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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensati, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

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Con un solo termine riusciamo a raggruppare tutti i politicanti, ed è “demagogo” che nell’etimologia della parola descrive egregiamente i capi dei nostri partiti. Tutti i personaggi politici fomentano e lusingano le passioni dei cittadini come strumento di consenso elettorale per raggiungere il potere. Una volta raggiunto il potere la demagogia è il linguaggio per conservare lo stesso al fine di controllare le masse, e garantire continuità economica alle imprese private più influenti e più potenti. E’ difficile trovare personaggi politici che non abbiano sfruttato l’ignoranza funzionale degli individui. La nostra ignoranza è la malattia sociale dell’epoca decadente e costituisce la radice del potere autoreferenziale, che trascura le diseguaglianze sociali ed economiche e si alimenta di razzismo economico chiamato capitalismo. La demagogia è utilizzata come linguaggio efficace ma è l’ignoranza funzionale la condizione di base della regressione collettiva, che ha rifeudalizzato la società e nutre la spoliticizzazione delle masse, rendendole sempre più fragili. Conseguenza della regressione culturale sono l’egoismo e l’invidia sociale che fanno parte del corto circuito dell’inciviltà, ove l’individuo, ormai isolato, è in competizione contro tutti gli altri. I dati sull’ignoranza funzionale ci dicono che sempre più persone non sono in grado di capire un discorso politico, e questo favorisce l’inciviltà e lo status quo. In questo contesto di regressione, l’élite ha saputo utilizzare il capitalismo per aumentare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. I politicanti presenti nelle istituzioni pubbliche, ovviamente, rispecchiano l’ignoranza dei popoli. Le organizzazioni politiche sono, ovviamente, frequentate da persone altrettanto incapaci e poco preparate, ma sono facilmente manovrate da una ristretta élite di persone con elevata preparazione culturale ma autoreferenziale. E’ questa ristretta élite che detiene il reale potere e utilizza gli strumenti del capitale (media, banche e risorse) per favorire se stessa e isolare le masse sempre più povere poiché private della capacità di fare analisi e auto analisi, e vivono nella frustrazione di non riuscire a migliorare la società. Buona parte di questa élite la ritroviamo nello schema classico dei pensatoi (think tank) che hanno sostituito i partiti. Tutto secondo l’approccio liberale che nasce nel mondo anglosassone e che oggi è ampiamente diffuso anche in Italia. Openpolis pubblica un piccolo dossier – Cogito ergo sum 2017 – che illustra il numero dei think tank, mentre è più difficile entrare nel merito politico studiando le proposte politiche ed etichettarle per la loro reale natura e cioè come liberali, neoliberali o eventualmente socialiste.

Secondo lo scrivente, in Italia questo problema politico e sociale assume aspetti più drammatici, poiché i ceti più poveri e isolati, coinvolti dall’esclusione politica, sono quelli che dovrebbero organizzare un’evoluzione della società, ma sono quelli fra i più contagiati dal nichilismo. Le aree geografiche più sfruttate, e quindi più legittimamente motivate e interessate a cambiare la società, come il Meridione d’Italia, sono nelle mani dello status quo. La parte geografica più ricca, semplicemente, gode delle diseguaglianze e vive sulle regole del sistema capitalista neoliberale. Solo negli ultimi anni, da Napoli e Messina sembra emergere una volontà politica avversa allo status quo, che ambisce ad iscriversi alle cosiddette “città ribelli”.  Le radici culturali per migliorare il nostro mondo si trovano nei valori presentati degli utopisti socialisti dell’Ottocento, ma il mainstrem ha saputo rimuovere chirurgicamente le idee che possono introdurre civiltà e democrazia matura in Italia. Attraverso la regressione, oltre all’identità collettiva è stata rimossa la possibilità di vivere da esseri umani poiché il capitalismo ha trasformato ogni cosa in merce e annullato l’umanità. Il sistema culturale governativo e mediatico ha saputo psico programmare gli italiani al nichilismo, svuotando la società di senso, e favorendo i mediocri come classe dirigente del Paese conducendolo nell’attuale periferia economica e stimolando l’emigrazione delle persone creative. Se a volte abbiamo l’impressione di esser governati da un manipolo di idioti, e che nel Parlamento ci siano dei cialtroni a servizio degli interessi privati (il buco nero del mondo offshore) anziché applicare la Costituzione, forse non siamo lontani dal nichilismo istituzionale, ma la domanda sorge spontanea: cosa abbiamo fatto per impedire tutto questo? Una di queste conseguenze drammatiche è l’assenza di un movimento politico capace di organizzarsi e ribaltare lo status quo.

