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Posts Tagged ‘ermeneutica’

Consultando il manuale di Storia di Banti, L’età contemporanea, al capitolo sull’avvento del fascismo si leggono le “leggi fascistissime” che istituzionalizzavano il mutamento del sistema politico, fra gli anni 1925 e 1926. Una legge riprendeva la regola dello Statuto Albertino, ove il Parlamento non aveva più il potere di dare fiducia al Governo, poiché questo rispondeva al Re e non più al Parlamento. Un’altra norma consentiva al Governo di emanare leggi; un’altra aboliva le istituzioni elettive degli Enti locali per introdurre Podestà e Consulte; un’altra reintroduceva la pena di morte per chi attentava la vita dei regnanti o del capo del Governo, e istituiva i Tribunali speciali per i processi politici come emanazione del partito fascista. Un’altra norma ancora prevedeva che le associazioni sindacali fossero riconosciute solo dal Governo e vietava gli scioperi; mentre l’ultima, annullava l’opposizione politica, dichiarandone decaduti i deputati eletti dal popolo. I regimi autoritari hanno sempre avuto la prerogativa di gestire il potere per conto proprio con la degenerazione di favorire gli interessi dei pochi, e nascondere le responsabilità delle proprie azioni per ovvie ragioni, cioè evitare di dar conto ai popoli circa la gestione delle risorse pubbliche. Il regime fascista fu un modello di corruzione esemplare, in quanto la dittatura servì ad accumulare ingenti capitali per tutti coloro i quali governavano o erano vicini al Duce. Già nel 1920, il partito di Mussolini, Fasci di combattimento, fu scelto dagli industriali padani e dai proprietari terrieri come strumento politico da finanziare per esprimere i propri interessi. In questo modo nacquero le prime squadre d’azione che usavano violenza contro le organizzazioni sindacali e contro i socialisti. La borghesia italiana scelse il partito fascista. Ancora oggi possiamo osservare analogie e forti legami fra il mondo delle imprese private, il capitale, e l’organizzazione dei soggetti politici come mezzi per osteggiare i diritti umani, contro i principi di uguaglianza sociale ed economica. Rispetto agli anni ’20 il mondo è cambiato: il capitalismo è la religione che guida tutte le istituzioni, e tutti i partiti (di governo e di opposizione) concorrono a realizzare un mondo orwelliano più sofisticato, dove la violenza (fascista) assume strategie e forme nuove (psico programmazione, programmi scolastici, pubblicità, consumismo).

E’ sempre vera la frase che la Storia è maestra di vita, ovviamente se fosse studiata. Se riflettiamo sull’andamento del nostro sistema politico degli ultimi venticinque anni potremmo porci dubbi, domande e perplessità e osservare diverse analogie fra fascismo e le scelte politiche dei nostri partiti. Prima di tutto, dubbi e perplessità sul sistema maggioritario che non coincide col fascismo, ma possiede alcuni aspetti che lo rendono simile per la sua attitudine nel concentrare poteri in un solo partito di minoranza. E’ altrettanto vero che oggi il Parlamento intende ripresentare un sistema misto fra maggioritario e proporzionale, sicuramente più democratico.

