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Archive for maggio 2015

La società che vediamo rispecchia esattamente lo spirito del tempo. Se abbiamo l’impressione che la società sia governata male e buona parte dei governanti appaiono come personaggi immorali, è proprio perché essi rappresentano lo spirito del tempo: il capitalismo. In tal senso possiamo anche affermare che la società non è governata male, ma addomesticata secondo le regole e il costume del tempo: usurpare, prevaricare, uccidere, violentare, mentire, rubare, ignorare e regredire. Sia chiaro che, se gli italiani sembrano essere campioni di autolesionismo e disistima propria, è lo spirito del tempo di tutto il mondo occidentale presente in tutti Paesi “avanzati” che si manifesta in ogni decisione politica, uno spirito che sorge a partire dall’età barocca e giunge al termine nel secondo Novecento, creando il caos che stiamo assistendo poiché il capitalismo si sposta nei territori dei paesi “emergenti”. L’ultima usurpazione espressione dell’idiozia capitalistica è la famigerata Expo milanese, ove un tema vitale come “nutrire il pianeta” è divenuto il brand foraggiato dalle multinazionali della “merda”, come direbbe l’oncologo Franco Berrino, che ha mostrato come la prevenzione dei tumori si attua attraverso il cibo. All’interno dello spirito del tempo è giusto che McDonald, Cocacola siano i padroni del tema “nutrire il pianeta”, anche se ogni essere umano sa bene che si tratta solo di un’idiozia funzionale al mantra: vendere, vendere, vendere. Nell’era di internet ove in tanti si rendono conto del vero obiettivo dell’iniziativa, promuovere una fiera globale sponsorizzata dal diavolo è solo l’ultimo affronto di un’élite degenerata e arrogante. Per fortuna un tema fondamentale come nutrire il pianeta viene affrontato dai contadini e dall’impiego delle conoscenze frutto di tecnologie naturali utili a sfamare i popoli, mentre proprio le famigerate multinazionali di Expo disseminano rischi per la salute umana attraverso merci figlie dell’ingegneria genetica. L’aspetto più ridicolo per gli italiani ospitanti della fiera, è che nel mondo globalizzato si è sviluppato il luogo comune secondo cui l’Italia e gli italiani siano i detentori del corretto life style grazie al cibo, e lo sponsor principale di Expo non è la dieta mediterranea ma McDonald. Ed anche questa contraddizione se osservata sotto la lente del capitalismo è un’azione corretta, poiché secondo lo spirito dominante i rapporti si misurano attraverso il capitale e non secondo valori universali, quindi basta pagare per avere visibilità. Persino Carlo Petrini, presente ad Expo con Slow Food, non lascia spazio all’immaginazione: «abbiamo accettato di stare dentro l’Expo, ma ci stiamo in maniera critica: l’Expo non ha anima, deve mettercela altrimenti non serve al sistema Paese. Da quando l’hanno presentato, si è trasformato in un evento che non ha nulla a che fare con il cibo, con la nutrizione e con il pianeta». Luca Chianca su Expo, inchiesta Report Grasso che cola. L’obiettivo sembra chiaro: formare nuovi consumatori attraverso le “droghe” del cibo ed offrire un assist all’industria del farmaco per “guarire” i nuovi consumatori obesi.

