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Archive for luglio 2013

La domanda non sarà quanto costa, ma ci sono le risorse per farlo? Tutta la storia delle città è condizionata dallo sviluppo del capitalismo, fino all’implosione del sistema sotto la spinta finanziaria della moneta creata dal nulla, come fosse una macchina perpetua senza tener conto dell’entropia e dei flussi di energia e di materia. L’economia del debito è arrivata al capolinea, gli Stati non potranno ripagare i debiti, e neanche sarebbe giusto farlo dato che il sistema stesso è stato creato per accentrare poteri nelle mani di pochi.

Le città possono rinascere liberando il territorio dagli scopi mercantili del capitalismo, ed oggi tutto ciò può essere fatto grazie all’innovazione tecnologica ed all’informatica a servizio dell’etica. Le regole dell’estimo e dei valori di trasformazione possono essere adeguati a nuove misure, non più prioritariamente €/m2, €/m3, ma Joule/m3. A queste nuove misure possono essere associate “nuove” consuetudini democratiche ove i cittadini possano partecipare al processo decisionale della politica per entrare nella co-gestione dei beni comuni, dalla pianificazione territoriale all’uso razionale delle risorse.

In merito alle trasformazioni urbane la convenienza di un investimento viene calcolata rispetto alla quantità di volumi edificabili (m3) moltiplicate per il valore di mercato (€/m3), cioè il consumo di risorse rispetto a convenienze di mercato. Il legislatore può azzerare i regimi immobiliari, può cambiare le regole di trasformazione rendendo conveniente riusare, rigenerare, tutelare piuttosto che crescere e vendere per speculare. Chiunque intuisce che la crescita smisurata delle città ha creato sprechi e che i flussi di energia e materie ci danno informazione utili suggerendo di investire in altre direzioni. Gli sprechi possono costituire forme di finanziamento per cancellarli.

Si tratta di cambiare i paradigmi che hanno determinato lo sviluppo delle città. Da molto tempo non è più l’industria che fa crescere le città, ma la cosiddetta vocazione terziaria dei servizi immateriali. Oggi è la contabilità pubblica che incentiva lo spreco di risorse, ma anche queste regole possono essere cambiate, così sembra dei disegni di legge che vietano l’uso di oneri di urbanizzazione per le spese correnti.

Cambiando cultura, cambiamo la domanda e gli interessi, cambia anche l’uso dei suoli e la loro destinazione, ma bisogna revisionare le regole estimative nella direzione delle ricerche sull’analisi del ciclo vita. Le nuove dimensioni ed i nuovi standard indicati nel Benessere Equo e Sostenibile suggeriscono criteri efficaci per misurare la qualità della vita, e pertanto agli standard minimi quantitativi si associano a nuove informazioni che aiutano amministratori e cittadini per capire la società odierna, e di conseguenza come agire per compiere analisi e valutazioni più mature.

Indicatori come debito/PIL e pareggio di bilancio non sono affatto efficaci, del resto come dimostrano i dati preoccupanti dell’aumento della povertà e della riduzione dei servizi minimi messi a rischio proprio da criteri, regole e indicatori obsoleti e fuorvianti, così come raccontano esperti, economisti, sociologi e psicologici di tutto il mondo, da diversi decenni. Oggi siamo arrivati alla sintesi dei nuovi indicatori, praticabili, ed adottati da diversi paesi, manca una piena legittimità politica che può e deve venire dal legislatore, dagli amministratori locali e dai cittadini.

La conservazione dei centri storici, la prevenzione del rischio sismico, la realizzazione di servizi minimi, la conservazione del patrimonio e dell’ambiente, l’uso razionale delle risorse possono essere perseguiti e raggiunti se cambiamo gli schemi e le procedure che abitualmente usiamo per trattare merci e beni comuni. Abbiamo confuso i beni con le merci ed usiamo la moneta per dare valore, confondendo il valore con prezzi e costi. Pertanto conservare il patrimonio pubblico è un valore, e non importa quanto costi, sarà sufficiente controllare la congruità del prezzi come deve accadere nella prassi; e non possiamo farci limitare da ideologie contabili sbagliate che stanno facendo aumentare la disoccupazione e fanno cadere in rovina la Repubblica, non per l’assenza di competenze e conoscenze, ma per la granitica e religiosa convinzione che il mondo debba essere governato dall’attuale sistema contabile-fiscale che ignora diritti e leggi della fisica.

Prima ci rendiamo conto della immorale e grottesca vicenda che stiamo vivendo, e prima potremmo liberare la forza creativa che restituirà dignità a noi stessi, affrontando e risolvendo i problemi che conosciamo.

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Il tema della selezione degli eletti e della loro indipendenza è un argomento tristemente ed irresponsabilmente nascosto da tutti gli attori politici e dai media tradizionali. La cronaca politica è colma di scandali, inchieste giudiziarie che raccontano la corruzione, ma l’abbondanza di queste vicende non è minimamente compensata con proposte per risolvere il notissimo problema, vecchio quanto il mondo. Non c’è dubbio che in letteratura siano state proposte soluzioni efficaci, ma gli italiani condizionati dalle proprie emozioni contrastanti si lasciano guidare dall’apatia politica.

