Consumo di suolo

ISPRA grado di urbanizzazione 2019
ISPRA, grado di urbanizzazione, 2019.

La questione del consumo di suolo è divenuta sempre più presente poiché sono molto evidenti i danni ambientali e le crisi sociali create dalle istituzioni politiche che adottano un paradigma culturale obsoleto e dannoso: il capitalismo.

Cos’è il consumo di suolo? Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo. E’ consuetudine che l’espansione urbana avvenga suoi suoli agricoli e ciò si determinata con cambi di destinazione d’uso delle aree, indicati nel piano regolatore generale. Il consumo di suolo agricolo si concretizza con la costruzione di opere edilizie (private e pubbliche) e di opere di urbanizzazione primaria. Le leggi della fisica ci insegnano che per l’esistenza dell’entropia, cioè per ragioni chimiche e fisiche, non esiste un processo inverso per ricostituire il suolo agricolo com’era prima (trasformazioni irreversibili). Cos’è il suolo? «E’ una pellicola che avvolge tutto il pianeta che ha uno spessore che varia da 70 a 200 centimetri, ed è un organo vitale perché regola tutte le relazioni fra interno, superficie e esterno ma soprattutto perché è un laboratorio di energia e materia prima che dà vita a tutto quel che c’è sopra. La pellicola di suolo di cui abbiamo esperienza è un prodotto molto antico, frutto di un susseguirsi di processi meccanici, chimici, fisici, geologici, tettonici e biologici lenti e inesorabili»[1]. Il suolo, una volta urbanizzato non può tornare come prima poiché impiega circa 500 anni prima di rigenerarsi[2]. A causa dei lunghi processi che costituiscono il suolo, esso è considerato una risorsa non rinnovabile, ed è per questo motivo che i processi di urbanizzazione e di espansione urbana sono considerati irreversibili.

Secondo l’Ispra, il consumo di suolo è definito come la variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Il consumo di suolo netto è valutato attraverso il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali dovuto a interventi di recupero, demolizione, de-impermeabilizzazione, rinaturalizzazione o altro (Commissione Europea, 2012). Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente le superfici a copertura artificiale (EEA, 2019) sono:  “tutte le superfici dove il paesaggio è stato modificato o è influenzato da attività di costruzione sostituendo le superfici naturali con strutture artificiali abiotiche 2D/3D o con materiali artificiali. Le parti artificiali di aree urbane e suburbane, dove l’umanità si è stabilita con infrastrutture insediative permanenti; inclusi anche gli insediamenti in aree rurali. Le aree verdi in ambiente urbano non devono essere considerate come superfici artificiali”.

Come si misura il consumo di suolo? Secondo l’Istat si definisce consumo di suolo il territorio antropizzato in maniera irreversibile che ha perso le sue originarie caratteristiche naturali, quindi non solo le superfici “sigillate” o “impermeabilizzate”. L’Istat misura sia il suolo antropizzato lordo (SAL), ottenuto dalla somma della superficie dei centri abitati, dei nuclei abitati, delle località produttive (aree urbane), e della componente antropizzata presente nelle aree extra-urbane;  e sia il suolo antropizzato netto (SAN), ottenuto sottraendo alla SAL dei centri abitati le aree verdi e/o naturali presenti, di dimensioni significative (parchi urbani, vegetazione spontanea, aree agricole urbane, acque e zone umide); nelle aree extra-urbane sono state escluse le strade sterrate (stimate in base all’ampiezza della carreggiata). Infine vengono considerate antropizzate anche quelle porzioni di territorio intercluso tra “oggetti” tipicamente artificiali, come ad esempio le aree di pertinenza delle abitazioni e/o degli edifici.

