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Da circa vent’anni nei media si ascoltano e si leggono commenti politici ironici sulla sinistra, e spesso i giornalisti e politici accusano la sinistra, in quanto tale, di dividersi continuamente. E così gli osservatori si chiedono il perché delle divisioni, continuando con discussioni a volte inutili: perché la sinistra si divide? Secondo il sottoscritto è impossibile dividere qualcosa che non esiste. Nel 2018, la domanda è mal posta, quella corretta dovrebbe essere: c’è sinistra in Italia? E la risposta dovrebbe essere: in Italia non c’è sinistra; e allora: perché? Secondo il mio modesto parere, in Italia la cultura politica di sinistra è rimasta nelle menti di generazioni passate, che non hanno voluto e saputo trasmettere alle presenti e future generazioni. Dal 1989 in poi, la classe dirigente di sinistra ha avviato il processo di abbandono della lettura sociale attraverso il marxismo per abbracciare le idee liberiste. I politici cresciuti con Marx hanno commesso due enormi errori: il primo fu quello di rinnegare la critica sociale di Marx, e il secondo di ignorare la cultura ecologista nata proprio a sinistra. Quella classe dirigente scelse di abbracciare l’ideologia della finanza, convinta di poter cavalcare la globalizzazione neoliberista. Se osserviamo la svolta a destra della classe dirigente di tutti i politici, da un punto di vista del pragmatismo materialista, essi avevano ragione poiché attraverso il famigerato mondo off shore, le imprese private – banche e multinazionali – hanno potuto comprarsi e possedere l’intera classe dirigente occidentale retribuendola all’oscuro, senza dar conto ai cittadini e aggirando il sistema democratico rappresentativo, reso impotente. Se osserviamo la svolta a destra dal punto di vista della razionalità umana, allora ci accorgiamo che il sistema capitalista è semplicemente il modello sociale più stupido e irrazionale che si possa accettare, poiché aumenta le disuguaglianze e distrugge le specie viventi. Inoltre bisogna aggiungere che, mentre la classe dirigente tradiva i propri valori svoltando a destra, la scuola marxista non si è esauriva, anzi sviluppava due filoni per leggere la società attuale, uno cresciuto integrando economia, sociologia e geografia per avere una lettura più scientifica delle disuguaglianze, e una scuola ecologica per osservare meglio gli effetti del capitalismo e cambiare i processi produttivi. Se oggi possiamo capire la società attuale, lo dobbiamo a questi sviluppi culturali, che hanno prodotto la visione territorialista bioeconomica e quindi il metabolismo urbano. Ricordiamo che il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è stata più militante di un partito, mentre le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Viviamo in una società capitalista e milioni di italiani non sanno chi furono Marx ed Engels, e le nuove generazioni che si dichiarano di sinistra non hanno mai letto Il Capitale. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La Democrazia Cristiana era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994.

Questo è il paradosso dell’Italia e degli italiani, cioè all’interno di un Paese periferia economica dell’Europa, con un altissimo tasso di disoccupazione nel meridione, non esiste la sinistra politica, mentre questo spazio è occupato abusivamente da due partiti di destra il Partito Democratico e il M5S. Nel contesto politico italiano, la borghesia capitalista italiana è sempre rappresentata, sia quando sceglie Forza Italia e Lega Nord, e sia quando sceglie PD e M5S. Nel 2018, poveri e ceto medio non possono essere rappresentati. Invece, dal dopo guerra fino agli anni ’80, in Italia poveri e ceto medio potevano scegliere per il più grande partito di sinistra in Occidente, al quale veniva negato il diritto di governare, sia perché non riuscì mai a raggiungere la maggioranza dei voti, e sia perché l’Italia, perdendo la guerra, divenne colonia americana controllata e influenzata attraverso la Democrazia Cristiana, talune forze dell’ordine, e i servizi segreti. Non bisogna dimenticare fatti gravissimi come l’attentato a Togliatti, e poi l’omicidio Moro. La cultura di sinistra è vista come una minaccia dai capitalisti, da reprimere anche con la violenza. Se in Italia, ci furono, fra gli anni ’60 e ’70, scelte politiche ascrivibili alla sinistra, questo avvenne perché una ricostruzione era necessaria affinché l’Europa, e anche l’Italia, potesse acquistare le merci prodotte, cioè affinché si potesse avviare una società consumista, e anche perché la cultura capitalista americana fu influenzata dalle idee di Keynes che riconosceva il ruolo pubblico dello Stato nel mercato. Quando negli anni ’80 ci fu un avanzamento delle idee liberiste, allora gli americani abbandonarono anche il capitalismo alla Keynes, e l’Europa colonia yankees si adeguò andando oltre. Gli eventi storici hanno trasformato il mondo in un pianeta capitalista, mentre l’Occidente è il paradiso dei liberisti, e in maniera particolare l’euro zona. La globalizzazione neoliberista si è consolidata, totalmente indisturbata mentre cresce la disuguaglianza raggiungendo livelli mai visti prima. Il tema non è se ci sia o meno politica costruita sull’etica, perché è evidente che le più alte cariche istituzionali siano occupate e governate da scelte immorali e irrazionali, basti osservare la povertà nel mondo. Il tema è: quand’è che gli italiani avranno il coraggio di risvegliare le proprie coscienze addormentate? Quand’è che i neuroni riprenderanno a connettere pensieri degli della specie umana, per liberarsi dalle catene mentali della religione capitalista? Le leggi che governano tutte le specie viventi sono la biologia e la fisica, e in base a queste la nostra specie potrebbe vivere in armonia con la natura, poiché le risorse sono abbondanti ma oggi sono possedute dalle multinazionali che sfruttano le finte democrazie rappresentative e le pubbliche istituzioni come paravento, schermi, e maschere illusorie.

Nel 2018, e soprattutto per i prossimi anni, è necessario ricostruire la cultura politica di sinistra che non c’è più per le ragioni sopra esposte. In tal senso è necessaria una scuola, aggiornata e adeguata alla bioeconomia perché non possiamo costruire lavori e impieghi inutili ma attività e funzioni produttive rispettando la natura e i diritti umani. Un’evoluzione è già avviata, in silenzio, da quelle poche imprese che hanno riconvertito o stanno riconvertendo i processi produttivi adottando la cosiddetta chimica naturale e decarbonizzando gli usi energetici. Un’altra evoluzione già matura si è avuta nell’edilizia, capace di costruire edifici auto sufficienti dal punto di vista energetico, mentre grandi passi in avanti vanno ancora compiuti sul governo del territorio condizionato dal capitalismo. Su questo tema è fondamentale la costruzione di un partito di sinistra, che abbia il coraggio di riprendere l’argomento del regime dei suoli e di programmare l’uscita dal capitalismo per favorire la gestione bioeconomica dei territori e della aree urbane. Attraverso la riterritorializzazione delle attività è possibile creare opportunità di sviluppo sfruttando le nuove tecnologie ma ciò è possibile con politiche pubbliche socialiste costruendo servizi dove non esistono. Ad esempio, osservando le immorali e intollerabili disuguaglianze territoriali scopriamo che numerose aree urbane meridionali non hanno servizi sanitari, non hanno biblioteche e non esistono scuole adeguate e sicure. La risposta politica è la ridistribuzione delle risorse, cioè il socialismo, e quindi costruire nei quartieri: servizi sanitari, sociali, biblioteche e scuole adeguate, solo in questo modo si crea sviluppo umano e lavoro utile.

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È ormai matura l’analisi politica, persino condivisa negli ambienti responsabili dell’aumento delle disuguaglianze, che la cosiddetta crisi economica in realtà non è una vera crisi ma la normale conseguenza del capitalismo neoliberista che ha invaso il mondo intero. La globalizzazione dei capitali finanziari, del mondo off shore e delle zone economiche speciali, cioè degli spazi dello sfruttamento, ha trasformato la società occidentale eliminando le conquiste sociali del socialismo europeo, e riducendo al minimo i diritti civili e dei lavoratori. È assurdo ma sembra che il ceto politico abbia rimosso la lezione di Marx, favorendo i sogni più proibiti di un élite avida e incivile.

