Un disegno urbano per Salerno 4

Negli interventi precedenti (1, 2, e 3) ho accennato all’idea di pianificare la nuova città estesa salernitana attraverso l’approccio bioeconomico. Intraprendere un cambio paradigmatico della società è la strada più saggia per creare opportunità a tutti gli abitanti, e uscire dalla marginalità economica e sociale che condanna Salerno e il Mezzogiorno, dove i giovani scappano verso Sistemi Locali più attraenti perché riscontrano concrete opportunità di impiego. Immaginare di realizzare un piano intercomunale bioeconomico fra gli 11 comuni della nuova città salernitana è la strada politica e concreta per pianificare il territorio e costruire futuro. Storia, ambiente e patrimonio storico rappresentano le invarianti strutturali mentre le nuove tecnologie consentono di rigenerare gli insediamenti urbani, e nel farlo possiamo immaginare nuove funzioni e attività per sostenere lo sviluppo umano. Persone, scuola, università e imprese possono convivere in luoghi urbani messi in rete e favorire creatività e innovazioni compatibili con l’ambiente. All’interno della struttura urbana estesa, da decenni la nuova città salernitana, vi sono numerosi volumi sottoutilizzati o abbandonati, ed è questo lo spazio ove riscontriamo la complessità ma carente di infrastrutture, ed è il luogo delle nostre opportunità. In questi spazi possiamo costruire nuove funzioni, reti ecologiche (parchi e luoghi custodi di biodiversità), nuovi servizi ove realizzare ricerca, luoghi di aggregazione e di svago (sport, eventi…) e imprese per l’innovazione messe in rete con sistemi di mobilità intelligente. Nuovi luoghi che aiutano gli scambi e le relazioni ove le persone possano fare esperienze e migliorare se stessi, possiamo costruire servizi e luoghi che fanno crescere la conoscenza attraverso lo studio e la ricerca. E’ questo il percorso che consente di uscire dalla periferia economica e invertire il flusso di risorse umane; i meridionali non saranno più costretti a emigrare ma al contrario altri vorranno vivere nella nuova città poiché potranno fare esperienze e trovare impiego.

Pianificazione, architettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Nella città estesa salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) coesistono due stili di vita contrapposti figli l’uno dell’individualismo e l’altro del comunitarismo, entrambi animati all’interno dello spazio dei flussi quotidiani, stimolati anche da internet, oltreché dal lavoro e dallo studio. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici  sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

Questo è un percorso lungo e complesso ma stimolante, creativo e innovativo ove cittadini, università, imprese e istituzioni possono decidere di costruire una società migliore perché oggi abbiamo conoscenze e tecnologie per farlo ma manca la volontà politica.

Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

Salerno beni storico culturali
Pctp 2012

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Civiltà e sostituzione edilizia delle scuole

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Hangzhou Haishu School of Future Sci-Tech City, strada Haishu, distretto Yuhang, Hangzhou, Zhejiang, China.

Nel 2013, il Miur pubblica le nuove linee guida per le scuole italiane, si tratta di un vero e proprio aggiornamento per la progettazione architettonica al fine di stimolare un miglioramento dei nostri edifici sotto tutti i punti di vista: dalla sicurezza sismica ovviamente ma soprattutto per le attività della didattica e per l’integrazione degli edifici con la comunità, attraverso funzioni e attività “aperte”.

Miur: “Oggi emerge la necessità di vedere la scuola come uno spazio unico integrato in cui i microambienti finalizzati ad attività diversificate hanno la stessa dignità e presentano caratteri di abitabilità e flessibilità in grado di accogliere in ogni momento persone e attività della scuola offrendo caratteristiche di funzionalità, comfort e benessere. La scuola diventa il risultato del sovrapporsi di diversi tessuti ambientali: quello delle informazioni, delle relazioni, degli spazi e dei componenti architettonici, dei materiali, che a volte interagiscono generando stati emergenti significativi. La struttura spaziale è interpretabile anche come una matrice con alcuni punti di maggiore specializzazione, cioè gli atelier e i laboratori, alcuni di media specializzazione e alta flessibilità, cioè le sezioni / classi e gli spazi tra la sezione e gli ambienti limitrofi (solo a volte annessi alla sezione) e altri generici, cioè gli spazi connettivi che diventano relazionali e offrono diverse modalità di attività informali individuali, in piccoli gruppi, in gruppo. La sequenzialità di momenti didattici diversi che richiedono setting e configurazioni diverse alunni-docente o alunni-alunni sta alla base di una diversa idea di edificio scolastico, che deve essere in grado di garantire l’integrazione, la complementarietà e l’interoperabilità dei suoi spazi”.