Prendendo a riferimento la superficie antropizzata netta (quantità che si ritiene più congrua per approssimare il consumo di suolo in Italia) nel 2017 si stima che lo stock di territorio, a vario titolo reso antropizzato, ammonti a quasi 28mila km2, pari al 9,3% della superficie nazionale. In termini di superficie antropizzata lorda, quantità che deriva dalla considerazione dei vincoli più ampi determinati dall’operato dell’uomo sul territorio, si superano di poco i 33,5mila km2 pari a un’incidenza dell’11,1%. L’incidenza totale della SAN (9,3%) si può scomporre in due componenti: 6,2% è il peso delle aree urbanizzate mentre il 3,1% afferisce al territorio al di fuori del loro perimetro (aree extra-urbane delle località abitate) e contribuisce a generare il cosiddetto fenomeno della città diffusa (“urban sprawl”).

Perché aumenta il consumo di suolo? Com’è possibile intuire il consumo è condizionato principalmente da un fattore culturale dominante: il capitalismo e specificatamente dalla rendita fondiaria e immobiliare, e poi da un bisogno primario: abitare (demografia). Nell’attuale fase storica delle urbanizzazioni mondiali, il consumo di suolo agricolo è in forte crescita in Asia e in Africa, mentre non accenna a fermarsi in Occidente nonostante il fenomeno della contrazione demografica delle città, già industriali, trasformatesi in aree urbane estese poiché si sono saldati i comuni centroidi con i centri minori. In Asia e in Africa cresce l’urbanizzazione (nuove città e crescita fisica di quelle esistenti) e quindi si consuma suolo agricolo; in Occidente si ha la contrazione demografica delle città principali (quindi non dovrebbe crescere il consumo di suolo ma…) ma cresce il consumo di suolo agricolo sia perché crescono i comuni limitrofi ai grandi centri, e sia perché i grandi centri pianificano ugualmente nuove lottizzazioni su suoli agricoli.

Come fermare il consumo di suolo? In Occidente, è possibile limitare o arrestare il consumo di suolo agricolo adottando piani urbani che non prevedono nuove espansioni ma riutilizzano le aree già urbanizzate e abbandonate. In Italia, sarebbe saggio realizzare un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro, e stimolare piani urbanistici intercomunali bioeconomici, anche perché i principali aumenti del consumo di suolo si sono avuti nei comuni medi e piccoli, limitrofi ai grandi centri. Promuovendo l’Unione dei comuni fra centroidi e conurbazioni con un approccio bioeconomico, sarà possibile dimensionare correttamente gli standard entro le nuove strutture urbane che utilizzano aree già urbanizzate, di fatto eliminando il consumo di suolo agricolo. E’ necessario, inoltre, correggere le storture create dalla deregolamentazione della rendita urbana, proprio per limitare il consumo di suolo oggi favorito da piani speculativi, e quindi attraverso una riforma del regime giuridico dei suoli (Sullo docet). Il legislatore deve ripristinare il ruolo pubblico dello Stato coordinando correttamente il disegno urbano, e stimolando forme partecipative popolari al processo decisionale della politica.

consumo suolo livello regionale ISPRA 2019
ISPRA 2019

Dal punto di vista dell’urbanistica è importante valutare il grado di urbanizzazione, rappresentato dalla densità della copertura artificiale (Grado di urbanizzazione e tipologia di tessuto urbano). I dati ISPRA mostrano che la Lombardia ha la maggior estensione di aree urbane (ad alta densità di superfici artificiali) per oltre 176.000 ettari, pari a quasi il 20% del totale delle aree urbane nazionali, seguita dal Veneto (poco meno di 100.000 ettari e oltre l’11% delle aree urbane italiane) e dall’Emilia-Romagna (quasi 81.000 ettari). I valori di superfici urbane più bassi sono invece in Valle d’Aosta (meno di 1.500 ettari) e Molise (poco più di 2.000 ettari).