All’interno del cambiamento epocale, la maggioranza dei cittadini italiani è nichilista, individualista e di conseguenza usa il momento del voto come sintomo di uno sfogo. Milioni di italiani e la maggioranza dei meridionali delusi, hanno votato per questi due partiti: la Lega (che resta Nord) e il M5S. Entrambi, durante cinque anni di opposizione politica al PD, hanno attaccato i governanti con un linguaggio politico al limite della violenza verbale. Il linguaggio adottato si basa su un preciso ed elementare calcolo politico, promettere qualunque desiderio dei cittadini. Il linguaggio, come nella pubblicità fa leva sulle emozioni delle persone economicamente più deboli, soprattutto il M5S attraverso il famigerato “reddito di cittadinanza”, che non è un “reddito di cittadinanza” ma “condizionato”, una proposta ideata dai liberisti della scuola di Milton Friedman, e già in uso in Germania; mentre la Lega (Nord), sempre nel solco liberista, promette la famigerata “flat tax”, cioè una “tassa piatta” composta da una sola aliquota, palesemente incostituzionale, che consente ai ricchi di aumentare l’accumulo di capitali e di ridurre lo Stato sociale. Infine la cosiddetta “pace fiscale” che si traduce in un condono fiscale, ennesimo provvedimento immorale a favore di chi non ha pagato tributi allo Stato, confermando che in Italia sicuramente pagano le tasse i dipendenti salariati, mentre per gli altri, la collettività deve affidarsi alla civiltà altrui. Questi partiti sono diversi fra loro per come sono nati, ed hanno condiviso una feroce opposizione politica all’establishment, come si dice in gergo, contro l’UE, contro il “sistema”. La fotografia del M5S è stata fatta da due giovani giornalisti, Federico Mello e Jacopo Iacoboni, che in tempi diversi hanno pubblicato due saggi sul reale funzionamento dell’ex partito di Grillo, Il lato oscuro delle stelle e L’Esperimento. Entrambi sono utili per capire l’inganno che si cela dietro a determinati partiti apparentemente “nuovi”, che ricalcano schemi del comportamentismo degli anni ’50, ricalcano schemi televisivi, berlusconiani e non democratici ma utilizzano le nuove tecnologie per gestire l’azienda (il partito). La Lega Nord (già lombarda) è il partito razzista che nasce dall’antimeridionalismo per proporre la secessione dall’Italia contro Roma ladrona. Il linguaggio dei leghisti è costituito da decenni di propaganda razzista contro i meridionali. Nel corso degli anni la cronaca giudiziaria ha evidenziato la realtà dei fatti: i ladroni erano dentro quel partito e nelle istituzioni politiche del Nord da loro amministrate, dalle truffe nel partito razzista, passando per i Consigli regionali sino alle banche venete gestite dall’imprenditoria vicina ai razzisti. Il dramma culturale del nostro ceto politico è che un partito così ignobile abbia ricevuto una legittimazione dagli altri partiti, come Forza Italia e l’estrema destra, che l’hanno condotto persino al governo del Paese. In una comunità civile nessuno si sognerebbe di dare legittimità politica a chi propaganda il razzismo e l’egoismo più becero.

In tutto l’Occidente chiunque abbia svolto un ruolo politico all’opposizione del “sistema”, poi ha ricevuto un aumento dei propri consensi politici. Negli USA, come tutti sanno è diventato Presidente un imprenditore sfruttando temi legati alla crisi economica che ha fatto aumentare la povertà. In questa fase ove gli elettori cambiano i propri governanti, c’è un elemento a dir poco grottesco e contraddittorio. La cosiddetta crisi economica è innescata dal capitalismo neoliberista, e in Italia, anziché stimolare una mobilitazione di massa a favore del socialismo, gli elettori si affidano a una coppia di partiti che millantano di non essere né di destra e né di sinistra ma promettono politiche neoliberiste, cioè di destra con elementi di welfare di dubbia valenza.

Sintetizzando al massimo, negli ultimi anni, i partiti che hanno governato il Paese sono stati esecutori delle politiche neoliberiste, cioè di destra, e gli elettori hanno deciso di sostituirli con i soggetti che hanno millantato un cambiamento. Le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, innescando e stimolando la crescita dei disagi sociali, favorendo rabbia e insoddisfazione nei confronti del ceto politico occidentale. Il contesto politico e sociale si caratterizza per la fine della partecipazione popolare e di massa nei partiti, e mentre accadeva ciò, i cittadini italiani, in una prima fase durante l’inizio del millennio, si mobilitarono nei cosiddetti “girotondi”, senza organizzare un partito democratico nuovo ma consegnando la legittima protesta al vecchio establishment. Fallisce l’opportunità di realizzare un’alternativa politica al liberismo, mentre col trascorrere degli anni la scelta di ridurre il ruolo pubblico dello Stato fa crescere l’insoddisfazione nei confronti della “casta”, poiché si riducono contemporaneamente e progressivamente sia il potere d’acquisto degli stipendi salariati e sia il welfare state, creando disagi sia alla media borghesia e sia ai ceti più deboli che aumentano di quantità. È nel ventennio berlusconiano, con i governi elitari sostenuti dai Tremonti, Bossi, Dini, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi che si realizza la svendita del patrimonio pubblico, la “liberal revolution”, meno Stato più mercato, con norme e provvedimenti ad edulcorare il principio della democrazia economia e favorire l’azionariato elitario nel controllo, e quindi nel profitto, dei servizi. Tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, privatizzando tutto quello che c’è da privatizzare, di fatto usurpano la sovranità popolare, attraverso la creazione dei mostri multiutilities S.p.A. che firmano contratti di gestione dei servizi pubblici locali con la falsa promessa di migliorare le infrastrutture esistenti costruite con le tasse degli italiani (acqua, energia, autostrade, telecomunicazioni, poste, ferrovie). E’ negli Enti locali che si realizza la famosa austerità, dalle mani del più ignorante e incapace ceto politico italiano, rimbalzato alle cronache giudiziarie grazie ai reati contro la pubblica amministrazione e ai tagli dei servizi locali. Nel frattempo continua la privatizzazione dei profitti attraverso le rendite fondiarie e immobiliari, sottovalutando i problemi reali legati al rischio simico e idrogeologico, così da aggiungere altri danni alla collettività attraverso l’adozione di piani speculativi che aumentano le disuguaglianze sociali e il consumo di suolo agricolo.

Osservando la struttura capitalista italiana possiamo cogliere il senso delle politiche di tutti gli ultimi governi, che hanno favorito l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, cioè i soliti pochi, le solite famiglie, sia quelle note al pubblico e sia quelle poco note ma presenti in tutti i centri urbani. Il capitalismo italiano è costituito soprattutto da rendite, finanziarie e immobiliari, controllate dalle solite famiglie di ricchi, capaci di influenzare il credito. Il fatturato delle imprese è generato soprattutto da rendite e attività terziarie. Parlamento e Governi italiani, anziché rimuovere ostacoli di ordine economico per favorire lo sviluppo umano, e dare a tutti le possibilità di cercare percorsi di evoluzione sociale, hanno aumentato drasticamente la differenza fra ricchi e poveri. Sempre più famiglie sono entrate nella soglia di povertà relativa e assoluta.

