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Archive for novembre 2012

La ricchezza italiana nascosta dal mainstream è immensa. Il paradigma obsoleto della crescita impedisce di farci vedere le bellezze d’Italia, riscoperte solo nei fine settimana. Esistono tanti piccoli comuni (5693) dove vive il 17,2% della popolazione (più di 10 milioni di abitanti) ed alcuni di questi piccoli centri, ormai da tanti anni, hanno intrapreso un percorso politico-culturale opposto alle città inquinate e sovradimensionate.

La densità di popolazione è tra le più alte d’Europa, ma la distribuzione sul territorio nazionale è quanto mai irregolare in relazione alle condizioni orografiche e al diverso sviluppo urbano. In base ai risultati definitivi del censimento 2011, il 70,5% dei Comuni italiani ha una popolazione non superiore a 5000 abitanti, il 23,3% ha una popolazione compresa tra 5000 e 20 000 abitanti, mentre il restante 6,2% registra un numero di abitanti superiore a 20 000. Di questi ultimi, i Comuni con più di 100.000 ab. rappresentano lo 0,6%. Nei Comuni di pianura vive il 48,2% (28,7 milioni di persone) della popolazione totale, nei Comuni di collina il 39,2% (23,3 milioni di persone) e nei Comuni di montagna il restante 12,6% (7,4 milioni di persone).

Esiste l’ass. piccoli comuni, esistono le città slow. Un enorme patrimonio culturale è presente in questi piccoli centri che possono essere il volano della “civiltà contadina modernizzata“. Secondo una ricerca commissionata da Legambiente nel 2001 al Gruppo Serico- Cresme sono 2831 i comuni a rischio di estinzione in Italia, che determinano la cosiddetta geografia dell’abbandono. Coprono una superficie di circa 100.000 Kmq, pari ad un terzo dell’area del paese. Sono i “paesi fantasma”, paesi che non esistono più, le cui case sono per lo più disabitate, in cui talvolta sopravvive solo qualche ostinato anziano signore.

Dal 2003 il FAI sostiene un importante progetto di recupero dei piccoli centri. Attraverso internet ha iniziato a coinvolgere i cittadini nel progetto “i luoghi del cuore” per segnalare e sostenere luoghi da recuperare e valorizzare. La Fondazione con il Sud propone bandi per iniziative atte a valorizzare le identità locali. Per tali lodevoli iniziative sarebbe saggio applicare l’approccio bioeconomico che consente di individuare le risorse locali e consentire una corretta fruizione. L’Italia ha un enorme patrimonio da tutelare che abbisogna di un nuovo approccio giuridico economico, e l’UE non è un’organizzazione adeguata, pertanto è necessario cambiare i Trattati e restituire alla Repubblica il potere di promuovere politiche industriali culturali con strumenti finanziari ad hoc. Ad esempio, associando alle politiche di coesione il principio che l’offerta di moneta sia a credito (non più a debito) e condizionata dall’effettiva domanda, com’è il caso di programmi, piani e progetti di rigenerazione urbana e territoriale bioeconomia, condizionati dai limiti della natura.