Sempre secondo l’ISPRA, «in tutte le regioni italiane si registra, negli ultimi anni, seppur in misura diversa, una lenta trasformazione da aree rurali ad aree suburbane e urbane. Il territorio del Veneto (quasi 2.000 ettari) e della Lombardia (oltre 1.300 ettari) ha ospitato il 40% degli oltre 8.000 ettari di nuove aree urbane tra il 2016 e il 2018. Gli incrementi maggiori di aree urbane, tutti ben al di sopra del valore nazionale (+0.93%), hanno interessato il Veneto (+1,99% pari a 1.921 ettari), Trentino-Alto Adige (+1,61%), Basilicata (+1.48%), Molise (+1,42%) e Friuli-Venezia Giulia (+1,42%). Le caratteristiche morfologiche delle aree urbane possono essere valutate anche considerando la densità delle aree urbane. In particolare, l’Indice di dispersione, ovvero il rapporto tra la superficie urbanizzata discontinua (aree a media/bassa densità) e la superficie urbanizzata totale (aree ad alta e media/bassa densità), per la maggior parte delle regioni assume valori al di sopra del valore medio nazionale di 84,96%, indicando una complessiva prevalenza della dispersione».

indice di dispersione ISPRA 2019
ISPRA 2019
indice di dispersione aree urbane PRIN postmetropoli
PRIN Postmetropoli, indice di dispersione delle aree urbane
consumo suolo livello comunale ISPRA 2019
Consumo di suolo livello comunale, ISPRA 2019.

Un altro dato ISPRA molto interessante mostra che «a livello nazionale, circa il 58% di cambiamenti sono avvenuti in aree a media o bassa densità di suolo consumato, a cui si aggiunge un ulteriore 10% in aree molto dense. In particolare, le Regioni che presentano la percentuale maggiore nelle aree artificiali non dense sono Liguria e Lombardia con il 71%, mentre nelle aree dense i valori più elevati si riscontrano in Liguria ed Emilia-Romagna (rispettivamente con il 18% e il 16% dei cambiamenti). Il 32% dei cambiamenti, invece, è avvenuto in contesto prevalentemente agricolo o naturale. Dall’analisi emerge, pertanto, che le aree urbane a bassa densità sono evidentemente più esposte al consumo suolo, probabilmente a causa della predisposizione in questi territori alla saturazione di spazi liberi interclusi nelle aree già artificializzate».

consumo suolo tipologia area urbana ISPRA 2019
Consumo di suolo per tipologia di area urbana, ISPRA 2019.

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[1] Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016, pag.21.

[2] Ibidem, Paolo Pileri è professore associato di “Pianificazione e progettazione urbanistica” al Politecnico di Milano.

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Salerno e la revisione decennale del PUC

puc revisione 2018 trasformazione urbana
tavola P0 trasformazione urbana, proposta revisione decennale PUC 2018.

L’Amministrazione comunale di Salerno si appresta ad aggiornare il proprio strumento di controllo sul governo del territorio: il Piano Urbanistico Comunale (PUC), già piano regolatore generale. In Italia, procedure e consuetudine amministrativa non prevedono efficaci strumenti di partecipazione popolare quando i Consigli comunali adottano il proprio documento amministrativo complesso, che determina la vita cittadina, dall’economia al benessere dei cittadini attraverso i servizi, il diritto alla casa, la mobilità, il verde pubblico … In questa fase, l’Amministrazione prevede che soggetti attenti (associazioni e cittadini) possano presentare osservazioni circa la proposta di revisione decennale del PUC di Salerno, e si tratta di mere osservazioni niente affatto vincolanti che l’organo politico può trascurare. I piani regolatori generali, in Campania chiamati PUC, sono considerati strumenti giuridici complessi in tutti sensi, e sono costituiti da disegni che indicano localizzazioni e zonizzazioni (destinazioni d’uso, indici urbanistici …), tematizzazioni, funzioni e attività, vincoli e patrimonio storico e naturale, agglomerazioni produttive, e norme tecniche che regolano l’attività edilizia che l’organo politico vuole adottare per governare il territorio. Nonostante questi atti siano molto importanti per gli abitanti, la partecipazione popolare dei cittadini non esiste, mentre l’assenza di processi partecipativi standardizzati scoraggia la partecipazione. Possiamo riconoscere che la pianificazione urbana è una disciplina completamente sconosciuta alle persone, mentre le istituzioni locali italiane non hanno alcun interesse nell’incoraggiare la comprensione e la partecipazione. Nel disinteresse generale, le Amministrazioni rinnovano i propri piani urbanistici e grazie a questa consuetudine poco edificante all’ombra dell’apatia cittadina si consumano i conflitti e gli interessi specifici delle classi dirigenti locali, abili nel condurre il gioco della pianificazione e nel cercare di trarre il maggior profitto possibile attraverso le localizzazioni delle proprie attività, cioè sfruttando le solite rendite fondiarie e immobiliari. Il territorio è considerato merce dai Consigli comunali, ma la Costituzione non lo considera tale e prevede che i piani adottino l’uso sociale dei suoli e la tutela del patrimonio storico e naturale.