I disagi creati dal mercato hanno una dimensione territoriale precisa, e sono le periferie che hanno smesso di votare per i partiti filo establishment. Contestualmente si è ampliato il fenomeno della spoliticizzazione delle masse e la crescita della frustrazione collettiva, poiché gli individui non si sentono in grado di cambiare le scelte politiche italiane. Durante il ventennio berlusconiano, il legislatore contribuisce ad allontanare i cittadini dal processo decisionale della politica sia con la riforma degli Enti locali e sia con i processi di privatizzazione che favoriscono gli interessi delle imprese. Nel 2009, dopo cinque anni di tour seguitissimi, il comico Grillo catalizza la frustrazione e la rabbia popolare in un partito da lui fondato, il M5S. Dal 2005 al 2009, Grillo usa l’arte del teatro a servizio di un disegno politico, ed è la sua capacità di interpretare i problemi degli italiani a raccogliere milioni di voti nel 2013, consentendo a diversi sconosciuti, e anche taluni impresentabili e squallidi personaggi di entrare nel Parlamento italiano senza alcun criterio di merito politico. Mentre si realizzava un enorme trasferimento di consensi dai partiti del pensiero unico al partito liquido italiano, ancora una volta, nonostante le evidenze circa l’aumento delle disuguaglianze, nessun soggetto politico ha avuto la maturità di compiere un’auto analisi critica mettendo in discussione le politiche economiche neoliberiste, e la totale inefficienza politica dell’UE, costruita per soddisfare il mercato e non i bisogni delle persone. Di questa incapacità riflessiva, ovviamente, se ne approfitta chiunque critica l’euro zona e la “casta”, senza dover dimostrare alcuna capacità politica. Nel 2013, il risultato delle urne rompe lo schema del cosiddetto bipolarismo e non consegna un reale vincitore, perché esiste un terzo polo che ha lo stesso peso politico del PD e di Forza Italia. Le coalizioni si sfaldano, e nascono nuove maggioranze parlamentari sul modello chiamato grande coalizione per consentire la formazione di un Governo, in quanto il terzo polo strategicamente sceglie l’opposizione. Nel 2013, nonostante milioni di italiani sfiduciano l’establishment, quel voto non è utilizzato per cambiare lo status quo, e fra le tante conseguenze politiche, lo scontro fra il M5S e il PD ebbe quella di sostituire la classe dirigente politica nel PD, favorendo l’ascesa di un nuovo capo politico: Renzi, in continuità col liberismo. La nuova direzione del PD sposta l’asse del partito tutto a destra, e in una prima fase, il nuovo leader eletto attraverso le primarie aperte del partito, aumenta i consensi alle elezioni europee del 2014 toccando la soglia del 40%. Nel 2015 durante le elezioni regionali, il PD continua la crescita dei consensi ma sarà l’ultima volta, poiché da quel momento in poi, il partito di governo perderà milioni di voti arrivando a dimezzare il proprio consenso sul territorio nazionale. I 5 anni di legislatura saranno utilizzati dalla nuova maggioranza politica per approvare altre riforme neoliberiste togliendo diritti ai lavoratori, e cercando di cambiare la Costituzione per ampliare l’ideologia capitalista neoliberale attraverso una proposta di riforma costituzionale, Renzi-Boschi. Proposta bocciata dal referendum consultivo, il 4 dicembre 2016. In tutto ciò le disuguaglianze crescono, osservando l’aumento della povertà per effetto del mercato lasciato libero di agire secondo la propria avidità. L’assurdità del ceto politico consiste nel fatto che mentre aumentano le disuguaglianze, chi governa accresce le opportunità per alcune imprese multinazionali, anziché ripristinare politiche pubbliche socialiste.

Nel 2018, il risultato delle urne dice che la maggioranza degli italiani crede alle promesse di chi ha svolto un ruolo di opposizione, e sfoga la propria rabbia contro i vecchi partiti consegnando il Paese, sia al partito razzista italiano, la Lega (Nord), e sia al partito inventato da un ex comico e da una piccola azienda privata di social marketing, che oggi detiene il controllo diretto del primo partito italiano. Dopo circa 70 giorni di trattative politiche, agli italiani viene presentato un cosiddetto contratto di governo. Il linguaggio adottato ricalca lo schema di un programma elettorale, e non è un serio programma politico. Secondo i giuristi, del calibro di Zagrebelsky, si tratta di un contratto di potere fra alleati di governo che presenta caratteri di incostituzionalità, con possibili derive autoritarie. Questo nuovo programma elettorale chiamato contratto di governo è composto da un mix di elementi retorici dei due partiti, e così ritroviamo un po’ di razzismo, una visione securitaria dello Stato, posizioni euroscettiche, una visione più o meno assistenzialista, elementi ecologisti, ma soprattutto promesse molto complicate sul welfare circa la riforma Fornero e il reddito condizionato poiché insieme creano la banca rotta dello Stato. Un linguaggio più concreto si riscontra solo sui punti dedicati alla sicurezza.

Anche il cosiddetto “governo del cambiamento”, così chiamato come desidera la propaganda, appare come un governo della continuità nonostante l’euroscetticismo, poiché ignora la lezione di Marx e non compie un’analisi politica matura facendo riferimento ai mutamenti sociali innescati dal capitalismo neoliberista. Nonostante un legittimo euroscetticismo raccolto dalla pancia degli elettori, non c’è alcun piano industriale su specifiche attività industriali, ma la promessa generica di una banca pubblica a sostegno delle imprese, come insegna la scuola liberista. Non c’è un piano di investimenti su specifici territori deindustrializzati. C’è un’ambigua e superficiale riflessione circa il “sovranismo” etichettato dal giornalismo embedded, che rischia di rendere vana qualsiasi possibilità di restituire un potere economico alla Repubblica. Persino in Germania, che ha tratto i maggiori vantaggi dell’euro zona, si parla degli errori del sistema monetario unico, si parla di come ristrutturare i debiti pubblici, di come riformare i Trattati o come uscire dall’euro. In Italia, ci siamo dimenticati che il PCI fu contrario allo SME, e ci siamo dimenticati della visione romantica del manifesto di Ventotene. Questa rimozione dalla memoria collettiva, come gli slogan né destra e né sinistra, hanno contribuito a sostenere il nichilismo e aprire strade alle destre. Il tema della sovranità economica è senza dubbio cruciale per la ripresa economica del nostro Paese ma questo argomento è stato regalato ai partiti populisti, anziché essere argomentato seriamente dai partiti di governo, del resto proprio la Germania ha potuto fare investimenti utilizzando due leve, il surplus commerciale – violando le regole europee – e un sistema del credito pubblico secondo un programma industriale, che in Italia non c’è più, grazie alle scelte degli ultimi governi democristiani e dei primi governi neoliberali post tangentopoli, applicando il mantra del laissez faire al mercato, la famigerata rivoluzione liberale promessa da Berlusconi e condivisa dal razzismo leghista.

Nel contratto elettorale, ci sono le promesse elettorali che aiutano i ceti ricchi danneggiando la collettività tutta, dando un serio colpo allo Stato sociale previsto dalla Costituzione. Il voto di protesta della maggioranza degli italiani consegnato ai partiti anti-sistema può essere utilizzato per aiutare l’élite ristretta dei capitalisti italiani; infatti adottando un’aliquota massima del 20% si realizza un enorme trasferimento di ricchezza rubando alle casse pubbliche dello Stato, che non potrà più garantire determinati servizi soprattutto ai ceti meno abbienti. È noto da decenni che l’area più povera del Paese, il meridione, è deindustrializzata con carenza di servizi adeguati. Nel contratto fra M5S e Lega Nord non c’è una sola riga sulle disuguaglianze territoriali da affrontare con un piano industriale di investimenti, proprio nei luoghi più svantaggiati, per ridurre il tasso di disoccupazione e per stimolare la nascita di impieghi utili. In questo accordo di governo non c’è un piano o una politica economica che osserva la difficile realtà italiana, in questo nuovo programma elettorale non si dice concretamente come si agisce per migliorare il Paese e aiutare i ceti deboli. A seguito di questo contratto i partiti che hanno formato una maggioranza parlamentare si accordano di presentare al Capo dello Stato, un tecnico come Presidente del Consiglio, nel senso che è sconosciuto alle cronache politiche.

Con l’assenza di un’alternativa politica seria e preparata si conferma la crisi morale della società italiana. Fino agli anni ’80 il nostro Paese esprimeva una rilevanza autorevole mondiale grazie al più grande partito di sinistra presente nel blocco occidentale. Dopo il 1989, quando tutto il mondo scelse il neoliberismo, sparirono sia il PCI e sia l’autorevolezza dei nostri sindacati, che abdicarono al loro ruolo. Negli altri Paesi ove si lotta contro l’abuso dell’élite capitalista, i cittadini si ispirano palesemente al socialismo, in Spagna addirittura esiste un partito come Podemos che si ispira ad Antonio Gramsci, negli USA patria dell’imperialismo e del neoliberismo selvaggio, aumenta il consenso per le proposte socialiste suggerite da Bernie Sanders, in Grecia ove la recessione è violenta si stanno diffondendo forse concrete di mutualismo, di chiara ispirazione socialista, e persino in Inghilterra, raccoglie consensi anche nei concerti da stadio un signore come Jeremy Corbyn che parla pubblicamente di politiche socialiste. Fino ad oggi questi movimenti politici di sinistra sono all’opposizione di maggioranze che rappresentano l’establishment del neoliberismo che ha inventato questa globalizzazione totalmente deregolamentata e deresponsabilizzata.

