Europee 2019

Domenica 26 maggio, i cittadini aventi diritto al voto sono chiamati a dare fiducia con una preferenza nella scheda elettorale, per eleggere i membri italiani nel Parlamento europeo. In questa campagna elettorale che dura dall’anno scorso, i partiti italiani, tuttiLega Nord, M5S, PD, Forza Italia, La Sinistra, Fratelli d’Italia -, dichiarano di esser critici nei confronti dell’UE, l’istituzione cattiva che crea problemi al Paese Italia. Nella narrazione dei partiti si distinguono solo i toni, alti o meno alti, ma sono concordi nel voler cambiare l’UE per risolvere taluni problemi politici, c’è chi ha costruito un’alleanza con altri partiti europei (Lega Nord) e c’è chi è già alleato (PD, Forza Italia), infine c’è chi è isolato (M5S). L’alleanza a destra, della Lega Nord con taluni partiti, è quella più anomala poiché cerca accordi con quei partiti che hanno interessi opposti all’Italia. Per avere peso politico nel Parlamento, le regole impongono alleanze politiche per promuovere azioni legislative, e pochissimi cittadini italiani conoscono le idee e i valori politici di questi partiti europei che includono anche quelli italiani. Secondo il sottoscritto, la maggioranza dei cittadini italiani voterà alla cieca, come ha sempre fatto nel passato seguendo i propri umori, le simpatie o le antipatie, e non le proprie idee. E’ questo il nostro vulnus culturale, sembriamo elettori incapaci di fare i nostri interessi per aggiustare le istituzioni politiche e ridurre le disuguaglianze. Dalla narrazione dei partiti, durante questa campagna elettorale, possiamo trarre un’opinione veritiera e cioè che questa UE va cambiata, ma gli elettori essendo in buona parte disinformati, saranno ingannati ancora una volta poiché i partiti europei che hanno costruito questa UE, in maniera consapevole, hanno applicato un’ideologia politica ben precisa: il liberalismo evolutosi nel neoliberismo. L’altra lezione veritiera che possiamo trarre, se fossimo informati, è che la narrazione di buona parte dei partiti è falsa, sia perché condividono la responsabilità politica delle politiche liberiste e sia perché talune proposte (Lega) sono contrarie ai valori della nostra Costituzione. L’UE è l’istituzione politica più influenzata dalle lobbies, che hanno sedi sparse nei pressi del Parlamento, ed è quella più inefficiente, persino incapace di controllare correttamente il proprio bilancio per evitare sprechi. L’UE ha persino due edifici separati come Parlamento, mentre gli organi esecutivi: Commissione e Consiglio, hanno più poteri decisionali dell’unico organo eletto dai cittadini. L’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, che si concentrano soprattutto nel meridione d’Italia e poi nelle aree urbane estese, sono state favorite da scelte politiche suggerite dalla religione neoliberista, applicata dalla maggioranza politica che guida l’UE. In Italia, le disuguaglianze hanno una radice storica ben precisa, e sono state programmate e realizzate dalle maggioranze politiche che si riconoscono nella religione capitalista: riduzione del ruolo dello Stato nella programmazione economica e riduzione dei servizi di welfare. In analogia, nel corso degli ultimi vent’anni si sono favorite nuove disuguaglianze nell’euro zona attraverso le regole capitaliste: sleale concorrenza salariale e zone economiche speciali, cioè aree con una speciale giurisdizione.

L’attuale maggioranza politica europea è costituita dal PPE (Partito Popolare Europeo), dai S&D (Alleanza progressisti e socialisti) e l’ALDE (Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa), mentre l’opposizione è costituita dal ECR (Conservatori e Riformisti europei), G-EFA (gruppo dei Verdi), GUE/NGL (Sinistra), EFDD (Europa della libertà e della Democrazia Diretta), ENF (Europa delle Nazioni e della libertà) e infine il gruppo NI cioè il gruppo misto dei non iscritti che non posso promuovere iniziative. Quali sono i partiti europei che si riconoscono nell’ideologia liberale e liberista? Si trovano sia in maggioranza che in opposizione: e sono PPE, ALDE, ECR, ed anche EFDD e ENF ove sono iscritti M5S e Lega che condividono i gruppi con altri partiti di destra liberale e liberista. L’S&D è il gruppo del PD che essendo in maggioranza ha accettato di guidare un’UE liberista, insieme a Forza Italia, iscritta nel PPE, cioè il partito che più di tutti ha costruito questa UE che tutti dicono di voler cambiare, ed è di chiara ispirazione liberale di destra. Concludendo, se si vuole attribuire una responsabilità politica a determinati partiti, gli elettori dovrebbero conoscere la storia politica dell’UE e sapere che i responsabili non sono più presenti per “limiti di età”, tranne Forza Italia che candida ancora Berlusconi, mentre gli altri gruppi politici che ereditano idee liberiste sono PD, Lega, +Europa. Fratelli d’Italia non ha rappresentanti, ma vuole confluire insieme alla Lega in un gruppo nazionalista che notoriamente ha interessi opposti all’Italia. Il M5S è una vera e propria anomalia, poiché pur di assecondare il proprio capriccio di irresponsabilità politica, crea gruppi politici coi liberisti. Per l’Italia, fu la Democrazia Cristiana a costruire questa UE, mentre il PCI era contrario allo SME, cioè al Sistema Monetario Europeo. Oggi in Italia, il partito che assomiglia alla vecchia DC è il M5S, cioè un partito trasversale e opportunista, non democratico che propugna la religione del web, cioè il campo degli ultraliberisti che non pagano tasse agli Stati.

Sul pianeta del capitalismo neoliberale credo sia un errore di ingenuità raccontare che se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa staremmo tutti meglio, perché? Perché le disuguaglianze non dipendono dal sistema istituzionale ma dalla religione capitalista che ha creato una “società” a sua immagine.

Per contrastare le immorali disuguaglianze favorite da questi partiti liberali di destra, un elettore maturo e consapevole dovrebbe sostenere un soggetto politico europeo a trazione socialista, per favorire una seria riforma dell’UE e renderla uno Stato sociale e sovrano. E’ un percorso lungo poiché è necessario che i cittadini europei votino, ognuno nel proprio Paese, per un vero partito di sinistra che intende cambiare la natura delle istituzioni europee al fine di democratizzarle e costruire politiche industriali bioeconomiche, per eliminare le disuguaglianze presenti nell’euro zona e stimolare uno sviluppo umano per tutte le persone.

Nell’attuale linguaggio politico narrativo che scorre nei media è passata l’idea di un nuovo schema per semplificare la politica ma non aiuta la comprensione della realtà, oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), ma gli ultimi votano per i propri carnefici che sono Lega, M5S, Forza Italia e PD. Una corretta interpretazione è quella che riconoscere e distinguere fra liberalismo e socialismo, e solo in questo modo gli ultimi scopriranno che nel Parlamento, chi si ispira veramente al socialismo non ha molti consensi, e questo dato politico impedisce di mettere al centro del dibattito pubblico le immorali disuguaglianze create dalle scelte politiche compiuto da tutti per favore la borghesia capitalista e conservare lo status quo.

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Abbandonare la follia del capitalismo

In generale, il capitalismo contemporaneo è una religione che sta distruggendo la cosiddetta società moderna. Gli Stati liberali sorsero con nobili intenzioni per diffondere i diritti umani, ma non sono stati capaci di controllare il capitalismo, anzi l’hanno diffuso in tutto il pianeta. La visione economica che trasforma tutto in merce sta convertendo l’esistenza umana in un inferno vero e proprio, costituito da guerre, schiavitù e distruzione degli ecosistemi. Ancora oggi il capitalismo, abilmente studiato da Marx ci racconta come la sua funzione della produzione riesca a ridurre i costi per mero interesse del capitale, per avidità. Nella riduzione dei costi sono contemplati anche gli esseri umani. In questi ultimi decenni, a danno dei diritti dei lavoratori e dei sindacati, il capitale ha saputo imporre una forte accelerazione grazie all’innovazione tecnologica e alle famigerate zone economiche speciali ove si localizza lo sfruttamento dei salariati a basso costo. Il cosiddetto libero mercato ha saputo aggregare i bassi costi di manifattura, tecnologia e salario. Fu Marx a predire il fatto che l’operaio sarebbe diventato un costo superfluo per favorire l’accumulazione della borghesia capitalista, e che era necessaria un’espansione della produzione per sistemare l’accumulazione del capitale riducendo i prezzi delle merci, tutto grazie all’innovazione e alle nuove tecnologie. Il superamento della stagnazione e della stagflazione nelle regioni capitaliste centrali è accaduto grazie alla globalizzazione liberista, cioè la deregolamentazione del mercato. In questo contesto le regioni centrali operano una variazione spaziale sfruttando quelle periferiche. Il capitalismo produce queste contraddizioni, cioè favorisce crisi sociali e logora le comunità locali trattate come periferia economia. La società moderna è determinata dalla circolazione del capitale, e i cambiamenti indicati dalla globalizzazione liberista stanno distruggendo intere comunità. Comprendere la circolazione del capitale ci aiuta ad adottare misure per contrastare la creazione di sottosviluppo nelle periferie economiche, cioè ci aiuta a contrastare la disoccupazione nel meridione d’Italia. Ad esempio, sappiamo che il capitalismo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano. La concorrenza sleale chiamata competitività, crea aree di sottosviluppo da sfruttare, cioè le odierne città globali e i Sistemi Locali del Lavoro più produttivi sfruttano le aree periferiche per attrarre risorse umane e continuare l’accumulazione di capitale. Successivamente, le élites decidono ove spendere gli eccessi di questa accumulazione, che spesso si concretizzando in nuove urbanizzazioni e/o trasformazioni urbane. Un esempio noto di accumulazione, concentrazione e urbanizzazione, è la Cina con le sue nuove città. La Cina è l’esempio più vistoso di crescita capitalista nel più breve tempo possibile, ed usa questa enorme crescita sia per costruire gli insediamenti urbani più grandi al mondo e sia per urbanizzare altri continenti, ad esempio l’Africa.

