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Posts Tagged ‘energy policy’

In letteratura esiste una sterminata documentazione, persino commerciale, che può informare e formare qualunque persona interessata e curiosa che intende farsi un’idea circa l’uso razionale dell’energia. A partire dai libri scolastici sulla termodinamica fino ai corsi universitari. Nelle biblioteche c’è tutto!

A mezzo internet possiamo conoscere la situazione di partenza, è facile, basta cliccare sul sito Agenzia internazionale dell’energia e conoscere sia il bilancio energetico e sia gli usi finali.

In Italia la prima legge è stata la n.10/91, rimasta inapplicata per anni. Oggi siamo giunti alle norme nZEB (Nearly Zero Energy Building) per gli edifici a energia quasi zero. Per l’energia basta poco. Ciò vuol dire che nonostante una inadeguata classe politica, esistono leggi e norme che favoriscono il risparmio energetico mentre tutta la progettazione è orientata dall’uso razionale dell’energia. Il peso di una classe politica inadeguata produce danni economici per il Paese, poiché ostacola e rallenta le opportunità di migliorare la qualità di vita dei cittadini e non favorisce l’occupazione utile.

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Come si evince dai digramma dei flussi di energia dell’IEA, l’Italia dipende dagli idrocarburi e il dovere delle istituzioni è ridurre drasticamente tale dipendenza attraverso politiche industriali e strumenti finanziari ad hoc. Le motivazioni sono banali, gli idrocarburi sono fonti non rinnovabili, oltre che inquinanti e con scarsa capacità di produrre occupazione utile rispetto all’indotto delle fonti energetiche alternative che possiedono anche la virtù di non inquinare durante il loro esercizio.

 

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Italia, bilancio energetico, fonte IEA.

 

 

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Italia, usi finali, fonte IEA.

Dal diagramma degli usi finali si osserva che una buona parte degli idrocarburi è impiegata nei trasporti e negli edifici. L’aspetto “curioso” è che sia nei trasporti e sia per gli edifici, da anni, le tecnologie per migliorare l’impiego finale ci sono. L’inerzia politica che conserva la dipendenza energetica dagli idrocarburi produce danni economici.

Gli edifici potrebbero diventare persino piccole centrali di energia, e messe in rete rappresentano una grande centrale realizzando in maniera efficace la cosiddetta rete distribuita.

E’ un interesse pubblico primario programmare l’auto sufficienza energetica, conservare la dipendenza dagli idrocarburi è un interesse privato delle imprese e rappresenta un danno economico per il Paese e per i cittadini, che pagano inutilmente una dipendenza resa obsoleta grazie all’innovazione tecnologica, che attraverso l’impiego di un mix tecnologie ci rende liberi da poteri privati sovranazionali.

Età degli edifici e consumi energetici

 

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batti quorum

Il 17 aprile il popolo italiano sarà chiamato ad esprimere il proprio potere sovrano, direttamente, per abrogare una parte di una legge inserita nel famigerato sblocca Italia. L’azione referendaria è partita da 9 Consigli regionali che ci chiedono di dire SI per fermare l’estrazione di idrocarburi presso alcune piattaforme poste entro le 12 miglia marine delle nostre coste. Il quesito è finalizzato a rivedere la concessione estrattiva per evitare che le piattaforme svolgano la propria attività senza limiti di tempo, caso unico al mondo, dove uno Stato concede le proprie risorse illimitatamente, pertanto se si raggiunge il quorum e vince il SI viene abolito questo privilegio. Oltre all’aspetto delle concessioni, c’è il problema ambientale dello smaltimento, se vince il SI a fine concessione le imprese dovranno smaltirle correttamente le piattaforme, se vince il NO c’è il rischio del danno ambientale per il mancato smaltimento, in quanto le imprese difficilmente dichiareranno la fine vita del giacimento.

Gli idrocarburi estratti diventano di proprietà delle compagnie private. Il gas estratto all’interno delle 12 miglia è poco meno del 3% del gas necessario al fabbisogno nazionale e il petrolio è solo lo 0,95%. Questo significa che la sostituzione di questo piccolo quantitativo di idrocarburi si copre con l’efficienza energetica negli edifici e l’innovazione tecnologica dei mezzi di trasporto privati e l’uso del trasporto pubblico.