In Italia, in maniera confusa si può scorgere una reazione alla patologia cancerosa del capitalismo nichilista attraverso la lettura sia del rito sporadico del voto elettorale che manifesta un chiaro dissenso consapevole e sia osservando l’economia reale, cioè quelle attività volontarie dei cittadini che si organizzano in consumi critici e consapevoli, e in forme di auto produzione. Non c’è dubbio che queste attività economiche siano l’espressione più seria e più forte di un cambiamento radicale e sostenibile espressione di un nuovo spirito del tempo, quello che verrà. Il Movimento per la Decrescita Felice prova a dare il proprio contributo attraverso i circoli territoriali, espressione di cittadini organizzati in numerose attività di auto produzione proprio come il cibo, ma non solo, incontri e dibattiti culturali che suggeriscono lo sviluppo di stili di vita sostenibili e programmi politici sulla decrescita selettiva del PIL. Mi soffermerò solo sul dato elettorale. Alle elezioni europee del 25 maggio 2014 gli elettori erano 49.256.169, i votanti 28.908.004, cioè il 58,69% degli aventi diritto al voto, una percentuale decisamente in calo rispetto alle elezioni politiche del 24 febbraio 2013 ove parteciparono il 75,2% (35.270.926 votanti) degli aventi diritto al voto. Sei mesi fa, il 23 novembre 2014, in Emilia-Romagna i cittadini disgustati si sono comportati in questo modo: elettori 3.460.402; votanti 1.304.841, solo il 37,71%; mentre in Calabria: elettori 1.897.729, votanti 836.531; cioè solo il 44,08% ha votato. Traduzione, nessun partito rappresenta la maggioranza degli elettori e l’Assemblea legislativa regionale rappresenta solo una ristretta minoranza, svuotando di senso democratico l’elezione regionale stessa che governa senza legittimazione popolare della maggioranza degli aventi diritto al voto. L’alta percentuale dell’astensionismo (che supera il 50%+1) è il segnale politico più forte contro tutti i partiti. Sia chiaro che i non votanti non hanno espresso un dissenso al capitalismo ma una sfiducia ai partiti. Il segnale politico di maturità è quello di trasformare il dissenso in progetto politico figlio della decolonizzazione dell’immaginario collettivo dominante, cioè uscire dall’omologazione planetaria creata dal capitalismo. Il percorso è ancora lungo ma ci sono segnali incoraggianti nel resto d’Europa ove i cittadini hanno espresso un dissenso nei confronti di tutti i partiti che hanno costruito il sistema neoliberista europeo indirizzando il proprio consenso a forze nuove, e cosiddette di anti-sistema. Per il momento, all’appello di una rinascita mancano solo gli italiani, ma c’è la possibilità che anche nel nostro Paese nasca un movimento simil Podemos espressione di un’alternativa politica al neoliberismo, ma lo stesso Podemos deve offrire una soluzione politica e culturale figlia della bioeconomia. La bioeconomia è antitetica allo spirito del tempo che volge al termine, e ciò si realizza se e solo se i cittadini escono dall’inganno psicologico costruito negli ultimi secoli. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi». In questa affermazione viene sintetizzata una visione sociale e politica fondamentale per ribaltare il paradigma culturale dello spirito del tempo e proporre nuovi paradigmi culturali che ci consentiranno di vivere in prosperità osservando le leggi della natura. La bioeconomia è la soluzione ormai nota, e si percorre in un periodo di tempo chiamato decrescita felice che ci consente di indicare la decrescita selettiva del PIL grazie a investimenti mirati in attività virtuose. Nel 2013 il Perù approva un programma per installare pannelli fotovoltaici per i ceti meno abbienti, nel 2015 è la California a seguire l’esempio. L’obiettivo è rendere le persone libere uscendo dal nichilismo della crescita e puntare allo sviluppo umano che si può manifestare in numerosi impieghi utili: l’auto produzione di energia sfruttando le fonti alternative, la sovranità alimentare, la conservazione del patrimonio esistente e la prevenzione dai rischi idrogeologici e sismici, il riciclo totale delle materie prime seconde, etc.

