L’isolato


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.6.2       L’isolato

La recessione economica, il degrado culturale e fisico che accompagnano il declino delle città sono fenomeni del presente periodo che possono essere affrontati ripartendo dall’abitare. Una parte della ricerca architettonica e urbanistica ritiene che bisogna “riprogettare” l’isolato[1]. Attraverso le analisi emergono gli elementi da migliorare per renderlo più funzionale e vitale, per rigenerarlo.

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“Unità di quartiere e raggio di influenza” in G. Rigotti, Urbanistica. La composizione, 1973.

Attraverso la corretta comprensione dell’isolato si possono immaginare strategie di ri-costruzione per periferie, centri e parti di città. Nell’analisi dei tessuti edilizi esistenti e nel progetto di quelli nuovi, l’isolato ed il lotto costituiscono rispettivamente l’elemento urbanistico ed edilizio elementare. L’isolato è costituito dall’aggregazione di lotti ed edifici secondo le regole della tipologia edilizia. L’isolato riveste altresì il ruolo di elemento compositivo o combinatorio intermedio per la formazione dello spazio urbano nei suoi caratteri morfologici e qualitativi.  Lo spazio urbano può essere in tal modo inteso anche come combinazione organica di isolati[2].

L’isolato può essere studiato anche con l’approccio di Saverio Muratori, che ha costruito una metodologia circa la capacità di lettura dei tessuti[3] urbani.

Il concetto di rigenerare l’isolato assume il significato di un ritorno a uno stato morfologico indicato dalla composizione urbana, come può essere l’unità di vicinato, la “cellula urbana”[4], neighbourhood unit[5]. L’analisi urbanistica potrebbe rilevare che il luogo osservato non costituisce un tessuto urbano, e pertanto sarebbe necessario elaborare un piano o programma urbano per rigenerarlo, e offrire tutti i vantaggi di una corretta composizione dello spazio.

Giorgio Rigotti in Urbanistica, la composizione dedica molte energie allo studio della cosiddetta “cellula urbana” ed al corretto proporzionamento delle città illustrando esempi e modelli attraverso lo studio delle densità, dei rapporti fra utilizzazione territoriale e “raggio di influenza”, «quanto devono essere vasti una città o un territorio per contenere una data popolazione avente o tendente ad avere un determinato stato collettivo, e le attrezzature necessarie a mantenere o a raggiungere un determinato livello sociale?»[6].

Lo sviluppo delle ricerche di Rigotti, alcuni decenni dopo, conducono Jan Gehl nell’affermare che, prima di tutto, è fondamentale acquisire la consapevolezza che non sono gli edifici ma le persone e gli eventi a dover esser riuniti. Rapporti come quelli fra suolo, aree edificate e densità del costruito non dicono nulla di decisivo sull’effettiva concentrazione delle attività umane, se queste, cioè, siano o non siano sufficientemente concentrante. Fondamentale è una progettazione a misura d’uomo: che tenga conto di quanto può essere raggiunto a piedi da un punto dato, di quanto è possibile abbracciare con lo sguardo, di quali esperienze si possono fare. […] «Sono due gli elementi che esercitano in pratica una grande influenza sulla domanda di concentrazione: il fatto che per la maggioranza delle persone il raggio di azione di una passeggiata a piedi è limitato a 400 o a 500 metri, e il fatto che la distanza dalla quale si possano osservare persone o eventi in corso fra i 20 e i 100 metri, a seconda di cosa ci sia da vedere»[7]. Pertanto il tema che affronta Gehl è la dispersione o l’unione di attività e persone. Ad esempio è possibile concentrare, con una corretta progettazione di strade e piazze, e le attività delle persone si possono integrare o non attraverso la classificazione delle strade, gli accessi ed i fronti degli edifici.