Poi, l’anomalia circa il conflitto politico fra Unione europea e Costituzione repubblicana. L’Unione è un’istituzione politica anomala poiché non è uno Stato democratico rappresentativo, in quanto non rispetta il principio di separazione dei poteri fra organo esecutivo e legislativo. L’UE non è neanche una Repubblica federale. L’UE è un’organizzazione feudale caratterizzata da una forte gerarchia, da una scarsa trasparenza e una cattiva gestione del proprio bilancio. Il potere è nelle mani di un’oligarchia di individui non eletti, come la BCE, il MES, l’euro gruppo, il Consiglio e la Commissione, in maniera tale che gli interessi del capitale privato siano garantiti ma a danno dei popoli. Com’è noto, Governo e Parlamento italiano aderirono volontariamente firmando i Trattati. Leggendo i Trattati europei emergono conflitti con i principi Costituzionali. I più grandi conflitti politici riguardano gli elementi essenziali circa l’autonomia di uno Stato democratico: la sovranità monetaria, il controllo del credito e l’interesse generale circa le politiche industriali nazionali. L’UE è un’istituzione politica volutamente condizionata dal mercato, mentre la Repubblica italiana ha il dovere di attuare uno Stato sociale, non solo liberale. Le direttive europee valgono per tutti i cittadini e il Parlamento italiano ha il dovere di applicare prioritariamente la Costituzione, e non le regole imposte da un’organizzazione sovranazionale. Per questo ruolo esiste una commissione speciale che armonizza le norme. Come potremmo intuire e osservare ci sono profonde analogie e continuità fra regime fascista e interesse del capitale. Nel ventennio fascista, grazie al regime, determinate imprese private riuscirono ad occupare i Ministeri per accumulare capitali privati. Oggi le imprese non hanno più la necessità di occupare direttamente Ministeri poiché ricattano tutta l’euro zona attraverso il debito e i mercati telematici.

Le analogie più evidenti col fascismo circa l’agire politico sono riscontrabili nell’azione di Governo degli ultimi anni. In Italia, spesso il Parlamento abdica al proprio ruolo di legislatore affidandosi al Governo per produrre leggi attraverso il famigerato voto di fiducia posto sui decreti.

Voti di fiducia

Fonte immagine Openpolis, Il Governo al tempo della crisi, mini dossier, feb 2015.

Questa scelta divenuta consuetudine viola la Costituzione Repubblicana, e coincide con l’auspicio fascista nel prevedere che sia l’esecutivo a scrivere le leggi e non più gli eletti dal popolo. Oltre a ciò, è impressionante osservare i dati raccolti da Openpolis circa le leggi approvate e notare che l’80% sono d’iniziativa del Governo e non del Parlamento. E’ proprio grazie a questa consuetudine fascista che i Governi italiani hanno introdotto norme incostituzionali riducendo la sovranità della Repubblica italiana, garantendo l’interesse delle imprese – proprio come accadde durante il fascismo – togliendo certezze al lavoro, e privando i cittadini di poter coltivare il proprio sviluppo umano (come accadeva nel fascismo), tali norme hanno aumentato le disuguaglianze, e la povertà che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia. Uno dei principi fondamentali della Repubblica italiana è la rimozione degli ostacoli economici per favorire lo sviluppo umano. Dopo vent’anni di autoritarismo imposto dalle stupide regole europee, i meridionali sono più poveri di prima, e milioni di italiani sono a rischio povertà, mentre talune imprese localizzate nelle solite aree geografiche hanno aumentato i profitti.

Un’altra tendenza contemporanea che coincide col fascismo è l’annullamento dell’azione politica dei Sindacati, ampiamente avvenuta sia escludendo o riducendo drasticamente la partecipazione dei Sindacati all’interno delle aziende, e sia infiltrando i Sindacati stessi attraverso rappresentanti che assecondano l’ideologia neoliberale preferita dalle imprese. Sotto questo aspetto l’atteggiamento di alcune multinazionali e talune imprese locali è abbastanza chiaro: applicare la teoria fascista che vieta il diritto di sciopero ed eliminare la presenza sindacale. E infine, in un certo senso anche i Tribunali speciali sono realtà contemporanea, poiché da diversi anni si hanno processi politici attraverso i media, a completamento di un desiderio o di una profezia fascista che annullava la contesa politica con la violenza, e oggi si può raggiungere lo stesso obiettivo ma con mezzi diversi. Oggi si consuma un’altra forma di violenza: l’insulto, lo sfottò, la denigrazione e la calunnia contro i politici scomodi.

La dittatura fascista fu introdotta dalla monarchia italiana e agiva in maniera indisturbata senza alcuna possibilità di contraddittorio. In maniera del tutto analoga l’Unione europea si è appropriata di sovranità attribuitagli dai Governi nazionali, ma durante questo decennio di recessione sembra che essa agisca proprio come i fascisti contro l’interesse e la felicità dei popoli, resi più poveri e più fragili dal capitalismo e dall’autoritarismo europeo.