La sfida richiede impegno nel tempo ma è una grande opportunità perché, in generale la maggioranza degli edifici italiani sta arrivando a fine ciclo vita, e le scuole, molte di queste, non passerebbero l’esame circa la verifica di vulnerabilità sismica. Consapevoli dell’età e del ciclo vita, le Amministrazioni comunali possono valutare la sostituzione per costruire scuole innovative o l’adeguamento degli edifici esistenti. Osservando il patrimonio edilizio esistente, l’adeguamento funzionale e spaziale secondo le linee guida del Miur è difficile da realizzare perché le norme prevedono un’adeguata accessibilità urbanistica, spazi flessibili, laboratori, atelier, auditorium, agorà, civic center, cucine e mense, attrezzature sportive. Si tratta di funzioni e attività impossibili da realizzare in taluni edifici esistenti, difficili da realizzare nelle zone consolidate urbane (a meno che non esista un piano di rigenerazione urbana) ma facilmente realizzabili per le scuole periferiche periurbane e rururbane.

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Woodland scuola elementare, Milford, MA, United States

Qual è la situazione delle scuole primarie di Salerno? Un adeguamento sismico e funzionale delle scuole è doveroso, ma taluni edifici esistenti, a causa della densità urbana e per la carenza di spazi, non consentono di realizzare quel progetto di “scuole innovative” promesso dal Miur, pertanto sarebbe ragionevole programmare un’attenta sostituzione edilizia per offrire ai bambini salernitani le scuole innovative. Le Amministrazioni locali dovranno occuparsi di garantire luoghi rispondenti alle nuove norme. Si tratta di applicare la Costituzione e favorire la costruzione di edifici aperti alla comunità perché aiutano un adeguato sviluppo umano, un’opportunità per ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire luoghi più sicuri a insegnanti e bambini. Secondo i dati raccolti, fra il 2016 e il 2018 l’Amministrazione ha realizzato interventi di adeguamento funzionale e manutenzione straordinaria per 9 plessi scolastici (A. Pirro, M. Luciani, C. Tafuri, G. Barra, G. Rodari, Mons. g. Prione, C A Alemagna, Sala Abbagnano, N. Abbagnao), poi ha programmato l’adeguamento sismico per altri quattro edifici: M. Mari costruita nel 1958, Medaglie d’Oro del 1955, Abbagnano del 1960, Mariconda del 1965, infine l’adeguamento funzionale per altri quattro edifici: Luciani del 1960, Barra del 1920, Montevergine del 1960, Rodari del 1968. Esistono altri 13 edifici costruiti fra il 1913 e il 1978 che necessitano di interventi di adeguamento strutturale, funzionale e tecnologico. A giugno 2018 l’Amministrazione ha chiesto finanziamenti per realizzare la verifica di vulnerabilità sismica per circa 29 plessi scolastici, e ciò riguarda gli edifici antecedenti al 1970, solo alla fine di tale ricognizione sarà possibile ragionare sulla convenienza economica di un’eventuale sostituzione edilizia di edifici ormai obsoleti. In generale, l’Amministrazione ha programmato l’adeguamento sismico per tutti gli edifici arrivati a fine ciclo vita, per l’appunto l’ha programmato e non l’ha fatto, e intanto bambini, insegnanti e famiglie sono costretti a utilizzare edifici inadeguati. Gli edifici periferici sono in condizioni peggiori, abbandonati e obsoleti, ma la localizzazione offre le migliori opportunità per l’esistenza di spazi capaci di ospitare nuovi edifici a norma, secondo le regole del Miur (accessibilità urbanistica, spazi flessibili, laboratori, atelier, auditorium, agorà, civic center, cucine e mense, attrezzature sportive). Sfogliando la pubblicazione del Miur circa le scuole innovative, e pesando alla periferia rurale salernitana è interessante l’esempio del Comune di Crespano del Grappa (TV) che realizza una scuola primaria in area naturalistica con l’obiettivo di creare un campus per favorire la partecipazione dei cittadini alle attività promosse in orario extrascolastico. Nella pubblicazione del Miur ci sono altri esempi interessanti per il caso salernitano, che andrebbero copiati e imitati, ad esempio vi sono altre sostituzioni edilizie per le scuole primarie, e progetti di numerosi poli scolastici di eccellenza, anche unendo scuole primarie e secondarie.