In definitiva, il neoliberismo dovrebbe insegnarci una lezione, e cioè che il capitalismo così com’è non è utile alla specie umana, e fino a quando le persone non saranno disposte a cambiare i rapporti sociali, il rapporto con la natura, e dare valore a comportamenti etici e democratici, continueremo a subire la follia della religione capitalista. La povertà crescente in Occidente, e nelle regioni meridionali, è il frutto di una scelta politica molto chiara ma è ancora del tutto incompresa dalla maggioranza delle comunità poiché nichiliste e allevate nell’epoca moderna. Ad esempio, possiamo osservare il corto circuito economico in molti Sistemi Locali del Lavoro meridionali: in quelle strutture urbane persiste una nota carenza di imprese con alti tassi di disoccupazione, e soprattutto l’assenza di una pianificazione economica secondo l’interesse pubblico. In questo contesto le élites locali, anziché ripensare le agglomerazioni produttive, immaginano di accumulare capitale attraverso le rendite finanziarie e immobiliari, peggiorando i sistemi urbani esistenti. Il paradosso è noto: domanda e offerta non si possono incontrare, per la progressiva perdita di capacità di acquisto delle famiglie che si avvicinano alla soglia di povertà in assenza di opportunità di lavoro. Le persone, cioè imprese e istituzioni, dovrebbero avviare un percorso inverso al capitalismo liberista, e cioè dovrebbero dare valore a programmi, piani e progetti di interesse pubblico e sociale osservando il territorio, osservando la realtà e studiando le innovazioni tecnologiche utili allo sviluppo umano. L’approccio innovativo, razionale e responsabile, è quello bioeconomico che cambia i processi produttivi introducendo la scienza, e quindi snaturando l’economia stessa, ma tale processo può essere avviato solo cambiando le regole istituzionali ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, attivo nel mercato per correggere le immorali disuguaglianze innescate da una religione fuori controllo.

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Un disegno urbano per Salerno

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Ambiti identitari, fonte Ptcp Salerno.

Il cuore pulsante del disegno urbano è il quadro di conoscenza (analisi urbanistiche ed edilizie, uso del suolo, densità, morfologia, caratteristiche qualitative) costituito da storia, ambiente ed economia, e si rappresenta col disegno dello spazio pubblico, per dirla alla Bernardo Secchi un progetto di suolo. Nel caso salernitano sarebbe saggio ripensare la morfologia urbana; avviare percorsi di autocoscienza dei luoghi, e poi osservare la carenza dello spazio pubblico, un po’ ovunque. Si pensi al fatto che oggi esiste una città estesa, costituita da 11 comuni, mentre il comune centroide, Salerno, ha un centro storico organico intricato e compatto a grana grossa, da recuperare. Si osservi la parte moderna di prima espansione – via dei Principati, zona Carmine, via P. De Granita, via Nizza, via Dalmazia – che costituisce una forma compatta con tessuto reticolare; mentre nella zona orientale consolidata di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, creando disordine e il fenomeno della disomogeneità dell’agglomerato urbano (colonie residenziali). Focalizzando l’attenzione su centro storicoprima espansione moderna con gli occhi della normativa urbanistica (DM 1444/68) scopriamo, un fatto già noto ma trascurato, che mancano gli standard inseriti in un raggio di influenza (area gioco bimbi, sport, verde pubblico). Continuando l’analisi con un approccio qualitativo riscontriamo l’assenza di una corretta forma urbana, e l’assenza di servizi culturali (biblioteche di quartiere, centri culturali) entro un raggio di influenza. L’assenza di un corretto disegno urbano e la disomogeneità degli agglomerati, è osservabile anche nelle aree periurbane: la dispersione del Carmine Alto, Sala Abbagnano, Matierno, e nel rururbano di Giovi e Ogliara. Con la chiave di lettura della corretta composizione urbana ci rendiamo conto dei danni causati da espansioni speculative. Partendo dalla città moderna arrivando sulle colline (Carmine Alto, Sala Abbagnano) e la zona orientale (Torrione, Pastena e Mercatello), notiamo un assetto morfologico spontaneo e disomogeneo ove non sussistono gerarchie di percorsi, un’assoluta irregolarità della trama urbana, e l’assenza di polarità e la carenza di servizi adeguati. L’agglomerato urbano ha un’alta densità abitativa (il Carmine), costituito ad un aggregato di palazzine prive di qualità architettonica, e una carenza di spazi pubblici. Un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, lo troviamo solo in determinati insediamenti (quartieri unitari pianificati), ad esempio la prima espansione unitaria del piano Scalpelli (1945) a Torrione; poi alcuni piani di edilizia pubblica quali: l’insediamento INA-CASA progettato da Bruno Zevi a Pastena (anni ‘50), e gli altri due insediamenti INA-CASA, rione De Gasperi e via R. Mauri; i quartieri Italia ed Europa (anni ‘80) e l’insediamento di via Premuda; l’insediamento unitario del Parco Arbostella. Le recenti espansioni – San Eustacchio, Monticelli, Brignano e Casa Manzo – non integrate al tessuto urbano consolidato sono espressione delle dispersione urbana ma sono obbligate a rispettare un rapporto fra spazio pubblico e privato. Generalmente, un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato è rilevabile in tutta la struttura urbana estesa, ove anche qui troviamo la dispersione con disordine e carenza di spazi pubblici e servizi. Il disegno urbano è una priorità assoluta per restituire diritti agli abitanti (standard), finora negati, e per progettare un’adeguata dotazione di servizi al fine di abbattere le disuguaglianze territoriali. Si pensi all’importanza fondamentale di scuole innovative e agli spazi verdi necessari per i bambini, che costituiscono il cuore della famosa “cellula urbana” (unità di vicinato). Si pensi all’importanza di una corretta geometria delle strade (larghezza) e delle piazze per offrire luoghi di convivialità e opportunità per inserire piste ciclabili. In tutti i quartieri non esistono né scuole adeguate agli standard previsti dal Miur (linee guida 2013), e né spazi verdi attrezzati (con l’eccezione degli interventi realizzati presso la lungoIrno ed a Mercatello), mentre in quasi tutte le strade salernitane, mal progettate, è impossibile inserire una pista ciclabile perché gli edifici occupano gli spazi che dovevano essere destinati ai marciapiedi, ai parcheggi, al verde pubblico e ai servizi. I danni più evidenti sono rappresentati dalla distruzione delle colline con le lottizzazioni situate lungo le famigerate via Seripando, via la Mennola, via Calenda, Sala Abbagnano. Gravi carenze di standard e disuguaglianze territoriali sono nella dispersione urbana percorrendo via Pio da Pietralcina che porta sulle colline di Casale, Giovi, Piegolelle. Queste disuguaglianze continuano nella valle dell’Irno, e negli ambiti rururbani lungo le conurbazioni dentro la città estesa, una verso Giffoni, un’altra verso Montecorvino, e un’altra lungo la linea costiera che porta ad Agropoli.

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Salerno, il centro storico e la città moderna.

In assenza di un piano urbanistico intercomunale per governare l’area urbana estesa, l’attività edilizia appare completamente deregolamentata, cioè slegata da un corretto disegno urbano capace di dimensionare i servizi e applicare i valori dell’urbanistica. Osservando il Piano Urbanistico Comunale, le sue varianti e le revisioni, si osserva il cattivo dimensionamento del piano stesso, viziato sia da un’errata lettura degli standard esistenti e sia da previsioni errate. Nel piano non c’è un corretto disegno urbano mentre si preferisce l’urbanistica contrattata, e la deregolamentazione dei piani attuativi; infine si trascurano i problemi storici della città mentre si stimola l’aumento del consumo di suolo. Ricordiamo alcuni problemi urbani determinati durante lo sviluppo della città, sono due i danni urbani storici generati dall’assenza di urbanistica: il primo (1) fu quello di non approvare i piani Donzelli-Cavaccini prima e Guerra dopo. Tali piani avevano un corretto disegno urbano e sarebbero stati costruiti sfruttando il giusto approccio olandese al regime giuridico dei suoli, ma la rinuncia a quei piani favorì il disordine che subiamo oggi con una carenza di standard nelle zone consolidate (via dei Principati, zona Carmine, via P. De Granita, via Nizza, via Dalmazia); mentre l’altro (2) danno è la speculazione (via A. Romaldo, via Bottiglieri, via Posidonia, via Trento, via Madonna di Fatima, via Palinuro) che ha generato le rendite parassitarie, e infine la dannosa dispersione (colline) che oggi produce inquietudine urbana e alti costi a carico della comunità.