Se ci fosse un’organizzazione politica matura e consapevole anche in Italia, il punto di partenza dovrebbe essere la formazione permanente degli adulti per affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno, ampiamente diffusa fra la popolazione italiana. La formazione politica, è l’unico modo per favorire una partecipazione politica attiva e responsabile, e per avviare un cambiamento del paradigma culturale della società. La formazione permanente degli adulti costruisce una società migliore stimolando progetti creativi socialmente utili. Indirizzando il proprio risparmio e gli investimenti in progetti bioeconomici di rigenerazione urbana, si consente di migliorare i luoghi urbani dove vive la maggioranza degli italiani. Rimettendo al centro dell’agenda politica le politiche urbane e territoriali e riorganizzando gli Enti locali osservando i sistemi locali, è possibile programmare lo sviluppo umano applicando la Costituzione, cioè tutelando il territorio e costruendo diritti a tutti i cittadini. E’ il modo migliore per praticare la democrazia e la territorializzazione dell’economia che favorisce nuova occupazione utile, e applica l’uso razionale dell’energia. E’ l’unico modo per annullare i cialtroni demagoghi che oggi si nutrono dall’ignoranza funzionale delle masse e impediscono al Paese di diventare un posto migliore, dove le persone vorranno viverci piuttosto che scappare. Dipende da noi stessi, e dalla voglia di vivere insieme in armonia perché non è un concetto astratto, ma dipende dal tipo di essere umano che vogliamo essere.

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E’ dal secondo dopo guerra che osservatori, accademici, politici, e politicanti consumano parole e toni accessi, analisi e dibattiti, sull’acuirsi della crisi occupazionale e che travolge soprattutto il meridione d’Italia. Dal dibattito, spesso ci si dimentica che fu la guerra di annessione a programmare la distruzione di un’area geografica e legarla alla dipendenza di un’élite politica degenerata, ma lasciamo da parte i fatti storici per osservare il presente. Il paradigma culturale di riferimento, cioè il capitalismo, è il recinto politico e psicologico da non scavalcare, un confine immaginario ma reale che i politicanti presenti nelle istituzioni ed i media insieme non devono superare. Il pensiero dominante ha distrutto molti valori umani e trasformato le persone in individui nichilisti; l’effetto psicologico del capitalismo sull’uomo è la realtà che osserviamo intorno a noi. Gli individui sono addomesticati alla competitività, all’egoismo e al nichilismo, pronti a inseguire percorsi di accumulo del capitale per comprare merci suggerite dai bisogni indotti (pubblicità). Secondo la religione capitalista, tutto è finzione e merce da comprare, si comprano le relazioni personali, si può comprare un matrimonio così come il ruolo in società. Dovrebbe esser chiaro che in questo modello feudale, le disuguaglianze economiche sono necessarie per garantire controllo e potere all’élite capitalista, mentre i galoppini della classe borghese competono per i ruoli sociali proprio attraverso le discriminazioni economiche. La nostra esistenza è orientata alla competizione contro gli altri, carichi di invidia sociale ci isoliamo, basti osservare che conservando un basso livello culturale e vivendo nell’ignoranza funzionale non siamo padroni delle nostre scelte che sono indotte dall’ambiente: scuola, famiglia, media. Tenendo basso il nostro livello culturale, accade che gli altri decidono al nostro posto e siamo noi stessi a chiederlo spinti dalle nostre emozioni, illusi di aver fatto noi la scelta.

