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Archive for the ‘agenda urbana’ Category

Siamo già in campagna elettorale e dal dibattito pubblico manca un tema fondamentale per gli italiani: “l’agenda urbana e territoriale“. Il governo del territorio è sparito da qualsiasi agenda politica dei partiti italiani, e i danni causati dall’inerzia delle istituzioni politiche si ripercuotono sulla vita degli abitanti. Il massimo che riesce a divulgare la propaganda dei politicanti italiani è accennare interventi specifici come l’energia, la mobilità, convinti che ciò li aiuti a millantare una sensibilità, una competenza; si tratta di mera cialtroneria. Il nostro ceto politico è completamente inaffidabile e poco credibile. Frane, alluvioni, terremoti, consumo di suolo, degrado urbano e ciclo vita degli edifici, gestione urbana, sistemi locali, patrimonio storico, abusivismo e speculazioni immobiliari sono alcuni temi e problemi determinanti per l’Italia, e puntualmente sottovalutati dalla classe dirigente e da tutti i partiti. La risposta seria è la pianificazione territoriale e urbanistica. Da troppi anni Stato, Regioni e Comuni hanno rinunciato alla pianificazione preferendo privatizzare i processi decisionali e scegliendo l’edilizia al disegno urbano. L’inconsistenza della nostra classe dirigente, passata, presente e futura è a dir poco sconfortante e degradante. L’umanità si concentra nelle aree urbane (megalopoli, città regioni, aree urbane estese) e organizzazioni sociali, politiche (ONU, governi, accademie, enti territoriali) immaginano come gestire questo processo attualmente in corso; ognuno con una propria agenda urbana attenta soprattutto agli interessi degli investitori, e molto meno agli interessi delle comunità che vivono in condizioni di degrado. Può apparire assurdo ma l’unica classe dirigente che ignora completamente il fenomeno in corso è quella italiana. Tutti i partiti politici presenti in Parlamento non hanno minimamente accortezza e consapevolezza della questione urbana, in generale, e tanto meno della trasformazione avvenuta nel nostro Paese. L’armatura urbana italiana è costituita da nuove città caratterizzate da “aree urbane estese” e “città regioni”, ma sono ancora amministrate da vecchi e obsoleti confini comunali, da riperimetrare nuovamente osservando i comuni centroidi e le loro conurbazioni. La maggioranza della popolazione italiana vive in “aree urbane estese”, e ciò non significa proprio nulla per chi amministra le istituzioni politiche. Siamo di fronte a una vera malattia psichica dei “nostri” politici poiché risultano inutili e dannosi. La nostra Accademia, ovviamente, produce studi e letteratura sulle città ma la realtà e le ricerche sembrano sparire nel nulla quando le istituzioni politiche, in attuazione alla nostra Costituzione, devono programmare la gestione del nostro territorio, nonostante gli evidenti problemi connessi al rischio idrogeologico e sismico, oltre alla necessità di tutelare il patrimonio esistente e rigenerare le zone consolidate delle nostre città.

Abbiamo le conoscenze e l’opportunità di aggiustare le città ma una classe politica inerte di fronte al dovere di applicare l’interesse generale impedisce l’evoluzione sociale. Bisogna capire in che percentuale pesano: stupidità, avidità ed egoismo.

Se avessimo una classe politica normale, che applica la Costituzione e quindi non eccezionale, dovrebbe porsi come priorità l’analisi delle “aree urbane estese”, e poi adottare un piano nazionale di rigenerazione territoriale e urbana interpretando correttamente la bioeconomia. In questo modo, e in un sol colpo si affronterebbero i problemi occupazionali, ambientali, sociali ed economici. E’ questa la politica industriale che serve all’Italia e soprattutto al meridione per ridurre le disuguaglianze pianificate dai Governi passati. Il nostro è il Paese con la maggiore concentrazione di patrimonio storico riconosciuto dall’UNESCO, ma non tutela il territorio per l’inconsistenza culturale della propria classe dirigente e per colpa di noi elettori gravemente ammalati di ignoranza funzionale. Il Governo avrebbe anche un Comitato interministeriale per le politiche urbane ma è depotenziato e reso inutile.

