Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for maggio 2016

Credo che l’architettura nella sua accezione più ampia, cioè comprendendo anche l’urbanistica e quindi l’uso delle risorse, sia la disciplina più determinante in questo passaggio epocale, e sia ahimé quella meno conosciuta dalle persone. In un periodo di crisi culturale, sociale, morale e di recessione economica non comprendere la rilevanza di una disciplina che rappresenta tutta la realtà abitata e che vediamo intorno a noi, è come se noi vivessimo in una dimensione senza capire cosa stiamo facendo, è come se un cittadino italiano vivendo in Cina non parlasse cinese, così da “vivere” in un contesto ma dissociato e/o isolato.

Non mi aspetto che gli abitanti delle città diventino critici dell’architettura, e non lo auspico neanche poiché un mondo di critici non ci serve, ma è necessario che le persone si riprendano quello spazio di democrazia e pretendano di parlare di architettura con i progettisti al fine di perseguire uno scopo prioritario per tutti noi, e cioè tornare a costruire luoghi che abbiano un senso per la specie umana. Poi sarà compito degli architetti progettare e costruire qualcosa che esprima un linguaggio e un messaggio del percorso condiviso.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo, ma perché le cose non vanno già in questo modo? Cioè le città non esprimono già il senso della società? Si, e anche no. In Italia, buona parte della produzione delle costruzioni moderne esprime lo spirito del tempo: il nichilismo, la città è merce. Buona parte di questa produzione non è progettata e realizzata dagli architetti, ed anche quando questa produzione è progettata da architetti, non è scontato che i risultati siano buoni, poiché spesso sono il capriccio di una committenza nichilista. Le costruzioni dipendono molto dalla committenza (Enti pubblici o privati) e dalle capacità del progettista. L’esempio più lampante dell’assenza di linguaggio architettonico è sotto il naso di tutti: la pianificazione urbanistica, dove committenza e processo attuativo ormai esternalizzati ai privati che svolgono un ruolo determinate, fino a snaturare i piani per edulcorarli sotto i colpi dell’avidità. Spesso nei media si rilasciano dichiarazioni di disprezzo per la categoria degli architetti, ma lo si fa a sproposito, poiché non sono costoro ad essere chiamati per primi a progettare le costruzioni, nonostante siano quelli che, per vocazione, hanno le competenze migliori.

Nel resto dell’Europa ci sono cultura e sensibilità maggiori per l’architettura e gli architetti, c’è maggiore armonia e rispetto delle professionalità di categorie che si integrano nel processo della progettazione (dall’ingegneria fino alla geologia, dalla geografia fino alla biologia), e così le parti delle città moderne mostrano un aspetto migliore rispetto a quelle italiane. Osservando il resto del mondo, le cose non vanno bene, visto che 1,4 miliardi di persone della popolazione mondiale vive nelle baracche (e dati mostrano una tendenza all’aumento), mentre metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e l’altra metà in campagna. I luoghi urbani si caratterizzano fra ambienti ereditati dai secoli passati (centri storici) e quelli moderni costruiti bene o male, questo dipende dai piani. In fine, esiste un’élite della popolazione che vive in ambienti di lusso, ma questi costituiscono un’entità minoritaria che vive in città o in campagna, e che spesso, insieme a coloro i quali dipendono dalle rendite di posizione, influenzano le istituzioni locali nella scelte pianificatorie.

In un contesto del genere, la risposta non si trova nella condotta degenerata e nella consuetudine di noi italiani che disprezziamo e ignoriamo architettura e architetti, ma si trova nel conoscere e nell’amare l’architettura, proprio come fa una parte consistente del resto d’Europa. L’architettura non può restare confinata nei discorsi e nelle stanze fra pochi capitalisti, a volte intellettuali. Lo so, sembra un auspicio velleitario dato che i più bravi architetti sono stati e sono espressione dei potenti anche per soddisfare il proprio ego, ma io scrivo per cambiare i paradigmi culturali della società e non solo per correggere qualche sbaglio. Nell’agire dell’architetto c’è sempre un atteggiamento altruista poiché quando progetta e costruisce, certo lo fa rappresentando la propria formazione (ego), ma sta disegnando la casa, la città degli altri. Pertanto, ricondurre l’architettura e gli architetti nella missione di migliorare la società non è affatto difficile, molto più complesso è far relazionare gli architetti con le persone, ed è più difficile che quest’ultime si riapproprino della necessità dell’abitare, diventando committenza consapevole dei propri diritti. Un esempio estremo ma efficace? Arcosanti di Paolo Soleri, dove troviamo il connubio fra cittadini, architettura e territorio. E’ lo stesso stretto legame che osserviamo, forse senza percepirlo, nei centri minori costruiti nel medioevo fino all’inizio del secolo Novecento. Altri esempi di cambiamenti ben progettati che testimoniano corrette riqualificazioni e rigenerazioni sono rinchiusi in una categoria d’interventi, molto facile da individuare per chiunque: le pedonalizzazioni con l’arredo urbano di strade una volta asfaltate e destinate al traffico, ma oggi pavimentate con materiali specifici e destinate ai pedoni. Adesso pensiamo a un esempio di come non si fa architettura! I famigerati centri commerciali, denominati outlet dalle grandi marche della moda, per vendere, a prezzi scontati, la merce rimasta invenduta. Chi lo spiega ai cittadini che è la più grande presa per il culo degli anni recenti? Se l’obiettivo è vendere merce invenduta non c’è alcuna necessità, e aggiungo che non si ha neanche il diritto di farlo, di distruggere il territorio costruendo insediamenti che sono progettati come luna park, e con gli stili del classicismo che ritroviamo nei nostri centri storici. Non era più facile, più economico e più intelligente sedersi a un tavolo e chiedere agli esercenti locali di vendere tali merci? Magari ristrutturando anche gli edifici esistenti? E invece no, la stupidità di taluni capitalisti si manifesta con l’ego di ricevere attenzioni per soddisfare capricci.

Se le nostre città moderne e contemporanee sono inospitali, la responsabilità politica non è solo di chi ha pianificato male e di chi non si occupa di programmare il recupero l’esistente, ma anche di chi ha preferito tacere e di chi ha preferito ignorare una funzione determinante della nostra comunità: abitare. C’è poco da discutere o polemizzare ma decenni di apatia e di delega ai partiti sbagliati ci ha restituito un’Italia peggiore di come l’abbiamo ereditata, e l’attuale classe dirigente con la nostra collaborazione (diretta e indiretta) sta facendo peggio di quella che l’ha preceduta. E non esiste neanche un soggetto politico che abbia caratteristiche civili con le sensibilità culturali di cui necessitiamo per rigenerare i luoghi dell’abitare. Anche noi siamo responsabili se non miglioriamo la nostra cultura.

