Espansione urbana, politiche abitative e studi tipologici


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.1.1.6       Espansione urbana, politiche abitative e studi tipologici

In Italia, a seguito degli eventi bellici si affronta il tema della ricostruzione con la legge n.43 del 1949, il cosiddetto Piano Fanfani, e il piano INA-Casa lancia il tema del quartiere, mentre i progettisti scelti indicano “schemi-tipo” (funzionali e di costo accessibile). L’Ente produce circa 335 mila nuove abitazioni con tre tipi d’impianto, ispirandosi agli interventi scandinavi, e svedesi: il borgo villaggio[1] (G.Vaccaro, Borgo Panigale a Bologna), il quartiere con spazi a corte (L. Benevolo, Cavedone a Bologna) e l’unità di abitazione[2] (A. Libera, Tuscolano a Roma). Le caratteristiche tecniche e le tipologie degli alloggi sono divulgate attraverso dei manuali di progettazione, quattro fascicoli di “raccomandazioni e suggerimenti”. Successivamente con la legge n. 10/1963, la Gescal sostituirà l’INA-casa.

Già negli anni ’50 (prima generazione urbanistica[3]) il dibattito su “territorio, città e urbanistica” spostò l’attenzione sul bisogno di avere una corretta pianificazione regionale (Congresso INU, 1952), in seguito vedremo che l’orientamento politico di una nuova istituzione sovranazionale come l’Unione Europea sosterrà il concetto di “reti di città” e di policentrismo, cioè una pianificazione “regionale” ma che riconosca l’importanza delle relazioni fra i centri urbani. Un esperimento in tal senso fu l’iniziativa della pianificazione regionale promossa da Adriano Olivetti che «punta a prefigurare uno sviluppo equilibrato del territorio italiano, incentrato sull’istituto regionale, capace di salvaguardare e valorizzare alcuni suoi caratteri originari, ivi compresa una sua maestria artigianale diffusa […]»[4]. Il tentativo di Olivetti si rende concreto col Piano Territoriale della Valle d’Aosta basato sul modello di sviluppo policentrico, fondato sulla valorizzazione del territorio agricolo e dall’armatura urbana[5] consegnata dalla storia.

Sempre negli anni ’50 si riaccende il tema su sviluppo, capitalismo e città. Il «Comitato di esecuzione tecnica (Cet), in cui spiccano le personalità di Ludovico Quaroni e di Luigi Piccinato, elabora uno schema che diventa subito oggetto di polemiche e di studi. Il tema della salvaguardia del centro storico attraverso un’espansione unidirezionale e lo spostamento in zone cerniera delle strutture terziarie» (Roma con Pietralta, Centocelle ed Eur)[6]. Se da un lato «il disegno convenzionale dello zoning e l’imprecisato rapporto residenza-lavoro costituiscono i limiti dello schema», la pianificazione degli anni ’50 verrà a confrontarsi con gli interessi dello sviluppo capitalista, determinando nei decenni successivi e in alcuni piani uno sfrenato consumo del suolo chiamato speculazione edilizia[7]. «Gli spazi pubblici sono considerati dei residui, scampoli di terra poco utilizzabili per altri usi, localizzazioni spesso marginali. Nei casi migliori si tratta dei lotti della lottizzazione edilizia, uguali a tutti gli altri. Nessuna attenzione allo spazio necessario né alla sua accessibilità, nessuna attenzione alle centralità che i luoghi dell’interesse pubblico dovrebbero avere, come del resto hanno sempre avuto nei momenti felici della storia della città»[8].

Fra gli anni ’50 e ’60, fu Saverio Muratori, che insegna all’Università di Roma dal 1955 in poi, ad adottare gli studi tipologici come metodologia conservativa dei tessuti edilizi esistenti, e poi suggerire un approccio di riuso anche per l’edilizia minore realizzata nelle periferie urbane. Il suo allievo Caniggia, dal ’68 al ’70, prepara l’indagine sul centro storico di Como, mentre a Bologna, Campos Venuti sviluppa un metodo originale sotto la guida di Cervellati, assessore comunale dal 1965 al 1980. La scuola di Muratori ebbe enorme successo sul tema della conservazione del patrimonio antico, tant’è che nel 1976 il Consiglio d’Europa riunito in un simposio a Berlino stabilisce l’opportunità di tutelare e restaurare con gli stessi metodi dei quartieri antichi anche quelli del tardo ‘800 e del primo ‘900; «si riconoscono le forme urbane invarianti – la strada, la piazza, l’isolato –  che sono servite in passato a sostenere le trasformazioni periodiche degli edifici, e si propone di continuare questo processo, costruendo nuovi edifici sugli allineamenti del passato»[9].

Nel 1965 Carlo Aymonino pubblica Origini e sviluppo della città moderna e questo testo contribuirà al dibattito di due approcci mentali e operativi diversi circa l’evoluzione della città; quello dello storico di Benevolo e quello di Aymonino stesso. Secondo Guido Canella, «nel caso di Benevolo le circostanze attraversate da una società in crisi impongano di rinunciare ad ogni velleità critica e rappresentativa dell’intervento pubblico nell’assetto della città, a favore di una pratica professionale allineata al progredire della tecnica […]»; invece, «nel caso di Aymonino non sentendosi di abdicare alla pulsione della ricerca tipologica e figurativa, ritenga di poter esprimere nel progetto, anche a scala di disegno urbano il valore dell’inserimento critico da affidare soprattutto all’intervento pubblico contestualmente all’armatura e al significato di città»[10].