Alla luce di queste osservazioni è “strano” che in Italia riemergano movimenti politici fascisti che millantano un’opposizione al regime europeo dato che fu proprio il nazi-fascismo ad alimentare le disuguaglianze sociali, oltre alle inutili e sanguinose guerre che tutti ricordano. L’altra anomalia culturale italiana è che non esistono più comunisti che si oppongono alle disuguaglianze, ormai i partiti sono tutti liberali e neoliberali. Poiché gli italiani sono sempre più fragili economicamente non sorprende osservare i movimenti estremisti occupare spazi sociali, ma sorprende l’inerzia dei Governi che li favorisce lasciandoli liberi nel gestire i disagi e speculare sulle disgrazie altrui. E’ altrettanto noto che Hitler e Mussolini costruirono il proprio consenso sfruttando la recessione economica e millantando prosperità per tutti. Poiché tali fenomeni non sono nuovi, osservando la conduzione del potere in Italia, i partitini neofascisti dovrebbero esseri fieri dei Governi neoliberali, anziché contestarli con osservazioni palesemente socialiste. Probabilmente queste contraddizioni sono possibili poiché viviamo nell’epoca della decadenza, e dove i mediocri sono classe dirigente. Oggi insistono almeno due i fattori che alimentano partiti anacronistici: il primo è l’ignoranza funzionale delle masse, e il secondo è il capitalismo neoliberale poiché aumenta le diseguaglianze che servono ai partiti di destra come elemento sociale trainante dei ceti più fragili e meno abbienti. Il maggior consenso si realizza nelle grandi città come Roma, Napoli e Milano ove esistono gravi problemi sociali e di degrado delle periferie. Questo clima di incertezza e fragilità economica è il fiume che alimenta frustrazioni che spesso si traducono in invidia sociale e odio. Le emozioni negative guidano le scelte della maggioranza degli italiani, sia col non voto e sia votando partiti guidati da demagoghi. Dove c’è l’assenza dello Stato sociale prevale il disagio mentre grazie all’ignoranza, taluni partiti hanno capito che, in determinati contesti, possono lucrare consensi elettorali e fomentare l’odio razziale. E’ altrettanto evidente che dove c’è cultura di base, lavoro e Stato sociale tali speculazioni politiche non possono esistere.

L’aspetto più grottesco di noi italiani è che, insieme ai greci, siamo fra i più colpiti dalla recessione, e nel nostro Paese dovrebbe nascere il più grande partito socialista a trazione bioeconomica per programmare l’uscita dal capitalismo, ma siamo fra i più inutili in assoluto, poiché abbiamo gettato la nostra frustrazione o nel populismo, o nell’astensionismo. In altri paesi si parla apertamente di crisi del capitalismo, e persino negli USA sono più avanti di noi su questa consapevolezza, mentre qui non sappiamo neanche cosa sia perché ignoriamo Marx.

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Fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato, mini dossier, apr 2015.

 

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Nel contesto sociale decadente in cui viviamo, è d’obbligo essere ottimisti se intendiamo alzarci al mattino e vivere in maniera serena. Detto ciò non dobbiamo cadere nelle facili illusioni o farci abbindolare dagli imbonitori. Possiamo contrastare le illusioni ingannevoli solo con una coscienza sveglia e con la curiosità da saziare con la cultura. La recessione che stiamo subendo grazie all’inconsistenza di una classe dirigente e la nostra ignoranza funzionale ha reso le comunità meridionali ancora più fragili. Buona parte del Nord Italia non si è neanche accorta della recessione, e continua a trarre vantaggi economici e sociali dalla disparità geografica, costruita a partire dalla guerra di annessione. La maggior parte delle agglomerazioni industriali sono allocate al Nord – è una volontà politica storica – e le merci sono acquistate dal Sud. Il numero di famiglie fragili è decisamente aumentato nel mezzogiorno, ed è aumentato il numero di famiglie in povertà relativa che corrono il rischio di ricadere nella soglia di povertà assoluta individuata dall’ISTAT. Di fronte a questa catastrofe sociale i nostri Governi non hanno fatto assolutamente niente, così come le classi dirigenti locali. L’aspetto più drammatico è che non esiste un soggetto politico autorevole, libero, e capace di immaginare un piano industriale per uscire dalla recessione, per stimolare e creare occasioni di lavoro aggiustando i danni causati dal capitalismo. Al dramma culturale e politico si aggiunge quello delle associazioni di impresa, poiché neanche Confindustria ha la capacità di promuovere una politica industriale nazionale visto che sfrutta la delocalizzazione neoliberale. Le ragioni dovrebbero essere ovvie, osservando gli interessi economici delle imprese, esse accumulano capitali riducendo i costi (salari e tasse) e suggerendo le scelte a Parlamenti e Governi, che adottano leggi e regole neoliberali sulle zone economiche speciali e sull’immorale mondo off-shore per non pagare le tasse. Quando si fa una scelta di campo molto precisa, come ha fatto la classe dirigente occidentale a favore della religione capitalista, allora si cancellano anche le identità dei popoli, e l’agire degli individui si orienta all’avidità, lasciando spazio al nichilismo che inebria le persone trasformandole in individui, in merce.