Per intenderci ancora meglio e sconfinando nell’attualità, l’astrofisico Stephen Hawking dichiara: «è un demagogo che pare fare appello agli istinti del più basso comune denominatore degli elettori», riferendosi a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali. Scherzando con un linguaggio matematico Hawking ricorda il solito problema della specie umana, che dinnanzi alla propria apatia e al proprio nichilismo si lascia condizionare e manipolare da veri e propri attori demagoghi. E’ un problema antico, già affrontato e teoricamente risolto da Socrate, il quale invitava i cittadini a non dare ascolto ai sofisti senza indagare la realtà. L’architettura si trova sullo stesso piano – analisi della realtà – ed è invitata a esprimere significati di senso per risolvere problemi veri, anche con la bellezza.

La realtà è che dobbiamo rigenerare i nostri luoghi e facendolo con grande attenzione all’uso delle risorse possiamo rigenerare noi stessi.

creative-commons

Read Full Post »

Come per l’urbanistica anche per l’architettura esiste un grosso problema di comunicazione. A mio modesto parere, prima di tutto, gli architetti, come accade per molte altre professioni, usano un linguaggio specifico ignorato dalle persone, e poi le persone non hanno gli strumenti per cogliere il linguaggio degli architetti, insomma un dialogo fra sordi. Gli architetti non ritengono importante adeguarsi poiché si rapportano esclusivamente con la committenza, e tanto meno le persone ricevono un’educazione che migliori il proprio vocabolario. Nella società moderna, dove buona parte degli individui legge e scrive non è detto che riesca a dialogare con tutte le categorie di individui, e non è scontato che le persone riescano a capirsi reciprocamente. Lo stesso problema ed è ancora più grave, insiste per l’architettura. Non è un problema da poco, poiché l’architettura è anche un linguaggio, un’estensione tecnica e artistica della specie umana. Noi mangiamo, facciamo l’amore, cantiamo, giochiamo, scriviamo e poi abitiamo ma quest’ultima necessità è ormai sfuggita poiché nell’epoca moderna e contemporanea è prevalso il cosiddetto uomo economico.

Il Rinascimento nacque, si diffuse e si sviluppò camminando su tre gambe: letteratura, arte e architettura. Oggi, il livello di conoscenza che dispone l’umanità è impressionante, ma c’è un contro altare negativo: un’enorme massa di individui è immersa nella regressione socio culturale, attraverso il programmato sviluppo dell’ethos infantilistico degli adulti. Un adeguato programma di rigenerazione civile, etica e morale, dovrebbe tener conto della necessità di formare gli adulti rimuovendo l’ignoranza funzionale e di ritorno. Nel periodo preindustriale fino a tornare indietro nel mondo classico, le persone autorevoli dovevano coltivare e possedere delle virtù. Domande importanti sono queste: che genere di individuo ha creato il capitalismo? La società di oggi, che genere di persone ammira? Le risposte qualificano la nostra società, lo stesso se prendiamo in esame una ristretta comunità. Ad esempio, se osserviamo i quartieri moderni di Londra, Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen forse ci accorgiamo delle differenze con i nostri? E’ solo una casualità, il fatto che viviamo in città con centri storici straordinari ma con quartieri moderni orrendi e degradati?

Zevi metologia dell'elenco delle finestre

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Se partiamo da queste osservazioni auto critiche, potremmo porre maggiore attenzione alle condizioni e ai percorsi culturali da avviare per migliorare noi stessi. In questo modo sarà più facile veicolare la necessità di conoscere e amare il proprio territorio, costituito non solo dal paesaggio naturale, ma da un ambiente costruito che possiede un valore inestimabile poiché rappresenta anche l’identità del nostro Paese. E’ attraverso questo patrimonio culturale e soprattutto attraverso un linguaggio condiviso che possiamo rigenerare le città riportando la bellezza nei luoghi urbani. L’architettura non è solo una forma d’arte, ma è un’esigenza vitale che può migliorare la nostra vita. Mettere insieme quattro pareti non corrisponde, di per se, a un’architettura ma a un bisogno, il progetto non è solo un’articolazione di spazi ed esiste un metalinguaggio. L’architettura è uno spazio vissuto, e così l’architetto è costretto ad essere qualcosa di più del progettista. Negli ultimi settant’anni l’architettura e l’urbanistica si sono disperse fino a dissolversi, e persino i bisogni necessari legati all’abitare sono stati trascurati dalla cittadinanza e dalle amministrazioni, poiché architettura e urbanistica sono sparite dalla politica e usate solo per creare o gestire consenso, anche con la complicità delle cosiddette archistar, la prima categoria che ha svenduto le discipline fagocitate dallo spirito del tempo capitalista. Un esempio molto semplice, quando nacque la città classica (greco-romana) fino all’inizio dell’era industriale, lo spazio pubblico della città era fondamentale poiché era il fulcro della vita stessa delle comunità (il foro). La vita pubblica rappresenta il modello insediativo espressione di una necessità, ed aveva la virtù di favorire le relazioni umane.

Quando nacque l’industrialismo, oltre all’impennata della popolazione mondiale, accadde che le relazioni mutarono, da esigenze e bisogni di comunanza si sviluppò l’individualismo, il nichilismo, per lo scopo prioritario di accumulare capitali. La misura della società moderna è l’accesso alle merci ma così spariscono i luoghi di convivialità e nascono i cosiddetti “non luoghi”: i centri commerciali; e cosa peggiore per la specie umana prevalgono le “relazioni” fondate sul denaro. Se oggi siamo individualisti, è causa di questo processo secolare che ha sostituito le comunità con i singoli consumatori passivi, cinici ed egoisti. Ovunque trionfano le immagini pubblicitarie dei marchi delle imprese private. La vita è sostituita dal consumo. La religione capitalista sta implodendo, e sarebbe saggio sconnettersi dal sistema sbagliato per riappropriarci di valori sopiti, ma che possono riemergere con grande forza ed energia, solo se lo desideriamo nel nostro profondo, dove alberga la coscienza civile per cominciare a partecipare. Bruno Zevi dichiara la necessità della partecipazione affinché «l’urbanistica nasca da un colloquio fondato su ipotesi aperte», e poi «si tratta di partecipare alla vita della città dall’interno, non passivamente, anzi intervenendo ogni giorno con estrema energia» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997, pag.84).

Zevi metologia dell'elenco dei volumi

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Nello spazio della coscienza civile ci sono anche l’architettura e l’urbanistica che possiamo rispolverare, non solo per risolvere problemi pratici ma soddisfare il bisogno umano della bellezza. L’arte del costruire ritorna, e può realizzare spazi urbani di qualità. Tracce di questa saggezza sono persino documentate negli scritti Gianbattista Vico e Antonio Genovesi, che furono fondamentali per approfondire principi e valori di una società civile e orientata a un’economia reale, com’era descritta da Aristotele.