A monte della crisi dell’urbanistica c’è una lunga decadenza della cultura politica italiana che ha abbracciato la religione capitalista liberista, ed ha rinunciato ad applicare la Costituzione repubblicana e i principi della legge urbanistica nazionale. Un’altra nota dolente è la famigerata riforma costituzionale che ha devoluto competenze alle Regioni, e così il governo del territorio ha diritti e regole diverse fra Milano, Bologna, Roma e Napoli. A Bologna lo standard minimo è di 30 mq/ab, mentre a Salerno è di 20 mq/ab, di fatto realizzando disuguaglianze territoriali. Le disuguaglianze continuano: il diritto a edificare di un cittadino salernitano è misurato diversamente dal cittadino bolognese, così come il contributo che viene dato per costruire i servizi pubblici; a Bologna si realizzano (attraverso una perequazione efficace) mentre a Salerno le previsioni attuative spesso non si realizzano. L’urbanistica nasce per costruire diritti a tutti i cittadini, migliorare la vita di chiunque, ma in Italia numerose Amministrazioni usano questa disciplina per creare profitto a favore delle solite élites locali, trascurando la complessità dei problemi esistenti, trascurando le disuguaglianze economiche e sociali, e facendo scelte che allontanano i ceti economicamente più deboli, cioè spesso i piani interpretano il tipico razzismo dei capitalisti. In Campania, la legge urbanistica prevede che i piani possano adottare una perequazione di comparto e non quella diffusa. L’effetto di questa scelta politica, nella realtà, si traduce nell’impossibilità dell’Ente pubblico di raccogliere efficacemente soldi per costruire la cosiddetta città pubblica, cioè i servizi che mancano. Solitamente, i Comuni risultano abbastanza negligenti nel compiere il proprio dovere e costruire gli standard mancanti, lasciando questo compito ai soggetti privati come prevede il laissez faire al mercato. Nel caso salernitano, è già accaduto che le previsioni di piano fossero sbagliate e ottimistiche, e così le fasi attuative, spesso sono rimaste sulla carta, come mere promesse elettorali, in altri casi, altrettanto frequentemente i tempi di realizzazione si solo allungati, del doppio, del triplo, del quadruplo, trascurando il principio temporale della pianificazione. In altri casi, i piani attuativi si sono dimostrati dei fallimenti d’impresa. La costruzione della città è senza dubbio una procedura complessa e difficile, ma nel nostro paese non esiste un efficace controllo sul governo del territorio e sull’attività edilizia, e da troppi anni i Consigli comunali, ormai camere di registrazione di decisioni prese altrove, adottano piani edili e non più piani urbanistici. In Italia e in Campania, non esistono strumenti giuridici efficaci per finanziare la città pubblica, sia perché si rinunciò nel controllare il regime dei suoli (mancata riforma urbanistica, 1962 e il caso Sullo) e sia perché non esiste il recupero del plusvalore fondiario delle trasformazioni urbanistiche, cioè le istituzioni non controllano il mercato e non tassano la rendita immobiliare. Nella proposta di revisione decennale del piano urbanistico 2018 restano gli atavici problemi di una Salerno costruita dalla speculazione, fra gli anni della ricostruzione post bellica fino agli anni ’80. Ai vecchi problemi si aggiungono quelli “nuovi” circa i rischi degli investimenti edilizi apparentemente trasparenti, legati al riciclaggio nel mondo immobiliare e alle attività commerciali che riciclano denaro illecito. Affollamento, alta densità, carenza di servizi adeguati nelle aree centrali (disordine urbano e uso intensivo del territorio) e consolidate, e dispersione urbana sulle colline e sulle aree periurbane e rururbane restano dove sono. Persiste l’errata