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Archive for febbraio 2014

Ho già commentato sul Grande Fratello orwelliano (facebook), a mio modesto parere le ragioni del perché nasce un altro governo liberista. Intanto, un piccolo ante scriptum sul Grande Fratello: donatevi un favore personale, non mettete la vostra vita personale su facebook perché usano quelle informazioni per chiedere i vostri risparmi, i vostri soldi, peggio delle carte di credito. Studiano la vostra vita come fosse un gusto per consigliarvi acquisti di merci inutili, di cui potete fare a meno. Se volete mettere in crisi il Grande Fratello, usate facebook per esprimere la vostra opinione politica, non le frustrazioni perché non serve a nulla, magari chiedendo un cambio radicale della società.

«Perché è nato il Governo Renzi? L’élite sa bene cosa fare e come fare. L’oligarchia europea teleguidata dagli USA sa bene che il progetto euro, figlio della seconda guerra mondiale è a rischio, e che bisogna riportare il consenso nella soglia di controllo. In Italia i “partiti” tradizionali hanno superato quella soglia di controllo avendo perso troppa credibilità politica, e pertanto bisognava anticipare i tempi di Renzi per consentirgli di mettere a segno qualche obiettivo popolare per riprendersi parte dei voti dispersi. In altri paesi europei l’élite sta operando in maniera analoga, produrre decisioni credibili. Se Renzi, prima del prossimo voto elettorale nazionale, porta a casa alcuni obiettivi già apparecchiati, allora l’élite si riprende quella parte di consensi che serve loro nel solco del disegno geopolitico europeista: feudalesimo».

Mentre un’élite degenerata va avanti coi loro programmi di regime, noi cittadini dovremmo scollegare i nostri pensieri dalle figure istituzionali, dalle autorità, perché abbiamo capacità e poteri per autogovernarci sperimentando progettazioni che ci consentono di eliminare questa dipendenza psicologica legata alle autorità (istituzioni “democratiche”, banche, multinazionali, servizi energetici, etc.). Continuiamo a credere, sbagliando, che i politici servano a risolvere problemi, quando non è affatto vero. E’ altrettanto nota la ragione secondo cui la maggior parte degli individui ripone ancora fiducia nelle istituzioni. E’ stato ripetuto l’esperimento Milgram circa il comportamento degli individui sotto una pressione dell’autorità. L’esperimento dimostra come funziona l’obbedienza, e quanto sia “difficile” ribellarsi di fronte a comandi che recano danni agli altri individui; l’esperimento mostra uno sconcertante aumento del cinismo. E’ altrettanto noto che in Italia la maggior parte degli individui non abbia capacità di interpretare correttamente le informazioni che riceve (La cultura degli italiani). Se uniamo il problema dell’ignoranza di ritorno coi risultati dell’esperimento Milgram possiamo renderci conto del perché sia difficile realizzare un cambiamento in Italia, ma non impossibile. Consci di questa situazione possiamo pianificare un’efficace rinascita delle coscienze addormentate, e pertanto sappiamo bene quanto sia importante svelare le credenze (PIL, monetarismo, crescita, petrolio) di una società immorale, e che l’evoluzione si realizza attraverso l’educazione e l’applicazione di modelli sostenibili utili a mostrare un confronto (felicità, bioeconomia, fotosintesi clorofilliana, scienza della sostenibilità). Il modello realizzato stimola curiosità, attenzione e riflessioni.