Durante questo periodo sembra emergere una crisi di civiltà democratica per l’incapacità collettiva di costruire un sincero partito di sinistra, adeguato ai cambianti sociali e tecnologici che stiamo subendo. Questo enorme vuoto politico si traduce in un danno sociale, economico e politico ampiamente visibile nel meridione d’Italia ove si concentrano in maniera particolare e drammatica le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Negli ultimi decenni queste disuguaglianze hanno raggiunto tutte le aree urbane e le periferie, ove certi quartieri sono in un degrado urbano e sociale. Attraverso le politiche neoliberiste, anche i territori interni e rurali sono costretti alla marginalità sociale.

Le persone oneste che si riconoscono nei valori costituzionali hanno l’obbligo di agganciarsi a una speranza futura, e augurarsi che il nuovo Governo sia composto da persone rispettose della Costituzione, dotate del senso dello Stato; appare incredibile viste le premesse, ma è rimasta solo la speranza. Dobbiamo augurarci che quel famigerato contratto sia solo l’ennesima trovata pubblicitaria, l’ennesima caduta di stile, come fu per la presentazione dei ministri M5S prima del voto, e che quindi legislatore e Governo, osservando la complessa realtà italiana affrontino le intollerabili disuguaglianze territoriali, la disoccupazione, la vulnerabilità del territorio e delle aree urbane, e la crisi ambientale con un approccio culturale nuovo: quello bioeconomico. Durante questi anni, dovremmo ricostruire una civiltà politica, con saggezza e democrazia.

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La sinistra in Parlamento non è rappresentata, ma non è un caso. Questa assenza non è la semplice conseguenza dell’ultima e recente gara elettorale, ma come molti dicono è la conseguenza di un lento e lungo processo di disgregazione, cominciato col tradimento degli ideali politici, quando la classe dirigente degli ex partiti di sinistra scelse, in maniera consapevole, i programmi della religione neoliberista. Sulla base di questa religione tutti i partiti, destra e sinistra, hanno costruito il mostro chiamato Unione europea, ed hanno scelto di favorire l’aumento della produttività delle multinazionali, sempre secondo il modello macro economico neoliberista che favorisce l’accumulazione dei capitali in maniera molto veloce rubando legalmente la ricchezza (off shore) e sprecando risorse (usurpazione dei beni comuni). Tutti dicono, ed è vero, che i ceti più deboli non sono più rappresentati politicamente, e così votano seguendo i propri umori e il proprio disagio.

In questo discorso sulla scomparsa della sinistra ci sono opinioni differenti, c’è chi pensa che la sinistra abbia commesso errori non vedendo i cambiamenti in corso (M. Fana & L. Zamponi); c’è chi crede che esista un popolo di sinistra che vota per il M5S (S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman) e c’è chi suggerisce di spezzare il legame fra lavoro e reddito (E. Ferragina). Studiosi raccolti nel “Forum Disuguaglianze Diversità” fotografano i luoghi ove il consenso populista ha fatto il pieno dei voti, cioè nelle periferie delle città e nei luoghi rurali abbandonati. Altri intellettuali, da molti anni, sanno bene che è stato il neoliberismo ad annientare la sinistra, ma non perché gli ideali socialisti non fossero giusti, ma perché nel ceto politico hanno prevalso sia l’illusione di cavalcare il mercato sottovalutando la lezione di Marx (praticamente tutti i governi di centro sinistra), e sia la corruzione morale e materiale (i governi di centro durante gli anni ’70, e di centro destra degli ultimi vent’anni). Durante la crescita degli anni Sessanta e poi negli anni Settanta cominciano i guai politici, soprattutto con gli ultimi governi Andreotti, con l’ingresso nello SME, e la lenta e progressiva distruzione dello Stato sociale, le delocalizzazioni, le privatizzazioni e la rifeudalizzazione degli Enti locali. Dall’obiettivo della piena occupazione quasi raggiunta durante gli anni Sessanta e Settanta (tasso di disoccupazione intorno al 6%), si passa alla fase liberista, e così si interrompe il ruolo pubblico dello Stato. Oggi viviamo proprio nell’epoca in cui il rischio della tecnica descritto da Heidegger guida i politici, e il nichilismo è ampiamente diffuso.

Il mio modesto parere è che innanzitutto non esiste un vero e proprio popolo di sinistra, o per lo meno sono rimasti solo pochi reduci. Gli italiani non possono votare più per il PCI dal 1989. In Italia, i comunisti non esistono, e come ormai si comincia ad osservare e scoprire, le politiche socialiste sono sparite dall’agenda politica di Parlamento e Governo, a partire dall’inizio degli anni ’80, e questa scelta politica è una delle ragioni dell’aumento delle disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento che ritroviamo nelle aree urbane e nei territori rurali.

Esistono due generazioni di giovani che non sanno cosa sia la sinistra, e votano o per i populisti razzisti o per la nuova democrazia cristiana, cioè il M5S, organizzata come Forza Italia. Il problema culturale e politico è ricostruire una cultura politica di sinistra fra gli italiani, e come direbbe Marx è fondamentale che ci sia una coscienza di classe. La maggioranza dei ceti più deboli, senza rendersene conto, quando si reca alle urne vota ingenuamente per i loro carnefici: Forza Italia, PD, Lega ed M5S. La mia modesta esperienza mi racconta che la maggioranza delle persone, che oggi si attiva in politica, non distingue la destra dalla sinistra, non ha mai letto Marx, non conosce il liberalismo; alcuni non hanno mai letto la Costituzione, e non sanno neanche quali siano i valori della carta costituzionale. La categoria degli attivisti, così sono chiamati i cittadini che si organizzano nelle liste civiche o nel cosiddetto M5S, è una categoria eterogenea, c’è di tutto, dallo studente al laureato, ma spesso lo stimolo che li aggrega è la rabbia condivisa, o la frustrazione, spesso dichiarano di sentirsi vessati dallo Stato, oppure non hanno un impiego sicuro e desiderano prendersi una rivincita contro la classe dirigente italiana. Disagio sociale, povertà e rabbia uniscono gli ultimi contro chi li governa, ma tale energia è sfruttata dai partiti, non per migliorare la loro condizione ma per sostenere il peggior ceto politico che si possa immaginare: narcisista, egocentrico, vanesio, a volte psicotico ma utile all’élite. Anche in quelle poche occasioni ove persone istruite si siano attivate, l’hanno fatto per tornaconto personale, e insieme ai frustrati hanno adoperato pratiche di delazione per delegittimare meritevoli e capaci. Nelle dinamiche collettive dei gruppi di politicanti, l’invidia sociale aggrega i cialtroni che aggrediscono i più capaci. Il comportamento sociale adottato spesso dagli attivisti politici, che criticano chi li governa, è identico a quelle famigerate correnti dei vecchi partiti. I politicanti si organizzavano per la presa del potere secondo il tornaconto personale, non per altruismo, adottando qualsiasi mezzo possibile, a volte anche illegale. Sono rare le occasioni ove gli attivisti diventano altruisti, propositivi e costruttivi, e sempre più spesso sono i notabili locali che facilmente prendono il controllo delle liste civiche e dell’elettorato, inserendo nelle istituzioni locali personaggi che rappresentano l’establishment. Se l’Italia funziona male, a mio modesto parere la responsabilità è, prima di tutto, di noi italiani, e poi dell’ignobile ceto politico. Questa confusione culturale e politica è la naturale conseguenza di tre processi: l’assenza di un partito di sinistra, lo sviluppo della globalizzazione neoliberista, e la crescita del nichilismo nella cosiddetta società liquida. La combinazione dei tre processi ha costruito questa nuova società, che secondo lo scrivente ha caratteristiche neofeudali poiché, buona parte dei rapporti sociali ed economici coincidono col vassallaggio. In questo contesto, è normale avere Comuni amministrati da burattini che applicano logiche speculative assecondando gli interessi delle imprese private, e un Parlamento di persone nominate dai partiti. Lo scopo dei partiti è tutelare l’establishment, secondo i dogmi della religione dominante: il neoliberismo.