Rigotti ricorda che le basi del proporzionamento sono rappresentate dai fattori[8] e dalle organizzazioni sociali che caratterizzano un insediamento. Per tale ragione il proporzionamento è diviso in «proporzionamento delle superfici» e in «proporzionamento nelle distanze»; attraverso un approfondito studio della società nella sua dimensione, e nella specificità di uso del suolo condizionato dalle attività (lavoro, tempo libero, stili di vita) delle categorie di individui. In termini metodologici valuta il bilancio vitale della popolazione, il movimento naturale e migratorio, e le previsioni di incremento della popolazione. Circa il proporzionamento, i procedimenti suggeriti sono due: indiretto e diretto. Il procedimento indiretto mira a usare le analisi statistiche in base agli elementi che caratterizzano le singole situazioni valutando le proporzioni del piano e dei gruppi di aree con stesse finalità (zone, quartieri, etc.) e poi «con analisi più minute saranno stabilite le dimensioni e le proporzioni reciproche dei diversi elementi che compongono il “complesso organizzato”». Per Rigotti è necessario fissare misure e superfici normalizzate applicando tre tipi di soluzioni: la prima è fissare le dimensioni unitarie nei limiti minimi e massimi, e stabilisce il numero di unità in “una ogni isolato”, “una ogni 15 ha”, “una ogni 30-50 ha”, “una ogni 30 ha”; la seconda «prevede una normalizzazione basata sulla densità edilizia; la terza è valutare quanto un impianto collettivo è sostenibile dal punto di vista economico e sociale e quando la fruizione della popolazione rende lo stesso impianto saturo. I dati scelti per il calcolo indiretto devono essere adattati alla struttura collettiva dei gruppi di popolazione e passati al vaglio delle condizioni economiche del piano»[9]. Il manuale di Dodi predilige l’aspetto dell’azzonamento specificando di tenere in considerazione le condizioni locali di vita e le inclinazioni spontanee della popolazione. Il dimensionamento riprende le esperienze dei quartieri stile garden-city, quelli tedeschi sulle Siedlungen ed americani Neighbourhood Unit. Il metodo del dimensionamento suggerisce l’uso degli indici urbanistici (densità, indice di affollamento, rapporti di copertura e fabbricazione) e secondo Dodi la proporzione in un quartiere a densità edilizia media deve aggirarsi intorno al 50%, cioè 250 ab/ha che stabilisce uno standard minimo di 40 mq/ab. Il manuale di Piccinato indicava uno standard minimo di 30 mq/ab[10]  stabilendo una densità di 334 ab/ha.

Al tema dell’unità di vicinato, ossia della cellula urbana, è possibile aggiungere un’altra importante indicazione progettuale sorta nel 1963, la definizione di area ambientale di Colin Buchanan che consente di configurare «zone nelle quali è assente il traffico estraneo e per le quali il controllo della qualità ambientale prevale sulle esigenze di funzionamento della circolazione veicolare. […] In forme diverse, la nozione di unità – o isole – di traffico locale individua un’omogeneità delle destinazioni funzionali ed a volte al principio di autosufficienza nel rapporto tra residenza e attrezzature collettive. […] Dal punto di vista della circolazione, l’isola di traffico è caratterizzata dal fatto che i flussi più consistenti vengono canalizzati lungo le strade di scorrimento esistenti ai bordi; l’accesso è assicurato da una rete di viabilità minore, proporzionata dall’obiettivo di ridurre gli impatti ambientali entro le isole»[11].

Nel secolo Novecento quest’approccio culturale dell’urbanistica si dividerà in due interpretazioni e applicazioni distinte circa la pianificazione delle città e l’organizzazione territoriale. La prima interpretazione circa lo zoning funzionale di matrice americana sarà quella di tenere separate le funzioni causando una dispersione dei servizi sul territorio, mentre in Europa, condizionati dal modello medievale delle città compatte, lo zoning sarà applicato e integrato come funzioni miste (mixitè funzionale) all’interno delle singole zone omogenee territoriali; nonostante ciò anche in Italia le espansioni urbane produrranno il fenomeno della dispersione (sprawl) poiché spesso le scelte politiche[12] condizioneranno i piani urbanistici “aggiustandoli” agli interessi particolari dei privati.