L’indagine svolta a Salerno mostra una grave carenza culturale dell’Amministrazione che trascura la centralità strategica del concetto di “scuole innovative”, sia come luoghi di sviluppo umano e sia come edifici per sviluppare la comunità. Il Comune non ha un’idea generale circa il rinnovo dell’edilizia scolastica, ed è in grave ritardo sulla normale manutenzione, allora si limita a svolgere un compitino programmando interventi di adeguamento funzionale, e tal volta programmando l’adeguamento sismico. Nel 2019, il Comune di Salerno non sa ancora quali edifici abbattere o meno, ma afferma che gli stessi sono sicuri (deve ancora realizzare la verifica di vulnerabilità sismica per circa 29 plessi scolastici antecedenti al 1970); alla luce degli indirizzi progettuali del Miur ritengo ci sia una evidente contraddizione politica. In generale, sarebbe normale e saggio da parte del Comune realizzare un censimento degli immobili introducendo il fascicolo del fabbricato (idoneità statica, prestazione tecnologica e funzionale/spaziale), e dopo aver inserito i dati in un sistema territoriale informatico (GIS), sarebbe altrettanto normale e scontato aumentare la spesa pubblica per la sostituzione edilizia degli edifici scolastici: scuole materne, primarie e secondarie per tendere verso i più alti livelli di qualità architettonica e urbana dei servizi educativi. E’ noto che avere ottime scuole consente buoni livelli di qualità della vita degli abitanti, mentre una carenza di servizi educativi, un’assenza di manutenzione, un’assenza di adeguamento agli standard e persino l’abbandono, negano opportunità di sviluppo ai bambini e quindi agli abitanti, che vivono in condizioni di degrado e di sottosviluppo nei confronti di territori più attrezzati.

Alcuni esempi di scuole primarie: Hangzhou Haishu School of Future Sci-Tech City / LYCS Architecture; Lishin Elementary School Library / TALI DESIGN; Woodland Elementary School / HMFH Architects ; Primary School Gartenhof / BUR Architekten; il Comune di Melzo (MI) spende 5 milioni per costruire un eccellente edificio di 3600 mq (Istituto comprensivo Giuseppe Ungaretti).

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Istituto comprensivo G. Ungaretti, Melzo (MI), fonte immagine Tecnicaer engineering srl.
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Istituto comprensivo G. Ungaretti, Melzo (MI), fonte immagine Tecnicaer engineering srl.

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elenco scuole primarie Salerno

