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Archive for the ‘agenda urbana’ Category

Nell’intervento precedente ho affermato che un corretto piano di rigenerazione urbana nasce dall’analisi dell’esistente, cioè misurando la morfologia dell’aggregato edilizio o tessuto urbano. La composizione urbana insegna la costruzione dell’isolato e della cellula urbana, che rappresentano l’elemento principale della progettazione urbana, scegliendo la forma e la corretta distribuzione dei servizi. Nella vecchia Europa, fino a quando si sono costruite le città, il corretto processo di fondazione di un insediamento umano rispondeva alla cellula urbana. Oggi, i principi compositivi dell’urbanistica sono adottati per rigenerare parti delle città esistenti in Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. In questi paesi si è sviluppata un’esperienza significativa sulla rigenerazione urbana, mentre in Italia troviamo esempi di riqualificazione urbana, la differenza si trova nella sostanza dei piani. La rigenerazione urbana si pone l’obiettivo di intervenire dentro le zone consolidate, anche demolendo e ricostruendo volumi esistenti, mentre gli interventi italiani si sono occupati di lottizzare aree abbandonate, come le ex aree industriali. In Italia, veri e propri interventi di rigenerazione urbana sono molto limitati. In Inghilterra, ove la nasce l’urban regeneration, il Governo costruì un’agenzia pubblica per occuparsi di rigenerazione urbana, con programmi di finanziamento e piani specifici al fine di intervenire nell’inner city. Non dobbiamo dimenticare che fra l’Italia e l’Inghilterra esiste un regime giuridico dei suoli differente; nel mondo liberale anglosassone l’interesse pubblico è prevalente, in Olanda è ancora in uso il diritto di superficie. All’estero esiste una maggiora efficacia dell’azione pubblica, una cultura della pianificazione territoriale più forte che garantisce l’interesse della collettività. All’interno di questa tradizione non esiste il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio e gli interventi privati sono piegati dall’interesse generale favorendo forme insediative e morfologie urbane migliori per risolvere problemi di degrado e disordine urbano. In Italia, esiste ancora l’istituto dell’esproprio per realizzare l’interesse pubblico ma nella pianificazione urbana, la prassi consolidata e più diffusa dagli amministratori politici è stata quella di privatizzazione il disegno urbano, consentendo agli investitori di orientare la perequazione e costruirsi i propri interventi incassando le rendite parassitarie. In Olanda, Inghilterra e Germania è lo Stato che indirizza la pianificazione dei suoli, mentre l’iniziativa privata che genera rendite è tassata, per raccogliere finanziamenti utili a costruire la cosiddetta città pubblica (scuole, ospedali, verde pubblico, biblioteche, teatri, servizi …). Il modello privatistico di agenzie di rigenerazione urbana, sorto in Inghilterra, ha trovato applicazioni diversificate in Francia, in Spagna e in Italia; nel nostro paese non esiste un’agenzia ad hoc, e negli anni ’90 il legislatore introdusse una serie di strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” per imitare i processi esistenti all’estero. La cosiddetta città moderna, realizzata fuori dall’Italia, è stata migliore perché i processi politici che coordinavano l’urbanizzazione furono gestiti da uffici competenti con piani urbani di qualità, e la classe dirigente danese, svedese, inglese, olandese abbracciò la cultura urbana e architettonica ispirata dagli utopisti socialisti, ampliandola, basti ricordare il piano Cerdà di Barcellona (1859), il piano della Grande Londra (Abercrombie, 1941), oppure il “piano delle cinque dita” di Copenaghen (1951), o il piano di Amsterdam (Berlage, 1917-40). Piani ben fatti furono presentati anche a Milano, Torino, Firenze e Roma, ma nel corso degli anni vennero edulcorati dal ceto politico e con la ricostruzione post bellica si scelse di avviare interventi speculativi. Inoltre, bisogna sapere che fino alla pubblicazione del DM 1444/68, nella maggior parte dei comuni italiani l’attività edilizia è stata completamente fuori controllo e senza piani. La licenza edilizia fu introdotta nel 1942 e l’obbligo esteso a tutto il territorio comunale avvenne solo nel 1967. Nell’Ottocento e inizio Novecento, le tipologie di intervento più incisive, cioè quelle che ambirono a risolvere problemi di igiene urbana, prevedevano demolizione e ricostruzione, diradamenti e allineamenti, e nacquero a Parigi; nel corso dei decenni successivi molte città europee pianificarono l’espansione della città con queste tecniche. Da un lato la borghesia capitalista richiedeva di vivere in luoghi migliori (Paradise planned), e dall’altro lato si riuscì a migliorare la forma urbana esistente (Londra, Vienna, Berlino, Roma). Quando nacque l’urbanistica per limitare i danni dell’industrialismo, si presentò il problema della rendita (Parigi, Londra, Berlino), e all’estero questo tema fu affrontato diversamente (Amsterdam), per contenerla e impedire che la borghesia nascente creasse altre disuguaglianze economiche e sociali, non ci riuscì in maniera efficace perché la bellezza creata dai piani fece aumentare i valori immobiliari accessibili solo ai ceti più abbienti. Solo un approccio radicale riuscì a contenere la rendita, e cioè lo Stato che condiziona il mercato, attraverso l’acquisto, la costruzione e la concessione, e questo approccio abbinato a un buon piano si è avuto in Olanda, e in Germania, ed ovviamente in Russia, agevolazioni per i ceti meno abbienti si svilupparono nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. Fra l’Ottocento e inizio Novecento, Ebenezer Howard sviluppò il modello delle “città giardino” e il piano economico adottava l’approccio delle prime cooperative edilizie, sorte dagli utopisti socialisti. Questo approccio condizionò persino alcuni comuni, ad esempio Ulm in Germania, cedette, a prezzo di costo e con mutui agevolati, le case che aveva costruito.

