Correggere la disciplina urbanistica regionale

La disciplina urbanistica è giovane e complessa ma chiara nei suoi principi e nelle sue regole compositive; e allora c’è da chiedersi: perché in Campania non si costruiscono gli standard minimi previsti dalle leggi? E perché i Comuni non adottano piani fatti bene? Le ragioni sono note e drammatiche: in Italia il ceto dirigente scelse di favorire l’avidità degli interessi privati stimolati dai soldi delle rendite fondiarie, mentre nel corso dei decenni, sotto i colpi della speculazione, la disciplina urbanistica lentamente sparisce per essere sostituita da dannosi piani edilizi caratterizzati da privilegi e rendite parassitarie. Solo in alcune Regioni italiane, con una cultura urbanistica più radicata nella tradizione europea, si è potuto contenere il danno di piani fatti male ma l’indirizzo generale è la privatizzazione dei processi urbanistici, cioè sfruttare i piani locali per creare profitti privati con scelte politiche, senza merito. Tutto ciò negli altri Paesi è considerato stupido poiché i processi di urbanizzazione sono un’occasione dello Stato per incassare tasse utili a costruire la città pubblica, con criteri fiscali ben studiati e progressivi, cioè criteri più equi e corretti che indirizzano le rendite differenziali verso l’interesse generale. Gli altri Paesi non hanno rinunciato all’esproprio e all’uso del diritto di superficie, anzi questo criterio molto noto e vecchio, è tutt’oggi utilizzato nei processi di rigenerazione urbana mentre in anni recenti si sono sviluppate anche tecniche di tassazione delle rendite differenziali generate dai processi di trasformazione urbana.

Il piano urbanistico, preferibilmente attraverso la perequazione diffusa e non quella di comparto, crea un valore economico (rendita) per chi investe ma viene tassato affinché quel contributo generato dal processo di trasformazione urbana creato per scelta politica costruisca l’interesse generale (standard e servizi pubblici) prefigurato nel piano stesso e indicato dalla Costituzione. Il principio di questa tassa è noto e antico: i valori economici sono creati dal nulla per mezzo di una scelta politica e non dal merito individuale, pertanto è logico che lo Stato incassi questo valore da redistribuire attraverso servizi sul territorio previsti dal piano (standard). In Italia, in generale, oltre alla rinuncia dell’uso del diritto di superficie che impedisce di incassare la rendita fondiaria, nei processi di urbanizzazione, i privati pagano gli oneri di costruzione/urbanizzazione (una tassa) mentre non esiste una tassa sulla rendita differenziale. La scelta politica italiana è nota: favorire la privatizzazione di un profitto parassitario togliendolo allo Stato attraverso la deregolamentazione del mercato edilizio rinunciando alla corretta pianificazione urbanistica.

Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Le istituzioni italiane, i cittadini e il ceto dirigente possono sempre imparare, maturare e applicare la corretta disciplina urbanistica per aggiustare gli errori del capitalismo, e quindi si possono adottare piani ben fatti per restituire diritti a tutti come indicano la Costituzione e i principi generali della legge urbanistica nazionale, entrambe rimaste inapplicate in molte aree del territorio italiano.

Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni – 71 su 550 – hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano), oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale.

Ad esempio, la Regione Campania potrebbe approvare una corretta legislazione urbanistica imparando dalla storia e dall’approccio bioeconomico. La storia insegna quanto sia importante il ruolo pubblico nei processi di pianificazione, sia intervenendo con l’istituto dell’esproprio abbinato all’uso del diritto di superficie e sia proponendo aliquote progressive nei processi di rigenerazione urbana finalizzate a catturare adeguatamente le rendite differenziali create dalle scelte localizzative e dagli indici urbanistici. Inoltre, all’interno degli stessi piani, nei Paesi normali sono previste quote di mercato per i ceti economicamente più deboli (mixité sociale) dentro le zone consolidate e non ai margini delle aree suburbane o addirittura rururbane, come spesso accade in Campania, e non solo in Campania. Infine, sarebbe saggio adottare l’approccio bioeconomico che trasforma il modo di vedere le città, non più come merci di mera accumulazione capitalista ma sistemi metabolici costituiti da flussi di energia e materia in ingresso e in uscita, per correggere gli errori del capitalismo ed eliminare gli sprechi. L’approccio bioeconomico consente di stimolare la nascita di nuovi impieghi utili al territorio, dall’uso razionale dell’energia fino alla mobilità intelligente, dalla conoscenza scientifica delle risorse locali e il loro utilizzo, fino ai percorsi di autocoscienza dei luoghi per gli abitanti per scoprire e valorizzare il patrimonio storico e naturale (approccio territorialista).

Una seria legge urbanistica campana, oltre a creare efficaci sistemi fiscali per catturare la rendita, dovrebbe contrastare fenomeni sociali degeneranti molti noti: abusivismo e speculazioni edilizie. La Regione dovrebbe riconoscere i limiti culturali dei Comuni poiché spesso non adottano gli strumenti urbanistici, e intervenire con maturità per pianificare correttamente le aree urbane estese perché i confini amministrativi sono obsoleti mentre il ceto politico locale appare incapace di applicare le leggi. La Regione dovrebbe abbracciare il cambio di paradigma culturale e promuovere piani intercomunali bioeconomici favorendo un nuovo approccio, per far incontrare progettisti pianificatori con abitanti ponendo al centro, non solo la tutela del territorio che significa valorizzare le risorse locale, ma la rigenerazione urbana bioeconomica con processi di partecipazione popolare. E’ questa la direzione della maturità, fra l’altro in parte già avviata in alcune città europee che stanno realizzando ed hanno realizzato efficaci trasformazione urbanistiche con nuovi processi economici.

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Programmare, pianificare e progettare

Nella storia dei Paesi occidentali, i più bravi hanno saputo coniugare adeguatamente programmazione economica con progettazione urbana e territoriale. Questa efficienza politica e amministrativa non è un’abilità complessa e segreta ma la cultura dei ceti dirigenti locali e nazionali, al fine di costruire bene città e territori, e poi gestirli attraverso una manutenzione ordinaria. E’ una tradizione che appartiene a tutti i popoli sin dal mondo classico greco-romano, e con la nascita dello Stato moderno questa prassi diventa processo istituzionale. Buoni esempi di questo modello sono in Germania, in Svezia, in Inghilterra, in Olanda e in Finlandia, oltreché evidentemente in Russia dopo la famosa rivoluzione bolscevica (1917) che favorì processi di pianificazione centralizzata improntati proprio sulla coniugazione di crescita economica con sviluppo urbano. Nell’attuale contesto urbano europeo non esiste più la necessità di un’espansione fisica delle città ma di una loro rigenerazione interna. I Paesi che hanno accumulato esperienze e competenze di pianificazione ormai considerano normali i processi di rinnovo urbano, ma in determinati territori italiani non esiste questa consuetudine virtuosa, o quanto meno si sono sviluppati processi viziosi nelle istituzioni locali che negano processi decisionali normali. Un dato inquietante rilevato dall’ANAC nel Rapporto 2020 dice che fra i settori più colpiti dalla corruzione il 74% riguarda gli appalti pubblici. La normalità comporterebbe un approccio più trasparente e democratico della gestione pubblica, e quindi un cambiamento nella direzione più corretta vorrebbe dire rinunciare ai privilegi e ai vantaggi che, nel corso decenni, il ceto dirigente dominante ha ottenuto usurpando i diritti altrui e trascurando la Costituzione italiana.