Osservando la città salernitana estesa con l’approccio del metabolismo urbano riscontriamo tutti gli sprechi evitabili. Si tratta di costruire un complesso sistema di flussi di energia e materia che entrano ed escono, e applicare il concetto di ciclo vita. I flussi da considerare riguardano le attività industriali e commerciali (agricoltura, attività produttive …), i servizi che si svolgono (turismo, ristoro, istruzione, servizi sociali, sanitari, sport …), le infrastrutture, e le risorse (attività estrattive, la dotazione di risorse naturali, il verde e i parchi). Il corretto disegno urbano parte dall’analisi della morfologia urbana esistente e suggerisce un riequilibrio dei rapporti fra spazio pubblico e privato. Nel caso salernitano, c’è la necessità di un piano di recupero per la parte alta del centro storico, mentre servono piani di rigenerazione per le zone consolidate e per le periferie. I piani di rigenerazione possono prevedere diradamenti, recupero e conservazione dell’ambiente costruito. Riperimetrando le zone omogenee si possono proporre scenari di rigenerazione urbana bioeconomica nelle zone consolidate, e operare trasferimenti di volumi al fine di recuperare standard mancanti. Riprendendo i caratteri della composizione urbana: isolato e cellula urbana, in taluni casi, è possibile proporre un diradamento edilizio per aprire nuove strade, disegnare nuove piazze, progettare isolati e inserire i servizi mancanti come uffici pubblici, biblioteche, centri culturali, scuole innovative, verde pubblico. Questo approccio è possibile per numerosi casi ove troviamo disordine urbano, abbandono di volumi non utilizzati e/o sottoutilizzati, degrado, e isolamento. Un processo di autocoscienza dei luoghi aiuta a valorizzare l’esistente, e ridisegnare l’urbanità ove manca. Nei processi di trasformazione che prevedono la rigenerazione urbana, le soluzioni tecnologiche suggeriscono l’efficienza energetica e l’uso delle fonti alternative, mentre i nuovi isolati possono essere pensati come isole energetiche che generano e accumulano energia, e possono scambiare i surplus col tessuto edilizio esistente. Questo è l’esempio già in uso delle nuove costruzioni che possono ridurre la domanda energetica da fonte fossile e sfruttare le fonti alternative, ma si può fare anche per l’edilizia esistente.

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Salerno e la revisione decennale del PUC

puc revisione 2018 trasformazione urbana
tavola P0 trasformazione urbana, proposta revisione decennale PUC 2018.

L’Amministrazione comunale di Salerno si appresta ad aggiornare il proprio strumento di controllo sul governo del territorio: il Piano Urbanistico Comunale (PUC), già piano regolatore generale. In Italia, procedure e consuetudine amministrativa non prevedono efficaci strumenti di partecipazione popolare quando i Consigli comunali adottano il proprio documento amministrativo complesso, che determina la vita cittadina, dall’economia al benessere dei cittadini attraverso i servizi, il diritto alla casa, la mobilità, il verde pubblico … In questa fase, l’Amministrazione prevede che soggetti attenti (associazioni e cittadini) possano presentare osservazioni circa la proposta di revisione decennale del PUC di Salerno, e si tratta di mere osservazioni niente affatto vincolanti che l’organo politico può trascurare. I piani regolatori generali, in Campania chiamati PUC, sono considerati strumenti giuridici complessi in tutti sensi, e sono costituiti da disegni che indicano localizzazioni e zonizzazioni (destinazioni d’uso, indici urbanistici …), tematizzazioni, funzioni e attività, vincoli e patrimonio storico e naturale, agglomerazioni produttive, e norme tecniche che regolano l’attività edilizia che l’organo politico vuole adottare per governare il territorio. Nonostante questi atti siano molto importanti per gli abitanti, la partecipazione popolare dei cittadini non esiste, mentre l’assenza di processi partecipativi standardizzati scoraggia la partecipazione. Possiamo riconoscere che la pianificazione urbana è una disciplina completamente sconosciuta alle persone, mentre le istituzioni locali italiane non hanno alcun interesse nell’incoraggiare la comprensione e la partecipazione. Nel disinteresse generale, le Amministrazioni rinnovano i propri piani urbanistici e grazie a questa consuetudine poco edificante all’ombra dell’apatia cittadina si consumano i conflitti e gli interessi specifici delle classi dirigenti locali, abili nel condurre il gioco della pianificazione e nel cercare di trarre il maggior profitto possibile attraverso le localizzazioni delle proprie attività, cioè sfruttando le solite rendite fondiarie e immobiliari. Il territorio è considerato merce dai Consigli comunali, ma la Costituzione non lo considera tale e prevede che i piani adottino l’uso sociale dei suoli e la tutela del patrimonio storico e naturale.