Una critica feroce, sul fatto che non si è più in grado di comunicare architettura e capire architettura, fu scritta da Zevi: «nel corso dei secoli una sola lingua architettonica è stata codifica: quella del classicismo. Tutte le altre, sottratte al processo riduttivo necessario per diventare lingue, sono state considerate eccezioni alla regola classica e non alternative dotate di vita autonoma. Anche l’architettura moderna, sorta in polemica antitesi al neoclassicismo, se non viene struttura in lingua, rischia di regredire, una volta esaurito il ciclo dell’avanguardia, ai frusti archetipi Beaux-Arts. Stiamo dilapidando un colossale patrimonio espressivo perché eludiamo la responsabilità di precisarlo e renderlo trasmissibile. Tra poco, forse, non sapremo più parlare architettura; in realtà, la maggioranza di coloro che progettano e costruiscono oggi biascica, emette suoni inarticolati, privi di significato, non veicola alcun messaggio, ignora i mezzi per dire, quindi non dice e non ha niente da dire. Pericolo anche più grave: esautorato il movimento moderno, non saremo più in grado di leggere le immagini di tutti gli architetti che hanno parlato una lingua diversa dal classicismo […]» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997). Profeta!

Renato De Fusco attraverso la sua ricerca semiotica ha delineato una teoria, e si è spinto ben oltre dichiarando che l’architettura ormai è un mass medium.

Ovviamente la letteratura è ricca di testi sulla bellezza in architettura, ma ciò che preme osservare è la sua scomparsa dalle città, che è conseguenza dello spirito del tempo, ma questo, senza consapevolezza delle masse, ha contributo a recare danno agli abitanti stessi, soprattutto ai ceti meno abbienti poiché i ricchi vivono in luoghi urbani adeguati e nel lusso. Rinchiusi nella nostra inconsapevolezza e nell’apatia politica, forse proviamo un accenno di risveglio quando passeggiano nei centri storici di particolare bellezza, e forse siamo stimolati a sognare immaginando che tale bellezza possa essere raffigurata anche nelle periferie da cui proveniamo. Una cosa è certa, potremmo rigenerare i quartieri costruiti dalla speculazione e in questo obiettivo potremmo riempire il vuoto culturale poiché potremmo darci l’opportunità di occuparci di significato, e potremmo farlo veicolando un messaggio di senso civico e di bellezza.

Zevi le funzioni umane

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

La mia modestissima opinione è che, buona parte della cultura che abbiamo sviluppato in Occidente, soprattutto quella di natura economica fra il Seicento e il Novecento, ha costruito le basi per la nostra alienazione e del nostro nichilismo. Noi siamo la causa del nostro male che alberga nel distacco dalla natura, e nell’invenzione del possesso e della proprietà, che ci hanno fatto sviluppare avidità, aggressività, violenza e competizione. La specie umana fuori dall’Occidente, non influenzata da determinate invenzioni economiche, ha conservato una cultura animista e sviluppato una simbiosi con la natura, che invece noi abbiamo contribuito a distruggere con ingiustificata e inaudita violenza.

Oggi esiste una vastissima produzione di costruzioni in tutto il mondo, molto più di quanto sia mai accaduto nel passato, ed una parte consistente di questa produzione pubblicizzata nella letteratura è l’espressione dello spirito capitalista; e non è difficile osservare che una parte di questa produzione non è architettura ma l’espressione di capricci. Questa produzione è l’espressione di quella regressione della specie umana come accennato all’inizio. Esiste un aspetto positivo in questa trasformazione della società, e cioè che oggi abbiamo molte più tecnologie a nostra disposizione ma non sappiamo ancora usarle nel modo migliore (produrre significato e dare un messaggio di senso). Lavorando in questa direzione possiamo finalmente approdare in un’epoca diversa, più civile di quella che dobbiamo lasciarci alle spalle, se vogliamo migliorare la nostra igiene mentale e garantire una nostra sopravvivenza.

Read Full Post »

Il 26 settembre 2003 raccontavo – società e lavoro – come l’industria delle costruzioni finalizzata al riciclo fosse già matura.

A Parigi, Nicola Delon e Julien Choppin riciclando e riutilizzando materiali presi da cantieri aperti, ordini sbagliati e merci non utilizzate, progettano un piccolo Padiglione a pianta libera di 70 mq. L’edifico è chiamato Circular Pavillon, ma non penso si riferisca alla forma del Padiglione ma al concetto di economia circolare. E’ un’applicazione bioeconomica che considera i flussi di energia in entrata e in uscita.

Tale intervento è un’applicazione di una politica che adotta le cosiddette miniere regionali, cioè luoghi dove si stoccano materie prime seconde, e che le aziende possono usare per le proprie trasformazioni senza attingere a nuove risorse del Pianeta.

Circular Pavillon

Fonte immagine: Image Courtesy Cyrus CORNUT

Legislatore e Regioni dovrebbero favorire quest’economia circolare del riuso e del riciclo poiché raggiunge due obiettivi: la riduzione dell’impronta ecologica e il sostegno a una nuova filiera industriale più virtuosa (occupazione utile).

Read Full Post »

Un problema dell’urbanistica e della nostra società, nonostante la disciplina sia fondamentale per l’uso delle risorse, è la scarsa rilevanza fra gli abitanti. In poche parole la disciplina è incomprensibile e poco credibile. Sin dalla sua nascita, durante l’Ottocento, e fino ai giorni nostri sia l’architettura e sia l’urbanistica sono rimaste discipline conosciute solo dai progettisti, ovviamente, da alcuni attori politici, e dalle imprese di settore interessate esclusivamente al tornaconto economico generato dalle trasformazioni territoriali. La stragrande maggioranza dei cittadini subisce le scelte di pochi inserite nei piani, e spesso anche i soggetti interessati non afferrano fino in fondo la natura e gli obiettivi di programmi, piani e progetti. Il fatto che i pochi decidono per i molti non è un indicatore di qualità delle decisioni, poiché i molti potrebbero scegliere male e viceversa. La qualità di una decisione dipende dalla cultura e dall’etica. Gli utilizzatori di programmi, piani e progetti sono soprattutto le imprese e i politici, i quali senza un’adeguata formazione, ne fanno un uso strumentale politico per convincere gli elettori circa le trasformazioni che propongono. Altri utilizzatori sono giornalisti anch’essi dotati di scarsa conoscenza, si dividono fra oppositori a tali piani e sostenitori degli stessi piani. All’interno del teatro politico è impossibile educare i cittadini alla disciplina urbanistica non perché diventino urbanisti, ma perché nel caos è difficile fare capire la necessità di dotarsi di strumenti culturali per cogliere il senso delle proposte. Il problema è di natura culturale, poiché come ho scritto in principio la disciplina è incomprensibile; l’urbanistica ha un linguaggio tecnico proprio che la rende poco attraente. Su questo aspetto il disegno può aiutare molto, nel senso che la rappresentazione degli scenari che trasformano il territorio è lo strumento di comunicazione più efficace per narrare ai cittadini, ma non spiegano gli interessi economici che si muovono dietro i piani. La narrazione di un piano, oltre al disegno, si accompagna di indicatori tecnici che sono incomprensibili per le persone.