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Fonte immagine, Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

 

Il referendum ha una valenza politica e culturale straordinaria poiché sancisce l’opportunità di esprimere un giudizio politico sull’azione di Governo, e mostra una guerra politica interna al Partito democratico che alle ultima elezioni europee è stato il partito più votato nella sua coalizione europea, guida la Repubblica italiana, guida quasi tutte le Regioni d’Italia e la maggioranza dei comuni italiani.

Il primo enorme scoglio è il raggiungimento dell’anti democratico quorum, e se questo fosse raggiunto il popolo boccerà la posizione politica di Renzi, che non solo sostiene le lobbies degli idrocarburi ma è contro l’uso del referendum. Un giudizio anticipato circa l’azione di Governo, che potrà subire un’ulteriore bocciatura circa il successivo referendum consultivo costituzionale. Renzi è premier senza esser passato dalle urne, come tutti sanno, ma soprattutto è colui che ha scalato il PD con la promessa di rottamare la vecchia politica, ma sta dimostrando di esser in linea con la vecchia direzione facendo gli interessi dell’élite europea e accelerando riforme costituzionali feudali per consentire alle imprese di tutelare adeguatamente i propri interessi privati a danno dell’interesse generale del Paese e dei cittadini (il referendum contro gli idrocarburi e gli scandali circa le dimissioni del Ministro Guidi sono la prova di tutto ciò, senza dimenticare i favori fatti alle banche). Il PD è il partito che non solo è il potere in Italia, ma dimostra tutta la sua contraddizione nell’epoca che volge al termine. La cronaca politica mostra che il suo segretario nazionale e primo ministro preferisce farsi scrivere gli atti politici da imprese obsolete, piuttosto che favorire un cambiamento epocale. In sostanza il PD non esprime una propria opinione politica, è l’antitesi di un partito. In molti evidenziamo che l’immagine di questo Governo è quella di Renzi, furbo, arrogante, autoritario, come i precedenti Governi degli ultimi vent’anni, in perfetta continuità verso il progetto europeo che si priva della democrazia e della trasparenza per rifeudalizzare la società.

Il PD non è l’unico “partito” a soffrire d’identità politica, poiché i movimenti d’opposizione prendono voti per non avere una propria identità e soffiano sull’apatia per raggiungere ruoli istituzionali. La fine degli ideali politici ha inventato i finti partiti e favorito la società capitalista dove il profitto è il fine e le democrazia liberali sono l’ambito entro il quale gli interessi privati prevalgono sull’interesse generale.

Questo referendum è molto più potente e importante di quanto i media, sostenitori di Renzi, vogliono far credere poiché parlare di energia significa fare politica con la P maiuscola.

L’Italia può diventare realmente auto sufficiente!!! Le città possono diventare reti intelligenti dove gli edifici si scambiano energia attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti alternative. Non è utopia, SI può fare, esistono le tecniche costruttive per realizzare quest’obiettivo.

L’Italia può transitare da un sistema centralizzato a un sistema decentralizzato controllato e di proprietà dei cittadini.

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L’ho scritto più volte che è necessario cambiare i paradigmi culturali, ma non per una mera questione ideologica poiché è una necessità suggerita dall’osservazione della realtà. L’epoca industriale è finita, il capitalismo è traslocato nei paesi emergenti, e cosa è rimasto? Il nulla, in tutti i sensi. Non è un caso che da anni si parli di resilienza e di decrescita felice, nonostante l’ignoranza di una classe politica faccia molta fatica a capire di cosa si tratta. Persino gli economisti premi nobel avevano previsto l’implosione del capitalismo, ma sicuramente è la categoria meno indicata per suggerire soluzioni alla crisi della nostra società.

Il Sud ha una sola possibilità per restituire dignità a se stesso: avviare un lungo percorso di sviluppo umano attraverso la cancellazione dell’analfabetismo funzionale e di ritorno, e attraverso l’invenzione di impieghi utili. L’aspetto straordinario è che ci sono tutti mezzi tecnologici per farlo. Il monocolore di partito fra Governo e Regioni è una condizione che favorisce il dialogo fra chi siede nelle stanze dei bottoni, ma gli interessi di bottega e la scarsa preparazione culturale sono ostacoli da superare. L’età anagrafica e l’orientamento culturale dei nuovi Presidenti di Regione non li predispone al cambiamento, ma la loro natura di opportunisti politici potrebbe farli pensare che abbracciare le proposte bioeconomiche sarebbe un strategia politica che li condurrebbe nell’olimpo mediatico che sognano.