Tutti i piani della città moderna prevedono un disegno urbano ove il rapporto fra spazio pubblico e privato determina la qualità della città. Le forme sono condizionate dall’orografia del territorio, e sono regolari in zone pianeggianti, e organiche e irregolari in aree collinari e di montagna poiché seguono le curve di livello. Le forme regolari come rettangoli e quadrati consentono flessibilità d’uso, ad esempio Cerdà (piano di Barcellona) riprende la scacchiera ippodamea per disegnare i lotti, e l’uso del suolo prevede densità medie (o alte) con fabbricazioni aperte e chiuse allineate alla strada. Amsterdam, Berlino, Parigi si caratterizzano per la fabbricazione chiusa, cioè blocchi, mentre nei periodi recenti le nuove espansioni hanno aperto il blocco per renderlo anche poroso, cioè attraversabile e più accessibile, ma conservando l’allineamento stradale. Il Movimento Moderno che ha influenzato maggiormente la costruzione della città moderna sviluppò anche insediamenti non allineati alla strada, consentendo una moltitudine di soluzioni e variabilità di forme regolari e irregolari, con densità variabili e usi misti del suolo. Il contro altare di tali sperimentazioni è stato il famigerato zoning funzionale, adottato soprattutto negli USA per agevolare i funzionari pubblici nel preparare piani per determinare in maniera più semplice le agglomerazioni industriali e civili, e le attività da svolgere, e per consentire alla borghesia capitalista di localizzarsi nei luoghi migliori. Lo zoning ebbe anche un’interpretazione razzista. Oggi, gli interventi urbani che si limitano a costruire piccoli isolati progettano palazzine multipiano disposte a forma aperta. Anche nei piani di rigenerazione, spesso si ricorre all’uso delle forme aperte e alla cosiddetta mixité funzionale e sociale per stimolare la compresenza di una varietà di attività.

In Italia, sin dall’Ottocento e inizio Novecento, lo Stato favorì sempre una certa disuguaglianza sociale, tant’è che la borghesia poteva scegliersi i suoli migliori per costruire i propri edifici e localizzare gli alloggi dei ceti più poveri in aree periferiche, poco accessibili e senza servizi. Giunti negli anni ’90 del secolo scorso, la Repubblica decide di fare un altro passo indietro, consentendo ai privati di influenzare i piani e trasformali in piani edilizi, continuando a regalare la rendita alla borghesia capitalista. Sin dal secondo dopo guerra i partiti di maggioranza rifiutarono di adottare regole sull’accumulazione capilista generata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul rapporto fra capitalismo e città, la scuola marxista è l’unica capace di dare un’interpretazione molto efficace (Harvey) che spiega egregiamente le dinamiche economiche, sociali, l’urbanizzazione e la contrazione delle città, e integrando l’analisi con l’approccio ecologico della scuola di Vienna, possiamo interpretare al meglio il modello metabolico delle aree urbane.