Alcuni cittadini che guidano imprese e fondi di investimento hanno deciso di applicare i principi delle ESCo (Energy service company)  al fine di realizzare riqualificazioni energetiche dei condomini esistenti, vi sono esperienze a Genova e Piacenza. Altre esperienze sono sparse in Europa e in Italia con ambizioni più importanti, ad esempio diventare produttori e consumatori (prosumer) di energia attraverso public company che gestiscono direttamente i servizi. Valutando attentamente la realtà italiana, disoccupazione e povertà, credo che la strategia più corretta sia la nascita di cooperative ad hoc che ambiscano a rigenerare quartieri popolari. Non possiamo limitarci alla qualificazione energetica, ma dobbiamo puntare all’auto sufficienza energetica grazie all’impiego di un mix tecnologico, sfruttando le fonti alternative e scambiando  i surplus energetici in una rete intelligente, tutto ciò è alla portata di tutti grazie alla corretta coordinazione delle azioni (cooperative) ed una buona gestione sia del credito che del risparmio. Queste azioni possono diventare un piano industriale, così come possono rappresentare l’azione, lo stimolo di cittadini ben organizzati, ben informati, che avviano dal basso la rigenerazione del proprio edificio, del proprio quartiere e della propria città. Gli esempi virtuosi abbondano, a partire dalle prime garden city fino ad Arcosanti di Paolo Soleri e la rivoluzione dell’energia dei cittadini di Schönau,  da Torraca (SA) la prima city Led al mondo passando per i quartieri autosufficienti fino alle città che stanno scoraggiando l’uso di inutili automobili.

Tornando sul piano politico generale, per l’Italia, oltre che l’auto sufficienza energetica, è ovvio che sia determinante finanziare un piano di prevenzione nazionale circa il rischio sismico e intervenire sul patrimonio storico-artistico con interventi di miglioramento e adeguamento, poiché si rende necessario applicare la prassi della manutenzione, presupposto primario della prevenzione. Non penso che la classe dirigente sia all’altezza del compito da svolgere per ragioni abbastanza evidenti, sono tutti coinvolti nell’ideologia della crescita, una religione materialista e nichilista che sta distruggendo l’identità del nostro Paese. Per realizzare il disegno della rigenerazione è necessario risvegliare le coscienze, per farlo dobbiamo puntare sulla bellezza e sulla cultura, non esiste altra via.

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Ritengo che il chiasso dei media circa le argomentazione politiche degli ultimi giorni sia in linea col desiderio di riempire la nostra testa di sciocchezze, amenità al fine di evitare che una maggioranza degli ascoltatori possa capire cosa stia accadendo in Italia. Le ultime vicende testimoniano come al solito che l’élite sa agire adeguatamente e muove i suoi cavalli per riprendersi un minimo di consenso e continuare il proprio disegno politico.

Tanto per esser chiari, l’élite non ha bisogno di comprare un politico per avere una legge a proprio vantaggio. Ogni organizzazione politica, imitando le gerarchie militari, alleva i propri servi attraverso la selezione del più addomesticato e più ubbidiente (yes man), poiché sarà ricompensato dallo stipendio della poltrona e/o attraverso l’assunzione del marito/moglie, del figlio/a, del nipote, amico o conoscente. In Italia senza alcuna selezione democratica e di merito politico (il famigerato porcellum) è ancora più facile garantirsi un servo ed avere un tornaconto personale, non c’è alcun bisogno di usare una mazzetta, poiché i più addomesticati si fanno avanti da soli e mostrano al capo del partito quanto siano servili (galoppini). Dopo la distruzione del sistema partitico, le multinazionali, da circa vent’anni in Italia, stanno sviluppando questo modello gerarchico che è molto peggiore di quello dei partiti tradizionali poi degenerati in gruppi di potere. Così come nel modello anglosassone anche in Italia la corruzione è stata legalizzata tramite la gestione delle multiutilities SpA usate per produrre clientele e voto di scambio. Dal dopo guerra in poi manager, politici e banchieri si scambiano le poltrone fra SpA e istituzioni politiche al fine di perseguire gli interessi del proprio gruppo di riferimento. «La corruzione è più sottile e meno identificabile, i politici vengono ricompensati per il fatto di ricoprire determinate posizioni, il che li spinge a ricoprirle con più determinazione, finché non si convincono di non essere stati comprati» (Paul Krugman, Fuori da questa crisi adesso, Garzanti, 2013, pag.104). Adesso la direzione del legislatore italiano è copiare gli USA per rendere più efficace il controllo delle multinazionali sul potere legislativo europeo e nazionale, anche se questo controllo è già efficace attraverso l’anti democratica struttura dell’UE e il servilismo del Governi europei, sempre pronti a soddisfare gli interessi del WTO. Negli USA chi finanzia i partiti? Secondo Suketu Metha: «Nessun altro paese spende tanto per finanziare gruppi di pressione o sostenere le campagne elettorali. Quelle presidenziali e politiche del 2012 costeranno 5,8 miliardi di dollari. La maggior parte di queste sovvenzioni è costituita da denaro contante che le grandi aziende mettono a disposizione di candidati che si impegnano a rappresentare i loro interessi. […] La corruzione negli Stati Uniti è tanto più pericolosa in quanto è legale. Qui, una grande impresa non ha bisogno di infrangere apertamente una legge. Basta pagare i politici affinché scrivano le leggi che desidera, come dimostrano quelle che regolano le banche, e che riguardano tutti noi.»[1]