In Italia, l’assenza di corretta pianificazione ha due significati precisi: il primo è di carattere storico cioè la concentrazione di investimenti e capitali nella pianura padana che ha costruito la questione meridionale conducendo il Sud al sottosviluppo; e questa disuguaglianza di carattere politico amministrativo è la ricchezza di un’area a danno dell’altra. Per decenni, il ceto dirigente ha voluto usare una buona pianificazione solo in una determinata macro area. Pertanto è una disuguaglianza che ha radici nella storia, e ormai la maggioranza degli individui non sente il bisogno di affrontarla per rimuoverla, alimentando un cortocircuito sociale ed economico molto doloroso perché questa ingiustizia crea rancori e frustrazioni. Il secondo significato, legato al primo, è più drammatico poiché l’assenza di un’adeguata pianificazione toglie libertà ai meridionali di potersi scegliere percorsi di autorealizzazione. Le disuguaglianze territoriali sono: economiche, sociali e di riconoscimento. Non solo mancano investimenti pubblici e privati perché lo Stato adotta criteri iniqui di ridistribuzione della fiscalità generale, ma i ceti dirigenti locali tolgono opportunità alle generazioni più giovani attraverso un giudizio negativo circa le loro capacità di esprimersi e di costruirsi attività economiche. La disuguaglianza di riconoscimento è voluta ed ha una caratteristica feudale tipica del vassallaggio, poiché il ceto dirigente non riconosce il merito e il valore delle persone esterne alla propria cerchia di potere clientelare, e così le persone libere sono spinte ad emigrare verso i Sistemi Locali del Lavoro del Nord o esteri, contribuendo a costruire valore altrove. La prevaricazione clientelare del ceto di potere autoreferenziale distruggere il tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno. In Italia esiste un contrasto politico caratterizzato da una doppia discriminazione sociale contro le comunità meridionali: il razzismo dei padani fattosi partito politico e la prevaricazione dei ceti dirigenti locali, entrambi sono sistemi sociali feudali costruiti sull’usurpazione e l’egoismo, cioè usano il potere capitalistico e il ruolo istituzionale per continuare a vivere di rendite.

L’approccio clientelare, ovviamente, non è prerogativa dei ceti dirigenti del Sud ma appartiene alla cultura politica occidentale, a partire dal mondo anglosassone e dei suoi paradisi fiscali fino alla privatizzazione americana dei partiti politici, passando per la disorganizzazione dell’UE che programma disuguaglianze economiche seguendo i capricci delle lobbies presenti presso le istituzioni. L’evidente differenza ben visibile sta nei luoghi urbani: per l’élite europea è importante vivere in spazi ben progettati, mentre per altri territori non è così, ma questo incivile disinteresse produce danni alle persone che vivono nei contesti urbani disordinati alimentando degrado su degrado, perché si tolgono opportunità agli individui sin dalla nascita. Il meridione ha il privilegio di ereditare centri urbani storici costituiti da una bellezza straordinaria ed unica per la loro orografia e per il loro contesto ambientale naturale, ogni insediamento umano appare diverso e originale, mentre l’espansione urbana moderna non pianificata ha recato danni ambientali, sociali ed economici. Questi errori si possono correggere. Una strada poco pratica nel Sud è quella di investire nelle bellezze naturali, panoramiche, morfologiche, architettoniche per rigenerare e valorizzare l’esistente, cioè preparare piani paesaggistici per recuperare e rigenerare il territorio. Conservando il patrimonio esistente è possibile valorizzare la storia e il patrimonio esistente, sia i beni culturali e sia quelli naturali. Tutti i Comuni necessitano di piani di recupero con l’approccio conservativo e di rigenerazione urbana con l’approccio bioeconomico.

Un’efficace programmazione politica contrasta anche queste discriminazioni sociali che hanno forti risvolti negativi economici territoriali, e si preoccupa di stimolare il rinnovo delle classi dirigenti dando valore a piani e progetti capaci di migliorare l’economia locale, ad esempio investendo nei processi bioeconomici perché hanno molteplici virtù, sia in termini occupazionali che in termini ambientali e sociali. Nel nostro Mezzogiorno assumere l’approccio della normale pianificazione, com’è tradizione europea, significa rivoluzionare l’Italia poiché si cancellano le immorali disuguaglianze territoriali fra Nord e Sud e si consente alle persone, tutte, di perseguire percorsi di autorealizzazione contribuendo alla felicità e al benessere delle comunità.

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Investire per cancellare le disuguaglianze

In numerose riflessioni (verde di prossimità, bioregione urbana, aree ASI e fascia costiera, la valle dell’Irno, il disegno di suolo e l’area urbana estesa, esperienze di arredo urbano, un modello di rigenerazione bioeconomica, le scuole, riprogettazione dell’area ASI, la città rete-meridionale) ho esposto diversi punti di vista per stimolare la creazione di attività utili al nostro territorio, e il punto focale di molte riflessioni è la pianificazione: nel senso più ampio del termine cioè economica, territoriale e urbanistica. Il ceto dirigente, aderendo all’ideologia del famigerato mercato ha rinunciato alla pianificazione istituzionale e lascia che le imprese decidano il futuro economico di un territorio: il risultato è sotto i nostri occhi, in Provincia di Salerno c’è un alto tasso di disoccupazione: 17,2% (2019) contro il 4, 5, o 6% dei territori normali. L’impegno più importante di una comunità consapevole dovrebbe essere quello di portare il tasso di disoccupazione a livelli normali e accettabili, ma il percorso è lungo e tortuoso, e nel percorrerlo è determinante una buona dose di creatività, di capacità dialogo e di apertura mentale, poiché nel corso degli anni è facile intuire che decine di migliaia di persone non potranno mai raggiungere l’auto sufficienza economica senza l’aiuto dello Stato. I Paesi normali e civili hanno sistemi di welfare efficaci perché aiutano tutti, e sono capaci non solo di unire domanda e offerta di lavoro, ma di creare nuovi impieghi e aderenti alle capacità delle persone e alle necessità del territorio. I Sistemi Locali del Lavoro virtuosi, normalmente, programmano corsi di aggiornamento e di formazione per qualunque persona, cioè le istituzioni locali hanno enti di formazione professionale e realizzano corsi per qualsiasi individuo che voglia imparare un mestiere richiesto dalle imprese del territorio. Questa semplice programmazione (formazione-lavoro) unisce domanda e offerta di lavoro. I Paesi normali e civili non hanno mai rinunciato alla pianificazione, anzi è il loro punto di forza ed investono ingenti risorse nei luoghi marginali per condurli a livelli adeguati, cioè al pari dei Sistemi Locali del Lavoro economicamente più forti. I Paesi normali e civili non hanno disuguaglianze territoriali come quelle fra il Nord e il Sud d’Italia, poiché sono ritenute immorali, stupide e dannose per l’economia della Nazione. Nel nostro Mezzogiorno non esiste un sistema di welfare normale e adeguato ai problemi sociali ed economici del territorio. Le istituzioni danno la netta impressione di continuare a ignorare questo problema, scegliendo strade politiche sbagliate e obsolete perché lasciano insoluti i problemi contribuendo ad aumentare il divario fra Nord e Sud. E’ altresì vero che lo Stato programma disuguaglianze territoriali poiché non distribuisce le risorse di tutti in maniera equa, anzi privilegia territori già ricchi a danno degli altri. Inoltre, le disuguaglianze economiche e sociali non sembrano essere un tema prioritario né per le famiglie e né per il ceto politico dirigente del Sud. Le maggioranze politiche condotte al potere dagli elettori non sembrano capaci di risolvere le disuguaglianze, e le forze economiche più agiate continuano a orientare le scelte governative, cioè lo status quo resta immutato, mentre con lo scorrere del tempo aumentano i poveri, perché fu sbagliata la scelta politica di aderire alla religione neoliberista dove le imprese private sono libere di perseguire la propria avidità, e lo Stato rinuncia ad intervenire per correggere gli errori del capitalismo. Quando una società rinuncia a sé stessa, e sceglie il nichilismo capitalista sopravvive solo il mercato, e il potere si concentra sugli individui che possono comprare e vendere una merce, ma questa è la nostra realtà: un’esistenza mercificata dove non esistono diritti e non esistono valori, né umani e né naturali. La Costituzione italiana dice ben altro, ma la classe dirigente ha scelto la religione capitalista: tutto è merce, e servono capitali per ogni intervento sul territorio. Si tratta di un arbitrio, un’invenzione, una convenzione, e l’essere umano, se lo desidera, può creare nuove convenzioni, nuove regole e nuovi accordi commerciali per costruire una società migliore di questa. Senza particolari problemi, lo Stato può intervenire sull’economia (come succede in altri Paesi) e può cominciare a costruire territori ove non esiste solo il famigerato mercato, mentre gli Enti locali possono cominciare a valutare gli investimenti con nuovi criteri, cioè osservando gli impatti sociali e ambientali.

