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Archive for the ‘ambiente’ Category

Negli ultimi anni si sente parlare di crisi dei partiti e fine delle ideologie, e più inopportunamente di crisi della politica. Sicuramente gli organi intermedi come partiti e sindacati non godono più di tanta fiducia, ma la politica è in ottima salute. La fiducia persa nei partiti e nei sindacati e l’aumento dell’apatia dei cittadini hanno favorito l’influenza di imprese e banche nei confronti delle istituzioni, che di fatto tutelano prioritariamente il profitto dei soggetti privati a danno dell’interesse generale e dei beni comuni. Da un lato l’apatia dei cittadini danneggia l’intera cittadinanza, poiché la rinuncia a capire la politica favorisce l’egoismo delle imprese private, e dall’altro lato, orfani dei partiti, una parte della cittadinanza sperimenta forme civiche auto gestiste. La politica non è mai stata così importante poiché la crisi della rappresentanza democratica è una crisi dell’autonomia e della libertà di pensiero, intensa come la capacità creativa dei partiti nel proporre una società migliore, mentre la politica degli interessi privati guidati dalla religione neoliberale gode di ottima salute.

Mentre crolla la popolarità dei partiti per la loro distanza dai problemi delle persone, si sente l’esigenza di far rinascere gli ideali, e così associazioni e liberi cittadini si mobilitano per organizzare spesso una protesta e a volte una proposta. La gravissima recessione economica figlia della cultura neoliberale moltiplica i problemi delle persone. I temi e i problemi da affrontare richiedono conoscenze e competenze crescenti, e questo è un paradosso poiché la società si ritrova con partiti incapaci di risolvere i problemi. Ancor più grave è il fatto che i cittadini sembrano incapaci di organizzarsi in associazioni (partito) e raccogliere aiuti intorno a valori e ideali per far emergere l’interesse generale. In questa crisi di coscienze e di valori della rappresentanza, la vecchia nomenclatura dei partiti è sostituita da aggregazioni di gruppi di interesse finanziati indirettamente dalle banche e dalle imprese (think tank neoliberal e fondazioni politiche). I partiti non sono più il luogo dove si forma e cresce la classe dirigente politica, ma rimangono come strumento per concorrere alle elezioni. Vecchia nomenclatura e istituzioni sono solo una parte della politica, e negli ultimi vent’anni hanno dimostrato di essere la parte meno intelligente, meno capace di abilità creative per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Il sistema politico influenza la società, ma il reale potere è nelle mani delle imprese e nelle mani dei cittadini. E’ la cittadinanza l’oggetto di interesse sia del sistema politico e sia delle imprese. Come possiamo intuire, il potere nella società moderna, è più nascosto ma altrettanto visibile. Il potere è nella pubblicità. Nella nostra società disciplinata, il controllo sociale è prodotto da una rete complessa di regole (leggi, consuetudini, credenze, internet, pubblicità, scuola), in sostanza il potere scorre nella vita quotidiana all’insaputa delle masse popolari.

In questa complessità la recessione economica innescata dall’implosione del capitalismo da un lato mostra tutte le difficoltà delle comunità, e dall’altro mostra l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società per evolverci in un’epoca migliore.

Una parte del rapporto annuale 2015 dell’Istat è dedicato al nostro patrimonio territoriale. «L’Italia è spesso rappresentata, con uno stereotipo, come un “museo a cielo aperto”, il “Bel Paese”, ricco di attrazioni artistiche e naturali, che si distingue per la sua storia, la tradizione, l’eleganza, lo stile e la qualità della vita. Un paese per il quale la creatività, il turismo e la cultura rappresentano il vero patrimonio nazionale.  […] La vocazione culturale e attrattiva che si proietta su questa rappresentazione territoriale è definita dalla presenza sul territorio di risorse materiali o di attività che incorporano un elevato valore intangibile, cioè una forte componente simbolica di natura estetica, artistica, storica e identitaria. […] Nello specifico, in base alla definizione inclusiva qui assunta, l’insieme delle risorse culturali legate ai territori, che contribuiscono a definire l’attrattività e la competitività – effettiva o potenziale – dei sistemi locali, si articolano secondo due dimensioni principali. La prima è quella del patrimonio culturale e paesaggistico, che si riferisce alla presenza fisica sul territorio di luoghi, beni materiali, strutture, istituzioni e altre risorse di specifico valore e interesse storico, artistico, architettonico e ambientale, che possono essere fruiti attraverso una partecipazione diretta e possono costituire fattori di attrattività del territorio e un elemento competitivo di successo per lo sviluppo dei sistemi locali. La seconda dimensione è quella del tessuto produttivo/culturale. Questa seconda componente riguarda l’insieme composito di attività di produzione, distribuzione e formazione d’interesse culturale e comprende al suo interno: a) le imprese dell’industria culturale in senso stretto, come definite sulla base della classificazione Ateco; b) il meta-settore delle “industrie creative” e delle filiere d’impresa ad esse collegate, che mette insieme le attività economiche e produttive ad elevato contenuto di conoscenza e di innovazione con una forte contaminazione fra creatività e know-how (nei settori dell’architettura, design, moda, pubblicità ecc.); c) le imprese di produzione di prodotti di tradizione locale e di qualità, cioè le aziende agricole con coltivazioni e/o allevamenti Dop e Igp e le imprese dell’artigianato artistico che riflettono ed esprimono la tradizione culturale locale e nazionale; d) le attività di formazione culturale, limitatamente agli istituti di istruzione superiore artistica e musicale, ai corsi delle facoltà universitarie a specifico interesse artistico e culturale e ai corsi privati svolte in forma d’impresa (corsi di musica, di danza ecc.); e) le istituzioni non profit culturali e artistiche, che operano nella gestione di biblioteche, musei, monumenti, siti archeologici o paesaggistici, nella realizzazione di spettacoli di visite guidate, nella conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale ecc».