Quando un popolo smarrisce se stesso delega la conduzione delle istituzioni a individui altrettanto nichilisti e corrotti. Le istituzioni politiche esprimono i capricci dello spirito del tempo: il capitalismo, che oggi orienta le scelte globali di tutto il pianeta. Il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale sia povera e che viva in condizioni di degrado e disagio, è solo la conseguenza della religione capitalista che si nutre del sottosviluppo forzato di alcune comunità da sfruttare (risorse, aree periferiche).

Da sempre le tecnologie hanno modificato la società e l’uso delle risorse. Il vero paradosso è che la nostra società millanta di essere democratica quando nella realtà è divenuta neofeudale, ove i rapporti sono prevalentemente neomercantili e di vassallaggio, innescando un aumento immorale di diseguaglianze sociali ed economiche. La contraddizione è che di fronte a una società feudale, i cittadini potrebbero utilizzare le tecnologie per ribaltare lo status quo ma non lo fanno. La struttura sociale gerarchica neofeudale è evidente: l’élite finanziaria (banchieri, manager e taluni imprenditori) accumula ingenti capitali senza lavorare e sfruttando la schiavitù, mentre usurpa le risorse limitate del pianeta. Osservando l’aumento della concentrazione della popolazione nelle aree urbane e valutando le tecnologie a disposizione, le comunità potrebbero ridurre e persino annullare la dipendenza dal sistema globale neoliberale orientato dall’élite degenerata, ma non lo fanno. Ignoranza funzionale delle masse e l’assenza di una coscienza di classe sono due fattori che favoriscono lo status quo, e per invertire la tendenza decadente sono necessarie risorse umane e culturali specializzate ma sostenute economicamente.

Da alcuni decenni i robot, sostituendo l’uomo, costituiscono le fasi di trasformazione, assemblaggio e produzione delle merci. Oggi l’evoluzione robotica e l’intelligenza artificiale consentono ai manager delle multinazionali di controllare i sistemi produttivi e sostituire l’uomo in ogni attività lavorativa (eliminando altri costi come i salari) non solo manuale, ma anche intellettuale. Stiamo vivendo l’epoca ove la tecnica avvia il processo di sostituzione dell’uomo in ogni attività, e di fronte a ciò non esiste un soggetto politico che si ponga dubbi, limiti e cambiamenti per favorire lo sviluppo umano risolvendo le disuguaglianze crescenti anziché inseguire l’avidità dell’élite degenerata. Probabilmente ancora non ce ne siamo accorti ma col trascorre del tempo e con l’aumento dell’astensione durante le gare elettorali, le istituzioni politiche hanno perso il loro significato democratico rappresentativo, sia nella forma e sia nella sostanza, in quanto le decisioni sono spesso a sostegno del capitale e non della felicità dell’essere umano. Il capitalismo ha già eliminato la democrazia, ma fingiamo che non sia vero cadendo in una società illusoria, una finzione. Di fatto l’innovazione tecnologica e la religione capitalista, entrambe invenzione dell’uomo, hanno cancellato la politica e l’umanità stessa. Sembra che i presagi dei romanzi di Isaac Asimov e dei film come Terminator e Matrix, ove le macchine controllano l’umanità, rappresentino il presente di oggi. Ciò è riscontrabile persino nel mondo finanziario visto che gli algoritmi matematici orientano le sorti delle borse telematiche, e le loro scelte condizionano le sorti dei popoli, a vantaggio delle scommesse e dei giocatori.