insediamenti movimento moderno

In sostanza, il fatto che «una città mista (mixité funzionale e sociale), permeabile e accessibile in ogni sua parte sia largamente preferibile e auspicabile rispetto a una città di differenti isole iper-specializzate e ghettizzanti, ci si può legittimamente domandare se questa tanto ricercata mixité funzionale sia veramente capace di modificare cattive abitudini ormai consolidate, ad esempio di ridurre in modo efficace gli spostamenti automobilistici»[13]. Le risposte saranno date solo dal tempo, soprattutto dagli abitanti, attraverso i loro rifiuti o accettazioni di piani e progetti, ricordando che i cittadini delegano ogni decisione ai politici.

«La città compatta ad alta densità ha la sua origine oltre che negli impianti medioevali, anche nel modello di città ottocentesca»[14]. Berlino è un caso paradigmatico, e nel 1999 attraverso il Planwerk Innerstadt Berlin di Stimmann progetta la creazione di servizi alla base dei grandi edifici esistenti attraverso il tentativo di pianificare la città direttamente con l’architettura, utilizzando i tracciati della Berlino storica. Nel corso dei decenni si sono succedute diverse progettazioni circa l’isolato. Negli anni ’20 l’isolato si divide in più lotti, allontanandosi dal modello a corte chiusa edificata lungo tutto il perimetro, poi isolati semi aperti; in fine si suddivide il lotto solamente lungo l’asse Nord-Sud ottenendo esclusivamente abitazioni “ottimali” con affaccio ad est e ad ovest e aumentando notevolmente la percentuale di verde fruibile da ogni abitante. Questo processo condurrà alla fine della corrispondenza strada-edificio sancita dal CIAM.

Fra il 1945 e il 1946 Le Corbusier pubblica Les Trois établissements humains e Maniere de penser l’urbanisme in cui pensa la città lineare industriale con autostrade immerse nel verde (park-way) e «nelle sue unità elementari, l’insediamento» di tale città è «dimensionato in modo conforme agli spostamenti a piedi ovvero secondo un sistema di relazioni spaziali compatibili con una velocità di 4 Km/h. La residenza è organizzata in una sorta di città-giardino verticale, operazione che nasce da una critica alla città-giardino orizzontale che sta consumando grandi riserve di suolo attorno alle città. L’edilizia bassa viene sostituita con le “unità di abitazione” nelle varie disposizioni (a Y, a spina, a frontali) ognuna servita da alloggi di tipo “duplex”, organizzate da strade interne di distribuzione, realizzate su “pilotis”»[15].

«Nel novecento si assiste fondamentalmente a due indirizzi che incidono nel disegno dei centri abitati: il disegno ottocentesco, che raggiunge un’altissima qualità nella pianificazione più qualificata e intelligente, ed il movimento moderno che propone la rottura del tessuto ad isolati e all’affermazione di  nuovi modelli ad impianto aperto»[16].

Secondo Jane Jacobs le idee di Howard e Geddes prima, e quella di Wright, circa la separazione dei quartieri dalle città favorirono lo sviluppo della concezione secondo cui gli isolati dovevano avere propria autonomia lasciando alla strada mere funzioni di mobilità, cioè le funzioni suggerite dal Movimento moderno. «Secondo queste idee la strada è per l’uomo un ambiente sfavorevole e quindi le abitazioni non devono essere rivolte verso di essa, ma verso spazi interni verdi e riparati. Le attività commerciali devono essere segregate dalle zone residenziali e da quelle verdi»[17]. Si tratta di un’analisi critica nei confronti dei “decentratori” e alla concezione della città proposta dal movimento moderno che s’ispirò anche alle idee howardiane favorevoli alle unità autonome ed isolate, per Jacobs è un attacco alla città stessa, e medesima critica viene rivolta alla “città radiosa” di Le Corbusier.