I contenuti del rapporto Istat rappresentano le pratiche materiali della politica, poiché riguardano l’organizzazione e l’uso delle cose. L’altra parte della politica riguarda le pratiche discorsive cioè il linguaggio, i simboli e i significati. Anche le leggi fanno parte delle pratiche materiali e per comprendere l’azione politica di partiti e istituzioni è sufficiente misurarne la forza e l’efficacia a tutela del nostro territorio.

Diversi decenni orsono, tutti i soggetti politici della vecchia nomenclatura hanno scelto di perseguire un disegno politico chiamato Unione Europea, e la loro guida culturale è la rappresentazione del pensiero neoliberale che sostituisce lo Stato col libero mercato. Tale condotta politica rappresenta un tradimento alla Repubblica italiana poiché i Trattati europei non sono compatibili coi principi della Costituzione, e Parlamento e Governo italiano da decenni hanno rinunciato a promuovere politiche industriali anche per valorizzare il territorio, poiché si è preferito favorire gli interessi privati delle imprese. Il più clamoroso tradimento è sotto gli occhi di tutti, ad esempio l’UE vieta gli aiuti di Stato mentre la Costituzione italiana prevede che lo Stato intervenga per sostenere i ceti meno abbienti al fine di rimuovere gli “ostacoli di ordine economico”, causati proprio dal libero mercato che i Trattati europei sostengono. La rinuncia a una banca centrale pubblica che faccia l’interesse dello Stato è un tradimento incredibile poiché era noto, fra gli economisti, che un sistema politico capitalista neoliberale avrebbe fatto crescere le diseguaglianze fra classi sociali e territori, tant’è che oggi esistono Paesi “periferici” danneggiati dal sistema finanziario europeo, e Paesi “centrali” favoriti da scelte politiche di austerità e da regole finanziarie come il “fiscal compact” e il “patto di stabilità e crescita”.

La Repubblica italiana potrebbe e dovrebbe investire nella rigenerazione del proprio patrimonio, ma Parlamento e Governo anziché riformare lo stupido sistema neoliberale dell’UE, continua a sostenere le scemenze della religione economia neoclassica (pratiche discorsive), contribuendo a danneggiare le generazioni presenti e future.

Sono le persone e le relazioni fra di esse a fare la politica; se abbiamo una classe dirigente corrotta e inadeguata, dobbiamo solo guardarci allo specchio e non perché noi siamo gli attori di illeciti e scelte sbagliate ma perché siamo responsabili della nostra inerzia nei confronti della classe politica, chiusi nel nostro egoismo e isolati grazie alla nostra ignoranza.

E’ nostro dovere morale cambiare una condotta indegna e incivile per promuovere azioni strategiche e unirci in quei movimenti che stanno sostituendo la vecchia nomenclatura, ad esempio DiEM25 è senza dubbio uno di questi. Abbiamo il potere di produrre un linguaggio e obiettivi per cambiare i paradigmi culturali e favorire la nascita di classi dirigenti più adeguate discutendo sulle pratiche materiali della politica: auto sufficienza energetica, occupazione utile, rigenerazione urbana bioeconomica, valorizzazione del territorio, sovranità alimentare.

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Teorie della pianificazione

Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

città in contrazione

Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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Il capitalismo delle rendite immobiliari prima e il neoliberismo dopo, hanno peggiorato le condizioni di vita nelle nostre città e favorito piani urbanistici speculativi che hanno costruito il degrado che osserviamo in diverse città. La deindustrializzazione e la delocalizzazione produttiva hanno innescato un lungo processo di cambiamenti sociali e ambientali. La nostra classe dirigente, anziché favorire programmi per trovare soluzioni e prevenire danni sociali e ambientali, ha scelto di ignorare tale fenomeno. Nonostante la stagione dei “programmi complessi”, le nostre città non offrono luoghi urbani adeguati ai cambiamenti sociali; per aggiustare le aree urbane ci vuole una volontà politica e una consapevolezza per attivare un coordinamento istituzionale e un’agenda urbana bioeconomica. E’ necessario cambiare le modalità culturali che giudicano gli investimenti, poiché bisogna porre rimedio alle cattive espansioni urbanistiche cominciate sin dal secondo dopo guerra. L’attuale paradigma dominate distrugge economie locali e il futuro di diverse generazioni di persone, soprattutto nel meridione d’Italia. L’inerzia politica del legislatore aumenta le disuguaglianze economiche e sociali, apparendo quasi criminogena. Il territorio è la risorsa principale del Paese, noi dipendiamo dall’energia della campagna e dalle relazioni nelle aree urbane. L’armatura urbana italiana è mutata, oggi viviamo in città estese che rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi. Questo cambiamento di scala territoriale è completamente ignorato dalle classe dirigente incapace di programmare adeguati investimenti pubblici. Le città assurgono all’attenzione dei media solo quando la natura si manifesta con calamità che causano morti e danni ai suoli antropizzati. Il crimine dell’indifferenza è tipico degli idiotes, soprattutto quando l’inerzia politica riguarda la risorsa che ci tiene in vita. Una priorità del genere non dovrebbe neanche essere oggetto di dubbi o discussioni, ma i nostri dipendenti, se fossero persone dotate di un banale buon senso, dovrebbero agire per conservare il nostro patrimonio, unico al mondo, senza fiatare. La classe dirigente non ha voluto proporre nuovi paradigmi per governare il territorio e prevenire la disgregazione sociale che assistiamo, la recessione sta facendo abbassare i livelli della qualità di vita degli abitanti, ma all’élite va bene così.