Nel 1998 un signore di nome Sandy Weill, sconosciuto ai cittadini italiani, riuscì a far cambiare una legge americana per introdurre il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 sostenuto prima da un senatore repubblicano, Gramm, che ricevette sostanziosi aiuti dal settore finanziario. La legge ebbe sostegni politici anche dal democratico Rubin, già co-chairman di Goldman Sachs. La norma consentì la nascita di Citigroup col fine di estendere le proprie attività finanziarie che precedentemente costituivano illeciti. Questa storia insegna come sia stato facile far nascere le regole che hanno fatto crescere l’industria finanziaria, quell’industria che ha distrutto migliaia di posti di lavoro per l’avidità di pochi individui. La deregolamentazione ha consentito la diffusione di strumenti come le auction rate securities che svolgono la stessa funzione del credito ordinario senza essere assoggettate alle regole tradizionali, sono gli strumenti usati anche dalla Lehman Brothers. La recessione che stiamo vivendo nasce, cresce e si sviluppa per l’effetto di questa deregolamentazione finanziaria che ha consentito di truffare risparmiatori e investitori per accentrare ricchezze nelle mani di pochi. Nel 2007 il “sistema bancario ombra”[2] diventa molto più grande e pesante del sistema tradizionale, e condiziona le scelte politiche globali e nazionali.

L’aspetto più drammatico dei nostri soggetti politici “rappresentativi” è che nessuno si sta occupando di come introdurre l’etica nel proprio ambito di appartenenza, e nessuno pensa di favorire i capaci ed i meritevoli (come prevede la Costituzione) verso ruoli istituzionali e dirigenziali. Sembra che tutti quanti preferiscono i più obbedienti poiché la fedeltà conviene più del merito se devi ingannare, delinquere. Riconoscere valore e meriti altrui fa perdere visibilità ai galoppini che preferiscono l’autoreferenzialità per “posizionarsi” agli occhi dell’élite attraverso la pratica dello yes man (il servilismo volontario).

Partendo da questa analisi piuttosto semplice gli italiani possono ribaltare questa penosa e dolorosa consuetudine attraverso comportamenti virtuosi e di altruismo, con pratiche democratiche proprio per favorire i capaci e i meritevoli. Nella sostanza non abbiamo bisogno di galoppini e finti rivoluzionari come accadde nel periodo delle dittature, ma abbiamo bisogno di persone oneste e con competenze specifiche forti, noi stessi dobbiamo cambiare il nostro modo di approcciare alla vita politica partendo dagli strumenti che abbiamo a disposizione, ma non utilizziamo per nostra ignoranza. Dobbiamo sforzarci di studiare la politica e la pubblica amministrazione, e proporre una visione diversa dalla res pubblica con nuovi paradigmi, ma per fare questo ci vogliono virtù e persone adeguate dotate di abilità e capacità specifiche. Se leggiamo l’ultimo rapporto dell’Istat, NoiItalia2013, possiamo prendere atto di quali siano i problemi generali e pensare come aggiustare l’Italia con nuovi paradigmi e perseguire una politica industriale adeguata.