Del resto se è vero che il loro giovane premier per suoi problemi ideologi disprezza il cambiamento reale poiché rappresenta il conservatorismo dell’élite europea, quella che sta distruggendo le politiche sociali e sta danneggiando l’economia del popolo italiano, è altrettanto vero che i Presidenti sono stati eletti direttamente dal popolo, mentre Renzi è un paracadutato attraverso manovre di palazzo. Pertanto i Presidenti, che sono più navigati dall’ambizioso Renzi, sanno bene che per loro è necessario fare qualcosa di concreto e sanno anche come copiare incollare le esperienze più proficue secondo il loro tornaconto di consenso.

I Presidenti e i Consigli regionali fanno leggi ed hanno piena autonomia di spesa, seppur nel modello redistributivo del Stato centrale che sta a Roma. In buona sostanza le regioni del Sud se abbracciano le linee politiche bioeconomiche nell’ambito del governo del territorio e sull’uso razionale delle risorse, e lo fanno in maniera coordinata investendo risorse in questa direzione, possono offrire una prosperità duratura ai propri abitanti. Da un lato devono inventare e da un altro possono copiare incollare dai numerosi esempi sparsi sia in Nord Europa che negli USA.

Se poniamo un focus sul contesto urbano, ove vive circa il 72% della popolazione europea, dobbiamo riconoscere che da diversi decenni il legislatore italiano è stato completamente insensibile alla trasformazione sociale e industriale avvenuta all’interno delle città, ormai deindustrializzate. I centri urbani sono i luoghi di vita degli esseri umani ma le politiche urbane rigenerative non occupano un ruolo prioritario dell’odierna azione politica. Eppure attraverso le città e il governo del territorio si realizzano i modelli sociali, i modelli occupazionali e la tutela del patrimonio.

In Italia abbiamo una legge urbanistica nazionale che va adeguata al contesto urbano e sociale, poi ci sono venti Regioni con venti diverse leggi urbanistiche. Tutto l’impianto legislativo nazionale e regionale ignora completamente l’approccio bioeconomico e concepisce il processo urbanistico come una tecnica del paradigma mercantile, tutto è merce, e tutto si compra e si vende recando danno alle risorse limitate. Mentre l’urbanistica nacque per affrontare e risolvere problemi creati dall’industrialismo, nel corso dei decenni fu piegata, sia all’ideale capitalistico favorendo il consumismo compulsivo, e sia al modello produttivista dei paesi socialisti. Le città costruite all’interno del cosiddetto mercato hanno preteso la coniugazione di capitalismo e socialismo, conducendo l’uomo nel nichilismo e nell’alienazione.

In Italia il fenomeno delle città in contrazione[1] coinvolge ben 26 città (Milano, Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo, Taranto, Padova, Salerno, Ferrara, Brescia, Livorno, Messina, Pescara, Verona, Bergamo, Foggia, Siracusa e Vicenza) e questo contribuisce al peggioramento della qualità di vita e all’aumento dell’inquinamento poiché non ci sono state adeguate risposte in termini di pianificazione e organizzazione territoriale.

città in contrazione

Osservando le azioni progettuali che rigenerano i tessuti edilizi esistenti, queste si pongono l’obiettivo di ridurre i consumi e si realizzano attraverso i termini ridurre, minimizzare e migliorare al fine di valorizzare e tutelare il patrimonio, l’ambiente e le risorse. Sono tutti termini simili alla decrescita ma non suggeriscono una privazione, un ritorno al passato, non stimolano nella percezione comune immagini negative, anzi sono prescrizioni necessarie per raggiungere obiettivi virtuosi e importanti.

Nuova e utile occupazione si crea recuperando l’intero patrimonio edilizio esistente partendo dai problemi legati al fenomeno delle città in contrazione, la dispersione urbana, le nuove aree metropolitane, la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la prevenzione del dissesto idrogeologico e del rischio sismico attraverso una seria e responsabile programmazione.

L’approccio analitico dei sistemi di rete[2] fondati dalle relazioni commerciali, lavorative, pendolari e naturali, rispetto agli ecosistemi, consente di leggere i sistemi locali individuati dall’ISTAT anche in altre chiavi culturali, come quelle suggerite della bio regione urbana e dai bio distretti. Sono questi ambiti territoriali – sistemi locali, bio regione urbana, bio distretti – ove il legislatore deve concentrare i propri sforzi legiferando norme ad hoc, per programmare interventi di rigenerazione urbana conservativa con principi bioeconomici.

