Urbanistica, beni e merci


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.2     Urbanistica, beni e merci

In generale, lo Stato in funzione della legge 1497/1939[1] distingue due grandi categorie di beni: le bellezze singole o individuali (cose immobili, singolarità geologiche, ville, giardini, parchi); e le bellezze d’insieme (panorami, belvederi, complessi estetici). Questi beni sono tutelati quando rivestono un “notevole interesse pubblico” per il loro “cospicuo carattere di bellezza naturale o di singolarità geologica”, per la “non comune bellezza”, e per l'”aspetto estetico e tradizionale” o perché “bellezze panoramiche” o “punti di vista o di belvedere accessibili”. Secondo il Codice civile i beni tutelati e demaniali sono infruttiferi e inalienabili e non devono recare profitto, se non occasionalmente. Come vedremo nella consuetudine politica si sfrutta l’estimo[2] per mercificare ogni tipo di bene, mentre un ulteriore danno al principio costituzionale della tutela del patrimonio nazionale, e dei beni demaniali, è stato l’introduzione del processo di sdemanializzazione[3] dei beni pubblici.

Max Weber ricorda che «l’azione individuale si concretizza in una condotta basata sul calcolo economico e insieme sulla rinuncia a seguire l’influsso di valori non finalizzati a tale calcolo. E’ questa la base del processo di razionalizzazione, caratteristico delle società moderne, che induce a uniformare i comportamenti secondo criteri di economia ovvero di efficacia pratica dell’azione, senza alcun riferimento a valori ideali, così da rendere “calcolabile” l’agire»[4]. Georgescu-Roegen dimostrerà matematicamente che il calcolo economico neoclassico delle società moderne è sbagliato, poiché ignora le leggi della fisica, di fatto recando un danno agli ecosistemi e alle persone poiché sottrae ricchezza alle comunità[5]. Pertanto la cosiddetta “razionalità economica” è di fatto un’invenzione maliziosa che può essere usata per imbrogliare la collettività. Inoltre, nella vita reale del mondo occidentale le scelte delle persone non sono affatto dominate dalla cosiddetta “razionalità economica”, ma dall’opposto e cioè dalle emozioni, dall’influenza della società e oggi anche dai social media[6].

Il contenuto tecnico di un piano regolatore generale (piano strutturale[7] comunale, piano urbanistico comunale) attribuisce a ciascun suolo (zona) particolari destinazioni d’uso e particolari quantità e tipologie di edificazione, espresse in indici e parametri di carattere sintetico e analitico. La città è percepita come un prodotto di un processo economico[8] ed i soggetti che interagiscono misurano gli scambi di questo processo con la moneta. Una volta lo Stato, non sempre, forniva la moneta necessaria[9] per soddisfare gli obiettivi dei piani regolatori – costruzione degli standard minimi necessari – attraverso l’istituto dell’esproprio, e il finanziamento diretto. Nella pratica urbanistica è consuetudine cercare la moneta necessaria nel libero mercato piuttosto che ridistribuire le risorse dello Stato a favore di un piano urbanistico portatore di valori e principi universali, pertanto i Comuni mercificando i suoli chiederanno ai soggetti privati di finanziare gli standard minimi necessari previsti dalla legge. Circa il governo del territorio, di fatto, i Comuni applicano un paradigma materialista e si comportano come i soggetti privati cercando un profitto attraverso le logiche del mercato per pagare i servizi pubblici. In questo processo i Comuni attribuiscono un prezzo ai suoli edificabili – generando una rendita – ed i privati per realizzare i propri interessi pagano quel costo e la costruzione dei servizi pubblici. Di recente i proventi dell’attività edilizia (oneri di urbanizzazione) possono essere usati persino per la “spesa corrente” dei comuni, di fatto favorendo il consumo di suolo agricolo per conseguire l’obbligo del pareggio di bilancio. Dal punto di vista della storia economia bisogna osservare che la struttura giuridica contabile, amministrativa e politica dei Comuni europei agisce e “pensa” esattamente come le compagnie mercantili medioevali ove il fine era vendere merci per trarre profitto[10]. Sul contro altare della fine dello Stato sociale ci sono le imprese multinazionali e il sistema offshore, che anche in campo immobiliare può finanziare trasformazioni urbanistiche speculative con risorse di provenienza oscura[11]  e attraverso il sistema del debito può scaricare i rischi d’impresa agli Stati e quindi alla collettività[12].

Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, prezzo e costo. Secondo Hegel «l’attività economica mira sempre e soltanto a fini individuali e viene valutata in base alla sua efficacia, cioè in base alla maggiore e minore rispondenza dell’azione rispetto ai risultati che si propone di raggiungere. L’attività etica mira invece a fini universali e viene giudicata in base alla sua rispondenza o meno a tali fini»[13]. I piani, nonostante debbano garantire la realizzazione di standard minimi, possono distruggere valore – paesaggio, ambiente, patrimonio architettonico – a un determinato prezzo e smentire il principio costituzionale della tutela del paesaggio, del patrimonio e del diritto alla salute. Per questo motivo l’espansione urbanistica che produce un aumento dei capitali non è di per sé un valore, se questa operazione danneggia l’ambiente, il paesaggio e la qualità morfologica della città. Nei piani regolatori generali tutto ciò che riguarda indici e superfici edificabili (carico urbanistico) rappresenta una merce, ma non è certo se questa merce sia un valore per la collettività e per l’interesse pubblico. I piani dovrebbero distinguere i beni dalle merci e pensare in un modo diverso. Le tecniche di scambio come la perequazione[14] dovrebbero riflettere un cambio di paradigma poiché i premi volumetrici generano una rendita che probabilmente non è necessaria per l’interesse pubblico e perseguono la convenienza economica del progetto promosso dai privati. Il principio secondo cui i privati abbiano un ritorno economico non è di per sé sconveniente, ma col tempo lo Stato ha abdicato a qualsiasi forma di progettualità a favore del mercantilismo. Ricordando la ricostruzione post-bellica, Benevolo scrive che: «l’elemento dirompente non è l’aumento delle costruzioni né l’incuria dei produttori e dei destinatari, ma il privilegio accordato al disordine, che fa crescere le differenze e procura loro la monetizzazione. Da questa situazione è sconfitta l’architettura, perché i suoi risultati non sono economicamente paragonabili fra loro e non sono migliorati per selezione, come avviene per tutti i prodotti industriali. Essendo il saggio della rendita quasi sempre superiore, e di molto, a quello del profitto imprenditoriale, il guadagno determinante nasce dalla compravendita del terreno, non dall’esecuzione del manufatto»[15].

Bisognerebbe comprendere e riconoscere che i valori, i beni, sono prioritari rispetto alle merci, e quindi bisognerebbe puntare al bene sociale, all’eco-efficienza e alla sufficienza energetica, alla sovranità alimentare, alla prevenzione del rischio sismico, alla tutela del patrimonio storico-architettonico poiché sono beni e non merci.

All’aspetto del recupero del plusvalore possiamo aggiungere una vera innovazione culturale per alcuni concetti estimativi e giuridici fornendo una distinzione fra beni e merci ispirandosi alla bioeconomia. Secondo il diritto e l’economia ortodossa, i beni possono essere ugualmente comprati e venduti, cioè trattati come merce, mentre nel miglioramento che si propone la definizione di bene, si riferisce al concetto di utilità sociale e di valore secondo un interesse generale, come previsto dalla Costituzione. Da un lato, il diritto parla di beni inalienabili e infruttiferi, riferendosi generalmente ai beni pubblici e demaniali e sottoposti al regime di vincolo, ma la natura della pratica estimativa è quella di trasformare ogni cosa in merce, anche un bene demaniale, e quindi è possibile attribuire costi e prezzi anche a beni inalienabili attraverso una stima e valutare l’opportunità di cederli con un’analisi di costi benefici secondo le logiche mercantili. Secondo l’economia ortodossa beni e merci si comprano e si vendono, pertanto per la rinuncia a un bene è possibile ricevere un compenso monetario. Invece, secondo la bioeconomia i beni non si comprano e non si vendono, e sono sottratti alle logiche mercantili. Un bene ha un valore in sé poiché soddisfa un bisogno umano che non può essere misurato con la moneta, ad esempio la trasmissione delle conoscenze e la felicità, oppure il cibo auto prodotto dal proprio orto. I beni possono essere gestiti collettivamente e scambiati all’interno della comunità in maniera consapevole, anche gratuitamente, garantendone il godimento alla comunità e alle future generazioni. Ad esempio, i surplus energetici auto prodotti con fonti alternative e scambiati gratuitamente in una rete intelligente (smart grid) rappresentano un bene, e tale approccio può essere esteso a determinati suoli, ad esempio le aree destinate all’agricoltura sinergica che consentano di auto produrre parte del cibo che serve agli abitanti della città o alle mense scolastiche, o aree destinate alla costruzione di servizi pubblici come le biblioteche, le pinacoteche. In questo “nuovo” filone giuridico si inserisce il concetto di diritto dei beni comuni che nel mondo anglosassone è chiamato communing e gestione dei commons urbani[16], in contrapposizione al prevalere e l’uso speculativo della proprietà privata privilegiata dall’economia neoclassica.

