Funzionalismo e recupero degli standard


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.1.1.7      Funzionalismo e recupero degli standard

L’idea di città funzionale è già presente nella citè industrielle di Tony Garnier (1901), in la Ville Radieuse di Le Corbusier (1933), e nella Carta di Atene (1933 e 1942). Queste proposte adottano una composizione attraverso lo zoning e le aree funzionali, spesso preferiscono le maglie regolari, un dimensionamento molto diversificato con densità alte (1000 ab/ha), medie (250-300 ab/ha) e basse per la citè industrielle. Sviluppano un efficace sistema stradale per stimolare la mobilità su gomma e infrastrutturale. La Carta di Atene individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privatoservizidistanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

Dal secondo dopo guerra preverrà l’idea compositiva del Movimento Moderno, e in Italia il tema della rendita condizionerà il disegno urbano favorendo anche il disordine urbano, smentendo le stesse idee compositive. In questi primi decenni del Novecento emergono i primi studi sociali urbani (George Simmel, Die Grosstädte und das Geistesleben, 1903; Louis Wirth, Urbanism as a way of Life, 1938) per analizzare gli effetti dell’architettura e dell’urbanistica funzionale. «L’urbanistica rispecchia le regressioni del comportamento sociale nella sua rinuncia alla formazione di un ambiente pubblico e nella diffusione incontrollata del funzionalismo. Il fatto che le grandi città si frantumino in un numero sempre maggiore di zone che servono ciascuna a scopi e usi circoscritti sta a indicare quanto poco l’urbanistica sia fatta per soddisfare i bisogni (in primo luogo psicologici) dell’uomo» (H. Berndt, A. Lorenzer, K. Horn, Ideologia dell’architettura, Laterza, 1969, pag.37). Ulteriore riflessioni saranno proposte da Max Weber, con Die Stadt nel 1921 e Wirtshaft und Gesellschaft, e poi dalla famosa scuola di Chicago (1914) fondata da Robert Park e maestro di Wirth. La scuola usò la città di Chicago come campo di studio e si occupò in maniera particolare di relazioni interetniche e di delinquenza nelle grandi città americane attraverso analisi empiriche e dirette, studiando le interazioni e i modelli relazionali degli abitanti. In The City del 1925 di Park, Burgess e McKenzie descrivono la città regolata da forme d’interazione considerata come un’istituzione sociale soggetta a dinamiche interne. Il modello di città si sviluppa in uno schema di cerchi concentrici dove al centro vi è il Central Business District, poi una fascia di transizione costituita da quartieri etnici, poi la fascia abitata dagli operai e poi la fascia residenziale con villette e i sobborghi.

Una perfetta descrizione della città funzionale è elaborata da Le Corbusier prima in Une ville contemporaine de 3 milions d’habitants presentato nel 1922, poi con Ville radieuse nel 1930 in infine nel sul libro Maniera di pensare l’urbanistica del 1945 tradotto in italiano nel 1965. In tutti questi studi e proposte progettuali c’è la città macchina che rompe gli schemi della città costituita da unità di vicinato con miscelazione sociale, per stimolare città formate da parti specializzate dotate di grandi infrastrutture per le automobili, che riducono o impediscono i classici rapporti sociali di vicinato ma stimolano nuove opportunità di sviluppo economico grazie agli spostamenti veloci fra abitazione e lavoro. Quartieri costituiti da isolati con forme aperte; densità alte, medie e basse, e dotati di standard e funzioni specializzate. Questo è lo schema di modello insediativo che sarà maggiormente realizzato dagli USA fino alla Russia per determinare i processi di urbanizzazione, con la sola differenza fra modello liberale che privatizza la rendita mentre il ceto borghese sceglie per se le aree migliori, e quello socialista che pianifica tutto centralmente.

Negli anni ’70 (seconda generazione urbanistica) la colossale produzione edilizia «è affidata in prevalenza ai meccanismi speculativi per la produzione di nuove aree edificabili: ciò significa una enorme nuova produzione di rendita assoluta»[1]. «I luoghi sono diventati “non luoghi” (perdita di identità). Le città sono diventate agglomerati, parcheggi, aeroporti, super-iper-mercati, negozi, bar, svincoli autostradali, grattaceli, stadi, palestre, divertimentifici, banche, zone di transito, sono uguali dovunque, in Occidente come in Oriente. La fine dell’identità di un luogo comincia quando il predominio del tempo distrugge i valori dello spazio. L’ansia faustiana di divorare lo spazio, di spingersi sempre oltre, di allargarsi è mossa dall’ansia della caducità del tempo. Secondo Marc Augé il “non luogo” è rappresentato dagli autogrill, svincoli stradali, ipermercati, viadotti e megadiscoteche. Lo spazio non rappresenta più una concezione del mondo ma una concezione della vita»[2].