L’evoluzione tecnologica raggiunta dell’industria presenta un problema sociale già previsto dai liberali e anticipato in numerosi film di fantascienza, e cioè la fine del lavoro, poiché sono già realtà umanoidi capaci di sostituire i lavoratori in ogni tipo di impiego, da quelli manuali fino a quelle intellettuali. L’aspetto ridicolo degli attuali soggetti politici è che per assumere il controllo delle istituzioni pubbliche promettono di ridurre la disoccupazione, quando oggi l’industria “assume” robot per produrre merci e servizi.

Il posto di lavoro, così chiamato, è in realtà un posto di schiavitù che le persone inseguono al fine di ottenere un reddito, e comprare merci e servizi. In un sistema capitalista lo scopo reale degli individui è il reddito e non il lavoro, tant’è che il reale potere è nel controllo della moneta e nella proprietà dei brevetti utili a controllare l’innovazione tecnologica e la ricerca delle materie prime per trasformare e produrre merci. L’élite degenerata che orienta le istituzioni pubbliche e il sistema bancario accumula capitale senza lavorare ma sfruttando la schiavitù, e il regime autoritario finanziario favorito dalle giurisdizioni segrete, i famigerati paradisi fiscali.

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Il capitalismo e la teoria della dipendenza, fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, 2012.

Per superare la religione capitalista non è necessario fare chissà quali rinunce o sforzi. Come ogni religione è necessario lavorare su noi stessi rimuovendo le credenze che l’ambiente ci ha psico programmato. Se scopriamo argomenti scontati come le leggi che ci danno vita, e il fatto che possiamo fare scelte migliori usando la parte razionale del nostro cervello, allora stiamo già accettando l’idea di vivere in maniera più civile. Dal punto di vista politico, è necessario togliere alle multinazionali l’opportunità di rubare le materie prime, e poi stimolare le comunità locali ad utilizzare le attuali tecnologie per realizzare l’auto determinazione dei popoli applicando la sovranità alimentare ed energetica, ed in fine considerare la moneta come strumento di misura, riponendola sotto il controllo pubblico. Nel perseguire questo scopo politico è necessario ripensare il lavoro non più come mezzo per raggiungere un reddito ma come percorso per favorire lo sviluppo umano. Prima cambiamo i paradigmi culturali di questa società sbagliata, e prima costruiamo un futuro sostenibile. Ricordiamolo, un sistema capitalista necessità di individui che consumano, comprano e non che siano dotati di conoscenze ma solo di soldi per comprare. Nel capitalismo la relazione è lo scambio monetario. In una società umana, le persone necessitano di amore e nuove conoscenze per evolversi, la relazione è lo scambio di conoscenze e di affetti.

L’élite degenerata e i capitalisti liberali europei hanno programmato un futuro miserabile per tutti gli individui europei. Prima di tutto, è in corso d’opera l’ingresso di un “esercito industriale di riserva” proveniente dai paesi sfruttati. Questa nuova schiavitù è facilmente utilizzabile senza particolari obblighi sindacali, mentre la popolazione europea sarà addomesticata ad accettare la svalutazione salariale e un sostegno minimo per continuare a consumare le merci prodotte dall’industria. L’utilizzo dei robot nei processi produttivi sarà integrato con un percorso di educazione al nuovo posto di schiavitù utile a scambiare il tempo e la felicità umana con un reddito minimo da spendere in sprechi.

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La globalizzazione neoliberarele stimola e favorisce le migrazioni. Fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana, 2012