La questione sollevata da Jacobs attiene alla qualità dello spazio pubblico condizionato dall’idea di città che si vuole costruire, mentre negli USA viene applicata una concezione dello zoning che separa le funzioni di edifici e luoghi, in Europa spesso si preferisce interpretare uno zoning che integra le diverse funzioni all’interno delle zone omogenee; in questo modo, dal punto di visto della sociologia, l’interpretazione europea contribuisce a creare spazi di maggiore convivialità, scambio e uso più razionale del suolo. Si tratta, semplicemente, di ispirarsi alla città medioevale europea con proporzioni geometriche ovviamente diverse. La popolazione è costituita da «un gruppo di persone riunite in vita più o meno strettamente collettiva, con finalità concordanti, con bisogni sotto certi aspetti uniformi, con aspirazioni tendenti a scopi pressoché uguali.[…] Produzione e consumi, scambi, lavoro e mano d’opera, sono altrettanti fattori sociali importantissimi che ci ricollegano direttamente agli elementi economici da una parte e ancora agli elementi umani dall’altra completando quella compenetrazione caratteristica fra le diverse parti e le varie funzioni del piano regolatore»[18].  Studiando la demografia ed i fattori sociali della città è possibile pianificare spazi e servizi pubblici adeguati attraverso l’elaborazione di un vero e proprio piano sociale.

Negli anni ’70  si farà avanti un movimento di recupero dell’isolato urbano che culminerà con l’esperienza dell’IBAF[19] Berlino rappresentato in una grande mostra internazionale. L’esperienza italiana circa la progettazione di edilizia popolare durante gli anni ’60 e ’70 insegna che alcuni quartieri come il Laurentino 38 (inizio anni ’80), il Corviale (progetto 1972-74) a Roma, ed il quartiere Rozzol Melara a Trieste (progetto 1968-71) non hanno avuto successo per molteplici motivi, e non solo per carenze progettuali. Un aspetto importante è stato l’incapacità della gestione dei processi e degli spazi costruiti, «le strutture nate per ospitare i servizi sono rimaste abbandonate a se stesse, divenendo fattore di degrado, oppure sono state immediatamente occupate in maniera illegale»[20], tali esperienze mostrano che dagli anni della ricostruzione post bellica fino alla fine degli anni ottanta, spesso i servizi progettati rimanevano sulla carta per l’incapacità della pubblica amministrazione. Tali incapacità spinsero il legislatore ad adeguarsi alle istanze liberiste provenienti dal mondo anglosassone e introdurre l’uso del diritto privato in ambito pubblico con l’apertura alle gestioni pubbliche-private della cosa pubblica con società e strumenti giuridici finanziari ad hoc. Vedremo che tale strada non risolverà i problemi per i ceti meno abbienti, ma produrrà nuovi fenomeni speculativi come la gentrificazione[21]. La riforma non si limiterà ad introdurre l’uso del diritto privato, ma si concretizzerà in un rinnovamento profondo dell’agire pubblico. Da un lato vi sarà un obbligo alla trasparenza, nascerà un vero e proprio conflitto d’interessi perpetuo interno alla Pubblica Amministrazione, poiché se da un lato è d’obbligo rispettare la Costituzione, nella realtà pratica dirigenti e funzionari saranno stimolati e preoccupati di perseguire gli obiettivi al fine di incassare i premi economici previsti dal Piano Esecutivo di Gestione (PEG) e dal Piano Dettagliato degli Obiettivi (PDO)[22]; oggi esiste il Documento Unico di Programmazione economica (DUP).