Un modo per affrontare i conflitti è la cosiddetta pianificazione partecipata, cioè coinvolgere i cittadini nel processo decisionale della politica sin dall’inizio del processo stesso, consentendo loro di esprimere i propri bisogni. Esistono diverse esperienze, dove cittadini e progettisti lavorano insieme per trasformare i luoghi urbani in ambienti più accoglienti e rispondenti a esigenze reali delle persone. Questo approccio non appartiene alla consuetudine delle amministrazioni locali italiane poiché emergerebbero in pubblico gli interessi dei ricchi, delle proprietà di alcuni privati che vivono di rendite di posizione contro i ceti meno abbienti. L’urbanistica oltre ad essere una disciplina importante per la vita degli abitanti, è stata sfruttata come una tecnica a servizio degli interessi dei più forti, e oggi ne paghiamo le conseguenze circondati dal brutto e da quartieri degradati. La responsabilità è anche nostra quando ignoriamo i danni ambientali che si realizzano intorno a noi.

Un altro modo per comunicare l’urbanistica, molto più semplice e difficile allo stesso tempo, è quello di individuare un indicatore che possa raccontare gli effetti di un piano o di un progetto. Tutto ciò non è semplice, poiché già a partire dall’indicatore che usano i progettisti, l’analisi della morfologia urbana, c’è discordanza fra gli esperti, nel senso che per taluni un insediamento intensivo (alto carico urbanistico, cioè alta densità di ab/ha o mc/mq) è migliore di quello estensivo (basso carico carico urbanistico, cioè bassa densità e consuma molto suolo agricolo), e viceversa.

scansione0020

Fonte immagine: Reale, Densità città residenza, Gangemi

La densità non è solo un indicatore quantitativo (ab/ha, mc/mq, mq/mq), ma può essere utilizzata anche come indicatore di densità dell’uso misto dello spazio e delle superfici attraverso l’inserimento di attività diversificate negli edifici (mixitè funzionale e sociale). L’osservazione di critica sociale circa i cosiddetti quartieri dormitorio, è dovuta al fatto che durante il boom (anni ’50 e ’60) non si è considerato l’effetto negativo di zone specializzate, che avrebbero creato problemi sociali. Fra l’altro, dimenticandosi del fatto che sin dal medioevo una peculiarità della città europea era quella di avere attività commerciali al pian terreno e le abitazioni ai piani superiori garantendo convivialità, socialità, scambi e opportunità di crescita culturale.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici.

C’è meno discordanza sul fatto che l’insediamento debba avere un equilibrio fra spazio pubblico e privato al fine di utilizzare lo spazio fra gli edifici per servizi di qualità (verde pubblico e privato, percorsi perdonali, aree gioco, luoghi di sosta, mitigazione del clima). Una strada per migliorare la comunicazione è raccontare gli effetti di tali differenze attraverso elementi più scientifici come l’uso delle risorse e gli impatti sociali. Ad esempio, è noto che per la composizione urbana, progettando attraverso il modello, cosiddetto, a “cellula urbana” si consente di avere un’efficace ed efficiente insediamento urbano, poiché non spreca risorse e favorisce un corretto uso dello spazio urbano. In questo modello è determinante progettare una densità equilibrata non intensiva e tanto meno estensiva. Quando si colgono questi aspetti tecnici che riguardano l’utilizzazione territoriale diventa più facile giudicare gli insediamenti esistenti come le nostre periferie, costruite dal dopo guerra in poi; e cominciare a prendere in considerazione l’ipotesi seria di rigenerare le nostre città introducendo i diritti che mancano (standard minimi previsti dal DM 1444/68) e aggiungendo opportunità per nuovi modelli sociali e favorire l’occupazione utile (standard qualitativi).

Ecco un esempio banale per cogliere il senso di un indicatore circa l’uso delle risorse. Tutti noi paghiamo una bolletta rispetto ai consumi. Una città è un sistema complesso, ma se viene monitorata come fosse un sistema metabolico, cioè se cominciamo a misurare le risorse che richiede in ingresso e le risorse o scarti in uscita, allora ci rendiamo conto di come utilizziamo l’energia, cioè misuriamo i consumi e osserviamo se ci sono sprechi evitabili.

Oltre a ciò dobbiamo riconoscere il fatto che esiste, ahimé, una propensione egoistica di noi cittadini nell’abusare e violare il diritto urbanistico persino in collaborazione coi funzionari pubblici, e questa degenerazione esiste soprattutto nei piccoli comuni dove ci sono meno controlli, non mancano casi di abusi anche nei grandi e medi centri urbani. E’ un vizio che non conosce distinzioni geografiche e socio-culturali, nato e sviluppatosi durante il boom economico, e sostenuto persino dal legislatore attraverso i famigerati condoni. Oltre ai condoni del Parlamento, la discrezionalità delle autonomie locali (in Italia ci sono circa 8000 comuni) ha fatto e fa danni incredibili, attraverso regolamenti edilizi che non rispettano i principi della legge urbanistica nazionale, e tanto meno c’è da sperare che in tutti i Consigli comunali ci siano sensibilità culturali circa i criteri di bellezza e decoro urbano. E qui ritorna una complicazione tipica dell’urbanistica, cioè quella di narrare l’importanza culturale della morfologia urbana e dei piani, cioè l’importanza nell’avere aree urbane (zone omogenee) dove il diritto della proprietà privata è regolato secondo principi di equità e con caratteri di qualità urbana e architettonica. In buona sostanza nei comuni dove ognuno persegue una condotta egoistica, facendo come gli pare e dove lo Stato non interviene, non si crea solo il danno all’erario ma si crea un danno inutile e sciocco a tutta la comunità, compresi i protagonisti dell’abuso poiché costruiscono luoghi urbani orrendi, inospitali e degradati. Un rimedio all’abuso e al brutto, è senza dubbio un regolamento edilizio nazionale che contenga norme tecniche di attuazione con indici e parametri omogenei di qualità architettonica, anziché avere 8000 regolamenti. Anche il tal senso, il disegno semplifica molto la comunicazione e la comprensione dell’architettura, un esempio straordinario e noto, è stato il piano di Secchi per Siena.

Il piano di Secchi ha avuto una rilevanza determinante per i pianificatori dotati di una certa sensibilità, poiché ha introdotto un modo di comunicare l’urbanistica più semplice, iniziando nel linguaggio tecnico urbanistico gli “elementi tecno-morfologici caratterizzanti”; gli “schemi direttori”; i “progetti norma”; e gli “abachi” che messi insieme consentono di avere un controllo efficace della trasformazione urbana ed edilizia prevenendo abusi e indirizzando la pianificazione verso la qualità. Tale approccio è stato criticato e rigettato da diversi progettisti, accusato di entrare troppo nel dettaglio del progetto architettonico limitando la creatività sia della committenza privata e sia dei progettisti stessi. Si tratta di una comunicazione su come realizzare la trasformazione urbana, che si aggiunge ai classici indici urbanistici, di facile accesso sia per i funzionari e sia per i cittadini che sono i destinatari del piano.

Ci sono diversi esempi dall’estero, cioè enti pubblici che si sforzando di produrre una comunicazione efficace, attraverso il disegno e il racconto. Il movimento New Urbanism ha persino realizzato un codice che mostra la morfologia urbana rispetto alle tipologie di insediamenti urbani che si possono scegliere.