Un politico colto, altruista, capace ed indipendente è senza dubbio pericoloso per lo status quo, ma soprattutto è una specie estinta. Gli italiani stanno correndo un grosso rischio poiché guardando quel mostro chiamato Unione Europea sembra sia possibile un ritorno alla dittatura. Attualmente stiamo vivendo un periodo feudale ove i pochi non eletti decidono per tutti. Le attuali e future generazioni staranno peggio delle precedenti, ci dicono i dati. Gli organi di distrazione di massa accelerano le regressione mentale che possiamo notare nella società. L’immaturità dei politici non è un processo spontaneo, ma un processo indotto sapientemente da chi sa influenzare le masse. Se scegliamo sempre i peggiori per rappresentarci, la colpa è nostra, mi pare evidente. Se ci rifiutiamo di partecipare direttamente la colpa è sempre nostra.

Vedrò

Per fortuna il futuro è comunque incerto, nel senso che non è determinato, e può essere scritto da noi stessi, se riuscissimo a rimuovere schemi mentali obsoleti che ci costringono a regredire piuttosto che maturare, che ci costringono a fare errori piuttosto che sperimentare nuovi modelli e crescere insieme. Prima di tutto dobbiamo affrontare la radice del problema: l’analfabetismo funzionale e di ritorno, altrimenti anche internet può essere una trappola mortale per la democrazia, anzi potrebbe favorire nuovi regimi autoritari.

Curiosità e coraggio per le sperimentazioni sono stimoli importanti, molto più importanti dell’indignazione che viene alimentata dai media poiché spesso si traduce in apatia e sfiducia. La maggioranza dei cittadini vota con la “pancia” come si dice in gergo, è questo il problema enorme della nostra società. Anziché usare la razionalità caratteristica distintiva degli esseri umani, se facciamo caso, siamo piuttosto infantili nelle scelte politiche, siamo predatori, famelici, egoisti, disinteressati, senza dimenticare che la politica è strumento di ascensore sociale e dove la selezione è fatta rispetto alla fedeltà ed ai rapporti amicali. Questo comportamento non è affatto casuale, le SpA hanno speso miliardi di parcelle per psicologi, psichiatri e pubblicitari per raggiungere questo risultato. I Governi hanno fatto di tutto per distruggere la scuola e creare cittadini addomesticabili.

Pertanto, come modificare le regole al processo decisionale della politica per favorire la nascita di questa specie estinta? (Politico colto, altruista, capace ed indipendente) Usare al meglio gli strumenti che abbiamo a disposizione: fare rete fra cittadini liberi e coordinarsi in progetti politici genuini capaci di progettare risposte ideali e concrete per migliorare la nostra vita. Dobbiamo sperimentare la democrazia e favorire gli individui eccellenti applicando il merito, e questo dipende essenzialmente dalla capacità delle masse di riconoscere i talenti, che a sua volta dipende dalla cultura degli individui. Se noi scegliamo sempre i peggiori è evidente che la cultura degli individui non è adeguata, quindi? Bisogna migliorare la cultura degli individui, ruolo tradizionale che spetta alla scuola, distrutta dai governi. Avviamo percorsi autogestiti e sperimentali per sviluppare capacità individuali e collegiali.

In questo modo potremmo imparare a valutare e far crescere le comunità per tendere a società sempre più democratiche, nel senso proprio del termine, dove i molti decidono e non i pochi e lo fanno con processi efficaci come accade in Svizzera ed altre nazioni che da tempo usano metodi partecipativi diretti. La questione morale dipende solo dalla nostra capacità di valutare le persone, non dalle chiacchiere, ma dai fatti e dai percorsi personali. La democrazia è utile a compiere scelte migliori su temi che ci riguardano direttamente, ma la democrazia rappresentativa serve a scegliere le persone, e noi italiani non sappiamo scegliere, bisogna ammetterlo. Dobbiamo riflettere molto su questo aspetto e dobbiamo introdurre criteri selettivi come le primarie, ma non quelle all’americana e non con i partiti aziendali americani dove la corruzione è stata legalizzata. Non è un caso che l’implosione del capitalismo sia partita dagli USA dato che l’industria finanziaria ha saputo farsi scrivere le leggi che desiderava per rubare ai molti ed arricchire i pochi. Consentiamo a tutti i cittadini di poter concorre alle cariche elettive regolando bene il sistema della pubblicità, della propaganda, applicando l’uguaglianza e individuando una corretta misura delle spese. Se favoriamo il confronto vero, cosa che non c’è mai stata altrimenti i galoppini non potrebbero occupare ruoli, sarà più facile valutare i talenti e successivamente giudicarli dai fatti. E’ noto che la televisione ed i giornali dominano la pubblicità politica, come si dice in gergo fanno opinione e quindi costruiscono i personaggi politici, senza quegli strumenti i partiti avrebbero difficoltà nel raggiungere gli elettori. Un caso italiano recente, interessante e controverso è senza dubbio il consenso del M5S, 8,6 milioni di italiani hanno riposto fiducia in un personaggio pubblico, già noto e credibile agli occhi dei cittadini, ma che ha fatto un campagna elettorale tradizionale, riempiendo le piazze e sfruttando l’eco dei media. L’arte teatrale a servizio di un progetto politico ha saputo raccogliere un inaspettato consenso che ha spiazzato i partiti tradizionali che non usano la comunicazione della satira per dire ciò che pensano.

