Investire per cancellare le disuguaglianze

In numerose riflessioni (verde di prossimità, bioregione urbana, aree ASI e fascia costiera, la valle dell’Irno, il disegno di suolo e l’area urbana estesa, esperienze di arredo urbano, un modello di rigenerazione bioeconomica, le scuole, riprogettazione dell’area ASI, la città rete-meridionale) ho esposto diversi punti di vista per stimolare la creazione di attività utili al nostro territorio, e il punto focale di molte riflessioni è la pianificazione: nel senso più ampio del termine cioè economica, territoriale e urbanistica. Il ceto dirigente, aderendo all’ideologia del famigerato mercato ha rinunciato alla pianificazione istituzionale e lascia che le imprese decidano il futuro economico di un territorio: il risultato è sotto i nostri occhi, in Provincia di Salerno c’è un alto tasso di disoccupazione: 17,2% (2019) contro il 4, 5, o 6% dei territori normali. L’impegno più importante di una comunità consapevole dovrebbe essere quello di portare il tasso di disoccupazione a livelli normali e accettabili, ma il percorso è lungo e tortuoso, e nel percorrerlo è determinante una buona dose di creatività, di capacità dialogo e di apertura mentale, poiché nel corso degli anni è facile intuire che decine di migliaia di persone non potranno mai raggiungere l’auto sufficienza economica senza l’aiuto dello Stato. I Paesi normali e civili hanno sistemi di welfare efficaci perché aiutano tutti, e sono capaci non solo di unire domanda e offerta di lavoro, ma di creare nuovi impieghi e aderenti alle capacità delle persone e alle necessità del territorio. I Sistemi Locali del Lavoro virtuosi, normalmente, programmano corsi di aggiornamento e di formazione per qualunque persona, cioè le istituzioni locali hanno enti di formazione professionale e realizzano corsi per qualsiasi individuo che voglia imparare un mestiere richiesto dalle imprese del territorio. Questa semplice programmazione (formazione-lavoro) unisce domanda e offerta di lavoro. I Paesi normali e civili non hanno mai rinunciato alla pianificazione, anzi è il loro punto di forza ed investono ingenti risorse nei luoghi marginali per condurli a livelli adeguati, cioè al pari dei Sistemi Locali del Lavoro economicamente più forti. I Paesi normali e civili non hanno disuguaglianze territoriali come quelle fra il Nord e il Sud d’Italia, poiché sono ritenute immorali, stupide e dannose per l’economia della Nazione. Nel nostro Mezzogiorno non esiste un sistema di welfare normale e adeguato ai problemi sociali ed economici del territorio. Le istituzioni danno la netta impressione di continuare a ignorare questo problema, scegliendo strade politiche sbagliate e obsolete perché lasciano insoluti i problemi contribuendo ad aumentare il divario fra Nord e Sud. E’ altresì vero che lo Stato programma disuguaglianze territoriali poiché non distribuisce le risorse di tutti in maniera equa, anzi privilegia territori già ricchi a danno degli altri. Inoltre, le disuguaglianze economiche e sociali non sembrano essere un tema prioritario né per le famiglie e né per il ceto politico dirigente del Sud. Le maggioranze politiche condotte al potere dagli elettori non sembrano capaci di risolvere le disuguaglianze, e le forze economiche più agiate continuano a orientare le scelte governative, cioè lo status quo resta immutato, mentre con lo scorrere del tempo aumentano i poveri, perché fu sbagliata la scelta politica di aderire alla religione neoliberista dove le imprese private sono libere di perseguire la propria avidità, e lo Stato rinuncia ad intervenire per correggere gli errori del capitalismo. Quando una società rinuncia a sé stessa, e sceglie il nichilismo capitalista sopravvive sono il mercato, e il potere si concentra sugli individui che possono comprare e vendere una merce, ma questa è la nostra realtà: un’esistenza mercificata dove non esistono diritti e non esistono valori, né umani e né naturali. La Costituzione italiana dice ben altro, ma la classe dirigente ha scelto la religione capitalista: tutto è merce, e servono capitali per ogni intervento sul territorio. Si tratta di un arbitrio, un’invenzione, una convenzione, e l’essere umano, se lo desidera, può creare nuove convenzioni, nuove regole e nuovi accordi commerciali per costruire una società migliore di questa. Senza particolari problemi, lo Stato può intervenire sull’economia (come succede in altri Paesi) e può cominciare a costruire territori ove non esiste solo il famigerato mercato, mentre gli Enti locali possono cominciare a valutare gli investimenti con nuovi criteri, cioè osservando gli impatti sociali e ambientali.

Pensare agli investimenti sul territorio significa pianificare, e una corretta e adeguata pianificazione si basa sulla conoscenza, cioè sulla storia e sulle risorse locali, significa conoscere l’esistente per aggiustarlo, cioè affrontare le disuguaglianze per rimuoverle definitivamente e dare alle persone le opportunità che spettano loro, cioè scegliersi liberamente un percorso di crescita individuale, ed in Italia questa libertà non è consentita a tutti ma solo a coloro i quali nascono in ambienti economicamente già forti, con i servizi adeguati e correttamente distribuiti sul territorio. Il destino di molti meridionali è l’ingiusta e l’immorale condanna all’emigrazione per sopravvivere. Questa ingiustizia è ampiamente nota ma volutamente trascurata poiché il sottosviluppo di un’area è la ricchezza di un’altra, e questo schema capitalista è in corso di realizzazione in tutt’Europa, cioè un’élite degenerata programma le disuguaglianze affinché un’area “centrale” possa arricchirsi sulle spalle di un’area “periferica”.

L’approccio territorialista e bioeconomico è quello che può garantire il più alto numero di impieghi ottenibili perché si basa proprio sulla conoscenza approfondita del territorio, con criteri di sostenibilità ed il coinvolgimento degli abitanti nel costruire un percorso di autocoscienza dei luoghi. Lo Stato ha l’obbligo di rimuovere le disuguaglianze perché non sono previste dalla Costituzione e pertanto usando la cultura bioeconomica, le istituzioni dovrebbero ripensare le agglomerazioni industriali interne ai Sistemi Locali del Lavoro, e riconoscendo le nuove strutture urbane estese si potrebbero pianificare processi di rigenerazione urbana e rurale che coinvolgono anche i territori interni. Un obiettivo importante è ridurre il rischio sismico e idrogeologico degli insediamenti umani, e poi costruire nuove relazioni fra città e territori rurali. Per creare nuovi impieghi è importante territorializzare, cioè aprire attività di manifattura leggera per concentrare l’offerta di lavoro in determinati Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno, e ripensare la relazione e l’uso del territorio degli abitanti, offrendo loro nuove urbanità e tecnologie utili che tendono all’auto sufficiente energetica.