L’ennesimo condono edilizio: ignoranza e arroganza

L’anno scorso mi ero espresso così: “Vota stomaco” e abusivismo edilizio, per definire i politicanti criminali che compiono scelte contro la Costituzione, contro le leggi e contro la sicurezza. Oggi la maggioranza parlamentare composta da razzisti e grullini, si mostra nuovamente per quello che è, una accozzaglia di spregiudicati ignoranti, incapaci di applicare la Costituzione ma favorevoli al cinico calcolo elettoralistico, favorendo l’introduzione di norme che adottano l’ennesimo condono edilizio, una volgarità assoluta contra legem. La demagogia del cambiamento è l’ennesimo imbroglio contro la legalità, contro gli onesti che hanno costruito un alloggio rispettando le regole. Solo un manipolo di dilettanti e cialtroni poteva pensare di scrivere norme che creano favoritismi, e futuri ricorsi per la confusione insita nelle norme stesse, e dalle interpretazioni paralizzanti di azzeccagarbugli e imbroglioni. Nell’intenzione di voler accelerare le procedure nelle zone terremotate, la maggioranza parlamentare favorisce l’illegalità e viola la Costituzione, oltre che le leggi sull’abusivismo. Questo accade tutte le volte che imbroglioni e/o incompetenti si inventano politici dall’oggi al domani. La firma dell’emendamento (DL 55/2018) e del DDL 435 è dei senatori di Forza Italia: Mallegni, Picchetto Fratin, De Siano, Malan, Gasparri, Modena, Pagano, Cangini, Gallone, Rizzotti, Fazzone, e con relatore della Commissione il sen. Stefano Patuanelli, del M5S. Il disegno di legge prevede di condonare gli abusi realizzati prima del terremoto, e che non superano il 5% della superficie, dell’altezza e della cubatura. L’articolo 39 legge della 724/94 richiamato nell’emendamento, consente una sanatoria non superiore al 30% della volumetria esistente, e l’opportunità di sanare nuove costruzioni che non superano i 750 mc. L’emendamento a firma di Forza Italia, per ora precluso, vorrebbe sanare gli interventi realizzati senza il permesso di costruire o in difformità da esso, cioè pretende di sanare un reato penale, ma l’emendamento della Lega (prima firma Arrigoni, poi Briziarelli, Pazzaglinsi, Bagnai, Fusco, Tesei, Bonfrisco, Rivolta, Vallardi, Borghesi, Tosato) approvato si ispira ai condoni precedenti, e prevede la possibilità della domanda di sanatoria edilizia per gli edifici abusivi costruiti prima del sisma (l’emendamento si rifà alla legge 47/1985 (condono Craxi) che prevede la sanatoria di opere costruite senza concessione edilizia, proprio come l’emendamento precluso scritto da Forza Italia, e si rifà anche all’art. 39 della legge 724/1994), e delega tutto ciò al tecnico che assevera l’idoneità statica dell’edificio costruito contra legem. La sanatoria coinvolge anche le aree sottoposte a vincolo paesaggistico, entro il 2% delle superfici. Il provvedimento è in continuità col Governo precedente, attraverso il famigerato DDL Falanga. Per la precisione è lo stesso Commissario di Governo alla ricostruzione, De Micheli, che ammette l’immoralità del provvedimento: «ci sarà sempre qualcuno che storcerà la bocca, è normale. Una regolarizzazione ce la saremmo evitata. Ma di fronte alla prospettiva di non poter ricostruire il 90 per cento delle case distrutte dal sisma, forse possiamo sacrificare un pezzetto delle nostre ideologie. Comunque è chiaro che il problema delle difformità gravi c’è…».

L’Ordine dei geologici riporta quanto stabilito dalla Cassazione: “l’abuso edilizio in zona sismica che compromette la stabilità di un edificio va abbattuto anche se è stato oggetto di condono”. Ovviamente il provvedimento ha allarmato anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica, che riporta l’articolo di Sergio Rizzo.

A conclusione dell’iter legislativo, il Parlamento approva la legge 89/2018 con l’art. 1-sexies (Disciplina relativa alle lievi difformità edilizie e alle pratiche pendenti ai fini dell’accelerazione dell’attività di ricostruzione o di riparazione degli edifici privati) e così «[…] il proprietario dell’immobile, pur se diverso dal responsabile dell’abuso, può presentare, contestualmente alla domanda di contributo, segnalazione certificata di inizio attività in sanatoria, in deroga […]». L’emendamento della Lega – possibilità di domanda in sanatoria – è presente al comma 6 art.1 sexies della legge 89/2018. Oltre a ciò, il Governo per evidente volontà politica di Di Maio, inserisce nel cosiddetto Decreto Legge per Genova 109/2018, attraverso il Capo III (Interventi nei territori dei Comuni di Casamicciola Terme, Forio, Lacco Ameno dell’Isola di Ischia interessati dagli eventi sismici verificatisi il giorno 21 agosto 2017) e all’art. 25 un provvedimento ad hoc per Ischia, che definisce le procedure per il condono edilizio coinvolgendo le pregresse istanze di sanatoria, a partire dalla prima legge sul condono n.47/1985, la stessa richiamata dall’emendamento della Lega per le aree nel cratere del centro Italia (“misure urgenti a favore delle popolazioni dei territori delle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche ed Umbria, interessati dagli eventi sismici”). I capi IV e V della famigerata legge n.47/1985 prevedono la sanatoria delle opere abusive (art. 31), cioè i proprietari possono conseguire la concessione o l’autorizzazione delle costruzioni realizzate senza permesso o in difformità.