In quasi trent’anni, le città sono cambiate con una velocità inimmaginabile per i secoli passati. Questa velocità è direttamente proporzionale all’evoluzione del capitalismo che si sta sganciando dal lavoro. La degenerazione culturale dell’Occidente è favorita dall’informatizzazione piegata ai capricci del capitale, basti osservare il fenomeno dell’immorale mondo offshore collegato anche all’attività dei piani di riqualificazione urbana a debito, poiché così si nasconde la corruzione, mentre emergono e si diffondo prezzolati servi e adoratori d’internet. Ovviamente internet è l’ennesima tecnica, e non rimane indifferente di fronte alle ingiustizie sociali e alla fame dei popoli, semplicemente le sfrutta poiché rispecchia il nichilismo dell’epoca moderna. Grazie alle giurisdizioni segrete e l’evoluzione dei sistemi informatici, il sistema bancario ha corrotto persino le mafie, e attrae i peggiori criminali del pianeta che possono compiere le proprie immorali transazioni grazie a internet, e i Governi lo sanno benissimo. I politici preferiscono favorire l’industria del grande fratello – google e facebook – per raccogliere informazioni sugli stili di vita dei cittadini e sfruttarle per l’industria delle merci inutili, piuttosto che cancellare le giurisdizioni segrete e incriminare le banche che spostano capitali generati illecitamente, e comprano e vendono armi.

città in contrazione

Il contesto urbano e territoriale che ereditiamo è complesso, contraddittorio. Abbiamo tutte le principali città italiane – ben 26 – che sono in contrazione (perdita di abitanti) e le rendite hanno favorito la crescita della cosiddetta regione urbana, poiché hanno espulso i ceti meno abbienti dai principali centri urbani e si sono trasferiti nei comuni limitrofi. Questi abitanti usano e vivono un territorio più vasto della città, facendo crescere il volume degli spostamenti pendolari, che realizzati con mezzi privati aumentano l’inquinamento. I piccoli e medi comuni sono cresciuti, deliberando piani urbanistici espansivi hanno consumato suolo agricolo. Nonostante i principali centri urbani siano stati coinvolti dal fenomeno della contrazione hanno approvato piani espansivi con la speranza di incassare soldi attraverso gli oneri di urbanizzazione contribuendo a consumare suolo agricolo. In questo contesto drammatico si intuisce che nessun comune italiano, ripeto, nessuno ha deliberato piani urbanistici rigenerativi secondo i paradigmi della bioeconomia. La rigenerazione urbana è auspicata da tutte le categorie professionali che si occupano di urbanistica ma viene proposta una tecnica che ricade nell’obsoleta cultura delle crescita (perequazione e premi volumetrici), anziché compiere un’evoluzione dettata dalla bioeconomia. Esempi di rigenerazione si trovano soprattutto nel mondo anglosassone che ha conservato una propria sovranità monetaria. La letteratura straniera è molto vasta e mostra aspetti contraddittori poiché da un lato si sono favorite le rendite e dall’altro c’è stata una sensibilità a conservare le risorse naturali. Le tipologie insediative sono generalmente caratterizzate da tessuti urbani con densità che imitano la città classica europea. In Italia ci si è limitati, dove è stato possibile, a recuperare le aree industriali dismesse senza avere il coraggio di intervenire nei tessuti urbani esistenti e costruiti male dalla speculazione. Tutti gli urbanisti sanno bene che la soluzione del problema si trova nella proprietà dei suoli e nella rendita immobiliare, tutti sanno che la cosiddetta municipalizzazione dei suoli avrebbe ridotto i rischi della speculazione capitalista ma il legislatore italiano preferì favorire la lobby degli immobiliaristi. Ci sono proposte di riforma che auspicano la separazione fra la proprietà dei suoli e il diritto alla casa, all’alloggio. Separando il suolo dall’alloggio possiamo immaginare di scomporre e ricomporre parti di città per realizzare una corretta morfologia urbana. E’ fondamentale che il disegno urbano si liberi di discipline negative come la finanza e la proprietà. Fatto ciò, bisogna portare l’urbanistica nell’alveo della bioeconomia poiché ci consente di misurare correttamente i flussi di energia e materia. In tal senso l’edilizia è ormai matura, un pò meno l’urbanistica, ma l’approccio della scuola territorialista che fa uso della bioeconomia riempie il vuoto culturale, anche se l’ambito d’intervento è quello territoriale vasto e non la città. L’unico ambito finora rimasto scoperto è quello che riguarda i piani regolatori generali in vigore e gli strumenti giuridici finanziari che valutano i piani. I criteri di valutazione, cioè gli indici finanziari ed economici non servono per giudicare la qualità progettuale, e pertanto le decisioni politiche sono condizionate da orientamenti fuorvianti e persino dannosi. E’ la qualità urbana e dei progetti che bisogna imparare a valutare ed è necessario sostenere criteri bioeconomici, di bellezza e di decoro. E’ necessario partire da un approccio conservativo, partendo da analisi dirette, funzionali, morfologiche, percettive e bisogna avere l’ambizione e l’obiettivo di riportare la bellezza e il decoro nelle città. Dobbiamo abbattere le rendite immobiliari e di posizione, trasformare le leggi introducendo il concetto di bene nell’accezione bioeconomia per togliere dal mercato i valori del nostro patrimonio e poi favorire interventi di trasformazione urbana che hanno il coraggio e la virtù di aggiustare i tessuti urbani costruiti dalla speculazione. Secondo l’economia neoclassica tali trasformazioni che hanno il coraggio di recuperare standard, non sarebbero economicamente sostenibili ma attraverso l’aumento di carichi urbanistici, cioè speculando, potrebbero esser convenienti poiché si offrono al mercato le superfici che ricoprono i costi delle trasformazioni. Questa logica della crescita figlia dell’ossimoro sviluppo sostenibile è fallita anche nelle città, e contraddice il concetto stesso della rigenerazione.