Transect new urbanism

Un nostro obiettivo comune, che coincide con l’interesse generale, è quello di raggiungere una consapevolezza circa la disciplina poiché determina la qualità della nostra vita. Non si tratta solamente di decidere dove realizzare un’opera ma di riprenderci un valore dimenticato ma che esisteva: la bellezza dei luoghi urbani. L’urbanistica e l’architettura sono sparite dalle nostra città poiché noi abbiamo smesso di chiederle, abbiamo smesso di studiarle, non siamo curiosi su queste discipline; e così ha vinto l’interesse economico, ha vinto l’avidità, ha vinto il nichilismo, distruggendo la qualità dei nostri luoghi; qualità che esisteva nel medioevo, poiché la committenza era più sensibile all’architettura e perché non c’era lo spirito capitalista di oggi. Mai come oggi abbiamo bisogno di architettura e urbanistica poiché la stragrande maggioranza della popolazione mondiale si concentra proprio nei luoghi urbani, mai come oggi, e in particolare in Italia dobbiamo rigenerare i luoghi urbani prima che eventi naturali e ciclo vita degli edifici determinino danni irreversibili, ma dobbiamo farlo uscendo dai paradigmi culturali obsoleti e dannosi, per approdare su un nuovo piano ideologico, più sano per la nostra salute mentale e fisica: la bioeconomia.

creative-commons

Read Full Post »

Sono anni che attraverso il mio diario on-line racconto l’importanza della politica e la necessità di ripristinare la sovranità monetaria e il ruolo centrale dello Stato per fare politiche industriali. La cosiddetta crisi, cioè la recessione, è insita al sistema capitalista liberale che da più di un secolo scrive le linee guida ai Governi occidentali. E’ necessario rifondare i paradigmi culturali della società, prendendo anche in considerazione il fatto di uscire da un sistema economico ed approdare a un sistema bioeconomico, migliorando anche il modello cinese.

Il 22 maggio 2016 Report manda in onda un’inchiesta di Giuliano Marrucci sui processi di urbanizzazione in Cina (Cinacittà). L’inchiesta apre subito con una tema che a noi italiani dovrebbe farci saltare dalla sedia. Un potente terremoto danneggia un’intera città, Beichuan (oltre 15 mila morti e circa 20 miliardi di euro di danni). In soli due anni viene ricostruita una nuova città con criteri antisismici e di efficienza energetica. «Negli anni 80 viveva nelle città soltanto il 20% di tutta la popolazione cinese; oggi il 56%. Cioè in poco meno di 30 anni la Cina è riuscita a gestire il passaggio di 500 milioni di persone – tanti abitanti quanti l’intera Europa – dalla campagna alla città costruendo da zero. Le città con più di 1 milione di abitanti sono 100 e delle 10 città più grandi del mondo 5 sono cinesi. Il prossimo passo è quello di mettere insieme in strutture amministrative unitarie aree urbane che possono arrivare fino a 100 milioni di abitanti». David Chen, F.O.G. International Capital Group, : «Il meccanismo funziona così. La municipalità individua un’area, di solito in periferia, e fa un progetto che include uffici pubblici, privati, abitazioni e tutto quello che serve a una città. A progetto approvato, società di proprietà pubblica chiedono prestiti alle banche per le infrastrutture di base: acqua, gas, luce, strade ed anche per tutte le aree verdi. A questo punto l’area viene suddivisa in lotti, che vanno a gara, con una concessione per 70 anni, e se l’aggiudica chi offre di più. Con questi soldi il pubblico si ripaga tutte le spese sostenute per costruire le infrastrutture».

Innanzitutto, noi non dobbiamo spostare persone dalla campagna alla città, il fenomeno dell’urbanesimo si è già consumato con diversi effetti contraddittori. Non dobbiamo costruire nuove città e tanto meno espandere le aree urbane. Dal punto di vista dell’economia, il meccanismo sfruttato dalla Cina è noto sin dall’Ottocento, poi sviluppato soprattutto in Olanda e in Scandinavia, ma appositamente scartato dall’Italia (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo). L’idea di sfruttare la rendita fondiaria per costruire la città risale addirittura a Ebenezer Howard (1850-1928), che non ebbe molto successo per la verità, invece ebbe successo la pubblicizzazione dei suoli (esproprio), per evitare i conflitti degli interessi privati proprietari dei suoli, e consentire ai Comuni di elaborare un unico disegno urbano per poi dare in concessione il diritto di superficie. La differenza politica culturale è che la Cina è un’economia pianificata dallo Stato che ha una propria sovranità com’è noto, mentre l’UE è un’economia pianificata dal liberalismo, dove gli Stati hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria (euro zona) e i Governi hanno scelto di darsi in pasto ai capricci del mercato con stupide regole fiscali. Entrambi i sistemi perseguono la crescita contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta. La Cina, dopo anni che ha trascorso nel copiare le conoscenze dell’Occidente diventa creatrice di brevetti, ed ha deciso di introdurre il consumismo e gli stili di vita occidentali sul proprio territorio poiché è convinta di poter ridistribuire ricchezza trasformando i contadini in consumatori, ma commettendo l’errore dell’Occidente del secondo dopo guerra distruggendo la propria identità culturale, e accelera i processi irreversibili di depauperamento delle risorse, nonostante si impegni a utilizzare le energie rinnovabili per ridurre la propria impronta ecologica.

La lezione che proviene dalla Cina riguarda l’auto determinazione, lo Stato ha deciso di utilizzare le migliori tecnologie per cambiare per sempre gli stili di vita di una parte consistente del proprio Paese; l’ha programmato e l’ha fatto senza alcun limite economico e monetario. In Italia c’è un’armatura urbana costituita da poche metropoli, ci sono molte reti di città mal collegate fra loro, con servizi mal distribuiti sul territorio, centri storici da conservare e periferie in degrado. Ci sembra di cogliere un’evidenza, se l’UE fosse un’economia pianificata con poteri sovrani in pochi anni potremmo aggiustare le città e consentire agli abitanti di avere un presente e futuro prosperoso eliminando le diseguaglianze sociali create dal liberalismo.

Nell’Europa paradiso dei liberisti le opzioni sono diversificate, c’è l’esempio olandese dove si pianifica con la pubblicizzazione dei suoli e il diritto di superficie, e c’è l’Italia paradiso dei privati che dettano le condizioni dei piani rispetto al proprio tornaconto. Il risultato è noto: speculazioni e urbanizzazioni di scarsa qualità, degrado e gentrificazione che contribuisce alla dispersione urbana. Il problema italiano è che l’interesse generale non è prioritario mentre la necessità è quella di conservare, riutilizzare, recuperare e rigenerare, ed abbiamo le conoscenze per farlo. L’unico ostacolo a ciò è la tecnocrazia europea che odia la democrazia e l’auto determinazione dei popoli poiché tali poteri liberano le persone dalla schiavitù.