Se i fenomeni dell’urbanesimo e delle rivoluzioni industriali giunte al termine, hanno distrutto le periferie delle città e rubato risorse umane ai piccoli centri, è giunto il momento di ritornare alla natura per immaginare centri urbani secondo regole di densità abitative equilibrate, e puntare alla conservazione dei territori tramite la gestione razionale delle risorse. Ci sono tanti centri che abbisognano di interventi urgenti di manutenzione, conservazione e progettazione ecologica al fine di introdurre servizi culturali, reti intelligenti, “smart grid” e mobilità sostenibile. La scelta di andare a vivere in piccoli centri raggiunge molteplici vantaggi: 1) nei piccoli centri si consuma meno energia, 2) ridurre la densità dei capoluoghi sovradimensionati, 3) spostare risorse umane e aggiornare le conoscenze nei piccoli comuni per migliorare la qualità della vita, 4) recuperare edifici abbandonati, rigenerare l’agricoltura con tecniche permaculturali, migliorare l’efficienza energetica e alzare il livello qualitativo dell’educazione anche nei piccoli centri.  Un piano nazionale di riuso e recupero deve concentrare risorse per porsi l’obiettivo strategico di rivitalizzare i piccoli centri, e trasformarli in luoghi sostenibili, alcuni di questi centri sono già un’eccellenza come i piccoli borghi. Sembra evidente che un piano del genere inventa nuova occupazione in attività socialmente utili e restituisce dignità all’identità storica nazionale: nuova agricoltura per l’autosufficienza, efficienza energetica, recupero dell’edilizia esistente e rigenerazione dei piccoli centri danneggiati dell’urbanesimo delle grandi città. L’idea  è quella di avviare l’economia della sussistenza in luoghi favorevoli poiché non c’è alcun bisogno di fare industria, ma c’è bisogno di ricollocare il fare economia nel suo ambito naturale, cioè produrre per i bisogni reali e non per i capricci delle SpA. La decrescita felice è la diminuzione del consumo di merci che non sono beni, cioè la riduzione degli sprechi, ma occorre sviluppare le tecnologie adeguate, una proposta ragionevole è quella di portare tali tecnologie nei piccoli centri. Ad esempio, non sono beni: l’energia che si spreca, la benzina che si consuma nel traffico, il cibo che si butta, e tutti questi sprechi fanno alzare il PIL, ma peggiorare la qualità della vita. La cultura contadina tipica dei piccoli centri ha il valore in se di non produrre merci ma solo beni. E’ meglio valorizzare tale cultura, anziché disprezzarla com’è accaduto negli ultimi trent’anni, e impedire che sia contaminata dalla religione della crescita.

L’unione fra l’innovazione tecnologica con le fonti alternative e le tecniche di agricoltura naturale consente di realizzare comunità auto sufficienti che ci conducono ad una civiltà contadina modernizzata. Tutti gli abitanti dei piccoli comuni hanno l’opportunità di diventare auto sufficienti dal punto di vista energetico ed alimentare, è sufficiente un’adeguata progettazione con un mix tecnologico sostenuto da finanziatori privati e pubblici, l’obiettivo è cancellare gli sprechi e l’inutile dipendenza energetica da fonti fossili. Gli abitanti possono diventare produttori e consumatori, ma soprattutto proprietari dei servizi e quindi sovrani del proprio territorio grazie a modelli efficaci di partecipazione diretta al processo decisionale della politica. La ricchezza dei territori in mano agli abitanti con l’obiettivo di usare le risorse in maniera razionale e garantirle alle future generazioni.

In tal senso queste attività vanno nella direzione giusta di conservazione il patrimonio culturale del Paese: prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico. Gli Stati possono cambiare le regole contabili e fiscali degli Enti locali e porre investimenti pubblici in questi progetti virtuosi fuori dal debito pubblico e degli stupidi patti che stanno togliendo risorse ai diritti dei cittadini.

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Ci sono diverse soluzioni e opportunità che ci consentono di migliorare la qualità della nostra vita, a volte sono scelte di vita, cambi radicali, a volte sono scelte molto più semplici, alla portata di chiunque, si tratta solamente di informarsi meglio e capire come stiamo sprecando i nostri soldi. Una di queste scelte riguarda la mobilità individuale. E’ difficile che ognuno di noi ragioni in termini di ciclo vita, ma per lo meno sarebbe ragionevole porsi una domanda semplice: quanto ci costa possedere l’automobile? Se può essere utile avere un’indicazione, tempo fa ho svolto i miei calcoli per la mia ex utilitaria e sono eloquenti, €35mila euro in dieci anni. Ebbene, sembra assurdo, ma l’acquisto di una bicicletta a pedalata assistita (pedelec, federazione europea), di livello medio-alto, si ripaga in uno o due anni al massimo. Il prezzo di una bici pedelec varia dai mille ai 2mila euro, ma ritengo che tale prezzo debba essere almeno dimezzato grazie all’esplosione del mercato, e grazie ad una normativa più intelligente – attualmente in discussione – che cancelli il limite della potenza (250W). La scelta di questa tecnologia che sostituisce l’automobile riduce o cancella sprechi e pertanto fa calare il PIL, ma produce una crescita della qualità della vita. All’interno di una famiglia composta da 4 adulti spesso accade che vi sono 4 automobili. La tecnologia pedelec consente di dimezzare i costi eliminando almeno 2  automobili, e con l’introduzione di 4 bici pedelec vi sono ulteriori risparmi utilizzando le bici per gli spostamenti cittadini.