Nel Novecento la città di Ulm tagliò la testa al mostro del capitalismo. L’Amministrazione acquistò i suoli per costruire alloggi e poi li cedette a prezzo di costo ai ceti meno abbienti; “a prezzo di costo“!!! Il Comune di Ulm non fece alcun profitto e agevolò persino le famiglie che non potevano pagare il prezzo di costo, vendendo gli alloggi a rate ma applicando un interesse del 3%. Quando esiste una volontà politica per aiutare le persone più povere, politici seri e civili prendono le giuste decisioni.

Le nostre città, cresciute dagli anni ’50 fino agli anni ’80, hanno costruito anche periferie orrende e anziché prendere le giuste decisioni e aiutare i più poveri, i politici hanno favorito le speculazioni e le rendite di posizione. Bisogna porre rimedio con soluzioni radicali e favorire la rigenerazione urbana bioeconomica che come l’esempio di Ulm ignora il profitto ma favorisce la tutela dei diritti e lo sviluppo umano. Il denaro è un mezzo, un banale strumento di misura, l’obiettivo è rigenerare le aree urbane favorendo nuova occupazione, rilocalizzando servizi e attività. Il punto di partenza sono i progetti secondo l’approccio bioeconomico cioè concentrarsi nelle zone omogenee B, cioè i tessuti urbani esistenti, e studiarli secondo “l’unità di vicinato” (cellula urbana), cioè verificare se sussistono le regole della corretta composizione e inserire le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, raggiungendo una maggiore qualità urbana, la bellezza e il decoro, e una sostenibilità duratura nel tempo. Già negli anni ’70 a seguito del DM 1444/68, i Comuni furono costretti a deliberare piani per recuperare gli standard mancanti, ma il risultato in generale, fu che i consiglieri comunali non si schierarono contro le rendite e vinse il disegno urbano speculativo. Fortunatamente ci furono anche casi ove i Comuni progettarono un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato costruendo i servizi in maniera adeguata, ma ciò avvenne ove esisteva una corretta cultura urbanistica a tutela dell’interesse generale.

In questi anni 2000, le città hanno accelerato la propria crisi poiché il capitale si trasferisce nei Paesi emergenti e innesca la recessione che colpisce il potere d’acquisto dei lavoratori salariati. La soluzione alla recessione è sul piano dei nuovi paradigmi culturali col ripristino della sovranità monetaria. Per avviare questa transizione nelle nostre città, e anche nelle città europee, non servono le mance proposte dal Governo ma una seria riforma del sistema economico europeo. Bisogna cambiare i Trattati e le funzioni della BCE per uscire dall’economia del debito. L’aborto politico chiamato UE è un sistema idiotes che sta danneggiando i popoli e adotta un’agenda urbana fatta di indicazioni e buoni propositi sotto il profilo energetico ma culturalmente carente sotto il profilo urbanistico e territoriale. Lo stesso Governo italiano manifesta una carenza culturale per governare il proprio territorio e i centri urbani, nonostante la creazione del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane. I documenti pubblicati dalle agenzie istituzionali manifestano diverse carenze circa le forme urbane che si sono sviluppate e trasformate negli ultimi trent’anni. E le proposte legislative, come il DDL sulla riforma urbanistica, sono addirittura pericolose per la tutela del nostro patrimonio poiché lasciano intuire un aumento dei rischi favorito dall’approccio neoliberale. Possiamo comprendere che al di là della carenza culturale chi ha il potere di decidere preferisce favorire un capitalismo da rapina piuttosto che applicare la Costituzione.

Dal punto di vista di una politica urbana seria e responsabile, è necessario ampliare i principi di tutela e conservazione ed estenderli a tutta la progettazione urbana, cioè fare l’opposto di quello fatto finora attraverso i piani espansivi per trasformarli in piani rigenerativi. E’ necessario incentivare il sistema dei parchi e ampliare gli ambiti territoriali circa la tutela della biodiversità, portando il concetto di “bio distretto” nelle aree urbane. Solo per l’Italia servirebbero circa 60 miliardi per intervenire e risolvere definitivamente problemi rimasti insoluti negli ultimi quarant’anni, questo solo nelle 26 città in contrazione. Ovviamente bisogna fissare un orizzonte temporale, ad esempio 20 anni/30 anni, e distribuire la programmazione economica per gli anni che fissano obiettivi intermedi e a lungo termine. Quest’atteggiamento cambia la politica nazionale ed europea, cambia la visione e costruisce un presente e futuro fatto di prosperità poiché rigenerare i centri urbani per i prossimi 20 anni con l’approccio conservativo significa risolvere i problemi occupazionali, riequilibra il rapporto uomo e natura in quanto tutela l’ambiente e favorisce lo sviluppo umano. La cifra di 60 miliardi è solo un’indicazione ricavata da scenari progettuali di rigenerazione (un modello), che tengono conto di una certa quantità demolizioni e ricostruzioni; arredo urbano; conservazione; ristrutturazione; riattamento; servizi (verde pubblico, scuola, teatro, biblioteca); sufficienza energetica e mobilità dolce. La cifra varia rispetto ai singoli progetti, ma l’indicazione è utile a capire le dimensioni della programmazione economica che si discosta dagli spiccioli stanziati da una classe dirigente che si pone altre priorità, ma lascia insoluti i problemi sociali delle aree urbane. E’ fondamentale che i cittadini stabiliscano la priorità di riprendersi le città, poiché sono la nostra casa. Bisogna farlo riportando l’architettura e l’urbanistica al centro della politica, come avvenne nel mondo classico della magna Grecia, nel Rinascimento e nell’Ottocento, e stabilire l’uscita dal becero consumismo sostituendolo con la cultura e la bellezza.