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Utopie che tornano

Salerno Master Plan costiero 1987
Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Sogni infranti che sono ancora vivi e realizzabili: nonostante Salerno nel corso della sua storia sia stata costruita dalla peggiore speculazione edilizia, negli anni ’80 seppe sognare e realizzare alcuni interventi di grande qualità urbana che ancora oggi consentono alle persone di potersi incontrare e godere di luoghi aperti e conviviali.

I progettisti urbanisti, architetti e ingegneri, sanno bene che i processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone condizionate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città. Oltre al Corso Vittorio Emanuele ed al lungomare Trieste riqualificati, la cittadinanza non sa che fu tolta loro una grande opportunità per migliorare la propria qualità di vita, e cioè che l’Amministrazione approvò un master plan che riqualificava l’intero litorale cittadino con l’obiettivo di eliminare l’affollamento e l’inquinamento su tutta la fascia costiera. In che modo? Il progetto di riqualificazione prevedeva, in molte fasce e zone, di spostare il traffico veicolare delle auto nel sottosuolo e/o convogliarlo verso l’interno al fine di consegnare quello spazio alle persone, che sono influenzate dalla percezione della luce, dei suoni, degli odori, dalla velocità di movimento mentre si cammina. La migliore percezione della città è la velocità di movimento pedonale, per questo motivo il master plan aveva come priorità il pedone mentre svantaggiava l’automobile. In questo modo, cioè costruendo zone pedonali e nuovi arredi urbani lungo la fascia costiera si riusciva a cambiare il senso di appartenenza al luogo stesso, migliorandolo e aumentando la qualità della vita, rispetto agli spostamenti nei tragitti fra casa-studio, casa-lavoro e casa-spiaggia e mare. Il disegno urbano rimuovendo gli ostacoli fisici realizzava un’esclusiva ed efficace accessibilità delle persone al mare con servizi adeguati. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone si immaginò di progettare lo spazio urbano lungo la fascia costiera con criteri e materiali di qualità, cioè disegnare lo spazio pubblico aperto favorendo convivialità, socialità e persino sviluppo umano. In assenza di spazi pubblici si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani è determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Da questo punto di vista è importante individuare criteri per un’analisi degli spazi urbani scegliendo il punto di vista dell’uomo e il suo movimento e rilevando la presenza degli elementi per formaidea (valore/significato)funzione (uso, attività), tutto ciò è fondamentale per descrivere la realtà. Si utilizza il punto di vista dell’individuo che si muove in uno spazio in un determinato tempo ed in un determinato contesto socio-economico. I sensi attribuiscono un significato/valore allo spazio creando una percezione soggettiva dell’ambiente costruito che si svolge in tre fasi: la selezione degli stimoli, il giudizio e l’assegnazione di significato. Quindi c’è un’azione “meccanica” di riconoscimento di una sollecitazione e un’azione di “valutazione”, e ciò determina un condizionamento. Si tratta di un’interpretazione [l’analisi dal punto di vista dell’utente] determinante per il progetto al fine di immaginare luoghi idonei per le persone. Il progettisti sanno che la percezione soggettiva della forma dello spazio condiziona la qualità della vita, e alcuni elementi che creano il condizionamento sono: la distanza percepita; la varietà dei luoghi; la definizione dei tragitti preferenziali;  la percezione di barriere; la conoscenza dei luoghi; i punti di riferimento; il rapporto fra pieni e vuoti; il rapporto fra figura e sfondo; le visuali chiuse o aperte. Sono tutti elementi del disegno urbano che contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbanipiazze, e strade.

Oggi, l’Amministrazione pubblicizza altri progetti di riqualificazione della fascia costiera ma c’è una carenza culturale molto forte, non solo per l’evidente schiapiazzatura del genius loci locale da parte delle famigerate archi-star, ma perché questi progetti non pensano l’insieme della città e il rapporto con l’interno, ma si limitano a “interventi spot” in alcuni lotti, alcune zone, e pertanto non essendo parte di un tutto trascurano i problemi dell’inquinamento atmosferico causato dal traffico veicolare privato.

Un piano urbanistico di qualità progetta anche quello che si chiama in gergo “l’atterraggio del piano” (cioè quando il piano diventa architettura) determinato da un buon regolamento edilizio, e “l’attacco a terra” fra edifici e spazio pubblico, cioè lo spazio che vivono le persone: i marciapiedi, le panchine, il rapporto fra spazio privato e pubblico, la strada con le carreggiate e le piste ciclabili, i giardini e i giochi per i bambini, il verde di quartiere e le reti ecologiche.