Nel 1959 il testo di Giuseppe Samonà, L’urbanistica e l’avvenire delle città europee, «apre il tema della scala extraurbana: gli esempi della Greater London e dei grands ensembles francesi sono assunti a pretesto di una lettura della forma fisica dell’ambiente che allude a profondi ridimensionamenti disciplinari». Emergono due elementi: il primo è sul “visibile”, e l’altro è sulla «crisi dell’urbanistica come “modello”, con inconsapevole recupero di tematiche “regionaliste”»[3].

Durante gli anni ’60, negli USA si sviluppa il dibattito critico sull’urbanistica moderna e successivamente nasce il movimento New Urbanists[4] rappresentato da Peter Calthorpe, Andreas Duany, Elisabeth Plater-Zyberk, e Jeff Speck che elaborano un manifesto ispirato dalle teorie e le analisi di Jane Jacobs. Il manifesto critica il suburban sprawl[5] e la mobilità individuale, propone un consumo del suolo[6] ecologicamente ed economicamente compatibile, denuncia i costi sociali ed estetici del modello di città in espansione, e rilancia l’idea di Jacobs di uno spazio sociale e urbano ricco d’incontri e scambi con funzioni miste piuttosto che differenziate per una società equilibrata che rilancia piani di rivitalizzazione soprattutto nei quartieri suburbani[7].

Lo Studio Calthorpe per la Cina elabora un piano e suggerisce otto principi: 1) sviluppare quartieri che promuovono il camminare a piedi; 2) dare priorità alla rete di trasporto con la bicicletta; 3) creare una trama densa di strade e sentieri; 4) sostenere il trasporto ad elevata efficienza energetica; 5) prevedere zone multiuso per i quartieri; 6) accoppiare l’alta densità alla capacità di mobilità; 7) creare regioni compatte con transiti brevi; 8) aumentare e rendere efficiente la mobilità regolando parcheggi e uso della strada.

Nel 1962 il PRG di Firenze grazie all’opera di Edoardo Detti si presenta come “piano alternativo” al modello che ha come priorità solo l’espansione. Detti riduce gli indici e individua interventi di salvaguardia del centro storico e della collina. Si tratta di un piano che fa «un uso innovativo dello zoning volto più a un’articolazione funzionale nei tessuti di insediamenti integrati e di servizi che non a una omogeneizzazione di funzioni su ampie porzioni urbane»[8]. Nel piano è presente un tentativo di strategia intercomunale, il centro storico viene tutelato con criteri del restauro e del risanamento e viene previsto un centro direzionale esterno alla città. «Si tratta di un piano che tende solo a razionalizzare l’espansione»[9]. Sempre a Firenze, nei primi mesi del 1985 un nuovo progetto preliminare di Giovanni Astengo, Giuseppe Campos Venuti, Fernando Clemente, Paolo Maretto, Luciano Pontuale e Giuseppe Stancanelli, «si fonda su un’analisi interpretativa della morfologia urbana e non più l’astrazione dello zoning, bensì il tentativo di introdurre nell’intera città una “polifunzionalità differenziata”: si tratta di grandi tessuti urbanistici destinati a una trasformazione soft, a un’incentivazione capillare di servizi sociali gestita dal comune e dall’intervento privato nel campo residenziale»[10].

PRG-Firenze-1962
PRG di Firenze, 1962.