I recenti interventi di rigenerazione urbana (inizio del nuovo millennio) presentano soluzioni che hanno caratteristiche comuni, mentre taluni interventi non si integrano alla città esistente poiché presentano una trama autonoma. La letteratura urbana è sterminata, presenta numerose pubblicazioni sui casi studio recenti, e quasi tutti enfatizzano la sensibilità ecologica degli interventi. Osservando questi casi che ambiscono a presentare anche architetture di qualità, ci accorgiamo della profonda distanza fra l’urbanistica realizzata in Europa (i piani urbanistici di Londra, Copenaghen, Amsterdam) e le speculazioni promosse dai piani edilizi (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Milano, Genova …) del ceto politico più inqualificabile, presente nei nostri Consigli comunali. A partire dalla ricostruzione post bellica, i comuni europei (Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Copenaghen …) hanno voluto realizzare spazi e luoghi urbani ben progettati, rispettando le tecniche di progettazione che prevedono un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e quartieri a misura d’uomo con i servizi raggiungibili a piedi e coi mezzi pubblici. Dopo diversi decenni tali quartieri ed edifici arrivano a fine ciclo vita, mentre numerose aree abbandonate dall’industria sono trasformate per inserire edifici e servizi da integrare nella città esistente. Le odierne tecnologie consentono di realizzare quartieri auto sufficienti, oltre che alzare i livelli di convivialità aumentando una varietà di attività e funzioni. In Europa, la qualità urbana e architettonica della città moderna è aggiornata dalle innovazioni progettuali. Nella maggioranza delle nostre città l’ingombrante e ignorante ceto politico rallenta l’innovazione progettuale, sottovalutando i danni causati da decenni di politiche speculative e distruttive. In Italia osserviamo l’enorme contrasto fra la straordinaria bellezza di centri storici e le schifezze di periferie costruite dall’inciviltà dei palazzinari, ma col sostegno del consenso politico dei cittadini che hanno favorito quelle maggioranze politiche, realizzando l’odierno disordine urbano. Rimediare a quei disastri è possibile, ma è fondamentale che la cittadinanza si riappropri di una sensibilità civile e civica, e cominci a conoscere l’urbanistica e l’architettura, perché i palazzinari continuano a influenzare le maggioranze politiche locali per accumulare capitali senza lavorare ma sfruttando le rendite parassitarie. Gli esempi virtuosi realizzati ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), Bed ZED (Londra, 250 ab; 1,8 ha), Ecolonia (Alphen aan den Rijn, Olanda, 800 ab; 7 ha), de Bonne (Grenoble, 2.000 ab; 8,5 ha), Bo01 (Malmö, 1.400 ab; 25 ha), Vauban (Friburgo, 5.300 ab; 38 ha), GWL Terrein (Amsterdam, 1.400 ab; 6 ha), Rieselfeld (Friburgo, 11.000 ab; 70 ha), Kronsberg (Hannover, 7.500 ab; 70 ha), Eco-Viikki (Helsinki, 1.700 ab; 23 ha), Solar city (Linz, Austria, 3000 ab; 36 ha) sono l’espressione di una sperimentazione urbana della città moderna. La maggior parte dei nuovi quartieri sono localizzati in aree dismesse industriali o militari, che sono o periferiche, o interne alle zone consolidate. La maggior parte di questi interventi si preoccupa di contenere la domanda di energia fossile utilizzando le migliori tecnologie che sfruttano fonti alternative. Un approccio conservativo della memoria storica di taluni edifici è presente negli interventi a de Bonne (gli edifici della caserma) e GWL Terrein (edifici della Compagnia della municipalità). Solar City, Kronsberg, Rieselfeld ed Eco-Viikki sono quartieri di fondazione che rompono con la trama esistente. GWL Terrein, Vauban e de Bonne sono quartieri realizzati su aree dismesse all’interno della città, mentre Solar City, Kronsberg, CasaNova (Bolzano, 3.000 ab; 10 ha) sono realizzati in aree suburbane. Solar City si caratterizza per essere un insediamento autonomo, una “città satellite”. Gli interventi sono abbastanza eterogenei per dimensione e approccio, ma condividono l’intenzione ecologica e l’applicazione di tecnologie innovative. Nonostante l’intenzione di interpretare la sostenibilità, vi sono delle contraddizioni poiché o non si inseriscono nella trama urbana esistente e non la migliorano, oppure consumano altro suolo agricolo. L’Italia, e i comuni che necessitano di interventi urgenti, possono imparare da queste esperienze europee per avviare processi urbanistici virtuosi, ma è necessario sviluppare un approccio italiano che affronta i problemi storici delle periferie mal progettate, puntando al trasferimento di volumi per riequilibrare le densità e recuperare standard. In Europa si ha il coraggio di adottare piani di grandi di dimensioni, basti pensare ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), ma se pensiamo a città come Roma, Napoli, Genova, Bari allora ci rendiamo conto che queste dimensioni sono appena sufficienti per intervenire in un solo quartiere, trascurando gli altri. E’ necessario che un’agenzia pubblica, ad esempio il CIPU, sia ben attrezzata per recepire e coordinare piani attuativi bioeconomici dei Comuni, e intervenire efficacemente nelle nostre aree urbane estese. Ad esempio, trasferire volumi significa demolire e ricostruire edifici altrove ma nel farlo i pianificatori dovranno applicare la regola compositiva della cellula urbana. Osservando i piani e rilevando la corretta composizione urbana, l’agenzia può accordare finanziamenti per i costi di demolizione e ricostruzione, rimuovendo per sempre gli errori commessi nei decenni trascorsi. Nelle periferie italiane vi sono problemi condivisi, come la marginalità sociale e l’aumento delle disuguaglianze, il degrado e disordine urbano, i carichi urbanistici mal distribuiti e l’assenza atavica di standard, servizi, e infrastrutture. Una parte dei pianificatori intende avviare e sperimentare processi di pianificazione partecipata per cominciare a coinvolgere gli abitanti e sviluppare con essi l’identità dei luoghi. Con questo approccio partecipativo, una rigenerazione degli spazi è, certamente, più efficace ma è altrettanto importante avviare un cambio di scala, per elaborare piani bioeconomici nelle città estese, superando gli attuali confini amministrativi poiché obsoleti. Con questo approccio esteso possiamo pianificare correttamente i servizi e contenere la dispersione urbana (lo sprawl) che continua a consumare suolo agricolo nei comuni limitrofi ai centri principali, e recuperare i numerosi vuoti urbani presenti lungo le vie principali, le zone frammentate, e nelle vecchie agglomerazioni industriali. Considerando gli effetti negativi della globalizzazione neoliberista e delle politiche di delocalizzative degli ultimi trent’anni, sarebbe saggio ripensare le agglomerazioni industriali per riterritorializzare attività di manifatture leggere e meccatronica nel meridione d’Italia, per ridurre la disoccupazione e programmare nuovi centri di ricerca e sviluppo di tecnologie socialmente utili.

Proviamo a immaginare un possibile intervento di rigenerazione urbana in una città media italiana e meridionale, cioè un ambiente urbano localizzato nella periferia economica d’Europa, con un alto tasso di disoccupazione e con una carenza di standard e infrastrutture. Salerno risponde a queste caratteristiche. La città assume il ruolo di comune centroide in una struttura urbana determinata dal complessa orografia del territorio, dal rapporto col mare e  con l’entroterra collinare e vallivo. L’area urbana estesa comprende ben 11 comuni, e gli agglomerati urbani si sono sviluppati nella complessità delle colline, dell valli, e della piana del Sele. Salerno vive contemporaneamente la compattezza, la densità del proprio centro con il disordine urbano realizzato nelle periferie, e la dispersione urbana lungo le vie principali di comunicazione, nelle valle dell’Irno e nella direzione dei comuni limitrofi, e collegati al comune centroide. Come tutti i comuni d’Europa, esistono edifici arrivati a fine ciclo vita, e pertanto è necessario valutare il rischio sismico; questi dati possono essere inseriti in un sistema informatico territoriale per avere una corretta gestione e programmazione degli interventi. L’area urbana salernitana soffre di affollamento nell’agglomerato centrale, con un’evidente inadeguatezza dell’armatura stradale e urbana. Questa densità eccessiva determinata da un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato, è la causa della continua congestione del centro. I quartieri hanno una storica carenza di standard nell’agglomerato urbano più vecchio e nelle ex periferie oggi zone consolidate ma densamente popolate. Questo danno urbanistico, ambientale, economico e sociale emerge dalle scelte sbagliate durante lo sviluppo dell’urbanistica all’inizio del secolo Novecento, mentre nel Nord europa prevalse l’approccio socialista, a Salerno vinse la posizione conservatrice della borghesia locale che ambiva ad accumulare capitali senza lavorare e sfruttando la rendita parassitaria. Oggi rimediare è possibile, anche se complesso e difficile, ma manca la volontà politica. Un intervento di riqualificazione è avvenuto lottizzando parte dei suoli lungo il fiume Irno e realizzando aree verdi. Un disegno urbano più efficace avrebbe coinvolto il letto del fiume stesso, con interventi di rinaturalizzazione e arredo, oltre che spazi attrezzati e demolizioni selettive di edifici arrivati a fine ciclo vita.