Un soggetto politico di sinistra, che finora non esiste, deve ripartire dall’altruismo insito nel processo democratico per favorire i talentuosi, i meritevoli e i capaci. Attraverso l’approccio socratico del dialogo e la sperimentazione dei processi creativi possiamo stimolare forme assembleari di democrazia partecipativa, al fine di includere le persone che desiderano attivarsi in politica per occuparsi del bene comune. Insomma bisogna fare l’opposto dei partiti populisti, oggi fra i più votati dagli italiani, anche se millantano la soluzione dei problemi, agli occhi attenti degli osservatori sono palesemente auto referenziali, non democratici e prevaricatori. Dobbiamo avere la pazienza e la saggezza di formare una nuova classe dirigente praticando la democrazia. E’ l’unico modo civile per avviare processi che stimolano soluzioni sostenibili aiutando le comunità locali nel riprendersi il controllo delle risorse pubbliche. Alla rabbia e alle frustrazioni bisogna rispondere con spirito creativo, per stimolare interesse e curiosità nelle persone che vogliono partecipare, e organizzare gruppi di civiltà che usano la cultura per rigenerare sé stessi, progettando un futuro migliore e prosperoso per tutti. In che modo? Innanzitutto partendo dal proprio territorio, osservando le istituzioni, il loro “pensiero” e stimolando un senso critico. Sono necessari luoghi e incontri organizzati per auto formarsi. La complessità della nostra società interconnessa ci costringe a studiare e interpretare la globalizzazione e il mondo locale. Alcune proposte politiche emergono dalle indicazioni del “new deal” proposto da DiEM25 di Varoufakis, che suggerisce di trovare le risorse tassando la grande ricchezza accumulata dalle imprese. Una proposta è quella di tassare il rendimento dei capitali per finanziare il cosiddetto “dividendo universale di base”, cioè le risorse non provengono dalla fiscalità generale ma direttamente dai profitti privati. Secondo l’idea di Varoufakis, solo i più ricchi al mondo dovranno partecipare alla costruzione di un fondo per aiutare i più poveri, e non gli Stati. Un’altra proposta è programmare investimenti nei processi produttivi chiamati “green”, ma dovrebbero essere i processi tecnologici suggeriti dalla bioeconomia, che riducono l’impatto ambientale delle trasformazioni; così come la rigenerazione urbana e territoriale secondo la scuola territorialista, capace di creare occupazione utile e osservare gli insediamenti umani come sistemi metabolici per ridurre gli impatti e usare razionalmente l’energia. Partendo da questi temi si rinnova la sinistra perché mette al centro delle politiche il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo umano. Durante questi ultimi trent’anni la società è degenerata e con essa la sinistra è sparita, adesso spetta ai cittadini riappropriarsi di valori politici utili al cambiamento e per rinnovare la democrazia.

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Gentile direttore Manzi, seguo con interesse il dibattito che il suo giornale sta sviluppando in questi mesi. Prima l’iniziativa di pubblicare una serie di interventi sul governo del territorio, tema a me caro, concedendomi anche lo spazio per esprimere un’opinione di contro cultura come la visione bioeconomica. E adesso trovo altrettanto stimolante il duello fra due protagonisti della recente storia salernitana, l’ex magistrato Russo e l’ex Ministro Conte, entrambi di sinistra come amano ricordarsi, il primo “comunista” e il secondo “socialista”, ma disposti su fronti diversi e come ricordano le cronache su posizioni “contrastanti“. Il confronto/scontro li pone con uno sguardo al passato, accennando a eventuali responsabilità politiche, segnale implicito che la loro generazione consegna un presente affatto tranquillo alle future generazioni impoverite dalla recessione. Oggi sembrano condividere l’esigenza di stimolare nuove politiche di sinistra per favorire l’occupazione, quando le loro forze politiche di riferimento aprirono strade al liberalismo, di fatto rinnegando se stesse. Non c’è dubbio che l’azione politica dell’ex Ministro, in qualità di esecutivo di governo, fu quella che produsse risultati concreti per Salerno, ed ancora oggi la nostra città può godersi alcuni di quei progetti che hanno rinnovato il nostro territorio. Dal confronto fra i due emerge anche la necessità di un ruolo attivo dello Stato per sostenere i giovani disoccupati e non solo. Non ho l’esperienza dei “duellanti” ma credo che nel nostro territorio, il danno culturale più grande della vecchia classe dirigente è aver favorito l’apatia fra la popolazione. I partiti che non esistono più, e non seppero auto riformarsi. Oggi c’è un vuoto politico culturale rispetto agli accesi e vivi anni ’70 e ’80. Il vuoto è riempito dal nichilismo, e si osserva l’assenza di un contenitore politico democratico capace di fare analisi per il territorio, e capace di stimolare nuove proposte concrete per migliorare la vita degli abitanti. Se oggi un giovane cittadino salernitano volesse fare politica con spirito altruistico non potrebbe farlo, poiché non ci sono né i luoghi fisici e probabilmente neanche gli ambiti sociali democratici per valorizzare talenti e competenze. Dubbi e perplessità emergono dal paradigma culturale che suggerisce misure e azioni politiche dei “duellanti”, poiché è figlio del piano culturale politico dominante, lo stesso che ha reso l’Italia una periferia economica e quindi facile preda del sistema globale liberale e neoliberale, cioè l’ideologia che ha impoverito anche il nostro meridione. Tutto il sistema istituzionale è piegato sulla religione della crescita della produttività delle imprese che non corrisponde necessariamente al benessere delle persone. La classe dirigente preferisce l’economia di mercato delle imprese private allo sviluppo umano. L’aspetto grottesco del nostro meridione è che, nei decenni trascorsi, la classe dirigente non ha saputo neanche sfruttare la crescita economica post bellica, stimolando un sistema di ricerca universitaria finalizzata alla creazione di attività tecnologiche innovative, e quando determinate imprese hanno cercarlo di farlo, poi sono state smantellate. Adesso che l’industrialismo lascia l’Europa si ha l’impressione che il mondo accademico e imprenditoriale salernitano non riesca a produrre ricerca applicata per aggiustare il territorio. La recessione del capitalismo, la sua implosione, aggredisce maggiormente i nostri territori sempre più fragili, nonostante la concentrazione di risorse patrimoniali e naturali uniche al mondo. Per dirla in breve: siamo circondati dalla bellezza, ma le istituzioni politiche o la distruggono per abbandono e con speculazioni edilizie, o non sanno usarla per favorire lo sviluppo umano. Il nostro territorio è sempre più percepito come luogo colonizzato, ricordando un passato tipico della prima borghesia che predava i territori per avidità, ed è ciò che la globalizzazione neoliberale impone alle regioni periferiche. E’ altrettanto noto che il Governo italiano indirizza le imprese verso i sistemi fiscali speciali, cioè aree ove si possono ridurre i costi sia svalutando il salario e sia pagando aliquote e imposte ridotte o nulle rispetto all’Italia, tali aree sono notoriamente localizzate in Asia e nell’Est dell’Europa. Tale modello è persino applicato nel nostro meridione attraverso le zone franche urbane, che non hanno dato un contributo significativo a ridurre la disoccupazione ma hanno favorito il ritorno economico degli azionisti. La miopia politica continua ad aprire nuove zone economiche speciali, sapendo bene che i vantaggi economici sono per i manager delle imprese e non per i lavoratori, che sarebbe più appropriato chiamare schiavi. Si ha l’impressione che quando i cittadini votano, poi la classe dirigente, anziché applicare la Costituzione, si preoccupa di sostenere il profitto di taluni interessi. E’ altrettanto noto che i Paesi aderenti all’euro zona, da un lato hanno ceduto sovranità monetaria, e dall’altro lato, in casi come quello italiano, hanno persino rinunciato a fare politiche industriali. Tutto ciò mentre le regioni cosiddette centrali hanno saputo sfruttare gli aiuti degli altri paesi, sia per spostare imprese e manifatture verso i propri distretti, e sia sfruttando il surplus commerciale a danno degli altri. Tali scelte politiche hanno danneggiato soprattutto alcune regioni d’Europa, e sono il meridione d’Italia, tutta la Grecia e piccole aree del Portogallo e della Spagna, mentre altre hanno ricevuto un vantaggio economico, e sono la nota Germania, l’Austria ma soprattutto la Polonia e alcune regioni dell’Est. E’ l’avidità del capitalista che suggerisce di delocalizzare la fabbrica nelle zone economiche speciali, è l’applicazione del famigerato “lascia fare al mercato” suggerito dall’ideologia liberale. Tutta la classe dirigente occidentale è stata allevata da quest’idea, a mio avviso non scientifica, piegata al mantra della crescita della produttività, confondendo la crescita del PIL con lo sviluppo umano, e fregandosene delle conseguenze ambientali e sociali di sistemi produttivi che sfruttano le persone, negando loro dignità e diritti. Esattamente come accadeva nell’Ottocento, quando il capitalismo si mostrò nel suo vero volto: distruzione delle città e schiavitù. La nostra società è nuovamente feudale forgiata sul vassallaggio del neoliberismo. Tutto è merce. Credo che solo uscendo da questo sistema obsoleto e dannoso, potremmo programmare una nuova occupazione utile. Dovremmo partire da una corretta analisi del nostro territorio. Nel Sistema Locale salernitano esistono ben quattro agglomerazioni industriali localizzate nei comuni di Salerno, Cava, Battipaglia e Mercato San Severino. E di queste aree, ormai di produttivo c’è rimasto ben poco, soprattutto in quella salernitana, spesso sfruttata come zona commerciale. Forse dovremmo ripartire da questo dato, e da una visione culturale bioeconomica per riconoscere l’identità del nostro territorio e pianificare azioni concrete volte a costruire nuovi processi capaci di eliminare gli sprechi e suggerire sistemi più efficienti e intelligenti. Abbiamo la necessità di creare lavoro utile e non più il lavoro in quanto tale. La storia e la scienza insegnano come e quanto questa società moderna e industriale abbia distrutto ecosistemi, estinto specie viventi e ucciso i lavoratori per soddisfare i capricci del capitale e l’avidità dei capitalisti. Ripartendo da un’analisi approfondita, con l’approccio territorialista possiamo osservare come sia cambiata la geografia umana dell’area salernitana, e in funzione di quest’analisi programmare misure specifiche per investire in attività utili. Politiche genuinamente di sinistra sono tutte quelle che, nel favorire nuova occupazione, consentono ai cittadini di applicare l’auto determinazione, stimolare lo sviluppo umano e tendere alla sovranità energetica e a quella alimentare. Fino ad oggi l’UE e l’Italia hanno perseguito l’obiettivo opposto applicando politiche liberali e neoliberali (di destra), espropriando i popoli di determinate sovranità, prima quella economica, poi quella energetica e adesso quella alimentare, concentrando il potere nelle mani delle imprese private multinazionali. Citando un esempio della storia urbanistica salernitana vorrei ricordare come i poteri decisionali della politica siano stati spostati danneggiando i popoli. Quando i “duellanti” Russo e Conte erano protagonisti su posizioni diverse negli anni ’80, dobbiamo ricordarci che la Repubblica possedeva la sovranità per spendere, i famosi progetti delle opere pubbliche realizzati a Salerno non si basavano sui criteri odierni del ritorno economico (del profitto). Come sappiamo il nostro legislatore decise che tale prassi politica dovesse finire entrando nell’UE, oggi tutto è in prestito e deve produrre profitto. La riqualificazione del Corso e del Lungomare salernitano sono state opere pubbliche finanziate dalla fiscalità generale a fondo perduto (come si diceva una volta). Furono progetti odiati, osteggiati dagli esercenti, dai media locali e dai democristiani, ma sono stati gli interventi che hanno iniziato la rivitalizzazione della città, realizzando luoghi di qualità urbana e aiutando l’economia di residenti ed esercenti. Ciò dimostra, se fosse necessario due aspetti determinati: (1) il ruolo attivo dello Stato nel mercato, e (2) piani e progetti non hanno la stessa validità e utilità sociale. Ancora oggi Salerno necessità di interventi urgenti sull’urbanistica e l’architettura affinché gli abitanti possano vivere in luoghi urbani adeguati.