Attraverso la mixitè o diversità urbana, e la “densità di usi” è possibile inserire le diverse attività che risolvono il problema degli alloggi popolari costruiti a partire dalla legge 167/62. Scriveva Jane Jacobs: «le densità sono troppo alte o troppo basse quando ostacolano la diversità urbana invece di favorirla e questo difetto di funzionalità rappresenta esso stesso la ragione per cui quella densità è troppo alta o troppo bassa»[23], nella sostanza non bisogna confondere il concetto di densità col sovraffollamento che produce scompensi e scarsa qualità del vivere, e dall’altronde diversificando la densità è possibile una diversa identità dei luoghi e ciò è possibile farlo anche con delle architetture contenenti diverse funzioni.  La qualità dell’abitare è legata alle relazioni ed è normalmente esplicata anche nella manualistica delle tecniche urbanistiche, tant’è che Patrizia Gabellini riferendosi agli standard minimi obbligatori per legge, cita Luigi Di Falco, e riporta una riflessione sul fatto che essi devono rappresentare un «minimo livello di civiltà urbana», ma dovrebbero essere commisurati alla «percezione soggettiva delle classi» sociali, cioè dei cittadini. Inoltre Gabellini specifica che «lo standard non può ridursi all’individuazione della superficie fondiaria per abitante o, peggio, per metro cubo»[24], e per questo ritiene che debbano essere messi in atto sistemi di regole quantitative e prestazionali per misurare le interrelazioni fra i servizi, ad esempio usando il “raggio di influenza”. Attraverso la progettazione di un sistema di servizi è possibile risparmiare suolo agricolo in una prospettiva di polifunzionalità e flessibilità che contribuisce a migliorare l’uso dello spazio[25]. Gli studi di Kevin Lynch daranno suggerimenti e strumenti per cogliere la percezione soggettiva degli abitanti con l’uso di specifici questionari da sottoporre agli abitanti stessi[26]. «Dalla ricerca di Lynch emerge che gli elementi persistenti presenti nella descrizione della città sono: i percorsi, che collegano i vari punti della città; i limiti, che separano zone con caratteristiche diverse; i punti di riferimento, che rappresentano luoghi riconoscibili utili per l’orientamento; i nodi punti di intersezione o di passaggio; i quartieri, aree relativamente ampie con caratteristiche generali riconoscibili. Questi stessi elementi diventano la base per una ridefinizione della forma visiva delle città, per intervenire sulla congruenza tra forma, funzione ed immagine di un ambiente costruito»[27]. La figurabilità è una mappa mentale, cioè l’immagine della città è una percezione dei cittadini e tale astrazione può essere indagata e restituita in forma grafica utile all’urbanista, si tratta di schemi “strutturali” che suggeriscono soluzioni a eventuali problemi. La psicologia della Gestalt sembra fornire alcuni principi tra i più adatti alla comprensione e al giudizio dell’architettura e dell’urbanistica. «Tutto il problema della forma urbana e soprattutto il contributo di Lynch si fonda ampiamente sulla Gestaltpsychologie. I principi di essa sono ormai largamente noti: ogni percezione ha carattere formale; questa forma ha una sua struttura globale ed è governata da proprie leggi interne; l’insieme formale è più della somma delle sue singole parti; la forma possiede una sua pregnanza ossia tende alla migliore organizzazione consentita dalle condizioni date. Da questi assunti fondamentali si deduce una serie di corollari: la legge dell’eguaglianza, della vicinanza, della forma chiusa, della curva buona, del movimento comune, etc. che in sostanza producono come criteri di approccio estetico la regolarità, la chiarezza visiva, la semplicità e così via»[28]. Nonostante ciò la gestaltica non è sufficiente per dare un quadro completo sulla valutazione per assenza di obiettività e funzione di verifica tipica del rigore scientifico. L’approccio scientifico sarà proposto da Alexander per l’analisi dei fenomeni urbanistici.

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Alexander, A pattern language, density rings, 1977.

Christopher Alexander in A pattern language suggerisce di interpretare le città in un insieme di quartieri da 7000 abitanti, e di studiare la concentrazione delle funzioni – densità – seguendo strade e “nodi”. Ad esempio, i centri urbani e le funzioni (amministrative e commerciali), secondo Alexander, hanno la capacità di formare “nuclei eccentrici” poiché costituiti da elementi “aggreganti” di densità. Possiamo riscontrare che lungo le strade ed ai “nodi” si sviluppano e si concentrano le densità abitative e dei servizi, e queste densità possono aggregarsi in forme particolari come il “ferro da cavallo” creando delle “creste”. Queste forme sono “nuclei eccentrici” poiché non determinano una “centralità radiale”, ma appunto una centralità eccentrica[29].