Domani milioni di italiani saranno chiamati a votare per rieleggere il Presidente e l’Assemblea regionale. Domani milioni di italiani decideranno di andare al mare o trascorrere la giornata in altri modi poiché disgustati dal comportamento di tutti i partiti. Chi vive in Italia può comprendere questo clima di sfiducia, ma ciò che non si capisce da diversi decenni, è perché questo dissenso non si trasforma in qualcosa di positivo, come prendersi cura del proprio Paese attraverso la partecipazione diretta. Se non ci si sente rappresentati è legittimo non esprimere una delega in bianco, ma se a questo comportamento comprensibile non corrisponde una partecipazione attiva, diventa meno legittimo indignarsi poiché si è complici del problema politico. Si tratta di trasformare l’indignazione da comportamento irresponsabile a comportamento responsabile, facendo nascere e stimolare una passione politica nel senso proprio e puro del termine e riprendendosi dignità all’interno di un nuovo percorso.

Come accennato prima il cambiamento radicale si esprime con azioni concrete sui consumi, eliminando l’acquisto di merci inutili vendute dalle multinazionali e favorire la rilocalizzazione delle produzioni. Con questo semplice gesto si favorisce il lavoro e l’economia locale e con una guida sui principi della bioeconomia e della sostenibilità si raggiunge il massimo risultato producendo beni e merci di qualità.

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Uno degli aspetti più controversi nella vita in città è il nichilismo urbano. Buona parte degli abitanti non è interessata a conoscere come sia sorto, nato e sviluppato il luogo ove vive, molti di essi non lo sapranno mai, e oggi molti di noi non hanno la conoscenza su come la pubblica amministrazione gestisca la nostra vita direttamente e indirettamente. Tutto ciò, nonostante sia abbastanza evidente che la città influisce positivamente e/o negativamente sulla qualità di vita, sulla nostra salute e la nostra psiche. Nella nostra cultura cittadina, a partire dal secondo dopo guerra, non esiste alcuna tradizione moderna legata alla partecipazione attiva circa la costruzione e la trasformazione dei luoghi urbani, a parte alcuni episodi sperimentali; è invece nota, ahimé, l’enorme pressione di pochi soggetti privati, mossi dalla rendita fondiaria e immobiliare, che hanno influenzato la costruzione delle città poiché attraverso le rendite, appunto, hanno saputo rubare diritti e risorse alla maggioranza degli abitanti che hanno solo subito l’avidità di piccole oligarchie feudali.

Per rigenerare le città è necessario che questo conflitto diventi pubblico, aperto e condiviso. In tutte le città d’Italia esistono rendite di posizione che vanno abbattute. In numerose di queste realtà, le nostre città, troviamo problemi legati alla salute, all’uso dell‘energia, alle densità e alla mobilità. Tutti questi problemi hanno una e più soluzioni progettuali, che possono diventare corretta morfologia urbana se e solo se i cittadini diventano i committenti della rigenerazione urbana scavalcando l’industria immobiliare e affrontando il conflitto delle rendite di posizione attraverso processi di partecipazione, piani di recupero e forme societarie di azionariato diffuso popolare coordinate da una regia pubblica. Serve un processo di impronta bioeconomica per migliorare la qualità della vita, rimanendo all’interno dei principi costituzionali e uscendo da consuetudini obsolete come le espansioni e l’aumento dei carichi urbanistici, che sfruttano le tecniche perequative per favorire il ritorno economico degli interessi privati, che di per sé non sono sinonimo di qualità e tanto meno di tutela dell’interesse generale.