Pensare agli investimenti sul territorio significa pianificare, e una corretta e adeguata pianificazione si basa sulla conoscenza, cioè sulla storia e sulle risorse locali, significa conoscere l’esistente per aggiustarlo, cioè affrontare le disuguaglianze per rimuoverle definitivamente e dare alle persone le opportunità che spettano loro, cioè scegliersi liberamente un percorso di crescita individuale, ed in Italia questa libertà non è consentita a tutti ma solo a coloro i quali nascono in ambienti economicamente già forti, con i servizi adeguati e correttamente distribuiti sul territorio. Il destino di molti meridionali è l’ingiusta e l’immorale condanna all’emigrazione per sopravvivere. Questa ingiustizia è ampiamente nota ma volutamente trascurata poiché il sottosviluppo di un’area è la ricchezza di un’altra, e questo schema capitalista è in corso di realizzazione in tutt’Europa, cioè un’élite degenerata programma le disuguaglianze affinché un’area “centrale” possa arricchirsi sulle spalle di un’area “periferica”.

L’approccio territorialista e bioeconomico è quello che può garantire il più alto numero di impieghi ottenibili perché si basa proprio sulla conoscenza approfondita del territorio, con criteri di sostenibilità ed il coinvolgimento degli abitanti nel costruire un percorso di autocoscienza dei luoghi. Lo Stato ha l’obbligo di rimuovere le disuguaglianze perché non sono previste dalla Costituzione e pertanto usando la cultura bioeconomica, le istituzioni dovrebbero ripensare le agglomerazioni industriali interne ai Sistemi Locali del Lavoro, e riconoscendo le nuove strutture urbane estese si potrebbero pianificare processi di rigenerazione urbana e rurale che coinvolgono anche i territori interni. Un obiettivo importante è ridurre il rischio sismico e idrogeologico degli insediamenti umani, e poi costruire nuove relazioni fra città e territori rurali. Per creare nuovi impieghi è importante territorializzare, cioè aprire attività di manifattura leggera per concentrare l’offerta di lavoro in determinati Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno, e ripensare la relazione e l’uso del territorio degli abitanti, offrendo loro nuove urbanità e tecnologie utili che tendono all’auto sufficiente energetica.

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Utopie che tornano

Salerno Master Plan costiero 1987
Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Sogni infranti che sono ancora vivi e realizzabili: nonostante Salerno nel corso della sua storia sia stata costruita dalla peggiore speculazione edilizia, negli anni ’80 seppe sognare e realizzare alcuni interventi di grande qualità urbana che ancora oggi consentono alle persone di potersi incontrare e godere di luoghi aperti e conviviali.

I progettisti urbanisti, architetti e ingegneri, sanno bene che i processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone condizionate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città, in termini di velocità e mezzo utilizzato. Oltre al Corso Vittorio Emanuele ed al lungomare Trieste riqualificati ed alcuni arredi urbani nella zona orientale, tutti interventi della prima Giunta di Sinistra, la cittadinanza non sa che quell’esperienza progettuale, solo in parte realizzata, fu interrotta e fu negata agli abitanti una grande opportunità per migliorare la propria qualità di vita, poiché l’Amministrazione approvò un master plan che riqualificava l’intero litorale cittadino con l’obiettivo di eliminare l’affollamento e l’inquinamento automobilistico su tutta la fascia costiera. In che modo? Il progetto di riqualificazione prevedeva, in molte fasce e zone costiere, di spostare il traffico veicolare delle auto nel sottosuolo e/o convogliarlo verso l’interno al fine di consegnare quello spazio (la fascia costiera) alla fruizione pedonale delle persone, che sono influenzate dalla percezione della luce, dai suoni, dagli odori, dalla velocità di movimento mentre si cammina. La migliore percezione della città è la velocità di movimento pedonale, per questo motivo il master plan aveva come priorità il pedone mentre svantaggiava l’automobile. In questo modo, cioè costruendo zone pedonali e nuovi arredi urbani lungo la fascia costiera si riusciva a cambiare il senso di appartenenza al luogo stesso, migliorandolo e aumentando la qualità della vita, rispetto agli spostamenti nei tragitti fra casa-studio, casa-lavoro e casa-spiaggia e mare. Il disegno urbano rimuovendo gli ostacoli fisici realizzava un’esclusiva ed efficace accessibilità delle persone al mare con servizi adeguati. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone si immaginò di progettare lo spazio urbano lungo la fascia costiera con criteri e materiali di qualità, cioè disegnare lo spazio pubblico aperto favorendo convivialità, socialità e persino sviluppo umano. In assenza di spazi pubblici si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani è determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Da questo punto di vista è importante individuare criteri per un’analisi degli spazi urbani scegliendo il punto di vista dell’uomo e il suo movimento e rilevando la presenza degli elementi per formaidea (valore/significato)funzione (uso, attività), tutto ciò è fondamentale per descrivere la realtà. Si utilizza il punto di vista dell’individuo che si muove in uno spazio in un determinato tempo ed in un determinato contesto socio-economico. I sensi attribuiscono un significato/valore allo spazio creando una percezione soggettiva dell’ambiente costruito che si svolge in tre fasi: la selezione degli stimoli, il giudizio e l’assegnazione di significato. Quindi c’è un’azione “meccanica” di riconoscimento di una sollecitazione e un’azione di “valutazione”, e ciò determina un condizionamento. Si tratta di un’interpretazione [l’analisi dal punto di vista dell’utente] determinante per il progetto al fine di immaginare luoghi idonei per le persone. Il progettisti sanno che la percezione soggettiva della forma dello spazio condiziona la qualità della vita, e alcuni elementi che creano il condizionamento sono: la distanza percepita; la varietà dei luoghi; la definizione dei tragitti preferenziali;  la percezione di barriere; la conoscenza dei luoghi; i punti di riferimento; il rapporto fra pieni e vuoti; il rapporto fra figura e sfondo; le visuali chiuse o aperte. Sono tutti elementi del disegno urbano che contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbanipiazze, e strade.

Oggi, l’Amministrazione pubblicizza altri progetti di riqualificazione della fascia costiera ma c’è una carenza culturale molto forte, non solo per l’evidente schiapiazzatura del genius loci locale da parte delle famigerate archi-star, ma perché questi progetti non pensano l’insieme della città e il rapporto con l’interno, ma si limitano a “interventi spot” in alcuni lotti, alcune zone, e pertanto non essendo parte di un tutto trascurano i problemi dell’inquinamento atmosferico causato dal traffico veicolare privato.

