Imparare dall’esperienza

L’esperienza è ciò che dovrebbe stimolare lo sviluppo umano, nel senso che dovrebbe produrre un miglioramento nel proprio stile di vita. L’emergenza pandemica innescata dal covid-19 ci fa vivere momenti di angoscia, amplificati dai media, mentre i provvedimenti restrittivi hanno modificato gli stili di vita di milioni di persone. Tutti noi crediamo che l’isolamento porterà alla soluzione dell’emergenza e ci auguriamo che questo comportamento contenga il contagio mentre, ahimé, migliaia di famiglie stanno affrontando gli effetti drammatici del virus, ma ricordiamolo attivato da un salto di specie a causa dell’uomo (qui l’articolo che dimostra lo studio circa il salto di specie), ed anche se fosse vera l’ipotesi della diffusione attraverso un’esercitazione militare sarebbe comunque responsabilità dell’uomo.

L’isolamento imposto modifica le relazioni, e ciò implica anche una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico che notoriamente innesca patologie anche mortali.

In questi giorni stiamo sperimentando sentimenti contrastanti, cioè paura e angoscia, e l’influenza positiva della natura; chi vive in famiglia si sta riappropriando di stili di vita con auto produzioni e spirito di comunità, mentre si riduce l’impatto ambientale sul pianeta. Stiamo scoprendo ciò che molti ecologisti dicono da decenni, e cioè che il capitalismo produce danni ambientali e che l’inquinamento urbano siamo noi stessi quando usiamo un mezzo privato, e in questi giorni osserviamo un cielo terso e ascoltiamo i suoni della natura. Adesso, se fossimo realmente sapiens, dovremmo capire che lo spazio pubblico liberato e l’aria pulita sono valori che possono restare tali se le istituzioni che paghiamo sono capaci di spendere le nostre tasse per organizzare un efficace mezzo di trasporto pubblico, adeguato e intermodale, aiutandoci a lasciare l’auto e preferire biciclette, autobus, tram e metropolitane. Il trasporto pubblico può esaudire, tranquillamente, la domanda di tutte le classi sociali e di tutte le categorie: studenti, anziani e lavoratori. Il telelavoro è la vera novità, favorita dai provvedimenti restrittivi, ed è tipico delle professioni intellettuali, e consente a chi lo sperimenta di recuperare ore per sé stesso, cioè si tratta delle ore che si sprecano nel traffico.

Per quanto riguarda l’area salernitana, solitamente affollatissima e quindi molto rumorosa e inquinata dagli smog di scarico, in questi giorni osserviamo quest’aria straordinariamente pulita, si ascoltano il silenzio e il cinguettio degli uccelli, si ascoltano le foglie mosse dal vento, possiamo osservare e godere di un orizzonte marino più profondo e più bello sul golfo di Salerno. La natura ci restituisce un senso di pace e sollievo, in buona sostanza benessere, e questa ricchezza, questa bellezza potrebbe diventare la normalità grazie a un servizio di trasporto pubblico adeguato coniugato a un nostro di stile di vita più saggio. Tutti dovremmo riflettere su questo, prima le istituzioni che paghiamo e poi la cittadinanza che deve comprendere un’ovvietà: noi siamo il traffico.

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Coscienza?!

L’emergenza dettata dal covid-19 è creata dal cattivo rapporto dell’uomo con la natura, e la relazione scelta è suggerita principalmente dalla religione capitalista. Forse qualche politicante capirà che la globalizzazione è questa, non solo l’immorale realtà virtuale della finanza che crea e nasconde ricchezze agli Stati (il sistema off-shore) ma le abitudini alimentari. Siamo tutti interconnessi, considerando il fatto che le scelte alimentari di alcuni individui in una parte del pianeta possono determinare l’esistenza di altri, nella parte opposta. Non è la prima volta che la natura cerca di liberarsi dell’uomo, altre volte in passato la macellazione degli animali ha trasmesso virus che hanno compiuto il salto di specie (qui l’articolo scientifico che dimostra l’evoluzione del virus attraverso lo studio del genoma), e in altre occasioni processi industriali hanno innescato rischi sanitari alla popolazione, così come l’industrializzazione violenta dell’uomo sta eliminando specie viventi. Da questo punto di vista, dovrebbe essere noto che una seria e convinta riduzione dei consumi di carne può giovare alla salute umana. Esiste anche un’altra ipotesi della diffusione del covid-19, e cioè quella politica relativa a un’esercitazione militare svoltasi a Wuhan a settembre 2019 circa una simulazione/esercitazione di un contagio batteriologico. Un notiziario del Tg Leonardo della RAI (16 nov 2015) denuncia i rischi di una produzione di coronavirus in laboratorio, sperimentazioni già presenti negli USA ma sospese. La comunità scientifica ci informa del fatto che il covid-19 è naturale poiché classificato dal suo genoma, confermando il salto di specie.