E’ giunta l’ora di eliminare la speculazione dal governo del territorio attraverso la bioeconomia che ci consente di liberare il disegno urbano da discipline pericolose e fuorvianti come la giurisprudenza e l’economia. In questo modo possiamo stimolare la partecipazione popolare e la gestione diretta del bene comune favorendo investimenti pubblici e privati per aggiustare le città creando nuovi impieghi in attività virtuose come il recupero, la conservazione, la sovranità alimentare e l’uso razionale dell’energia.

Le Giunte e i Consigli regionali, prima di tutto, devono mettere mano alle proprie leggi regionali sul governo del territorio inserendo la rigenerazione urbana bioeconomica che significa occuparsi delle zone omogenee A e B. Per le zone B è necessario inserire quei servizi previsti dalle norme, ma che oggi mancano poiché è necessario correggere la morfologia urbana esistente. Per le zone A sarebbe saggio introdurre l’approccio della scuola Muratori. Tradotto in un linguaggio meno tecnico, significa aggiustare le aree urbane esistenti offrendo l’opportunità di recupero e di rivalutazione di tutto l’ambiente costruito, secondo gli odierni criteri di sicurezza dal punto vista sismico e idrogeologico, secondo regole di eco efficienza energetica, e secondo regole compositive urbanistiche di qualità, offrendo anche la partecipazione diretta dei cittadini nei processi democratici per rigenerare anche l’aspetto sociale dei luoghi urbani degradati.

La ragione secondo cui non conviene investire nella conversione ecologica è banale: l’economia neoclassica agisce secondo l’obsoleta funzione del profitto che ignora i flussi di energia e materia. L’intera classe dirigente favorisce solo questa visione: il profitto, anche a danno dello sviluppo umano. In tal senso è necessario ripensare gli obsoleti criteri di valutazione di programmi, piani e progetti introducendo la sostenibilità forte e l’etica, solo in questo modo potremmo avviare concretamente la nuova epoca che verrà e finalmente favorire lo sviluppo umano. Si tratta di insegnare alla futura classe politica e all’intera pubblica amministrazione come si valutano programmi, piani e progetti secondo i principi della Costituzione che hanno come priorità la tutela ambientale e della salute umana.

Se la classe dirigente del Sud riuscisse solo a fare questo produrrebbe un servizio pubblico mai pensato e realizzato a partire dalla famigerata annessione al Piemonte.


[1] La contrazione è la perdita di abitanti.

[2] Possiamo ricordare che la nascita della teoria delle località centrali fornita da Walter Christaller ha consentito di studiare il territorio secondo le relazioni. La teoria fu abbozza da altri autori già nella seconda metà dell’Ottocento.

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Sono trascorsi molti anni da quando l’evoluzione di determinate tecnologie ha consentito, e consente tutt’oggi di osservare e misurare le attività antropiche con maggiore precisione. Dal punto di vista filosofico e scientifico sappiamo benissimo che le attività produttive e le trasformazioni di materia hanno un impatto sugli ecosistemi (Aristotele docet), lo sappiamo poiché è la termodinamica che lo insegna, così come sappiamo bene che solo negli ultimi decenni una letteratura ha mostrato i rischi di una società che dipende prevalentemente dalle fonti energetiche fossili, cioè le cosiddette fonti non rinnovabili. Le fonti fossili sono sempre meno reperibili, con costi ambientali e sociali non più sostenibili. La continua ricerca di tali fonti genera conflitti geopolitici e bellici distruggendo comunità umane e interi ecosistemi. Spesso l’impiego delle fonti fossili è persino irrazionale generando sprechi evitabili. Mentre è accaduto tutto ciò, e accade tutt’oggi, negli ultimi trent’anni le tecnologie che usano le fonti rinnovabili sono divenute sempre più efficienti e a buon mercato. Il settore che registra la maturazione compiuta è proprio quello più energivoro: il mondo delle costruzioni, mentre nell’ambito della pianificazione territoriale l’approccio territorialista si ispira palesemente alla bioeconomia al fine di favorire la sostenibilità delle risorse finite.

In questo clima di sensibilità emergenti circa l’ecologia, cioè l’economia reale, sono sorte metodologie per misurare il consumo del suolo che mostrano gli effetti della politica territoriale sui sistemi urbani e agricoli.