Gli italiani che vivono in città con salite e discese potranno godersi l’uso della bicicletta grazie alla diffusione del “doping-meccanico”, stiamo parlando della bici elettrica? No, si tratta dell’aiuto di un motore che si attiva pedalando e fare meno fatica, soprattutto in salita; in pianura lo sforzo è nullo. Le tecnologie attuali consentono di dire addio all’uso quotidiano dell’auto e all’assicurazione, addio ai distributori di benzina. Una scelta banale può farci conservare più soldi in tasca, più salute, zero traffico e meno stress, zero parcheggi e un nuovo punto di osservazione delle nostre città, più gradevole e sereno. La famiglia media di quattro persone con quattro automobili, può dismetterne almeno due e usare l’auto familiare solo per necessità irrinunciabili e per i viaggi, com’era una volta, e potrà usare quattro biciclette quotidianamente con l’evidente vantaggio per il bilancio economico familiare e psicofisico, si torna alla mobilità ecologica degli anni ’50 col vantaggio delle tecnologie degli anni duemila. Città con l’aria salubre, meno automobili e maggiori spazi aperti per la convivialità. E’ altrettanto evidente che il minor numero di auto circolanti migliora il trasporto pubblico urbano.

Ci sono diverse marche che producono e vendono tecnologie mature: Bionx, Stromer, e BH emotion. “L’anomalia” dov’è? Sono tutte aziende straniere nonostante le migliori biciclette al mondo siano italiane. Quale potrebbe essere il motivo? Le norme che limitano libertà e creatività, combinate con la scelta delle aziende italiane di produrre prioritariamente bici per le corse, e meno per i cittadini. E’ sufficiente cliccare sui loro siti – colnago, de rosa, pinarello, daccordi, bianchi, olmo – per rendersi dell’alta qualità, ma dell’assenza di offerta di bici pedelec analoghe alle potenze di Stromer. L’azienda Bosch, quella dei trapani, ha deciso di produrre motori per e-bike pedelec, adottati anche da marche di bici italiane.

Fuori dall’UE non ci sono particolari limiti di potenza, e negli USA, in Canada ci sono e-bike pedelec persino con 1000W di potenza, mentre in Italia la potenza è limitata a 250W, o al massimo 350W con velocità ridotta, sembra che l’UE stia decidendo di aumentare la potenza. Già nel 2003, in Germania, si presentavano pedelec con potenze superiori ai 250W, ma si conservava il limite di velocità dei 25 km/h. Nella vicina Svizzera non ci sono limiti di potenza e velocità. Nell’Italia saccheggiata dalla religione delle SpA si vendono, da sempre, automobili che inquinano e riducono l’aspettativa di vita, si vendono e si incentivano ancora automobili con l’obsoleto motore a scoppio, che sfrecciano sopra i 200km/h, in questa Italia dove ci sono intere città che usano la bicicletta come mezzo prioritario di trasporto siamo costretti a importare e-bike pedelec. Pertanto le norme sono palesemente sbagliate, bisogna copiare le regole svizzere e incentivare le tecnologie del buon senso. E’ sufficiente cancellare il limite della potenza per consentire di produrre bici pedelec adatte a strade con pendenze del 25-30% e far crescere un’economia verde per migliorare la qualità della vita anche nelle città. Il mercato delle bici e-bike pedelec è senza dubbio un’opportunità virtuosa del presente-futuro.

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La fine della seconda guerra mondiale determinò l’inizio di un nuovo ordine mondiale – il petrol-dollaro – che può essere sintetizzato in questo modo: l’espansione dell’economia del debito, la rifeudalizzazione e la privatizzazione del mondo attraverso la trasformazione del sistema monetario e bancario ed il predominio delle SpA sugli Stati. L’effetto politico più vistoso è il ridimensionamento dei diritti umani, l’assenza di partecipazione democratica dei popoli al processo decisionale della politica, e la crescita esponenziale delle superpotenze monetarie accumulate nelle SpA che dettano le linee politiche ai Governi.