Un piano urbanistico di qualità progetta anche quello che si chiama in gergo “l’atterraggio del piano” (cioè quando il piano diventa architettura) determinato da un buon regolamento edilizio, e “l’attacco a terra” fra edifici e spazio pubblico, cioè lo spazio che vivono le persone: i marciapiedi, le panchine, il rapporto fra spazio privato e pubblico, la strada con le carreggiate e le piste ciclabili, i giardini e i giochi per i bambini, il verde di quartiere e le reti ecologiche.

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Sostenibilità urbana

Cosa si intende per urbanistica sostenibile (o sostenibilità urbana?) e cos’è la rigenerazione urbana? In questo periodo di regressione economica, sociale ma soprattutto morale, molti individui sono smarriti nel nichilismo capitalista, le istituzioni e i media sono l’espressione di questo spirito del tempo materialista, consumista e violento. La religione capitalista ha costruito una società svuotata di senso e di valori, e così anche le città sono l’espressione di questo vuoto, e nell’accezione del pensiero dominante l’urbanistica sostenibile è uno slogan per consentire al capitalismo di sopravvivere durante un periodo di recessione, cioè l’accumulazione dei capitali privati si trasforma fisicamente in città, o quartieri, com’è sua tradizione. E’ evidente che tutto ciò non ha niente a che fare con la sostenibilità, ma tutta la classe dirigente occidentale è espressione del volgare capitalismo liberista, pertanto è normale che sotto la finta veste verde ci sia il becero industrialismo, l’avidità dell’élite degenerata che vive di rendite e privilegi, e pianifica la costruzione di ambienti per preservare la propria categoria di privilegiati. Ciò avviene regolarmente nelle città globali (New York, Los Angeles, Tokyo, Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Milano …), nei quartieri del lusso e nelle gate community. Oltre al famigerato sprawl urbano degli USA, cioè il razzismo capitalista divenuto villettopoli e consumo di suolo, vi è il recente modello dello spreco capitalista del lusso, e sono le città costruite sull’acqua e nel deserto: Abu Dhabi, Dubai e altre città satellite. Numerosi media mainstream e persino riviste specializzate continuano a esprimere una divulgazione “verde” per queste nuove città arabe creando disinformazione. Non dimentichiamo che lo slogan più tossico inventato dai capitalisti è l’ossimoro “sviluppo sostenibile”, o c’è sviluppo o c’è sostenibilità, e lo sviluppo non coincide col progresso, e così come progresso non è lo stessa cosa della crescita, e innovare non significa migliorare. Un processo analogo di “sviluppo sostenibile” avviene per la Cina, il paese che, oggi nel mondo più di tutti, ha costruito e costruisce nuove città, anche in Africa, contribuendo ad aumentare il consumo di materie prime: cemento e acciaio. In questi due ambienti: Emirati Arabi e Cina si sono sviluppate e utilizzate le tecnologie più avanzate, fino al controllo sociale di massa.

In Occidente, una delle consuetudini recenti più viziose e inutili per risolvere problemi complessi è quello di utilizzare i cosiddetti piani e programmi settoriali rinunciando alla pianificazione urbanistica. Ricordiamo che la pianificazione urbanistica è per sua natura multidisciplinare, mentre un’azienda che vuole vendere il proprio prodotto si occupa di una sola disciplina, e così da molti anni think tank finanziati dall’industria creano documenti per influenzare i decisori politici al fine di introdurre le singole tecnologie innovative negli ambienti urbani, siano queste telecomunicazioni o servizi di mobilità. E’ del tutto immaturo, fuorviante e sbagliato introdurre nuove tecnologie senza rimuovere i problemi precedenti determinati da una scorretta morfologia urbana. Facciamo un esempio concreto: è intelligente installare reti di telecomunicazione ma ignorare il rischio sismico e idrogeologico? A cosa serve introdurre una tecnologia se non ci si occupa dell’esistente, proprio quando gli edifici sono arrivati a fine ciclo vita? Inoltre è uno spreco avviare un sevizio di mobilità per collegare cittadini e servizi quando l’urbanistica prevede che i servizi siano raggiungibili a piedi. In un processo di rigenerazione urbana i servizi sono costruiti all’interno della cellula urbana. Per un’Amministrazione locale è più corretto avviare programmi di educazione alla mobilità al fine di scoraggiare l’uso dell’automobile privata, ed è preferibile prioritariamente modificare la morfologia urbana e integrare i mezzi pubblici con l’uso della bicicletta.

L’Occidente, anziché copiare incollare modelli sbagliati può legittimamente usare le migliori tecnologie per aggiustare gli ambienti costruiti, per conservare la propria identità storica e culturale, e per migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti.

cellula urbana
Cellula urbana

Poiché non esiste un pensiero critico e condiviso sul reale significato di “rigenerazione urbana” e “sostenibilità urbana”, politicanti e media possono divulgare qualunque contenuto privo di senso al fine di perseguire il solito mantra: vendere, vendere, vendere. L’unico modo per realizzare un’urbanistica sostenibile e avviare programmi di rigenerazione urbana, è quello di compiere un salto culturale verso l’approccio bioeconomico che trasforma la funzione della produzione capitalista, cioè la snatura introducendo criteri di misura dell’entropia (i flussi di energia e materia) e degli impatti sociali delle trasformazioni urbane. In questo modo il capitalismo non è più capitalismo. Dal punto di vista dell’urbanistica, le regole compositive sono dettate dal famoso concetto di “cellula urbana”, e tutt’oggi questo è il modello per costruire una città sostenibile. Su una determinata area si costruisce una densità media di edifici con mixitè funzionale e sociale, e gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi grazie al fatto che i servizi sono tutti collocati entro un raggio di 400 mt, mentre i servizi di rango superiore sono tutti raggiungibili dai mezzi di trasporto pubblico. Queste semplici regole di proporzionalità, armonia e bellezza determinano la sostenibilità di un ambiente urbano ma spesso sono state disattese perché la borghesia italiana ha preferito costruirsi i propri privilegi sfruttando le rendite, ma usurpando il bene comune e trascurando i diritti di tutti. Una strategia di rigenerazione urbana per le zone consolidate mal costruite nei decenni precedenti, è quella di cominciare a riprogettare gli isolati considerando le regole compositive della cellula urbana. I progettisti urbanisti: architetti, pianificatori e ingegneri, sono capaci di leggere la forma urbana, sono capaci di esprimere un adeguato disegno urbano osservando e interpretando il territorio, ed è questo che crea la sostenibilità delle città, nient’altro. Oggi vi sono criteri d’interpretazione e valutazione più complessi rispondenti a esigenze più ampie. Alle conoscenze tecniche compositive molto note (il dimensionamento dei quartieri e della cellula urbana), oggi si aggiungono altre conoscenze tecnologiche che rendono possibili obiettivi preconizzati nell’Ottocento dagli utopisti socialisti, e cioè l’auto sufficienza energetica delle città e il riciclo di “materie prime seconde”. Oggi in Italia, ovviamente, non si costruiscono nuove città ma le regole compositive possono essere adottate per aggiustare le zone consolidate, cioè i quartieri esistenti mal costruiti dalle speculazioni. Le città italiane trasformate in aree urbane estese possono essere lette come sistemi metabolici, con flussi di energia e materia in ingresso e in uscita. Le funzioni di flusso possono essere individuate, misurate e corrette riducendo drasticamente gli impatti ambientali e sociali, e nel fare ciò si possono realizzare nuovi impieghi utili. L’approccio bioeconomico crea un immenso indotto occupazionale, più del tradizionale capitalismo. Ogni area urbana estesa italiana ha criticità sociali, economiche e ambientali realizzate fra gli anni ’50 e ’90 del Novecento, poiché spesso le Amministrazioni comunali non sono state capaci di fare bene i piani regolatori, costringendo gli attuali abitanti a vivere in ambienti mal costruiti. Tutt’oggi è facile scontrarsi con l’incompetenza di Amministrazioni locali poiché rinunciano all’urbanistica per preferire piani edilizi speculativi furieri di rendite parassitarie. Per realizzare un’efficace sostenibilità territoriale bisogna riconoscere le strutture urbane estese che non tengono conto degli attuali confini amministrativi; individuare le strutture urbane esistenti e le relazioni di flusso degli abitanti, e fare approfondite analisi urbanistiche e poi orientare le scelte sul piano culturale bioeconomico, al fine di utilizzare al meglio le risorse locali e aggiustare gli errori del capitalismo e delle speculazioni edilizie. Tutto ciò crea un enorme indotto occupazionale ma utile allo sviluppo umano.