Analogo ragionamento vale per tutta l’economia globalizzata liberista che sfrutta centri di produzione distribuiti sul pianeta, sia per non pagare tasse e sia ridurre i costi affinché gli azionisti possano trarne un maggiore profitto: ad esempio, per produrre gli smartphone si estraggono minerali preziosi sfruttando gli schiavi, così come per la produzione di capi d’abbigliamento firmati: schiavitù e inquinamento. Greenpeace informa sul fatto che «le aziende agrochimiche come Bayer e Syngenta continuano a immettere sul mercato pesticidi chimici di sintesi, potenzialmente dannosi per le api e gli insetti impollinatori. E se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo».

Il cattivo rapporto dell’uomo contro la natura non si arresta, e così altri virus attaccheranno la nostra specie. L’industrializzazione ci sta auto distruggendo, e l’assurdità sta nel fatto che noi ci auto definiamo: sapiens … se lo fossimo realmente abbandoneremo la religione capitalista per salvare noi stessi, il pianeta che ci consente di vivere, ed affronteremmo le immorali disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento per restituire dignità umana a tutti e stimolare opportunità di sviluppo umano per chiunque lo desidera. Se usciamo dal capitalismo possiamo garantire le risorse finite alle future generazioni e risolveremo anche i problemi di cattiva alimentazione: la povertà in Africa, in Sud America, in Asia e l’obesità in Occidente.

 

E’ il capitalismo baby!

Lo spreco delle risorse naturali è una conseguenza di una nota religione chiamata capitalismo, com’è noto da molti secoli, la nostra società è psico programmata da questa credenza ma non riesce ancora a liberarsene poiché il ceto politico dirigente e la cittadinanza fanno fatica a riconoscere contraddizioni e danni sociali e ambientali. Fino ad oggi, ogni “soluzione” proposta è emersa esattamente dallo stesso paradigma culturale dominante e di conseguenza, ovviamente, è risultata fuorviante, inefficace o una presa in giro. Circa sette anni fa, il 12 luglio 2013 a Milano, ho partecipato come relatore per conto del Movimento per la Decrescita Felice ad un incontro promosso dal “Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i territori” sul tema “consumo di suolo” (Le proposte di legge sul contenimento di suolo a confronto). In quell’occasione riscontrai ottime intenzioni ma gli stessi limiti culturali sopra descritti, poiché si è voluto affrontare un problema politico gestionale di carattere etico e morale con l’approccio scientifico; un punto di vista legittimo e persino corretto ma ingenuo poiché si è voluto raccontare, forse in maniera presuntuosa, che se il ceto politico fosse correttamente educato all’informazione scientifica allora quest’ultimo prenderebbe decisioni migliori. Secondo la mia modesta opinione, questo è un approccio perfetto in ambito scolastico ma del tutto ingenuo e inefficace in ambito pubblico e politico, infatti non si sono avuti risultati. Il ceto politico dominante è perfettamente consapevole dell’esistenza dell’entropia ma se ne frega poiché per le imprese più influenti e potenti sul pianeta conta, prima di tutto, il profitto: la loro avidità. E’ prerogativa delle democrazie liberali fare la banale somma degli interessi privati, anziché far valere i principi morali, e nel nostro caso far prevalere l’interesse generale descritto nella Costituzione. In una società capitalista, la somma degli interessi privati, spesso, si traduce in prevaricazione del ceto economicamente più forte. E così la conseguenza è stata scontata: nulla di fatto; perché non si vuole riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a qualunque persona ragionevole: il problema è la religione capitalista che ha mercificato ogni cosa: territorio e persone, e nelle città si declina con la famigerata rendita e il regime giuridico dei suoli. Nel merito del governo del territorio, inoltre si trascura completamente un’altra evidenza, nota soprattutto a urbanisti, geografi urbani, paesaggisti, e cioè che l’armatura urbana italiana è cambiata radicalmente, e che gli attuali confini amministrativi dei Comuni sono del tutto obsoleti e persino dannosi, e poi ancora, l’ormai consolidata riforma sulle autonomie locali ci consegna un’Italia federale che ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali anche a causa dall’esistenza di circa 8000 comuni e leggi regionali tutte diverse che producono disuguaglianze di welfare urbano e standard minimi da realizzare. Da un lato si trascurano evidenze di carattere politico, culturale ed etico, e dall’altro si ignora la complessità dell’armatura urbana italiana che necessita di un cambio di scala amministrativo: una riforma degli Enti locali su base territoriale leggendo le strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro (sono 611 quelli rilevati dall’ISTAT). In buona sostanza, il consumo di suolo è l’effetto del capitalismo e non la causa! Parlare pubblicamente “di stop al consumo” è un esercizio demagogico fuorviante, così come credere che nei Consigli regionali e comunali, sieda un ceto politico capace di interpretare uno strumento complesso come un piano regolatore (ovviamente esistono eccezioni di politici che sono architetti, ingegneri oppure sono formati/informati da professionisti), significa credere alle favole poiché è lo stesso ceto politico che favorisce la corruzione morale e materiale proprio attraverso i piani regolatori generali che regalano rendite parassitarie agli immobiliaristi.