Tradizionalmente gli Stati usano una banca centrale per emettere moneta e ricoprire la differenza fra entrate (tasse) ed uscite (spesa pubblica). Nel 1971 l’emissione monetaria fu sganciata dall’oro, oggi si può emettere moneta senza un controvalore equivalente. Dal 1981 in poi lo Stato italiano decise di avviare il processo di privatizzazione della Banca d’Italia e negli anni a seguire i Governi italiani hanno deciso di rinunciare al controllo delle politiche monetarie, in contrasto con gli articoli 1 e 47 della Costituzione, a favore dell’attuale Banca centrale europea (BCE) che si pone l’obiettivo di mantenere i prezzi stabili e l’inflazione al di sotto del 2%. Questa scelta di abdicare al potere di controllare la moneta determinerà la distruzione dei partiti che si limiteranno, dagli anni ’90 in poi, a gestire le assunzioni clientelari nelle SpA che sostituiranno gli Enti locali nella gestione dei servizi pubblici locali.

Negli anni ’80 e ’90 le banche commerciali cominciano a trasformarsi in industrie finanziarie abdicando al tradizionale ruolo di custodi del risparmio. La priorità di una banca di oggi è prestare il denaro dei risparmiatori col sistema della riserva frazionaria. «L’attuale creazione di denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto» (Maurice Allais, premio nobel per l’economia). La più grande quantità di moneta si produce con formule matematiche, scommesse, ed il peso di questi strumenti supera di gran lunga l’economia reale. Si stima che gli strumenti finanziari siano 12,5 volte il PIL mondiale.

“Questa crisi non è stata un incidente, è stata causata da un’industria fuori controllo. Fin dagli anni ’80 la crescita del settore finanziario statunitense ha portato a una serie di crisi […] mentre l’industria si è arricchita sempre di più.” (dal film, Inside job, di Charles Ferguson)

Nell’Unione Europea, che non è l’Europa, sono 17 gli Stati che ricorrono all’indebitamento attraverso il “mercato libero” per avere una moneta (l’euro), e l’effetto di questa scelta politica, cessione di sovranità monetaria, ha pesanti ripercussioni sui salari che perdono, anno dopo anno, il loro potere d’acquisto. Nel luglio del 2008 il Parlamento italiano, senza indire referendum consultivo, approva il Trattato di Lisbona che in diversi principi sovverte i principi della nostra Costituzione. La nostra carta Costituzionale (139 articoli) è ideata per uno Stato di diritto e uno Stato sociale, il Trattato di Lisbona (358 articoli) è ideato per il libero mercato delle SpA, due paradigmi opposti e contrastanti. Inoltre l’UE per violazione del principio di separazione dei poteri non è neanche un’organizzazione democratica rappresentativa, poiché il potere dell’organo esecutivo è maggiore del Parlamento.

L’assenza di una politica monetaria per l’interesse pubblico è la prova di una scelta politica incostituzionale e immorale, poiché l’avidità delle SpA, che acquistano i Titoli di Stato, rappresenta un potere di ricatto sui popoli che non riescono a soddisfare i bisogni primari, mentre gli Enti locali, seppur virtuosi sono schiacciati dal Patto di Stabilità, non riescono a garantire i servizi pubblici.

L’intero sistema europeo non soddisfa i paesi “periferici”, denominati PIIGS, e le politiche dell’austerità – riduzione della spesa pubblica per far quadrare il bilancio – impoveriscono maggiormente i ceti meno abbienti, si riducono le opportunità di nuovi impieghi anche per le politiche virtuose sui temi dell’uso razionale dell’energia, del riuso e del riciclo perché le banche commerciali optano per una chiusura del credito consigliata dalla BCE. La stessa immissione di liquidità passa dalla BCE alla banche al’1% di interesse e dalle banche ai cittadini al 4%. Le banche cosa fanno? Ripagano i loro debiti e comprano Titoli di Stato. Le famiglie? Rimangono senza credito e lavoro ed aumenta la povertà.