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Il mercato immobiliare a Salerno

Il valore economico dei fabbricati è determinato da diversi fattori: dal contesto economico, sociale, politico e istituzionale, dalle caratteristiche della zona in cui sono ubicati (caratteristiche estrinseche) e dalle specifiche di ogni singola unità immobiliare (caratteristiche intrinseche, la manutenzione degli edifici). Le principali componenti del contesto economico, sociale, politico e istituzionale sono: le famiglie, le politiche territoriali (gli strumenti urbanistici), le politiche per la casa, le tecnologie dell’edilizia, le norme di sicurezza e il mercato (anche finanziario). Gli strumenti urbanistici rappresentano il quadro di riferimento circa l’uso del suolo (regole costruttive e mercato) mentre le politiche della casa e della locazione hanno una forte influenza sulle relazioni contrattuali, poi vi sono le politiche fiscali, e le tecnologie edili determinate dalla conoscenza storico-tecnica del momento e dal ciclo vita degli edifici circa l’obsolescenza naturale delle costruzioni, così come le norme che dettano nuovi standard qualitativi più alti, così da influenzare la progettazione e il valore degli immobili. I mercati finanziari e i fondi di investimento privati rappresentano un’opportunità di profitto sul mercato immobiliare e possono creare disastri come una recessione economica.

Osserviamo il caso salernitano: come in qualunque altra città italiana la storia, il territorio, e i processi economici determinano il mercato. La cultura tecnica e tecnologica del momento determina il patrimonio costruito, pertanto l’anno di costruzione è importante per stimare il fine ciclo vita, e ciò influenza il valore economico degli edifici (coefficiente di vetustà, coefficiente di obsolescenza). Le attuali caratteristiche intrinseche dei fabbricati realizzati molti decenni fa costituiscono un elevato rischio sismico (vulnerabilità), altresì insiste un’evidente obsolescenza tecnologica dell’involucro e degli impianti. Escludendo il centro storico realizzato in muratura, il patrimonio esistente consiste prevalentemente in palazzine multipiano, e determinati condomini si sono occupati e preoccupati dell’involucro, ma non dal punto di vista energetico e tecnologico, solo dal punto di vista estetico per limitare eventuali danni di caduta dei calcinacci. Restano insoluti temi determinanti quali il rischio sismico e l’auto sufficienza energetica che sfrutta le fonti alternative, e questo tema riguarda anche il patrimonio pubblico, coinvolto anch’esso dalla vetustà degli edifici e dalla loro obsoleta funzionalità tipologica poiché sono mutati gli standard e i bisogni dell’Amministrazione. Oltre a questi aspetti tecnici, il mercato salernitano si caratterizza per una totale deregolamentate delle rendite di posizione, impropriamente determinate e influenzate da ignoranza e speculazioni. Ad esempio, è noto che un mercato urbano correttamente pianificato crea una rendita differenziale, poiché aree ben servite (uffici postali, servizi di trasporto, teatri, biblioteche, centri culturali…) determinano maggiore valore economico rispetto ad aree periferiche prive di standard. Questa normale prassi valutativa è molto più complicata da determinare e valutare quando una città è costruita dalla speculazione edilizia (di fatto il mercato immobiliare salernitano dovrebbe avere bassi prezzi), ma le agenzie immobiliari giocano molto sull’ignoranza delle persone puntando comunque ad un rialzo ingiustificato dei prezzi. Perseguendo consuetudini viziose e improprie, l’Amministrazione salernitana sceglie di trascurare noti e vecchi problemi, e prosegue la strada obsoleta e dannosa dell’ideologia di mercato, pertanto gli strumenti urbanistici sono molto deboli dal punto di vista culturale, cioè lo strumento adottato è un “piano” edilizio (non un piano urbanistico) che non tutela adeguatamente ambiente e ceti economicamente più deboli, e danneggia lo stesso mercato immobiliare. Il piano edilizio del Comune capoluogo, oltre che mal dimensionato da un’analisi sbagliata, si caratterizza per un’estrema deregolamentazione del mercato preferendo la contrattazione privata degli strumenti attuativi, assecondando esigenze e capricci degli speculatori, o di qualunque investitore desideroso di sfruttare la rendita immobiliare.

Dal punto di vista sociale ed economico, il territorio salernitano è fra i meno dinamici d’Italia per una significativa carenza di un tessuto produttivo diversificato e con alto valore aggiunto, e questo produce due note conseguenze: (1) un’importante tasso di disoccupazione 17,2% (2019) (in Provincia di Salerno gli inattivi sono 330.000, 2019), (2) ed una povertà relativa ed assoluta altrettanto importanti. In Campania la percentuale di famiglie povere è passata dal 19,5% nel 2016 al 24,9% nel 2018, mentre il 48,7% non riesce a fronteggiare a spese impreviste (2018), nel Sud il 52% delle famiglie considera un carico oneroso le spese per l’abitazione. Un altro dato drammatico sottovalutato dalle istituzioni, che preferiscono l’ideologia del mercato, è l’emigrazione dei giovani della fascia 18-39 anni verso il Nord e l’estero, sia per formarsi e sia per il lavoro. Emigrazione, disoccupazione e povertà si riflettono sul mercato immobiliare con un’evidente calo della domanda di alloggi a prezzo di mercato. Da questo punto di vista insiste un’anomalia abbastanza evidente circa il piano edilizio adottato dall’Amministrazione: la continua immissione sul mercato di nuovi alloggi a prezzo di mercato. La povertà incide anche sul mercato delle ristrutturazioni edilizie. Bisogna tener presente la trasformazione delle struttura urbana salernitana che di fatto è una città estesa di circa 300 mila abitanti dentro il Sistema Locale del Lavoro. Il Comune capoluogo oltre ad essersi contratto (calo demografico) ha perso le sue attività manifatturiere ed industriali, ma questa trasformazione è trascurata dagli strumenti di pianificazione a scala comunale.

Edifici uso Salerno
Fonte dati ISTAT.
Edifici a Salerno
Edifici in Provincia di Salerno per tipologia costruttiva e anno di costruzione, fonte Ptcp 2012.

