza di un soggetto politico serio, democratico, maturo e capace. In questo contesto di degrado politico, i concorrenti alle gare elettorali risultano impreparati, siano essi partiti vecchi o nuovi, non sembra esserci distinzione. In questo caos politico, si muovono anche persone autorevoli e capaci che prestano le proprie abilità ai vari soggetti politici, siano essi vecchi o nuovi.

i comitati No stadio sono sul piede di guerra. “Hanno detto no alle Olimpiadi per evitare colate di cemento e oggi dicono sì alla più grande speculazione edilizia mai vista a Roma, lo Stadio di Tor di Valle che viola ogni regola, è tutto in deroga, il M5S è incoerente, calpesta il suo programma” così il vicepresidente dell’associazione Italia Nostra, a tutela del patrimonio artistico e paesaggistico italiano, Oreste Rutigliano, con cui andiamo a visitare l’ex ippodromo dove fiorirà il business park dell’As. Roma, un campo di 100 ettari, in un’ansa fluviale, zona Magliana.

Come ho scritto più volte, se i cittadini non la smettono di essere apatici alla politica e non si riprendono il controllo della res pubblica costruendo un soggetto politico serio, democratico, maturo e capace, difficilmente risolleveremo un Paese alla deriva a causa del nostro egoismo.

In un modo alla rovescia dominato dalla religione capitalista, ci si dimentica che l’urbanistica non persegue lo scopo del profitto ma la soluzione di problemi sociali e la costruzione dei diritti minimi da garantire a tutti i cittadini, mentre personaggi pubblici che hanno grande influenza emotiva sulle persone sfruttando il proprio peso e ruolo mediatico per il tornaconto personale. Emerge con chiarezza che una cerchia ristretta di personaggi vive attraverso il vecchio e antico sistema della rendita immobiliare, lo stadio (i guai giudiziari) e gli interessi privati. Il Piano Regolatore Generale di Roma non prevede la costruzione dell’insediamento urbano ideato dai privati, e pertanto è necessaria una variante urbanistica. E’ sufficiente consultare il sito del Comune di Roma per accorgersi che l’area è a rischio idraulico. I privati presentano il piano alla Giunta Raggi, ma per l’appunto il progetto è in contrasto col PRG vigente e coi vincoli, che sono posti a tutela della collettività. Gli uffici tecnici del Comune bocciano il progetto.

In questo conflitto fra interessi privati e interessi pubblici, Paolo Berdini comunica chiarezza e trasparenza, e ricorda a tutti che innanzitutto c’è l’interesse pubblico dello Stato. Ovviamente questa funzione etica ed educativa (e rigenerativa) non piace allo spirito del tempo: il capitalismo neoliberale.

Riflessioni autorevoli di Piero Bevilacqua: Il nostro futuro è il nuovo stadio della Roma? A questo ci siamo ridotti? Il sostegno di Cervellati, Marson e Scandurra, Roma in uno stadio.

Piccole note di giurisprudenza urbanistica che possono tornare utili al caso:

Rapporti con preesistenti piani di lottizzazione

Fiale, Diritto urbanistico, XV edizione, 2015, pag. 192

«Il comune in sede di redazione di nuovi strumenti urbanistici, ben può disattendere le previsioni di piani di lottizzazioni esistenti, sempreché siano puntualmente evidenziate le ragioni di pubblico interesse a ciò sottese» (C. Stato, sez. IV, 22 gennaio 1990, n. 24, in Giur. It., 1990, III, 1, 180).

«L’esistenza di una lottizzazione convenzione non impedisce, per ciò solo, al Comune, di riesaminare e rideterminare le precedenti valutazioni in sede di pianificazione territoriale, esercitando il proprio potere di pianificazione urbanistica, sottratto al sindacato di merito, a meno che non appaia inficiato da errore di fatto ovvero da grave illogicità o contraddittorietà» (C. Stato, sez. IV, 16 marzo 1998, n. 437, in Foro amm., 1998, 674).

«L’amministrazione comunale approvando un nuovo piano regolatore generale può implicitamente recedere da una precedente convenzione di lottizzazione, anche quando sia parte inadempiente del pregresso accordo» (C. Stato, sez. IV, 17 settembre 2004, n. 6182, in Urbanistica e appalti, 2005, 454).

Secondo l’urbanista Cecchini, referente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, nel piano proposto dai privati che include anche lo stadio non c’è interesse pubblico.

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