La disciplina urbanistica è giovane, poco compresa e spesso edulcorata o assente nei cosiddetti piani regolatori generali che il ceto politico locale utilizzata come piani edilizi per favorire l’accumulazione capitalista privata e non come piani urbanistici per costruire servizi a tutti gli abitanti.

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La rimozione delle patologie sul territorio

Per realizzare un buon governo del territorio che tenga conto delle contraddizioni del capitalismo circa le disuguaglianze, a mio avviso, è necessario ripensare le competenze delle istituzioni (nazionali e locali). La realtà amministrativa caratterizzata dalle riforme sulle autonomie locali registra contraddizioni, luci e ombre, e numerosi conflitti e problemi “storici” irrisolti, come le rendite parassitarie e gli impatti ambientali delle scelte pianificatorie. Dal secondo dopo guerra in poi, l’Italia non ha risolto né i conflitti delle rendite (mancata riforma urbanistica) e né ha saputo educare gli amministratori locali nel fare bene i piani regolatori generali (tranne rare eccezioni), anzi le speculazioni edilizie e i fenomeni di abusivismo non si sono arrestati ma sono stati moltiplicati. L’origine dei danni ambientali, sociali ed economici creati dal ceto borghese dominante è nota: la scelta politica di deregolamentare il governo del territorio e rinunciare all’approccio socialista che predilige l’osservazione della realtà e la pianificazione. Ritengo sia necessario un salto culturale, innanzitutto, per restituire dignità e utilità sociale alla disciplina urbanistica. Trasferire le competenze urbanistiche dallo Stato centrale alle autonomie locali ha favorito esperienze contrastanti e diversificate sul territorio nazionale, poiché in talune Regioni si sono realizzati piani soddisfacenti mentre in altre, i diritti di welfare urbano e i servizi minimi non sono garantiti; di fatto l’attuazione delle autonomie ha aumentato le disuguaglianze territoriali ed ha favorito i ceti locali economicamente più forti consentendo loro di accumulare maggiori capitali attraverso il famigerato uso speculativo delle rendite fondiarie e immobiliari, totalmente deregolamentate. Siamo giunti al paradosso incostituzionale di territori pianificati diversamente, leggi distinte, e quindi con economie e diritti diversificati, una disuguaglianza pianificata che contrasta con i principi costituzionali, e in più siamo scaduti nel ridicolo e grottesco per l’esistenza di circa 8000 comuni con altrettanti regolamenti edilizi. Qualcuno dovrà spiegare l’insensata elezione di Sindaco e Consiglio comunale in una comunità di 1000/8000 abitanti, con l’evidente spreco di risorse pubbliche e l’incesto vizioso e conflittuale fra interessi privati degli eletti e le loro famiglie, amici e clientele viziose circa l’uso dei suoli e l’usufrutto di concessioni legate allo sfruttamento dei beni demaniali (spiagge, parchi …), ovviamente non in tutti i piccoli comuni vi sono fenomeni incestuosi e viziosi ma ciò dipende dai livelli di civiltà degli amministratori. Probabilmente solo in Italia si può immaginare di favorire clientele e malcostume per legge.

Secondo lo scrivente, un Paese normale e civile realizza una riforma urbanistica che attua la Costituzione, e cioè elimina l’usurpazione privata della rendita fondiaria che deve essere incassata dallo Stato, e poi coordina il mercato immobiliare per eliminare le famigerate rendite parassitarie; e infine attua l’utilità sociale dei suoli per consentire a tutti gli abitanti di accedere ai servizi previsti dai piani, di fatto eliminando gli ostacoli di ordine economico e le disuguaglianze come prescrive la Costituzione.