La tecnica urbanistica adotta strumenti di misura come ab/mq, m3 e indici territoriali, e ad essi sono associati un prezzo; chi riesce a pagare quel prezzo può realizzare case, servizi e infrastrutture. Quest’approccio materialista rappresenta un limite evidente per gli Stati che hanno abdicato alla sovranità monetaria e non usano il principio fiat money[17] a proprio favore (teoria endogena della moneta), e durante questo periodo di recessione e deflazione, le comunità pur avendo le capacità creative di realizzare progetti di pubblica utilità non possono farlo senza le adeguate disponibilità monetarie, o senza violare vincoli di bilancio. Riconoscendo le sconfitte politiche circa l’esproprio generalizzato finalizzato alla corretta gestione dei suoli attraverso il diritto di superficie, al fine di avere un controllo pubblico sia dei piani che della rendita indirizzandola verso la realizzazione dei servizi collettivi e una gestione etica del territorio, ritengo che il legislatore potrebbe abbracciare l’innovazione concettuale circa la distinzione fra beni e merci in chiave bioeconomica[18], e suggerire l’uso di tali principi in una legge nazionale e nelle leggi regionali affinché i piani comunali possano promuovere varianti per realizzare i bisogni dei cittadini e l’interesse generale. All’interno dei piani regolatori generali è possibile individuare determinati mq/ab, m3 e indici territoriali come beni e non più merci, quindi sottrarli dalle logiche speculative e mercantili. Gli stessi piani regolatori possono essere trasformati da piani espansivi in piani di rigenerazione bioeconomica partendo dall’analisi con approccio conservativo dall’interno dei tessuti edilizi esistenti[19].

Le pubblicazioni di Kevin Lynch[20] e Gordon Cullen[21] ci insegnano che oltre alle analisi funzionali le città possono essere studiate attraverso le emozioni, le percezioni soggettive che ci consentono di aggiungere qualità all’idea di città. Si tratta di dare maggiore attenzione ai valori percettivi della forma urbana dando priorità agli interessi locali e sociali piuttosto che all’avidità. L’economia ortodossa e l’estimo non contemplano le interpretazioni suggerite da Lynch e Cullen, e quest’aspetto suggerisce che ragionando in termini di costi non potremmo avere indicazioni esaustive.

Sotto il profilo della giurisprudenza, cioè a riguardo dello jus aedificandi, il governo del territorio ha a disposizione il principio costituzionale della funzione sociale della proprietà che ricorda la funzione principale dell’urbanistica. In tal senso la priorità dei piani è quella di attribuire diritti edificatori ma individuando un modello di sviluppo della comunità. Dal punto di vista della rigenerazione è necessario associare l’interesse pubblico agli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente così da delineare un nuovo statuto della proprietà privata in ambito urbanistico[22].

Dal punto di vista della valutazione politica nel redigere un piano regolatore bisognerebbe dare priorità alla convenienza ecologia del progetto piuttosto che alla massimizzazione dei profitti, e pertanto sarebbe saggio usare le tasse per un interesse pubblico: rigenerare le città. Lo Stato ha il potere di promuovere una politica economica espansiva associata alla bioeconomia, promuovendo progetti di qualità compatibili con le risorse finite. Il legislatore può modificare il “patto di stabilità e crescita” interno e liberare investimenti, aumentando la spesa pubblica (il deficit) per l’obiettivo della rigenerazione. Governo e Parlamento possono coordinare una nuova politica economia insieme ai paesi “periferici” e far modificare/cancellare il “patto”, e creare nuovi investimenti utili per creare nuova occupazione verso strategie virtuose. L’euro può diventare moneta sovrana a credito.