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E’ noto che le multinazionali del cibo e del farmaco, da diversi decenni, stiano sferrando un vero e proprio attacco alla specie umana attraverso l’ingegnerizzazione dei processi produttivi partendo dalla genetica e dai farmaci che agiscono come droghe; riprogettando il DNA e le molecole secondo logiche di obsolescenza pianificata e quindi la sostituzione dei semi naturali con merci a scadenza programmata. Il fine è sempre lo stesso, massimizzare i profitti inventando nuovi consumatori di merce-cibo e di farmaci per cronicizzare i problemi causati dalla merce-cibo.

L’attacco alla nostra specie è ampiamente denunciato, sono state pubblicate diverse inchieste, reportage e documenti. Nel mondo dell’associazionismo e dell’attivismo civico troviamo in prima fila il fisico Vandana Shiva, e il progetto Terra madre di Carlo Petrini che propone soluzioni concrete attraverso percorsi che conducono alla sovranità alimentare dei popoli.

La cosa che “sorprende” è l’assenza di una “fiera” per nutrire il pianeta; l’Expo, si intuisce, ha l’obiettivo di “ammalare” il pianeta e non di aiutare i popoli a nutrirsi correttamente. Nella logica della privatizzazione del pianeta la psico programmazione mentale attraverso l’Expo è una vera operazione di disinformazione di massa creata dai think tank e dai media del WTO. Non sorprende che l’Expo sia la cattedrale religiosa ove i consumatori possano ritrovare i grandi marchi e la merce-cibo che dovranno ingerire, e non sorprende che la comunicazione sia soft per raggiungere non gli adulti ma i bambini. Il Governo Renzi, che organizza Expo, tramite il famigerato decreto sblocca Italia consente di stuprare il territorio, e il paesaggio (nuove attività estrattive per favorire gli idrocarburi e aumentare i rischi d’inquinamento irreversibili) e aumentare i rischi sanitari attraverso “incentivi” all’incenerimento dei rifiuti.

Se organizzatori e italiani fossero stati a servizio del bene comune non avrebbero mai scelto Milano, non avrebbero mai realizzato una speculazione edilizia a debito, e non avrebbero optato per la modalità classica della fiera, ma avrebbero potuto concentrarsi sul contenuto: nutrire il pianeta, attraverso la cultura e le culture del cibo rispettando le identità dei popoli, e parlando di bioeconomia. Si poteva cogliere un’opportunità per promuovere la sovranità alimentare nei luoghi caratteristici in una logica di rete sinergica, proprio come i processi autopoietici della biologia. E così Pollica (SA), sede della dieta mediterranea, per discutere sull’alimentazione equilibrata e più sana; Foggia, sede della borsa del grano e discutere sui prezzi e il reale fabbisogno di grano (inchiesta Terra e cibo di Presa diretta); Siena, quale provincia che ospita i più antichi frantoi d’olio d’Italia; Favignana (TP), come luogo simbolo delle tonnare e discutere sulla pesca sostenibile, e San Marino per la banca delle sementi a tutela della biodiversità.

Il fatto che, per il momento, non sia stata programmata una vera “fiera” per discutere come nutrire il pianeta senza distruggere gli ecosistemi, non vuol dire che non se ne discuterà in futuro. In diversi ambiti l’argomento della sostenibilità alimentare è abbastanza dibattuto, e l’Expo poteva essere il momento ove informare i cittadini circa il problema dello sfruttamento del pianeta ben oltre le sue capacità autorigenerative a danno degli ecosistemi. E’ altrettanto noto il fatto che il problema della fame nel mondo è piena responsabilità del WTO e degli eserciti, e che il mondo occidentale produce più cibo di quanto tutta l’umanità abbia realmente bisogno, mentre una parte importante del globo è mal nutrita, l’altra è obesa. E’ noto anche che la ricchezza monetaria accumulata dalle SpA può finanziare programmi per la corretta nutrizione per tendere a un equilibrio globale, e nutrire correttamente sia chi ha fame e sia chi è obeso; se tutto ciò non accade le ragioni sono banali: l’interesse non è far bene. Se all’Expo si fosse acceso un focus su questi argomenti, è chiaro che il WTO avrebbe perso la sua credibilità, e che le multinazionali della merce-cibo avrebbero messo a rischio la propria immagine nei confronti dei clienti nei paesi emergenti ove il capitalismo ha programmato la crescita della religione neoliberista dei prossimi decenni.

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Fonte: Wuppertal Institut

Per affrontare il tema in maniera seria, è sufficiente che gli Stati tornino a comportarsi come Nazioni sovrane e sequestrino gli illeciti e gli immorali accumuli monetari inventanti con le tecniche finanziarie tramite il sistema delle società off shore e la segretezza bancaria, oppure che gli Stati si riprendano la sovranità monetaria per investire a tutela delle biodiversità, della salute e della sovranità alimentare.

Un’altra soluzione molto nota, sta nel fatto che alle multinazionali sia proibito occuparsi di cibo poiché il cibo non è merce, mentre le Nazioni programmano un’educazione alimentare nel rispetto delle proprie culture locali producendo e consumando i propri alimenti donati dalla natura. Il punto è che il cibo non è merce, e questo principio non è oggetto di dibattito. Altro punto, la delirante concezione delle multinazionali secondo cui è possibile apporre un brevetto sulle sementi è un atto criminogeno contro l’umanità. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi».