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condono edilizio Lega-M5S

Nella nostra legislazione esiste un’ampia gamma di illeciti e  reati (inosservanza delle norme, assenza del permesso di costruire, difformità, variazioni essenziali, lottizzazione abusiva, interventi in zone vincolate) in campo urbanistico ed edilizio, si tratta di sanzioni amministrative (ammenda) e reati che prevedono anche la reclusione su condotte non consentite dalle norme (arresto fino a due anni). L’oggetto dei reati urbanistici sono il rispetto formale degli strumenti urbanistici e l’ordinato sviluppo del territorio. Nel diritto amministrativo e urbanistico il tema è il diritto dell’Amministrazione di governare l’assetto del territorio comunale reprimendo gli illeciti edilizi, e facendo rispettare la normativa e le prescrizioni, attuando un controllo preventivo mirato a tutelare il territorio.

Le norme contemplano anche il potere-dovere di vigilanza (art. 27, comma 1 T.U. 380/2001) delle nostre istituzioni (Sindaco e uffici, art. 31 T.U. 380/2001) e l’obbligo di applicare le sanzioni (l’ingiunzione a demolire), mentre oggi ci ritroviamo con le istituzioni politiche che propongono di venire meno ai propri obblighi suggerendo l’ennesimo condono a danno della collettività.