Per immaginare un futuro migliore per i salernitani è necessario stimolare utopie concrete e progettarle dentro ambiti sinceramente democratici, creativi e propositivi. La nostra area geografica ha limiti strutturali che possono essere opportunità di lavoro. Ad esempio, appare evidente la necessità di costruire un sistema di mobilità pubblica su ferro e gomma integrati alla bicicletta per ridurre le auto circolanti; è altrettanto necessario favorire l’auto sufficienza energetica delle aree urbane, così come finanziare progetti di recupero urbano del patrimonio storico e dell’edilizia desueta. I nostri sistemi urbani sono stati mal costruiti da decenni di politiche speculative grazie alla scelta politica di favorire il liberalismo, rifiutando la riforma urbanistica proposta dall’allora Ministro Sullo. Porre rimedio a questi spazi ormai degradati è la grande opportunità di rigenerare luoghi urbani applicando la corretta composizione urbanistica, che realizza diritti ma utilizza il modello bioeconomico che non favorisce la rendita dei privati, ma la consapevolezza degli impatti sociali e ambientali delle trasformazioni progettate. Si potrebbe continuare l’elenco in altri ambiti, e appare assurdo il fatto che nel meridione non ci siano opportunità di lavoro. Questa incredulità si può comprendere sia studiando la storia, e sia ipotizzando la congettura politica che crede all’ipotesi di voler depotenziare determinate aree (è ciò che dimostra Immanuel Wallerstein circa il sistema mondo), che altrimenti concorrerebbero sull’economia europea togliendo profitti alle attuali aree centrali, la famigerata competitività del capitalismo.

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Edoardo Salzano, rispondendo ad Enzo Scandurra, narra una sintesi politica circa il dissenso sul termine “sinistra”. La sua sintesi è condivisibile, e nel fondo del suo intervento scrive: «l’errore di fondo della sinistra è stato quello di non aver compreso che per contrastare quelle tragedie con qualche efficacia, e con quel tanto di fiducia nell’avvenire che è necessario per alimentare la speranza, era necessario fare esattamente l’opposto di quello che si stava facendo. Occorreva riprendere la lotta per il superamento integrale del capitalismo, e non consumarsi in qualche guerriglia contro l’una o l’altra delle sue incarnazioni. Lottare per un’altra economia in un’altra società. Una prospettiva comunista? Forse, ma non solo parolaia». Sono pienamente d’accordo con Salzano, e vorrei aggiungere che quando Occhetto decise la svolta, chiudendo di fatto il Partito comunista, nessun dirigente di allora pensò di raccogliere la denuncia di Berlinguer circa la questione morale dei partiti. Era necessario fare l’opposto di quello fatto finora. Nessuno si organizzò per divulgare etica e partecipazione democratica nei partiti stessi, di fatto aprendoli alle nuove generazioni. La “sinistra” ha rinnegato se stessa scegliendo di farsi infiltrare dall’ideologia liberale, e dare il proprio contributo insieme alla destra liberale nel perseguire tornaconti personali, e l’avidità professata dalla religione delle SpA. Durante gli ultimi quarant’anni, a mio modesto parere la religione liberale è ben presente in tutte le accademie, formando generazioni di giovani, e far credere loro che non esista un altro mondo oltre a quello capitalista. L’élite finanziaria e imprenditoriale, aderendo al credo del liberalismo, ha psico programmato le menti delle classi dirigenti occidentali creando una vera e propria religione economica. Nella realtà questo è il mondo peggiore che le vecchie generazioni lasciano ai propri figli; di fatto violando il patto sociale generazionale. I soldi sono creati da nulla e gestiti dagli algoritmi. E’ altrettanto noto che sin dagli anni ’80, la famigerata deregolamentazione finanziaria consente di accumulare e creare moneta dal nulla attraverso gli strumenti finanziari, le scommesse e le speculazioni. Questi capitali sono nelle “mani” di algoritmi che non dormono mai, e tali flussi finanziari possono essere occultati nei paradisi fiscali, per apparire nei luoghi scelti dall’élite finanziaria come le città globali e i paesi emergenti (sfruttamento delle risorse finite del pianeta). In una società stupidamente capitalista dove la moneta è la forza che da energia al sistema politico e industriale, accade che la concentrazione della ricchezza fittizia creata dal nulla, e gestita dalle mani dei pochi, trasforma le democrazie rappresentative in regimi autoritari e feudali. E’ storia che l’Europa sia stata inserita nel sistema geopolitico statunitense e pertanto i nostri territori sono una regione colonizzata (sovranità limitata), mentre l’Italia nel corso dei decenni è diventata periferia economica per scelta politica. La recessione dipende da fattori storici (guerra), politici (delocalizzazione industriale) e culturali (prevalenza della religione neoliberale).