Aymonino analizzando lo sviluppo della città moderna ricorda che la strada diventa un “sistema interno” della nuova struttura urbana e costituisce strumento funzionale alla crescita della città, mentre «la differenziazione tipologica e quella posizionale permettono l’utilizzazione d’interventi edilizi di contenuto diverso entro un unico disegno a scala urbana ed esprimono quelle esigenze di rappresentazione su strada che sarà una delle caratteristiche della città borghese nella sua massima realizzazione architettonica»[30].

Per conoscere e progettare le città possiamo aggiungere alle analisi percettive anche le tradizionali analisi qualitative determinanti per valutare correttamente l’uso del suolo, e così possiamo misurare le densità secondo i tradizionali parametri urbanistici, come l’utilizzazione territoriale (Ut), il rapporto di copertura, e le densità abitative (ab/ha). Un indicatore per misurare la densità di superficie è la FAR (Floor Area Ratio) cioè il rapporto fra la superficie utile lorda (sul) e la superficie territoriale (st), quindi la FAR misura la densità territoriale; è un sistema usato nel Nord Europa, in Olanda e recentemente negli Stati Uniti. Nella nostra manualistica la FAR corrisponde all’indice di utilizzazione territoriale, Ut = sul/st. Si predilige usare tale indice rispetto a quelli volumetrici poiché la FAR consente di svincolare i progetti dai limiti di altezza e creare nuove opportunità architettoniche sfavorite dagli indici che stabiliscono il rapporto fra volumi e superfici territoriali e/o fondiarie.

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Densità e mixité funzionale (Homes and Communities Agency, 2007).

Sono gli indici di edificabilità che influenzano il valore del mercato delle aree edificabili[31], pertanto non solo gli indici sono strumenti di tecnica urbanistica che incidono sulla morfologia urbana e architettonica, ma sono l’oggetto e la misura di interessi politici e lobbistici. Conflitti che possono essere affrontati con onestà intellettuale perseguendo l’interesse generale e integrando il processo creativo e decisionale con metodi e strumenti di partecipazione popolare, oppure con la consuetudine di sempre perseguendo gli obiettivi delle maggioranze politiche di turno legittimate dal voto elettorale, ma non è certo che taluni programmi coincidano con l’interesse generale. Un altro indicatore per misurare la qualità tecnica della morfologia urbana è l’indice di affollamento o densità di affollamento che viene definito come il rapporto tra gli abitanti e lo spazio da questi occupato. Può esprimersi come abitanti/vano, abitanti/stanza, ma anche come rapporto tra il numero delle famiglie e quello degli alloggi e solitamente è utilizzato per il calcolo del fabbisogno.

Un altro aspetto caratteristico circa l’isolato, oltre alla densità, è l’assetto viario, l’impianto urbano. Secondo Manuel de Solà-Morales lo schema di città ad isolati è influenzato dalle intersezioni di strade e il suo studio circa il rapporto fra isolato e tipologia edilizia è mirato a cercare un equilibrio confrontando le griglie di 18 città di epoche differenti basandosi su dati geometrici degli impianti viari. Secondo Jane Jacobs la dimensione degli isolati determinata dalla griglia viaria influenza la vita degli abitanti, e pertanto è necessario avere dimensioni adeguate affinché ci sia una corretta fruizione degli spazi e distanze dai mezzi pubblici (metropolitana, fermate autobus) percorribili a piedi.

Se valutiamo attentamente il concetto di isolato, o di vicinato, la sua forma urbana col sistema della mobilità, le densità in relazione ai servizi e come accennato in precedenza se valutiamo bene il concetto di sovraffollamento, ecco che tutti questi elementi messi insieme costituiscono un indicatore complessivo per misurare e rilevare l’uso del suolo (eventualmente scorretto o corretto), comprendere se c’è nei tessuti urbani esistenti il cosiddetto uso misto del territorio (mixité funzionale e sociale) e se c’è l’accessibilità allo spazio costruito. Elementi utili a progettare la qualità urbana, elementi della tecnica urbanistica ampliati dagli studi sociologici che suggeriscono di non sottovalutare l’educazione, le relazioni e la cultura degli abitanti poiché determinano la percezione di sicurezza e di felicità (investimenti in istruzione e politiche sociali). In generale le condizioni sociali, economiche ed ambientali influenzano la qualità della vita degli individui.

La densità quindi incide direttamente sulla vita degli abitanti. Le città possono avere una bassa densità dissipando risorse (dispersione dei servizi e difficoltà di gestione degli spostamenti pubblici) oppure possono essere compatte. Le città maggiormente densificate possono causare pressione sui servizi locali e una scarsa vivibilità per mancanza di spazi urbani e spazi verdi. Il vantaggio delle città compatte è la riduzione delle distanze, riduzione delle spese di trasporto, riduzione dell’inquinamento, nonché dei costi di riscaldamento. Una corretta azione progettuale si occupa dell’integrazione funzionale, del sistema della mobilità, della dotazione dei servizi e degli spazi verdi, grazie a un’attenta analisi del contesto per migliorare l’attrattività e la vivibilità del luogo urbano; quindi la qualità della città non dipende esclusivamente dalla densità assoluta dell’indice edificatorio quanto piuttosto dal progetto. Le densità medio-alte implicano la concentrazione di emissioni (inquinamento, rumore, radiazioni) e la formazione di isole urbane di calore. E’ importante attuare strategie a limitare tali criticità con sistemi di climatizzazione, veicoli ecologici, mobilità sostenibile, coperture verdi, superfici filtranti[32], materiali a bassa remissività[33].

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Reale, La città compatta. Sperimentazioni contemporanee sull’isolato urbano europeo, Roma, 2012.
[2] Ventura, <http://labourbanistica.voila.net/&gt;, (consultato il 14 luglio 2014).
[3] Approccio allo studio della forma urbana concerne l’analisi di dettaglio delle cosiddette parti urbane morfologicamente omogenee della città e dei loro processi formativi e trasformativi.
[4] La cellula urbana è un insieme di isolati che rappresenta un «gruppo di popolazione con un proprio stato sociale, nucleo da organizzare non solo nelle abitazioni ma anche in tutte le varie attività della vita collettiva. Si può dire perciò che siamo di fronte a una piccolissima città dentro la città più grande […] Lo scopo generico e fondamentale dell’idea è quello di raggruppare intorno a un determinato nucleo di servizi collettivi un gruppo di popolazione tanto vasto da poter richiedere l’installazione di quei servizi e da saturare gli impianti a quelli connessi. […] La cellula urbana sarebbe formata da nel complesso: a) da una scuola elementare; b) dalle abitazioni; c) dai gruppi di negozi; d) da un centro civico rionale; e) da spazi verdi e da campi da giochi; f) da edifici vari per la vita collettiva (cinematografo, chiesa, palestra, ecc.)» (Rigotti, Urbanistica. La composizione,Torino, 1973, pag. 349).
[5] Clarence Perry ideò la cosiddetta unità di quartiere, neighbourhood unit, con lo scopo di presentare uno schema, uno modello di progettazione spaziale funzione e sociale. Tale modello viene presentato anche nel manuale Rigotti.
[6] Rigotti, Op. cit., 1973, pag. 256.
[7] Gehl, Vita in città, Milano, 2012, pag. 109.
[8] Fattori naturali (clima, terreno); fattori umani (natalità; mobilità; fattori di mortalità; istruzione, l’occupazione, la disoccupazione, la delinquenza); fattori statistici (la popolazione; l’edilizia; il traffico); fattori ambientali (le usanze, le tradizioni e costumi; le arti e i sistemi costruttivi); legislativi, economici (tenore di vita; rapporti economici fra le aree); i costi dei servizi pubblici; l’esproprio delle aree; la rilottizzazione; i rapporti fra gli affitti e i redditi di lavoro), fattori sociali.
[9] Perrone & Gorelli, Op. cit. , 2012, pag. 21.
[10] Congresso internazionale di Igiene, Dresda 1929.