A monte della crisi dell’urbanistica c’è una lunga decadenza della cultura politica italiana che ha abbracciato la religione capitalista liberista, ed ha rinunciato ad applicare la Costituzione repubblicana e i principi della legge urbanistica nazionale. Un’altra nota dolente è la famigerata riforma costituzionale che ha devoluto competenze alle Regioni, e così il governo del territorio ha diritti e regole diverse fra Milano, Bologna, Roma e Napoli. A Bologna lo standard minimo è di 30 mq/ab, mentre a Salerno è di 20 mq/ab, di fatto realizzando disuguaglianze territoriali. Le disuguaglianze continuano: il diritto a edificare di un cittadino salernitano è misurato diversamente dal cittadino bolognese, così come il contributo che viene dato per costruire i servizi pubblici; a Bologna si realizzano (attraverso una perequazione efficace) mentre a Salerno le previsioni attuative spesso non si realizzano. L’urbanistica nasce per costruire diritti a tutti i cittadini, migliorare la vita di chiunque, ma in Italia numerose Amministrazioni usano questa disciplina per creare profitto a favore delle solite élites locali, trascurando la complessità dei problemi esistenti, trascurando le disuguaglianze economiche e sociali, e facendo scelte che allontanano i ceti economicamente più deboli, cioè spesso i piani interpretano il tipico razzismo dei capitalisti. In Campania, la legge urbanistica prevede che i piani possano adottare una perequazione di comparto e non quella diffusa. L’effetto di questa scelta politica, nella realtà, si traduce nell’impossibilità dell’Ente pubblico di raccogliere efficacemente soldi per costruire la cosiddetta città pubblica, cioè i servizi che mancano. Solitamente, i Comuni risultano abbastanza negligenti nel compiere il proprio dovere e costruire gli standard mancanti, lasciando questo compito ai soggetti privati come prevede il laissez faire al mercato. Nel caso salernitano, è già accaduto che le previsioni di piano fossero sbagliate e ottimistiche, e così le fasi attuative, spesso sono rimaste sulla carta, come mere promesse elettorali, in altri casi, altrettanto frequentemente i tempi di realizzazione si solo allungati, del doppio, del triplo, del quadruplo, trascurando il principio temporale della pianificazione. In altri casi, i piani attuativi si sono dimostrati dei fallimenti d’impresa. La costruzione della città è senza dubbio una procedura complessa e difficile, ma nel nostro paese non esiste un efficace controllo sul governo del territorio e sull’attività edilizia, e da troppi anni i Consigli comunali, ormai camere di registrazione di decisioni prese altrove, adottano piani edili e non più piani urbanistici. In Italia e in Campania, non esistono strumenti giuridici efficaci per finanziare la città pubblica, sia perché si rinunciò nel controllare il regime dei suoli (mancata riforma urbanistica, 1962 e il caso Sullo) e sia perché non esiste il recupero del plusvalore fondiario delle trasformazioni urbanistiche, cioè le istituzioni non controllano il mercato e non tassano la rendita immobiliare. Nella proposta di revisione decennale del piano urbanistico 2018 restano gli atavici problemi di una Salerno costruita dalla speculazione, fra gli anni della ricostruzione post bellica fino agli anni ’80. Ai vecchi problemi si aggiungono quelli “nuovi” circa i rischi degli investimenti edilizi apparentemente trasparenti, legati al riciclaggio nel mondo immobiliare e alle attività commerciali che riciclano denaro illecito. Affollamento, alta densità, carenza di servizi adeguati nelle aree centrali (disordine urbano e uso intensivo del territorio) e consolidate, e dispersione urbana sulle colline e sulle aree periurbane e rururbane restano dove sono. Persiste l’errata contabilità degli standard esistenti circa il verde pubblico (assegnazione impropria di aree a verde pubblico esistente, ad esempio il Corso, piazza Portanova …) per evitare di rispettare l’obbligo di costruire quelli mancanti, di fatto violando l’elementare cultura urbanistica, e questa cattiva interpretazione favorisce la rendita dei privati, che possono edificare nelle aree libere. Nel dimensionamento del piano ci si accontenta di far quadrare i numeri (viziati dall’assegnazione impropria) in maniera formale riportando i dati quantitativi, ma la complessa realtà urbana salernitana ci mostra tutti i limiti di una struttura urbana costruita male e carente di servizi adeguati. Nella relazione illustrativa sono esplicitati gli obiettivi della revisione: si punta al prolungamento nel tempo degli obiettivi precedenti (reiterazione dei vincoli espropriativi), e alla scommessa di una totale deregolamentazione del mercato immobiliare con la speranza di attrarre investimenti privati, ad esempio, in talune aree (marina di Arechi) si cambia la destinazione d’uso, perché sono scaduti i vincoli e i proprietari chiedono un ristoro, e si scommette per favorire attività turistiche ricettive lungo la fascia costiera, oppure impianti sportivi privati. Le scelte politiche dimostrano che il territorio è considerato merce per la mera accumulazione capitalista, nient’altro, e così manca un disegno di piano, manca l’urbanistica. Un’Amministrazione responsabile, che ha a cuore l’interesse pubblico, agisce per migliorare la morfologia urbana esistente poiché sbagliata, e costruisce standard adeguati alla città estesa (11 comuni). Nella relazione illustrativa la revisione di piano si rifà ancora a idee progettuali degli anni ’80 (la metropolitana comunale, il ripascimento delle spiagge, da Pastena al nuovo porto del Marina d’Arechi, il nuovo tratto della copertura del trincerone ferroviario), poi ritroviamo i vecchi comparti edificatori presentati come PUA (Piano Urbanistico Attuativo), 35 sono d’iniziativa privata e 10 sono d’iniziativa pubblica. Tutta l’attività di edilizia libera e pubblica si concentra in aree periurbane (Matierno, Rufoli, Sordina, Brignano, stadio Arechi, San Leonardo, Fuorni, Giovi), con l’eccezione di interventi previsti ai Picarielli e via Parmenide (cantieri in corso d’opera). Ancora una volta, come nella peggiore e cattiva consuetudine, all’aumento di carichi urbanistici in zone da lottizzare/te manca la pianificazione urbanistica della famosa cellula urbana (Neighbourhood unit) per garantire insediamenti a misura d’uomo. La revisione del piano è lo specchio della cultura capitalista liberista, in continuità con i piani edilizi degli anni trascorsi, incapace di interpretare il cambiamento avvenuto nella società e sul territorio, completamente trasformato dal capitalismo liberista durante gli ultimi trent’anni. La revisione, come nel PUC del 2005, auspica di attrarre investimenti privati e utilizza tutti i mezzi tipici del liberismo, dalla deregolamentazione alle famigerate zone economiche speciali. La classe dirigente locale non sceglie un piano che costruisce un disegno di suolo e l’assetto del territorio, ed ignora il significato culturale di una rigenerazione urbana bioeconomica, il ceto politico locale non prevede una strategia di lungo termine per rimediare agli errori del passato. E’ necessario un salto culturale, un cambiamento dei paradigmi della società per approdare sul piano territorialista (la scuola di Alberto Magnaghi), cioè bioeconomico (di Georgescu) e leggere la città come sistema metabolico per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura, fra città e campagna, e offrire nuove opportunità economiche agli abitanti. L’Amministrazione ignora anche l’opportunità di una visione attinente alla realtà urbana, che dovrebbe suggerire la strada di avviare processi e piani intercomunali bioeconomici per governare la città urbana estesa, perché Salerno non è più la città dentro i confini amministrativi, ormai obsoleti e dannosi, ma è la struttura urbana esistente dentro il proprio Sistema Locale del Lavoro. La Salerno “descritta” nella revisione di piano non esiste da molti decenni, e questa nuova proposta del 2018 si limita a prorogare le scelte precedenti, si limita a scommettere su talune realizzazioni edilizie lasciando insoluti i problemi della città, esistenti da circa 40 anni. Probabilmente, questo ceto politico non vuole ammettere che il capitalismo liberista ha favorito la crisi del mercato edile salernitano, e continuare sulla vecchia strada non aiuterà un settore che dovrebbe puntare alla bioeconomia, cioè dovrebbe affidarsi alla cultura urbanistica capace di leggere i territori e le città come sistemi metabolici, perché tale cultura produce piani che rigenerano i tessuti urbani esistenti con piani realizzabili senza speculazioni. Le piccole trasformazioni urbane immaginate negli anni ’70 sono state realizzate durante gli ultimi vent’anni, e se a Salerno non si apre una fase nuova riportando il tema dell’urbanistica e del territorio al centro di un dibattito pubblico sarà difficile immaginare di cambiare la città estesa, che si potrà migliorare interpretando correttamente la bioregione urbana, e adottando piani attuativi rigenerativi bioeconomici che prevedono conservazione, recupero e trasferimenti di volumi per migliorare la morfologia urbana esistente. Confrontando gli atti politici con la realtà salernitana possiamo capire l’assenza di pianificazione: la sostituzione edilizia di scuole ormai obsolete per costruire scuole innovative.

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Civiltà e sostituzione edilizia delle scuole

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Hangzhou Haishu School of Future Sci-Tech City, strada Haishu, distretto Yuhang, Hangzhou, Zhejiang, China.

Nel 2013, il Miur pubblica le nuove linee guida per le scuole italiane, si tratta di un vero e proprio aggiornamento per la progettazione architettonica al fine di stimolare un miglioramento dei nostri edifici sotto tutti i punti di vista: dalla sicurezza sismica ovviamente ma soprattutto per le attività della didattica e per l’integrazione degli edifici con la comunità, attraverso funzioni e attività “aperte”.

Miur: “Oggi emerge la necessità di vedere la scuola come uno spazio unico integrato in cui i microambienti finalizzati ad attività diversificate hanno la stessa dignità e presentano caratteri di abitabilità e flessibilità in grado di accogliere in ogni momento persone e attività della scuola offrendo caratteristiche di funzionalità, comfort e benessere. La scuola diventa il risultato del sovrapporsi di diversi tessuti ambientali: quello delle informazioni, delle relazioni, degli spazi e dei componenti architettonici, dei materiali, che a volte interagiscono generando stati emergenti significativi. La struttura spaziale è interpretabile anche come una matrice con alcuni punti di maggiore specializzazione, cioè gli atelier e i laboratori, alcuni di media specializzazione e alta flessibilità, cioè le sezioni / classi e gli spazi tra la sezione e gli ambienti limitrofi (solo a volte annessi alla sezione) e altri generici, cioè gli spazi connettivi che diventano relazionali e offrono diverse modalità di attività informali individuali, in piccoli gruppi, in gruppo. La sequenzialità di momenti didattici diversi che richiedono setting e configurazioni diverse alunni-docente o alunni-alunni sta alla base di una diversa idea di edificio scolastico, che deve essere in grado di garantire l’integrazione, la complementarietà e l’interoperabilità dei suoi spazi”.

La sfida richiede impegno nel tempo ma è una grande opportunità perché, in generale la maggioranza degli edifici italiani sta arrivando a fine ciclo vita, e le scuole, molte di queste, non passerebbero l’esame circa la verifica di vulnerabilità sismica. Consapevoli dell’età e del ciclo vita, le Amministrazioni comunali possono valutare la sostituzione per costruire scuole innovative o l’adeguamento degli edifici esistenti. Osservando il patrimonio edilizio esistente, l’adeguamento funzionale e spaziale secondo le linee guida del Miur è difficile da realizzare perché le norme prevedono un’adeguata accessibilità urbanistica, spazi flessibili, laboratori, atelier, auditorium, agorà, civic center, cucine e mense, attrezzature sportive. Si tratta di funzioni e attività impossibili da realizzare in taluni edifici esistenti, difficili da realizzare nelle zone consolidate urbane (a meno che non esista un piano di rigenerazione urbana) ma facilmente realizzabili per le scuole periferiche periurbane e rururbane.

woodland elementary school 01
Woodland scuola elementare, Milford, MA, United States

Qual è la situazione delle scuole primarie di Salerno? Un adeguamento sismico e funzionale delle scuole è doveroso, ma taluni edifici esistenti, a causa della densità urbana e per la carenza di spazi, non consentono di realizzare quel progetto di “scuole innovative” promesso dal Miur, pertanto sarebbe ragionevole programmare un’attenta sostituzione edilizia per offrire ai bambini salernitani le scuole innovative. Le Amministrazioni locali dovranno occuparsi di garantire luoghi rispondenti alle nuove norme. Si tratta di applicare la Costituzione e favorire la costruzione di edifici aperti alla comunità perché aiutano un adeguato sviluppo umano, un’opportunità per ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire luoghi più sicuri a insegnanti e bambini. Secondo i dati raccolti, l’Amministrazione ha programmato l’adeguamento sismico per soli quattro edifici: M. Mari costruita nel 1958, Medaglie d’Oro del 1955, Abbagnano del 1960, Mariconda del 1965, e poi l’adeguamento funzionale per altri quattro edifici: Luciani del 1960, Barra del 1920, Montevergine del 1960, Rodari del 1968. Esistono altri 13 edifici costruiti fra il 1913 e il 1978 che necessitano di interventi di adeguamento strutturale, funzionale e tecnologico. Gli edifici periferici sono in condizioni peggiori, abbandonati e obsoleti, ma la localizzazione offre le migliori opportunità per l’esistenza di spazi capaci di ospitare nuovi edifici a norma, secondo le regole del Miur (accessibilità urbanistica, spazi flessibili, laboratori, atelier, auditorium, agorà, civic center, cucine e mense, attrezzature sportive).