Internet è uno strumento utile se usato correttamente, e le recenti elezioni ci raccontano che questo mezzo potrebbe essere usato meglio, soprattutto per applicare una maggiore condivisione delle idee ma è necessario conservare il processo selettivo dei politici a modelli più tradizionali per evitare facili brogli, poiché attraverso l’informatica è più facile compiere manipolazioni. Regole efficaci potrebbero garantire una corretta pubblicità e promuovere un diritto “nuovo”: l‘auto candidatura, consegnando al popolo un potere finora circoscritto ai partiti che siedono in Parlamento poiché, com’è noto, tutti i partiti si sono arrogati il diritto di selezionare gli eletti, il popolo è sempre stato escluso dalle decisioni, e quando si è espresso tramite un referendum ha dimostrato di pensare diversamente dai propri dipendenti che anziché fare scelte nell’interesse pubblico hanno sempre assecondato il volere dei loro padroni particolari, spesso SpA e gruppi élitari sovranazionali.

I media dicono che il Ministro dell’Economia Saccomanni potrebbe privatizzazione ENI, ENEL, e Finmeccanica. E’ una decisione presa altrove tanto tempo fa. Questi suggerimenti sono stati costruiti nei soliti think tank di ispirazione liberista che mirano a distruggere gli Stati e le Costituzioni socialiste e liberali per affermare la religione delle SpA, ampiamente sostenuta anche dall’Unione Europea.

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Le tecnologie informatiche ci consentono di semplificare molte cose e di condividere standard abbastanza utili per misurare la nostra attività antropica. L’attività edilizia è senza dubbio una delle più impattanti ed è anche quella che prima di altre ha avuto la capacità di informare i cittadini circa l’estrazione delle materie prime ed il relativo impatto dato dalla trasformazione dei materiali.

Queste conoscenze possono diminuire drasticamente il nostro peso sul pianeta e possono trasformare i nostri centri abitati, per renderli molto più comfortevoli e gradevoli, più vivibili rendendo i cittadini più felici. Addirittura potremmo coordinare la nostra attività rispettando i tempi della natura. Le materie prime che usiamo in edilizia sono molto diverse e ci sono risorse rinnovabili, mentre altre non lo sono affatto, pertanto com’è noto l’estrazione e la trasformazione non rappresentano un processo reversibile (entropia) e l’impatto rimarrà per sempre. L’attività estrattiva delle cave, ad esempio, è un danno ambientale irreversibile.

Se sommiamo l’impronta ecologica con la capacità biologica abbiamo un bilancio che ci dice se abbiamo un deficit o un surplus.

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Fonte: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia, Hoepli, 2008 pag. 62

Questi indizi ci fanno comprendere che oggi abbiamo tante conoscenze per capire come agire. Il nostro problema maggiore è l’assenza di consapevolezza fra cittadini e dipendenti politici che compiono molta fatica nel riconoscere e dare valore alle leggi della natura, mentre sono teleguidati dall’avidità della finanza globale e delle solite lobbies.

L’errore che non bisogna fare: in molti processi di contabilità ambientale sono previste delle “compensazioni”, cioè si accetta il danno, e si crede che si possa rimediare in un certo modo. Questo principio si eredità dalla cultura economicista creando l’illusione che tutto possa essere ripagato, acquistato, venduto, tutto è merce, ahimé, la natura non contempla questo aspetto poiché tutto si trasforma e nulla è reversibile. Pertanto per coordinarsi al meglio con la natura è sufficiente non fare certe cose, ciò che la natura non prevede non va fatto, semplice, così com’è sufficiente applicare il principio di precauzione.

Le istituzioni locali devono trasformarsi da ragionieri in tutori degli ecosistemi, la nostra esistenza è condizionata dai bilanci energetici della fotosintesi clorofilliana e pertanto le contabilità che contano non sono quelle finanziarie, ma tutt’altre. Bisogna ripensare le istituzioni introducendo la biologia nelle contabilità pubbliche con criteri di bioeconomia, bisogna misurare i flussi di materia e di energia.

Nei piani urbanistici si indicano densità ed indici, questi ultimi informano quanti metri cubi possono essere costruiti in un’area, e ad essi si attribuiscono un prezzo che interessa ad un soggetto privato, oppure i comuni sfruttano, per motivi di contabilità interna, gli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente, ahimé le norme lo consentono, ma in questo modo si distruggono gli ecosistemi.

All’interno dei piani potremmo immaginare di inserire indici biologici e flussi di energia attribuendo loro un valore, un interesse pubblico che ha un peso molto maggiore del prezzo di mercato. Così come potremmo svincolare la contabilità pubblica dall’attività edilizia e indirizzarla su attività virtuose, in questo modo non avremo più una macchina perpetua che cresce sempre, ma avremo un’attività che conserva un equilibrio poiché rispetta i cicli e si evolve rispetto alla memoria, rispetto al passato.