Il fallimento delle città è divenuto palese quando il capitalismo ha mostrato il suo volto nell’accezione più sincera: economia del debito (usurpazione della sovranità monetaria), matematica finanziaria, borse telematiche, paradisi fiscali e società off shore. La cultura liberista sostituisce lo Stato sociale (diritti e doveri), privatizza i processi, “nasconde” i reali interessi a ignari cittadini elettori, e accumula capitali sia attraverso le rendite (fondiarie e immobiliari) e sia attraverso gli strumenti finanziari (scommesse e fondi privati investimento). Architettura e urbanistica sono cancellate e sostituite dai processi economici e giuridici poiché tali discipline sono state psico programmate nel corso dei secoli, e sono la fonte ispiratrice di una secolare tradizione politica e culturale espressione del nichilismo e del materialismo imperante nell’intero mondo occidentale, e consente a imprenditori e governanti di accumulare ricchezze nel modo più semplice, più veloce e più efficace tenendo all’oscuro le masse, che addirittura attraverso il voto legittimano processi immorali e distruttivi dell’ecosistema (servitù volontaria). Nel secolo ‘900 l’urbanistica stessa viene edulcorata, favorisce le rendite di pochi privati e costruisce la città capitalista che sviluppa la regressione della specie umana. Da questa osservazione critica della realtà, i cittadini possono partire per ripensare la città contrastando la regressione ma favorendo lo sviluppo umano e progettare la città fatta per la specie umana.

Uno dei temi più studiati è proprio il riuso e il recupero urbano per conservare e tutelare città e territorio, e l’inclinazione culturale più efficace è quella bioeconomica che suggerisce la costruzione di bioregioni urbane, e il riequilibrio del rapporto fra uomo e natura. Per avviare un nuovo rinascimento è sufficiente conoscere la storia e partire proprio dalla cultura, dalla letteratura e dall’architettura. E’ noto che la religione chiamata capitalismo è incompatibile con la fotosintesi clorofilliana e la vita del pianeta Terra, non si tratta di un’opinione ma una realtà scientifica determinata dalla termodinamica. L’aspetto più straordinario è che dalle conoscenze scientifiche sono sorte tecniche costruttive e tecnologie a buon mercato che realizzano edifici e città sostenibili. Nel mondo occidentale, Ottocento e Novecento sono stati i secoli del capitalismo nichilista e le città sono l’immagine di quello spirito del tempo che oggi volge al termine. Il capitalismo stesso sta lasciando il territorio conquistato nei secoli scorsi e si radica nei paesi emergenti. Le città europee sono in trasformazione e l’impianto istituzionale è a dir poco inadeguato e obsoleto rispetto ai capricci ed ai cambiamenti condizionati dall’avidità degli azionisti, giocatori d’azzardo nel mercato globale. Rispetto alla complessità della società, è auspicabile che una massa critica di cittadini consapevoli possa mostrare una concreta speranza di aprire l’epoca che verrà costruita sulla bioeconomia, e non più sul capitalismo violento della globalizzazione. Si tratta di un atto volontario, cioè un’evoluzione culturale ove l’avidità non rientra più nel governo del territorio, ma è la qualità del progetto al centro delle priorità, qualità giudicata e valutata dai cittadini consapevoli di dover migliorare la qualità della vita rispetto ai principi bioeconomici.

Sul concetto di qualità urbana è necessario concentrare le risorse mentali poiché in altri ambiti le teorie bioeconomiche stanno proponendo precetti già maturi, ad esempio la scuola territorialista con la bioregione urbana. E’ necessario portare la bioeconomia nelle città, cioè nei tessuti urbani per sostenere rigenerazioni degli ambienti costruiti esistenti ma aggiungendo qualità, cioè decoro e bellezza liberate dalle logiche mercantili.

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L’urbanistica moderna nacque alla fine dell’800 per risolvere problemi pratici causati dal capitalismo. Tutti gli urbanisti, almeno una volta, hanno dovuto fare i conti con discipline “negative” e fuorvianti come l’economia e la proprietà privata dei suoli (giurisprudenza). E’ altrettanto onesto riconoscere che una volta messa da parte l’idea egualitaria e socialista dell’800 per stimolare lo sviluppo umano, buona parte degli urbanisti ha apprezzato e favorito l’idea di città consumista che sviluppa il capitalismo liberista e produce nichilismo. Generalmente le espansioni delle città costruite dal secondo dopoguerra sono proprio i quartieri del capitalismo nichilista e non dell’urbanistica a servizio della specie umana.