Per evitare questo presente e futuro a dir poco miserabile, gli esseri umani hanno l’opportunità di sfruttare il proprio potere nel costruire comunità auto sufficienti. Se nell’Ottocento queste comunità commisero l’errore di isolarsi per poi fallire schiacciate dal capitalismo, oggi le tecnologie consentono di costruire reti e connessioni per avviare comunità e modelli economici sostenibili, sia perché possiamo programmare capacità economiche autarchiche e sia perché possiamo ispirarci alla bioeconomia capace di valorizzare risorse naturali e umane. L’attuale capitalismo è soprattutto finanza che ha distrutto le capacità economiche locali mettendole in competizione fra loro. Un’inutile guerra economica senza senso. La soluzione al problema è la territorializzazione delle produzioni manifatturiere leggere sfruttando i modelli bioeconomici che creano occupazione utile, e generano ricchezze locali. Si tratta di uscire dalla dannosa religione capitalista e creare la cultura bioeconomica orientata allo sviluppo umano. Per migliorare il quadro economico delle famiglie italiane e affrontare la povertà che aumenta grazie al capitalismo, è necessario abbandonare la fede neoliberale che guida le scelte politiche di istituzioni e partiti. Non è la crescita della produttività che crea nuova occupazione, ma il cambiamento culturale che favorisce la nascita di una società diversa, non più capitalista ma bioeconomica. Solo osservando il territorio italiano (prodotti agroalimentari) e la concentrazione della popolazione nelle aree urbane si può immaginare e programmare gli impieghi utili a migliorare la qualità di vita degli abitanti (cancellare le fonti inquinanti, stimolare l’auto consumo …), dalla conservazione dei centri storici alla costruzione di una mobilità sostenibile (incentivare la sostituzione di auto circolanti con sistemi pubblici più efficienti e non inquinanti), sino alla rigenerazione della città in contrazione e alla rivitalizzazione delle comunità interne. Abbiamo ereditato un territorio ricco di storia e risorse naturali, ma allevati dalla religione capitalista che mercifica tutto, stiamo danneggiando noi stessi e gli altri poiché siamo nichilisti e isolati. Vivendo da egoisti e nichilisti non riusciamo a cogliere la possibilità di conoscere noi stessi, e di godere dei piaceri regalati dalla vita stessa.

Qui sotto sono rappresentate dall’ISTAT le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile (BES) e il grafico mostra una disuguaglianza del Paese Italia peggiore di quella economica. Le pubbliche istituzioni hanno il dovere di affrontare tali problemi sociali, ambientali ed economici, ma come ormai è noto da molti decenni, le forze politiche essendo espressione dei capricci dell’élite degenerata che professa la religione capitalista, sono incapaci e inadeguate nell’affrontare i reali problemi degli italiani. Le dimensioni rappresentano i temi che i cittadini devono conoscere per proporre una politica saggia ed adeguata. Ad esempio, nella dimensione del benessere economico sono presenti ben 10 indicatori.

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Le dimensioni del Benessere Equo e Sostenibile. Fonte immagine ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Ognuno di noi vorrebbe capire come funziona il mondo, la società e la comunità locale, ma pochissimi impiegano energie per interpretare correttamente la realtà che viviamo.

Da alcuni anni ogni cittadino che possiede competenze di base circa l’accesso a internet può farsi una propria opinione circa la complessità della nostra società leggendo gli atti pubblici. L’Istituto di statistica nazionale, l’ISTAT, pubblica tutti i dati rilevati nella nostra società, dagli stili di vita sino ai classici e obsoleti indicatori economici. I rapporti annuali sono una fonte indispensabile per iniziare a conoscere l’Italia. Per una corretta interpretazione sarebbe saggio conoscere alcune nozioni di geografia umana (geopolitica e geografia urbana), e di sociologia, al fine di non lasciarsi condizionare da un insieme di numeri, che da soli possono indurre a errori e incomprensioni. Negli ultimi anni l’ISTAT pubblica anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), un documento complesso e interessante poiché include indicatori demografici, ambientali e sociali poco considerati dalle politiche proposte dai soggetti politici. Qualunque cittadino, informato sui principi costituzionali e formato sulla geografia umana, leggendo il BES può comprendere le conseguenze delle scelte politiche, e come sia concretamente governato il Paese, la propria Regione e il proprio Comune.

L’informazione sullo stato dell’arte del nostro Paese è pubblica ma possiamo coglierla solo se il nostro cervello è capace di processare correttamente ciò che leggiamo. Facciamo un esempio: se riteniamo che il nostro Comune o il Paese Italia non siano ben governati, la responsabilità diretta è senza dubbio della classe dirigente ma tale categoria ha avuto la fiducia da noi elettori. Noi cittadini siamo responsabili in proporzione alla cultura politica che ci siamo costruiti, o nell’ipotesi più diffusa, noi siamo responsabili in proporzione alla nostra ignoranza funzionale e alla condotta morale.