Riassumiamo: da un lato, se lo desideriamo, possiamo vivere in abitazioni alimentate dalle fonti energetiche alternative e addirittura possiamo costruire una rete intelligente per scambiarci i surplus energetici gratuitamente, mentre in ambito territoriale conoscendo le nostre risorse territoriali che ci donano la vita e misurando l’uso del suolo – il suo consumo – possiamo pianificare una rigenerazione e consentirci di vivere in prosperità.

Da qualche anno è stato finalmente favorito l’approccio circa l’analisi dei sistemi territoriali andando nella direzione, corretta, dei sistemi di rete, imitando i processi naturali. I territori sono osservati rispetto alle dinamiche delle attività antropiche (basti ricordare la teoria delle località centrali di Christaller), cioè tramite le relazioni. Intrecciando le letture dei sistemi naturali con quelle relazionali dell’uomo (attività produttive, servizi, lavoro, mobilità, etc.) possiamo interpretare più correttamente il territorio per proporre un uso del suolo più sostenibile, eliminare gli sprechi, e proporre persino modelli sociali ecologici e creativi rispetto alle capacità degli ecosistemi uscendo dalle logiche di profitto per tendere all’auto sufficienza dei sistemi locali.

Ritengo sia necessario proporre l’approccio rigenerativo per i sistemi locali individuati dall’ISTAT affinché si arresti lo spreco di risorse, inteso sia come consumo del suolo e sia come progressiva riduzione dalla dipendenza degli idrocarburi. Un approccio rigenerativo per consentire lo sviluppo di impieghi virtuosi come la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la rigenerazione dei piccoli centri rurali, l’impiego della mobilità dolce nei tessuti urbani e l’avvio di fattorie auto sufficienti per alimentare i sistemi locali stessi. Si tratta di realizzare l’approccio collaborativo uscendo da quello competitivo e prevaricatore stimolato dal desiderio di profitto. Le reti collaborano e non competono. Per realizzare la rigenerazione dei sistemi locali è necessario che sia modificato l’impianto amministrativo liberandolo da malsane logiche prevaricatrici nei confronti del territorio stesso come la mercificazione dei suoli, le rendite di posizione, la perequazione suggerita dai Comuni ma usata dai privati per creare e aumentare le rendite immobiliari, l’assenza di processi popolari per pianificare i luoghi urbani e l’immorale uso degli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente. Si tratta di uscire dal governo del territorio speculativo, poiché è questa la consuetudine di decenni di amministrazioni locali che hanno dimenticato i principi della Costituzione. Poiché, ormai, il legislatore ha privatizzato i processi decisionali della politica locale – basti osservare che i servizi locali sono gestiti da SpA – è necessario che siano i cittadini ad organizzare un cambio di paradigma culturale volto a chiedere trasparenza, partecipazione attiva e reale secondo l’etica, quindi fuori dal profitto, secondo l’uso razionale dell’energia che ci consente di vivere in prosperità e in sicurezza per la salute umana.

Per favorire e programmare la rigenerazione dei sistemi locali in senso bioeconomico è determinante una regia pubblica, che in ambito territoriale adotti l’approccio della scuola territorialista, cioè la bioregione urbana, e in ambito urbano adotti la rigenerazione urbana bioeconomica, tutta da studiare e scoprire, ma in sostanza si tratta di trasformazioni urbane fatte con piani di recupero senza l’aumento dei carichi urbanistici, ma un riequilibrio delle densità con trasferimenti di volumi e con una morfologia figlia della qualità urbana, partendo dalle analisi urbanistiche dei tessuti urbani esistenti e proponendo l’approccio conservativo (scuola Muratori) e la composizione della cosiddetta “cellula urbana”, puntando alla bellezza e al decoro.

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Istat, consumo di suolo nei sistemi locali, 2011.

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L’urbanistica moderna nacque alla fine dell’800 per risolvere problemi pratici causati dal capitalismo. Tutti gli urbanisti, almeno una volta, hanno dovuto fare i conti con discipline “negative” e fuorvianti come l’economia e la proprietà privata dei suoli (giurisprudenza). E’ altrettanto onesto riconoscere che una volta messa da parte l’idea egualitaria e socialista dell’800 per stimolare lo sviluppo umano, buona parte degli urbanisti ha apprezzato e favorito l’idea di città consumista che sviluppa il capitalismo liberista e produce nichilismo. Generalmente le espansioni delle città costruite dal secondo dopoguerra sono proprio i quartieri del capitalismo nichilista e non dell’urbanistica a servizio della specie umana.