Read Full Post »

Nella storia dell’umanità il rapporto fra uomo e territorio si è caratterizzato in un continuo cambiamento rispetto agli usi e ai costumi, alle necessità e alla cultura delle comunità. Nell’epoca della multimedialità e del controllo sociale capitalista le popolazioni aumentano la propria concentrazione nelle aree urbane, facendoci entra nell’era delle metropoli. In Italia le città centroidi si saldano ai comuni limitrofi aumentando la propria estensione e diventando aree urbane. La pressione antropica, viziata dalla pubblicità, contribuisce a sprecare risorse non rinnovabili, e a depauperare gli ecosistemi. Nell’attuale contesto, le città restano il cuore pulsante della società umana, e alcune amministrazioni locali danno risposte diversificate, mentre molte altre non riescono a costruire soluzioni per migliorare la vita degli abitanti. E’ altresì vero che la recessione economica innescata da una religione sbagliata: il capitalismo, è la causa della crisi morale, sociale, ambientale ed economica del mondo occidentale. Le istituzioni, pensate e organizzate in funzione di tale religione, sembrano incapaci di soddisfare i bisogni umani, e sembrano incapaci di favorire lo sviluppo umano; nonostante ciò ci sono casi in cui le classi politiche locali “ribelli” al pensiero dominante, promuovono azioni efficaci per aggiustare le città attraverso una corretta rigenerazione urbana. Non c’è dubbio che per favorire l’uguaglianza è necessario abbattere l’attuale paradigma culturale neoliberale, restituire libertà agli Stati e dare loro strumenti per sostenere i diritti, dalla sovranità monetaria fino alla riforma degli istituti di credito, e riporre lo strumento della moneta nel posto giusto, e cioè come mero strumento di misura dell’agire politico e non come misura della ricchezza.

Nel corso della storia ci sono stati numerosi esempi per trarre insegnamenti virtuosi. Nell’Ottocento nascono numerose idee (Owen, Fourier, Godin, Cabet) per progettare luoghi urbani partendo dai bisogni delle persone, e in controtendenza all’industrialismo che cominciò a distruggere i luoghi urbani. Owen: «le condizioni ambientali non possono non influenzare gli individui: l’ambiente quindi deve essere costruito a servizio dell’uomo, prima di pensare a qualsiasi vantaggio economico, individuale e collettivo». I problemi dell’igiene urbana e della mobilità fecero nascere la scienza dell’urbanistica di Ildefons Cerdà e il piano di Barcellona. Howard presenta un progetto di città ideale, egli propone di decongestionare la città storica; programmare e gestire l’espansione attraverso il decentramento della popolazione in città di nuova formazione denominate “città giardino”, questo approccio fu poi ripreso da Abercrombie. Nel Novecento le proposte continuarono, e a seguito di due guerre mondiali, nacquero gli approcci per ricostruire e conservare i centri storici.

Greater London Plan 1944

Piano per la Grande Londra, 1944.

Durante il Novecento prevalse l’approccio del Movimento Moderno che sviluppa la città dei consumi, ma i modelli insediativi se ben programmati dalla pubblica amministrazione migliorano le condizioni di vita (Londra, Parigi, Copenhagen, Helsinki, Berlino, Barcellona, Amsterdam), mentre in Italia prevalse la speculazione edilizia che distrusse il territorio e peggiorò i luoghi urbani.

Dal punto di vista dell’urbanistica, la Catalogna, l’Inghilterra e l’Olanda, approfittando dei danni bellici sono stati capaci di sviluppare una corretta pianificazione poiché affrontano il problema del regime giuridico dei suoli, e così da diventare paesi guida anche nella rigenerazione urbana.

L’isolamento culturale italiano dell’inizio secolo Novecento, nonostante le opere di bonifica e la costruzione delle città ex novo, non assimila i modelli della pianificazione territoriale (Patrick Abercrombie) e i modelli insediativi delle garden city (Ebenezer Howard, Raymond Unwin), poiché preferisce favorire gli interessi privati delle rendite fondiarie e immobiliari. In Italia, fu Alessandro Schiavi a importare il modello garden city ma non ebbe molto successo. Milanino fu la prima città giardino italiana. Da questi esempi si svilupperanno alcuni insediamenti e quartieri popolari. L’aspetto negativo di questo modello è la bassa densità. Negli anni ’40 Bruno Zevi con l’associazione per l’architettura organica realizzerà alcuni progetti di insediamenti urbani che risentono l’influenza delle garden city circa il rapporto fra uomo e natura, ma tale associazione non rappresenta l’estensione di quel movimento anglosassone. Negli anni a seguire dal concetto di architettura organica, particolare rilievo ha avuto la sperimentazione di Paolo Soleri realizzata in Arizona con Arcosanti. Negli anni ’50, un notevole impulso all’urbanistica italiana fu promossa da Adriano Olivetti soprattutto per la pianificazione territoriale.

Fra l’Ottocento e il Novecento si forma la cultura urbanistica e l’Italia paga il danno culturale del fascismo restando isolata, rispetto alle sperimentazioni dei modelli compositivi insediativi tipici dell’approccio a “cellula urbana”; questo danno si ripercuoterà nella fase del boom economico con l’assenza di adeguati piani territoriali e di espansioni urbane non integrate negli insediamenti esistenti. La “beffa” è che molti dei modelli insediativi realizzati all’estero si ispirano palesemente all’armonia e alla bellezza della città europea formatasi nel mondo classico. In Italia, durante il periodo di crescita solo alcune città sono state capaci di pianificare uno “sviluppo equilibrato”, fermo restando che ugualmente hanno subito il mito del consumismo, fra queste Torino e Bologna.

cellula urbana

Cellula urbana. Fonte: Rigotti, Urbanistica. La composizione, 1973.

Per una corretta composizione dello spazio urbano i progettisti rappresentano la cosiddetta “cellula urbana” degli isolati ove inserire gli standard minimi al fine di consentire una corretta fruibilità dei servizi raggiungibili a piedi. Altri dati sono importanti come la morfologia, le densità, l’accessibilità, e il rapporto fra spazio pubblico e privato.

All’inizio del Novecento si sviluppano movimenti culturali territorialisti grazie a Mumford e Geddes, con una spiccata sensibilità ecologista. Kropotkin intuì le enormi potenzialità della rete elettrica immaginando città auto sufficienti, mentre i fratelli Paul e Percival Goodman immaginarono città ideali come le Communitas. Oggi la rappresentanza della scuola territorialista in Italia è espressa dalle ricerche di Alberto Magnaghi che suggerisce il progetto della bio regione.

L’Italia si distingue per la scuola di restauro e di conservazione attraverso la spinta di studi sulla città storica di Camillo Sitte (austriaco ma i suoi studi interpretano la bellezza dei centri storici italiani), ma soprattutto grazie all’opera di Gustavo Giovannoni, allievo di Boito, che inventa modelli e pratiche di rigenerazione urbana (tecnica del diradamento), Roberto Pane, allievo di Giovannoni, divenne grande teorico per la conservazione insieme a Cesare Brandi. Due documenti/manifesti rappresentano l’impegno italiano in questa disciplina: la Carta del restauro del 1932 e la Carta di Venezia del 1964.

Dal secondo dopo guerra, le città italiane crescono velocemente e le amministrazioni assimilano e scimmiottano il modello espansivo lecorbusierano, trascurando la qualità architettonica e urbana degli insediamenti.