[1] Suketu Metha, E li chiamano contributi, in L’Espresso N.44 1 novembre 2012, pag. 52

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Nel periodo della recessione è bello sapere che ci siano iniziative private pronte a investire 350 milioni sul territorio salernitano. In un momento di gravissima crisi del settore edile, tale notizia dovrebbe suscitare entusiasmo, poi è sufficiente dare un’occhiata alle immagini virtuali prodotte dal progettista e porsi alcuni dubbi circa la bontà delle intenzioni. Prima di tutto, non si tratta di beneficenza, ma un interesse privato legittimo finalizzato al profitto. Gli imprenditori suggeriscono di realizzare un edificio multipiano proprio sulla costa e un master plan che comprende un’area pari alle dimensioni di un quartiere. Possiamo immaginare che gli imprenditori spinti dal cattivo esempio del Crescent avranno pensato di provarci anche loro, e quindi hanno avuto l’ardire di presentare un enorme torre in riva al mare, segnando per sempre l’immagine della città. Oltre alla torre presentano un master plan che comprende la realizzazione di ampi spazi a verde pubblico, mentre tutti gli altri edifici servono a soddisfare l’interesse privato che mira a far cassa attraverso la solita rendita immobiliare. E’ consuetudine decennale cedere alle lusinghe del capitale privato per realizzare standard pubblici e il costo dell’operazione si calibra rispetto all’utile del privato, una volta era lo Stato che pagava gli standard minimi. Le volumetrie descritte dai disegni evidenziano l’interesse di monetizzare le superfici progettuali. Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, e prezzo e costo. Per questo motivo una proposta progettuale che produce un aumento dei capitali (in questo caso un utile per i privati) non è di per se un valore, se questa operazione danneggia il paesaggio e la morfologia della città. La domanda sorge spontanea: i cittadini ne hanno bisogno?

Oltre al predominio degli interessi privati rispetto a quelli pubblici c’è anche la consuetudine progettuale di non adottare la “scienza della sostenibilità”, mentre i Comuni si limitano a mercificare suoli, superfici e volumi anche per ragioni di contabilità pubblica, per soddisfare il recente obbligo del pareggio di bilancio. Grazie alla ritrosia dello Stato è ormai difficile trovare progetti che soddisfino l’interesse pubblico, a meno che non si tratti di progetti figli di una certa sensibilità culturale. Di fronte ad un progetto del genere troppo “ingombrante” che muta radicalmente l’immagine della città, il Comune può rigettarlo o cogliere l’opportunità di suggerire migliorie chiedendo un cambio di paradigma culturale. In altre città italiane sono stati progettati interventi analoghi almeno dieci anni fa, progetti più piccoli, ma la complessità della gestione ha condizionato la realizzazione degli interventi e la recente recessione del mercato immobiliare ha mostrato la debolezza e/o il fallimento di questi piani. Questo fenomeno della crescita infinita col dogma maggiore offerta rispetto alla domanda ha creato la bolla speculativa esplosa di recente, fra il 2007 e il 2013 il valore delle costruzioni perde il 30% e il mercato crolla del 50%, gli occupati si riducono di 400mila unità. In Italia ci sono 250-300mila nuove abitazioni invendute e le imprese falliscono. Se queste risorse fossero state finalizzate all’eco-efficienza attraverso la rigenerazione, oggi non avremmo alloggi invenduti, ma quartieri migliori, non avremmo disoccupati, ma imprese più qualificate attraverso l’innovazione richiesta dall’impiego delle nuove tecnologie necessarie per migliorare gli edifici esistenti. Nel 2014 una proposta del genere, costruire edifici nuovi ignorando quelli esistenti, sembra una provocazione anacronistica, se poi controlliamo la capacità del potere d’acquisto dei salernitani sembra addirittura un fallimento certificato, a meno che non scambiamo i salernitani con gli sceicchi del Bahrein. Le riqualificazioni liberiste hanno prodotto questi danni sociali, la gentrificazione, poiché hanno favorito i ceti più abbienti provocando una colonizzazione forzata dell’elité a danno dell’identità delle comunità locali. Nonostante ciò, augurandoci un aumento degli stipendi medi dei salernitani e un aumento dei loro risparmi bancari. E’ vero che nell’intenzione progettuale c’è anche spazio per alloggi pubblici (social housing), ma bisogna verificarne il prezzo, la quantità e la qualità progettuale. Negli ultimi trent’anni a causa dell’insensato ed eccessivo prezzo degli alloggi il Comune ha perso circa 26 mila residenti (1981 residenti: 157 mila, 2013 residenti: 131 mila), di cui buona parte hanno acquistato casa nei comuni limitrofi, altri sono emigrati al Nord in cerca di lavoro. Questi dati dimostrano che il “libero mercato” ha già prodotto una emigrazione realizzando un danno sociale alla città. Il problema diritto alla casa per le giovani coppie esiste, ma dovrebbe essere cura dello Stato risolverlo come fu negli anni ’60, ’70 e ’80. Il progetto può essere modificato ponendo come priorità la convenienza ecologica rispetto alla convenienza economica del profitto. Distinguendo i beni (ambiente, biblioteche …) dalle merci (superfici) è possibile realizzare servizi utili alla collettività. Partendo dagli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (progetto UrBES di Istat e Cnel), a cui il Comune dovrebbe aderire, si potrebbero realizzare standard di qualità, e avviando un processo di pianificazione partecipata gli investitori privati coadiuvati dal Comune dovrebbero riprogettare l’intervento adottando l’approccio olistico, piuttosto che l’approccio tradizionale: vendere, vendere, vendere. Al di là della promessa di un investimento economico che dovrebbe essere accompagnata da garanzie solide per evitare di rimanere circondati da cantieri aperti, i Comuni devono confrontarsi col popolo sovrano, e sviluppare la capacità di ascoltare. Salerno eredita, senza dubbio, una serie di problemi urbanistici dovuti a un pessimo sviluppo urbano cominciato già negli anni ’50, problemi noti e mai affrontati seriamente. Chiunque intenda, legittimamente, investire su questo territorio deve avere la sensibilità, la creatività e la capacità culturale di presentare soluzioni ad hoc in linea con la “scienza della sostenibilità” dando risposte concrete ai bisogni reali delle persone piuttosto che considerarle consumatrici.