All’interno dell’attuale paradigma il territorio è merce, e come tale i piani sono programmati secondo la logica del profitto ove i soggetti privati sono i beneficiari di tale profitto poiché i Comuni hanno abdicato al proprio dovere di custodi e promotori dei principi costituzionali. Le armi più efficaci della credenza liberista sono state l’invenzione giuridica del debito e l’usurpazione della sovranità monetaria. La matematica finanziaria con l’ausilio delle borse telematiche, sono solo gli strumenti più recenti e più sofisticati di una religione che poggia le sue radici sulla manipolazione psicologica e sulla servitù volontaria costruita con i programmi scolastici e la psico programmazione universitaria.

Se nel ‘900, molti Paesi hanno saputo piegare l’avidità dell’ideologia liberale (capitalismo), attraverso l’esproprio e l’uso del diritto di superficie, per favorire il disegno urbano, oggi in Italia, la speculazione può essere arrestata da un’evoluzione culturale: la bioeconomia. La recessione del sistema capitalistico, la fine dell’epoca industriale nel mondo occidentale, può essere superata solo uscendo dal piano ideologico predominante per approdare, finalmente, sul piano dell’agire etico e razionale: la bioeconomia. Le città concepite come modelli di flusso e il governo del territorio (urbanistica) pianificato valutando le risorse finite (invarianti strutturali dinamiche) possono consentire agli abitanti di creare un sistema prosperoso attraverso la decrescita selettiva degli sprechi e l’uso razionale dell’energia.

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Città a metabolismo circolare (Fonte R. Rogers)

E’ necessario stimolare la partecipazione attiva e far emergere pubblicamente il conflitto culturale: l’avidità dei privati contro l’interesse generale richiesto dalla Costituzione. Solo in questo processo pubblico e trasparente i cittadini potranno conoscere il proprio territorio, e gli aspetti sociali ed economici del percorso che conduce a un disegno urbano razionale e intenzionale per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura e diventare i committenti del nuovo piano regolatore generale partendo da un’attenta analisi della realtà, dei tessuti urbani circa l’uso dello spazio, delle densità ed i servizi. In questo percorso possiamo pensare di puntare alla bellezza, alla valorizzazione dello spazio pubblico e la progettazione dei servizi che mancano, in questo percorso possiamo eliminare le rendite di posizione e sfruttare le opportunità attraverso l’impiego delle nuove tecnologie e il recupero dell’intero patrimonio edilizio esistente.

Tutti i piani di settore, dall’energia alla mobilità, usano un linguaggio chiaro: riusare, riciclare, ridurre; tutti i piani perseguono una decrescita che riduce selettivamente la crescita del PIL, mentre l’evoluzione della vita nei centri urbani suggerisce di conservare i centri storici e di recuperare l’ambiente costruito.

L’esperienza più significativa è l’esempio delle politiche urbane “inner city”, ove negli anni ’70 il Governo inglese investì circa 140 milioni di sterline per rigenerare le città coinvolgendo i cittadini. Da qualche anno diverse città europee stanno recuperando interi quartieri realizzando progetti sostenibili. L’Italia, fra i paesi fondatori dell’UE, è l’unico che non possiede un’agenda urbana adeguata al fenomeno della contrazione (le 26 città più grandi d’Italia hanno perso abitanti). Se il tema delle città fosse al centro delle priorità politiche dei governi italiani, e se si avesse il coraggio di proporre un’agenda secondo i principi della bioeconomia uscendo dalla speculazione edilizia, si potrebbe realizzare il più grande programma di occupazione utile risolvendo anche il problema del lavoro.

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Città in contrazione

All’interno di questo processo rinasce la comunità degli abitanti ed è del tutto naturale riconoscere le leggi della natura che garantiscono la vita della specie umana. In tal senso l’urbanistica riscopre le proprie radici, disegna la cellula urbana e riprogetta gli isolati, risolve problemi pratici secondo i reali bisogni dei cittadini emersi dai processi democratici, e grazie al miglioramento suggerito da una corretta morfologia urbana, un corretto proporzionamento delle densità e delle superfici si migliora la qualità della vita. Se nell’800 non vi erano il solare, l’eolico e la geotermia, oggi abbiamo l’opportunità di realizzare comunità auto sufficienti per cancellare la dipendenza dagli idrocarburi e costruire comunità libere dai ricatti delle SpA. Inoltre la rigenerazione urbana suggerisce un altro tema fondamentale, proporre un modello sociale basato sulla reciprocità e sullo sviluppo di comportamenti etici.