Un’analisi critica sull’urbanistica moderna e sulla città contemporanea è suggerita dalla sociologa Jane Jacobs che valuta negativamente lo sviluppo delle città americane. Negli anni ’60 uno studio di Colin Buchanan – Traffic in Towns – consentirà un’avanzamento culturale della cellula urbana (Neighborhood Unit), sotto il profilo ambientale suggerendo una classificazione della strade e riordinarle per favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta (moderazione del traffico e zone 30). Sempre negli anni ’60, Kevin Lynch offre un formidabile contributo nell’interpretazione e nel racconto dell’urbanistica attraverso le mappe mentali frutto della percezione soggettiva della città; mentre Gordon Cullen inventa il concetto townscape, riferendosi al paesaggio urbano. Lynch, Cullen e in fine Jan Gehl consentono di apprendere le chiavi interpretative della città e degli spazi urbani.

Per porre freno al disordine urbano il legislatore italiano, che preferisce assecondare la rendita urbana, cerca di limitare il danno attraverso il famoso DM 1444/68 degli standard minimi, ma il danno era già stato creato. Dagli anni ’70 in poi, i progettisti presentano piani per recuperare gli standard, e dove c’è cultura e sensibilità politica i luoghi urbani migliorano; invece dove prevale l’avidità e l’ignoranza i luoghi urbani peggiorano. In buona parte del paese neanche la legge fermò gli interessi dei privati, i Consigli comunali continuarono ad assecondare l’avidità dei pochi a danno dei diritti dei ceti meno abbienti. Una buona classificazione dei modelli di piano è suggerita da Campos Venuti che li identifica in piani di “prima generazione” poiché perseguono la necessità della ricostruzione post bellica; poi segue una “seconda generazione” di piani caratterizzata dall’espansione e la “terza generazione” dedicata alla trasformazione. Renato De Fusco contribuisce ulteriormente alla comprensione profonda della città attraverso ricerche e studi sulla semiotica svelando il significato che si cela dietro il linguaggio dell’architettura contemporanea.

Nel frattempo il mondo è rapito dagli scenari proposti dal Movimento Moderno a partire dal primo congresso del 1928 (CIAM), passando per la prima Carta di Atene pubblicata nel 1938, fino all’ultimo congresso del 1960. L’unica eccezione fu presentata proprio dal Team X (1956) che proviene dai CIAM, in cui partecipa anche l’italiano Giancarlo De Carlo, e propone un approccio non più meramente funzionalista ma suggerisce di favorire la progettazione di luoghi urbani per la convivialità e lo sviluppo sociale, incrementando il concetto dell’abitare. Dalla partecipazione ai Team X si moltiplicano numerosi temi originali, e vi parteciparono anche Ignazio Gardella e Gino Valle; inoltre, fra questi è necessario ricordare Christopher Alexander che ha elaborato un’originale contributo per l’urbanistica e la rigenerazione, A pattern language. Nel 1960, con la Carta di Gubbio (Astengo) l’Italia conserva e rilancia un ruolo di paese guida per la conservazione dei centri urbani storici, ottimi esempi sono i piani di Assisi e di Siena (Secchi) e la scuola di Saverio Muratori con l’analisi tipologica, utilissima per i piani di recupero, Caniggia e Maffei gli allievi che hanno portato avanti l’analisi della morfologia urbana e l’interpretazione dei tessuti urbani esistenti. In tutti questi protagonisti dell’urbanistica e dell’architettura ci sono gli insegnamenti per una corretta rigenerazione urbana, attraverso l’analisi e l’interpretazione, approcci fondamentali per intervenire correttamente.

Per la pianificazione, la consuetudine di oggi è rimasta immutata poiché il processo che stimola il governo del territorio è l’interesse economico, cioè il territorio è considerato merce; nonostante la pianificazione nasca per tutelare l’interesse generale e si raccomanda di far prevalere il fine sociale. La realtà è drammaticamente opposta poiché i Consigli comunali e la classe politica sono addomesticati dal capitalismo che non persegue scopi etici ma l’accumulo del capitale stesso. Il problema è noto e riguarda il regime giuridico dei suoli. Il modello migliore è altrettanto noto, e si chiama pubblicizzazione del suolo che concede in uso il diritto di superficie, ma tale strategia fu scartata dal legislatore italiano (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo) e dai Consigli comunali, favorendo la consuetudine prevalente, e cioè ridurre il ruolo dello Stato per favorire il ruolo dei privati nella pianificazione urbana come prescrive la teoria liberale. Mentre in Inghilterra, Olanda, Francia e Germania lo Stato ha conservato un proprio ruolo nella pianificazione territoriale e urbana, l’Italia è di fatto il Paese più liberista d’Europa poiché ha regalato la rendita ai privati e l’ha sfruttata come molla economica del fare urbanizzazioni distruggendo la pianificazione urbanistica. In Oriente, la Cina attraverso la proprietà pubblica dei suoli ha costruito in meno di trent’anni le nuove città per circa 500 milioni di abitanti.

Oggi la realtà è persino peggiore rispetto agli anni ’60 e ’70, poiché aderendo al sistema neoliberale dell’UE e cedendo sovranità al mercato, i diritti e i valori della Costituzione repubblicana che sono la fonte primaria del diritto urbanistico, non sono applicati dagli Enti locali. La recente modifica costituzionale dell’art. 81 ha aggravato un vulnus culturale preesistente, giustificando l’ingiustificabile, e favorendo la distruzione del territorio, la speculazione, la segregazione sociale chiamata gentrificazione e il massacro dei diritti umani. Questo contribuisce ad aggravare una realtà sociale già drammatica, e contribuisce a distruggere l’esistenza di intere generazioni che non riescono a costruirsi un proprio percorso di vita poiché le istituzioni sono guidate da una religione: il capitalismo. In Italia, buona parte di programmi urbani, piani e progetti rispondono all’avidità dei soggetti privati e non all’interesse generale che si pone l’obiettivo dell’utilità sociale, la tutela del patrimonio esistente e la tutela ambientale. Viviamo una realtà grottesca e drammatica allo stesso momento; esiste la creatività e la capacità di rigenerare l’Italia attraverso l’occupazione utile ma ciò non accade poiché lo Stato ha ceduto poteri e sovranità. Ovviamente non è giusto trascurare il fatto che la regressione culturale dei cittadini contribuisce a distruggere il Paese poiché si eleggono cretini al potere.

Per favorire progetti di rigenerazione urbana bioeconomica, secondo l’accezione di Georgescu-Roegen, è necessario sviluppare piani di “quarta generazione” (bioeconomia, benessere, reti e morfologia urbana) ma valutati diversamente dai criteri attuali. I piani devono essere valutati con criteri che osservano lo sviluppo umano e sociale, la sostenibilità che risolve problemi concreti quali l’uso razionale delle risorse e l’equilibrio ecologico, la bellezza e il decoro urbano, e la progettazione urbana di qualità, proprio com’è insegnato dai modelli insediativi della cellula urbana e della città europea (mixitè funzionale e sociale, mobilità dolce, accessibilità, densità etc.).