Il serio rischio di un approccio sbagliato è quello di aumentare i problemi di una città già troppo densa, a causa di carichi urbanistici mal distribuiti sul territorio, con evidenti e gravosi problemi di mobilità e pessima distribuzione dei servizi, con un piano urbanistico comunale obsoleto e con un’Amministrazione che non sembra proporre soluzioni ragionevoli alla sfida della transizione energetica. Se i volumi immaginati fossero realmente costruiti l’intervento farebbe aumentare il carico urbanistico sulla superficie fondiaria, e quindi la qualità della vita peggiorerebbe anziché migliorarla. Dal punto di vista della tecnica urbanistica la soluzione sostenibile per una città sovraffollata come Salerno è l’eco-densità, cioè un corretto equilibrio fra abitanti/ettaro, oggi questo equilibrio non c’è, e la proposta va nella direzione opposta. L’intenzione progettuale ha la virtù di appartenere ai progetti di riqualificazione urbana poiché si occupa di intervenire sui suoli già costruiti, ma l’approccio di ispirazione liberista aumenta i problemi anziché risolverli. I salernitani hanno bisogno della “rigenerazione urbana” anziché la riqualificazione. Secondo il Metropolitan Istitute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” ha principi base: avviare un coordinamento fra i settori, creare una visione olistica, rigenerare le persone prima dei luoghi, creare partenariati a tutti i livelli di governo, creare capacità nel settore pubblico, coinvolgere la comunità locale nella pianificazione. I migliori interventi di “rigenerazione urbana” sono stati i “progetti di comunità” poiché hanno prodotto soluzioni durature nel tempo perché traggono energia dalla valorizzazione dell’economia locale ed hanno priorità sociali piuttosto che di mero profitto monetario. L’Amministrazione ha l’occasione e il dovere di farsi portavoce delle istanze locali facendo scegliere le priorità ai cittadini stessi, affinché un progetto di queste dimensioni non rappresenti solo gli interessi degli investitori, o rimanga un mero spot pubblicitario come molti disegni rimasti nel cassetto. L’Amministrazione ha l’occasione di stabilire le priorità: recupero e riuso di alcuni edifici storici, impiego di fonti energetiche alternative, realizzazione di edifici in classe energetica A, e la realizzazione di servizi essenziali: piste ciclabili, biblioteche di quartiere, centro culturale, teatro, sala musica, spazi per il mercato locale ed altro ancora. L’obiettivo è trovare un equilibrio rispetto alla risorse umane e materiali misurando l’impatto degli interventi con l’analisi multi-criteria, e non più con la fuorviante analisi costi benefici. Se l’Amministrazione adotterà questo approccio potrà condurre il progetto verso la giusta direzione dando risposte agli abitanti.