La crescita delle periferie (conurbazione) fu discussa e affrontata nel concetto di città-regione ed «il tentativo fu quella di ordinare la conurbazione, immediata espressione urbanistica della cultura di massa». In questo tipo di sviluppo all’interno tema città-regione «il ruolo dell’architetto si sarebbe esteso dalla conformazione della città a quella del territorio, limitando però tale azione all’ambito della sua esperienza settoriale. L’architettura non avrebbe riformato così la società, ma ne avrebbe qualificato al massimo i servizi e l’ambiente che la esprimeva»[11]. La metodologia proposta fu quella di individuare un livello intermedio di progettazione fra urbanistica e architettura individuando dei punti sui quali far leva, nel senso di un intervento diretto sull’elaborazione, ad esempio delle infrastrutture. I punti salienti furono i contenitori, gli assi viari, il centro direzionale etc. Si cerca di proporre soluzioni simboliche della società industriale, terziarie e di massa e i contenitori hanno quel carattere indeterminato e innovatore che può soddisfare l’esigenza urbanistica e architettonica. Modelli e proposte provengono da Kahn, Tange e Lubicz-Nycz e Yona Friedmann e «sono a tal punto fondati sulla tecnica da essere attuabili da questa o quella società, non richiedendo generalmente una scelta ideologica socio-politica. Lo spirito che anima questa tendenza deriva da una ipertrofia funzionalista e dalla più ingegneresca versione di questa»[12].

Se volessimo fare una semplificazione di metodo per leggere l’urbanistica del Novecento possiamo citare Le Corbusier che propone di distinguere alcuni elementi semplici. «Le quattro funzioni: abitare, lavorare, coltivare il corpo e lo spirito, circolare[13]; i tre insediamenti umani prodotti dalla loro combinazione: il villaggio agricolo cooperativo, la città lineare industriale, la città radiocentrica degli scambi. Nella pratica urbanistica si usano da lungo tempo le zone omogenee destinate a ciascuna delle funzioni: residenziale, industriale, commerciale, servizi etc. […] Una recente proposta distingue nel progetto urbanistico tre sistemi: insediativo, infrastrutturale, ambientale. Il sistema insediativo comprende tre generi di funzioni: residenze, produzioni e servizi ed è divisibile in tre parti: città storica, città consolidata, città della trasformazione»[14]. Secondo Jacobs in aperta polemica con le idee utopiste dell’Ottocento e la prospettiva modernista lanciata da Le Corbusier attraverso il modello “città radiosa”, e la pianificazione ortodossa dello zoning, lei riteneva che l’urbanistica «ha ignorato l’effettivo modo di funzionamento delle città. Lungi dall’essere studiata e rispettata, la città è servita soltanto come vittima sacrificale»[15]. Per questo l’approccio sociologico di Jacobs parte dallo studio circa il comportamento degli abitanti, cioè come loro usano la città, e le funzioni essenziali di spazi aperti come i marciapiedi associati al concetto di sicurezza, e i contatti umani, la mescolanza sociale ed i parchi urbani. Ad esempio, soluzioni possono venire dal valorizzare le differenze, recuperare i quartieri ed eliminare l’automobile poiché il carattere della città è offuscato da strade ed ampi spazi dedicati all’automobile[16]. Jacobs individua diversi temi e difetti dello sviluppo urbano tramite lo zoning riguardante la scarsa capacità di gestione dei servizi creati, e l’incapacità o la facilità di socializzare delle persone e l’educazione giovanile. «I ragazzi di città hanno bisogno di una serie di luoghi in cui giocare e imparare» e si creano parchi, ma «si sprecano spazi, attrezzature e personale stipendiato che potrebbero essere utilizzati per usi specifici», poiché «le città soffrono di una gravissima mancanza di fondi e di personale necessari per realizzare destinazioni d’uso del suolo ben più importanti di quella di terreni di gioco e per provvedere agli altri bisogni dei giovani»[17]. Questa capacità di analisi è proprio uno strumento della rigenerazione urbana che parte dall’analisi socialogica per capire i reali bisogni delle persone e progettare un migliore utilizzo dello spazio e dei suoli. Questo dibattito critico condurrà alla riconcettualizzazione di standard urbanistico non più quantitativo, ma qualitativo, e in Italia la politica sociale verrà associata, giustamente, alla pianificazione urbana, mentre il legislatore attraverso la L.328/00 indicherà le strategie del welfare[18]. A seguito delle legge 328/00 si è avuta a Reggio Calabria una sperimentazione attraverso il metodo MABF (acronimo derivato dagli ideatori Moraci, Aragona, Bevilacqua, Fazia) finalizzato alla definizione di una struttura flessibile di base per analizzare la domanda sociale e «la sua trasposizione in termini urbanistici, secondo il principio dell’integrazione dell politiche sociali e urbane»[19]. Nel 2013 con la pubblicazione del primo rapporto del Benessere Equo Sostenibile (BES)[20], lo Stato da piena legittimità al nuovo indicatore complessivo che dovrebbe sostituire e/o integrare il fuorviante Prodotto Interno Lordo (PIL). All’interno del BES vi sono indicatori fondamentali che misurano le relazioni sociali, il benessere soggettivo, la qualità dei servizi sociali e culturali, tutte informazioni ed indicazioni determinanti per l’evoluzione degli individui all’interno delle città.