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Il legislatore può riscrivere le regole contabili e calibrare l’attività antropica ai tempi della natura, questo dovrebbe essere l’obiettivo per garantire le risorse finite alle future generazioni. Oggi, i velocissimi tempi della finanza muovono le scelte politiche e stanno distruggendo il patrimonio pubblico.

Gli standard quantitativi richiesti dall’urbanistica possono essere integrati con gli standard del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Territorio e patrimonio possono essere tutelati con adeguati strumenti di misura: analisi del ciclo vita, impronta ecologica. Il passo successivo è determinante: uscire dall’economia del debito, ripensare i criteri estimativi dando peso all’utilità sociale, e cambiare le regole di contabilità degli Enti locali per svincolare gli obblighi di bilancio dall’organizzazione e pianificazione territoriale, e ridimensionare l’influenza della finanza privata che spesso si sostituisce all’interesse pubblico. Sappiamo che il BES racchiude dimensioni ideali per raggiungere la felicità, distribuire le risorse e tendere ad una società migliore che tutela l’ambiente e privilegia le relazioni personali delle comunità.

Il legislatore deve proporre una norma organica, adeguata e ripensare i paradigmi per “costruire” gli insediamenti umani. Le regole contabili pubbliche non sono adeguate allo scopo di tutela dei diritti e del patrimonio pubblico pertanto vanno ripensate. E’ necessario prevenire la corruzione ed abbandonare tecniche che distruggono gli ecosistemi. E’ necessario che lo Stato torni a promuovere politiche monetarie ed industriali, che sviluppi controlli efficaci e impedisca al capitale privato di dubbia provenienza di avere il maggiore peso nelle scelte politiche. E’ necessario che i cittadini possano partecipare al processo decisionale della politica.

L’urbanistica è nata con uno scopo preciso: progettare strutture e servizi necessarie agli abitanti, e si misurano in ab/mq. Ogni città dovrebbe avere dotazioni minime standard. Una volta rispettati gli standard, e previsti indicatori adeguati di eco-densità, un piano urbanistico esaurisce il suo scopo, mentre molti consigli comunali, nonostante il rispetto degli standard, continuano a far crescere le città per ragioni di bilancio e/o per far riciclare denaro. Le nostre città sono state dotate di standard minimi, mentre altre non li hanno ancora, ed altre città, durante la ricostruzione post bellica, sono state costruite male per sfruttare la rendita. Una legge adeguata non dovrebbe dimenticare gli errori del passato, e non dovrebbe ignorare le reali capacità creative dei progettisti, e le tecnologie odierne che consentono di risolvere molti problemi delle nostre città. Ad esempio, vi sono aree abitate notoriamente difficili da gestire, si pensi alle periferie milanesi, romane, palermitane e napoletane, così come tante città medie mal costruite. Non è accettabile continuare a pensare che le città possano continuare a crescere, sarebbe innaturale, così come non è più accettabile monetizzare il territorio per approvare un bilancio comunale, oggi, com’è noto le amministrazioni distruggono appositamente gli ecosistemi per soddisfare i vincoli di bilancio. Non si tratta solamente di vietare che gli oneri di urbanizzazione coprano le spese, si tratta del fatto che lo Stato deve riprendersi la forza di finanziare se stesso e liberare la natura dall’assedio degli interessi privati.

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Quale membro del gruppo di studio: territorio e insediamenti umani del Movimento per la Decrescita Felice sono stato invitato ad esporre un’opinione durante l’incontro promosso dal Forum Nazionale Salviamo il paesaggio. Oggetto dell’incontro di Milano le recenti proposte di legge. Qui sotto l’intervento approfondito circa il governo del territorio.

Premessa:

Milano 12 luglio 2013_01Il problema del “governo del territorio” ha radici lontane ed ha caratterizzato il dibattito politico, tecnico e giuridico degli ultimi 70 anni, arricchito da visioni diverse e contrapposte fra loro. Le proposte di oggi suggeriscono una soluzione comune: “stop al consumo del suolo”. Condivido pienamente la sensibilità che sta dietro l’affermazione “stop al consumo del suolo”, ma ho alcuni dubbi circa la strada per raggiungere l’obiettivo che ci stiamo prefiggendo, ritengo che nonostante l’impegno annunciato l’obiettivo rimarrà solo un annuncio poiché i disegni in esame non costituiscono una proposta matura efficace rispetto all’obsoleto sistema dell’euro zona che di fatto impedisce un’evoluzione sul tema del governo del territorio. Il legislatore ha il dovere di applicare la Costituzione, e la recessione prodotta da un’ideologia sbagliata – noeliberismo – può essere l’opportunità di proporre un cambio di paradigma culturale. Oggi abbiamo le conoscenze, le tecnologie e gli indicatori corretti (BES) per misurare il benessere, ed abbiamo il dovere di restituire sovranità alle Nazioni e costruire giuste politiche industriali utili al Paese. Possiamo produrre un’evoluzione culturale e dare valore a progetti che tutelino la vita umana (prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico), queste politiche vanno sostenute con moneta sovrana a credito. E’ sufficiente cambiare il sistema euro e decretare la fine dell’austerità per dare inizio a una epoca figlia della bioeconomia.