L’ipotesi del CNAPPC[23] auspica un “intervento pubblico-privato, con ricorso alla perequazione compensativa e a soluzioni tecnico-amministrative in grado di garantire un’attuazione semplificata e in tempi certi”, sperando che “contribuisca ad arrestare il consumo di nuovo territorio e a liberare aree già urbanizzate, trasformandole in piazze, servizi e parchi urbani, riqualificando così anche il “capitale sociale” delle periferie”; ma questi auspici del CNAPPC sono un sogno teorico poiché l’Italia non avendo più moneta sovrana, ed essendo stata inserita in un sistema denominato “economia del debito” con limiti di spesa (patto di stabilità e crescita) che non prevede periodi recessivi come questo, costringe lo Stato a trovare le risorse unicamente aumentando le tasse, o aumentando il debito, oppure sperando in un generoso intervento dei privati che donano parte dei propri risparmi alla rigenerazione urbana.

Nel tentativo di dare una risposta adeguata al problema della rendita e al rapporto politica e urbanistica il legislatore dovrebbe impegnarsi nell’affrontare la complessità dei temi in un testo unico sul governo del territorio per modificare la Legge Urbanistica Nazionale (LUN, L. 1150/1942) e le successive leggi che ne determinano l’attività istituzionale e professionale. Il legislatore dovrebbe puntare al superamento della perequazione urbanistica introducendo le tecniche di recupero del plusvalore fondiario, e realizzando la distinzione fra beni e merci per adeguare i criteri estimativi ispirandosi alla bioeconomia, ed ai nuovi paradigmi culturali, al fine di sottrarre i beni alle logiche mercantili.