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Sostenibilità urbana

Cosa si intende per urbanistica sostenibile (o sostenibilità urbana?) e cos’è la rigenerazione urbana? In questo periodo di regressione economica, sociale ma soprattutto morale, molti individui sono smarriti nel nichilismo capitalista, le istituzioni e i media sono l’espressione di questo spirito del tempo materialista, consumista e violento. La religione capitalista ha costruito una società svuotata di senso e di valori, e così anche le città sono l’espressione di questo vuoto, e nell’accezione del pensiero dominante l’urbanistica sostenibile è uno slogan per consentire al capitalismo di sopravvivere durante un periodo di recessione, cioè l’accumulazione dei capitali privati si trasforma fisicamente in città, o quartieri, com’è sua tradizione. E’ evidente che tutto ciò non ha niente a che fare con la sostenibilità, ma tutta la classe dirigente occidentale è espressione del volgare capitalismo liberista, pertanto è normale che sotto la finta veste verde ci sia il becero industrialismo, l’avidità dell’élite degenerata che vive di rendite e privilegi, e pianifica la costruzione di ambienti per preservare la propria categoria di privilegiati. Ciò avviene regolarmente nelle città globali (New York, Los Angeles, Tokyo, Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Milano …), nei quartieri del lusso e nelle gate community. Oltre al famigerato sprawl urbano degli USA, cioè il razzismo capitalista divenuto villettopoli e consumo di suolo, vi è il recente modello dello spreco capitalista del lusso, e sono le città costruite sull’acqua e nel deserto: Abu Dhabi, Dubai e altre città satellite. Numerosi media mainstream e persino riviste specializzate continuano a esprimere una divulgazione “verde” per queste nuove città arabe creando disinformazione. Non dimentichiamo che lo slogan più tossico inventato dai capitalisti è l’ossimoro “sviluppo sostenibile”, o c’è sviluppo o c’è sostenibilità, e lo sviluppo non coincide col progresso, e così come progresso non è lo stessa cosa della crescita, e innovare non significa migliorare. Un processo analogo di “sviluppo sostenibile” avviene per la Cina, il paese che, oggi nel mondo più di tutti, ha costruito e costruisce nuove città, anche in Africa, contribuendo ad aumentare il consumo di materie prime: cemento e acciaio. In questi due ambienti: Emirati Arabi e Cina si sono sviluppate e utilizzate le tecnologie più avanzate, fino al controllo sociale di massa.

In Occidente, una delle consuetudini recenti più viziose e inutili per risolvere problemi complessi è quello di utilizzare i cosiddetti piani e programmi settoriali rinunciando alla pianificazione urbanistica. Ricordiamo che la pianificazione urbanistica è per sua natura multidisciplinare, mentre un’azienda che vuole vendere il proprio prodotto si occupa di una sola disciplina, e così da molti anni think tank finanziati dall’industria creano documenti per influenzare i decisori politici al fine di introdurre le singole tecnologie innovative negli ambienti urbani, siano queste telecomunicazioni o servizi di mobilità. E’ del tutto immaturo, fuorviante e sbagliato introdurre nuove tecnologie senza rimuovere i problemi precedenti determinati da una scorretta morfologia urbana. Facciamo un esempio concreto: è intelligente installare reti di telecomunicazione ma ignorare il rischio sismico e idrogeologico? A cosa serve introdurre una tecnologia se non ci si occupa dell’esistente, proprio quando gli edifici sono arrivati a fine ciclo vita? Inoltre è uno spreco avviare un sevizio di mobilità per collegare cittadini e servizi quando l’urbanistica prevede che i servizi siano raggiungibili a piedi. In un processo di rigenerazione urbana i servizi sono costruiti all’interno della cellula urbana. Per un’Amministrazione locale è più corretto avviare programmi di educazione alla mobilità al fine di scoraggiare l’uso dell’automobile privata, ed è preferibile prioritariamente modificare la morfologia urbana e integrare i mezzi pubblici con l’uso della bicicletta.

L’Occidente, anziché copiare incollare modelli sbagliati può legittimamente usare le migliori tecnologie per aggiustare gli ambienti costruiti, per conservare la propria identità storica e culturale, e per migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti.

cellula urbana
Cellula urbana

Poiché non esiste un pensiero critico e condiviso sul reale significato di “rigenerazione urbana” e “sostenibilità urbana”, politicanti e media possono divulgare qualunque contenuto privo di senso al fine di perseguire il solito mantra: vendere, vendere, vendere. L’unico modo per realizzare un’urbanistica sostenibile e avviare programmi di rigenerazione urbana, è quello di compiere un salto culturale verso l’approccio bioeconomico che trasforma la funzione della produzione capitalista, cioè la snatura introducendo criteri di misura dell’entropia (i flussi di energia e materia) e degli impatti sociali delle trasformazioni urbane. In questo modo il capitalismo non è più capitalismo. Dal punto di vista dell’urbanistica, le regole compositive sono dettate dal famoso concetto di “cellula urbana”, e tutt’oggi questo è il modello per costruire una città sostenibile. Su una determinata area si costruisce una densità media di edifici con mixitè funzionale e sociale, e gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi grazie al fatto che i servizi sono tutti collocati entro un raggio di 400 mt, mentre i servizi di rango superiore sono tutti raggiungibili dai mezzi di trasporto pubblico. Queste semplici regole di proporzionalità, armonia e bellezza determinano la sostenibilità di un ambiente urbano ma spesso sono state disattese perché la borghesia italiana ha preferito costruirsi i propri privilegi sfruttando le rendite, ma usurpando il bene comune e trascurando i diritti di tutti. Una strategia di rigenerazione urbana per le zone consolidate mal costruite nei decenni precedenti, è quella di cominciare a riprogettare gli isolati considerando le regole compositive della cellula urbana. I progettisti urbanisti: architetti, pianificatori e ingegneri, sono capaci di leggere la forma urbana, sono capaci di esprimere un adeguato disegno urbano osservando e interpretando il territorio, ed è questo che crea la sostenibilità delle città, nient’altro. Oggi vi sono criteri d’interpretazione e valutazione più complessi rispondenti a esigenze più ampie. Alle conoscenze tecniche compositive molto note (il dimensionamento dei quartieri e della cellula urbana), oggi si aggiungono altre conoscenze tecnologiche che rendono possibili obiettivi preconizzati nell’Ottocento dagli utopisti socialisti, e cioè l’auto sufficienza energetica delle città e il riciclo di “materie prime seconde”. Oggi in Italia, ovviamente, non si costruiscono nuove città ma le regole compositive possono essere adottate per aggiustare le zone consolidate, cioè i quartieri esistenti mal costruiti dalle speculazioni. Le città italiane trasformate in aree urbane estese possono essere lette come sistemi metabolici, con flussi di energia e materia in ingresso e in uscita. Le funzioni di flusso possono essere individuate, misurate e corrette riducendo drasticamente gli impatti ambientali e sociali, e nel fare ciò si possono realizzare nuovi impieghi utili. L’approccio bioeconomico crea un immenso indotto occupazionale, più del tradizionale capitalismo. Ogni area urbana estesa italiana ha criticità sociali, economiche e ambientali realizzate fra gli anni ’50 e ’90 del Novecento, poiché spesso le Amministrazioni comunali non sono state capaci di fare bene i piani regolatori, costringendo gli attuali abitanti a vivere in ambienti mal costruiti. Tutt’oggi è facile scontrarsi con l’incompetenza di Amministrazioni locali poiché rinunciano all’urbanistica per preferire piani edilizi speculativi furieri di rendite parassitarie. Per realizzare un’efficace sostenibilità territoriale bisogna riconoscere le strutture urbane estese che non tengono conto degli attuali confini amministrativi; individuare le strutture urbane esistenti e le relazioni di flusso degli abitanti, e fare approfondite analisi urbanistiche e poi orientare le scelte sul piano culturale bioeconomico, al fine di utilizzare al meglio le risorse locali e aggiustare gli errori del capitalismo e delle speculazioni edilizie. Tutto ciò crea un enorme indotto occupazionale ma utile allo sviluppo umano.