Velenje City center pedestrian zone promenada 2012

Riqualificazione nel corso d’acqua di Velenje City (Slovenia)-

Il limite degli interventi di riqualificazione è sempre lo stesso, si occupano delle aree libere senza toccare il degrado e lo squallore delle palazzine esistenti, frutto delle speculazioni trascorse. L’unico modo per ripristinare il corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e modificare l’armatura urbana e stradale della città di Salerno è pensare interventi di diradamento edilizio nei quartieri della speculazione, che presentano problemi d’igiene e assenza di standard. In tutte le città ove si riqualificano i quartieri, e dove esistono corsi d’acque e colline, la progettazione è quella ecologica, cioè si realizzano interventi per ripristinare luoghi prevalentemente naturali, cioè il contrario di ciò che si è realizzato a Salerno che ha lottizzato le proprie colline e cementificato il fiume. Un altro aspetto determinate per la rigenerazione è la costruzione dei servizi per abbattere le disuguaglianze territoriali, progettando i servizi mancanti, come biblioteche e centri culturali finalizzati all’aggregazione di attività indicate dagli abitanti, come le ricerche innovative e sperimentali. Le contraddizioni sono evidenti, da un lato il centro di Salerno ha un verde lungomare completato negli anni ’50 e arredato negli anni ’90, mentre a Sud dell’area orientale troviamo il disordine urbano della speculazione con palazzine costruite sulla battigia, e quartieri carenti di standard. Un’altra contraddizione è la coesistenza della compattezza del tessuto organico medioevale con la prima espansione moderna (Corso) che favorisce gli spostamenti pedonali, e la carenza di standard nella città moderna (via dei Principati, via P. De Granita, zona Carmine, via Dalmazia, via S. Mobilio …), e la dispersione urbana delle zone collinari (Sala Abbagnano, Giovi, Piegolelle, Matierno, Ogliara …) che costringe l’uso dei mezzi privati. Su queste note criticità il ceto politico locale non ha voluto cercare soluzioni sostenibili per cambiare verso, anzi ha favorito la dispersione urbana concedendo altre concessioni edilizie proprio sulle colline aumentando l’inquietudine urbana e la mobilità privata. Un intervento di riqualificazione è indubbiamente il ripristino del verde lungo tutta la fascia costiera (master plan del 1987 e mai realizzato) ma è necessario programmare le demolizioni degli edifici per ricollocarli altrove ma progettati in un corretto insediamento urbano. Questa rigenerazione bioeconomica è possibile all’interno di un piano esteso per tutti gli 11 comuni che fanno parte della stessa struttura urbana. In questo modo si possono pianificare i nuovi standard, i servizi e le infrastrutture per circa 300.000 abitanti della nuova Salerno.

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Cosa significa rigenerare una città attraverso la bioeconomia? Il concetto di bioeconomia nacque negli anni ’70, quando Nicholas Georgescu-Roegen dimostra matematicamente gli errori dell’economia neoclassica. La funzione della produzione ignora l’entropia, pertanto Georgescu-Roegen trasforma la funzione da un modello lineare di crescita continua a un modello circolare in equilibrio, copiando i processi biologici. La bioeconomia è l’ultima dimostrazione scientifica che avvalora le posizioni utopistiche sorte nell’Ottocento, quando diversi scienziati sociali e progettisti iniziarono a discutere il modello capitalista, poiché questo crea disuguaglianze, problemi economici, sociali e distruzione degli ecosistemi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

Nella cultura economica la città è uno strumento per l’accumulazione capitalista, tant’è che la stessa pianificazione, quando nasce nell’Ottocento, è piegata agli interessi della borghesia liberale. Il circuito di accumulazione capitalista si caratterizza con la produzione, le rendite finanziarie e il consumo di merci. Negli anni ’70, quando la politica delle imprese sceglie l’Asia per agglomerare la produzione, l’Occidente perde una parte importante dell’originaria vocazione industriale e le città diventano terziarie, con una serie di conseguenze economiche, sociali e ambientali.

L’aspetto contraddittorio e grottesco è proprio questo: la scienza dell’urbanistica nasce per riparare gli errori del capitalismo liberista disegnando un’uguaglianza spaziale, sociale e per favorire i diritti umani ma si realizza come una tecnica sfruttata dalle borghesie locali, ignorando le disuguaglianze economiche anziché perseguire interessi generali. Questo conflitto culturale e politico fra socialismo e liberalismo caratterizza tutta la pianificazione.

Gli utopisti socialisti erano consapevoli della cattiva redistribuzione della ricchezza capitalista, e suggerirono un miglioramento ma sottovalutarono la macchina amministrativa che si trovava, e tutt’oggi si trova, nelle mani del ceto politico, spesso autoreferenziale. I socialisti conoscevano bene il reale piano del conflitto, quello politico, e pertanto favorirono la nascita del partito come strumento per contendere il potere alla borghesia liberale, saldamente legata alle istituzioni politiche. Dopo secoli di materialismo capitalista, i problemi economici, sociali e culturali sono rimasti insoluti o persino amplificati. Le disuguaglianze hanno una dimensione territoriale e sono presenti nei quartieri delle aree metropolitane, nei Sistemi Locali delle città medie e nei Sistemi Locali rurali in stato di abbandono. Continuando a leggere il territorio col paradigma materialista non risolveremo alcun problema, pertanto è fondamentale uscire dal piano ideologico sbagliato. Attraverso il piano bioeconomico ci accorgiamo che le città sono sistemi metabolici con flussi di energia in ingresso e in uscita, questa semplice osservazione della realtà ci permette di introdurre un miglioramento che cambia il governo del territorio. L’approccio bioeconomico ha poi ampliato la sua visione riprendendo i temi sociali, e ricordando la tutela dei beni comuni sostenuta dalla scuola territorialista; tutela già presente nella Costituzione repubblicana.

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La cellula urbana.

L’obiettivo della rigenerazione urbana bioeconomica è usare razionalmente l’energia consentendo agli uomini di vivere in armonia con la natura, si tratta di un approccio scientifico più civile del nichilismo economico. Questo obiettivo si persegue predisponendo una corretta analisi del territorio e dei sistemi urbani, un adeguato monitoraggio della morfologia dell’assetto urbano esistente; una lettura circa la conformazione dello spazio pubblico; il rapporto fra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi; infine le caratteristiche climatiche e ambientali del sito, le funzioni e molto altro. E’ la realtà che suggerisce l’intervento di rigenerazione finalizzato a costruire luoghi urbani che abbiano un senso per lo sviluppo umano. Da circa trent’anni le istituzioni politiche occidentali hanno promosso progetti di recupero e rinnovo urbano, riqualificazione e rigenerazione, con risultati anche contraddittori, poiché a volte hanno aumentato le disuguaglianze, anziché ridurle. In generale e nel mondo attuale, le Amministrazioni territoriali e locali cavalcano la globalizzazione neoliberista per accentrare maggiori capitali, ciò accade per le città regioni e le città globali che agiscono come motori della produzione capitalista. Le città diventano prevalentemente terziarie in Occidente mentre sono industriali in Asia. Le imprese e le banche prediligono l’approccio neoliberista poiché consente loro un accentramento del capitale mai visto prima, questo produce danni sociali e ambientali mai visti prima, col ritorno alla schiavitù. Fino a quando cittadini e ceto politico non si riprenderanno il controllo democratico delle istituzioni, le disuguaglianze continueranno a crescere, e diversi territori resteranno in uno stato di abbandono. Dal punto dei vista delle conoscenze tecnologiche, oggi pianificatori e progettisti hanno tutti gli strumenti per applicare progetti bioeconomici, rimane irrisolto il conflitto politico e giuridico, poiché in Italia ha prevalso l’egoismo trascurando i principi e i valori costituzionali. Ai vecchi problemi se ne aggiungono altri, dalla mancata riforma sul regime giuridico dei suoli e le rendite parassitarie, alla formazione della nuova armatura urbana italiana non governata, poiché costituita da comuni centroidi con le loro conurbazioni che formano città estese ove riscontriamo le disuguaglianze sociali e di riconoscimento. E’ necessario che il ceto politico restituisca sovranità allo Stato riducendo il ruolo del mercato, si tratta di applicare la Costituzione, perché la strada ideologica finora perseguita ha visibilmente aumentato la povertà soprattutto nel meridione d’Italia, ha distrutto economie locali e ridotto le istituzioni politiche a camere di registrazioni di decisioni prese altrove. Il ceto politico autoreferenziale ha sospeso la democrazia rappresentativa favorendo il riemergere di una società feudale, forgiata su rapporti di vassallaggio. In termini pratici le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste, e contemporaneamente realizzare un cambio di scala delle amministrazioni locali e avviare piani regolatori generali bioeconomici per governare razionalmente il territorio, recuperare i centri storici e rigenerare le zone consolidate. E’ importante governare correttamente le agglomerazioni industriali e produttive riterritorializzando attività e funzioni per ridurre la dipendenza dal sistema globale neoliberista. La realtà mostra che il mercato pianifica attività basandosi sul tornaconto egoistico. Per ridurre la povertà prodotta dal capitalismo liberista, lo Stato deve tornare a pianificare l’economia ma questa volta con l’approccio bioeconomico, e quindi costruire i luoghi e gli spazi ove cittadini, associazioni, istituzioni culturali possono incontrarsi e progettare la costruzione di attività virtuose e utili allo sviluppo umano, la conservazione del patrimonio, la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia stimolando la produzione di manifatture leggere con tecnologie sostenibili.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado di urbanizzazione in Italia.

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In diversi appunti pubblicati su questo diario on-line, ho più volte espresso idee sul governo del territorio e la necessità di adottare un’unica agenda urbana bioeconomica. L’anno scorso, l’ISTAT pubblica un interessante documento per aggiornare i dati sull’urbanizzazione presente in Italia, e in generale per riconoscere la trasformazione dell’armatura urbana italiana, ormai consolidata, ma non governata. Anche il nostro istituto di statistica riconosce la necessità di una visione sulle nostre aree urbane, e denuncia l’assenza di un’agenda urbana italiana, mentre altri Paesi e organizzazioni discutono e propongono specifiche soluzioni su temi generali legati alle città. Dovrebbe apparire evidente che questa inerzia delle istituzioni politiche produce danni, mentre si ha l’impressione che l’idea dei nostri politici sul governo del territorio, sia la totale deregolamentazione a favore dell’ideologia neoliberale che applica la mercificazione di ogni cosa, e privatizza i processi decisionali politici per favorire gli interessi delle imprese private e degli investitori. Dal punto di vista del territorio, cosa significa urbanizzare e quali sono gli effetti? Le istituzioni politiche italiane smettono di pianificare l’economia e sottovalutano il governo del territorio favorendo le disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento, e infine trascurano un’efficace manutenzione dell’ambiente costruito lasciando che l’incuria faccia insorgere danni e morti, oltreché chiudere gli occhi sul famigerato fenomeno criminale dell’abusivismo edilizio. Nel corso dei decenni, la maggioranza degli amministratori ha adottato una condotta politica contra legem: non prendersi le responsabilità delle proprie scelte deregolamentando i processi, cioè Sindaci e Consiglieri lasciano fare ai soggetti privati, i quali sono ben lieti di influenzare le scelte di localizzazione e persino gli indici urbanistici. Questo aspetto è notoriamente fuori legge perché di competenza dei Comuni obbligati a fare gli interessi generali. La maggior parte dei Consigli regionali e comunali “affrontano” la manutenzione degli agglomerati urbani con logiche speculative sottovalutando la realtà dei problemi quali: il ciclo vita degli edifici, il rischio idrogeologico, il rischio sismico, il consumo di suolo agricolo, il degrado urbano in taluni quartieri e la povertà presente in determinate periferie con i noti fenomeni di criminalità. Una priorità politica dunque, è la riduzione delle disuguaglianze, e queste si concentrano sia nelle aree metropolitane e sia nei sistemi rurali in abbandono. L’aspetto contraddittorio è che, mentre le aree urbane concentrano ricchezza, questa non è affatto ridistribuita, pertanto esistono quartieri della marginalità con grandi problemi di inclusione sociale. Nel paradigma capitalista, le aree rurali non riescono a generare ricchezza come quelle urbane, e sono toccate dal fenomeno dell’abbandono. Entrambi gli ambiti territoriali – urbani e rurali – sono toccati dalla marginalità, dal disagio economico, e dalla vulnerabilità sociale e materiale. Il 33,8% (3,2 milioni) degli abitanti nelle aree urbane vive in uno stato potenziale di disagio economico. La maggior parte della popolazione italiana è si concentrata nelle aree urbane, e l’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali, si tratta di sistemi urbani e funzionali rispetto al lavoro che hanno generato nuove forme urbane estese e frammentate. In queste nuove città troviamo sia il disordine urbano e sia veri e propri vuoti urbani. I Sistemi Locali principali  sono 21 (Roma, Milano, Napoli, Torino …); le città di media grandezza sono presenti in 86 Sistemi Locali, ed il resto, è rappresentato da 504 Sistemi delle aree rurali che sono sempre più abbandonate favorendo l’aumento del rischio idrogeologico. I Sistemi locali poi si dividono in attrattivi e perdenti (che cedono abitanti), mentre in quelli metropolitani e in quelli perdenti troviamo le disuguaglianze di riconoscimento che sono in aumento grazie alle politiche globali neoliberali. In questi contesti difficili, le persone escluse hanno sfiducia nelle istituzioni, e si sviluppano movimenti politici autoritari e intolleranti. Nei luoghi della marginalità, cioè i non luoghi, le persone escluse reagiscono anche con stili di vita illegali, ed è in questi contesti che la micro criminalità mette radici. Decenni di politiche neoliberaliste hanno prodotto tali problemi poiché è venuto meno il mandato costituzionale che chiede di costruire uno Stato sociale. Il ceto politico è del tutto autoreferenziale e conservativo dello status quo a trazione capitalista, ed a partire dagli anni ’80 ha smesso di promuovere politiche pubbliche socialiste. Questo ceto élitario non ha una visione culturale come la pianificazione bioeconomica per i Sistemi Locali, perché preferisce l’approccio liberista che oggi applica lo slogan dell’economia delle conoscenza. Gli amministratori locali adottano politiche urbane seguendo l’approccio dell’economia della conoscenza che alimenta disuguaglianze fra i vari Sistemi Locali, poiché favorisce la concentrazione dei capitali presso i centri principali e le cosiddette città globali. Si tratta di un approccio più competitivo, e questa scelta ha innescato l’aumentato delle disuguaglianze economiche fra i territori. Il passaggio dall’economia pianificata all’economia liberista ha messo da parte la pianificazione, favorendo attività che generano rendite e speculazioni edilizie. E’ storia che nel 1962, il legislatore scelse di ignorare la famosa proposta di Fiorentino Sullo che riformava il regime dei suoli per consentire, finalmente, allo Stato di applicare l’interesse generale, come già facevano i paesi scandinavi, Olanda, Germania e Inghilterra. Una testimonianza drammatica della linea neoliberale è la recente approvazione della nuova legge urbanistica in Emilia Romagna, che ha profili di illegittimità poiché contra legem (avversa ai principi della legge urbanistica nazionale) e persino incostituzionale. Mentre il ceto politico italiano sottovaluta i temi urbani o addirittura strumentalizza i problemi del degrado urbano con Commissioni ad hoc; da decenni, nei Consigli  degli Enti locali si è affermata la consuetudine nel rinunciare alla pianificazione urbanistica anziché applicare la Costituzione. Accade che gli attori privati sono invitati a fare i propri interessi stimolando processi di accumulazione del capitale, ma a danno della collettività, sia perché si adottano trasformazioni del territorio espressione delle speculazione edilizia, e sia perché tali processi avviano fenomeni degenerativi come la gentrificazione, oltre il consumo di suolo agricolo e lo sprawl. In buona sostanza la maggioranza dei comuni italiani non adotta piani urbanistici ma piani edilizi, la differenza è sostanziale si tratta di scelte politiche che ignorano i problemi delle città per favorire gli interessi speculativi.

Osservando il nostro territorio, e soprattutto le strutture urbane, oggi sappiamo che non esistono più le città che tutti noi consideriamo, ma esistono nuove città costituite da comuni centroidi saldati alle loro conurbazioni. Il problema amministrativo è che tali strutture urbane non sono governate da un unico comune, ma dai comuni costituiti dal centroide e dagli altri limitrofi. Infine, il problema culturale del ceto politico che non adotta piani regolatori generali bioeconomici capaci di vedere le strutture urbane come sistemi metabolici, e i suoi territori come bio regioni urbane, secondo le indicazioni della scuola territorialista; ma si continua a stimolare sia il consumo di suolo con la dispersione urbana e sia l’aumentano dei carichi urbanistici anche negli spazi dove non è affatto necessario, tutto ciò perché è sparita l’urbanistica.

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ISTAT popolazione per tipologia di località abitativa

ISTAT, 2017

L’urbanizzazione viene in genere definita principalmente in relazione a due categorie interpretative: da un lato quella demografica, legata a fenomeni quali l’aumento della popolazione nella aree definite urbane e la proportion urban, dall’altro quella territoriale, basata su indicatori quali il consumo di suolo, la diffusione e la concentrazione. Su queste due direttrici si e sviluppato gran parte del dibattito teorico che, nel tempo, ha cercato di definire, misurare e interpretare le dinamiche dell’urbanizzazione, dando luogo alle diverse accezioni con cui viene descritto l’urbano. Sebbene questa impostazione sia in fase di superamento, spesso l’urbanizzazione è stata associata al processo di trasformazione del territorio da rurale a urbano, allo sviluppo dei centri abitati e alla concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Il tasso di urbanizzazione infatti si può misurare calcolando il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale, anche se va distinto dalla crescita urbana (urban growth), che invece si riferisce solo alla crescita demografica della popolazione che risiede in aree urbane, e non all’espansione fisica. Il grande interesse nei confronti dell’urbanizzazione e, più in generale, dell’urbanità, è dovuto alle dimensioni del fenomeno su scala globale, dato che il 50 percento della popolazione vive nelle città e il trend è in costante crescita. Si prevede infatti che da adesso al 2030 ci saranno più di 41 mega-city (città con più di 10 milioni di abitanti) e che il 64 percento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane nel 2050 (Un 2015). Praticamente si assisterà a un totale ribaltamento delle proporzioni rispetto al 1950, quando la popolazione urbana costituiva un terzo di quella globale.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, lasciando una miriade di capannoni vuoti e l’aumento della disoccupazione. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Lo schema si caratterizza per disuguaglianze e sottosviluppo: i Paesi “centrali” pianificano agglomerazioni industriali, quelli “periferici” cedono attività. Negli USA, paese centrale, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, i Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali hanno prevalso a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone non sono rispettati. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane governate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio di questo processo e la realizzazione di questo approccio produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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Siamo già in campagna elettorale e dal dibattito pubblico manca un tema fondamentale per gli italiani: “l’agenda urbana e territoriale“. Il governo del territorio è sparito da qualsiasi agenda politica dei partiti italiani, e i danni causati dall’inerzia delle istituzioni politiche si ripercuotono sulla vita degli abitanti. Il massimo che riesce a divulgare la propaganda dei politicanti italiani è accennare interventi specifici come l’energia, la mobilità, convinti che ciò li aiuti a millantare una sensibilità, una competenza; si tratta di mera cialtroneria. Il nostro ceto politico è completamente inaffidabile e poco credibile. Frane, alluvioni, terremoti, consumo di suolo, degrado urbano e ciclo vita degli edifici, gestione urbana, sistemi locali, patrimonio storico, abusivismo e speculazioni immobiliari sono alcuni temi e problemi determinanti per l’Italia, e puntualmente sottovalutati dalla classe dirigente e da tutti i partiti. Morti e danni causati dal sisma sono impressionanti e spesso rimangono insoluti. L’aspetto drammatico sta nel fatto che le istituzioni sembrano ignorare la realtà: edifici e infrastrutture crollano ed è obbligatorio intervenire; ad esempio in Cina programmano la sostituzione delle infrastrutture, così come la normale manutenzione e ricostruzione. In Italia, non si capisce perché i cittadini continuano a trascurare se stessi dando legittimazione a una classe dirigente egoista e pericolosa. La risposta seria è la pianificazione territoriale e urbanistica, così come le conoscenze per intervenire. Da troppi anni Stato, Regioni e Comuni hanno rinunciato alla pianificazione preferendo privatizzare i processi decisionali e scegliendo l’edilizia al disegno urbano. L’inconsistenza della nostra classe dirigente, passata, presente e futura è a dir poco sconfortante e degradante. L’umanità si concentra nelle aree urbane (megalopoli, città regioni, aree urbane estese) e organizzazioni sociali, politiche (ONU, governi, accademie, enti territoriali) immaginano come gestire questo processo attualmente in corso; ognuno con una propria agenda urbana attenta soprattutto agli interessi degli investitori, e molto meno agli interessi delle comunità che vivono in condizioni di degrado. Può apparire assurdo ma l’unica classe dirigente che ignora completamente il fenomeno in corso è quella italiana. Tutti i partiti politici presenti in Parlamento non hanno minimamente accortezza e consapevolezza della questione urbana, in generale, e tanto meno della trasformazione avvenuta nel nostro Paese. L’armatura urbana italiana è costituita da nuove città caratterizzate da “aree urbane estese” e “città regioni”, ma sono ancora amministrate da vecchi e obsoleti confini comunali, da riperimetrare nuovamente osservando i comuni centroidi e le loro conurbazioni. La maggioranza della popolazione italiana vive in “aree urbane estese”, e ciò non significa proprio nulla per chi amministra le istituzioni politiche. Siamo di fronte a una vera malattia psichica dei “nostri” politici poiché risultano inutili e dannosi. La nostra Accademia, ovviamente, produce studi e letteratura sulle città ma la realtà e le ricerche sembrano sparire nel nulla quando le istituzioni politiche, in attuazione alla nostra Costituzione, devono programmare la gestione del nostro territorio, nonostante gli evidenti problemi connessi al rischio idrogeologico e sismico, oltre alla necessità di tutelare il patrimonio esistente e rigenerare le zone consolidate delle nostre città.

Abbiamo le conoscenze e l’opportunità di aggiustare le città ma una classe politica inerte di fronte al dovere di applicare l’interesse generale impedisce l’evoluzione sociale. Bisogna capire in che percentuale pesano: stupidità, avidità ed egoismo.

Se avessimo una classe politica normale, che applica la Costituzione e quindi non eccezionale, dovrebbe porsi come priorità l’analisi delle “aree urbane estese”, e poi adottare un piano nazionale di rigenerazione territoriale e urbana interpretando correttamente la bioeconomia. In questo modo, e in un sol colpo si affronterebbero i problemi occupazionali, ambientali, sociali ed economici. E’ questa la politica industriale che serve all’Italia e soprattutto al meridione per ridurre le disuguaglianze pianificate dai Governi passati. Il nostro è il Paese con la maggiore concentrazione di patrimonio storico riconosciuto dall’UNESCO, ma non tutela il territorio per l’inconsistenza culturale della propria classe dirigente e per colpa di noi elettori gravemente ammalati di ignoranza funzionale. Il Governo avrebbe anche un Comitato interministeriale per le politiche urbane ma è depotenziato e reso inutile.