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Ho più volte accennato al fatto che sia del tutto strano che un Paese come l’Italia veda costantemente aumentare il numero di disoccupati e soprattutto sia assente un piano industriale che valorizzi le proprie capacità creative, progettuali e le tipiche risorse locali, difficilmente imitabili da altri paesi. In questo periodo di recessione alcuni cominciano a chiedersi a cosa serva l’Unione Europea, perché esiste, e come funziona il sistema dell’euro zona. Mentre si avvia questo dibattito utile che aiuta i cittadini a capire l’inganno prodotto dall’economia ortodossa e da politici che hanno tradito la Repubblica italiana, si dovrebbe parlare di un tema altrettanto importare spostare risorse verso interventi utili non più procrastinabili nel tempo.

Negli anni ’80 e ’90 il legislatore ha introdotto una serie di strumenti tecnico-giuridici che hanno prodotto una serie di casi di intervento, leggi che miravano nel loro insieme a migliorare le città: in gergo si chiamano “programmi complessi“, che trovavano copertura finanziaria sia dai fondi europei che da quelli nazionali e dalle Regioni. Ad esempio, l’esperienza dei Programmi Urban nei centri storici, avviata nel 1994 fino al 1999, che coinvolse 16 Comuni, poi ci furono 46 Comuni coinvolti dai Contratti di Quartiere approvati dal Comitato esecutivo del CER, e poi 9 aggiuntivi approvati dal Parlamento, con risorse della legge 94/1982 che poi trovano la luce a gennaio del 1998. E poi l’esperienza dei programmi PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile sul Territorio) ove 127 furono dichiarati idonei, con 87 casi finanziati con risorse del CIPE di cui alla legge 341/1995. A questi dati vanno aggiunti le esperienze dei piani regionali con gli interventi di recupero, i programmi integrati di intervento ed i programmi di recupero urbano. Di recente i Governi hanno lanciato l’iniziativa “piano città“, ma con scarse risorse (318 mln). E’ noto a tutti i tecnici che le nostre città hanno una serie problemi circa la morfologia urbana e la scarsa qualità degli edifici costruiti fra gli anni ’50 e gli anni ’80, oltre ai noti problemi legati all’invecchiamento del patrimonio edilizio che fa aumentare il rischio sismico. Nonostante la mole di intenzioni, piani e programmi: c’è ancora molto da fare. Quella dei programmi complessi è l’esperienza italiana più recente, dopo la ricostruzione post bellica, riferibile alle pratiche denominate: rinnovamento urbano (urban renewal) e di riqualificazione, dagli anni ’90 in poi si parlerà di rigenerazione urbana. La rigenerazione intende occuparsi dei quartieri degradati ridando vita a parti di città abbandonate, o comunque da riqualificare con criteri di sostenibilità. I progetti si occupano dello spazio pubblico, degli edifici, dei servizi e della socialità, con l’intenzione positiva di condizionare l’economia e la cultura del quartiere e della città presa in esame restituendo una città migliore di prima. Le esperienze dimostrano che questo è avvenuto con successi e insuccessi.

Una vasta letteratura internazionale mostra come tutti i paesi occidentali abbiano affrontato il tema sopra accennato. Molte amministrazioni locali si stanno confrontando con il problema delle “città in contrazione, cioè ove gli abitanti abbandonano interi quartieri a causa della recessione economica e migrano verso luoghi che offrono maggiori garanzie di lavoro. Il problema non è nuovo, anche l’Italia meridionale ha conosciuto e conosce questo fenomeno che sembra ripresentarsi. Solitamente le nostre amministrazioni locali, nonostante l’abbandono delle città, hanno sempre deliberato piani urbanistici espansivi. Negli ultimi cinquant’anni le città hanno affrontato il tema e cercato di risolvere il problema in vari modi. Gli amministratori più responsabili hanno approvato progetti di rivitalizzazione, rigenerazione e riqualificazione urbanistica. I progetti migliori si sono occupati del problema della “città diffusa” (sprawl) che consuma inutilmente il suolo, e della densità urbana, mirando a progettare densità equilibrate realizzando gli standard minimi, con una buona distribuzione dei servizi sul territorio favorendo gli spostamenti pedonali, con la bicicletta e coi mezzi pubblici.

I modelli più recenti e interessanti sono rappresentati da “progetti di comunità” e di “pianificazione partecipata“. La ricaduta positiva di questi interventi è il soddisfacimento del bisogno di casa, l’offerta di lavoro, e la realizzazione di spazi comfortevoli. Da un lato ci sono i metodi di ispirazione liberista ove i progetti sono sostenuti dal capitale privato che trasforma interi quartieri secondo logiche speculative, e da un altro lato ci sono i “progetti di comunità” tramite progetti che puntano alla sostenibilità, alla coesione sociale e alla tutela di tutti gli abitanti. Un’interessante visione è raccontata da Claudio Saragosa in Città tra passato e futuro, altri suggerimenti sono espressi nella collana Natura e artefatto di Donzelli editore; altrettanto interessante la proposta di rileggere I classici dell’urbanistica moderna al fine di interpretare correttamente il cambiamento necessario che avvolge i temi del territorio, l’abitare e gli insediamenti umani.