La cessione di sovranità monetaria non è avvenuta in maniera paritaria come prevede la Costituzione italiana, perché l’UE è composta da 27 stati membri, 17 usano l’euro mentre la Gran Brategna, conserva la sterlina ed i membri della sua banca centrale siedono nel consiglio di amministrazione della BCE, ponendosi in evidente vantaggio rispetto agli altri membri dell’UE.

I criteri di rigore dell’UE, Patto di Stabilità e fiscal compact, sono più adeguati ai paesi come la Germania, l’Olanda, l’Austria e molto meno a Paesi come l’Italia per il semplice motivo che tali criteri non sono compatibili fra Nazioni culturalmente e strutturalmente diverse, se non addirittura opposte. Inoltre è altrettanto banale evidenziare che il noto fenomeno della delocalizzazione peggiora l’indicatore debito/PIL. Sembra persino palese mostrare che l’Italia è un paese colonizzato e saccheggiato dalle SpA (privatizzazioni), mentre la sua economia fiorente ha caratteristiche strutturali evidenti, l’arte, la storia, il cibo, la natura, l’artigianato, l’elettronica (“saccheggiata”); tali peculiarità hanno bisogno di un piano di prevenzione e rilancio. Invece i partiti ottocenteschi e novecenteschi obbediscono alle indicazioni dei think tank neoliberisti scegliendo l’austerità depressiva che obbedisce alle regole della crescita preferendo l’acquisto di armi inutili a scapito di investimenti nell’istruzione pubblica, nella ricerca scientifica, nell’innovazione, e nelle scienze applicate. Persino l’evasione fiscale è tollerata a danno della sanità pubblica, invidiata persino dagli USA. Con un nuovo sistema economico e con la moneta sovrana si possono avere nuovi e importanti investimenti sulla prevenzione primaria per i fenomeni di dissesto idrogeologico e riduzione del rischio sismico, investimenti sulla conservazione del patrimonio culturale e l’adeguamento delle scuole sono impossibili col sistema del Patto di Stabilità e del fiscal compact. Eppure è un obbligo applicare la Costituzione italiana, non un’opinione. Senza dimenticare che è necessario bonificare i siti inquinati dai grandi complessi industriali. Oggi è di moda la mobilità sostenibile, quella intelligente, essa emerge anche grazie alla consapevolezza del picco del petrolio. Il nostro Paese è straordinario nella sua creatività e l’industria manifatturiera della bicicletta ha una grande e lunga tradizione. Un’economia fiorente e in forte crescita è senza dubbio il sistema pedelec – pedalata assistita – e l’Italia può essere primatista assoluto.

Hans Magnus Enzensberger: «Da un bel po’ di tempo in qua, i paesi europei non sono più governati da istituzioni legittimamente democratiche. Ma da tutta una serie di sigle che ne hanno preso il posto. Sono sigle come Efsf, Efsm, Bce, Eba o Fmi che ormai determinano qui in Europa il corso degli eventi.»

Qual è il punto? Vi sono evidenti e palesi incongruenze, violazioni del diritto costituzionale, usurpazioni di poteri e truffe, come rivela la stessa Corte dei Conti che indaga sulle agenzie di rating che valutano i debiti sovrani, paventando un danno all’erario di ben 120 miliardi di euro.

L’attuale sistema di misura della ricchezza adotta criteri e metodi palesemente sbagliati, immorali e irrazionali, non scientifici (PIL, espansione monetaria e petrolio). L’essere umano è collegato al sistema natura, la Terra, e la distruzione degli ecosistemi incoraggiata da politiche sbagliate mette in crisi la sopravvivenza del genere umano, questo ragionamento appare persino banale.

Il sistema dei partiti politici, indottrinato dai think tank neoliberisti, ha preferito divulgare un criterio economico che non tiene conto né dell’entropia e né dell’uso razionale delle risorse, e certi indicatori economici non hanno un fondamento scientifico, ma rappresentano solo l’interesse di un’élite degenerata che ha saputo condizionare buona parte del sistema educativo scolastico ed universitario prendendo il controllo del sistema bancario e del sistema mediatico globale.