Il merito di questo forum potrebbe essere anche quello di scrivere una proposta matura che ripensi i criteri estimativi, riveda la contabilità pubblica locale, ricordi la proposta di Fiorentino Sullo, e sviluppi l’utilità sociale degli interventi pubblici con moneta sovrana non più a debito. Durante questo periodo il legislatore dovrebbe introdurre una norma transitoria che consente a diversi Enti di uscire dal “patto di stabilità”.

Il mio intervento è ad 1:43 minuti.

Nel 2013 il tema stesso “stop al consumo del suolo” è alquanto anacronistico poiché la distruzione territorio è già avvenuta, ed è del tutto paradossale che la stessa ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) sia favorevole alla “rigenerazione urbana”, segnale evidente che il sistema è imploso, e si fanno pressioni sul legislatore non per consapevolezza o sensibilità ecologica, ma per seguire la religione della crescita e dare respiro al settore auto-imploso. In questo senso il legislatore arriva molto tardi e gli strumenti proposti non serviranno ad applicare l’articolo 9 della Costituzione, anzi c’è nelle norme vi sono strumenti che aiutano l’interesse privato usando i capitali mobili dell’industria finanziaria.

La letteratura è ricca di spunti, e rileggendo le opinioni e le soluzioni proposte sul “governo del territorio” mi è parso di cogliere un aspetto determinante del tema che oggi affrontiamo.

La proposta del Governo è condivisibile negli intenti («priorità del riuso e della rigenerazione edilizia del suolo edificato esistente, rispetto all’ulteriore consumo di suolo inedificato»), ma non capisco come i Comuni possano trovare giovamento finanziario dalla rinuncia di oneri utili al riequilibrio del bilancio obbligatorio, con «la concessione di finanziamenti statali e regionali eventualmente previsti in materia edilizia?» Nella norma governativa è molto rilevante il vincolo dei proventi dei titoli edilizi «al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico.»

In pochissimi casi alcuni piccoli comuni hanno saputo rinunciare agli oneri di urbanizzazione grazie all’uso di società Esco (Energy Service Company) pubbliche che hanno saputo abbinare una buona progettazione con gli incentivi del “conto energia”. Oggi, gli incentivi sono meno favorevoli per il raggiungimento della “parity grid”.

Urbanisti esperti, che fanno riferimento al sito Eddyburg, suggeriscono di aggirare il problema del “governo locale” proponendo come soluzione più immediata «la salvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della sua valenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita dei singoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio. In quanto tale, la relativa disciplina rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. s) della Costituzione.» Mi sembra che l’intento sia quello di ripristinare una centralità dello Stato, e credo sia implicita una critica circa l’esperienza legislativa regionale in materia urbanistica.

La proposta del WWF presenta strumenti fiscali di incentivo e disincentivo legati ai permessi per costruire o di inutilizzo dei beni immobili, e reintroduce il vincolo per gli oneri di urbanizzazione che «non possono essere utilizzati per la spesa corrente», come prevede anche la proposta governativa. La proposta suggerisce come reperire fondi, «i comuni destinano i proventi derivanti dall’elevazione dell’aliquota dell’IMU di cui al precedente comma 1  ad un fondo per interventi per la cessione al comune delle aree dismesse o inutilizzate, di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, di acquisizione e realizzazione di aree verdi o da destinare al soddisfacimento di interessi di pubblica utilità.» Il suggerimento si muove all’interno delle attuali regole contabili e fiscali e ci fa riflettere circa l’annoso problema del bisogno di moneta, e possiamo ricordare come questo sia il problema dell’area euro, e nello specifico dei paesi che hanno ceduto la sovranità monetaria privando gli Stati del principale potere di promuovere un’azione politica: stampare moneta per la pubblica utilità.

La proposta Realacci ritengo sia l’unica che contenga elementi contraddittori rispetto allo scopo di questo dibattito. Potrei essere in errore, ma appare nei suoi contenuti una legge che ricalca la logica della crescita, o meglio dell’ossimoro “sviluppo sostenibile”, ed enfatizza tutte le tecniche odierne che hanno soddisfatto la lobby delle costruzioni. Ad esempio, dalla proposta si legge questo di tipo di incentivo: «attribuzione alle aree interessate di quote di edificabilità da utilizzare in loco secondo le disposizioni degli strumenti urbanistici». Mi sembra, si adotti l’obsoleta logica che un danno ambientale possa essere ripagato con «compensazioni» e pertanto in buona sostanza il provvedimento consente il consumo del suolo. Sembra che l’iniziativa privata, con propri capitali, possa avere maggiori opportunità di creare servizi ed opere mentre l’Amministrazione debba contribuire solo aumentando al massimo le tasse locali.

La logica che sta dietro le proposte circa l’aumento degli oneri di urbanizzazione con l’intento di scoraggiare il consumo di suolo non raggiungerà l’obiettivo poiché consegnerà ai capitali mobili l’opportunità di edificare togliendola ai bisogni reali dei cittadini. Tant’è che già oggi alcune trasformazioni urbanistiche sono finanziate da capitali esteri, e da capitali “opaci”.