Da questa proposta i cittadini possono cogliere un’informazione utile, con una stima di 350 milioni è possibile realizzare interventi di questo tipo. Il parco disegnato nel master plan copia l’intenzione progettuale del 1915, progetto del duo Donzelli-Cavaccini, che rappresentava una città-verde, ed è “sufficiente” iscrivere il Comune al futuro “piano-città” per costruire standard svincolandosi dagli interessi privati. A Reggio Emilia, tramite un Programma di Riqualificazione Urbana è stato possibile fare di meglio trasformando il quartiere Compagnoni Fenulli e spendendo molto meno, circa 34 milioni. Di recente il Governo ha riavviato una cabina di regia per far ripartire il “piano città” (Comitato Cipu), e l’Amministrazione può coglierne l’opportunità presentando progetti sostenibili e farsi finanziare una cifra analoga per rigenerare parti di città, quelle parti costruite per la città pubblica e che ereditano problemi di scarsa qualità architettonica e urbanistica (INA Casa, PEEP, Gescal). Il Comune ispirandosi alla filosofia della bioeconomia, dovrebbe valorizzare i giovani progettisti locali, e può farlo sperimentando percorsi partecipativi col fine di presentare interventi ispirati alla “rigenerazione urbana” figlia della sostenibilità. Se abbiamo memoria, identità e guardiamo la storia urbana salernitana a fine anni ’80, i politici locali, facendo squadra, avviarono una piccola rivoluzione urbana di cui tutti noi godiamo ancora i risultati positivi. Con l’intervento dello Stato essi riuscirono a programmare e realizzare progetti semplici e sostenibili: la chiusura al traffico cittadino del Corso Vittorio Emanuele arredandolo, e la riqualificazione del Lungomare Trieste. La prima Giunta di sinistra progettò e realizzò la rinascita di Salerno con soldi pubblici e interventi mirati, i media di allora legati ancora alla DC criticarono aspramente i progetti, ma quegli interventi oggi rappresentano ancora l’esempio di buone pratiche che hanno fatto rinascere Salerno migliorando la qualità della vita con una spesa poco superiore ai 2 mln di euro. Oggi, l’Amministrazione locale si dimentica di programmare una seria manutenzione di questi spazi pubblici fondamentali per la qualità urbana cittadina e dell’economia locale. Come negli anni ’80 i media locali sono vicini alla Giunta odierna, ma i salernitani hanno bisogno di un cambiamento culturale per rigenerare la città (periferie e centro storico). In generale, l’incapacità della classe politica è ampiamente documentata dal danno economico stimato dal centro studi ANCE Salerno che denuncia l’incapacità di spendere i soldi pubblici dei Programmi Operativi Regionali e dei Programmi Operativi Nazionali, e così in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Se poi andiamo a leggere i programmi politici degli anni ’70 scopriamo che diversi problemi di allora sono rimasti insoluti, e le progettualità che nascevano in quegli anni avevano una visione lungimirante (compresa la famigerata metropolitana). Sarebbe saggio riattivare quelle capacità e quelle strategie progettuali che hanno favorito l’economia locale, strategie che ponevano al centro il valore dell’interesse pubblico al prezzo giusto piuttosto che cedere agli interessi privati. E’ vero che a partire dagli anni ’90 tutti i Comuni hanno privilegiato la privatizzazione dell’azione politica, ma sappiamo che quel passaggio fu sbagliato poiché oggi ne paghiamo i danni in tutti i sensi (morali, ambientali, sociali ed economici). La legittima iniziativa privata deve rientrare in obiettivi politici di interesse pubblico coinvolgendo i cittadini, e la storia insegna che in quelle occasioni l’iniziativa privata, rispettando le sensibilità locali, produce valore aggiunto, diversamente ha prodotto danni irreversibili. E’ determinante affidarsi ad una classe politica capace e seriamente intenzionata a restituire forza monetaria e dignità allo Stato privilegiando un’azione politica autonoma rispetto alle proposte delle lobbies per ripristinare la democrazia rappresentativa, e integrarla con una democrazia partecipativa e diretta.

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