Nel corso dei decenni il capitalismo urbano ha trasformato la struttura urbana italiana, che oggi necessita di un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane estese, dentro i 611 Sistemi Locali del Lavoro [di fatto il numero dei Comuni passerebbe dai circa 8000 a 611]. Comuni centroidi e limitrofi si sono saldati suggerendo l’adozione di strumenti di pianificazione intercomunale, ma questo salto di scala sarebbe più efficace riorganizzando le competenze sul governo del territorio. Lo Stato deve riassumere un ruolo di coordinamento e controllo dei piani regolatori delle città estese, ad esempio attraverso un’agenzia nazionale come il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) e leggere piani e progetti attraverso il filtro culturale della bioeconomia, come insegna la scuola territorialista [il CIPU andrebbe rinominato in Politiche Urbane e Rurali, CIPUR]. Le migliori esperienze regionali (Toscana, Marche, Lombardia …) possono essere trasferite al CIPU ma è determinante togliere competenze a Regioni e Comuni, poiché la maggioranza dei Consigli comunali si è dimostrata incapace di svolgere l’interesse pubblico con un ruolo politico attivo secondo i principi costituzionali, e secondo gli indirizzi della disciplina urbanistica. Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni (71 su 550) hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano) oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale. Infine, è determinante che gli Enti scalati alle nuove città estese, introducano strumenti e istituti di partecipazione popolare al fine di collegare i tecnici pianificatori ai bisogni degli abitanti.

I piani, com’è noto sono strumenti complessi, ed anziché continuare con consuetudini sbagliate che favoriscono l’azione degli interessi privati attraverso l’intercessione di amministrazioni locali corrotte e incapaci, sarebbe saggio trasformare il processo di pianificazione da gestione privatistica delle élite locali a processi partecipativi aperti e trasparenti liberando il disegno urbano dai ricatti degli immobiliaristi. I piani, dopo un congruo percorso di partecipazione e dal contributo fornito dai tecnici incaricati, dovrebbero essere adottati dagli abitanti e approvati dal CIPU, secondo regole chiare e trasparenti, e in tempi certi.

Ad esempio, sappiamo bene che in determinate aree urbane e rurali prevalgono i problemi di abusivismo, disordine urbano e rendite parassitarie, così come il continuo consumo di suolo agricolo. A queste patologie bisogna aggiungere quelle attuali: il fine ciclo vita degli edifici che significa aumento del rischio sismico, oltreché al tema di rifunzionalizzazione tecnologica dell’ambiente costruito (risparmio energetico e reti di auto consumo). Di fronte a questi problemi i Comuni appaiano completamente inadeguati. Gli Enti locali non sono stati capaci neanche di applicare le norme vigenti per rimuovere abusi e illegalità diffuse. Da un lato abbiamo le aree urbane estese che attraggono tutto: risorse umane e finanziarie, e dall’altro abbiamo le aree rurali abbandonate e fuori controllo in tutti sensi, poiché prive di strumenti urbanistici e di personale tecnico onesto e capace. Queste gravi malattie non trovano guarigione poiché gli interessi illegali trovano rappresentanza nelle istituzioni, di fatto si rende vana la possibilità di applicare l’urbanistica e le norme per favorire un corretto uso del suolo. Con la trasparenza e la partecipazione attiva e spostando le competenze allo Stato centrale che sostiene piani regolatori fatti bene si riducono i rischi di influenze localistiche negative, e quindi si potrà immaginare di presentare un corretto disegno urbano, e ciò è possibile applicando correttamente la disciplina urbanistica che nacque per risolvere problemi e per realizzare diritti per tutti, così come la corretta applicazione del diritto all’uso sociale dei suoli, e il diritto a edificare svincolato dalla proprietà del suolo stesso.

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Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, depredata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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Inciviltà, nichilismo urbano e ribellione creativa

Buona parte della letteratura urbana condivide una considerazione sui nostri tempi: la decadenza culturale innesca una crisi civile della società che contribuisce a svuotare di senso le città, e l’espressione concreta di questa inciviltà sono le speculazioni immobiliari, la crescita incontrollata senza motivo alcuno che consuma suolo agricolo e l’assenza di architettura.