Per uscire dal nichilismo della classe politica è necessario che il tema “agenda urbana bioeconomica” diventi argomento di dibattito pubblico, fra esperti e cittadini. Viviamo nelle città ma non sappiamo cosa siano, ne subiamo i difetti, i vizi, l’inquinamento e non riusciamo ad aggiustarle. Come sistema Paese abbiamo le conoscenze e gli esperti per rimediare ma non li coinvolgiamo nella fase attuativa della trasformazione, anzi, spesso le istituzioni locali strumentalizzano le loro sconoscenze, per poi scegliere progetti speculativi. Come cittadini ignoriamo i processi urbanistici e lasciamo che i nostri amministratori locali decidano per tutti, ma spesso i Consigli comunali favoriscono gli interessi degli immobiliaristi e degli speculatori recando danno alla collettività.

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rigenerazione-urbana-bioeconomica

L’Ottocento è il secolo ove si sono sviluppati i modelli culturali e industriali della modernità e quest’epoca è ancora in corso d’opera nonostante la si possa superare facilmente grazie all’evoluzione della società percorrendo la strada bioeconomica. Mentre il capitalismo si manifestava per ciò che è realmente: avidità di pochi contro i popoli, disuguaglianze sociali ed economiche, e distruzione della natura; si sviluppavano anche idee per stimolare la nascita di modelli sociali più virtuosi e civilmente responsabili. Grazie all’immensa opera di Marx che spiegava in maniera dettagliata l’inciviltà del capitalismo, molti pensatori riuscirono ad attrarre investimenti e progetti per sperimentare modelli alternativi. Fra l’Ottocento e inizio Novecento vi furono molti esempi concreti, ma dopo la seconda guerra mondiale tutto l’Occidente fu velocemente colonizzato dal pensiero dominante neoliberale, attuando un capitalismo di rapina simile alla società feudale caratterizzata dalla divisione di classe non più in base al lignaggio familiare, ma in base all’accumulo di capitale. Una borghesia di oligarchi capitalisti controlla il pianeta. La vittoria più straordinaria ottenuta da questa classe dirigente degenerata è far credere ai popoli che il capitalismo sia l’unica ideologia possibile. Ciò è avverabile grazie all’ignoranza funzionale delle masse.

All’inizio di questo millennio, dove ormai la tecnologia a disposizione della specie umana è a dir poco fantascientifica, le comunità che corrispondono alle aree urbane estese possono programmare e finanziarie sistemi sociali, alimentari ed energetici ispirati ai modelli degli utopisti dell’Ottocento, e cioè sistemi anarco comunisti ove i cittadini possono gestire le risorse fondamentali del territorio in maniera razionale.

Questo approccio politico libertario (comunista) è il terrore dell’élite degenerata che oggi è ampiamente rappresentata in tutte le istituzioni politiche, dall’Unione europea, passando per i Governi di tutti i Paesi aderenti all’euro zona, fino a tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni. Se i cittadini fossero consapevoli delle possibilità concrete, grazie alle tecnologie di oggi, nel diventare produttori e consumatori di energia e soprattutto gestori del territorio, allora si potrebbe realizzare la più grande rivoluzione politica mai vista in Occidente, poiché molti livelli istituzionali perderebbero il proprio peso politico e mediatico. E’ facile osservare che nessun partito politico parla di questa possibilità.

Oggi le aree urbane estese possono essere amministrate da un unico organo territoriale rappresentativo che può adottare un piano bioeconomico territorializzando funzioni e attività per stimolare una rigenerazione capace di creare nuova e utile occupazione. Si tratta di approcci e modelli che restituiscono autonomia e sovranità alle comunità locali poiché si riduce la dipendenza economica dal sistema globale neoliberale.