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Uno dei punti del programma politico di Podemos è la cosiddetta “conversione ecologica“, un tema recente per il mondo dei politici, ma ben conosciuto nell’ambito accademico, culturale e persino industriale. Il tema affonda le proprie radici e la propria ragione di essere nelle applicazioni e nelle trasformazioni della produzione industriale di merci; sin dal dopo guerra la crescita ha aumentato la produzione del cosiddetto prodotto interno lordo in tutti i paesi occidentali, e questo aumento ha fatto corrispondere un aumento dell’occupazione dagli anni ’50 fino agli anni ’80, e poi con l’informatica, le nuove tecnologie e l’impiego dei robot una crescente riduzione degli occupati, ma una continua crescita della produzione di merci. Dagli anni ’80 la crescita non sempre è coincisa con una migliore qualità della vita, anzi la globalizzazione ha sostenuto e incentivato la delocalizzazione delle produzioni industriali facendo ridurre ulteriormente il numero degli occupati. Mentre accadeva tutto ciò Nicholas Georgescu-Roegen dimostrava con precisione matematica tutto l’impianto truffaldino dell’economia neoclassica, precedentemente criticato da Keynes, Daly, Schumpeter e Marshall. In ambito intellettuale anche i non economisti prefiguravano il fallimento della modernità, Illich, Mumford, Pasolini, prendendo spunto da riflessioni di Aristotele, Platone, Heidegger, Weber, Sombart, Arendt.

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Georgescu-Roegen, produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen correggendo la funzione della produzione prefigurava la bioeconomia e la conseguente decrescita selettiva delle produzioni inutili, proponendo di ristabilire l’equilibrio ecologico con l’analisi dei flussi di energia e materia, abbinata all’etica delle scelte politiche.

Una vera e sincera conversione ecologica dell’attuale modello è possibile solo uscendo dal capitalismo e dagli obsoleti paradigmi dell’economia neoclassica che ignora l’entropia, detesta la democrazia e rinnega l’etica. Il fatto che gli odierni livelli di produzione delle merci, dettati dagli interessi del WTO e assecondati dagli stati occidentali, siano insostenibili e dannosi per la sopravvivenza umana, è ormai, credo, una concezione data per scontata, anche per coloro i quali che affermano il contrario, ma lo fanno poiché sono i prezzolati sostenitori dello status quo. E’ ragionevole credere che sia meno scontato il fatto che bisogna uscire dal capitalismo per arrestare l’autodistruzione e transitare in un’epoca nuova.

La buona notizia è che alcuni ambiti industriali hanno investito nella bioeconomia, altri lo stano facendo anche nella chimica (uscendo dalla chimica petrolifera) e nell’agricoltura per tornare ai ritmi della natura; e persino uno dei settori più impattanti, quello delle costruzioni, possiede conoscenze avanzate e consolidate per avviare una conversione ecologica, garantendo persino la sufficienza energetica di tutto l’ambiente costruito applicando l’uso razionale dell’energia, la rigenerazione urbana figlia della “sostenibilità forte”, e con l’impiego di un mix tecnologico. L’ostacolo a questa ambizione è la corruzione, l’arroganza e l’ignoranza dei politici, il legislatore, e settori di imprese e banche che sostengono l’economia del debito e l’esclusiva dipendenza dagli idrocarburi. Un altro ambito virtuoso è il mondo del riuso e del riciclo totale, così come la mobilità intelligente, e sono tutti rallentati, osteggiati dalle ragioni sopra accennate ed ampiamente note alla cittadinanza, ahimé poco consapevole dell’opportunità di transitare fuori dal capitalismo e dentro la bioeconomica, che crea nuova occupazione utile.

Podemos e Syriza hanno l’opportunità di approfondire e presentare un progetto di bioeconomia per l’Europa e per i propri paesi affrontando e risolvendo, con un unico approccio culturale, tre problemi atavici della modernità: lavoro, ambiente e democrazia.