Urbanisti e architetti hanno strumenti culturali per leggere lo spazio e interpretarlo ma questa conoscenza civile (e tecnica) è inutilizzata da buona parte dei cittadini e dei decisori politici, i quali compiono scelte politiche per compiacere i ceti economicamente più forti e per mero tornaconto elettorale. Il risultato di queste scelte, da più di sessant’anni è la mercificazione del bene comune che ha costruito il nichilismo urbano, che ha trascurato l’interesse generale, che ha negato diritti ai ceti economicamente più deboli e che ha favorito le rendite parassitarie a vantaggio di un’élite autoreferanziale.

Dal punto di vista della tecnica i progettisti sono consapevoli del fatto che la forma urbana influenza la psicologia delle persone, ma nell’attuale contemporaneità svuotata di senso questa sensibilità è completamente assente in buona parte dei processi di trasformazione urbana, e non è un caso se in Italia la crescita fisica delle città ci ha restituito quartieri mal costruiti, oggi espressione del degrado fisico e sociale nelle ex-periferie degli anni ‘60. Negli anni ’70, la crisi urbana era già aperta e molti tecnici proposero di ridisegnare lo spazio pubblico al fine di restituire luoghi di senso alla cittadinanza. L’esperienza di quella fase storica, come altre che riguardano la riqualificazione urbana, il recupero e il rinnovo urbano, possono insegnare approcci e modelli di sviluppo umano, rimuovendo gli errori del passato per giungere a processi di rigenerazione urbana che implicano il corretto uso delle risorse e l’inclusione sociale per rimuovere anche la marginalità economica. Qualunque cittadino intuisce l’importanza dello spazio collettivo ma l’esperienza passata ci racconta di progetti contestati e avversati poiché l’ideologia dominante che permea le idee delle persone è il capitalismo, sinonimo di avidità e materialismo. Un caso emblematico ma volutamente non ricordato dalla comunità salernitana, probabilmente per l’imbarazzo dei contestatori (esercenti e giornalisti), è la pedonalizzazione del Corso Vittorio Emanuele con un disegno di arredo urbano.  Per chi non è di Salerno, il Corso è una strada di circa 830 metri che va dalla Stazione ferroviaria a piazza Portanova (l’imbocco del centro storico), e fino a quando non è stata ripensata questa era una strada carrabile. Tutti gli esercenti e buona parte dei media più influenti (stampa e televisioni locali) aggredirono l’idea di costruire un salotto in pieno centro, perché era loro convinzione il fatto che il progetto avrebbe recato danno all’economia locale stimolando la chiusura delle attività commerciali. I lavori ultimati nel 1989 rispettando il cronoprogramma consegnarono alla cittadinanza un luogo di senso che favorisce convivialità, socialità e incontro. La realizzazione dell’intervento ha creato valore economico e sociale dando uno schiaffo morale all’ignoranza di esercenti e taluni media locali. Il Corso di oggi non è più quello progettato negli anni ‘80 poiché l’Amministrazione, senza un valido motivo, pochi anni dopo la consegna dei lavori, scelse di rimuovere le strutture presenti quali i padiglioni e le panchine-fiorire, e i pali dell’illuminazione pubblica sostituiti con altri. Oggi, l’Amministrazione si appresta a sostituire anche la pavimentazione in porfido con un altro materiale. Questa esperienza significativa per Salerno (analoga a molte altre città italiane) insegna tante cose: i conflitti politici, sociali e le polemiche speciose e infantili di chi ha carenze cognitive, e quindi è incapace di scegliere e valutare.

Per aiutare una crescita civile di una comunità è importante non rimuovere la storia locale perché gli individui maturano dagli errori. A parte l’imbarazzo di chi con forza, e a volte con veemenza, disse che quel progetto avrebbe recato danni, oggi qualunque salernitano sa bene quale sia l’importanza del “salotto” cittadino. Partiamo da questa consapevolezza, proviamo ad osservare il resto della città attraverso il filtro dell’analisi urbana ricordandoci delle scelte scellerate che hanno condotto alla dissoluzione della “forma urbis” e allo svuotamento dell’identità urbana. Nei momenti di crisi bisogna osare sperimentazioni volte a contrastare la decadenza culturale, poiché esempi e modelli possono stimolare una rinascita civile. Salerno è una città compatta nella sua parte storica ma si disperde nei processi speculativi che hanno distrutto le colline e la zona orientale (Torrione, Pastena, Mercatello) compromessa dal disordine urbano (fenomeno della disomogeneità). La crescita distruttiva non ha progettato luoghi e spazi per l’uomo e proviamo a rendercene conto stimolando confronti e riflessioni. Ad esempio, i centri storici sono luoghi complessi rispetto agli standard ed ai parametri delle norme tecniche urbanistiche (altezze e distanze fra gli edifici) ma rappresentano l’identità culturale delle comunità e sono percepiti come luoghi di senso e carichi di bellezza. Il centro storico di Salerno ha una sua innata complessità per l’orografia del territorio, innanzitutto, per l’intricato tessuto organico a grana grossa e per l’elevata densità di edifici, il suo impianto stradale di origine medioevale lo rende poco accessibile ma questo limite fisico è anche la sua caratteristica originale. Le strade, i vicoli e i viuzzi del centro rappresentano uno spazio chiuso, e la loro irregolarità ricorda gli impianti islamici piuttosto ché la tradizione classica [schema ippodameo]. Com’è noto il centro è stato aggredito, anch’esso, dai processi speculativi con evidenti edifici moderni che deturpano il paesaggio urbano, inoltre vi sono aree in declino che andrebbero recuperate. Un serio piano di recupero (L.457/78) può restituire vitalità al centro antico.