Tutto ciò, ovviamente, non ha alcun senso visto che la vita sul nostro Pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso delle risorse, ma nonostante questa osservazione banale, la nostra classe dirigente esegue ordini dalla religione capitalista, convinta che non esista un piano ideologico migliore. E’ una credenza espressione di opportunismo e convenienza, poiché nello status quo c’è chi ha potere e sta meglio rispetto agli altri, che sono sfruttati e tenuti in ignoranza e povertà.

I media nostrani si limitano a riportare le idiozie rilasciate dalla classe dirigente decadente, ma dovrebbero discutere di fine e uscita dal capitalismo per programmare la prosperità per tutti i popoli. Per uscire dall’epoca della stupidità è necessario stimolare la saggezza ma soprattutto risvegliare la coscienza umana per tornare a essere liberi di creare bellezza e armonia, e fermare il nostro declino.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, e con una miriade di capannoni vuoti e la disoccupazione crescente. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Negli USA, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, I Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché hanno prevalso, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone sono spariti. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane amministrate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio, la realizzazione di questo approccio e di questo processo produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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Report, il 27 novembre 2017, dedica una puntata sul tema dell’Unione europea. Nella prima parte, Giorgio Mottola mostra gli sprechi dell’Unione europea (lo spreco delle tre sedi e il bilancio fuori controllo), poi Paolo Mondani racconta come gli interessi dei tedeschi prevalgono su quelli altrui (la non ridistribuzione del surplus commerciale in violazione delle regole europee, e la corruzione aggravata in Mercedes), mentre nella seconda parte di Michele Buono mostra una visione utopica di come potrebbe essere l’Unione. Il famigerato surplus tedesco è generato a danno degli altri Paesi: “le merci tedesche vendono di più grazie ai nostri bassi salari e a una valuta debolefu la Germania a volere l’Italia nell’euro nonostante che non avesse i conti a posto per indebolire la moneta e consentire alle proprie esportazioni di volare” (Heiner Flassbeck, ex viceministro finanze Germania). La simulazione proposta da Buono si può condividere o meno, a seconda delle proprie idee politiche, ma trovo poco credibile una narrazione buonista di un’Unione fatta sul modello federale americano, lasciando intendere che i problemi dell’attuale UE siano solo il frutto di un errore quando la storia è molto diversa. Sul pianeta del capitalismo neoliberale credo sia un errore di ingenuità raccontare che se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa staremmo tutti meglio, perché? Perché le disuguaglianze non dipendono dal sistema istituzionale ma dalla religione capitalista che ha creato una “società” a sua immagine. Negli USA, preso come modello, le disuguaglianze sociali ed economiche ci sono sempre state, e oggi sono in aumento, nonostante essi abbiano un sistema politico più efficiente rispetto all’instabilità del capitalismo. La società americana è fra le più controverse e contraddittorie al mondo, hanno una corruzione endemica poiché i partiti sono finanziati dai privati, usano una parte importante del proprio budget promuovendo guerre nel mondo, e infine gli americani non hanno il diritto alla salute come in Italia. Prima di tutto, la storia è dietro di noi e non si cancella, l’Europa è stata occupata militarmente dagli USA e il progetto politico degli Stati Uniti d’Europa fu un’idea del patto atlantico per allargare la NATO e fronteggiare il comunismo. Oggi che tutto il mondo è capitalista, il ruolo dell’UE è cambiato trasformandosi in un’area geografica neoliberale per favorire l’interesse delle imprese private. E’ un errore dimenticare la storia lasciando intendere che sia stato un percorso di auto determinazione dei popoli europei, poiché è vero il contrario. Infine, questa UE è stata progettata proprio così come la vediamo, i politici europei accettarono di creare aree geografiche “centrali” e “periferiche” con lo scopo di far pagare il costo dell’Unione a determinati territori rispetto ad altri. Le disuguaglianze economiche che oggi osserviamo non sono state un errore di calcolo politico ma un percorso molto lungo, e ampiamente concertato durante gli anni.