L’attuale sistema politico è concretizzato in un modello gerarchico capitalista, ove la concentrazione di capitale nelle mani di pochi ricatta popoli e Governi, si tratta di una gerarchia feudale poiché le relazioni coincidono col vassallaggio. Il modello opposto è una rete democratica dove non esiste la produzione di massa di merci inutili, e lo scambio è basato sulla reciprocità e non sull’accumulo.

sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali, ISTAT.

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Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale e dal Sindaco eletti, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare le città come sistemi metabolici, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Sarebbero atti capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%). Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

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ISPRA consumo di suolo Campania 01

Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. In fine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

ISPRA consumo di suolo Campania 04

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sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali principali e delle città medie, ISTAT, 2017.

Una mia vecchia riflessione osservava quanto fosse inutile oggi eleggere Sindaci e Consigli comunali. L’osservazione partiva da un dato politico amministrativo e gestionale circa i servizi pubblici locali: acqua, rifiuti, energia, trasporti, servizi sociali, oggi completamente esternalizzati, così come desidera la religione liberale e neoliberale che professa il mantra laissez faire al mercato, e demonizzando lo Stato sociale. Oltre a questo aspetto politico gestionale dei servizi, bisogna aggiungere un dato molto più forte e radicato, che mostra non solo l’inutilità degli attuali livelli istituzionali ma il danno alla collettività prodotto dall’inerzia politica, che non realizza un cambio scala dei livelli municipali osservando l’attuale armatura urbana mutata da diversi decenni.

L’attuale classe dirigente politica è completamente staccata dai problemi reali del territorio, mentre gli individui vivono in maniera passiva e non possiedono gli strumenti e le informazioni per riscontrare il cambiamento avvenuto nel Paese.

Pianificatori, geografi e urbanisti ovviamente studiano i fenomeni urbani, e pubblicano una letteratura utile a far conoscere il territorio per suggerire soluzioni concrete e governare le aree urbane in maniera adeguata.

Il massimo che il legislatore ha saputo fare è produrre una normativa che riconosce le aree metropolitane, ma ignorando la reale struttura urbana delle nuove città italiane costituite dalle integrazioni di più comuni. Per una serie di condizioni culturali e politiche, la nostra classe dirigente fa molta fatica a riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica, e ciò produce danni alla collettività e all’ambiente, mentre in altri Paesi tale limite non esiste, e si riscontra in una maggiore attenzione al ruolo della pianificazione territoriale; basti osservare i paesi scandinavi, l’Inghilterra, i Paese Bassi, la Germania e la Francia dove da molti decenni c’è un maggiore controllo sull’attività urbanistica edilizia, sia ai livelli territoriali e sia ai livelli attuativi. Nel nostro Paese, sembra esserci un legislatore criminale che propone ancora condoni e deregolamentazioni, per favorire gli interessi dei privati piuttosto che applicare la Costituzione italiana che ordina di tutelare il territorio e di costruire diritti ai cittadini.

E’ noto che cambiando i livelli amministrativi locali, rispetto alla realtà urbana formata da comuni centroidi e conurbazioni estese, si riducono i costi pubblici e privati poiché è possibile una migliore gestione dell’organizzazione territoriale, oltre che l’adozione di piani urbanistici rispondenti alla realtà territoriale. Nella maggior parte dei casi sono contrari al cambio di scala, i Sindaci locali poiché perdono il controllo dei loro interessi. Gli elettori non sanno neanche di cosa si parla. Gli unici consapevoli circa la necessità di interpretare correttamente l’interesse generale, sono i pianificatori.

Un aspetto fondamentale circa la necessità del cambio di scala amministrativa riguarda il cuore dell’azione politica, e cioè la corretta distribuzione delle risorse per i livelli amministrativi locali. Oggi tanti piccoli comuni sono del tutto ininfluenti, mentre la costituzione per legge delle nuove città, che sono l’insieme di comuni interdipendenti fra loro, rappresentano soggetti istituzionali politici più forti e consapevoli.