Aymonino ricorda che «la tradizione urbanistico-sociologica dell’architettura moderna ci ha tramandato un modo di crescita della città industriale piuttosto meccanico e in fondo riconducibile a un unico schema: intorno a un centro affaristico-rappresentativo e alle residenze delle classi possidenti si sono via via venute ad aggiungere fasce sempre più vaste di zone miste, contenenti opifici industriali e abitazioni operaie; tali fasce tendono a essere di continuo espulse in un perimetro esterno, nella misura in cui la crescita delle attività commerciali impone la trasformazione delle zone confinanti con il nucleo centrale. […] La città industriale nasce perciò da un rapporto tra centro e periferia diversa da quella attuale; agli inizi sia il vecchio centro di origine medioevale che la nascente periferia urbana ha lo stesso “valore”, in quanto sono di fatto destinati alla residenza dei venditori di forza lavoro, o ai residui di precedenti classi subalterne, quali gli artigiani»[11]. La classe borghese attraverso le proprie attività economiche condizionerà lo sviluppo e la conformazione delle città ed il rapporto con la campagna, ad esempio la cosiddetta «continuità stradale, come elemento funzionale e rappresentativo produrrà la rottura dell’auto sufficienza della struttura urbana di origine agricola sviluppando gli spunti e le innovazioni di quella mercantile, accentua il contrasto fra città e campagna fino ad ignorare il secondo termine e sancisce una differenziazione tipologica (negli edifici) e di posizione (nelle zone) che corrisponda all’accentuata divisione del lavoro all’interno dell’insediamento urbano»[12].

Considerazione aggiuntive: gli studi sul tipo si “dividono” in due scuole, la prima di Aldo Rossi e Aymonino (Milano e Venezia), e la seconda di Saverio Muratori, Gianfranco Caniggia e Giuseppe Strappa (Roma). Si distinguono, ad esempio, sul significato di organismo riferito alla scala urbana. La scuola rossiana parla di “città per parti” e non di “città organismo”; la prima [scuola] volendo specificare il fatto che la città non è considerata come un processo di costruzione continua ma un insieme di testimonianze temporalmente individuate. Questo approccio culturale demarca una differenza culturale nella lettura della città: per Muratori, Caniggia e Strappa esiste una una continuità nel processo – dalla formazione alla trasformazione e dall’unità globale all’organismo urbano, e la forma della città è sintesi di tutte le componenti che intervengono a definirla sia sul piano sincronico che diacronico. Per Rossi e Aymonino la lettura dei “fatti urbani” è l’esito leggibile del costruito urbano, letto attraverso la sua forma, in cui la città viene intesa come «un grande manufatto, un’opera di ingegneria e architettura, più o meno grande, più o meno complessa, che cresce nel tempo». Rossi, circa la concezione di tipo, ha una visione positivista aderente a Quatremère de Quincy ove manca il fattore temporale, e cioè il tipo è un’invariante nell’evoluzione della città, in quanto identità riconoscibile e non modificabile. Per Caniggia, invece, il principio organizzatore dello spazio, cioè l’arché, è quel fattore iniziale che qualifica l’organismo autosufficiente ed è in continua trasformazione, e per questo motivo si sente la necessità della ri-costruzione critico-analitica del processo di formazione e trasformazione del “tipo”.

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Collegamenti ai capitoli:

[1] È un’entità autonoma che riproduce condizioni di vita e forme architettoniche “tradizionali”.
[2] Calabi, Op. Cit., Venezia, 2005.
[3] Campos Venuti individua tre generazioni di piani: la prima riguarda i piani di ricostruzione, la seconda riguarda l’espansione urbana e la terza i piani della trasformazione urbana (Campos Venuti, 1993).
[4] Zevi, “Fra celebrazione e radicalità: il difficile cammino di un habitat moderno”, in A. Lima Per un’architettura come ecologia umana studiosi a confronto, Milano, 2010, pag. 184.
[5] L’armatura urbana è un sistema di reti. Insieme dei centri urbani, classificati secondo una gerarchia in base all’importanza ed al peso demografico o al rango funzionale, localizzati in un certo ambito territoriale (dal livello locale a quello internazionale) con l’attribuzione di una propria area di influenza.
[6] Tafuri, Storia dell’archiettura italiana 1944-1985, Torino, 2002, pag. 83.
[7] Tafuri, Op. cit. , 2002.
[8] Salzano, Fondamenti di urbanistica, Bari, 2003, pag. 136.
[9] Benevolo, Op. cit.,  Bari, 2010, pag. 941.
[10] Canella, “Prefazione” in C. Aymonino, Origini e sviluppo della città moderna, Venezia, 2009, pag. 11.
[11] Aymonino, Origini e sviluppo della città moderna , Venezia, 2009, pag. 16.
[12] Ivi, pag. 18.

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