Urbanizzazione

In diversi appunti pubblicati su questo diario on-line, ho più volte espresso idee sul governo del territorio e la necessità di adottare un’unica agenda urbana bioeconomica. L’anno scorso, l’ISTAT pubblica un interessante documento per aggiornare i dati sull’urbanizzazione presente in Italia, e in generale per riconoscere la trasformazione dell’armatura urbana italiana, ormai consolidata, ma non governata. Anche il nostro istituto di statistica riconosce la necessità di una visione sulle nostre aree urbane, e denuncia l’assenza di un’agenda urbana italiana, mentre altri Paesi e organizzazioni discutono e propongono specifiche soluzioni su temi generali legati alle città. Dovrebbe apparire evidente che questa inerzia delle istituzioni politiche produce danni, mentre si ha l’impressione che l’idea dei nostri politici sul governo del territorio, sia la totale deregolamentazione a favore dell’ideologia neoliberale che applica la mercificazione di ogni cosa, e privatizza i processi decisionali politici per favorire gli interessi delle imprese private e degli investitori. Dal punto di vista del territorio, cosa significa urbanizzare e quali sono gli effetti? Le istituzioni politiche italiane smettono di pianificare l’economia e sottovalutano il governo del territorio favorendo le disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento, e infine trascurano un’efficace manutenzione dell’ambiente costruito lasciando che l’incuria faccia insorgere danni e morti, oltreché chiudere gli occhi sul famigerato fenomeno criminale dell’abusivismo edilizio. Nel corso dei decenni, la maggioranza degli amministratori ha adottato una condotta politica contra legem: non prendersi le responsabilità delle proprie scelte deregolamentando i processi, cioè Sindaci e Consiglieri lasciano fare ai soggetti privati, i quali sono ben lieti di influenzare le scelte di localizzazione e persino gli indici urbanistici. Questo aspetto è notoriamente fuori legge perché di competenza dei Comuni obbligati a fare gli interessi generali. La maggior parte dei Consigli regionali e comunali “affrontano” la manutenzione degli agglomerati urbani con logiche speculative sottovalutando la realtà dei problemi quali: il ciclo vita degli edifici, il rischio idrogeologico, il rischio sismico, il consumo di suolo agricolo, il degrado urbano in taluni quartieri e la povertà presente in determinate periferie con i noti fenomeni di criminalità. Una priorità politica dunque, è la riduzione delle disuguaglianze, e queste si concentrano sia nelle aree metropolitane e sia nei sistemi rurali in abbandono. L’aspetto contraddittorio è che, mentre le aree urbane concentrano ricchezza, questa non è affatto ridistribuita, pertanto esistono quartieri della marginalità con grandi problemi di inclusione sociale. Nel paradigma capitalista, le aree rurali non riescono a generare ricchezza come quelle urbane, e sono toccate dal fenomeno dell’abbandono. Entrambi gli ambiti territoriali – urbani e rurali – sono toccati dalla marginalità, dal disagio economico, e dalla vulnerabilità sociale e materiale. Il 33,8% (3,2 milioni) degli abitanti nelle aree urbane vive in uno stato potenziale di disagio economico. La maggior parte della popolazione italiana è si concentrata nelle aree urbane, e l’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali, si tratta di sistemi urbani e funzionali rispetto al lavoro che hanno generato nuove forme urbane estese e frammentate. In queste nuove città troviamo sia il disordine urbano e sia veri e propri vuoti urbani. I Sistemi Locali principali  sono 21 (Roma, Milano, Napoli, Torino …); le città di media grandezza sono presenti in 86 Sistemi Locali, ed il resto, è rappresentato da 504 Sistemi delle aree rurali che sono sempre più abbandonate favorendo l’aumento del rischio idrogeologico. I Sistemi locali poi si dividono in attrattivi e perdenti (che cedono abitanti), mentre in quelli metropolitani e in quelli perdenti troviamo le disuguaglianze di riconoscimento che sono in aumento grazie alle politiche globali neoliberali. In questi contesti difficili, le persone escluse hanno sfiducia nelle istituzioni, e si sviluppano movimenti politici autoritari e intolleranti. Nei luoghi della marginalità, cioè i non luoghi, le persone escluse reagiscono anche con stili di vita illegali, ed è in questi contesti che la micro criminalità mette radici. Decenni di politiche neoliberaliste hanno prodotto tali problemi poiché è venuto meno il mandato costituzionale che chiede di costruire uno Stato sociale. Il ceto politico è del tutto autoreferenziale e conservativo dello status quo a trazione capitalista, ed a partire dagli anni ’80 ha smesso di promuovere politiche pubbliche socialiste. Questo ceto élitario non ha una visione culturale come la pianificazione bioeconomica per i Sistemi Locali, perché preferisce l’approccio liberista che oggi applica lo slogan dell’economia della conoscenza. Gli amministratori locali adottano politiche urbane inseguendo lo slogan liberista – l’economia della conoscenza – ma questo alimenta disuguaglianze fra i vari Sistemi Locali, poiché favorisce la concentrazione dei capitali presso i centri principali e le cosiddette città globali. Si tratta di un approccio più competitivo, e questa scelta ha innescato l’aumentato delle disuguaglianze economiche fra i territori e una nuova crescita dei flussi migratori, cioè abitanti che si spostano per cercare lavoro dal Sud al Nord. Il passaggio dall’economia pianificata all’economia liberista ha messo da parte la pianificazione, favorendo attività che generano rendite e speculazioni edilizie. E’ storia che nel 1962, il legislatore scelse di ignorare la famosa proposta di Fiorentino Sullo che riformava il regime dei suoli per consentire, finalmente, allo Stato di applicare l’interesse generale, come già facevano i paesi scandinavi, Olanda, Germania e Inghilterra. Una testimonianza drammatica della linea neoliberale è la recente approvazione della nuova legge urbanistica in Emilia Romagna, che ha profili di illegittimità poiché contra legem (avversa ai principi della legge urbanistica nazionale) e persino incostituzionale. Mentre il ceto politico italiano sottovaluta i temi urbani o addirittura strumentalizza i problemi del degrado urbano con Commissioni ad hoc; da decenni, nei Consigli  degli Enti locali si è affermata la consuetudine nel rinunciare alla pianificazione urbanistica anziché applicare la Costituzione. Accade che gli attori privati sono invitati a fare i propri interessi stimolando processi di accumulazione del capitale, ma a danno della collettività, sia perché si adottano trasformazioni del territorio espressione delle speculazione edilizia, e sia perché tali processi avviano fenomeni degenerativi come la gentrificazione, oltre il consumo di suolo agricolo e lo sprawl. In buona sostanza la maggioranza dei comuni italiani non adotta piani urbanistici ma piani edilizi, la differenza è sostanziale si tratta di scelte politiche che ignorano i problemi delle città per favorire gli interessi speculativi.