Poiché il capitalismo agisce su aspetti psicologici immorali come l’avidità e l’egoismo, dovremmo cominciare a rifletter sul fatto che una società capitalista non è compatibile con la democrazia, che invece prevede altruismo, dialogo e lo sviluppo di qualità morali. Capitalismo e specie umana non possono convivere, poiché il credo dell’ideologia capitalista è scientificamente sbagliato, come dimostrò egregiamente Georgescu-Roegen, e per l’ovvia e banale osservazione che il Sole da energia alla vita sul nostra pianeta, e non la crescita della produttività come sostiene un’economista o un politicante. L’energia che da vita alla nostra specie è gratuita! Parafrasando una teoria di sinistra, cioè di Marx, i popoli hanno la possibilità di appropriarsi degli strumenti tecnici che consentono loro di auto produrre ciò di cui hanno bisogno (abitare, nutrirsi, muoversi). Un partito sinceramente di sinistra dovrebbe porsi questo come obiettivo: dare al popolo gli strumenti per raggiungere l’auto determinazione in armonia con le risorse limitate della natura. L’aspetto direi grottesco, è che si può fare, poiché esistono le tecnologie per farlo ma non esistono né la volontà politica e né la consapevolezza collettiva della maggioranza dei popoli, poiché culturalmente regrediti (ignoranza funzionale) e apatici alla politica. Oltre ai percorsi di sinistra, cioè l’appropriazione dei mezzi di produzione, è necessario percorrere strade bioeconomiche e comunitarie, per ripristinare valori umani e solidali. Inoltre, possiamo osservare che noi siamo l’unica specie vivente a inventarsi la moneta, la banca e poi l’economia neoclassica, ottenendo effetti abbastanza stupidi: (1) disuguaglianza economica e sociale, e (2) “occultamento” delle leggi di natura (biologia, termodinamica e meccanica quantistica). Nei secoli le élite (monarchie e borghesia liberale) hanno sfruttato i più deboli per avidità e potere, muovendo guerre idiote. Nell’epoca moderna le élite al potere sfruttano l’invenzione degli Stati e della finanza, favorendo la distruzione degli ecosistemi, morte, schiavitù e disuguaglianza sociale pianificata. I ricchi hanno vinto la guerra contro gli ultimi, e mai come oggi la società è profondamente feudale, regolata dal vassallaggio. La specie umana dovrebbe risvegliare se stessa e lottare per qualcosa di puro, puntando a cambiare i paradigmi culturali dell’Occidente poiché sono profondamente sbagliati.

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In questi mesi di scissioni politiche, certuni “politici” si stanno riorganizzando cambiando l’abito col fine di restare nel circo mediatico della politica, e continuare ad occupare una poltrona istituzionale che garantisce una sostenibilità economica personale e per la propria famiglia. E’ il tentativo di persone già “cotte” di “riciclarsi”, come si dice nel gergo giornalistico. In altri tempi si chiamava trasformismo.

Si sta chiudendo una fase politica durata circa vent’anni grazie alla presenza e alla forza mediatica di Berlusconi, sostenuto dai conservatori liberali di destra, mentre i liberali “di sinistra” sostenevano le coalizioni dei riformisti, che abdicando alla propria storia e identità politica come comunismo e socialismo, scelsero di tradire la più grande comunità di sinistra d’Europa per assecondare i capricci delle imprese private che hanno cavalcato l’ideologia neoliberale. Vent’anni di pensiero unico hanno disfatto sia i diritti e sia l’economia reale degli italiani. Di questa dissoluzione culturale oggi ne pagano il prezzo sociale ed economico anche gli elettori di destra, che non sanno cosa sia la destra, cioè il capitalismo liberalista. Tutto ciò perché l’élite occidentale scelse di avviare la globalizzazione neoliberista e la classe politica o vi aderì, o rimase a guardare mentre alcuni territori drenavano risorse ad altre comunità rendendole più povere. In questo processo, i popoli hanno colto solo gli effetti negativi: povertà e disuguaglianze senza reagire organizzando una proposta politica. La risposta dei cittadini è stata emotiva e  di protesta poiché la maggioranza degli italiani non vota con la testa ma con la “pancia”, a causa dell’ignoranza funzionale. La reazione emotiva degli italiani è stata dannosa, sia perché il primo partito italiano è diventato quello del non voto, e sia perché una parte del dissenso è stato regalato a un soggetto politico non radicato sul territorio, senza una storia e senza un’identità culturale propria. L’effetto è che si producono danni maggiori degli altri soggetti politici per ignoranza, incapacità e inesperienza.

In un Paese sano e normale i partiti politici sono l’espressione di una cultura e di una partecipazione vera e concreta delle persone che si auto determinano, ciò è accaduto nell’Ottocento e nel Novecento ma con l’avvento della società dei consumi e mediatica, ed oggi informatica, nonostante le connessioni virtuali, le persone sono state indotte a isolarsi poiché svuotate del senso di comunità e di appartenenza. Nella società liquida contemporanea stanno emergendo e prevalendo i partiti personali, autoritari e non democratici dove gli aderenti sono consumatori, sostenitori, simpatizzanti o veri e propri soldati, per dirla col gergo corrente sono followers.

Si sta chiudendo o si è già chiusa una società industriale e il suo sistema sociale col suo modello di sviluppo. In questa fase di transizione il sistema politico non è solamente debole, ma è inesistente. La soluzione non è nel dissenso e tanto meno nella protesta ma nel riorganizzarsi per fare proposte suggerendo una nuova visione della società. Fino ad adesso, i segnali non sono solamente deboli, ma sono inesistenti. Nella nostra società ci sono le forze e le personalità consapevoli della crisi morale e politica che stiamo attraversando, ma sono tenute fuori dall’azione politica poiché sono migliori delle “facce toste”, che occupano uno spazio politico e mediatico.

Se guardiamo la storia, in periodi analoghi i popoli hanno favorito l’emergere delle dittature per poi pentirsi. Per evitare di ripetere gli stessi errori che ci condurrebbero a una società dove c’è una libertà apparente, ma si realizza la dittatura orwelliana del grande fratello, e ci siamo vicini, sarebbe saggio che le persone si riappropriassero del significato vero della democrazia, cioè il governo del popolo. La democrazia si realizza col dialogo, la curiosità e soprattutto con la cultura e l’etica. Democrazia è sinonimo di altruismo, democrazia è l’esaltazione del singolo meritevole nella collettività, cioè la vita democratica è uno stile di vita opposto alla condotta delle attuali formazioni politiche presenti nel Parlamento costruite sull’egoismo, sulla prevaricazione, sull’invidia, il conformismo e l’obbedienza dove sono selezionati i mediocri e i servili al capo. Se il nostro legislatore appare come un luogo auto referenziale è perché di fatti lo è, in quanto si è totalmente smarrito il senso e la preminenza dell’interesse generale, e ciò rispecchia la nostra società dove sono sempre meno i cittadini e sono in aumento gli individui preoccupati o occupati nel perseguire il tornaconto personale. Per ripristinare uno Stato civile è fondamentale diminuire gli individui e far aumentare i cittadini che perseguono l’assunto dell’interesse generale accanto alla dimensione etica dell’azione individuale.

E’ necessario, innanzitutto, osservare e condividere l’analisi della società attuale: aumento della povertà, insicurezza e vulnerabilità. L’attuale modello di sviluppo capitalista occidentale, organizzato da tutti i soggetti politici (di destra e “di sinistra”), ha perseguito due obiettivi drammatici: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti privati (imprese multinazionali e azionisti) e l’aumento delle povertà – relativa e assoluta – con l’effetto di diminuire il benessere sociale delle comunità. In tal senso, rispetto all’epoca industriale che volge al termine, i soggetti politici (di destra e “di sinistra”) non hanno sbagliato la loro missione poiché la ricchezza è aumentata notevolmente solo che non è stata distribuita alle masse, l’equivoco culturale e politico è nella Costituzione italiana e nella mentalità delle comunità. La Costituzione è rimasta inapplicata e non prevedeva l’aumento della povertà o la distruzione degli ecosistemi ma l’esatto contrario. I partiti otto-novecenteschi hanno assolto e terminato il loro ruolo di servitori della crescita della produttività delle imprese ed hanno costruito un sistema educativo, industriale e sociale a servizio del profitto di pochi soggetti, una volta era a servizio dell’élite delle monarchie di alcune famiglie, oggi è anche a servizio della finanza.

Solo oggi che i robot sono a buon mercato e stanno entrando nei sistemi produttivi, taluni dissertano del fatto che il lavoro non esisterà più, ma questo era stato ampiamente previsto grazie alle innovazioni della tecnica già ad inizio secolo Novecento, e con l’avvento dei primi computer proprio in Italia, poiché mostravano l’opportunità di produrre merci senza l’ausilio dell’uomo nelle catene di assemblaggio. Oggi i robot e gli algoritmi informatici possono sostituire persone nella logistica e nei trasporti, nei servizi militari, nel costruire un edificio, nel cucinare, nello scrivere un articolo giornalistico, nel dare consigli legali e nel fare di conto.

Mentre aumenta la popolazione mondiale e la popolazione urbana supera quella rurale, mentre aumenta la povertà in tutto il mondo e gli individui si ammassano nelle periferie degradate, sappiamo già da oggi che le imprese non assumeranno più esseri umani, ma compreranno robot per produrre merci soprattutto inutili, e che le persone acquisteranno attraverso i bisogni indotti dalla pubblicità che si riceve nelle APP degli smartphone. I soldi per comprare merci inutili – cioè i rifiuti – saranno regalati col reddito minimo. Di fronte a questo scenario miserevole piuttosto plausibile, in Italia non esiste soggetto politico pensante, autonomo e coraggioso, capace di dire la cosa più scontata e bella che ci possiamo immaginare: «uscire della religione capitalista per cominciare a vivere da esseri umani, piegando la tecnica ai bisogni delle persone e programmare la prosperità. Si può fare poiché oggi ci sono le conoscenze e le tecnologie per farlo». Solo uscendo dal piano ideologico e religioso sbagliato – il capitalismo – possiamo ripristinare la sovranità popolare e degli Stati per programmare un futuro sostenibile e prosperoso scoprendo la bioeconomia e l’etica politica. In tal senso potremmo applicare la Costituzione repubblicana.

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Prima di tutto bisogna riconoscere che l’ideologia neoliberale ha svolto un lavoro estremamente accurato e preciso. Per arrivare a rincoglionire un italiano su due, cosi dicono le statistiche sull’ignoranza funzionale e di ritorno, vuol dire che il sistema formativo universitario per gli insegnanti scolastici e quello del mondo accademico è fra i più devastanti del mondo occidentale, anch’esso annegato nel nichilismo. Un sistema culturale – quello scolastico e universitario – incapace di proporre una reazione virtuosa alla pubblicità delle imprese e dei mass medium. Non c’è dubbio che ci siano ancora insegnanti liberi, capaci e preparati, ma il sistema non li favorisce, li isola. La rimozione delle capacità creative, necessarie per la libertà e l’autonomia di pensiero, consente un facile asservimento degli individui al peggiore conformismo di sistema e preserva i comportamenti immorali, dannosi per lo sviluppo umano. Se la crescita del neoliberismo distrugge posti di lavoro senza che a questo disastro si contrapponga una programmazione per favorire la nascita di nuovi impieghi è soprattutto merito dall’incapacità della classe dirigente e dell’apatia di cittadini chiusi in se stessi.

Mentre gli altri popoli europei stanno stimolando una rinascita del socialismo, e le città stanno realizzando luoghi urbani più vivibili, noi italiani siamo persino spaventati dalle parole, e così lo stesso termine socialismo, in Italia è ritenuto pericoloso e coperto dal disprezzo. In ambito politico, negli ultimi trent’anni, chi ha usato tale termine ha senza dubbio associato le proposte socialiste alla corruzione, mentre l’ex partito comunista si è dissolto volontariamente scegliendo le posizioni neoliberali.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

La storia maestra di vita ricorda che furono gli utopisti socialisti a suggerire soluzioni pratiche per migliorare le condizioni di vita degli abitanti costretti in schiavitù dall’esplosione dell’industrialismo. La differenza fra l’Ottocento e la realtà odierna, è che l’industrialismo sta lasciando l’Unione europea mentre l’evoluzione tecnologica suggerisce un insieme di soluzioni che liberano individui e famiglie da obblighi e dipendenze dal monopolio delle imprese di profitto. Ciò che coincide fra il passato e il presente è che le soluzioni politiche rientrano esattamente nelle utopie dell’Ottocento, a partire dalla rinascita del concetto di comunità sino all’opportunità di realizzare città auto sufficienti e collegate in rete per scambiarsi le eccedenze. Se i popoli europei vogliono sostituire questa Unione europea con un’altra, devono necessariamente compiere un salto paradigmatico, lasciare il piano ideologico del capitalismo ed approdare sul piano della bioeconomia. E per farlo bisogna agire sul piano culturale, l’ambito educativo e formativo distrutto dal neoliberismo.  La scuola e l’università, psico programmate secondo gli indirizzi dell’industrialismo di massa, vanno liberate dai dogmi e lasciate libere di agire per ricostruire il senso di comunità e progettare realtà applicando i valori costituzionali.

Osservando la storia con maggiore attenzione, capitalismo e socialismo si sono sviluppati sullo stesso piano ideologico della crescita, e le idee degli utopisti furono rimosse nel secolo Novecento, poiché le soluzioni proposte rientravano in schemi organizzativi autarchici e anarchici, cioè favorivano l’autonomia e l’auto determinazione dei popoli in contrapposizione al modello istituzionale che poi si realizzò sia nei paesi capitalisti e sia in quelli socialisti. Destra e sinistra si sono concretizzate in sistemi di “controllo centralizzato”, la destra preferisce che il mercato sia nelle mani delle imprese (liberalismo) mentre la sinistra preferisce le mani dello Stato, ma entrambi i sistemi sono nelle mani dei banchieri (è un sistema centralizzato). Oggi l’Occidente è nelle mani del regime autoritario del WTO (è un sistema centralizzato) che sfrutta le finte democrazie rappresentative come sistema di controllo delle leggi che favoriscono il neoliberismo. Gli attori politici servono a creare una rappresentazione teatrale secondo il vecchio schema divide et impera: destra e sinistra; e questo schema funziona ancora poiché l’ignoranza funzionale dei popoli, li conduce a votare per i peggiori soggetti politici. Storicizzando destra e sinistra, e risolvendo il problema dell’ignoranza una massa critica interna ai popoli, consapevole e ben istruita, può formare nuova classe dirigente, onesta ed autonoma pronta a costruire una società della bioeconomia che punti alla felicità. Noi italiani dobbiamo costruire un percorso simil Podemos poiché solo attraverso un soggetto puramente democratico potremmo costruire la speranza di inserire rappresentanti del popolo, meritevoli e capaci, utili a ribaltare il sistema secondo nuovi paradigmi; poiché oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), e noi siamo quelli che stanno sotto.

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