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Il mercato immobiliare a Salerno

Il valore economico dei fabbricati è determinato da diversi fattori: dal contesto economico, sociale, politico e istituzionale, dalle caratteristiche della zona in cui sono ubicati (caratteristiche estrinseche) e dalle specifiche di ogni singola unità immobiliare (caratteristiche intrinseche, la manutenzione degli edifici). Le principali componenti del contesto economico, sociale, politico e istituzionale sono: le famiglie, le politiche territoriali (gli strumenti urbanistici), le politiche per la casa, le tecnologie dell’edilizia, le norme di sicurezza e il mercato (anche finanziario). Gli strumenti urbanistici rappresentano il quadro di riferimento circa l’uso del suolo (regole costruttive e mercato) mentre le politiche della casa e della locazione hanno una forte influenza sulle relazioni contrattuali, poi vi sono le politiche fiscali, e le tecnologie edili determinate dalla conoscenza storico-tecnica del momento e dal ciclo vita degli edifici circa l’obsolescenza naturale delle costruzioni, così come le norme che dettano nuovi standard qualitativi più alti, così da influenzare la progettazione e il valore degli immobili. I mercati finanziari e i fondi di investimento privati rappresentano un’opportunità di profitto sul mercato immobiliare e possono creare disastri come una recessione economica.

Osserviamo il caso salernitano: come in qualunque altra città italiana la storia, il territorio, e i processi economici determinano il mercato. La cultura tecnica e tecnologica del momento determina il patrimonio costruito, pertanto l’anno di costruzione è importante per stimare il fine ciclo vita, e ciò influenza il valore economico degli edifici (coefficiente di vetustà, coefficiente di obsolescenza). Le attuali caratteristiche intrinseche dei fabbricati realizzati molti decenni fa costituiscono un elevato rischio sismico (vulnerabilità), altresì insiste un’evidente obsolescenza tecnologica dell’involucro e degli impianti. Escludendo il centro storico realizzato in muratura, il patrimonio esistente consiste prevalentemente in palazzine multipiano, e determinati condomini si sono occupati e preoccupati dell’involucro, ma non dal punto di vista energetico e tecnologico, solo dal punto di vista estetico per limitare eventuali danni di caduta dei calcinacci. Restano insoluti temi determinanti quali il rischio sismico e l’auto sufficienza energetica che sfrutta le fonti alternative, e questo tema riguarda anche il patrimonio pubblico, coinvolto anch’esso dalla vetustà degli edifici e dalla loro obsoleta funzionalità tipologica poiché sono mutati gli standard e i bisogni dell’Amministrazione. Oltre a questi aspetti tecnici, il mercato salernitano si caratterizza per una totale deregolamentate delle rendite di posizione, impropriamente determinate e influenzate da ignoranza e speculazioni. Ad esempio, è noto che un mercato urbano correttamente pianificato crea una rendita differenziale, poiché aree ben servite (uffici postali, servizi di trasporto, teatri, biblioteche, centri culturali…) determinano maggiore valore economico rispetto ad aree periferiche prive di standard. Questa normale prassi valutativa è molto più complicata da determinare e valutare quando una città è costruita dalla speculazione edilizia (di fatto il mercato immobiliare salernitano dovrebbe avere bassi prezzi), ma le agenzie immobiliari giocano molto sull’ignoranza delle persone puntando comunque ad un rialzo ingiustificato dei prezzi. Perseguendo consuetudini viziose e improprie, l’Amministrazione salernitana sceglie di trascurare noti e vecchi problemi, e prosegue la strada obsoleta e dannosa dell’ideologia di mercato, pertanto gli strumenti urbanistici sono molto deboli dal punto di vista culturale, cioè lo strumento adottato è un “piano” edilizio (non un piano urbanistico) che non tutela adeguatamente ambiente e ceti economicamente più deboli, e danneggia lo stesso mercato immobiliare. Il piano edilizio del Comune capoluogo, oltre che mal dimensionato da un’analisi sbagliata, si caratterizza per un’estrema deregolamentazione del mercato preferendo la contrattazione privata degli strumenti attuativi, assecondando esigenze e capricci degli speculatori, o di qualunque investitore desideroso di sfruttare la rendita immobiliare.

Dal punto di vista sociale ed economico, il territorio salernitano è fra i meno dinamici d’Italia per una significativa carenza di un tessuto produttivo diversificato e con alto valore aggiunto, e questo produce due note conseguenze: (1) un’importante tasso di disoccupazione 17,2% (2019) (in Provincia di Salerno gli inattivi sono 330.000, 2019), (2) ed una povertà relativa ed assoluta altrettanto importanti. In Campania la percentuale di famiglie povere è passata dal 19,5% nel 2016 al 24,9% nel 2018, mentre il 48,7% non riesce a fronteggiare a spese impreviste (2018), nel Sud il 52% delle famiglie considera un carico oneroso le spese per l’abitazione. Un altro dato drammatico sottovalutato dalle istituzioni, che preferiscono l’ideologia del mercato, è l’emigrazione dei giovani della fascia 18-39 anni verso il Nord e l’estero, sia per formarsi e sia per il lavoro. Emigrazione, disoccupazione e povertà si riflettono sul mercato immobiliare con un’evidente calo della domanda di alloggi a prezzo di mercato. Da questo punto di vista insiste un’anomalia abbastanza evidente circa il piano edilizio adottato dall’Amministrazione: la continua immissione sul mercato di nuovi alloggi a prezzo di mercato. La povertà incide anche sul mercato delle ristrutturazioni edilizie. Bisogna tener presente la trasformazione delle struttura urbana salernitana che di fatto è una città estesa di circa 300 mila abitanti dentro il Sistema Locale del Lavoro. Il Comune capoluogo oltre ad essersi contratto (calo demografico) ha perso le sue attività manifatturiere ed industriali, ma questa trasformazione è trascurata dagli strumenti di pianificazione a scala comunale.