Oggi l’armatura urbana italiana è costituita da città estesereti di città (città regione) collegate bene o male fra loro. Queste nuove città estese rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi, consumano ingenti risorse, poiché sono il frutto della cosiddetta dispersione urbana innescata dalla crisi del capitalismo e dall’assenza di una corretta pianificazione. Il mercato favorisce l’inquietudine urbana e rende complicata la vita nelle città estese. I ceti meno abbienti vivono in quartieri degradati e le famiglie non hanno soldi per rigenerare i propri edifici. Per rimediare a questo danno, è necessario un cambio dei paradigmi culturali delle istituzioni e delle regole che determinano i finanziamenti, sia ripristinando la sovranità e sia pianificando bio regioni urbane a tutela delle risorse ambientali nei cosiddetti sistemi locali individuati dall’Istat. Il problema economico: fino agli anni ’80 la fiscalità generale contribuiva a costruire le città (sovvenzioni e fondi perduti), con l’inizio della privatizzazione del sistema bancario e l’entrata nell’UE (cessione di sovranità monetaria), le teorie liberali hanno penalizzato il ruolo dello Stato favorendo gli interessi privati. Nei processi di pianificazione le imprese private e gli investitori giocano un ruolo determinante poiché pagano i costi della pianificazione, e le Amministrazioni si limitano ad assecondare i loro capricci sacrificando l’interesse generale. Non è una novità poiché il sistema risale sin dall’Ottocento. Il problema è che le necessità dello Stato sono diverse (rischio idrogeologico e sismico, conservazione dei beni storici, diritto alla casa, istruzione e assistenza sanitaria) dagli interessi privati mossi solo dal profitto. Il problema culturale: all’interno di un paradigma culturale capitalista si crede che ogni investimento debba produrre un profitto ma non è così, poiché la parte più importante dell’economia reale è costituita da scambi che non producono profitto ma soddisfano necessità, diritti e libertà: cibo, energia, cultura, bellezza e creatività. Il paradosso: l’attuale sistema globale finanziario ha creato la più grande concentrazione di capitali liquidi mai visti nella storia del capitalismo, ma non sono utilizzati per aiutare le persone, tanto meno per sostenere lo sviluppo umano e tanto meno per ridurre le diseguaglianze. Non è l’altruismo lo spirito che stimola le più influenti istituzioni del pianeta. Una parte della cultura liberale, per arginare il ruolo delle cooperative che tolgono opportunità alle imprese di profitto,  sta trasformando il mondo del volontariato che nacque nell’Ottocento, in un nuovo modo di fare impresa, e quindi i liberali contribuiscono a introdurre la competitività e l’obiettivo del profitto anche fra le cooperative, cancellando il principio del mutuo soccorso. Tutto ciò può cambiare, il mondo può diventare un luogo migliore se cambiamo i paradigmi culturali dell’Occidente, e questo dipende dalla cultura e dalla sensibilità delle persone.

Dal punto di vista economico, possiamo osservare che la cosiddetta “sostenibilità economica” può essere sfruttata per speculare, poiché ha come unico obiettivo il tornaconto degli interessi privati. Attraverso una riforma del sistema del credito e dei poteri istituzionali che ripristinano la sovranità monetaria, possiamo cambiare la cultura della ricchezza che non è determinata dalla moneta ma dalla creatività umana e dalla corretta gestione delle risorse finite del pianeta. E’ necessario che gli strumenti di valutazione economica-finanziaria siano piegati all’interesse pubblico, e che lo Stato si riprenda il ruolo di controllore, dettando la convenienza sociale ed ecologica di programmi, piani e progetti. Ciò può accadere attraverso la teoria endogena della moneta e finanziando direttamente a credito la sostenibilità economica degli interventi bioeconomici che creano occupazione utile, in maniera tale da realizzare programmi di prevenzione del rischio idrogeologico, sismico, la conservazione dei centri storici e la rigenerazione urbana delle aree degradate arrivate a fine ciclo vita. Sono tutti interventi non opinabili, procrastinabili nel tempo, e non sono oggetto di campagne politiche speculative poiché determinano la vita delle persone che si concentrano nelle aree urbane, cioè la maggioranza degli abitanti. Le istituzioni sono state inventate per gestire e risolvere problemi, ma la crisi morale che viviamo si traduce in un’inerzia criminale di buona parte dei politici addomesticati alla stupidità e al cretinismo del pensiero neoliberale che genera danni sociali e ambientali irreversibili. Aggiustare le città non è un’opinione ma una necessità per la nostra sopravvivenza, è bene che siano i cittadini stessi ad attivarsi poiché la natura, i cambiamenti climatici e l’usura del tempo degli ambienti costruiti non aspettano i capricci dei cretini al potere che noi stessi abbiamo sistemato.

Salerno prima e dopo

Curiosità: l’ONU ha approvato una nuova agenda con scadenza 2030, ove si pone l’obiettivo ambizioso di porre fine alla fame e alla povertà, e di combattere le diseguaglianze. Tali promesse possono assumere, o la forma della barzelletta o dell’insulto, poiché l’ONU è un’organizzazione incapace di rispettare qualunque promessa. Esistono diverse organizzazioni sovranazionali che rappresentano gli interessi delle imprese private, sono tutte intente a scrivere l’agenda politica per le istituzioni politiche. Le loro priorità sono l’accumulo del capitale e l’auto conservazione, lasciando i popoli in schiavitù. E’ altrettanto noto che l’Occidente attraverso l’OCSE, il WTO e la NATO sono co-registi delle politiche neoliberali della Banca Mondiale e del FMI, e sono responsabili della povertà, della fame e dell’aumento delle diseguaglianze, mai così grandi da quando esiste il capitalismo. Tali diseguaglianze si annidano principalmente nei luoghi urbani e nei paesi che le imprese multinazionali hanno depredato e colonizzato, ma è relativamente recente il fatto che povertà e disuguaglianze si diffondono anche in Occidente, negli USA e in Europa. Gli attuali fenomeni migratori non sono altro che l’effetto di strategie geopolitiche conflittuali fra Occidente e Oriente, e siedono entrambi sullo stesso piano ideologico sbagliato: la crescita e l’avidità del capitalismo.

creative-commons

Read Full Post »

Leggere ci aiuta

Da anni leggo e cerco di aggiornarmi per capire una disciplina che determina negativamente la nostra esistenza. Ho letto diversi testi che riguardano la moneta e l’economia, facendomi una certa idea di questa religione, poiché oggi più che mai questi argomenti condizionano la nostra esistenza, nonostante non debba esser così, ahi noi è così, nonostante la vita su questo pianeta sia determinata dalla fotosintesi clorofilliana. Per chi come me, non ha studiato economia, ma percepisce che gli strumenti di questa disciplina ci colpiscono negativamente, vorrei consigliare tre letture: Galbraith, Galloni e Shaxson.

Galbraith storia dell'economia

Galloni l'economia imperfetta

Shaxson le isole del tesoro

E’ la conoscenza che ci rende liberi. Il testo di Andrè Gorz vi consentirà di osservare l’economia con gli occhi della specie umana.

Gorz Ecologica

Buona lettura!

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: