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“Vota stomaco” è la battuta adoperata in Campania durante una campagna elettorale quando nessuno ha fiducia nei candidati, giudicandoli impresentabili, e ci si rifà al “mal di mancia”. Sulla tutela del territorio il nostro legislatore spesso ci fa “voltare lo stomaco”, basti ricordare ben tre condoni edilizi (L. 47/1985;  D.L. 468/1994; art. 32 D.L. 269/2003), nonostante le leggi impongano demolizioni e persino il carcere per determinate condotte. Il Senato della Repubblica, all’unanimità (non si salva nessuno), cerca di introdurre una schifezza assoluta «l’abuso per necessità». Con un sol colpo si viola la Costituzione e si cerca di introdurre un criterio di diseguaglianza sociale contro la maggioranza degli italiani onesti, che hanno costruito un alloggio pagando tasse e rispettando le leggi.

Dal punto di vista del governo del territorio, il nostro Paese ha un gravissimo problema culturale, sociale ed economico che riguarda non solo lo scarso controllo sull’attività edilizia e urbanistica, ma la stupidità e la violenza di cittadini e amministratori ignoranti e compiacenti circa il costruire senza rispettare le regole civili, fregandosene della legalità e degli altri, e ignorando la bellezza. Questo concentrato di stupidità collettiva ha conseguenze negative: favorisce il consumo di suolo agricolo e la dispersione urbana; aumenta il rischio sismico e idrogeologico, oltre che la totale evasione fiscale; aumenta i costi di gestione per tutta la collettività. L’assurdità della nostra realtà sociale sta nel fatto che le leggi sono abbastanza chiare nel reprimere illeciti, abusi e reati edilizi e sono anche abbastanza chiare nell’individuare i responsabili, cioè cittadini da condannare e funzionari pubblici nel controllare e demolire.

L’intenzione del legislatore italiano è l’ennesima ammissione di colpa che mostra la cattiva fede degli amministratori locali, i quali non vogliono applicare le leggi dello Stato, e chiedono aiuto al Parlamento nel delegare ad altri organi dello Stato compiti e funzioni che sono di Comuni e Regioni.

Il Decreto Falanga è atteso con una certa premura dai governatori della Campania e della Sicilia. In particolare, Vincenzo De Luca ha disposto a Napoli e nelle altre quattro province campane la sospensione di ogni intervento di demolizione in attesa dell’ultimo passaggio parlamentare del Ddl 580-B, appunto al Senato. Ma l’azione di Ala e Forza Italia – che fin qui non ha incontrato ostacoli da parte del Pd e del Movimento 5 Stelle, la sesta commissione ha votato favorevolmente e all’unanimità – conosce un’opposizione formale da parte dei Verdi con i suoi coordinatori nazionali Angelo Bonelli e Luana Zanella e il responsabile territorio Sauro Turroni.

Ma lei ritiene che questo tipo di norme, per la filosofia che le ispira, possano essere criminogene e incentivare gli abusi?
Alla fine sì, perché tutti sono ormai da 25 anni a questa parte convinti che, tranne pochi sfortunati – coloro che sono stati destinatari degli ordini di demolizione – la maggior parte in un modo o in un altro se la cava. E sicuramente questa legge, per alcune ambiguità, va in quella direzione, rafforza quel convincimento. Fermo restando che non vincola i procuratori della Repubblica nel formulare i criteri alle indicazioni contenute nel testo.

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Speculazioni urbanistiche si realizzano a danno della collettività, cioè a danno della nostra qualità della vita e dell’ambiente. Cosa manca perché ci sia un’inversione di tendenza e si inneschi un circolo virtuoso? Siamo culturalmente pronti ad un cambio di prospettiva in materia urbanistica? (se no, cosa manca ancora?)

Negli ultimi trent’anni, nell’ambito accademico si è sviluppata una maggiore cultura circa la corretta pianificazione territoriale soprattutto grazie all’impulso propositivo della scuola territorialista di Alberto Magnaghi, a Firenze attraverso il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Questa scuola eredita e rappresenta la cultura di Geddes e Mumford, e tale visione è stata integrata e aggiornata anche dalla visione bioeconomica di Nicholas Georgescu-Roegen. In Italia, la bioeconomia non ha ancora trovato una scuola economica ove poter crescere, mentre ha ricevuto ascolto e favori fra i pianificatori, e nelle tecnologie industriali della cosiddetta “chimica verde” che sta creando nuove merci e opportunità sfruttando l’eco-design. Se ciò mostra un’evoluzione culturale, purtroppo si contrappone una regressione culturale della classe dirigente politica poiché psico programmata all’economia neoclassica e dalla distruttiva crescita della produttività, che ignora l’entropia e disprezza l’etica, e i diritti civili e sociali. L’Occidente vive questo periodo di transizione poiché il capitalismo ha deregolamentato la finanza e il mercato globale, il neoliberalismo crea opportunità per i fondi privati d’investimento e programma la delocalizzazione industriale verso i Paesi emergenti. Questi spazi diventano zone franche per non pagare tasse e sfrutta gli schiavi senza diritti sindacali. La classe dirigente politica insegue ancora i consigli dei neoliberali e suggerisce soluzioni analoghe in Italia e in Europa, cioè anziché favorire una corretta pianificazione, si limitano a copiare la svalutazione salariale e costituire zone franche. L’implosione del capitalismo è sotto i nostri occhi e questo favorisce l’apertura di un dibattito pubblico. La confusione politica è figlia di questa implosione che coinvolge i partiti otto-novecenteschi. In teoria siamo pronti a raccogliere un cambiamento ma le forze politiche (banche, media e istituzioni pubbliche) si oppongono. Nella disciplina urbanistica chiunque è consapevole del conflitto culturale fra capitalismo, rendita e proprietà, negli anni ’60 si consumò tale conflitto con la vittoria del capitalismo liberale, oggi sembrano esserci le condizioni per riaprire il tema poiché la famigerata “urbanistica contratta” sta continuando a distruggere il territorio, mentre si cercano soluzioni pratiche per porre rimedio. Sicuramente c’è la consapevolezza nel ridurre il consumo di suolo e di sfruttare meglio le fonti energetiche alternative, si parla molto di “rigenerazione urbana” ma spesso le soluzioni concrete si realizzano con incentivi alle rendite, restando nel paradigma culturale sbagliato. Ci vuole coraggio per uscire dal capitalismo, e questo sembra mancare. Dobbiamo immaginare e pianificare piani urbanistici intercomunali bioeconomici all’interno dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e raccogliere finanziamenti per raggiungere scopi sociali, culturali e ambientali poiché questi temi determinano lo sviluppo umano e non il profitto.

Ci sono due esempi di piani paesaggistici territoriali, uno in Puglia l’altro in Toscana, che dimostrano l’esistenza di una cultura lungimirante ma trovano forte opposizione alla loro attuazione; perché?

Perché la scuola territorialista si scontra con l’approccio neoclassico economico che preferisce mercificare i territori piuttosto che applicare l’uso razionale dell’energia e delle risorse. Il pensiero dominante è quello neoliberale che si concretizza secondo due mantra: creare soldi dai soldi senza lavorare e mercificare tutto. Secondo questa religione, il territorio è merce e i piani devono soddisfare il tornaconto degli investitori privati, nonostante lo scopo dell’urbanistica non sia il profitto ma costruire diritti a tutti i cittadini, e nonostante la dottrina urbanistica abbia come obiettivo la tutela del territorio e il controllo dell’attività edilizia e urbanistica. E’ il solito limite e conflitto culturale, cioè l‘illusione di coniugare capitalismo e interesse generale, un ossimoro; è noto che fra i due approcci abbia prevalso la religione capitalista. E così prevale ancora la logica di agglomerazioni industriali, e di costruire spazi commerciali nell’illusione di coltivare un continuo aumento delle vendite, tutto ciò mentre il neoliberismo aumenta la povertà, continua la riduzione dello spazio pubblico e cresce la crisi degli ecosistemi urbani; tutto ciò fregandosene della storia, della cultura delle comunità, e distruggendo le peculiarità dei luoghi. Un altro problema pratico è che l’urbanistica è stata messa nelle mani dei Consigli comunali, provinciali e regionali, cioè la classe politica che ha enormi limiti culturali su questa disciplina, oltre che essere l’oggetto delle pressioni dell’élite locale che persegue il tornaconto personale.

Che cos’è l’approccio bioeconomico alla gestione del territorio? Perché è poco considerato dalla politica?

L’approccio bioeconomico ribalta la visione della religione capitalista poiché non parte del profitto e dall’avidità, ma dalla scienza e dalla conoscenza dei luoghi, dalla loro storia e dai limiti naturali. La bioeconomia misura i flussi di energia e l’utilità sociale, valorizza i luoghi e le risorse, progetta l’uso razionale delle energie e suggerisce la conoscenza identitaria dei luoghi per garantirne una corretta fruizione e la conservazione delle risorse per le future generazioni. La bioeconomia propone di vedere territori e aree urbane come processi metabolici, copia i processi naturali circolari e consente di individuare sprechi, per ridurli o cancellarli e favorire l’impiego di energie alternative affinché gli ecosistemi non siano più depauperati, ma diventino produzione di risorse per la specie umana non più secondo logiche di profitto ma secondo principi di sostenibilità.

E’ vero che un’urbanistica virtuosa ha un influsso positivo sulla psicologia delle persone? In che senso?

Come per molte altre disciplina, un’assurdità della nostra società capitalista è aver reso l’urbanistica una materia sconosciuta, poco comprensibile e poco rilevante per i cittadini, nonostante questa determini la vita e l’economia dei territori. La cittadinanza non partecipa ai processi di pianificazione, questo è grave poiché chiunque spinto dalla propria avidità potrà sfruttare la rendita e a danno della collettività. La scienza urbanistica nacque nell’Ottocento per riparare agli errori del capitalismo che stava distruggendo le città. Oggi sappiamo che le città sono il frutto dello spirito del tempo: il capitalismo. Così ereditiamo ambiti urbani carichi di contrasto: la bellezza straordinaria dei centri storici, e la città moderna con spazi urbani progettati in funzione del consumo e non della felicità umana. I liberali sfruttarono le innovazioni culturali degli utopisti socialisti per far progredire il capitalismo stesso inventando e regolando la rendita fondiaria e immobiliare. Solo dopo altri decenni si sviluppò la sociologia urbana che osserva come il capitalismo sia una sottile forma di razzismo, una guerra pianificata contro i poveri. La sociologia urbana suggerisce come migliorare il disegno urbano considerando il fattore umano e ricorda l’importanza di piani sociali per lo sviluppo culturale. Un corretto disegno urbano può favorire processi di convivialità urbana, così come un adeguato rapporto fra spazio pubblico e spazio privato è fondamentale per incentivare il dialogo e l’incontro fra le persone. Un piano sulla bellezza urbana è altrettanto importante per circondarsi di spazi adeguati. Poi oltre la pianificazione, sono necessari adeguati servizi sociali, per questo motivo le risorse umane professionali sono determinanti e fanno la differenza. In sostanza sappiamo che una corretta urbanistica si avvale di tante discipline come la geografia, la sociologia, l’ingegneria, l’architettura, la geologia ma spesso sottovalutiamo l’influenza politica dell’economia classica che piega ed edulcora le altre discipline all’interesse dei pochi solo per logiche di profitto e di consenso politico elettorale.

Grandi opere edilizie invece di interventi capillari sul territorio; perché la politica punta sempre e solo sulle grandi opere?

Secondo le logiche capitaliste e i criteri economici e finanziari che valutano i progetti, più è grande il costo dell’opera e maggiore sarà la redditività degli investitori privati che sfruttano anche il servizio del debito. Oggi si aggiunge un’altra minaccia immobiliare che può sprecare risorse finite. Poiché la finanza capitalista produce soldi dai soldi senza lavorare, le trasformazioni urbanistiche sono sfruttate come opportunità di creare denaro dai valori immobiliari ma in deroga ai principi costituzionali e alla legge urbanistica. E così i privati presentano sedicenti progetti di nuovi stadi che in realtà sono complessi immobiliari di più attività e servizi per coprire i costi dello stadio stesso. A Firenze, Roma, Milano, Napoli e altre città le società sportive sfruttano il sistema capitalista per scaricare debiti e costi sul mercato, ma a danno della collettività. Questo approccio egoistico non è una novità, è la prassi incostituzionale che sta in piedi poiché la tutela del territorio è stata cancellata dai programmi politici dei partiti. Nel caso delle speculazioni edilizie proposte attraverso gli stadi, i grandi costruttori e le società calcistiche hanno gioco facile nel mettere pressione alle Amministrazioni locali, gli speculatori fanno leva sull’immagine del calcio e sui tifosi che agiscono solo d’istinto.

Domande e risposte ispirate e aggiornate, da un’intervista rilasciata al Vaso di Pandora, di Carlo Savegnago.

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La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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Se la guida politica della Giunta regionale campana da cattivi consigli ai comuni su come sfruttare gli immobili abusivi, in Emilia Romagna si va ben oltre poiché propone una legge per abbandonare la pianificazione urbanistica e abbracciare la speculazione consentendo ai soggetti privati di fare affari a danno della collettività in contraddizione coi principi della legge urbanistica nazionale e della Costituzione. Una Regione e un territorio che negli anni ’70 ha lottato contro la speculazione fondiaria suggerita dalla Democrazia Cristiana, oggi propone una legge regionale che sembra riemergere dal passato sostenendo le becere logiche neoliberali furiere di illegalità e di distruzione del territorio.

Il territorio è trattato come merce per favorire le speculazioni immobiliari e finanziarie, e non si ha il coraggio di proporre l’uscita dal capitalismo per pianificare correttamente le aree urbane. Lo scopo dell’urbanistica non è fare profitto, ma costruire diritti a tutti gli abitanti. I cittadini non avendo più un partito di riferimento capace di interpretare un cambio dei paradigmi culturali, subiscono la distruzione delle città e degli ecosistemi. Gli effetti sociali di piani attuativi speculativi sono noti: gentrificazione e dispersione urbana. Questo è il regno del neoliberismo.

Eddyburg commenta: «l’autentico intento dalla proposta legge sta dunque nell’impianto di un doppio regime urbanistico, in cui le iniziative immobiliari poste in atto da imprese di costruzione e promotori godrebbero di privilegi e arbitrio inusitati, lasciando le esigenze di famiglie e attività economiche soggette ai vecchi dispositivi, del cui rinnovamento è in certa misura avvertita la necessità, ma non sono nemmeno intravisti i modi. Con queste finalità il disegno di legge non esita a porsi in frontale contrasto con l’ordinamento nazionale, e violare con ciò la Costituzione. La diffusione di leggi analoghe in altre regioni andrebbe a soverchiare i fondamentali istituti di tutela e disciplina del territorio nel nostro paese, dalla periferia riuscendo in ciò che ripetuti tentativi parlamentari hanno fallito».

Nella Regione che ha avuto l’ambizione di proporre una perequazione che sapesse applicare l’uguaglianza di mercato, si fa marcia indietro scegliendo la disuguaglianza pianificata, abdicando e rinunciando alla corretta morfologia urbana, e consegnando ai soggetti attuatori dei piani attuativi l’opportunità di incassare i valori immobiliari arbitrari determinando opportunità speculative finora non consentite, e quindi si ha il serio rischio di realizzare i peggiori insediamenti urbani. Un ulteriore rischio è che altri Consigli regionali facciano il copia incolla di una cattiva legge urbanistica, prefigurando un attacco al territorio mai visto prima, e tutto ciò nonostante sia ormai matura la necessità improrogabile di ridurre il consumo di suolo e di programmare l’efficienza energetica nelle città.

Non è una novità il fatto che politici in cattiva fede, imparando dalla pubblicità, usino termini e parole per imbrogliare le persone. Un falso clamoroso fu l’invenzione del termine termovalorizzatore per chiamare gli inceneritori. Oggi la strategia si ripete per l’urbanistica, e così la legge si inventa interventi di “desigillazione” per tendere al consumo di suolo zero. Cosa significa desigillazione? Secondo questi politicanti, demolendo i volumi inutilizzati e rimuovendo l’impermeabilizzazione del suolo è possibile ripristinare un’area precedentemente urbanizzata. La propaganda, facendo la somma fra l’espansione pianificata a la desigillazione, chiama questa operazione consumo di suolo a saldo zero. Siamo di fronte a una vera e propria mistificazione contraria alle leggi della natura. E’ noto che il territorio agricolo sia considerato risorsa non rinnovabile poiché una volta rimossa la pelle della Terra (uno strato di soli 30-100 cm, luogo delle semine) per urbanizzare un’area, la natura per rigenerare appena 2,5 cm di suolo deve attendere circa 500 anni (Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016).

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce.

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Osservando la trasformazione dell’armatura urbana italiana, appare chiaro che i Comuni attuali non rappresentano più i luoghi istituzionali efficaci per governare il territorio. Le aree funzionali (sistemi locali del lavoro), le reti di città e il policentrismo sono le interpretazioni territoriali e urbane che mostrano l’armatura urbana.

Oltre a ripensare i confini amministrativi dei Comuni è necessario ripensare i paradigmi culturali dei finanziamenti pubblici e privati favorendo l’approccio bioeconomico che offre opportunità e prosperità.

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Tutti le istituzioni accademiche e di ricerca evidenziano e mostrano come e quanto sia aumentata la popolazione urbana mondiale. Questa fase di trasformazione è molto importante poiché cambia la vita delle persone, la loro cultura e l’uso delle risorse finite del pianeta. Le città sono il luogo più importante dell’esperienza umana e alcuni governi ne sono consapevoli. L’Italia è ancora priva di una propria agenda urbana, attenta alla propria realtà e sensibile alle disuguaglianze emergenti e ai problemi ambientali innescati da una cattiva organizzazione spaziale e da un’assenza di pianificazione.

LSE cities è un centro internazionale che svolge indagini sulle città globali, monitora e misura le loro attività: popolazione, economia, società, amministrazione, pianificazione,, trasporti e ambiente.

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Fonte immagine LSE cities.

Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

 

 

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Ho aderito al manifesto di DiEM25 poiché condivido l’analisi critica sull’UE e l’obiettivo di introdurre la democrazia nell’UE. Dal sito di DiEM25 leggiamo che «l’UE deve diventare il regno della prosperità condivisa, della pace e della solidarietà per tutti gli europei». E’ la descrizione di un sogno e di una visione molto bella, ma per trasformare tali sogni in realtà è necessario organizzarsi e cambiare passo, per osservare attentamente quanto la realtà sia diversa, complessa e difficile.

La sintesi politica sull’UE è perfetta: «debito, sistema bancario, povertà, bassi investimenti, migrazioni», e inoltre si afferma che DiEM25 è lo strumento per «elaborare una risposta comune a questa crisi» e che le istituzioni dell’UE diventino trasparenti e responsabili verso i cittadini europei. DiEM25 si è organizzato con un “Gruppo consultivo”, un “Collettivo di coordinato” e con gruppi di volontari “DSC”. Nel “Gruppo consultivo” ci sono anche personalità importanti e note provenienti dal mondo accademico e dello spettacolo, tali personalità possono contribuire a dare qualità alle proposte di cambiamento su temi economici e sociali. Nel cosiddetto “Collettivo di coordinamento” troviamo le persone più attive nell’organizzare e promuovere DiEM25. Le competenze di alcune personalità presenti in DiEM25 sono più che sufficienti nel compiere un’analisi corretta e proporre soluzioni per migliorare l’UE. Trasformare le proposte che possono emergere da DiEM25 in azione politica efficace è un lavoro diverso, molto complicato e difficile.

In Italia, DiEM25 è pressoché sconosciuto ma come tutti i progetti neonati le cose possono cambiare. Navigando il sito di DiEM25 e frequentando il forum di DiEM25, cioè dialogando con altri cittadini europei, credo di coglierne le difficoltà attrattive e di partecipazione. L’approccio e i temi del manifesto sembrano distanti dalla vita quotidiana delle persone, e poi c’è la barriera inevitabile della lingua straniera. Penso che noi italiani conosciamo poco o nulla dell’UE. Inoltre, la gravità della recessione economica non incentiva le persone nell’impegno politico, ma contribuisce a rinchiuderle nei propri problemi sociali, economici e culturali per sperimentare soluzioni improvvisate utili a sopravvivere. Nel meridione d’Italia il tasso di disoccupazione è così alto che dovrebbe stimolare i giovani a occuparsi di politica ma da decenni accade l’esatto opposto. Per «elaborare una risposta comune a questa crisi» non bisogna commettere l’ingenuità di ignorare le peculiarità sociali ed economiche dei territori e delle regioni europee. E’ necessario che DiEM25 sviluppi la capacità di calarsi e vivere i territori coinvolgendo direttamente le persone di quegli ambienti, invitandoli a suggerire e applicare le soluzioni politiche.

Oltre al manifesto politico, per il momento DiEM25 non propone altro. Il mio auspicio è che la visione bioeconomica entri nel manifesto e che le politiche urbane occupino un posto di rilievo per le proposte politiche. La ragione è semplice, circa l’80% della popolazione occidentale vive nelle città, perciò chiunque studi e si occupa dell’esperienza urbana si sta occupando della vita delle persone. E’ nelle città che si manifestano i più grandi squilibri sociali dell’Occidente, è nelle città che si creano le più grandi opportunità economiche e sociali per le persone. Le città sono contemporaneamente i luoghi delle opportunità e i luoghi del disagio e del degrado.

Osservando la realtà è facile riconoscere come e quanto le aree urbane italiane siano diverse dalle altre, non solo per il patrimonio costruito, per le dimensioni ma per le caratteristiche fisiche del territorio e per l’uso che le imprese e gli abitanti fanno delle risorse. Nel resto d’Europa non esiste lo stesso rischio sismico e idrogeologico che troviamo in Italia, nei balcani e in Grecia. Di fronte a queste sfide, spesso la classe dirigente politica è incapace e irresponsabile sia nell’ascoltare le categorie di esperti, e sia nel programmare la normale manutenzione del territorio riducendone i rischi.

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Progetto Share, Commissione europea.

 

DiEM25 dovrebbe sostenere politiche urbane bioeconomiche partendo dalla realtà territoriale che non è affatto uguale in tutta Europa, e pertanto non esistono soluzioni e modelli generali da poter vendere nel mercato politico.

L’Italia, diversamente dagli altri, è il paese che ha scelto di “privatizzare” il governo del territorio, perdendone il controllo pubblico dell’attività edilizia, e favorire la rendita privata più degli altri. Ciò ha costituito e costituisce tutt’oggi un conflitto politico sociale ed economico che ancora non trova soluzione, e la ragione è soprattutto politica, oltre che culturale. Negli anni della ricostruzione post bellica fu il partito comunista a rappresentare le battaglie contro le rendite, e com’è noto non avendo la maggioranza politica dagli elettori italiani non riuscì a tutelare adeguatamente il territorio e contenere il disordine urbano, se non in quelle città amministrate direttamente dal PCI. Dopo la scomparsa di Berlinguer (1984) c’è stato il nulla, e in Italia non esiste un soggetto politico che si renda conto degli enormi problemi sociali, ambientali ed economici innescati dal disordine urbano, costruito nei decenni precedenti, dalle rendite di posizione e dagli attuali piani urbanistici pensati partendo dal profitto dei privati. Ancora più grave non c’è un soggetto politico che abbia il coraggio di opporsi a tutto ciò.

Esiste invece un’idea generale da poter suggerire, e cioè la territorializzazione delle politiche urbane. Ad esempio, i comuni del meridione d’Italia hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. Territorializzare significa ridurre la dipendenza dal sistema globale, e può avvenire programmando l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmando processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientando i consumi su merci locali.

Il meridione d’Italia, diversamente da altre aree geografiche non ha una “rete delle città“, cioè non esiste una diffusa infrastruttura ferroviaria che unisce tutte le città ma solo alcune, non c’è in Sicilia, non c’è fra le città costiere pugliesi, campane e calabre. Per costruire quello che già esiste in Europa, è necessario che i centri di indirizzo e controllo politico incoraggino i “pensatoi locali” come gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bio economiche capaci di finanziare connessioniattività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

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Occupazione in Europa, fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato.

 

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