Nel dibattito politico contemporaneo alcuni citano la rinascita di Detroit, l’ex città dell’automobile che aveva, negli anni ’50, 1,8 milioni di abitanti e nel 2011 sono rimasti 1,1mln di abitanti. Tutti “sorpresi” da questa Amministrazione che sta recuperando suoli con progetti eco-sostenibili, tutti si compiacciono delle buone intenzioni che parlano di agricoltura e tutela dei suoli. Sembra che tutti gli osservatori italiani ignorino un fatto evidente e scontato, Detroit non è una città europea, non fa parte dell’euro zona e quindi non ha l’obbligo del pareggio di bilancio, non ha il patto di stabilità, e non si finanzia necessariamente dai mercati finanziari.

Milano 12 luglio 2013_02Mi pare di capire, ma posso essere in errore, che nessuna proposta in discussione ambisce a proporre un cambio radicale della materia estimativa dei beni immobili e dei criteri di finanza degli Enti locali, materia che ha sempre condizionato le scelte politiche di pianificazione, prima per motivi di avidità ed oggi si aggiunge anche l’obbligo del pareggio di bilancio. Ricordo che sia l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e sia l’Associazione Nazionale Piccoli Comuni Italiani (ANPCI) criticano fortemente il “patto di stabilità” imposto dell’Unione Europea. I piccoli comuni chiedono «esclusione dei comuni fino a 5.000 abitanti dal “Patto di Stabilità”.»[1]

E’ altrettanto noto che l’Italia è un “finanziatore netto” dell’Unione Europea, cioè le tasse dei cittadini che contribuiscono a finanziare l’UE rappresentano una cifra maggiore di quella che torna ai cittadini italiani come servizi ed opere, e come ciliegina sulla torta non bisogna dimenticare la scelta di finanziare il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), nonostante le note politiche di austerità abbiano danneggiato le famiglie italiane che dipendono da stipendi salariati.

Dunque focalizziamoci anche su questo paradosso, o se vogliamo su questo inganno: le tasse degli italiani finanziano un’istituzione, l’UE, che promuove una Politica Agricola Comunitaria (PAC) che aiuta il modello distruttivo dell’agri-industria e sfavorisce la cultura contadina, ignorando l’agricoltura sinergica. L’agri-industria sta distruggendo la capacità dei terreni di auto-rigenerarsi.

Il legislatore dovrebbe ascoltare idee di buon senso e curare gli interessi dei cittadini, ma dovrebbe focalizzare la propria attenzione non tanto sugli aspetti di tecnica urbanistica poiché in Italia ci sono progettisti capaci di fare meglio, ma sugli aspetti giuridici ed economici finanziari poiché questi ultimi determinano la destinazione dei suoli. Bisogna colpire gli interessi privati della speculazione urbana mirando al cuore del sistema proponendo un cambio radicale. Il problema è noto, lo stesso Edoardo Salzano (ideatore di Eddyburg), in Fondamenti di urbanistica, testo consigliato da tutte le facoltà di architettura parla di Italia SpA: «la trasformazione del patrimonio pubblico in moneta sonante per costruire infrastrutture spesso inutili e dannose»[2].

Governo e Parlamento dovrebbero fare l’interesse pubblico, prima di tutto, dovrebbero “sostituire” gli attuali indicatori, debito/PIL, con indicatori migliori come quelli racchiusi nel Benessere Equo e Sostenibile (BES). Governo e Parlamento, in sede europea e nazionale, dovrebbero proporre un cambio di paradigma culturale, e cioè “misurare” il reale benessere dei cittadini: stato psicofisico, salute, ambiente, istruzione e formazione, stile di vita, rapporti sociali, partecipazione al processo decisionale della politica, lavoro e conciliazione tempi di vita, e paesaggio e patrimonio culturale.

La storia della progettazione urbana è ricca di idee sostenibili conservate nei cassetti, poiché gli amministratori locali preferivano dare spazio a piani che sfruttassero al massimo la rendita urbana. La storia ci insegna che un bene comune come il territorio è stato considerato alla stregua di una merce privata, cioè in funzione del prezzo di mercato. Ma il concetto di valore è diverso dai concetti di costo e di prezzo, strumenti che oggi misurano le merci. Stimare significa attribuire un valore ed è un esercizio arbitrario, dipende dalla cultura e dalle intenzioni di chi determina la stima. Se oggi il pensiero prioritario dei Consigli comunali e dei Sindaci è quello di far quadrare il bilancio, altrimenti terminano il proprio mandato, mi pare evidente che la sensibilità degli amministratori non sia quella di tutelare gli ecosistemi, ma di comportarsi come dei ragionieri. Andando affondo, se i criteri di stima dei suoli oggi in uso sono tutti monetari, mi pare altrettanto chiaro che il paradigma che condiziona il governo del territorio siano la moneta e l’avidità, meglio conosciuti coi termini: speculazione e rendita immobiliare e fondiaria.

Tutti noi possiamo ricordare come nel 1962 fu boicottata la proposta di Fiorentino Sullo che sottraeva potere agli speculatori per darlo allo Stato che poteva diventare proprietario dei suoli col fine di indirizzarli ai reali bisogni dei cittadini. Lo storia insegna che anche lo Stato può essere un cattivo “progettista” e per questo motivo bisogna giudicare la qualità dei progetti, con nuovi “indicatori bioeconomici”. Il Comune di Parigi acquista alloggi in pieno centro, li ristruttura e li concede ai ceti meno abbienti con un equo canone, in buona sostanza in Francia c’è uno Stato che applica l’interesse pubblico. Parigi svolge il ruolo dello Stato così come Sullo aveva proposto.

Ritengo che per applicare meglio la Costituzione italiana, il legislatore debba incentivare il valore d’uso sociale nella pianificazione territoriale, per introdurre l’uso razionale delle risorse come metodo per valutare meglio il consumo dei suoli. Esistono diversi standard, com’è noto, l’impronta ecologica, l’analisi del ciclo vita etc. Pertanto mi pare chiaro che il problema non sia di natura tecnica, ma di natura etica, politica, giuridica ed economica.

Sappiamo bene che il Parlamento italiano aderendo ai Trattati internazionali ha tradito la Repubblica italiana poiché ha rinunciato al proprio ruolo di controllore del credito, violando l’articolo 47 e questo aspetto reca danni anche al “governo del territorio”. Amministratori e cittadini sono nelle mani dei capricci del “libero mercato”. Almeno dal 1981, anno del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, Governo e Parlamento cominciano a rinunciare all’idea di promuovere una politica monetaria ed una politica industriale per l’interesse pubblico e dei cittadini. Banca d’Italia non è più d’Italia, ma controllata da SpA private. Siamo stati consegnati a quelle SpA che coprono il valore di una “moneta debito”, più gli interessi, scambiata durante le aste dei Titoli di Stato.

Una delle tante conseguenze negative di questa rinuncia – sovranità monetaria – è che anche i Comuni pensano come le aziende private ed approvano piani urbanistici fondati sull’espansione, la crescita che aumenta il consumo del suolo agricolo, e da questi piani gli amministratori si aspettano di incassare oneri. Anche quando gli “standard minimi” (dotazione minime per abitante) sono già rispettati gli Enti applicano un giochino  molto semplice: usano il suolo agricolo come fosse una merce da vendere non un bene comune, gli attribuiscono un valore grazie al cambio di destinazione d’uso, e quel valore viene messo sul “libero mercato” per i privati che ne traggono profitto dallo sfruttamento dei diritti edificatori, delle superfici di vendita etc. Così vediamo la nascita di immensi centri commerciali, ed altri “non luoghi” che non rappresentano l’interesse pubblico, così assistiamo alla costruzione di nuovi quartieri di classe energetica A, ma che non saranno venduti poiché hanno prezzi fuori mercato.

Com’è noto l’analisi del ciclo vita non condiziona il valore dei suoli. Se la speculazione si avvale dell’energia del mostro della finanza di mercato, mi chiedo, come reperire i fondi per trasformare le città nei luoghi che un bravo progettista sa disegnare?

Ritengo che il legislatore debba intervenire per far uscire i Comuni dal ricatto dell’obbligo di pareggio di bilancio, perché questo criterio contabile aiuta la speculazione urbana costringendo gli Enti locali nel reperire risorse in ogni modo. La Corte dei Conti ci informa che alcuni Enti si sono comportati come giocatori d’azzardo tramite gli strumenti derivati pur di avere risorse immediate. Ho il legittimo sospetto che l’Italia sia il primo paese europeo per comuni firmatari del “patto dei sindaci” per il disperato bisogno di attingere ai fondi che la Banca europea degli Investimenti mette a disposizione per chi aderisce a determinate strategie di risparmio energetico. Comunque vada, dobbiamo essere felici poiché tutti questi amministratori si sono impegnati nel cancellare gli sprechi energetici.

Pertanto, a mio modesto parere, è necessario introdurre un criterio contabile opposto: il “non equilibrio di bilancio” per un periodo transitorio mirato a raggiungere un obiettivo importante: consentire di variare il proprio piano urbanistico su progetti virtuosi come il riuso, la rigenerazione urbana, l’auto sufficienza energetica con fonti alternative, il riciclo totale delle materie prime seconde, la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico.

Questi ultimi due obiettivi: prevenzione primaria del rischio sismico ed idrogeologico non sono raggiungibili con sistemi fiscali di incentivi o disincentivi, e neanche con un “conto energia”, ci vuole un pesante intervento dello Stato centrale, ma senza ricorrere all’indebitamento, ci vorrebbe una moneta sovrana a credito. Secondo una stima del Governo precedente, dell’ex Ministro Clini[3], «servono 40 miliardi per 15 anni per tutelare il territorio». Dove prendere questi soldi? Parlando ancora di soldi stanziati, il “piano città” approvava 28 progetti in 28 città diverse, che potevano usufruire di appena 318 milioni[4].

Mi sembra di capire che le strategie politiche e le buone idee non trovino il giusto apprezzamento a causa di un sistema economico condizionato da un potere sovranazionale che non sembra assecondare gli interessi nazionali. Premi nobel come Paul Krugman[5] e Joseph Stiglitz[6] criticano apertamente il sistema euro e mostrano le storture di una moneta a debito, non sovrana, poiché le Nazioni non decidono autonomamente del proprio destino. Krugman e Stiglitz dicono che il problema euro, prioritariamente, è politico per l’assenza di democrazia.