La narrazione di Report entra nel dibattito politico a sostegno del progetto europeo con una visione capitalista, omettendo il fatto che sul nostro pianeta è proprio la religione capitalista occidentale a creare disuguaglianze sociali, economiche e distruzione degli ecosistemi naturali. E’ noto che il capitalismo crea sottosviluppo, e oggi i sacerdoti di questa religione sostengono se stessi, i propri interessi e lo fanno tenendo in schiavitù più della metà della popolazione mondiale, mentre un’élite degenerata dell’1% orienta le politiche globali e controlla buona parte della ricchezza.

Nel 2015, Yann Arthus-Bertrand realizza il documentario più straordinario mai realizzato prima sulla specie umana, Human, intervistando persone di tutto il mondo. Il documentario è diviso in tre parti, e mostra con naturale immediatezza problemi e virtù di noi esseri umani, rinchiusi e schiacciati dalla religione capitalista che diffonde infelicità, violenza e distruzione, mentre noi umani necessitiamo di amore e conoscenza per vivere in armonia col pianeta e noi stessi. Nel 2009 Arthus-Bertrand realizzò Home mostrando con grande efficacia la distruzione del pianeta ad opera delle multinazionali che per mero profitto usurpano i beni comuni.

Se da un lato Report realizza inchieste interessanti, dall’altro le analisi e le soluzioni siedono ancora sul piano ideologico sbagliato di un’epoca decadente e fuorviante, mentre la narrazione di Arthus-Bertrand, pur non suggerendo soluzioni dirette, mostra con estrema profondità e precisione quali sono i nostri problemi, e quindi indirettamente lascia intuire che la soluzione è nell’uscita dal capitalismo, se vogliamo cominciare a vivere come esseri umani.

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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensati, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

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Con un solo termine riusciamo a raggruppare tutti i politicanti, ed è “demagogo” che nell’etimologia della parola descrive egregiamente i capi dei nostri partiti. Tutti i personaggi politici fomentano e lusingano le passioni dei cittadini come strumento di consenso elettorale per raggiungere il potere. Una volta raggiunto il potere la demagogia è il linguaggio per conservare lo stesso al fine di controllare le masse, e garantire continuità economica alle imprese private più influenti e più potenti. E’ difficile trovare personaggi politici che non abbiano sfruttato l’ignoranza funzionale degli individui. La nostra ignoranza è la malattia sociale dell’epoca decadente e costituisce la radice del potere autoreferenziale, che trascura le diseguaglianze sociali ed economiche e si alimenta di razzismo economico chiamato capitalismo. La demagogia è utilizzata come linguaggio efficace ma è l’ignoranza funzionale la condizione di base della regressione collettiva, che ha rifeudalizzato la società e nutre la spoliticizzazione delle masse, rendendole sempre più fragili. Conseguenza della regressione culturale sono l’egoismo e l’invidia sociale che fanno parte del corto circuito dell’inciviltà, ove l’individuo, ormai isolato, è in competizione contro tutti gli altri. I dati sull’ignoranza funzionale ci dicono che sempre più persone non sono in grado di capire un discorso politico, e questo favorisce l’inciviltà e lo status quo. In questo contesto di regressione, l’élite ha saputo utilizzare il capitalismo per aumentare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. I politicanti presenti nelle istituzioni pubbliche, ovviamente, rispecchiano l’ignoranza dei popoli. Le organizzazioni politiche sono, ovviamente, frequentate da persone altrettanto incapaci e poco preparate, ma sono facilmente manovrate da una ristretta élite di persone con elevata preparazione culturale ma autoreferenziale. E’ questa ristretta élite che detiene il reale potere e utilizza gli strumenti del capitale (media, banche e risorse) per favorire se stessa e isolare le masse sempre più povere poiché private della capacità di fare analisi e auto analisi, e vivono nella frustrazione di non riuscire a migliorare la società. Buona parte di questa élite la ritroviamo nello schema classico dei pensatoi (think tank) che hanno sostituito i partiti. Tutto secondo l’approccio liberale che nasce nel mondo anglosassone e che oggi è ampiamente diffuso anche in Italia. Openpolis pubblica un piccolo dossier – Cogito ergo sum 2017 – che illustra il numero dei think tank, mentre è più difficile entrare nel merito politico studiando le proposte politiche ed etichettarle per la loro reale natura e cioè come liberali, neoliberali o eventualmente socialiste.