Edifici uso Salerno
Fonte dati ISTAT.
Edifici a Salerno
Edifici in Provincia di Salerno per tipologia costruttiva e anno di costruzione, fonte Ptcp 2012.

L’urbanistica, com’è noto, si occupa di risolvere problemi concreti realizzando servizi per tutti gli abitanti, cioè eliminando disuguaglianze territoriali e offrendo spazi e luoghi urbani di qualità per assecondare i bisogni delle persone e sostenere lo sviluppo umano di tutti. La storia urbanistica salernitana insegna che la città fu costruita dalla peggiore speculazione edilizia realizzando disuguaglianze e distruzione della natura, oggi il contesto urbano è ancora caratterizzato da problemi insoluti perché mai affrontati adeguatamente (cattiva morfologia urbana dovuta al fenomeno della disomogeneità e interventi spontanei [speculazione], affollamento e alti carichi urbanistici nelle zone consolidate con carenza di standard, dispersione urbana…). Alla fine degli anni ’80 del Novecento vi sono stati alcuni interventi di arredo urbano che hanno migliorato lo spazio pubblico, ma le zone consolidate non sono state coinvolte da piani di rigenerazione. Il centro storico è in parte abbandonato, e numerosi quartieri sono ancora privi degli standard minimi previsti dalla legge urbanistica nazionale. In questo contesto urbano insistono disuguaglianze volutamente trascurate; quali sono le categorie favorite e privilegiate, e quali categorie sono trascurate e danneggiate? I privilegiati sono talune famiglie che vivono di rendite parassitarie realizzate durante i processi speculativi (anni ’50 – ’80 del Nov.; anni ‘10), poi vi sono i promotori immobiliari, gli investitori e i gestori immobiliari mentre la maggioranza delle famiglie e le associazioni sono trascurate, persino espulse, così come sono trascurate le esigenze delle cooperative edilizie relegate ai margini dell’area urbana, su suoli meno “importanti”, ed a volte scollegati dall’agglomerato esistente, determinando nuovo sprawl urbano. Anche numerose lottizzazioni private sono state localizzate fuori l’agglomerato urbano, spesso sulle colline, contribuendo a distruggere risorse naturali, e sono sprovviste di servizi. Persino il Comune stesso e gli Enti pubblici, cioè il bene comune, sono danneggiati delle scelte politiche del Consiglio comunale poiché il territorio salernitano è ancora privo di un distretto degli uffici comunali, provinciali e regionali, e ciò significa che le attività di servizio pubblico sono svolte in spazi impropri (pagando una rendita parassitaria) e inadeguati rispetto agli attuali standard che richiedono sicurezza, accessibilità, comfort e risparmio energetico.

La più recente attività edilizia si è concentrata molto nelle aree suburbane periferiche con alcuni interventi dentro le zone consolidate volti a riempire i vuoti urbani, mentre si è trascurata la rigenerazione urbana dell’esistente. Il piano edilizio ha indirizzato gli investimenti privati nella costruzione di nuove palazzine multipiano secondo gli standard attuali, mentre la popolazione salernitana diminuiva di circa il 18%, ed in cambio di questi affari privati non è stata costruita la città pubblica contravvenendo ai principi elementari della pianificazione e della convivenza civile. L’assenza di urbanistica produce fenomeni degenerativi molto noti che peggiorano la qualità della vita degli abitanti, mentre un mercato immobiliare viziato da ignoranza e incompetenza, miete vittime anche nel mondo del costruzioni, riducendo il numero di operatori sul territorio. Dal punto di vista capitalistico, i piani edilizi hanno favorito la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi soggetti: costruttori, immobiliaristi, developers. A Salerno, tal volta le figure coincidono, determinando l’esistenza dei peggiori soggetti sul mercato, poiché progetto, costruzione e vendita coincidono in un unico soggetto, favorendo un corto circuito di conflitti di interessi a danno degli acquirenti per l’assenza di figure di terze (progettista e direttore dei lavori) capaci di controllare e garantire la qualità dell’edificazione.

L’inadeguatezza nel costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi pubblici adeguati, scuole, uffici pubblici …) ha due fattori: uno nazionale e riguarda la mancata riforma urbanistica che imitava i meccanismi europei; e uno regionale, cioè una legge urbanistica carente poiché non realizza gli obiettivi della perequazione diffusa (in Campania esiste solo quella di comparto) e pertanto mancando questa strategia gli operatori privati non concorrono tutti insieme nel realizzare obiettivi pubblici per costruire standard mancanti nelle zone consolidate. A conferma di tutto ciò l’Amministrazione salernitana ha acquisito gratuitamente suoli ma non ha realizzato servizi pubblici. Chiunque conosca praticamente il fare urbanistica sa bene che un aspetto determinante dell’attuazione di un piano è superare la parcellizzazione dei suoli. Com’è noto, il disegno urbano coinvolge le differenti proprietà immobiliari e la prassi tradizionale è stata l’espropriazione dei suoli, ma nei decenni più recenti i Comuni vi hanno rinunciato per ragioni economiche, ma di fatto hanno trascurando la qualità del disegno urbano. Tecnici e giuristi hanno inventato la cosiddetta perequazione urbanistica nel tentativo di costruire la città nonostante la carenza di risorse pubbliche, tutto ciò mentre si realizzava un’Italia federale, e così la prassi urbanistica ha sviluppato processi eterogenei e diversificati, tutto in base alla cultura e alla sensibilità delle istituzioni locali ma realizzando disuguaglianze territoriali a danno degli abitanti. In Campania non c’è un’adeguata cultura urbanistica fra le istituzioni, la consuetudine diffusa è quella di scaricare il processo di lottizzazione ai soggetti privati, i quali si organizzano legittimamente nel presentare piani attuativi sui comparti edificatori. A Salerno, si è andati ben oltre l’ignoranza urbanistica poiché il piano edilizio muta in base ai capricci degli immobiliaristi.