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Il centro storico perimetrato sull’impianto medioevale.

Riprendiamo il caso del Corso Vittorio Emanuele; essa è un semplice strada moderna ma il progetto di arredo urbano l’ha caricata di valore trasformandolo da spazio urbano in luogo di senso, oggi è un luogo identitario della città insieme al centro antico. I processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone influenzate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città. Dall’episodio del Corso in poi, a Salerno sono aumentati i luoghi che sottraggono spazio alle automobili per favorire quelli pedonali, ma i pochi interventi realizzati non bastano per eliminare l’affollamento e l’inquinamento che hanno origine nella cattiva costruzione della città, e purtroppo continua a crescere in maniera disorganica e speculativa.

La percezione della luce, dei suoni, degli odori, la velocità di movimento influenzano la percezione della città. Ad esempio, il senso di appartenenza a un luogo è determinato dal giudizio personale, ognuno in base alla propria cultura, rispetto agli spostamenti nei tragitti casa-studio e casa-lavoro. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone, adesso possiamo ragionare sulla qualità dello spazio pubblico e intuire il fatto che i percorsi casa-studio e casa lavoro ben progettati possono favorire convivialità, socialità e persino sviluppo umano, mentre in assenza di ciò si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti. Passeggiando per la città sono visibili aree in declino ove si registrano fenomeni di abbandono, svuotamento o degrado. Altre aree sono in trasformazione nelle quali sono previsti interventi edilizi, e altre sono in sviluppo ove previste nuove espansioni. Oltre a questi fenomeni tipici delle città esiste una complessità determinata dall’assenza di pianificazione: l’inurbamento senza regole ha unito aree con destinazioni d’uso diverse e incompatibili (aree produttive e residenziali), e queste aree sono in conflitto ambientale e sociale determinando un peggioramento delle qualità della vita con ricadute economiche negative. Questi conflitti sono evidenti in tutta la valle dell’Irno e nella saldatura fra Salerno e Pontecagnano Faiano.

Dal punto di vista della tecnica urbanistica (piano, progetti e regole) e soprattutto del disegno urbano, è determinante declinare in maniera puntuale non solo l’impianto urbano (parametri tecnici e caratteristiche morfo-tipologiche) ma anche l’atterraggio del piano (cioè quando il piano diventa architettura), e la qualità dei prodotti finali poiché questi determinano la qualità degli spazi. In assenza di ciò (cioè di regole ben definite) cosa che accade spesso, costruttori e progettisti dei piani attuativi possono consegnare spazi di scarsa qualità. Gli abitanti vivono proprio gli spazi dell’atterraggio del piano, ed è il livello della dimensione pubblica condizionata dalle regole [o l’assenza di esse], cioè le norme tecniche di attuazione, ossia il regolamento urbanistico. Sono numerosi i casi ove non esistono regole dettagliate e questa assenza favorisce il degrado urbano, nonostante la qualità del disegno urbano e la scelta di adeguati parametri tecnici.