Ad esempio, la discussione decennale intorno agli standard (quantitativi e qualitativi) va adeguata alle dimensioni[24] del Benessere Equo e Sostenibile (BES). La Legge Urbanistica Nazionale ed il noto D.M. 1444/68 introdussero le cosiddette dotazioni minime (attrezzature e servizi) da garantire agli abitanti delle città (18 mq/ab per i Comuni che hanno una previsione di abitanti superiore ai 10mila). Tutti i Comuni hanno l’obbligo di garantire questi spazi minimi, ma è altrettanto noto il fatto che gli standard non considerano le peculiarità locali: ad esempio i flussi turistici e il pendolarismo, e in questo modo la valutazione fatta sugli abitanti residenti risulta sottodimensionata. Nel corso del tempo la cultura cambia, e mutano i bisogni della popolazione con un incremento della domanda di servizi legati alla cultura e al tempo libero. Il dibattito suggerisce di introdurre uno strumento denominato Piano integrativo dei Servizi Urbani (PSU)[25], per assecondare sia le capacità creative progettuali, e sia i bisogni reali dei cittadini individuando le giuste misure (dimensionamento), le giuste densità e la corretta distruzione funzionale, morfologica, tipologica, ambientale ed ecologica degli standard considerando le caratteristiche dei luoghi. Mentre la prassi progettuale si occupa dei numeri (la quantità minima: 18 mq/ab), da diversi anni si parla di standard qualitativi. L’obiettivo è progettare piani urbanistici con servizi di qualità e non solo di quantità. Alcune Regioni si sono dotate della possibilità di un piano dei servizi, ma il PSU non è previsto dalla LUN, pertanto il legislatore dovrebbe introdurre il PSU al fine di garantire maggiore flessibilità ai piani mirando alla qualità dei servizi minimi necessari[26].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] La legge è stata abrogata e sostituita dall’art. 166 comma 1, del D. Lgs. 490/99. Il concetto di “bene culturale” rinviene storicamente la propria fonte e la propria disciplina (prescindendo dal riferimento ai del tutto superati antecedenti normativi del 1909 e del 1922) nella Legge 1089/39 (c.d. legge Bottai, già abrogata dall’art. 166 del D. Lgs. 490/99, e la cui abrogazione è stata inoltre disposta dall’art. 2 e dall’allegato 1 del D.L. 200/08). La categoria ha ricevuto ulteriore tutela per il tramite dell’istituzione del Ministero dei beni culturali intervenuta con la Legge 29 gennaio 1975, n. 5. Non ricadevano in senso tecnico nella nozione di bene culturale i beni ambientali disciplinati dalla Legge 1497/39, già abrogata dall’art. 166 del D. Lgs. 490/99, a propria volta abrogato dall’art. 184 del D. Lgs. 22 gennaio 2004, n.42.
[2] È scopo dell’estimo individuare un prezzo da associare all’oggetto indagine della stima.
[3] La sdemanializzazione indica un atto o un fatto che incide sulla destinazione pubblicistica di un bene determinandone la cessazione del relativo statuto pubblicistico.
[4] Occhipinti, Op. cit., 2005, pag. 544.
[5] Georgescu-Roegen, Op. cit., 2003.
[6] Franchi & Schianchi, Op. Cit., Parma, 2014.
[7] Il piano strutturale è la componente del nuovo piano regolatore, e chi usa la parola “struttura” si riferisce anche alla “forma” e al “sistema”, altri preferiscono il “disegno” (urbano, del suolo, del piano …). «Con “struttura” si intende qualcosa che dura nel tempo, che permane; che trasforma una somma di elementi in un insieme che ha proprietà distinte da quelle dei singoli elementi; qualcosa che connota rendendo il territorio riconoscibile nella varietà e nel divenire, quindi distingue, dà identità; qualcosa che pre-esiste e si rilavora oppure che si costruisce con l’atto progettuale di ristrutturazione (Gabellini, Tecniche urbanistiche, 2002, pag. 211)». La “struttura” è un costrutto mentale, un’immagine mentale “per dare struttura al territorio, “disegnare il territorio” sottolineando il ruolo delle permanenze (ambientali, storiche, fisiche, culturali), quindi individuando gli elementi sui quali poggia la composizione attraverso disegni schematici.
[8] «I possessori di merci debbono riconoscersi, reciprocamente, quali proprietari privati. Questo rapporto giuridico, la cui forma è il contratto, si o no svolto in forme legali, è un rapporto di volontà nel quale si rispecchia il rapporto economico. Il contenuto di tale rapporto giuridico, ossia di volontà, è dato mediante il rapporto economico stesso. Le persone esistono qui l’una per l’altra soltanto come rappresentanti di merce, quindi come possessori di merci. (Marx, 1977, pag. 117)». Il Capitale di Marx rappresenta egregiamente le relazioni mercantili di una società capitalista capace di scambiare merci ma non di tutelare e valorizzare la natura, la creatività e la spiritualità umana piegata dal mercantilismo nichilista.
[9] Esiste ancora una diatriba storica circa la nascita dello Stato moderno, le monarchie e il capitalismo, nel senso che ancora oggi non è chiaro se nacque prima la società borghese capitalista o la concezione di stato sociale che attraverso le tasse si prende cura dei ceti meno abbienti. Sicuramente la classe borghese di banchieri privati prestava denari ai sovrani per finanziare le guerre, e in tal senso il capitalismo mercantile si sviluppo come propulsore delle guerre e del primo lavoro salariato: il soldato (Galbraith, 2015). Nel corso dei secoli gli Stati cominciarono ad occuparsi di assistere i ceti meno abbienti e la costruzione degli insediamenti umani cercando di correggere gli errori di uno sviluppo urbano privo di consapevolezza circa i rischi sanitari generati dalle rivoluzioni industriali.