[11] Coppa, Introduzione allo studio della pianificazione urbanistica, Vol.II, Torino, 1986, pag. 581.
[12] A partire dagli anni ’70 inizia il processo di disurbanizzazione e de-industrializzazione delle città che innescherà la dispersione urbana anche in Europa. Negli anni ’80 il capitalismo muta e il passaggio dal modello industriale fordista alla flessibilità favorirà anche la delocalizzazione delle attività produttive verso i paesi emergenti lasciando vuoti urbani in Occidente. Questa trasformazione produrrà scelte urbanistiche contrastanti, da un lato si verifica la gentrificazione e dall’altro lato il recupero di aree abbandonate.
[13] Barattucci, Op. cit. , 2013, pag. 19.
[14] Reale, Op. cit. ,  2008, pag. 63.
[15] Saragosa, Op. cit. , 2011, pag. 228.
[16] Natali, Op. cit. ,  2001, pag. 183.
[17] Jacobs, Op. cit. , 2009, pag. 18.
[18] Rigotti, Op. cit. , 1973, pag. 177.
[19] L’Internationale Bauausstellung (“mostra internazionale dell’edilizia”).
[20] Pozzo, “La qualità urbana dei quartieri di edilizia sociale”, in G. Biondo, Abitare il futuro. Città quartieri case, Bologna, 2005, pag. 68.
[21] Diappi, Rigenerazione urbana e ricambio sociale: gentrification in atto nei quartieri storici italiani, Firenze, 2009.
[22] Come avviene nelle aziende private che perseguono la massimizzazione dei profitti, lo stimolo è un incentivo a guadagnare più soldi. La contraddizione sta nel fatto che si confonde il profitto con l’interesse generale. Dirigenti e funzionari pubblici perseguono la massimizzazione dei profitti, correndo il rischio concreto di non soddisfare i bisogni dei cittadini. Durante gli anni ’60 e ’70 anziché affrontare il problema, alzando il livello culturale e migliorando le competenze di dirigenti e funzionari pubblici, si trascurò tale questione, e negli anni ’90 si scelse di perseguire uno slogan politico: “privato meglio del pubblico”.
[23] Jacobs, Op. cit. , 2009.
[24] Gabellini, Op. cit. , 2002, pag. 78.
[25] Gabellini, Op. cit. ,  2002.
[26] Lynch, L’immagine della città, Milano, 2006.
[27] Gabellini, Op. cit. , 2002, pag. 212.
[28] De Fusco, Op. cit. , 2005, pag. 145.
[29] Alexander, A pattern laguage. Towns, Buildings, Construction, New York,1977.
[30] Aymonino, Op. cit. , 2009, pag. 19.
[31] Un’area edificabile in zona C che misura 1000 m2 con destinazione civile ha un indice di edificabilità di 2,4 m3/ m2; un coefficiente di utilizzazione pari 0,5 m2/ m2; altezza media standard di 3 m; numero massimo di piani 2. Risulta che la volumetria massima è 1000 x 2,4 = 2400 m3; la superficie lorda è 2400/3 = 800 m2; ed in base al coefficiente di utilizzazione solo metà superficie può essere occupata dalla costruzione 1000×0,5 = 500 m2; per utilizzare tutta la superficie è possibile ipotizzare la costruzione dell’edificio in parte a un piano e in parte a due, oppure utilizzando solo una parte e costruire l’edificio su due piani; 800 m2/2 = 400m2.
[32] Per superficie filtrante si intende la superficie sistemata a verde non costruita, sia fuori terra che nel sottosuolo, destinata principalmente a migliorare la qualità dell’intervento e del contesto urbano esistente. […] Inoltre va ricordato che le superfici verdi e le superfici filtranti in generale costituiscono il principale sistema di reinserimento delle acque meteoriche nel ciclo naturale delle acque, consentendo minori sprechi ed un minore afflusso di reflui ai sistemi di depurazione (Buffoli, 2014).
[33] Buffoli, Urban health: strategie per la sostenibilità urbana, Milano, 2014.

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