La stragrande maggioranza delle persone che usano il territorio salernitano si muove con mezzi privati e la frustrazione è legata a due evidenze: le persone non hanno a disposizione un mezzo di trasporto pubblico efficace e la città non è stata costruita per ospitare le automobili. Chi ha la fortuna di muoversi a piedi è altrettanto frustrato poiché la città non è costruita per i pedoni e neanche per i ciclisti, e quindi subisce l’inquinamento dell’affollamento automobilistico. La realtà crea inquietudine urbana per l’assenza di qualità urbanistiche e architettoniche. Da queste evidenze abbastanza facili da riconoscere, i cittadini possono mobilitarsi per chiedere un disegno dello spazio pubblico e favorire la mobilità dolce e sostenibile, partendo proprio dai tragitti casa-studio e casa lavoro. Un modello di ricostruzione della città, già avviato da molti anni nel mondo anglosassone e statunitense è quello chiamato TOD (Transict Oriented Development), ed è usato anche in Europa. Molte aree urbane europee hanno realizzato sistemi di trasporto pubblico efficienti e le persone sono invogliate a spostarsi con la bicicletta; e lungo questi percorsi è stato ben curato il disegno urbano con servizi e luoghi di convivialità. I tentativi italiani, a volte maldestri, di questa strategia sono le trasformazioni delle stazioni centrali inserendo le attività commerciali, e nulla di più per ridistribuire i carichi urbanistici, anzi l’esistente è trascurato. La realizzazione migliore si trova a Napoli col rifacimento delle stazioni metropolitani in opere d’arte.

La struttura urbana salernitana si è sviluppata principalmente in due conurbazioni: una valliva nell’Irno con diramazioni collinari e l’altra conurbazione pianeggiante lineare verso Sud (Battipaglia-Eboli), con altrettante diramazioni lungo le strade secondarie. L’approccio del TOD è molto semplice, per ridurre drasticamente l’uso dei mezzi privati si concentrano i carichi urbanistici (con mixité funzionale e sociale) lungo le stazioni ferroviarie, della metropolitana, dei tram, e dei filobus. Salerno aveva una rete estesa di tram (elettrici) ma è stata completamente smantellata; quella rete poteva essere l’infrastruttura per realizzare la strategia TOD. L’area funzionale salernitana è tutt’oggi molto vasta e disorganizzata ed incentiva il mezzo privato, ma all’interno di questa area sarebbe saggio progettare un efficiente sistema di trasporto pubblico. I recenti piani urbanistici dell’Amministrazione salernitana hanno pianificato strategie opposte all’approccio TOD, e cioè sono state previste lottizzazioni private nelle aree periurbane e rururbane favorendo l’aumento del consumo di suolo agricolo, stimolando nuova inquietudine urbana continuando a stimolare l’uso dei mezzi privati, così come l’aumento dei carichi urbanistici attraverso nuove lottizzazioni in taluni vuoti urbani ma senza recuperare l’edilizia esistente e senza progettate gli standard mancanti nei quartieri preesistenti arrivati fine ciclo vita. Tutt’oggi non esiste un’idea che sappia copiare le migliori esperienze delle aree urbane occidentali al fine di abbandonare progressivamente la mobilità privata a favore di quella pubblica e non inquinante.

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Il Sud che deve ribellarsi

Aiutati che Dio ti aiuta, dice il proverbio popolare, e questo dovrebbe essere il principio guida dei meridionali, considerando il fatto che una guerra economica contro i nostri territori si è consumata fra la nostra inconsapevolezza popolare e il silenzio assordante del ceto dirigente, con la complicità dei vecchi partiti, oggi inesistenti. Un aiuto indiretto agli obiettivi dei razzisti è stato il silenzio dei partiti “di sinistra” che nelle terre emiliane puntano alla famigerata autonomia differenziata (la conferma della secessione economica a danno dei meridionali). Bisogna riconoscere che, noi meridionali facciamo fatica a risollevarci allevati da una “storia” scritta dai vincitori con un sistema mediatico nazionale che esalta ed enfatizza territori ma trascura altri, poi l’auto commiserazione e la rassegnazione sostenuta da mille difficoltà reali, e condita dalle disuguaglianze di riconoscimento, allora appare molto difficile far emergere la verità dei dati che lo Stato fornisce circa il razzismo economico messo in opera da molti decenni. Una politica razzista, che più o meno, parte dall’attuazione della riforma costituzionale sulle autonomie regionali, e attraverso il famigerato criterio della spesa storica che attribuisce più risorse alle comunità già ricche a danno di quelle con carenza di servizi. La Rai, attraverso due inchieste (di Presa Diretta e Report), ha raccontato le disuguaglianze programmate dai Governi, e in questo periodo il Quotidiano del Sud pubblica dossier, quasi tutti i giorni, sui dati della pianificazione economica che distrugge il Meridione per favorire la pianura padana. Non è affatto un’esagerazione dei toni affermare che si tratta di una guerra economica razzista poiché i Governi, da ormai circa trent’anni, negano risorse finanziarie ai territori economicamente più deboli e privi di servizi per conferirli a chi ne ha di più, i famosi alti standard di alcune aree padane sono un’usurpazione dei diritti che viola palesemente la Costituzione e così la fiscalità generale è usata come un’arma economica contro i Comuni meridionali, e non solo.