[10] I mercanti erano palesemente impegnati nella ricerca della ricchezza e non avevano rimorsi di coscienza, non amavano la concorrenza e approvavano il monopolio mentre i salari contavano poco o nulla (Galbraith, 2015). La mentalità mercantile dei feudi ha diverse analogie con le municipalità italiane, che affidano in regime di monopolio i servizi pubblici locali, privatizzando di fatto ogni servizio, e mercificano i suoli per trarre profitto al fine di rispettare regole contabili che ostacolano i diritti dell’uomo (obbligo del pareggio di bilancio, patto di stabilità e crescita, MES).
[11] Shaxson, Op. cit., 2014.
[12] Secondo i dati forniti dal Ministero delle Infrastruttura e dei Trasporti per l’anno 2014 risultano 692 opere incompiute, per l’anno 2015 risultano 649 opere incompiute, questi i dati rilevati il 3 luglio 2015. < http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=cm&o=vd&id=3976&gt;.
[13] Occhipinti, Op. cit.,.2005, pag. 627.
[14] Perequare significa rendere uguali, pareggiare e si riferisce ai diritti edificatori. La perequazione urbanistica è una tecnica suggerita dai pianificatori ai Comuni, per ovviare a due problemi pratici e giuridici: il primo riguarda la possibilità di non usare l’esproprio per accedere alle aree di progetto e conseguendo un risparmio economico, e il secondo è proporre un’uguaglianza dei diritti edificatori ai proprietari coinvolti dai piani. «Le sequenze che qualificano il procedimento tecnico chiamato “perequazione urbanistica” sono: a) individuazione del campo di applicazione del regime perequativo; b) attribuire all’indice convenzionale di edificabilità alle differenti classi di suoli: c) regolazione dello scambio fra chi cede edificabilità e chi l’acquisisce; d) definizione delle modalità di atterraggio dei volumi in base a criteri compositivi» (Gabellini, Op. Cit, Roma. 2002, pag. 111).
[15] Benevolo, L’architettura nel nuovo millennio, Bari, 2006, pag. 276.
[16] Marella, “Lo spazio urbano come commons e il problema della proprietà”, in Munarin & Velo (a cura di), Italia 1945-2045 urbanistica prima e dopo, Roma, 2016.
[17] Fiat money o moneta cartacea a corso legale è il sistema di creazione della moneta che si contrappone a quello metallico. Dal 1971 il valore della moneta non è più garantito dall’oro (fine del gold standard) e pertanto il suo valore è stabilito dalla fiducia e dal corso legale forzoso. Nonostante il vantaggio del cambiamento di sistema, la Repubblica italiana per volontà del Parlamento prima è uscita dalla Banca d’Italia e poi ha abdicato alla sovranità monetaria, di fatto rinunciando al controllo diretto del credito. Gli Stati privi della sovranità monetaria “acquistano” moneta e quindi contraggono un debito pubblico, attraverso uno scambio con Titoli di Stato acquistati dalle SpA che accedono al mercato delle borse telematiche. Una banca centrale presta moneta rispetto all’equivalente valore dei Titoli. In alternativa a tale concezione esiste un altro principio per creare moneta pubblica a credito e non più a debito, ripristinando l’uso del principio fiat money a favore dello Stato. Tale sistema oggi viene tramandato dalla scuola economica monetaria post keynesiana. L’endogeneità della moneta, cioè l’offerta di moneta è frutto della domanda monetaria e in base all’elasticità della curva di offerta del credito, la moneta aumenta o si riduce. In sostanza la Repubblica italiana ha il diritto e il potere di stampare moneta di proprietà dello Stato e crearne la quantità giusta attraverso tale principio senza inflazionare il valore stesso della moneta; un esempio fu la banconota di cinquecento lire.
[18] Pallante, Op. cit., 2009.
[19] Il legislatore attraverso la creazione di un fondo perequativo ad hoc può investire risorse utili a sostenere i costi per cambiare le convenzioni dei piani attuativi, così da evitare di incidere sul bilancio degli Enti locali; ed allo stesso tempo il legislatore, dovrebbe investire in piani che promuovono il recupero dei tessuti edilizi esistenti con principi di recupero degli standard, di eco densità e di tecniche per pianificazioni partecipate.
[20] Kevin Lynch, The image of the city, 1960.
[21] Gordon Cullen, Townscape, 1961; traduzione italiana di Roberto D’Agostino, Il paesaggio urbano. Morfologia e progettazione, Calderini, Bologna, 1976.
[22] Calace, Op. cit., 2015.
[23] Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori.
[24] Salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, politica e istituzioni, sicurezza, patrimonio e paesaggio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi.
[25] Colombo, Pagano e Rossetti, Op. cit., 2013.
[26] La Regione Lombardia che ha introdotto il PSU con la legge regionale 12/2005 e consente un ampio margine operativo dell’accezione “standard qualitativo”, col serio rischio di ridurre i diritti previsti dallo standard quantitativo, in quanto si potrebbe prevedere l’interscambiabilità dello standard stesso, ad esempio un’area verde potrebbe diventare edilizia residenziale pubblica.

creative-commons