Osservando il nostro territorio, e soprattutto le strutture urbane, oggi sappiamo che non esistono più le città che tutti noi consideriamo, ma esistono nuove città costituite da comuni centroidi saldati alle loro conurbazioni. Il problema amministrativo è che tali strutture urbane non sono governate da un unico comune, ma dai comuni costituiti dal centroide e dagli altri limitrofi. Infine, il problema culturale del ceto politico che non adotta piani regolatori generali bioeconomici capaci di vedere le strutture urbane come sistemi metabolici, e i suoi territori come bio regioni urbane, secondo le indicazioni della scuola territorialista; ma si continua a stimolare sia il consumo di suolo con la dispersione urbana e sia l’aumentano dei carichi urbanistici anche negli spazi dove non è affatto necessario, tutto ciò perché è sparita l’urbanistica.

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ISTAT popolazione per tipologia di località abitativa
ISTAT, 2017

L’urbanizzazione viene in genere definita principalmente in relazione a due categorie interpretative: da un lato quella demografica, legata a fenomeni quali l’aumento della popolazione nella aree definite urbane e la proportion urban, dall’altro quella territoriale, basata su indicatori quali il consumo di suolo, la diffusione e la concentrazione. Su queste due direttrici si e sviluppato gran parte del dibattito teorico che, nel tempo, ha cercato di definire, misurare e interpretare le dinamiche dell’urbanizzazione, dando luogo alle diverse accezioni con cui viene descritto l’urbano. Sebbene questa impostazione sia in fase di superamento, spesso l’urbanizzazione è stata associata al processo di trasformazione del territorio da rurale a urbano, allo sviluppo dei centri abitati e alla concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Il tasso di urbanizzazione infatti si può misurare calcolando il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale, anche se va distinto dalla crescita urbana (urban growth), che invece si riferisce solo alla crescita demografica della popolazione che risiede in aree urbane, e non all’espansione fisica. Il grande interesse nei confronti dell’urbanizzazione e, più in generale, dell’urbanità, è dovuto alle dimensioni del fenomeno su scala globale, dato che il 50 percento della popolazione vive nelle città e il trend è in costante crescita. Si prevede infatti che da adesso al 2030 ci saranno più di 41 mega-city (città con più di 10 milioni di abitanti) e che il 64 percento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane nel 2050 (Un 2015). Praticamente si assisterà a un totale ribaltamento delle proporzioni rispetto al 1950, quando la popolazione urbana costituiva un terzo di quella globale.

Capitalismo, effetti e rimedi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, lasciando una miriade di capannoni vuoti e l’aumento della disoccupazione. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Lo schema si caratterizza per disuguaglianze e sottosviluppo: i Paesi “centrali” pianificano agglomerazioni industriali, quelli “periferici” cedono attività. Negli USA, paese centrale, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, i Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali hanno prevalso a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone non sono rispettati. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane governate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio di questo processo e la realizzazione di questo approccio produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001
ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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La rivoluzione possibile

rigenerazione-urbana-bioeconomica

L’Ottocento è il secolo ove si sono sviluppati i modelli culturali e industriali della modernità e quest’epoca è ancora in corso d’opera nonostante la si possa superare facilmente grazie all’evoluzione della società, percorrendo la strada bioeconomica. Mentre il capitalismo si manifestava per ciò che è realmente: avidità di pochi contro i popoli, disuguaglianze sociali ed economiche, e distruzione della natura; si sviluppavano anche idee per stimolare la nascita di modelli sociali più virtuosi e civilmente responsabili. Grazie all’immensa opera di Marx che spiegava in maniera dettagliata l’inciviltà del capitalismo, molti pensatori riuscirono ad attrarre investimenti e progetti per sperimentare modelli alternativi. Fra l’Ottocento e inizio Novecento vi furono molti esempi concreti, ma dopo la seconda guerra mondiale tutto l’Occidente fu velocemente colonizzato dal pensiero dominante neoliberale, attuando un capitalismo di rapina simile alla società feudale caratterizzata dalla divisione di classe non più in base al lignaggio familiare, ma in base all’accumulo di capitale. Una borghesia di oligarchi capitalisti controlla il pianeta. La vittoria più straordinaria ottenuta da questa classe dirigente degenerata è far credere ai popoli che il capitalismo sia l’unica ideologia possibile. Ciò è avverabile grazie all’ignoranza funzionale delle masse.