L’urbanistica, com’è noto, si occupa di risolvere problemi concreti realizzando servizi per tutti gli abitanti, cioè eliminando disuguaglianze territoriali e offrendo spazi e luoghi urbani di qualità per assecondare i bisogni delle persone e sostenere lo sviluppo umano di tutti. La storia urbanistica salernitana insegna che la città fu costruita dalla peggiore speculazione edilizia realizzando disuguaglianze e distruzione della natura, oggi il contesto urbano è ancora caratterizzato da problemi insoluti perché mai affrontati adeguatamente (cattiva morfologia urbana dovuta al fenomeno della disomogeneità e interventi spontanei [speculazione], affollamento e alti carichi urbanistici nelle zone consolidate con carenza di standard, dispersione urbana…). Alla fine degli anni ’80 del Novecento vi sono stati alcuni interventi di arredo urbano che hanno migliorato lo spazio pubblico, ma le zone consolidate non sono state coinvolte da piani di rigenerazione. Il centro storico è in parte abbandonato, e numerosi quartieri sono ancora privi degli standard minimi previsti dalla legge urbanistica nazionale. In questo contesto urbano insistono disuguaglianze volutamente trascurate; quali sono le categorie favorite e privilegiate, e quali categorie sono trascurate e danneggiate? I privilegiati sono talune famiglie che vivono di rendite parassitarie realizzate durante i processi speculativi (anni ’50 – ’80 del Nov.; anni ‘10), poi vi sono i promotori immobiliari, gli investitori e i gestori immobiliari mentre la maggioranza delle famiglie e le associazioni sono trascurate, persino espulse, così come sono trascurate le esigenze delle cooperative edilizie relegate ai margini dell’area urbana, su suoli meno “importanti”, ed a volte scollegati dall’agglomerato esistente, determinando nuovo sprawl urbano. Anche numerose lottizzazioni private sono state localizzate fuori l’agglomerato urbano, spesso sulle colline, contribuendo a distruggere risorse naturali, e sono sprovviste di servizi. Persino il Comune stesso e gli Enti pubblici, cioè il bene comune, sono danneggiati delle scelte politiche del Consiglio comunale poiché il territorio salernitano è ancora privo di un distretto degli uffici comunali, provinciali e regionali, e ciò significa che le attività di servizio pubblico sono svolte in spazi impropri (pagando una rendita parassitaria) e inadeguati rispetto agli attuali standard che richiedono sicurezza, accessibilità, comfort e risparmio energetico.

La più recente attività edilizia si è concentrata molto nelle aree suburbane periferiche con alcuni interventi dentro le zone consolidate volti a riempire i vuoti urbani, mentre si è trascurata la rigenerazione urbana dell’esistente. Il piano edilizio ha indirizzato gli investimenti privati nella costruzione di nuove palazzine multipiano secondo gli standard attuali, mentre la popolazione salernitana diminuiva di circa il 18%, ed in cambio di questi affari privati non è stata costruita la città pubblica contravvenendo ai principi elementari della pianificazione e della convivenza civile. L’assenza di urbanistica produce fenomeni degenerativi molto noti che peggiorano la qualità della vita degli abitanti, mentre un mercato immobiliare viziato da ignoranza e incompetenza, miete vittime anche nel mondo del costruzioni, riducendo il numero di operatori sul territorio. Dal punto di vista capitalistico, i piani edilizi hanno favorito la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi soggetti: costruttori, immobiliaristi, developers. A Salerno, tal volta le figure coincidono, determinando l’esistenza dei peggiori soggetti sul mercato, poiché progetto, costruzione e vendita coincidono in un unico soggetto, favorendo un corto circuito di conflitti di interessi a danno degli acquirenti per l’assenza di figure di terze (progettista e direttore dei lavori) capaci di controllare e garantire la qualità dell’edificazione.

L’inadeguatezza nel costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi pubblici adeguati, scuole, uffici pubblici …) ha due fattori: uno nazionale e riguarda la mancata riforma urbanistica che imitava i meccanismi europei; e uno regionale, cioè una legge urbanistica carente poiché non realizza gli obiettivi della perequazione diffusa (in Campania esiste solo quella di comparto) e pertanto mancando questa strategia gli operatori privati non concorrono tutti insieme nel realizzare obiettivi pubblici per costruire standard mancanti nelle zone consolidate. A conferma di tutto ciò l’Amministrazione salernitana ha acquisito gratuitamente suoli ma non ha realizzato servizi pubblici. Chiunque conosca praticamente il fare urbanistica sa bene che un aspetto determinante dell’attuazione di un piano è superare il problema della parcellizzazione dei suoli (le diverse proprietà immobiliari) per realizzare il disegno del piano. Com’è noto, il disegno urbano coinvolge le differenti proprietà immobiliari e la prassi tradizionale è stata l’espropriazione dei suoli, ma nei decenni più recenti i Comuni vi hanno rinunciato per ragioni economiche, ma di fatto hanno trascurando la qualità del disegno urbano. Tecnici e giuristi hanno inventato la cosiddetta perequazione urbanistica nel tentativo di costruire la città nonostante la carenza di risorse pubbliche, tutto ciò mentre si realizzava un’Italia federale, e così la prassi urbanistica ha sviluppato processi eterogenei e diversificati, tutto in base alla cultura e alla sensibilità delle istituzioni locali ma realizzando disuguaglianze territoriali a danno degli abitanti. In Campania non c’è un’adeguata cultura urbanistica fra le istituzioni, la consuetudine diffusa è quella di scaricare il processo di lottizzazione ai soggetti privati, i quali si organizzano legittimamente nel presentare piani attuativi sui comparti edificatori. A Salerno, si è andati ben oltre l’ignoranza urbanistica poiché il piano edilizio muta in base ai capricci degli immobiliaristi.

Lo stesso livello di inadeguatezza si riscontra in tutta l’area urbana estesa salernitana, poiché a volte le piccole amministrazioni seguono i cattivi esempi di quelli più grandi, mentre altri piccoli comuni sono persino sprovvisti di strumenti di regolazione del suolo e dell’attività edilizia, ed in assenza di controlli i criminali si sentono liberi di agire illegalmente, favorendo il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio.

Agenzia entrate Salerno fasce OMI
Agenzie delle entrate, quotazioni immobiliari per zone territoriali omogenee (OMI).

Sin dall’inizio (metà Ottocento e inizio Novecento), con l’esplosione delle città i tecnici progettisti si impegnarono nel costruire un paradigma culturale di riferimento: la disciplina urbanistica. I problemi sopra accennati [mercato immobiliare] furono discussi pubblicamente e affrontati con soluzioni tecniche e giuridiche, prima immature e poi sempre più affinate ed adeguate.

Un ruolo particolare per lo sviluppo dell’urbanistica e della bellezza ebbero le esposizioni internazionali (Parigi 1889, Chicago 1893, Parigi 1900) e i primi congressi dell’Art Public (Bruxelles 1898, Parigi 1900, Liegi 1905, Bruxelles 1910) ove si parla anche di protezione della bellezze naturali e dei monumenti storici e della costituzione di commissioni preposte alla loro tutela. La prima esposizione generale sulle città si svolge a Dresda nel 1903 che raccoglie i primi piani regolatori delle città tedesche ponendosi quesiti sulle politiche di edilizia e fondiaria, sulle tipologie, le lottizzazioni e gli aspetti estetici e finanziari. Nel 1910 presso la Town Planning Conference della scuola di Civic Design di Liverpool viene posto il problema degli standard e della loro utilizzazione per la redazione di uno schema di piano, e presso l’Esposizione Internazionale di Berlino poi trasferita a Düsseldorf, tra il 1910 e il 1912, si pose il tema di proporre in forma paradigmatica una diversa prassi di piano; tutto ciò fu occasione per le amministrazioni pubbliche e per i politici di apprendere tecniche di attuazione concreta. In queste sedi si pose l’accento sui problemi della rendita fondiaria, della rendita parassitaria, della parcellizzazione dei suoli e dei bisogni dei cittadini.

Il fenomeno della rendita era notissimo, per questo motivo molti Paesi scelsero l’azione pubblica regolatrice del mercato urbano (acquisto dei suoli e concessione del diritto di superficie). Anche il Regno d’Italia prima, e la Repubblica italiana dopo, ma per periodi molto brevi, hanno voluto regolare il mercato urbano ma non l’hanno fatto con gli stessi strumenti tecnico-giuridici delle altre Nazioni. La borghesia liberale italiana ha sempre influenzato le scelte economiche dei piani per assicurarsi il profitto delle rendite fondiarie e la strumentalizzazione delle rendite differenziali. Nell’approccio italiano, la deregolamentazione del mercato urbano è rendita parassitaria per creare privilegi capitalistici. In altri Paesi europei l’approccio è stato diverso, non che la borghesia non si sia avvantaggiata, ma ha avuto la sensibilità di non distruggere le risorse locali seguendo i consigli della tecnica urbanistica e offrire adeguati rapporti fra spazio pubblico e privato. La rendita non si può cancellare ma si può governare e così, i capitali privati sono indirizzati e controllati per costruire un mercato che non danneggi l’interesse generale, tutto ciò anche a tutela degli investitori privati che possono legittimamente costruire secondo le previsioni dei piani, ma ben fatti. I processi di urbanizzazione sono adeguatamente pianificati attraverso corretti disegni urbani: le attività edilizie sono tassate efficacemente con concessioni di diritto di superficie, recupero del plus valore fondiario ed aliquote sulle rendite differenziali, al fine di costruire la città pubblica, insomma l’opposto dei privilegi costruiti in Italia. Questo passaggio finale di natura economica e fiscale è determinante: nei Paesi normali, il processo di urbanizzazione ha un sistema di tassazione molto più raffinato, più giusto e più equo poiché in maniera proporzionale e progressiva le rendite differenziali dell’attività edilizia sono tassate e questi contributi fiscali determinano la base economica per la costruzione delle città pubblica (scuole, servizi, verde…). Lo Stato (in altri Paesi), prima di tutto, non ha rinunciato all’esproprio e all’uso del diritto di superficie, e poi il piano urbanistico, attraverso la perequazione diffusa, e non  quella di comparto, crea un valore economico (rendita) per chi investe ma viene tassato affinché quel contributo del processo di trasformazione urbana costruisca l’interesse generale prefigurato nel piano stesso. Il principio di questa tassa è noto e antico: i valori economici sono creati dal nulla per mezzo di una scelta politica e non di merito individuale, pertanto è logico che lo Stato incassi questo valore da redistribuire attraverso servizi sul territorio previsti dal piano. In Italia, in generale, oltre alla rinuncia dell’uso del diritto di superficie che impedisce di incassare la rendita fondiaria, nei processi di urbanizzazione i privati pagano gli oneri di costruzione (una tassa) e non esiste una tassa sulla rendita differenziale. La scelta politica italiana è nota: favorire la privatizzazione di un profitto parassitario togliendolo allo Stato attraverso la deregolamentazione del mercato edilizio rinunciando alla corretta pianificazione urbanistica.

Salerno e il programma di fabbricazione del 1954
Il principale sviluppo urbano pianificato a Salerno, Programma di fabbricazione del 1954 e poi Piano Marconi del 1958.

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Imparare dall’esperienza

L’esperienza è ciò che dovrebbe stimolare lo sviluppo umano, nel senso che dovrebbe produrre un miglioramento nel proprio stile di vita. L’emergenza pandemica innescata dal covid-19 ci fa vivere momenti di angoscia, amplificati dai media, mentre i provvedimenti restrittivi hanno modificato gli stili di vita di milioni di persone. Per ragioni emergenziali, e per un determinato periodo le persone sono sottoposte a stress psicologici poiché viene tolta la libertà di muoversi e relazionarsi con gli altri. Le relazioni sono collegamenti affettivi, cioè emozioni, e scambi commerciali. Tutti noi crediamo che l’isolamento porterà alla soluzione dell’emergenza e ci auguriamo che questo comportamento contenga il contagio mentre, ahimé, migliaia di famiglie stanno affrontando gli effetti drammatici del virus, ma ricordiamolo attivato da un salto di specie a causa dell’uomo (qui l’articolo che dimostra lo studio circa il salto di specie), ed anche se fosse vera l’ipotesi della diffusione attraverso un’esercitazione militare, o la “distrazione” in un laboratorio di Wuhan, sarebbe comunque responsabilità dell’uomo. Una responsabilità che crea morte e immensi danni economici e sociali. I danni economici, non si capisce il motivo, sono scaricati sui singoli Stati e quindi sui ceti economicamente più fragili.

Diverse inchieste giornalistiche hanno mostrato gravi responsabilità delle istituzioni politiche regionali perché non hanno implementato il piano pandemico predisposto dallo Stato. Nessuna azienda sanitaria locale ha predisposto l’acquisto preventivo di scorte degli strumenti di protezione sanitaria per il proprio personale, e tanto meno l’acquisto di strumenti necessari per le terapie intensive. Mancano macchine per le analisi, mancano test, e persino i reagenti. L’insieme di tutte queste negligenze e il mancato rispetto di protocolli efficaci sono la ragione della morte di numerosi medici, infermieri e di operatori sanitari. Le istituzioni politiche non hanno attuato la prevenzione, e da decenni Governi e Parlamento hanno scelto l’ideologia di mercato che prevede la riduzione del ruolo pubblico dello Stato con tagli per la sanità pubblica, mentre è sono state favorite le imprese private attraverso convenzioni per svolgere un’attività sanitaria, che poteva svolgere ugualmente lo Stato. Le maggioranze politiche, addomesticate dall’ideologia del mercato, hanno preferito indirizzare le tasse degli italiani verso il profitto privato attraverso rendite parassitarie (le convenzioni), e contemporaneamente è stato smantellato il sistema sanitario pubblico, trascurando persino la prevenzione primaria.

L’isolamento imposto modifica le relazioni, e ciò implica anche una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico che notoriamente innesca patologie anche mortali. Tutto ciò potrebbe insegnare qualcosa?

In questi giorni stiamo sperimentando sentimenti contrastanti, cioè paura e angoscia, e l’influenza positiva della natura; chi vive in famiglia si sta riappropriando di stili di vita con auto produzioni e spirito di comunità, mentre si riduce l’impatto ambientale sul pianeta. Stiamo scoprendo ciò che molti ecologisti dicono da decenni, e cioè che il capitalismo produce danni ambientali e che l’inquinamento urbano sono le industrie e siamo noi stessi quando usiamo un mezzo privato, e in questi giorni osserviamo un cielo terso e ascoltiamo i suoni della natura. Fiumi e corsi d’acqua tornano a esser puliti, e di conseguenza anche il mare. Adesso, se fossimo realmente sapiens, dovremmo capire che lo spazio pubblico liberato e l’aria pulita sono valori che possono restare tali se le istituzioni che paghiamo fossero capaci di spendere le nostre tasse obbligare l’industria a non inquinare e per organizzare un efficace mezzo di trasporto pubblico, adeguato e intermodale, aiutandoci a lasciare l’auto e preferire biciclette, autobus, tram e metropolitane. Il trasporto pubblico può esaudire, tranquillamente, la domanda di tutte le classi sociali e di tutte le categorie: studenti, anziani e lavoratori. Il telelavoro è la vera novità, favorita dai provvedimenti restrittivi, ed è tipico delle professioni intellettuali, e consente a chi lo sperimenta di recuperare ore per sé stesso, cioè si tratta delle ore che si sprecano nel traffico.

Per quanto riguarda l’area salernitana, solitamente affollatissima e quindi molto rumorosa e inquinata dagli smog di scarico, in questi giorni osserviamo quest’aria straordinariamente pulita, si ascoltano il silenzio e il cinguettio degli uccelli, si ascoltano le foglie mosse dal vento, possiamo osservare e godere di un orizzonte marino più profondo e più bello sul golfo di Salerno. La natura ci restituisce un senso di pace e sollievo, in buona sostanza benessere, e questa ricchezza, questa bellezza potrebbe diventare la normalità grazie a un servizio di trasporto pubblico adeguato coniugato a un nostro di stile di vita più saggio. Tutti dovremmo riflettere su questo, prima di tutto le istituzioni che paghiamo, e poi la cittadinanza che deve comprendere un’ovvietà: noi siamo il traffico.

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Coscienza?!

L’emergenza dettata dal covid-19 è creata dal cattivo rapporto dell’uomo con la natura, e la relazione scelta è suggerita principalmente dalla religione capitalista. Forse qualche politicante capirà che la globalizzazione è questa, non solo l’immorale realtà virtuale della finanza che crea e nasconde ricchezze agli Stati (il sistema off-shore) ma le abitudini alimentari. Siamo tutti interconnessi, considerando il fatto che le scelte alimentari di alcuni individui in una parte del pianeta possono determinare l’esistenza di altri, nella parte opposta. Non è la prima volta che la natura cerca di liberarsi dell’uomo, altre volte in passato la macellazione degli animali ha trasmesso virus che hanno compiuto il salto di specie (qui l’articolo scientifico che dimostra l’evoluzione del virus attraverso lo studio del genoma), e in altre occasioni processi industriali hanno innescato rischi sanitari alla popolazione, così come l’industrializzazione violenta dell’uomo sta eliminando specie viventi. Da questo punto di vista, dovrebbe essere noto che una seria e convinta riduzione dei consumi di carne può giovare alla salute umana. Esiste anche un’altra ipotesi della diffusione del covid-19, e cioè quella politica relativa a un’esercitazione militare svoltasi a Wuhan a settembre 2019 circa una simulazione/esercitazione di un contagio batteriologico. Un notiziario del Tg Leonardo della RAI (16 nov 2015) denuncia i rischi di una produzione di coronavirus in laboratorio, sperimentazioni già presenti negli USA ma sospese. La comunità scientifica ci informa del fatto che il covid-19 è naturale poiché classificato dal suo genoma, confermando il salto di specie.

Analogo ragionamento vale per tutta l’economia globalizzata liberista che sfrutta centri di produzione distribuiti sul pianeta, sia per non pagare tasse e sia ridurre i costi affinché gli azionisti possano trarne un maggiore profitto: ad esempio, per produrre gli smartphone si estraggono minerali preziosi sfruttando gli schiavi, così come per la produzione di capi d’abbigliamento firmati: schiavitù e inquinamento. Greenpeace informa sul fatto che «le aziende agrochimiche come Bayer e Syngenta continuano a immettere sul mercato pesticidi chimici di sintesi, potenzialmente dannosi per le api e gli insetti impollinatori. E se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo».

Il cattivo rapporto dell’uomo contro la natura non si arresta, e così altri virus attaccheranno la nostra specie. L’industrializzazione ci sta auto distruggendo, e l’assurdità sta nel fatto che noi ci auto definiamo: sapiens … se lo fossimo realmente abbandoneremo la religione capitalista per salvare noi stessi, il pianeta che ci consente di vivere, ed affronteremmo le immorali disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento per restituire dignità umana a tutti e stimolare opportunità di sviluppo umano per chiunque lo desidera. Se usciamo dal capitalismo possiamo garantire le risorse finite alle future generazioni e risolveremo anche i problemi di cattiva alimentazione: la povertà in Africa, in Sud America, in Asia e l’obesità in Occidente.

 

E’ il capitalismo baby!

Lo spreco delle risorse naturali è una conseguenza di una nota religione chiamata capitalismo, com’è noto da molti secoli, la nostra società è psico programmata da questa credenza ma non riesce ancora a liberarsene poiché il ceto politico dirigente e la cittadinanza fanno fatica a riconoscere contraddizioni e danni sociali e ambientali. Fino ad oggi, ogni “soluzione” proposta è emersa esattamente dallo stesso paradigma culturale dominante e di conseguenza, ovviamente, è risultata fuorviante, inefficace o una presa in giro. Circa sette anni fa, il 12 luglio 2013 a Milano, ho partecipato come relatore per conto del Movimento per la Decrescita Felice ad un incontro promosso dal “Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i territori” sul tema “consumo di suolo” (Le proposte di legge sul contenimento di suolo a confronto). In quell’occasione riscontrai ottime intenzioni ma gli stessi limiti culturali sopra descritti, poiché si è voluto affrontare un problema politico gestionale di carattere etico e morale con l’approccio scientifico; un punto di vista legittimo e persino corretto ma ingenuo poiché si è voluto raccontare, forse in maniera presuntuosa, che se il ceto politico fosse correttamente educato all’informazione scientifica allora quest’ultimo prenderebbe decisioni migliori. Secondo la mia modesta opinione, questo è un approccio perfetto in ambito scolastico ma del tutto ingenuo e inefficace in ambito pubblico e politico, infatti non si sono avuti risultati. Il ceto politico dominante è perfettamente consapevole dell’esistenza dell’entropia ma se ne frega poiché per le imprese più influenti e potenti sul pianeta conta, prima di tutto, il profitto: la loro avidità. E’ prerogativa delle democrazie liberali fare la banale somma degli interessi privati, anziché far valere i principi morali, e nel nostro caso far prevalere l’interesse generale descritto nella Costituzione. In una società capitalista, la somma degli interessi privati, spesso, si traduce in prevaricazione del ceto economicamente più forte. E così la conseguenza è stata scontata: nulla di fatto; perché non si vuole riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a qualunque persona ragionevole: il problema è la religione capitalista che ha mercificato ogni cosa: territorio e persone, e nelle città si declina con la famigerata rendita e il regime giuridico dei suoli. Nel merito del governo del territorio, inoltre si trascura completamente un’altra evidenza, nota soprattutto a urbanisti, geografi urbani, paesaggisti, e cioè che l’armatura urbana italiana è cambiata radicalmente, e che gli attuali confini amministrativi dei Comuni sono del tutto obsoleti e persino dannosi, e poi ancora, l’ormai consolidata riforma sulle autonomie locali ci consegna un’Italia federale che ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali anche a causa dall’esistenza di circa 8000 comuni e leggi regionali tutte diverse che producono disuguaglianze di welfare urbano e standard minimi da realizzare. Da un lato si trascurano evidenze di carattere politico, culturale ed etico, e dall’altro si ignora la complessità dell’armatura urbana italiana che necessita di un cambio di scala amministrativo: una riforma degli Enti locali su base territoriale leggendo le strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro (sono 611 quelli rilevati dall’ISTAT). In buona sostanza, il consumo di suolo è l’effetto del capitalismo e non la causa! Parlare pubblicamente “di stop al consumo” è un esercizio demagogico fuorviante, così come credere che nei Consigli regionali e comunali, sieda un ceto politico capace di interpretare uno strumento complesso come un piano regolatore (ovviamente esistono eccezioni di politici che sono architetti, ingegneri oppure sono formati/informati da professionisti), significa credere alle favole poiché è lo stesso ceto politico che favorisce la corruzione morale e materiale proprio attraverso i piani regolatori generali che regalano rendite parassitarie agli immobiliaristi.

La disciplina urbanistica è giovane, poco compresa e spesso edulcorata o assente nei cosiddetti piani regolatori generali che il ceto politico locale utilizzata come piani edilizi per favorire l’accumulazione capitalista privata e non come piani urbanistici per costruire servizi a tutti gli abitanti.

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