Le disuguaglianze programmate trovano sostegno dalle forze politiche, prima fra tutte la famigerata Lega, un partito della destra liberale che nasce con connotazioni razziste antimeridionali, con un linguaggio violento per sostenere maggiormente gli interessi esclusivi delle imprese localizzate in pianura padana. La lega è riuscita a realizzare i propri scopi senza che altri soggetti politici facessero opposizione circa il famigerato “calcolo diseguale” descritto recentemente dalla Rai. Bisogna riconoscere che molti altri partiti hanno affermato l’immorale calcolo diseguale: il centro destra berlusconiano che ha condotto i razzisti al potere e il centro sinistra liberale, allora ulivista/prodiano. In principio furono le maggioranze dei pentapartiti a guida Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che concentrarono buona parte del comparto industriale in pianura padana, lasciando al Sud poche attività inquinanti. Osservando la storia possiamo arrivare fino alla guerra di annessione, chiamata Unità d’Italia, ma i problemi di oggi vanno affrontati nel contesto attuale (l’ideologia capitalista e la crescita), e questo dice che non esiste un soggetto politico meridionalista con l’intenzione di eliminare le immorali disuguaglianze territoriali, innanzitutto perché la maggioranza dei meridionali non sa che queste [disuguaglianze] sono create dallo Stato, e poi perché i meridionali sono divisi da soggetti politici che non li rappresentano: dalla peggiore destra attuale (Lega, FI, Fratelli d’Italia) fino al PD, e al M5S che li ha ingannati, recentemente. Infine, non bisogna sottovalutare la confusione culturale degli italiani (ignoranza funzionale e di ritorno), che dopo la fine dei partiti di massa, la maggioranza dell’elettorato vota, ahimé, per simpatia e/o per antipatia. Una maggioranza degli elettori svuotata da qualunque identità culturale-politica danneggia il Paese. Solo una persona civile si rende conto del danno che produce un individuo svuotato d’identità politica a tutti gli italiani, e quindi a tutti noi.

Per dirla alla Marx, noi meridionali non abbiamo coscienza di classe, cioè non abbiamo coscienza dell’origine circa la nostra marginalità sociale ed economica; sembriamo incapaci di reagire e le conseguenze sono drammatiche: l’emigrazione indotta (e non voluta) dei giovani nei sistemi locali del lavoro che distruggono le nostre comunità: cioè il Nord e l’estero. L’emigrazione è un corto circuito viziato dalla disuguaglianza di riconoscimento innescata dal sistema politico locale e dall’attuale classe dirigente meridionale che non programma un’inversione di tendenza poiché resta sul piano ideologico sbagliato.

La Regione Meridionale ha tutto il diritto di pianificare i propri sistemi locali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ed ha tutto il diritto e soprattutto il dovere di costruire i servizi mancanti. Solamente nel fare ciò: eliminare le disuguaglianze si creano decine di migliaia di nuovi impieghi, e la riduzione delle disuguaglianze si potrà realizzare con l’impiego delle nuove tecnologie, di fatto realizzando attività che non recano depauperamento alle risorse naturali. Per uscire dalla nostra marginalità dobbiamo stimolare processi creativi nei nostri pensatoi naturali, università e imprese, associazioni e gruppi di cittadini organizzati, al fine di progettare la rigenerazione territoriale e urbana. Tutti i sistemi locali che funzionano e sono attrattivi di risorse umane (comprese le nostre) hanno luoghi e spazi di innovazione e ricerca ben collegati col territorio e con le istituzioni, ed ai vertici di queste istituzioni siedono persone coraggiose che regalano opportunità di sviluppo a chiunque dimostri interesse, creatività e capacità di sperimentare; in buona sostanza nei sistemi attrattivi non c’è disuguaglianza di riconoscimento ma il coraggio di fare investimenti nelle persone. Il capitale umano è l’arma più efficace per costruire nuovi impieghi e nuove attività e funzioni. Da troppi decenni, le nostre istituzioni, direttamente o indirettamente attraverso le disuguaglianze, spostano il capitale umano meridionale in pianura padana e/o all’estero.

Quotidiano del Sud Salerno 14 gen 20 07