Ad esempio, è ormai strutturata da decenni la nuova città di Salerno costituita dal comune centroide e dai comuni limitrofi. Nel cambio istituzionale di scala sono rimossi i Sindaci e i Consigli comunali dei soggetti viciniori ma trovano rappresentanza nel nuovo Consiglio comunale che dovrà adottare un nuovo piano urbanistico comunale d’ispirazione bioeconomica, che riconosce e interpreta l’attuale bioregione urbana. Solo in questo modo, la realtà territoriale costituita da comuni interdipendenti potrà essere governata in maniera efficace rigenerando le parti obsolete e controllando i processi di agglomerazione, contrazione e dispersione urbana. I danni sociali, economici e ambientali nel territorio salernitano, e non solo, sono favoriti anche da questa inerzia politica, totalmente incapace di adeguarsi ai cambiamenti avvenuti e consolidati.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

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In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione

Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberale e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento della povertà, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali. Tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

Agglomerati morfologici urbani, ISTAT, 2001.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale.

La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

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Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti

PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

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Gentile direttore Manzi,

innanzitutto la ringrazio per l’opportunità concessami, pubblicando un mio intervento – 14 aprile 2017 – che esprime contenuti di controcultura. Il 9 aprile 2017 La Città apre “i grandi dibattiti” con il governo del territorio e due interventi, di Conte (già Ministro Aree Urbane) e Giannattasio, che ricordano le efficaci programmazioni passate degli anni ’80, poi Amatruda (Forza Italia, pubblicato il 12 aprile), e ancora Lambiase (Consigliere comunale, il 18 aprile) con un’analisi critica sul presente e le previsioni di piano rimaste inattuate, mentre Sangiorgio (Coldiretti, il 16 aprile) suggerisce uno sviluppo delle infrastrutture per favorire l’agricoltura. Il comune denominatore degli interventi di Conte, Giannattasio, Amatruda, Sangiorgio e Lambiase è lo “sviluppo”, oppure la “crescita” (del PIL), la “valorizzazione”, ricordando la centralità di Salerno come centro metropolitano e il fallimento delle scelte urbanistiche degli ultimi mandati elettorali con la carenza di infrastrutture strategiche. Il mio intervento parte da presupposti culturali diversi poiché accenna a politiche urbane bioeconomiche, e suggerisce un cambiamento dei paradigmi culturali nella nostra società svuotata di senso dall’epoca moderna. L’ambizione è quella di stimolare un dibattito pubblico sulla bioeconomia. Condivido le critiche ma intendo far notare che i temi sociali, ambientali, economici e urbanistici di Salerno non trovano soluzione sul piano ideologico che li ha inventati, favoriti e creati. La recessione non è la conseguenza di una mera scelta di politiche urbanistiche sbagliate ma di una cultura politica occidentale costruita sulla crescita costante della produttività, e sull’avidità. In Italia, i processi di trasformazione urbanistica sono sostanzialmente sbilanciati a favore del profitto dei proprietari privati, negando la partecipazione dei cittadini, spesso ignari dei meccanismi complessi, e ignari dei propri diritti e degli scopi costituzionali della pianificazione (tutela del territorio). E’ l’implosione dello “sviluppo” che crea la recessione, perché la crescita del PIL non misura la qualità della vita, mentre l’innovazione informatica e la robotica creano disoccupazione com’era stato pronosticato sin dall’inizio del secondo guerra. Le città secondo l’ideologia della “crescita” sono fallite, e ricordo che le città in contrazione sono 26 (Milano [490.000 abitanti persi fra il 1951 e il 2011], Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo …).

città in contrazione

Crescita e contrazione delle città dipendono dal capitalismo. Quando negli anni ’80 la politica deregolamenta la globalizzazione, accade che le imprese localizzano le produzioni in Europa dell’Est e in Asia, dove ci sono le Zone Economiche Speciali (ZES), luoghi in cui non si pagano tasse e si hanno bassi costi del lavoro. Le città occidentali perdono abitanti (contrazione), mentre il ceto meno abbiente non può pagare i costi degli alloggi nei centri principali a prezzi di mercato, e si sposta nei comuni confinanti alimentando la dispersione urbana, il cosiddetto sprawl. Mercato immobiliare e nuove espansioni determinarono uno sconsiderato aumento del consumo di suolo agricolo. Nell’attuale consuetudine le previsioni dei piani urbanistici sono merce pagata dagli investitori privati, nella speranza di creare profitti attraverso il mercato. In generale, è noto che il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo (Wallerstein) mentre la rinuncia alla sovranità economica e la globalizzazione neoliberale hanno contribuito a impoverire il meridione d’Italia, che registra nel 2016 altissimi tassi di disoccupazione come in Campania con il 42,9% fra i giovani (18-29 anni) e il 30,4% (25-34 anni). Tutto ciò vanifica anche le previsioni degli strumenti urbanistici poiché in un contesto più povero, di periferia economica, gli investitori privati seppur dotati di liquidità, non trovano conveniente costruire merci immobiliari che non possono essere assorbite dal mercato locale. E’ uno degli effetti dell’ideologia liberale, il laissez faire al mercato. In questo contesto, non sorprende che a Salerno solo il 25% dei comparti edificatori sia stato realizzato, mentre tutti i principali Consigli comunali d’Italia continuano a deliberare l’adozione di piani con previsioni di crescita, sempre perché mercificando i suoli si attendono introiti da incassare, che fino a poco tempo fa erano persino slegati dalle urbanizzazioni per essere spesi nei servizi generali.

La bioeconomia è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità, poiché partendo da presupposti scientifici (entropia) ed etici, come la misura dei flussi in entrata e in uscita, ci consente di ripensare l’uso del territorio senza depauperare le risorse naturali e creando nuova occupazione partendo dalla conoscenza dei luoghi. In bioeconomia, città e territori sono considerati sistemi metabolici mentre nell’attuale paradigma città e territori sono merci da vendere e sfruttare. Cosa significa tutto ciò per l’urbanistica e il territorio? Se si vuole invertire la rotta per uscire dalla recessione, prima di tutto, dobbiamo riconoscere e ammettere l’implosione del sistema occidentale restituendo autonomia finanziaria alla Repubblica. L’area funzionale salernitana, individuata nel Sistema Locale del Lavoro (SLL) censito dall’ISTAT deve organizzarsi, non più seguendo il pensiero dominante che l’ha impoverita, nel senso vero del termine, non solo economico ma soprattutto culturale. Le risposte ai nostri problemi sociali e ambientali, e di conseguenza economici, si trovano sul piano bioeconomico. Esistono esempi e approcci territorialisti per ripensare il sistema salernitano costituito da circa 22 comuni e 400 mila abitanti, ed è questa l’area da pianificare costituendo un ufficio di piano ad hoc e coinvolgendo i cittadini al processo decisionale. In generale, i sistemi locali meridionali vanno collegati fra loro, ad esempio, quello salernitano con i vicini sistemi lucani, calabresi e pugliesi. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità. E’ necessario rilocalizzare le produzioni e territorializzare. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura pagando i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite. Sono necessari nuovi piani di “quarta generazione”, e nuovi piani attuativi come un Piano Particolareggiato di Rigenerazione Bioeconomica (PPRB), si tratta nuovi strumenti secondo l’approccio bioeconomico che hanno l’obiettivo di costruire un quadro di conoscenza dell’insediamento finalizzato al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente introducendo sistemi di monitoraggio dei flussi in entrata e in uscita al fine di migliorare il benessere dei cittadini. La conoscenza dell’insediamento urbano esistente è la cornice indispensabile per costruire la rigenerazione del tessuto, dal punto di vista sociale, ambientale e morfologico. Osservando l’ambiente costruito rileviamo puntualmente il carico urbanistico e l’affollamento, il degrado, la morfologia urbana, e tutte le informazioni possono essere utilizzate per la futura trasformazione urbana, mentre una vera novità è la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali della politica.

La Città di Salerno 30 aprile 2017

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Usi e coperture del suolo, consumo di suolo, fonte immagine, Atlante dei territori post metropolitani, PRIN-postmetropoli.

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