Nel nostro sistema politico e sociale, la stragrande maggioranza degli italiani delega agli altri la conduzione della cosa pubblica, per poi parlar male dei politici delegati a farlo. Rimediare a questa stupida consuetudine oggi è più semplice, poiché le informazioni sono più accessibili mentre la formazione culturale dipende solo da noi stessi. Se siamo così solerti a dare giudizi sugli altri e non vogliamo più essere presi in giro, dobbiamo solo dedicare più tempo a nutrire il nostro cervello.

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In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città

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In questi mesi di scissioni politiche, certuni “politici” si stanno riorganizzando cambiando l’abito col fine di restare nel circo mediatico della politica, e continuare ad occupare una poltrona istituzionale che garantisce una sostenibilità economica personale e per la propria famiglia. E’ il tentativo di persone già “cotte” di “riciclarsi”, come si dice nel gergo giornalistico. In altri tempi si chiamava trasformismo.

Si sta chiudendo una fase politica durata circa vent’anni grazie alla presenza e alla forza mediatica di Berlusconi, sostenuto dai conservatori liberali di destra, mentre i liberali “di sinistra” sostenevano le coalizioni dei riformisti, che abdicando alla propria storia e identità politica come comunismo e socialismo, scelsero di tradire la più grande comunità di sinistra d’Europa per assecondare i capricci delle imprese private che hanno cavalcato l’ideologia neoliberale. Vent’anni di pensiero unico hanno disfatto sia i diritti e sia l’economia reale degli italiani. Di questa dissoluzione culturale oggi ne pagano il prezzo sociale ed economico anche gli elettori di destra, che non sanno cosa sia la destra, cioè il capitalismo liberale. Tutto ciò perché la maggioranza degli italiani non vota con la testa ma con la “pancia”, a causa dell’ignoranza funzionale. La reazione emotiva degli italiani è stata dannosa, sia perché il primo partito italiano è diventato quello del non voto, e sia perché una parte del dissenso è stato regalato a un soggetto politico non radicato sul territorio, senza una storia e senza un’identità culturale propria. L’effetto è che si producono danni maggiori degli altri soggetti politici per ignoranza, incapacità e inesperienza.

In un Paese sano e normale i partiti politici sono l’espressione di una cultura e di una partecipazione vera e concreta delle persone che si auto determinano, ciò è accaduto nell’Ottocento e nel Novecento ma con l’avvento della società dei consumi e mediatica, ed oggi informatica, nonostante le connessioni virtuali, le persone sono state indotte a isolarsi poiché svuotate del senso di comunità e di appartenenza. Nella società liquida contemporanea stanno emergendo e prevalendo i partiti personali, autoritari e non democratici dove gli aderenti sono consumatori, sostenitori, simpatizzanti o veri e propri soldati, per dirla col gergo corrente sono followers.

Si sta chiudendo o si è già chiusa una società industriale e il suo sistema sociale col suo modello di sviluppo. In questa fase di transizione il sistema politico non è solamente debole, ma è inesistente. La soluzione non è nel dissenso e tanto meno nella protesta ma nel riorganizzarsi per fare proposte suggerendo una nuova visione della società. Fino ad adesso, i segnali non sono solamente deboli, ma sono inesistenti. Nella nostra società ci sono le forze e le personalità consapevoli della crisi morale e politica che stiamo attraversando, ma sono tenute fuori dall’azione politica poiché sono migliori delle “facce toste”, che occupano uno spazio politico e mediatico.