La soluzione ai problemi è altrettanto banale, bisogna proporre un nuovo paradigma culturale e metterlo in pratica partendo non più dall’opinione di un’economia irreale (la finanza), o da opinioni truffaldine come i fantasiosi concetti di crescita e competitività. I dati dimostrano che la crescita del PIL non crea necessariamente nuova occupazione, ma addirittura un certa competitività crea disoccupazione.

Basti ricordare che in un mondo di risorse finite la mera crescita materiale quantitativa non è la risposta ai problemi se questa produce inquinamento, e tanto meno l’obsoleta competitività e/o l’immorale obsolescenza pianificata dalle SpA, che producono merci poco durevoli per mantenere una dipendenza monetaria. Sarebbe meglio transitare da una crescita quantitativa ad una crescita qualitativa dettata dall’economia reale e dalla bioeconomia, sarebbe più saggio produrre meno e meglio. In quest’ottica è auspicabile un piano nazionale bioeconomico  perché crea nuova occupazionale utile coniugando la crescita materiale e spirituale dell’essere umano in armonia con la natura, partendo da informazioni determinanti come l’ambiente, la salute, lo stato psicofisico dell’individuo etc. La bioeconomia prevede un’evoluzione attraverso la trasformazione dei processi produttivi a tutela dell’ambiente e della salute umana grazie ad una virtuosa innovazione tecnologica, la cancellazione degli sprechi nel settore energetico e l’uso delle fonti alternative in un sistema intelligente (smart grid), l’adozione di un piano nazionale di riciclo totale delle materie prime seconde (rifiuti) e un approccio olistico all’uso delle risorse finite.

Un altro obiettivo strategico è senza dubbio la rinascita del sistema agricolo contadino, passando per la sovranità alimentare, e puntando allo sviluppo della civiltà contadina modernizzata.

Le pubbliche istituzioni possono mettere in pratica questa transizione partendo dall’adozione del Benessere Equo e Sostenibile (BES) e l’introduzione di piani e strategie ispirandosi alla decrescita felice, che non è la rinuncia a qualcosa come alcuni maliziosamente lasciando intendere, ma è l’evoluzione a un sistema di comunità autosufficienti, libere e rispettose del territorio per garantire risorse alle future generazioni.

In “Qualcosa” che non va, pag.28 : Proposta economica

Una maggioranza politica intellettualmente onesta e a servizio del popolo può intraprendere la strada legale del debito odioso[1]. L’Italia può valutare l’azione legale nei confronti di chi ha truffato e rubato ricchezza al popolo sovrano e “congelare” il debito estero per negoziare la giusta somma da pagare.

Applicando la sovranità monetaria lo Stato può avviare una contabilità parallela a quella esistente per sostenere importanti capitoli di spesa pubblica (i diritti inviolabili) come: sussidi alle famiglie meno abbienti e alle imprese che sviluppano le energie rinnovabili o tutelano il territorio e il paesaggio. Tali investimenti possono essere misurati con moneta della Repubblica italiana quindi fuori dal bilancio attuale e liberi dal debito poiché creati senza emettere obbligazioni.

In ambito europeo i Paesi PIIGS hanno il diritto e l’opportunità di imporre una nuova politica economica introducendo nuovi indicatori e dimensioni per sostituire PIL, moneta e petrolio con criteri di qualità utili a raggiungere il reale sviluppo umano ed il benessere per i popoli. La moneta non è ricchezza ma un banale strumento di misura. Il benessere si raggiungere migliorando le condizioni di vita degli individui non con la crescita economica infinita, niente in natura cresce all’infinito, tutto ha un inizio ed una fine. Introducendo la bioeconomia nelle sedi istituzionali potremmo compiere un’evoluzione politica.