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Fonte: Paul Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, pag. III, 2013

Pertanto Parlamento e Governo modificando le regole potrebbero consentire agli amministratori locali di trarre vantaggio nell’adottare il criterio del valore d’uso sociale affinché le città diventino un bene comune, e possano essere usufruite in maniera razionale. Si tratta di uscire dal ricatto del “libero mercato” per diffondere criteri non monetari, e pianificare con criteri di valutazione più importanti affinché non si sprechino risorse finite per le future generazione, del resto come vorrebbero fare le proposte oggi in discussione, ma personalmente consiglio di perseguire una strada un pò diversa, una strada più coraggiosa e radicale.

Fino ad oggi abbiamo stabilito arbitrariamente che un uso agricolo dovesse avere minore valore monetario rispetto all’uso abitativo, ma siamo liberi di ribaltare la convenzione ed aggiungerne altre partendo dai progetti virtuosi. Così come possiamo ricordare che l’obiettivo di un Comune non è quello di far quadrare un bilancio, ma migliorare il benessere dei cittadini, questo è l’obiettivo della Repubblica italiana. E’ sufficiente affermare un “nuovo” paradigma: la moneta è solo uno strumento, non è ricchezza e gli amministratori hanno l’obbligo di rispettare i principi costituzionali al fine di tutelare l’ambiente ed il paesaggio.

In conclusione ritengo che non si debba puntare al mero “stop al consumo del suolo”, ma avere una visone più organica del problema che ha origine nell’assenza di etica delle politiche del territorio. Mi vengono in mente tutti quei comuni che ancora oggi non hanno gli standard minimi previsti per legge, non possiamo dire loro “stop al consumo del suolo”, e mi vengono in mente tanti comuni nel Nord ove gli standard minimi sono rispettati, ma i piani sembrano essere disegnati dagli industriali locali scambiando ancora una volta l’interesse pubblico con l’interesse privato. Il legislatore dovrebbe avere questo tipo di visione, avere un’idea etica e qualitativa dei piani, e stimolare l’opportunità di cambiare svincolando la creatività virtuosa dagli sciocchi criteri di contabilità fiscale. Il legislatore può introdurre criteri qualitativi come quelli suggeriti nel BES, anche consapevole del fatto che oggi le Amministrazioni possono usare standard tecnici per misurare l’uso delle risorse finite.

Il Parlamento deve ripristinare il ruolo centrale dello Stato che promuove politiche monetarie libere dal debito e dagli immorali interessi, lo Stato deve promuovere politiche industriali, e le città possono essere il luogo di sviluppo di buone pratiche amministrative, dalla partecipazione democratica alla tutela dei beni comuni; la città è un bene comune. Stiamo vivendo la fine di un’epoca e possiamo immaginare e progettare l’epoca che verrà consapevoli degli errori promossi sia da politiche liberiste che da politiche keynesiane poiché entrambe figlie della crescita infinita, la prima è per una crescita veloce “controllata” dal “libero mercato”, mentre la seconda è per una crescita meno veloce controllata dallo Stato, o per l’ossimoro “sviluppo sostenibile”. Ritengo che bisogna transitare dal fare a prescindere al saper fare, ed oggi bisogna fare meno e meglio indirizzando le politiche pubbliche negli ambiti virtuosi sopra citati che creano nuova occupazione in mestieri utili all’Italia.

Democrazia, ecologia ed economia sono sinonimi, fratelli. La bioeconomia ci informa che le azioni politiche producono danni, a volte irreversibili. Frederick Soddy (1877 – 1956) ci informa che la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia. Sole e fotosintesi clorofilliana determinano la vita su questo pianeta, non la moneta. Progettisti e tecnici possono conoscere in maniera preventiva tutti gli sprechi ed i danni da evitare tramite l’analisi del ciclo vita. In buona sostanza i pianificatori possono programmare e coordinare l’attività antropica sul territorio coi lunghi tempi della natura.

La Repubblica italiana ha tutto il diritto ed il dovere di porre rimedio alla crisi che un avido ed obsoleto pensiero politico, aumentando disuguaglianza e povertà, ha creato. Lo Stato deve intervenire sulle città per tutelare la vita umana con la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico sull’intero patrimonio esistente e questo potrà accadere solo con l’uso di una moneta sovrana a credito, piuttosto che una moneta a debito presa in prestito. Potrebbe emergere un “piano città” con “progetti definitivi” di qualità piuttosto che di quantità, un piano finanziato con moneta sovrana libera dal debito. Bisogna farlo al più presto poiché non è più accettabile l’inerzia politica rispetto al bisogno concreto di intervenire prevenendo crolli e dissesti, danni ampiamente prevedibili, e che mettono a rischio la vita umana. Nel caso specifico possiamo esser certi che non sarebbe il sisma ad uccidere, ma l’inerzia di politici inadeguati rinchiusi nel recinto psicologico dell’economia del debito che impedisce di far lavorare comunità consapevoli pronte a prendersi cura del proprio territorio. Il prezzo della politica della stupidità, quella dell’economia del debito e del pareggio di bilancio stanno cancellando i diritti inviolabili dell’uomo, e stanno mortificando la virtuosa creatività di progettisti ed imprese artigiane locali che potrebbero tutelare efficacemente l’Italia: uno dei patrimoni più importanti dell’umanità.

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