Se guardiamo la storia, in periodi analoghi i popoli hanno favorito l’emergere delle dittature per poi pentirsi. Per evitare di ripetere gli stessi errori che ci condurrebbero a una società dove c’è una libertà apparente, ma si realizza la dittatura orwelliana del grande fratello, e ci siamo vicini, sarebbe saggio che le persone si riappropriassero del significato vero della democrazia, cioè il governo del popolo. La democrazia si realizza col dialogo, la curiosità e soprattutto con la cultura e l’etica. Democrazia è sinonimo di altruismo, democrazia è l’esaltazione del singolo meritevole nella collettività, cioè la vita democratica è uno stile di vita opposto alla condotta delle attuali formazioni politiche presenti nel Parlamento costruite sull’egoismo, sulla prevaricazione, sull’invidia, il conformismo e l’obbedienza dove sono selezionati i mediocri e i servili al capo. Se il nostro legislatore appare come un luogo auto referenziale è perché di fatti lo è, in quanto si è totalmente smarrito il senso e la preminenza dell’interesse generale, e ciò rispecchia la nostra società dove sono sempre meno i cittadini e sono in aumento gli individui preoccupati o occupati nel perseguire il tornaconto personale. Per ripristinare uno Stato civile è fondamentale diminuire gli individui e far aumentare i cittadini che perseguono l’assunto dell’interesse generale accanto alla dimensione etica dell’azione individuale.

E’ necessario, innanzitutto, osservare e condividere l’analisi della società attuale: aumento della povertà, insicurezza e vulnerabilità. L’attuale modello di sviluppo capitalista occidentale, organizzato da tutti i soggetti politici (di destra e “di sinistra”), ha perseguito due obiettivi drammatici: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti privati (imprese multinazionali e azionisti) ed l’aumentato delle povertà – relativa e assoluta – con l’effetto di diminuire il benessere sociale delle comunità. In tal senso, rispetto all’epoca industriale che volge al termine, i soggetti politici (di destra e “di sinistra”) non hanno sbagliato la loro missione poiché la ricchezza è aumentata notevolmente solo che non è stata distribuita alle masse, l’equivoco culturale e politico è nella Costituzione italiana e nella mentalità delle comunità. La Costituzione è rimasta inapplicata e non prevedeva l’aumento della povertà o la distruzione degli ecosistemi ma l’esatto contrario. I partiti otto-novecenteschi hanno assolto e terminato il loro ruolo di servitori della crescita della produttività delle imprese ed hanno costruito un sistema educativo, industriale e sociale a servizio del profitto di pochi soggetti, una volta era a servizio dell’élite delle monarchie di alcune famiglie, oggi è anche a servizio della finanza.

Solo oggi che i robot sono a buon mercato e stanno entrando nei sistemi produttivi, taluni dissertano del fatto che il lavoro non esisterà più, ma questo era stato ampiamente previsto grazie alle innovazioni della tecnica già ad inizio secolo Novecento, e con l’avvento dei primi computer proprio in Italia, poiché mostravano l’opportunità di produrre merci senza l’ausilio dell’uomo nelle catene di assemblaggio. Oggi i robot e gli algoritmi informatici possono sostituire persone nella logistica e nei trasporti, nei servizi militari, nel costruire un edificio, nel cucinare, nello scrivere un articolo giornalistico, nel dare consigli legali e nel fare di conto.

Mentre aumenta la popolazione mondiale e la popolazione urbana supera quella rurale, mentre aumenta la povertà in tutto il mondo e gli individui si ammassano nelle periferie degradate, sappiamo già da oggi che le imprese non assumeranno più esseri umani, ma compreranno robot per produrre merci soprattutto inutili, e che le persone acquisteranno attraverso i bisogni indotti dalla pubblicità che si riceve nelle APP degli smartphone. I soldi per comprare merci inutili – cioè i rifiuti – saranno regalati col reddito minimo. Di fronte a questo scenario miserevole piuttosto plausibile, in Italia non esiste soggetto politico pensante, autonomo e coraggioso, capace di dire la cosa più scontata e bella che ci possiamo immaginare: «uscire della religione capitalista per cominciare a vivere da esseri umani, piegando la tecnica ai bisogni delle persone e programmare la prosperità. Si può fare poiché oggi ci sono le conoscenze e le tecnologie per farlo». Solo uscendo dal piano ideologico e religioso sbagliato – il capitalismo – possiamo ripristinare la sovranità popolare e degli Stati per programmare un futuro sostenibile e prosperoso scoprendo la bioeconomia e l’etica politica. In tal senso potremmo applicare la Costituzione repubblicana.

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