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Dalla resilienza alla rigenerazione, su scribd e Issuu

L’intero sistema educativo è stato ideato secondo un modello sociale figlio della concezione l’illuministica e del mondo industriale, attraverso la diffusione del ragionamento deduttivo e lo studio dei classici. Scuola e università di basano su un modello cognitivo che sviluppa esclusivamente un’abilità di tipo accademica, e in questo modo il modello educativo esprime giudizi errati su individui brillanti (pensiero divergente) che si convincono di non essere intelligenti, perché giudicati da un modello obsoleto che distrugge la creatività anziché riconoscerla. Siamo a cavallo di un’epoca e il nostro modello educativo è obsoleto rispetto al processo di cambiamento che stiamo vivendo. Ad esempio, l’arte è penalizzata dall’odierno modello educativo poiché anestetizza i giovani che subiscono un’istruzione stile linea di fabbrica (crescita standardizzata e conformizzata), divisi per classi ed età. Questo approccio sbagliato è stato accettato da buona parte delle università per logiche di profitto (copyright, brevetti, royalties), e così un’obsoleta cultura industriale ha prodotto convenzioni economiche (estimo, creazione della moneta dal nulla, borse telematiche) prive di valenze scientifiche, biologiche e fisiche in maniera tale da condizionare le scelte politiche che governano il territorio e l’ambiente.

La storia ci insegna che l’umanità ha saputo realizzare un ottimo equilibrio fra città, abitanti e ambiente, un equilibrio durato circa sei millenni fino alla prima rivoluzione industriale, cioè fino alle metà del XVIII secolo. Le innovazioni tecnologiche delle rivoluzioni industriali sono dipese dalle fonti energetiche fossili (petrolio e gas) determinando una dipendenza delle comunità dalle stesse. Queste innovazioni hanno stimolato l’aumento della popolazione nelle città e un aumento dell’inquinamento atmosferico, delle acque potabili e dei suoli prodotto dagli scarti di queste tecnologie, poiché non biocompatibili. I sistemi di comunicazione hanno trasformato i valori delle comunità attraverso la programmazione mentale (pubblicità e istruzione). Grazie alle innovazioni tecnologiche in poco meno di 200 anni le città sono transitate dalle fonti rinnovabili alle fonti fossili tramite le reti del gas. Carbone e carbonella furono sostituite dal gas, si diffuse la rete elettrica e le automobili sostituirono i cavalli, poi nacquero i sistemi di trasporto pubblici. All’inizio del secolo scorso si costruirono reti fognarie, reti idriche e sistemi di raccolta dei rifiuti urbani. Si stima che l’umanità abbia raggiunto il primo miliardo di abitanti intorno al 1830 impiegando due milioni di anni, il secondo miliardo è stato raggiunto nel 1930, mentre si è giunti a sei miliardi nel 1999. Un’altra teoria calcola che dodicimila anni fa, quando nacque l’era agricola, la popolazione mondiale era stimata in circa 10 milioni di abitanti, con l’avvento dell’era cristiana si arrivò a 250 milioni ed alla fine del XVIII secolo si sfiorava il miliardo di abitanti. Con l’accelerazione post industriale, dal 1950 al 2000, si passò da 2,5 a 6,1 miliardi di abitanti.

All’esplosione demografica ha corrisposto un aumento dei consumi e la crescita illimitata di merci inutili. L’onnipotenza di tale sviluppo è prodotta dalla sinergia tra l’innovazione permanente della tecnoscienza, la globalizzazione mercatista e la pervasività mondiale della finanza, senza frontiera, anonima e on-line. Essa è giunta a un supersfruttamento biotech della terra al punto da distruggere un terzo dei prodotti annuali; e una sterminata produzione di merci che invade ogni angolo del globo[1].

L’intero sistema culturale costruito in questi secoli ha sostituito i valori umani e le leggi della natura con un’ideologia dannosa e obsoleta. In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Secondo il Metropolitan Istitute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” ha principi base: avviare un coordinamento fra i settori, creare una visione olistica, rigenerare le persone prima dei luoghi, creare partenariati a tutti i livelli di governo, creare capacità nel settore pubblico, coinvolgere la comunità locale nella pianificazione. Pertanto la rigenerazione si basa sulla “scienza della sostenibilità” con particolare attenzione ai bisogni sociali delle comunità.

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Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[2] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[3] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.


[1] Manifesto UIA, “Dalla crisi di megacity e degli ecosistemi verso eco-metropoli e l’era post-comunista”, in Per un’architettura come ecologia umana, (a cura di) Antonietta Iolanda Lima,  Jaca Book, pag. 260,  2010

[2] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[3] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
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