In tal senso, dopo un censimento degli immobili introducendo il fascicolo del fabbricato (idoneità statica, prestazione tecnologica e funzionale/spaziale), e avendo inserito i dati in un sistema territoriale informatico, è determinante aumentare la spesa pubblica per la sostituzione edilizia degli edifici scolastici: scuole materne, primarie e secondarie per tendere verso i più alti livelli di qualità architettonica e urbana dei servizi educativi. E’ noto che avere ottime scuole consente buoni livelli di qualità della vita degli abitanti, mentre una carenza di servizi educativi, un’assenza di manutenzione, un’assenza di adeguamento agli standard e persino l’abbandono, negano opportunità di sviluppo ai bambini e quindi agli abitanti, che vivono in condizioni di degrado e di sottosviluppo nei confronti di territori più attrezzati.

Alcuni esempi di scuole primarie: Hangzhou Haishu School of Future Sci-Tech City / LYCS Architecture; Lishin Elementary School Library / TALI DESIGN; Woodland Elementary School / HMFH Architects ; Primary School Gartenhof / BUR Architekten;

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elenco scuole primarie Salerno

Rigenerazione e forma urbana

Nell’intervento precedente ho affermato che un corretto piano di rigenerazione urbana nasce dall’analisi dell’esistente, cioè misurando la morfologia dell’aggregato edilizio o tessuto urbano. La composizione urbana insegna la costruzione dell’isolato e della cellula urbana (unità di vicinato o Neighborhood unit), che rappresentano l’elemento principale della progettazione urbana, scegliendo la forma e la corretta distribuzione dei servizi. Nella vecchia Europa, fino a quando si sono costruite le città, il corretto processo di fondazione di un insediamento umano rispondeva alla cellula urbana. Oggi, i principi compositivi dell’urbanistica sono adottati per rigenerare parti delle città esistenti in Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. In questi paesi si è sviluppata un’esperienza significativa sulla rigenerazione urbana, mentre in Italia troviamo esempi di riqualificazione urbana, la differenza si trova nella sostanza dei piani. La rigenerazione urbana si pone l’obiettivo di intervenire dentro le zone consolidate, anche demolendo e ricostruendo volumi esistenti, mentre gli interventi italiani si sono occupati di lottizzare aree abbandonate, come le ex aree industriali e in altri casi si è usato lo slogan “rigenerazione” per consumare nuovo suolo agricolo attraverso le lottizzazioni. In Italia, veri e propri interventi di rigenerazione urbana sono molto limitati. In Inghilterra, ove nasce l’urban regeneration, il Governo costruì un’agenzia pubblica per occuparsi di rigenerazione urbana con programmi di finanziamento e piani specifici al fine di intervenire nell’inner city. Non dobbiamo dimenticare che fra l’Italia e l’Inghilterra esiste un regime giuridico dei suoli differente; nel mondo liberale anglosassone l’interesse pubblico è prevalente, in Olanda è ancora in uso il diritto di superficie per costruire la cosiddetta “città pubblica”. All’estero esiste una maggiore efficacia dell’azione pubblica, una cultura della pianificazione territoriale più forte che garantisce l’interesse della collettività. All’interno di questa tradizione non esiste il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio e gli interventi privati sono piegati dall’interesse generale favorendo forme insediative e morfologie urbane migliori per risolvere problemi di degrado e di disordine urbano. In Italia, esiste ancora l’istituto dell’esproprio per realizzare l’interesse pubblico ma nella pianificazione urbana, la prassi consolidata e più diffusa dagli amministratori politici è stata quella di “privatizzare” il disegno urbano, consentendo agli investitori di orientare la perequazione e costruirsi i propri interventi incassando le rendite parassitarie. In Olanda, Inghilterra e Germania è lo Stato che indirizza la pianificazione dei suoli, mentre l’iniziativa privata che genera rendite è tassata, per raccogliere finanziamenti utili a costruire la “città pubblica” (scuole, ospedali, verde pubblico, biblioteche, teatri, servizi …). Il modello privatistico di agenzie di rigenerazione urbana, sorto in Inghilterra, ha trovato applicazioni diversificate in Francia, in Spagna mentre in Italia, nel nostro paese, non esiste un’agenzia ad hoc, e negli anni ’90 il legislatore introdusse una serie di strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” per imitare i processi esistenti all’estero. La cosiddetta città moderna realizzata fuori dall’Italia, ha realizzato morfologie urbane migliori perché i processi politici che coordinavano l’urbanizzazione furono gestiti da uffici competenti con piani urbani di qualità, e la classe dirigente danese, svedese, inglese, olandese abbracciò la cultura urbana e architettonica ispirata dagli utopisti socialisti, ampliandola; basti ricordare il piano Cerdà di Barcellona (1859), il piano della Grande Londra (Abercrombie, 1941), oppure il “piano delle cinque dita” di Copenaghen (1951), o il piano di Amsterdam (Berlage, 1917-40). Piani ben fatti furono presentati anche a Milano, Torino, Firenze e Roma, ma nel corso degli anni vennero edulcorati dal ceto politico, e con la ricostruzione post bellica si scelse di avviare interventi speculativi. Inoltre, bisogna sapere che fino alla pubblicazione del DM 1444/68, nella maggior parte dei comuni italiani, l’attività edilizia è stata completamente fuori controllo e senza piani. L’autorizzazione per costruire (licenza edilizia) fu introdotta prima nel 1935, art.4 legge n. 640, poi confermata nel 1942 (legge urbanistica nazionale), mentre l’obbligo esteso a tutto il territorio comunale avvenne solo nel 1967. Nell’Ottocento e inizio Novecento, le tipologie di intervento più incisive, cioè quelle che ambirono a risolvere problemi di igiene urbana, prevedevano demolizione e ricostruzione, diradamenti e allineamenti, e nacquero a Parigi (Haussmann 1853-1870); nel corso dei decenni successivi molte città europee pianificarono l’espansione della città con queste tecniche. Da un lato la borghesia capitalista richiedeva di vivere in luoghi migliori (Paradise planned), e dall’altro lato si riuscì a migliorare la forma urbana esistente (Londra, Vienna, Berlino, Roma). Quando nacque l’urbanistica per limitare i danni dell’industrialismo, si presentò il problema della rendita (Parigi, Londra, Berlino), e all’estero questo tema fu affrontato diversamente (Amsterdam), per contenerla e impedire che la borghesia nascente creasse altre disuguaglianze economiche e sociali, non ci riuscì in maniera efficace perché la bellezza creata dai piani fece aumentare i valori immobiliari accessibili solo ai ceti più abbienti. Solo un approccio radicale riuscì a contenere la rendita, e cioè lo Stato che condiziona il mercato attraverso l’acquisto, la costruzione e la concessione, e questo approccio abbinato a un buon piano si è avuto in Olanda, e in Germania, ed ovviamente in Russia, agevolazioni per i ceti meno abbienti si svilupparono nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. Fra l’Ottocento e inizio Novecento, Ebenezer Howard sviluppò il modello delle “città giardino” e il piano economico adottava l’approccio delle prime cooperative edilizie, sorte dagli utopisti socialisti. Questo approccio condizionò persino alcuni comuni, ad esempio Ulm. in Germania, cedette a prezzo di costo e con mutui agevolati, le case che aveva costruito.