All’interno dell’attuale paradigma il territorio è merce, e come tale i piani sono programmati secondo la logica del profitto ove i soggetti privati sono i beneficiari di tale profitto poiché i Comuni hanno abdicato al proprio dovere di custodi e promotori dei principi costituzionali. Le armi più efficaci della credenza liberista sono state l’invenzione giuridica del debito e l’usurpazione della sovranità monetaria. La matematica finanziaria con l’ausilio delle borse telematiche, sono solo gli strumenti più recenti e più sofisticati di una religione che poggia le sue radici sulla manipolazione psicologica e sulla servitù volontaria costruita con i programmi scolastici e la psico programmazione universitaria.

Se nel ‘900, molti Paesi hanno saputo piegare l’avidità dell’ideologia liberale (capitalismo), attraverso l’esproprio e l’uso del diritto di superficie, per favorire il disegno urbano, oggi in Italia, la speculazione può essere arrestata da un’evoluzione culturale: la bioeconomia. La recessione del sistema capitalistico, la fine dell’epoca industriale nel mondo occidentale, può essere superata solo uscendo dal piano ideologico predominante per approdare, finalmente, sul piano dell’agire etico e razionale: la bioeconomia. Le città concepite come modelli di flusso e il governo del territorio (urbanistica) pianificato valutando le risorse finite (invarianti strutturali dinamiche) possono consentire agli abitanti di creare un sistema prosperoso attraverso la decrescita selettiva degli sprechi e l’uso razionale dell’energia.

metabolismo circolare città

Città a metabolismo circolare (Fonte R. Rogers)

E’ necessario stimolare la partecipazione attiva e far emergere pubblicamente il conflitto culturale: l’avidità dei privati contro l’interesse generale richiesto dalla Costituzione. Solo in questo processo pubblico e trasparente i cittadini potranno conoscere il proprio territorio, e gli aspetti sociali ed economici del percorso che conduce a un disegno urbano razionale e intenzionale per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura e diventare i committenti del nuovo piano regolatore generale partendo da un’attenta analisi della realtà, dei tessuti urbani circa l’uso dello spazio, delle densità ed i servizi. In questo percorso possiamo pensare di puntare alla bellezza, alla valorizzazione dello spazio pubblico e la progettazione dei servizi che mancano, in questo percorso possiamo eliminare le rendite di posizione e sfruttare le opportunità attraverso l’impiego delle nuove tecnologie e il recupero dell’intero patrimonio edilizio esistente.

Tutti i piani di settore, dall’energia alla mobilità, usano un linguaggio chiaro: riusare, riciclare, ridurre; tutti i piani perseguono una decrescita che riduce selettivamente la crescita del PIL, mentre l’evoluzione della vita nei centri urbani suggerisce di conservare i centri storici e di recuperare l’ambiente costruito.

L’esperienza più significativa è l’esempio delle politiche urbane “inner city”, ove negli anni ’70 il Governo inglese investì circa 140 milioni di sterline per rigenerare le città coinvolgendo i cittadini. Da qualche anno diverse città europee stanno recuperando interi quartieri realizzando progetti sostenibili. L’Italia, fra i paesi fondatori dell’UE, è l’unico che non possiede un’agenda urbana adeguata al fenomeno della contrazione (le 26 città più grandi d’Italia hanno perso abitanti). Se il tema delle città fosse al centro delle priorità politiche dei governi italiani, e se si avesse il coraggio di proporre un’agenda secondo i principi della bioeconomia uscendo dalla speculazione edilizia, si potrebbe realizzare il più grande programma di occupazione utile risolvendo anche il problema del lavoro.