Attraverso la tecnologia informatica lo Stato può accreditare moneta ai ceti meno abbienti, alle imprese. Col medesimo sistema lo Stato, a credito e senza creare debito, può avviare programmi di prevenzione primaria per la salute pubblica. Si tratta di un sistema di economia reale molto noto già in uso in Sud America, in Asia ed in misura ridotta persino in Europa tramite le monete complementari non convertibili con l’euro. Il sistema non dipende né dalla Banca Mondiale, né del FMI, né dalle borse telematiche, né dalle banche commerciali, né dalle banche centrali privatizzate, ma funziona unicamente dalla fonte primaria di misura del valore, cioè dalla condivisione di conoscenze socialmente utili (uso razionale dell’energia e beni comuni) che crea relazioni e fiducia nelle comunità e quindi scambi: economia reale.


[1] Fonte wikipedia: Per debito odioso si intende quella teoria di diritto internazionale riguardante la successione tra Stati nel debito pubblico. Con esso ci si riferisce al debito nazionale assunto per perseguire interessi diversi da quelli nazionali nella piena consapevolezza dei creditori e nell’incoscienza dei cittadini.

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Dobbiamo cambiare il sistema di produzione, ridurre i consumi e cancellare gli sprechi, non è un’opinione, ma una condizione indispensabile per la nostra sopravvivenza. Già ad agosto, com’è noto, abbiamo raggiunto il massimo carico sopportabile dal pianeta, era il mese di agosto quando siamo arrivati all’overshoot day. Prima usciremo dalla religione della crescita e prima potremmo giungere alla prosperenza.

E’ altrettanto noto che si è sostenibili quando non si compromettono le risorse delle future generazioni, ed è altrettanto noto che, ahimé, diversi ecosistemi sono stati distrutti, specie estinte, e diverse risorse stanno raggiungendo il picco massimo.

“Sembra” che la stupidità regni il mondo. Anche i sistemi di controllo sociale sono aumentati, sono più persuasivi e più pervasivi: social media, microchip, e moneta elettronica.

Da questa catastrofe ampiamente annunciata negli anni ’70, ora ne vediamo le facce e le sfaccettature: deliri collettivi, regressioni psicologiche ed ethos infantilistico fra gli adulti, aumento dell’ignoranza di base e dell’ignoranza di ritorno, scarsa propensione alla lettura di saggi, incapacità di scegliere e valutare. Queste caratteristiche sono ampiamente diffuse nel nostro paese, mentre per fortuna in altri luoghi – sud America – aumenta il risveglio delle coscienze ed internet offre opportunità straordinarie di condivisione.

Chi ha potuto iniziare il processo di risveglio arrivando ad una massa critica sufficiente ha la straordinaria opportunità di progettare e costruire la transizione, e vivere in comunità libere, autosufficienti, realizzando la “civiltà contadina modernizzata”. Le risorse ci sono, ma bisogna pensare il cambiamento muovendosi dal basso e dall’alto. I cittadini sono la risorsa principale, e pertanto è necessario progettare comunità sostenibili partendo dai piccoli centri ove la risorsa naturale è ancora a portata di mano, mentre le città abbisognano di invertire il processo espansivo. Se una volta il cemento consumava suoli agricoli, oggi è auspicabile il contrario, l’agricoltura entra nella città per i bisogni alimentari dei cittadini attraverso orti sinergici auto gestiti. Se l’economia produceva per vendere in tutto il mondo, oggi l’economia deve produrre per il territorio locale. Inoltre, è obbligatorio avviare un progetto di recupero degli edifici esistenti, sia dal punto di visto energetico – smart grid – che dal punto di vista statico, poiché siamo giunti alla fine del ciclo vita di tanti edifici costruiti negli ’40, ’50, ’60 e ’70 e si rende necessario prevenire e ridurre il rischio sismico. I grandi complessi industriali stanno chiudendo e la nuova occupazione trova impiego nella manutenzione naturale dei suoli e dei territori, bonificando i suoli contaminati, e conservando le ricchezze naturali, artistiche e storiche. Nuova occupazione sorge da cooperative agricole energeticamente autosufficienti grazie all’economia della sussistenza.  Tutto ciò non solo è possibile, auspicabile, ma è l’unica strada necessaria per la sopravvivenza, è l’unica proposta alternativa a un sistema politico, economico palesemente immorale e dannoso all’essere umano.

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