Tutti i piani della città moderna prevedono un disegno urbano ove il rapporto fra spazio pubblico e privato determina la qualità della città. Le forme sono condizionate dall’orografia del territorio e sono regolari in zone pianeggianti, e organiche e irregolari in aree collinari e di montagna poiché seguono le curve di livello. Le forme regolari, come rettangoli e quadrati, consentono flessibilità d’uso, ad esempio Cerdà (piano di Barcellona) riprende la scacchiera ippodamea per disegnare i lotti, e l’uso del suolo prevede densità medie (o alte) con fabbricazioni aperte, inizialmente, e poi chiuse allineate alla strada. Amsterdam, Berlino, Parigi si caratterizzano per la fabbricazione chiusa, cioè blocchi, mentre nei periodi recenti le nuove espansioni hanno aperto il blocco per renderlo anche poroso, cioè attraversabile e più accessibile, ma conservando l’allineamento stradale. Il Movimento Moderno che ha influenzato maggiormente la costruzione della città moderna sviluppò anche isolati con edifici non allineati alla strada, consentendo una moltitudine di soluzioni e variabilità di forme regolari e irregolari, con densità variabili, e ancora, prima con isolati e quartieri specializzati e poi isolati con densità e usi misti del suolo. Il contro altare di tali sperimentazioni è stato il famigerato zoning funzionale, che individuava quartieri “specializzati”, adottato soprattutto negli USA per agevolare i funzionari pubblici nel preparare piani per determinare in maniera più semplice le agglomerazioni industriali e civili, e le attività da svolgere, e per consentire alla borghesia capitalista di localizzarsi nei luoghi migliori. Lo zoning ebbe anche un’interpretazione razzista. Oggi, gli interventi urbani che si limitano a costruire piccoli isolati progettano palazzine multipiano disposte a forma aperta. Anche nei piani di rigenerazione, spesso si ricorre all’uso delle forme aperte e alla cosiddetta mixité funzionale e sociale per stimolare la compresenza di una varietà di attività.

In Italia, sin dall’Ottocento e inizio Novecento, lo Stato favorì sempre una certa disuguaglianza sociale, tant’è che la borghesia poteva scegliersi i suoli migliori per costruire i propri edifici mentre il ceto politico localizzava gli alloggi dei ceti più poveri in aree periferiche, poco accessibili e senza servizi. Giunti negli anni ’90 del secolo scorso, la Repubblica decide di fare un altro passo indietro, consentendo ai privati di influenzare i piani e trasformali in piani edilizi, continuando a regalare la rendita alla borghesia capitalista. Sin dal secondo dopo guerra i partiti di maggioranza rifiutarono di adottare regole sull’accumulazione capilista generata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul rapporto fra capitalismo e città, la scuola marxista è l’unica capace di dare un’interpretazione molto efficace (Harvey) che spiega egregiamente le dinamiche economiche, sociali, l’urbanizzazione e la contrazione delle città, e integrando l’analisi con l’approccio ecologico della scuola di Vienna, possiamo interpretare al meglio il modello metabolico delle aree urbane.

I recenti interventi di rigenerazione urbana (inizio del nuovo millennio) presentano soluzioni che hanno caratteristiche comuni, mentre taluni interventi non si integrano alla città esistente poiché presentano una trama autonoma. La letteratura urbana è sterminata, presenta numerose pubblicazioni sui casi studio recenti, e quasi tutti enfatizzano la sensibilità ecologica degli interventi. Osservando questi casi che ambiscono a presentare anche architetture di qualità, ci accorgiamo della profonda distanza fra l’urbanistica realizzata in Europa (i piani urbanistici di Londra, Copenaghen, Amsterdam) e le speculazioni promosse dai piani edilizi (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Milano, Genova …) del ceto politico più inqualificabile, presente nei nostri Consigli comunali. A partire dalla ricostruzione post bellica, i comuni europei (Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Copenaghen …) hanno voluto realizzare spazi e luoghi urbani ben progettati, rispettando le tecniche di progettazione che prevedono un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e quartieri a misura d’uomo con i servizi raggiungibili a piedi e coi mezzi pubblici. Dopo diversi decenni tali quartieri ed edifici arrivano a fine ciclo vita, mentre numerose aree abbandonate dall’industria sono trasformate per inserire edifici e servizi da integrare nella città esistente. Le odierne tecnologie consentono di realizzare quartieri auto sufficienti, oltre che alzare i livelli di convivialità aumentando una varietà di attività e funzioni. In Europa, la qualità urbana e architettonica della città moderna è aggiornata dalle innovazioni progettuali. Nella maggioranza delle nostre città l’ingombrante e ignorante ceto politico rallenta l’innovazione progettuale, sottovalutando i danni causati da decenni di politiche speculative e distruttive. In Italia osserviamo l’enorme contrasto fra la straordinaria bellezza di centri storici e le schifezze di periferie costruite dall’inciviltà dei palazzinari, ma col sostegno del consenso politico dei cittadini che hanno favorito quelle maggioranze politiche, realizzando l’odierno disordine urbano. Rimediare a quei disastri è possibile, ma è fondamentale che la cittadinanza si riappropri di una sensibilità civile e civica, e cominci a conoscere l’urbanistica e l’architettura, perché i palazzinari continuano a influenzare le maggioranze politiche locali per accumulare capitali senza lavorare ma sfruttando le rendite parassitarie. Gli esempi virtuosi realizzati ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), Bed ZED (Londra, 250 ab; 1,8 ha), Ecolonia (Alphen aan den Rijn, Olanda, 800 ab; 7 ha), de Bonne (Grenoble, 2.000 ab; 8,5 ha), Bo01 (Malmö, 1.400 ab; 25 ha), Vauban (Friburgo, 5.300 ab; 38 ha), GWL Terrein (Amsterdam, 1.400 ab; 6 ha), Rieselfeld (Friburgo, 11.000 ab; 70 ha), Kronsberg (Hannover, 7.500 ab; 70 ha), Eco-Viikki (Helsinki, 1.700 ab; 23 ha), Solar city (Linz, Austria, 3000 ab; 36 ha) sono l’espressione di una sperimentazione urbana della città moderna. La maggior parte dei nuovi quartieri sono localizzati in aree dismesse industriali o militari, che sono o periferiche, o interne alle zone consolidate. La maggior parte di questi interventi si preoccupa di contenere la domanda di energia fossile utilizzando le migliori tecnologie che sfruttano fonti alternative. Un approccio conservativo della memoria storica di taluni edifici è presente negli interventi a de Bonne (gli edifici della caserma) e GWL Terrein (edifici della Compagnia della municipalità). Solar City, Kronsberg, Rieselfeld ed Eco-Viikki sono quartieri di fondazione che rompono con la trama esistente. GWL Terrein, Vauban e de Bonne sono quartieri realizzati su aree dismesse all’interno della città, mentre Solar City, Kronsberg, CasaNova (Bolzano, 3.000 ab; 10 ha) sono realizzati in aree suburbane. Solar City si caratterizza per essere un insediamento autonomo, una “città satellite”. Gli interventi sono abbastanza eterogenei per dimensione e approccio, ma condividono l’intenzione ecologica e l’applicazione di tecnologie innovative. Nonostante l’intenzione di interpretare la sostenibilità, vi sono delle contraddizioni poiché o non si inseriscono nella trama urbana esistente e non la migliorano, oppure consumano altro suolo agricolo. L’Italia, e i comuni che necessitano di interventi urgenti, possono imparare da queste esperienze europee per avviare processi urbanistici virtuosi, ma è necessario sviluppare un approccio italiano che affronta i problemi storici delle periferie mal progettate, puntando al trasferimento di volumi per riequilibrare le densità e recuperare standard. In Europa si ha il coraggio di adottare piani di grandi di dimensioni, basti pensare ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), ma se pensiamo a città come Roma, Napoli, Genova, Bari allora ci rendiamo conto che queste dimensioni sono appena sufficienti per intervenire in un solo quartiere, trascurando gli altri. E’ necessario che un’agenzia pubblica, ad esempio il CIPU, sia ben attrezzata per recepire e coordinare piani attuativi bioeconomici dei Comuni, e intervenire efficacemente nelle nostre aree urbane estese. Ad esempio, trasferire volumi significa demolire e ricostruire edifici altrove ma nel farlo i pianificatori dovranno applicare la regola compositiva della cellula urbana. Osservando i piani e rilevando la corretta composizione urbana, l’agenzia può accordare finanziamenti per i costi di demolizione e ricostruzione, rimuovendo per sempre gli errori commessi nei decenni trascorsi. Nelle periferie italiane vi sono problemi condivisi, come la marginalità sociale e l’aumento delle disuguaglianze, il degrado e disordine urbano, i carichi urbanistici mal distribuiti e l’assenza atavica di standard, servizi, e infrastrutture. Una parte dei pianificatori intende avviare e sperimentare processi di pianificazione partecipata per cominciare a coinvolgere gli abitanti e sviluppare con essi l’identità dei luoghi. Con questo approccio partecipativo, una rigenerazione degli spazi è, certamente, più efficace ma è altrettanto importante avviare un cambio di scala, per elaborare piani bioeconomici nelle città estese, superando gli attuali confini amministrativi poiché obsoleti. Con questo approccio esteso possiamo pianificare correttamente i servizi e contenere la dispersione urbana (lo sprawl) che continua a consumare suolo agricolo nei comuni limitrofi ai centri principali, e recuperare i numerosi vuoti urbani presenti lungo le vie principali, le zone frammentate, e nelle vecchie agglomerazioni industriali. Considerando gli effetti negativi della globalizzazione neoliberista e delle politiche delocalizzative degli ultimi trent’anni, sarebbe saggio ripensare le agglomerazioni industriali per riterritorializzare attività di manifatture leggere e meccatronica nel meridione d’Italia, per ridurre la disoccupazione e programmare nuovi centri di ricerca e sviluppo di tecnologie socialmente utili.