All’inizio di questo millennio, dove ormai la tecnologia a disposizione della specie umana è a dir poco fantascientifica, le comunità che corrispondono alle aree urbane estese possono programmare e finanziarie sistemi sociali, alimentari ed energetici ispirati ai modelli degli utopisti dell’Ottocento, e cioè sistemi anarco comunisti ove i cittadini possono gestire le risorse fondamentali del territorio in maniera razionale. Si tratta di applicare il principio di democrazia economica previsto dalla Costituzione, e in termini culturali significa applicare il socialismo e consentire ai cittadini di appropriarsi degli strumenti del capitale per ridistribuire ricchezza. Se fino ad oggi, i cittadini non sono ancora diventati proprietari e gestori, insieme allo Stato, delle proprie infrastrutture locali, è perché le forze politiche, abbracciando il liberalismo, hanno preferito affidare tali infrastrutture alla borghesia liberista, cioè a una ristretta élite per concentrare la ricchezza nelle mani dei pochi anziché distribuirla ai molti.

Questo approccio politico libertario (comunista) è il terrore dell’élite degenerata che oggi è ampiamente rappresentata in tutte le istituzioni politiche, dall’Unione europea, passando per i Governi di tutti i Paesi aderenti all’euro zona, fino a tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni. Se i cittadini fossero consapevoli delle possibilità concrete, grazie alle tecnologie di oggi, nel diventare produttori e consumatori di energia e soprattutto gestori del territorio, allora si potrebbe realizzare la più grande rivoluzione politica mai vista in Occidente, poiché molti livelli istituzionali perderebbero il proprio peso politico e mediatico. E’ facile osservare che nessun partito politico parla di questa possibilità perché toglie potere ai livelli istituzionali centralizzati come i Comuni, Provincie, Regioni e Parlamento, UE, per dare potere e controllo a sistemi istituzionali che si integrano a forme di democrazia partecipativa e diretta, cioè modelli simili ai Cantoni svizzeri ove il peso della sovranità popolare è maggiore, ed è più garantito.

Realizzando un cambio di scala, oggi le aree urbane estese possono essere amministrate da un unico organo territoriale rappresentativo che può adottare un piano bioeconomico territorializzando funzioni e attività per stimolare una rigenerazione capace di creare nuova e utile occupazione. Si tratta di approcci e modelli che restituiscono autonomia e sovranità alle comunità locali poiché si riduce la dipendenza economica dal sistema globale neoliberale. Si tratta di superare il modello culturale neoliberista per entrare in un piano culturale capace di valorizzare i territori partendo dalle risorse esistenti. L’obiettivo non è più la competitività ma la realizzazione dello sviluppo umano in armonia con la natura. Questo percorso si avvia analizzando il territorio, le proprie peculiarità, la storia, l’identità, con l’approccio della scuola territorialista che suggerisce la bioregione urbana e ponendosi l’obiettivo di abbattere le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. In sostanza nei territori ove c’è la disoccupazione è necessario avviare, per tutti indipendente dall’età, percorsi formativi suggerendo la rigenerazione dei territori che abbisognano di numerose professionalità, dalle più umili alle più qualificate, dall’agricoltura naturale alla progettazione, con l’impiego delle migliori tecnologie sostenibili.

L’attuale sistema politico è concretizzato in un modello gerarchico capitalista, ove la concentrazione di capitale nelle mani di pochi ricatta popoli e Governi, si tratta di una gerarchia feudale poiché le relazioni coincidono col vassallaggio. Il modello opposto è una rete democratica dove non esiste la produzione di massa di merci inutili, e lo scambio è basato sulla reciprocità e non sull’accumulo.

sistemi locali principali realtà urbane e città medie
Sistemi locali, ISTAT.