Lo stesso livello di inadeguatezza si riscontra in tutta l’area urbana estesa salernitana, poiché a volte le piccole amministrazioni seguono i cattivi esempi di quelli più grandi, mentre altri piccoli comuni sono persino sprovvisti di strumenti di regolazione del suolo e dell’attività edilizia, ed in assenza di controlli i criminali si sentono liberi di agire illegalmente, favorendo il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio.

Agenzia entrate Salerno fasce OMI
Agenzie delle entrate, quotazioni immobiliari per zone territoriali omogenee (OMI).

Sin dall’inizio (metà Ottocento e inizio Novecento), con l’esplosione delle città i tecnici progettisti si impegnarono nel costruire un paradigma culturale di riferimento: la disciplina urbanistica. I problemi sopra accennati [mercato immobiliare] furono discussi pubblicamente e affrontati con soluzioni tecniche e giuridiche, prima immature e poi sempre più affinate ed adeguate.

Un ruolo particolare per lo sviluppo dell’urbanistica e della bellezza ebbero le esposizioni internazionali (Parigi 1889, Chicago 1893, Parigi 1900) e i primi congressi dell’Art Public (Bruxelles 1898, Parigi 1900, Liegi 1905, Bruxelles 1910) ove si parla anche di protezione della bellezze naturali e dei monumenti storici e della costituzione di commissioni preposte alla loro tutela. La prima esposizione generale sulle città si svolge a Dresda nel 1903 che raccoglie i primi piani regolatori delle città tedesche ponendosi quesiti sulle politiche di edilizia e fondiaria, sulle tipologie, le lottizzazioni e gli aspetti estetici e finanziari. Nel 1910 presso la Town Planning Conference della scuola di Civic Design di Liverpool viene posto il problema degli standard e della loro utilizzazione per la redazione di uno schema di piano, e presso l’Esposizione Internazionale di Berlino poi trasferita a Düsseldorf, tra il 1910 e il 1912, si pose il tema di proporre in forma paradigmatica una diversa prassi di piano; tutto ciò fu occasione per le amministrazioni pubbliche e per i politici di apprendere tecniche di attuazione concreta. In queste sedi si pose l’accento sui problemi della rendita fondiaria, della rendita parassitaria, della parcellizzazione dei suoli e dei bisogni dei cittadini.

Il fenomeno della rendita era notissimo, per questo motivo molti Paesi scelsero l’azione pubblica regolatrice del mercato urbano (acquisto dei suoli e concessione del diritto di superficie). Anche il Regno d’Italia prima, e la Repubblica italiana dopo, ma per periodi molto brevi, hanno voluto regolare il mercato urbano ma non l’hanno fatto con gli stessi strumenti tecnico-giuridici delle altre Nazioni. La borghesia liberale italiana ha sempre influenzato le scelte economiche dei piani per assicurarsi il profitto delle rendite fondiarie e la strumentalizzazione delle rendite differenziali. Nell’approccio italiano, la deregolamentazione del mercato urbano è rendita parassitaria per creare privilegi capitalistici. In altri Paesi europei tutto ciò è semplicemente vietato, è illegale, ed i capitali privati sono indirizzati e controllati per costruire un mercato che non danneggi l’interesse generale, tutto ciò anche a tutela degli investitori privati che possono legittimamente costruire secondo le previsioni dei piani, ma ben fatti. I processi di urbanizzazione sono adeguatamente pianificati attraverso corretti disegni urbani: le attività edilizie sono tassate efficacemente con concessioni di diritto di superficie, recupero del plus valore fondiario ed aliquote sulle rendite differenziali, al fine di costruire la città pubblica, insomma l’opposto dei privilegi costruiti in Italia.

Salerno e il programma di fabbricazione del 1954
Il principale sviluppo urbano pianificato a Salerno, Programma di fabbricazione del 1954 e poi Piano Marconi del 1958.

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Un disegno urbano per Salerno 5. Verde di prossimità

Nei precedenti interventi ho narrato di possibili scenari progettuali nella città estesa salernitana, in questo episodio approfondiamo aspetti di qualità del disegno urbano, cioè dello spazio pubblico. Molte amministrazioni europee, da diverso tempo, stanno adottando disegni che aumentano le dotazioni dei servizi culturali e del verde di prossimità: due standard estremamente carenti nella città estesa salernitana. Negli episodi precedenti ho evidenziato ciò che è noto a qualunque architetto e ingegnere che studia la città, Salerno è stata costruita male affinché poche famiglie potessero arricchirsi senza lavorare (rendite parassitarie), ed oggi ereditiamo un agglomerato urbano decisamente drammatico. Per limitare i danni di un passato immorale e delittuoso, come molti progettisti sanno bene, è fondamentale avviare programmi di diradamento edilizio con un piano intercomunale bioeconomico per progettare biblioteche di quartiere e il verde di prossimità. Un caso paradigmatico su tanti è da prendere come esempio: Londra. Negli anni della ricostruzione Londra intervenne con ampi programmi di rigenerazione urbana nell’inner city e negli anni recenti l’Amministrazione ha implementato la progettazione e la costruzione dei servizi di prossimità e di vicinato, concentrandosi in maniera proficua sul verde locale nelle politiche cittadine per offrire maggiore fruibilità, rimuovere problemi di insicurezza e di degrado urbano. Londra ha promosso la strategia degli “open space” (Open Space Strategy, OSS) come spazi di valore per la collettività recuperando quelli abbandonati e riutilizzati in forma rinnovata. Il verde locale è un elemento di progettazione dello spazio pubblico considerato un fattore determinante nel disegno urbano. E’ interessante l’esperienza londinese poiché usa l’habitat urbano e il verde locale per creare reti, e pensando al territorio salernitano, dal Pctp 2012 possiamo osservare com’è possibile valorizzare e unire le reti ecologiche portando in città il verde locale rendendolo fruibile. Dobbiamo ricordare, ahimé, le scelte politiche comunali sbagliate che hanno fatto l’esatto opposto attraverso lo sprawl, cioè palazzine che consumano suolo agricolo localizzate in aree disperse recando danno al verde esistente ed ai cittadini stessi, che vivono senza servizi di vicinato. A Londra lo strumento dell’OSS viene usato per raccogliere l’opinione dei cittadini in un sistema informatico e coordinando i programmi settoriali, l’analisi della struttura socio-economica, le scelte progettuali da favorire circa le tipologie di spazi verdi, il disegno degli spazi, gli usi preferenziali, l’accessibilità pedonale, le dotazioni, gli orientamenti circa la gestione, i criteri di valutazione del successo degli interventi. Riferendoci al nostro contesto è chiaro che l’OSS dovrà essere conforme al PUC e al Ptcp, ma sappiamo che il PUC ha serie criticità per l’assenza di un adeguato disegno urbano e condizionato dai processi speculativi, pertanto un OSS che progetta verde di prossimità può essere uno strumento dal basso che cambia il PUC stesso, ma in coerenza con gli obiettivi del Ptcp che chiede di ampliare i servizi ecosistemici. La strategia salernitana può essere quella suggerita dal Pctp, e cioè che dalle colline parte il verde, scende verso l’agglomerato urbano e crea reti, insieme ai corsi d’acqua naturalizzati, e questa progettazione necessita indubbiamente di demolizioni selettive per restituire spazi di collettività, all’interno dei quali inserire servizi pubblici come le biblioteche di quartiere. I volumi demoliti possono essere ricostruiti nelle aree abbandonate, che sono numerose dentro l’area estesa salernitana, e tali volumi saranno ricostruiti con corretti criteri di composizione urbana restituendo alta qualità della vita per gli abitanti (mixité funzionale e sociale). L’esperienza londinese insegna che in questo modo, dalla città si è potuta costruire una rete verde collegata a quella metropolitana.

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Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Ptcp 2012, rete ecologica e rischio ambientale.
Salerno bellezza contro bruttezza
Scenario con diradamenti edilizi sui suoli della speculazione per restituire spazio alla natura.

Cambiare il sistema 2

I temi odierni di politici, politicanti e media, sembrano dire che non vogliamo accettare la realtà, sia perché milioni di individui non la conoscono in profondità e sia perché all’élite non interessa la realtà ma l’opportunità di continuare a vivere di privilegi, rendite parassitarie e l’usurpazione dei diritti altrui (sfruttamento della schiavitù). La conoscenza neotecnica acquisita dalle imprese private è a dir poco straordinaria e fantascientifica, queste possono estrarre materia dal pianeta, trasformarla e distribuirla a costi così bassi, impensabili fino a pochi decenni fa, mentre la combinazione finanza e paradisi fiscali, già noti e presenti da molto più tempo, occultano i profitti privati dai regimi fiscali dei Paesi. Il capitalismo è questo: egoismo, competitività, violenza, guerre, truffe e sistematica violazione dei diritti umani e della dignità delle persone che lavorano, cioè la schiavitù. Anche in questo periodo di epidemia da covid-19, gli imprenditori esplicitano e ricordano a tutti i propri interessi fregandosene della vita umana, come accadeva nel Settecento e nell’Ottocento, e puntano allo sviluppo economico. Sono tre i fattori che determinano lo sviluppo economico: l’ambiente naturale (posizione geografica, il clima e le risorse), lo scambio internazionale (mercato delle merci e flussi migratori) e le istituzioni (assetto socio-politico); ma le istituzioni sono la causa preponderante dello sviluppo economico [è implicito che ciò determina anche il sottosviluppo in determinate aree]. Sviluppo economico e sviluppo umano non sono la stessa cosa, così come non è detto che la democrazia sia uno stimolo per lo sviluppo economico, mentre lo è per lo sviluppo umano. Ad esempio, è abbastanza noto che mentre l’élite è preoccupata del calo PIL mondiale, questo indicatore non ci serve per misurare il benessere delle persone, ed ancora oggi tutto il mainstream divulga e insegue temi e discussioni fuorvianti e inutili, che non aiutano l’evoluzione della specie umana ma perseguono la regressione sociale e il nichilismo.

taxjustice l'UE perde 27 miliardi di dollari

La conoscenza neotecnica può essere trasferita dalle imprese private a cittadini e Stati, e decidere di programmare l’uscita dalla stupida e dannosa religione capitalista. Le macchine e l’informatica prenderanno il posto di milioni di lavoratori (ciò è già accaduto ed il fenomeno è in crescita), come è stato preconizzato all’inizio del Novecento, lo dobbiamo accettare e anziché lasciare questo processo nelle mani avide dei sacerdoti capitalisti, è fondamentale che questo processo sia coordinato dalle persone e dallo Stato, non più liberista ma socialista, poiché bisogna affrontare l’idea che milioni di persone non potranno mai lavorare, ma dovranno pur vivere e questo può accadere in una società libera dal debito, sovrana della propria economia. Da questo punto di vista, vi è il cambiamento del sistema che favorisce l’evoluzione della società, lo Stato esce dall’economia del debito e lo strumento monetario torna sotto il controllo della Repubblica oppure dell’UE che diventa Stato repubblicano. E’ un punto complesso poiché oggi c’è conflitto fra i Paesi membri dell’UE che non si mostrano solidali ma sciacalli che si nutrono delle difficoltà altrui. Al di sopra delle pubbliche istituzioni c’è il famigerato mercato finanziario completamente libero di agire come una bestia che si nutre di speculazioni a danno di prede più piccole, e così nei periodi come questi scatta la rincorsa a mangiare le prede più piccole per centralizzare e concentrare il capitale nelle mani di pochi. Cosa significa? L’élite capitalista europea è in competizione per comprare asset strategici, e continuare a vivere di privilegi e rendite parassitarie. Se ci fosse un ceto politico libero e civile allora potrebbe usare la recessione per creare alleanze e convergenze che dovrebbero trovare unione sull’uscita dal capitalismo, ad esempio regolamentare l’immorale mercato finanziario per evitare che gli speculatori continuino a fare profitti scommettendo contro i popoli. Il salto è di carattere culturale, dal becero egoismo che distrugge valori ambientali e sociali alla bioeconomia, sinonimo di razionalità nell’uso delle risorse e di democrazia che sostiene lo sviluppo umano.

Nel nuovo modello, la fiscalità generale dovrà essere utilizzata per costruire i servizi di welfare che oggi non esistono, col sostegno della comunità ma soprattutto con il recupero totale delle somme evase ed eluse, e con l’eliminazione delle disuguaglianze territoriali costruendo nuovi impieghi nelle aree marginali, cioè al Sud. Se restiamo sul piano ideologico sbagliato i non lavoratori saranno poveri e indigenti ma se approdiamo sul nuovo piano, quello bioeconomico, allora lo Stato sarà orientato allo sviluppo umano di tutti, e chiunque potrà accedere a livelli di conoscenza e di competenza per svolgere ruoli e attività utili, mentre altri che non potranno lavorare saranno ugualmente utili poiché non più schiavi del consumismo più becero. In una società non capitalista qualunque persona può trovare il proprio percorso di autorealizzazione perché libero dalla stupida competitività finalizzata al reddito per sopravvivere. Senza la necessità del reddito da lavoro e la costrizione di un impiego che non si desidera, ma dentro una comunità ricca di servizi culturali e sociali, chiunque potrà essere libero di impiegare tempo ed energie per la crescita culturale e spirituale. Le persone creative e colte sono quelle che creano nuove opportunità di lavoro ma libere dalla crescita continua della produttività, potranno utilizzare le conoscenze neotecniche per aggiustare i danni realizzati dalla religione capitalista e rigenerare le aree urbane estese per renderle luoghi in armonia con la natura e con noi stessi.

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Cambiare il sistema

Per cambiare un sistema è necessario conoscerlo, ed è ciò che sappiamo dalla psicologia ma non solo, questo è anche un approccio matematico che idealizza e studia le regole di un fenomeno per interpretarlo e riscriverlo diversamente. La contraddizione della nostra specie è che vive in un pianeta determinato dalle leggi della chimica e della fisica ma negli ultimi tre secoli ha adottato comportamenti indotti da una credenza: il capitalismo che si è evoluto in fede, in istituzione teologica: una chiesa con sacerdoti addomesticati nelle università pubbliche. I preti si fanno chiamare economisti ma non sanno nulla di economia perché ignorano l’ecologia e l’entropia, piuttosto sono esperti di manipolazione di dati numerici che non hanno alcuna attinenza con la realtà, e nessuna attinenza con la felicità e il benessere delle persone, quanto piuttosto con l’avidità, l’egoismo, la violenza e la competitività. Il prete economista conosce bene tutti gli strumenti dell’inganno proprio come Lucifero, egli tenta e inganna l’uomo qualunque al fine di procurare un profitto al suo padrone: il prenditore capitalista. Pochi amano ricordarlo ma questi preti economisti sono stati usati per colonizzare territori, e indurli a una dipendenza costante, anche attraverso i fallimenti di comunità e Nazioni, ad esempio gli USA e non solo loro, li utilizzano come “sicari dell’economia”. Le principali istituzioni bancarie hanno piani di colonizzazione e dipendenza (da debito) dei Paesi in via di sviluppo e in Occidente, nell’UE. Ad esempio, la schiavitù è essenziale per la chiesa capitalista.

Mentre cresceva la chiesa capitalista, contemporaneamente aumentavano le scoperte scientifiche e tecnologiche e la consapevolezza dei danni irreversibili creati dall’industrialismo. Gli ecologi misurano il tasso di estinzione delle specie fino a 1000 volte maggiore rispetto all’Ottocento (perdita di biodiversità), quando cominciò la rivoluzione industriale a livello globale. E’ degli anni ’80 la teoria circa il rischio dell’estinzione di massa delle specie causata dalla distruzione degli habitat (Norman Myers), ed il fatto che l’uomo abbia invaso queste aree ha come naturale conseguenza la trasmissione e lo scambio di virus da specie a specie, in maniera reversibile, dall’uomo alle altre e viceversa. In natura esistono le cosiddette piramidi ecologiche ove una specie preda l’altra per sopravvivere, mentre noi siamo l’unica specie che preda tutto, e non lo facciamo per sopravvivere ma perché la chiesa capitalista ci ha detto farlo, per mero profitto, concetto sconosciuto alle altre specie viventi. Inoltre, in natura esistono le catene alimentari, cioè un flusso di energia per sostenere le specie, è una gerarchia nutrizionale degli habitat, ed anche in questo caso noi siamo l’unica specie che non segue una legge logica fisica, poiché l’industria estrae risorse in tutto il pianeta in maniera irrazionale, distruggendo in maniera irreversibile gli ecosistemi, e lo facciamo sempre per assecondare la chiesa capitalista: vendere, vendere, vendere. Oggi più di prima, sappiamo che siamo tutti interconnessi, e che esiste una vasta rete di processi chimici-fisici-biologici fra piante e animali, ed è questa rete che rende possibile gli scambi energici in maniera equilibrata, e gli animali ci insegnano che essi hanno persino un comportamento adattativo, influenzati da cibo e temperatura. La chiesa capitalista non si adatta: distrugge e basta, poiché la sua funzione della produzione è una curva in costante crescita, non prevede altro. La Terra è un super organismo vivente e muta quotidianamente, mentre la fede capitalista fa credere che le risorse siano illimitate anche perché sono rubate, e questa arrogante illusione crea danni reali all’economia, cioè all’ecologia, ad esempio gli insediamenti umani e l’agricoltura dipendono ancora dalle fonti fossili, e questo è un errore enorme sotto tutti i punti di vista, sia perché l’immissione eccessiva di gas crea inquinamento e sia perché le comunità non sono auto sufficienti, non sono libere. Da molti anni abbiamo le tecnologie per abbandonare l’impiego di massa delle fonti fossili ma non lo facciamo, mentre il comportamento umano dettato dalla chiesa capitalista è socialmente pericoloso, oltre che palesemente violento e stupido. L’inganno più grande è stato quello di aver mercificato tutto, perché in questo modo gli individui sono stati costretti a comprare tutto attraverso il denaro. Le società pre-capitaliste non compravano tutto perché auto producevano, ed il vero valore era dettato dal saper fare le cose, e questo sapere era alla base dei rapporti di comunità, poiché ognuno aveva bisogno dell’altro per scambiarsi qualcosa. In maniera analoga, impiegando le tecnologie delle fonti alternative possiamo scambiarci energia e conoscenze per rigenerare i territori danneggiati dalla chiesa capitalista. Questa attività rigenerativa crea occupazione utile e ristabilisce rapporti di comunità che possono indurre processi evolutivi di crescita civile.

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