Secondo lo scrivente, in Italia questo problema politico e sociale assume aspetti più drammatici, poiché i ceti più poveri e isolati, coinvolti dall’esclusione politica, sono quelli che dovrebbero organizzare un’evoluzione della società, ma sono quelli fra i più contagiati dal nichilismo. Le aree geografiche più sfruttate, e quindi più legittimamente motivate e interessate a cambiare la società, come il Meridione d’Italia, sono nelle mani dello status quo. La parte geografica più ricca, semplicemente, gode delle diseguaglianze e vive sulle regole del sistema capitalista neoliberale. Solo negli ultimi anni, da Napoli e Messina sembra emergere una volontà politica avversa allo status quo, che ambisce ad iscriversi alle cosiddette “città ribelli”.  Le radici culturali per migliorare il nostro mondo si trovano nei valori presentati degli utopisti socialisti dell’Ottocento, ma il mainstrem ha saputo rimuovere chirurgicamente le idee che possono introdurre civiltà e democrazia matura in Italia. Attraverso la regressione, oltre all’identità collettiva è stata rimossa la possibilità di vivere da esseri umani poiché il capitalismo ha trasformato ogni cosa in merce e annullato l’umanità. Il sistema culturale governativo e mediatico ha saputo psico programmare gli italiani al nichilismo, svuotando la società di senso, e favorendo i mediocri come classe dirigente del Paese conducendolo nell’attuale periferia economica e stimolando l’emigrazione delle persone creative. Se a volte abbiamo l’impressione di esser governati da un manipolo di idioti, e che nel Parlamento ci siano dei cialtroni a servizio degli interessi privati (il buco nero del mondo offshore) anziché applicare la Costituzione, forse non siamo lontani dal nichilismo istituzionale, ma la domanda sorge spontanea: cosa abbiamo fatto per impedire tutto questo? Una di queste conseguenze drammatiche è l’assenza di un movimento politico capace di organizzarsi e ribaltare lo status quo.

Se ci fosse un’organizzazione politica matura e consapevole anche in Italia, il punto di partenza dovrebbe essere la formazione permanente degli adulti per affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno, ampiamente diffusa fra la popolazione italiana. La formazione politica, è l’unico modo per favorire una partecipazione politica attiva e responsabile, e per avviare un cambiamento del paradigma culturale della società. La formazione permanente degli adulti costruisce una società migliore stimolando progetti creativi socialmente utili. Indirizzando il proprio risparmio e gli investimenti in progetti bioeconomici di rigenerazione urbana, si consente di migliorare i luoghi urbani dove vive la maggioranza degli italiani. Rimettendo al centro dell’agenda politica le politiche urbane e territoriali e riorganizzando gli Enti locali osservando i sistemi locali, è possibile programmare lo sviluppo umano applicando la Costituzione, cioè tutelando il territorio e costruendo diritti a tutti i cittadini. E’ il modo migliore per praticare la democrazia e la territorializzazione dell’economia che favorisce nuova occupazione utile, e applica l’uso razionale dell’energia. E’ l’unico modo per annullare i cialtroni demagoghi che oggi si nutrono dall’ignoranza funzionale delle masse e impediscono al Paese di diventare un posto migliore, dove le persone vorranno viverci piuttosto che scappare. Dipende da noi stessi, e dalla voglia di vivere insieme in armonia perché non è un concetto astratto, ma dipende dal tipo di essere umano che vogliamo essere.

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