città in contrazione

Città in contrazione

All’interno di questo processo rinasce la comunità degli abitanti ed è del tutto naturale riconoscere le leggi della natura che garantiscono la vita della specie umana. In tal senso l’urbanistica riscopre le proprie radici, disegna la cellula urbana e riprogetta gli isolati, risolve problemi pratici secondo i reali bisogni dei cittadini emersi dai processi democratici, e grazie al miglioramento suggerito da una corretta morfologia urbana, un corretto proporzionamento delle densità e delle superfici si migliora la qualità della vita. Se nell’800 non vi erano il solare, l’eolico e la geotermia, oggi abbiamo l’opportunità di realizzare comunità auto sufficienti per cancellare la dipendenza dagli idrocarburi e costruire comunità libere dai ricatti delle SpA. Inoltre la rigenerazione urbana suggerisce un altro tema fondamentale, proporre un modello sociale basato sulla reciprocità e sullo sviluppo di comportamenti etici.

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Il 16 maggio, grazie al gruppo MDF di Ginosa, si è svolto l’incontro sul tema “rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia“. Lo scopo dell’incontro è stato quello di mostrare e proporre l’importanza strategica dei principi della bioeconomia all’interno del processo decisionale per il governo del territorio, cioè di proporre un cambio dei paradigmi culturali anche nell’urbanistica per uscire dalle logiche speculative e cominciare a stimolare una partecipazione dei cittadini in maniera consapevole circa le dinamiche sociali e gli interessi privati, che spesso sostituiscono l’interesse generale.

rigenerare GinosaL’ampia partecipazione a un tema apparentemente difficile suggerisce che bisogna essere ottimisti, poiché i paradigmi della società sono fuorvianti e sbagliati. Le persone sentono il bisogno di discutere su proposte radicali, su cambiamenti che riconcettualizzano i processi decisionali proponendo la partecipazione diretta attraverso strumenti che bisogna sperimentare, al fine di giungere a una sintesi politica costruita da tutti i partecipanti.

La rigenerazione urbana è un tema ormai “contemporaneo” ma esistono diverse accezioni della rigenerazione. Per MDF è importante rigenerare attraverso la bioeconomia, cioè proporre una città secondo il modello dei flussi poiché ci consente di riconoscere le risorse naturali e di usarle in maniera razionale; oltretutto è possibile associare a tale modello, il valore del disegno urbano secondo l’approccio conservativo e introdurre un’evoluzione culturale secondo la distinzione fra beni e merci, per sottrarre i beni dalle logiche mercantili.

Lo sforzo culturale dei cittadini è quello di riconoscere il rischio speculativo dall’economia e dalla giurisprudenza a danno del disegno urbano, e di approdare su un nuovo piano concettuale determinato dalle leggi della natura (fotosintesi clorofilliana, termodinamica, etc.). Solo nel nuovo piano, quello bioeconomico, riusciamo a piegare l’economia e la proprietà privata ai principi della Costituzione che tutela prioritariamente la salute, l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio storico. Spetta ai cittadini riconoscere il valore del disegno urbano che rigenera la città partendo dall’analisi della realtà, dall’accurata osservazione dei tessuti urbani e propone una morfologia secondo la corretta composizione (cellula urbana) e secondo i bisogni reali, non più secondo i capricci e l’avidità, non più secondo il consumismo compulsivo. Un disegno urbano che propone la bellezza, il comfort urbano, l’uso razionale dell’energia, l’economia locale, il riuso e il riciclo, e la città a misura d’uomo. Ginosa ha bisogno di un Piano di Recupero del centro storico secondo l’approccio conservativo e di riutilizzare volumi e superfici esistenti ma abbandonati. Attività e vitalità spettano ai cittadini che vivono e conoscono il territorio, ma sono importanti l’uso razionale delle risorse naturali, le auto produzioni, e l’artigianato poiché sono espressione di un valore. Ginosa ha il vantaggio di essere stata costruita in un ecosistema unico, una bellezza naturale e antropica che rientra nel modello delle gravine; le sue origini, l’artigianato locale e l’impiego di nuove tecnologie sono la strada che può costruire valore grazie alla saggezza dei suoi cittadini.

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