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[1] Campos Venuti, Cinquant’anni di urbanistica in Italia 1941-1992, Bari, 1993, pag. 30.
[2] Cervellati, L’arte di curare la città, Bologna, 2000, pag. 51.
[3] Tafuri, Op. cit. , 2002, pag. 94.
[4] Oggi è il New Urbanism che pubblica un decalogo di principi applicabili a qualsiasi scala territoriale e urbana al fine di una maggiore sostenibilità ambientale e ridurre il consumo di suolo agricolo: 1) possibilità di muoversi a piede; 2) rete delle connessioni; 3) commistione di funzioni e diversità; 4) commistione di tipologie edilizie; 5) qualità della progettazione architettonica e urbana; 6) struttura tradizionale di vicinato; 7) crescita della densità costruita; 8) sistemi intelligenti di trasporto; 9) sostenibilità; 10) qualità della vita.
[5] Dispersione insediativa generata da forme urbane a bassa densità, dalla speculazione e dalla rendita fondiaria. «Il fenomeno dell’urban sprawl, definito come l’espansione urbana disordinata e incontrollata verso le zone periferiche unita al calo della densità abitativa, è uno dei più evidenti cambiamenti nell’uso del suolo che interessa un numero crescente di città nel mondo (ISTAT, Op. Cit., 2017, pag. 11)».
[6] Il suolo è una pellicola che avvolge tutto il pianeta, molto sottile poiché ha uno spessore che varia da 70 a 220 centimetri. Il suolo è un vero e proprio organo vitale perché è il laboratorio di energia e materia prima che dà vita a tutto quello c’è sopra. In Italia, in soli 14 anni (1998-2012) si sono consumati oltre 360.000 ettari di suoli, prevalentemente agricoli e la superficie urbanizzata è salita oltre il 7% di quella totale, in valore assoluto oltre 21.000 km quadrati (Pileri, Che cosa c’è sotto, 2016).
[7] Olmo, “Prefazione” in J. Jacobs, Vita e morte delle grandi città, Torino, 2009.
[8] Oliva, “Le città e i piani”, in Cinquant’anni di urbanistica in Italia 1942-1992, Bari, 1993, pag. 59.
[9] Ibidem
[10] Tafuri, Op. cit. , 2002, pag. 191.
[11] De Fusco, Op. cit. , 2005, pag. 44.
[12] Ivi, pag. 45.
[13] Sono le quattro funzioni proposte dalla Carta di Atene, elaborate nel luglio del 1933 durante il CIAM (Congrés international d’architecture moderne). Lo scopo era quello di sintetizzare degli indirizzi progettuali per disegnare una città funzionale studiando trentatré città del mondo. Per quanto riguarda l’abitare, la Carta segue il modello del Plan Voison di Le Corbusier, ove gli edifici multipiano sistemati a una certa distanza permettono di avere ampi spazi aperti, utilizzati per scopi definiti. La Carta prevedeva la riduzione delle distanze fra i luoghi di lavoro e l’abitazione, e l’uso di grandi arterie per la mobilità. Un esempio concreto di tale visione è Brasilia col piano di Lucio Costa.
[14] Benevolo, Il nuovo manuale dell’urbanistica, Roma, 2009, pag. B2.
[15] Jacobs, Vita e morte delle grandi città, Torino, 2009, pag. 23.
[16] Jacobs, Op. cit.,  2009.
[17] Ivi, pag. 75.
[18] Moraci, Welfare e governance urbana, Roma, 2003.
[19] Bevilacqua, “Struttura metodologica e fasi operative per la costruzione del metodo MABF”, in F. Moraci, Welfare e governance urbana, Roma, 2003.
[20] Il BES ha individuato dodici “dimensioni” che raggruppa gli indicatori. Le “dimensioni” sono: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; ambiente; ricerca e innovazione; qualità dei servizi.

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