Per uscire dal nichilismo della classe politica è necessario che il tema “agenda urbana bioeconomica” diventi argomento di dibattito pubblico, fra esperti e cittadini. Viviamo nelle città ma non sappiamo cosa siano, ne subiamo i difetti, i vizi, l’inquinamento e non riusciamo ad aggiustarle. Come sistema Paese abbiamo le conoscenze e gli esperti per rimediare ma non li coinvolgiamo nella fase attuativa della trasformazione, anzi, spesso le istituzioni locali strumentalizzano le loro conoscenze, per poi scegliere progetti speculativi. Come cittadini ignoriamo i processi urbanistici e lasciamo che i nostri amministratori locali decidano per tutti, ma spesso i Consigli comunali favoriscono gli interessi degli immobiliaristi e degli speculatori recando danno alla collettività.

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rigenerazione-urbana-bioeconomica

L’Ottocento è il secolo ove si sono sviluppati i modelli culturali e industriali della modernità e quest’epoca è ancora in corso d’opera nonostante la si possa superare facilmente grazie all’evoluzione della società, percorrendo la strada bioeconomica. Mentre il capitalismo si manifestava per ciò che è realmente: avidità di pochi contro i popoli, disuguaglianze sociali ed economiche, e distruzione della natura; si sviluppavano anche idee per stimolare la nascita di modelli sociali più virtuosi e civilmente responsabili. Grazie all’immensa opera di Marx che spiegava in maniera dettagliata l’inciviltà del capitalismo, molti pensatori riuscirono ad attrarre investimenti e progetti per sperimentare modelli alternativi. Fra l’Ottocento e inizio Novecento vi furono molti esempi concreti, ma dopo la seconda guerra mondiale tutto l’Occidente fu velocemente colonizzato dal pensiero dominante neoliberale, attuando un capitalismo di rapina simile alla società feudale caratterizzata dalla divisione di classe non più in base al lignaggio familiare, ma in base all’accumulo di capitale. Una borghesia di oligarchi capitalisti controlla il pianeta. La vittoria più straordinaria ottenuta da questa classe dirigente degenerata è far credere ai popoli che il capitalismo sia l’unica ideologia possibile. Ciò è avverabile grazie all’ignoranza funzionale delle masse.

All’inizio di questo millennio, dove ormai la tecnologia a disposizione della specie umana è a dir poco fantascientifica, le comunità che corrispondono alle aree urbane estese possono programmare e finanziarie sistemi sociali, alimentari ed energetici ispirati ai modelli degli utopisti dell’Ottocento, e cioè sistemi anarco comunisti ove i cittadini possono gestire le risorse fondamentali del territorio in maniera razionale. Si tratta di applicare il principio di democrazia economica previsto dalla Costituzione, e in termini culturali significa applicare il socialismo e consentire ai cittadini di appropriarsi degli strumenti del capitale per ridistribuire ricchezza. Se fino ad oggi, i cittadini non sono ancora diventati proprietari e gestori, insieme allo Stato, delle proprie infrastrutture locali, è perché le forze politiche, abbracciando il liberalismo, hanno preferito affidare tali infrastrutture alla borghesia liberista, cioè a una ristretta élite per concentrare la ricchezza nelle mani dei pochi anziché distribuirla ai molti.

Questo approccio politico libertario (comunista) è il terrore dell’élite degenerata che oggi è ampiamente rappresentata in tutte le istituzioni politiche, dall’Unione europea, passando per i Governi di tutti i Paesi aderenti all’euro zona, fino a tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni. Se i cittadini fossero consapevoli delle possibilità concrete, grazie alle tecnologie di oggi, nel diventare produttori e consumatori di energia e soprattutto gestori del territorio, allora si potrebbe realizzare la più grande rivoluzione politica mai vista in Occidente, poiché molti livelli istituzionali perderebbero il proprio peso politico e mediatico. E’ facile osservare che nessun partito politico parla di questa possibilità perché toglie potere ai livelli istituzionali centralizzati come i Comuni, Provincie, Regioni e Parlamento, UE, per dare potere e controllo a sistemi istituzionali che si integrano a forme di democrazia partecipativa e diretta, cioè modelli simili ai Cantoni svizzeri ove il peso della sovranità popolare è maggiore, ed è più garantito.

Realizzando un cambio di scala, oggi le aree urbane estese possono essere amministrate da un unico organo territoriale rappresentativo che può adottare un piano bioeconomico territorializzando funzioni e attività per stimolare una rigenerazione capace di creare nuova e utile occupazione. Si tratta di approcci e modelli che restituiscono autonomia e sovranità alle comunità locali poiché si riduce la dipendenza economica dal sistema globale neoliberale. Si tratta di superare il modello culturale neoliberista per entrare in un piano culturale capace di valorizzare i territori partendo dalle risorse esistenti. L’obiettivo non è più la competitività ma la realizzazione dello sviluppo umano in armonia con la natura. Questo percorso si avvia analizzando il territorio, le proprie peculiarità, la storia, l’identità, con l’approccio della scuola territorialista che suggerisce la bioregione urbana e ponendosi l’obiettivo di abbattere le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. In sostanza nei territori ove c’è la disoccupazione è necessario avviare, per tutti indipendente dall’età, percorsi formativi suggerendo la rigenerazione dei territori che abbisognano di numerose professionalità, dalle più umili alle più qualificate, dall’agricoltura naturale alla progettazione, con l’impiego delle migliori tecnologie sostenibili.

L’attuale sistema politico è concretizzato in un modello gerarchico capitalista, ove la concentrazione di capitale nelle mani di pochi ricatta popoli e Governi, si tratta di una gerarchia feudale poiché le relazioni coincidono col vassallaggio. Il modello opposto è una rete democratica dove non esiste la produzione di massa di merci inutili, e lo scambio è basato sulla reciprocità e non sull’accumulo.

sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali, ISTAT.

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Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali e l’uso razionale del territorio sviluppando processi di auto coscienza dei luoghi, come insegna la scuola territorialista. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale del capoluogo, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti, poi riclassificato dall’ISTAT in 17 comuni. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate, o realizzando un cambia scala costituendo un unico comune, o con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare l’attuale struttura urbana come un unico sistema metabolico, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Si tratta di scelte politiche capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%) riducendo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

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