Proviamo a immaginare un possibile intervento di rigenerazione urbana in una città media italiana e meridionale, cioè un ambiente urbano localizzato nella periferia economica d’Europa, con un alto tasso di disoccupazione e con una carenza di standard e infrastrutture. Salerno risponde a queste caratteristiche. La città assume il ruolo di comune centroide in una struttura urbana determinata dal complessa orografia del territorio, dal rapporto col mare e  con l’entroterra collinare e vallivo. L’area urbana estesa comprende ben 11 comuni, e gli agglomerati urbani si sono sviluppati nella complessità delle colline, dell valli, e della piana del Sele. Salerno vive contemporaneamente la compattezza, la densità del proprio centro con il disordine urbano realizzato nelle periferie, e la dispersione urbana lungo le vie principali di comunicazione, nelle valle dell’Irno e nella direzione dei comuni limitrofi, e collegati al comune centroide. Come tutti i comuni d’Europa, esistono edifici arrivati a fine ciclo vita, e pertanto è necessario valutare il rischio sismico; questi dati possono essere inseriti in un sistema informatico territoriale per avere una corretta gestione e programmazione degli interventi. L’area urbana salernitana soffre di affollamento nell’agglomerato centrale, con un’evidente inadeguatezza dell’armatura stradale e urbana. Questa densità eccessiva determinata da un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato, è la causa della continua congestione del centro. I quartieri hanno una storica carenza di standard nell’agglomerato urbano più vecchio e nelle ex periferie oggi zone consolidate ma densamente popolate. Questo danno urbanistico, ambientale, economico e sociale emerge dalle scelte sbagliate durante lo sviluppo dell’urbanistica all’inizio del secolo Novecento, mentre nel Nord europa prevalse l’approccio socialista, a Salerno vinse la posizione conservatrice della borghesia locale che ambiva ad accumulare capitali senza lavorare e sfruttando la rendita parassitaria. Oggi rimediare è possibile, anche se complesso e difficile, ma manca la volontà politica. Un intervento di riqualificazione è avvenuto lottizzando parte dei suoli lungo il fiume Irno e realizzando aree verdi. Un disegno urbano più efficace avrebbe coinvolto il letto del fiume stesso, con interventi di rinaturalizzazione e arredo, oltre che spazi attrezzati e demolizioni selettive di edifici arrivati a fine ciclo vita.

Velenje City center pedestrian zone promenada 2012
Riqualificazione nel corso d’acqua di Velenje City (Slovenia)-

Il limite degli interventi di riqualificazione è sempre lo stesso, si occupano delle aree libere senza toccare il degrado e lo squallore delle palazzine esistenti, frutto delle speculazioni trascorse. L’unico modo per ripristinare il corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e modificare l’armatura urbana e stradale della città di Salerno è pensare interventi di diradamento edilizio nei quartieri della speculazione, che presentano problemi d’igiene e assenza di standard. In tutte le città ove si riqualificano i quartieri, e dove esistono corsi d’acqua e colline, la progettazione è quella ecologica, cioè si realizzano interventi per ripristinare luoghi prevalentemente naturali, cioè il contrario di ciò che si è realizzato a Salerno che ha lottizzato le proprie colline e cementificato il fiume. Un altro aspetto determinate per la rigenerazione è la costruzione dei servizi per abbattere le disuguaglianze territoriali, progettando i servizi mancanti, come biblioteche e centri culturali finalizzati all’aggregazione di attività indicate dagli abitanti, come le ricerche innovative e sperimentali. Le contraddizioni sono evidenti, da un lato il centro di Salerno ha un verde lungomare completato negli anni ’50 e arredato negli anni ’90, mentre a Sud dell’area orientale troviamo il disordine urbano della speculazione con palazzine costruite sulla battigia, e quartieri carenti di standard. Un’altra contraddizione è la coesistenza della compattezza del tessuto organico medioevale con la prima espansione moderna (Corso) che favorisce gli spostamenti pedonali, e la carenza di standard nella città moderna (via dei Principati, via P. De Granita, zona Carmine, via Dalmazia, via S. Mobilio …), e la dispersione urbana delle zone collinari (Sala Abbagnano, Giovi, Piegolelle, Matierno, Ogliara …) che costringe l’uso dei mezzi privati. Su queste note criticità il ceto politico locale non ha voluto cercare soluzioni sostenibili per cambiare verso, anzi ha favorito la dispersione urbana offrendo altre concessioni edilizie proprio sulle colline aumentando l’inquietudine urbana e la mobilità privata. Un intervento di riqualificazione è indubbiamente il ripristino del verde lungo tutta la fascia costiera (master plan del 1987 e mai realizzato) ma è necessario programmare le demolizioni degli edifici per ricollocarli altrove ma progettati in un corretto insediamento urbano. Questa rigenerazione bioeconomica è possibile all’interno di un piano esteso per tutti gli 11 comuni che fanno parte della stessa struttura urbana. In questo modo si possono pianificare i nuovi standard, i servizi e le infrastrutture per circa 300.000 abitanti della nuova Salerno.

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La rigenerazione urbana

La rigenerazione urbana è un argomento sempre più diffuso nei media, che riporta convegni e incontri pubblici sempre più frequenti. Anche la classe politica pone un’attenzione maggiore sulla rigenerazione urbana, che adotta norme e regole per rispondere agli indirizzi delle categorie che lavorano nella trasformazione urbana. Il legislatore subisce le pressioni maggiori dall’azione di lobbying dei costruttori, che intendono ridurre la crisi economica del proprio settore attraverso appositi strumenti tecnici e giuridici, sperando di favorire gli investimenti privati. Cos’è la rigenerazione urbana? Non esiste una definizione unica e chiara sulla rigenerazione urbana, e l’approccio più diffuso si concretizza nei processi di trasformazione urbana seguendo i desideri degli investitori, cioè creare profitto grazie alla famigerata rendita. Dal punto di vista urbanistico, la rigenerazione urbana nasce circa trent’anni fa nel mondo anglosassone, e si occupa di recuperare le aree interne alle città attraverso piani di trasformazione dell’esistente. La trasformazione dell’esistente non è un approccio nuovo, poiché concetti e processi di recupero e rinnovo urbano nascono negli anni post bellici, con l’obiettivo di ricostruire i centri storici e i quartieri distrutti dalla guerra. In quegli anni nascono i piani di ricostruzione ma le tecniche urbanistiche per la trasformazione nascono durante l’Ottocento, basti ricordare i diradamenti edilizi nei quartieri poveri, a Parigi, Londra, Napoli, Roma … La rigenerazione odierna non vuole “limitarsi” occupandosi dei centri storici, poiché la pianificazione urbana possiede strumenti e prassi mature ed efficaci per i nostri centri, oggi l’attenzione di pianificatori e progettisti si sposta nelle zone consolidate, per abbandonare le zone di espansione al fine di ridurre il consumo di suolo e aggiustare le periferie esistenti. Fino ad oggi, la prassi consolidata adottata dagli amministratori locali, nel recuperare le aree abbandonate, è stata quella di favorire la rendita dei privati che presentavano e presentano gli interventi di trasformazione urbana negli spazi rimasti vuoti, oppure in quelli periferici e abbandonati. Le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di questa prassi è controversa, in numerosi interventi si sono avuti danni ambientali, e sociali, e persino fallimenti economici, mentre solo in alcuni casi c’è stata una vera rigenerazione urbana. Dal punto di vista della pianificazione urbana, anche nei casi in cui c’è stata una rigenerazione urbana, i piani presentati non si sono mai occupati degli edifici esistenti ove vivono le persone, e i nuovi volumi urbani immessi nel mercato hanno aumentato i carichi urbanistici senza occuparsi di problemi vecchi, lasciati insoluti. Un’altra conseguenza è stata la gentrificazione, cioè l’espulsione degli abitanti meno abbienti, sostituiti da ceti economicamente più forti. Il grande limite dei piani presentati è questo: non sono pensati per risolvere i problemi creati dalla speculazione edilizia, non si occupano del disordine urbano esistente, non operano trasferimenti di volumi per riequilibrare densità e recuperare standard in zone consolidate. Il disordine urbano della speculazione edilizia resta dov’è, e ancora oggi numerose zone consolidate, una volta periferie, non hanno gli standard minimi e non ci saranno mai, se non si ha il coraggio di demolire edifici abitati e spostare le persone in quartieri ben progettati applicando la corretta composizione urbana. La storia dell’urbanistica, se fosse nota a tutti, insegna che la classe dirigente negò agli italiani il diritto di vivere e crescere in città pianificate correttamente, poiché si cercò, fallendo, di realizzare un’efficace riforma urbanistica mettendo mano al cosiddetto regime dei suoli (vicenda Sullo, 1962). La maggior parte delle città italiane sono cresciute ma pianificate male, tant’è che in determinate aree urbane esiste il degrado e la disuguaglianza, proprio nei quartieri periferici, per assenza di corretta pianificazione urbana e assenza di qualità architettonica. In quegli anni, la classe dirigente politica scelse la teoria capitalista liberale per costruire la città, cioè applicò il principio del “lasciar fare al mercato”, ancora oggi è così. Il degrado attuale è lo specchio di quella scelta politica, espressione dell’egoismo della borghesia capitalista che ha intascato la rendita fondiaria e immobiliare, e tutt’oggi vive su questa rendita parassitaria ed esprime gli indirizzi dei piani edilizi adottati dalle maggioranze politiche degli Enti locali, oggi incapaci di capire l’urbanistica. La politica urbana neoliberale ha creato l’attuale corto circuito ambientale e sociale nelle nostre città, ed oggi una classe dirigente confusa e contraddittoria, dibatte di rigenerazione urbana per individuare e stimolare un nuovo ciclo economico capitalista attraverso nuovi strumenti normativi. E’ questo l’indirizzo dell’attuale mainstream: dibattere di rigenerazione urbana per orientare le scelte politiche e far sopravvivere la borghesia capitalista che ha costruito male le città. E’ possibile cambiare rotta? Certo, ma è necessario dibattere seriamente di pianificazione urbana, che si occupa di costruire diritti a tutti tutelando il territorio e il patrimonio. Urbanistica e architettura, scomparse da molti anni, si occupano di diritti e bellezza, ma la classe dirigente le usa per arricchirsi e non per altruismo. Architettura e urbanistica sono discipline altruistiche ma nell’epoca capitalista sono piegate ai capricci di chi pensa prima di tutto al profitto privato. Gli amministratori locali, lasciando fare al mercato, hanno creato e diffuso il nichilismo urbano per gestire potere e creare consenso politico. I piani edilizi, cioè non urbanistici, esprimono il nichilismo urbano che realizza le disuguaglianze, i danni ambientali, sottovaluta il rischio sismico e idrogeologico, e stimola la rabbia nelle periferie abbandonate, mentre la classe borghese si arricchisce a danno della collettività. La globalizzazione neoliberista che delocalizza le attività, con la competitività delle città globali che agglomera investimenti solo in determinate zone, e i piani edilizi neoliberali realizzati fra gli anni ’80 e l’inizio del millennio, hanno creato opportunità nelle aree centrali e innescato la crisi economica nel mondo delle costruzioni nelle aree periferiche. Ancora oggi, gli investimenti si concentrano solo in determinati Sistemi Locali europei, e solo in determinate città, favorendo l’aumento delle disuguaglianze. Le classi dirigenti locali, sembrano non comprendere queste dinamiche economiche, o si illudono di poter attrarre investimenti privati influenzando le istituzioni politiche. L’ambizione di questa classe borghese è avere nuovi strumenti normativi per migliorare i propri interessi con nuovi piani edilizi e non con piani urbanistici, quindi si desidera declinare la rigenerazione urbana stimolando un capitalismo urbano autoreferenziale, sottovalutando il fatto che le disuguaglianze economiche e sociali producono rabbia, e creano risposte politiche pericolose, e persino incostituzionali. Si tratta di un corto circuito vizioso poiché non esiste una classe dirigente culturalmente preparata alla crisi del capitalismo, e non si ha il coraggio di proporre nuovi paradigmi culturali, ad esempio la bioeconomia. L’urbanistica non si occupa di favorire le rendite della borghesia capitalista, ma di affrontare problemi con piani che attingono a valori precisi, nati dagli utopisti socialisti, durante l’Ottocento. Il rinnovo urbano nacque per dare risposte nelle città mentre l’industrialismo produceva danni ambientali, sanitari e sfruttamento dei lavoratori, oggi, come allora, viviamo in città degradate, meno inquinate ma molto più complesse e più grandi. La classe politica di oggi sottovaluta il fatto che i confini amministrativi attuali sono obsoleti e dannosi, e dà ascolto alle sirene dei costruttori anziché rispondere alla Costituzione e all’autorevolezza di pianificatori e progettisti. Le città italiane sono diventate aree urbane estese che vanno amministrate e pianificate interpretando il concetto di bioregione urbana estesa. Le attuali aree urbane estese interne ai Sistemi Locali del lavoro vanno governate da un unico piano regolatore generale di tipo bioeconomico. In tal senso, è necessario realizzare un cambiamento di scala, e infine attuare piani bioeconomici nelle zone consolidate osservando le criticità lasciate insolute sin dagli anni ‘60. Questi problemi – sprawl urbano, rischio sismico, aree urbane estese e assenza di pianificazione, disordine e carenza di standard, disuguaglianze – sono noti nelle accademie che hanno pubblicato molta letteratura, ma sono appositamente trascurati da media, politici e lobbisti con la conseguenza che l’opinione pubblica è completamente all’oscuro delle reali criticità dell’urbanistica italiana, e così le persone sono facilmente manipolabili dagli opinion maker che assecondano i desideri dei politici locali: il famigerato fenomeno degli archi star e le lottizzazioni speculative legate al mondo off-shore.

A distanza di pochi giorni si sono svolti due eventi pubblici sulla rigenerazione urbana: uno al Senato il 27 novembre 2018, e l’altro a Salerno il 30 novembre e il 1 dicembre 2018. Il primo è promosso dal Centro Studi Sogeea, cioè una società che si occupa di investimenti immobiliari, che pubblica il “Primo rapporto sulla rigenerazione urbana in Italia”. Nel Rapporto si stima che “il potenziale indotto economico di una estesa e capillare campagna di rigenerazione urbana sul territorio italiano sia, per la precisione, 327.986.751.765 euro; la cifra si ricava dalla somma del valore delle opere da realizzare, pari a 310.537.447.415 euro, e degli oneri concessori da corrispondere alla pubblica amministrazione, quantificabili in 17.449.304.350 euro.  L’altro convegno dal titolo “Riqualificare le città”, è stato promosso dall’ANCE Salerno, cioè i costruttori. Nel contesto locale salernitano, accade che gli operatori chiedono alle istituzioni politiche, la Regione Campania, nuove norme per contrastare la crisi immobiliare favorendo una rigenerazione urbana dal loro punto di vista.

Cos’è la rigenerazione urbana bioeconomica? La migliore risposta economica alla crisi del settore edile è quella suggerita dalla bioeconomia, perché osserva le città come fossero sistemi metabolici, e questo consente di evitare gli sprechi. La bioeconomia ripensa completamente la produzione capitalista, tant’è che alcune aziende hanno già avviato un proprio cambiamento interno ai processi produttivi. La rigenerazione bioeconomica è un miglioramento perché orienta tutti i processi secondo le leggi della natura favorendo l’efficienza, e questo atteggiamento ha insito in sé un approccio di responsabilità sociale. Dal punto di vista economico-finanziario, un piano di rigenerazione bioeconomica è ben equilibrato, ed ha la virtù di indirizzare la rendita verso la responsabilità sociale, ambientale del luogo da trasformare; cioè l’intervento che migliora la città è coordinato rispetto ai problemi da rimuovere e risponde ai bisogni reali degli abitanti, crea servizi e opportunità per la comunità. In determinati paesi la rendita immobiliare è tassata, e controllata molto meglio per evitare le speculazioni recuperando il plusvalore generato dal progetto di trasformazione urbana. Uno degli obiettivi più noti della bioeconomia è l’uso razionale dell’energia, e questo significa che il progetto tende all’auto sufficienza, oltre che al riciclo totale e la mobilità intelligente. Dal punto di vista dell’urbanistica, pianificatori e progettisti possono coniugare la corretta composizione, ad esempio la famosa e nota cellula urbana che realizza città a misura d’uomo, con le nuove tecnologie. Le aree urbane sono sistemi di flussi, con ingressi e uscite, e il concetto di analisi del ciclo vita, già applicato in edilizia, può essere esteso e applicato ai territori coniugando responsabilità sociale e ambientale. Contrariamente a quanto si è fatto finora, non potrà essere il mercato e la rendita a proporre piani edilizi ma lo Stato, tornando a essere garante e coordinatore attraverso i propri Enti locali, dovrà stimolare il dialogo fra cittadini e pianificatori, progettisti, in percorsi di pianificazione partecipata, town meeting, e favorire la nascita di piani regolatori bioeconomici per aggiustare le città e riequilibrare il rapporto fra città e campagna, fra uomo e natura. Ad esempio, le attuali disuguaglianze sociali ed economiche nelle città si possono affrontare con piani che analizzano la realtà urbana, ed è l’analisi il progetto di rigenerazione poiché da questa si evidenziano le carenze, i bisogni sociali, il degrado, e di conseguenza le soluzioni con scenari progettuali scelti insieme alla cittadinanza. E’ in questo processo di conoscenza dei luoghi che nascono le soluzioni che producono nuova e utile occupazione poiché si parte dall’identità dei territori. Nel caso salernitano, è necessario avere un piano per 11 comuni con una superficie di 272  Km2.

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