In questo momento di recessione non c’è alcun dubbio che i “progetti di comunità” rappresentano esempi concreti che hanno saputo dare risposte durevoli e sostenibili, mentre quelli speculativi hanno dimostrato di costruire scatole vuote rigettate dal mercato stesso. Non c’è dubbio che l’aspetto tecnicamente interessante è la ricostruzione di interi quartieri con principi di sostenibilità garantendo un miglioramento della qualità di vita degli abitanti. Ahimé, il maggior numero di esperienze è avvenuto fuori dall’Italia per motivi economici monetari strutturali: negli USA, in Inghilterra e in Cina non esiste il sistema euro zona. Nel nostro Paese abbiamo avuto l’esperienza dei “programmi complessi” che non ha avuto, da parte del legislatore, la stessa forza e lo stesso peso che altre nazioni hanno voluto dare al “rinnovamento urbano“. Negli USA il governo federale ha dedicato ben 60 anni al rinnovamento dei quartieri poveri e degradati, queste esperienze non sempre hanno avuto successo, anzi in alcuni esempi hanno peggiorato le condizioni degli abitanti, ma di recente emergono progettualità più ragionevoli grazie l’approccio sistemico. In Italia abbiamo avuto la ricostruzione del dopo guerra, ma non ci fu una pianificazione urbanistica con i valori della sostenibilità, anzi, oggi le città e i loro abitanti pagano il danno ambientale creato proprio da quel periodo di ricostruzione, ed a quel danno bisogna porre rimedio con approcci culturali e strumenti adeguati. La storia insegna che tramite l’iniziativa dello Stato è stato possibile aiutare i ceti meno abbienti, e ricostruire quartieri degradati. Negli anni ’90 l’iniziativa pubblica trainò anche gli interventi privati, ed anche il settore bancario fu stimolato ad aiutare i cittadini tramite investimenti di lungo periodo a tassi agevolati per i ceti meno abbienti. Anche lo Stato italiano, a partire dalla ricostruzione post bellica passando per gli anni ’60 (il famoso boom economico), ’70 ed ’80, ha visto periodi di questo tipo ed ha consentito alle famiglie bisognose di acquistare alloggi a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato.

In questo momento di recessione e stante le condizioni attuali di mercato e gli strumenti legislativi, un’intera generazione di giovani laureati, disoccupati, studenti non sembra avere la minima opportunità di trovare un impiego dignitoso che possa consentire loro di comprare la prima casa, e realizzare il legittimo bisogno di creare una nuova famiglia, eppure la generazione precedente ha goduto di tutti i vantaggi economici concessi dallo Stato, ove un solo membro della famiglia poteva, con un solo salario, mantenere al sostentamento di tutti, prole compresa.

Per invertire la tendenza negativa è necessario che il legislatore abbia il coraggio di cambiare i paradigmi culturali della politica (dare valore e priorità agli indicatori del BES) ed adegui i salari dei dipendenti pubblici e privati, riduca gli stipendi dei dirigenti riequilibrando la distanza che c’è fra dirigente, funzionario e dipendente, riattivi tutte quelle politiche industriali (“programmi complessi e piano città)” spostando le risorse dai capitoli improduttivi come le spese militari e gli sprechi (anche adottando i costi standard per la pubblica amministrazione, vedi sprechi sanità), e concentrarle sull’istruzione pubblica, la ricerca ed il territorio e la prevenzione ambientale. Concentrare le risorse verso le imprese più utili: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio architettonico e del paesaggio, riuso ed il riciclo, efficienza energetica e innovazione tecnologica, prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico, bonifiche e prevenzione ambientale, mobilità intelligente e reti. Dal un lato togliere risorse dove non servono, e dall’altro usare la leva fiscale (sgravi ed incentivi) verso attività virtuose. In ambito europeo è doveroso riscrivere i trattati, semplificandoli copiando la Costituzione italiana, ristrutturare il debito pubblico estero, “abbandonare” il PIL e adottare il Benessere Equo e Sostenibile, e  ripristinare la sovranità degli Stati ricordando un principio monetario molto semplice: fiat money, con l’evoluzione culturale di associarlo ai flussi di materia e di energia consapevoli dell’entropia e della fotosintesi clorofilliana.

Se analizziamo la realtà culturale ci rendiamo conto che sappiamo cosa fare per migliorare territorio e città, ma i rappresentanti politici non sono all’altezza degli obiettivi da raggiungere e recano danni economici al Paese. Secondo il direttore della FIRE, Dario Di Santo: l’obiettivo dell’efficienza energetica “20-20-20” è ancora lontano, mentre secondo Fillea-CGIL e Legambiente si potrebbero mobilitare 7 miliardi per far partire l’efficienza energetica ed aiutare la crisi del settore edile. Secondo l’Osservatorio Oice/Informatel le gare di ingegneria e architettura mai così male dal 1997. In ambito locale è scandaloso che Regioni e Comuni non riescano a presentare un numero adeguato di progetti per sfruttare le risorse pubbliche europee (POR e PON), in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Mentre sono ben 2611 i Comuni che hanno aderito al Patto dei Sindaci, di cui il 64% hanno presentato un PAES, questo lungo iter per accedere ai fondi della BEI. Il 5% del nuovo ciclo di fondi strutturali 2014-2020 dell’UE dovrebbe essere assegnato alle aree urbane, questo significa che se viene ben definita l’idea di rigenerazione urbana, con l’approccio olistico, le città italiane potrebbero risolvere diversi problemi. Nasce un nuovo organo istituzionale: il Cipu (Comitato interministeriale per le Politiche Urbane) e uno strumento giuridico il Pon Città. Il “piano città” aveva raccolto appena 318 milioni, se i fondi 2014-2020 dovessero essere distribuiti equamente per i 28 Stati membri l’Italia potrebbe ricevere 1,71 miliardi, ma l’UE destina fondi rispetto gli obiettivi e le Regioni.

Se i cittadini formassero cooperative ad hoc riuscirebbero ad autofinanziarsi e raggiungere più velocemente importanti obiettivi sotto il profilo occupazionale e della qualità della vita, esempi virtuosi di questo di tipo ci sono già stati in Germania. L’esperienza insegna che i ceti meno abbienti se uniti e coordinati da progetti sostenibili hanno la stessa, o maggiore, forza dello Stato e delle SpA. Sarebbe sufficiente concentrare risparmi e investimenti, orientando e condizionando il credito bancario, su progetti come “smart grid” e “rigenerazione urbana” per creare profitti virtuosi e non speculativi, e questi profitti, attraverso strategie efficaci e ormai mature, possono coinvolgere anche i ceti meno abbienti consentendo loro di acquisire competenze specifiche, decidere direttamente e migliorare la propria condizione economica e sociale.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale.

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Possiamo vivere in città più sicure, senza l’inquinamento ed in ambienti migliori? Possiamo avere città più vivibili? SI. Da diversi anni urbanisti e progettisti presentano idee sostenibili che affrontano e risolvono problemi concreti realizzando luoghi ed ambienti più comfortevoli. Questi progetti ricordano molto la concezione della città medioevale dove le persone si spostavano a piedi, più aree verdi e servizi facilmente raggiungibili a piedi o in bicicletta.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione.

Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.

Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Non c’è alcun dubbio che in Italia esiste una forte esigenza per recuperare parti di città e bisogna adeguare gli edifici prevenendo il rischio sismico. Esistono diverse esperienze che mostrano progetti validi ed interessanti che realizzano l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti.

Oltre alle città esistono interi piccoli centri urbani da valorizzare e tutelare dove il paesaggio naturale è il patrimonio più importante, ed oltre a questo aspetto scontato, ci sono i piccoli borghi costruiti in pietra che esprimono un’identità nazionale unica nel mondo e sono un tutt’uno col paesaggio.

Misurarsi con gli ecosistemi significa progettare luoghi adeguati ai limiti della natura e l’uomo è parte dell’ambiente. Le tecnologie di oggi consentono di realizzare e consumare in maniera razionale limitando i danni e addirittura vivere in luoghi urbani privi di inquinamento. Basti pensare all’assenza delle nanopolveri emesse dalle obsolete automobili. Ad esempio, cambiando lo stile di vita è possibile ridurre il numero di auto circolanti (ritorno all’auto familiare) e far circolare solo quelle elettriche. L’uso delle bici pedelec consente di migliorare gli spostamenti in città, ed una saggia organizzazione dei servizi stimola gli spostamenti a piedi. La presenza di aree verdi, materiali migliori, la presenza dell’acqua, la realizzazione di reti intelligenti (smart-grid) e la corretta gestione dei rifiuti verso un riciclo totale consentiranno di ridurre l’impatto ambientale delle città e migliorerà la qualità della vita. Anche l’economia familiare gioverà del cambiamento poiché saranno cancellati gli sprechi che consentiranno di far lievitare il risparmio.

La transizione sopra descritta richiede nuova occupazione. Scegliere questa strada vuol dire ridurre selettivamente il PIL, ma fa aumentare il numero degli occupati in impieghi utili perché si tratta di imprese artigiane che muovono solo l’economia reale.

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Dobbiamo cambiare il sistema di produzione, ridurre i consumi e cancellare gli sprechi, non è un’opinione, ma una condizione indispensabile per la nostra sopravvivenza. Già ad agosto, com’è noto, abbiamo raggiunto il massimo carico sopportabile dal pianeta, era il mese di agosto quando siamo arrivati all’overshoot day. Prima usciremo dalla religione della crescita e prima potremmo giungere alla prosperenza.

E’ altrettanto noto che si è sostenibili quando non si compromettono le risorse delle future generazioni, ed è altrettanto noto che, ahimé, diversi ecosistemi sono stati distrutti, specie estinte, e diverse risorse stanno raggiungendo il picco massimo.

“Sembra” che la stupidità regni il mondo. Anche i sistemi di controllo sociale sono aumentati, sono più persuasivi e più pervasivi: social media, microchip, e moneta elettronica.

Da questa catastrofe ampiamente annunciata negli anni ’70, ora ne vediamo le facce e le sfaccettature: deliri collettivi, regressioni psicologiche ed ethos infantilistico fra gli adulti, aumento dell’ignoranza di base e dell’ignoranza di ritorno, scarsa propensione alla lettura di saggi, incapacità di scegliere e valutare. Queste caratteristiche sono ampiamente diffuse nel nostro paese, mentre per fortuna in altri luoghi – sud America – aumenta il risveglio delle coscienze ed internet offre opportunità straordinarie di condivisione.

Chi ha potuto iniziare il processo di risveglio arrivando ad una massa critica sufficiente ha la straordinaria opportunità di progettare e costruire la transizione, e vivere in comunità libere, autosufficienti, realizzando la “civiltà contadina modernizzata”. Le risorse ci sono, ma bisogna pensare il cambiamento muovendosi dal basso e dall’alto. I cittadini sono la risorsa principale, e pertanto è necessario progettare comunità sostenibili partendo dai piccoli centri ove la risorsa naturale è ancora a portata di mano, mentre le città abbisognano di invertire il processo espansivo. Se una volta il cemento consumava suoli agricoli, oggi è auspicabile il contrario, l’agricoltura entra nella città per i bisogni alimentari dei cittadini attraverso orti sinergici auto gestiti. Se l’economia produceva per vendere in tutto il mondo, oggi l’economia deve produrre per il territorio locale. Inoltre, è obbligatorio avviare un progetto di recupero degli edifici esistenti, sia dal punto di visto energetico – smart grid – che dal punto di vista statico, poiché siamo giunti alla fine del ciclo vita di tanti edifici costruiti negli ’40, ’50, ’60 e ’70 e si rende necessario prevenire e ridurre il rischio sismico. I grandi complessi industriali stanno chiudendo e la nuova occupazione trova impiego nella manutenzione naturale dei suoli e dei territori, bonificando i suoli contaminati, e conservando le ricchezze naturali, artistiche e storiche. Nuova occupazione sorge da cooperative agricole energeticamente autosufficienti grazie all’economia della sussistenza.  Tutto ciò non solo è possibile, auspicabile, ma è l’unica strada necessaria per la sopravvivenza, è l’unica proposta alternativa a un sistema politico, economico palesemente immorale e dannoso all’essere umano.

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