contabilità degli standard esistenti circa il verde pubblico (assegnazione impropria di aree a verde pubblico esistente, ad esempio il Corso, piazza Portanova …) per evitare di rispettare l’obbligo di costruire quelli mancanti, di fatto violando l’elementare cultura urbanistica, e questa cattiva interpretazione favorisce la rendita dei privati, che possono edificare nelle aree libere. Nel dimensionamento del piano ci si accontenta di far quadrare i numeri (viziati dall’assegnazione impropria) in maniera formale riportando i dati quantitativi, ma la complessa realtà urbana salernitana ci mostra tutti i limiti di una struttura urbana costruita male e carente di servizi adeguati. Nella relazione illustrativa sono esplicitati gli obiettivi della revisione: si punta al prolungamento nel tempo degli obiettivi precedenti (reiterazione dei vincoli espropriativi), e alla scommessa di una totale deregolamentazione del mercato immobiliare con la speranza di attrarre investimenti privati, ad esempio, in talune aree (marina di Arechi) si cambia la destinazione d’uso, perché sono scaduti i vincoli e i proprietari chiedono un ristoro, e si scommette per favorire attività turistiche ricettive lungo la fascia costiera, oppure impianti sportivi privati. Le scelte politiche dimostrano che il territorio è considerato merce per la mera accumulazione capitalista, nient’altro, e così manca un disegno di piano, manca l’urbanistica. Un’Amministrazione responsabile, che ha a cuore l’interesse pubblico, agisce per migliorare la morfologia urbana esistente poiché sbagliata, e costruisce standard adeguati alla città estesa (11 comuni). Nella relazione illustrativa la revisione di piano si rifà ancora a idee progettuali degli anni ’80 (la metropolitana comunale, il ripascimento delle spiagge, da Pastena al nuovo porto del Marina d’Arechi, il nuovo tratto della copertura del trincerone ferroviario), poi ritroviamo i vecchi comparti edificatori presentati come PUA (Piano Urbanistico Attuativo), 35 sono d’iniziativa privata e 10 sono d’iniziativa pubblica. Tutta l’attività di edilizia libera e pubblica si concentra in aree periurbane (Matierno, Rufoli, Sordina, Brignano, stadio Arechi, San Leonardo, Fuorni, Giovi), con l’eccezione di interventi previsti ai Picarielli e via Parmenide (cantieri in corso d’opera). Ancora una volta, come nella peggiore e cattiva consuetudine, all’aumento di carichi urbanistici in zone da lottizzare/te manca la pianificazione urbanistica della famosa cellula urbana (Neighbourhood unit) per garantire insediamenti a misura d’uomo. La revisione del piano è lo specchio della cultura capitalista liberista, in continuità con i piani edilizi degli anni trascorsi, incapace di interpretare il cambiamento avvenuto nella società e sul territorio, completamente trasformato dal capitalismo liberista durante gli ultimi trent’anni. La revisione, come nel PUC del 2005, auspica di attrarre investimenti privati e utilizza tutti i mezzi tipici del liberismo, dalla deregolamentazione alle famigerate zone economiche speciali. Un’altra anomalia della revisione del PUC riguarda la liberalizzazione e deregolamentazione dei carichi urbanistici presentati dai PUA di lottizzazione privata e localizzati in zone consolidate B; perché i PUA violano i principi delle norme quadro nazionali circa i limiti di altezze e densità previste per le zone B. In questo la revisione consente di realizzare la costruzione di edifici multipiano con altezze superiori a quelle esistenti e dentro le zone B.

La classe dirigente locale non sceglie un piano che costruisce un disegno di suolo e l’assetto del territorio, ed ignora il significato culturale di una rigenerazione urbana bioeconomica, il ceto politico locale non prevede una strategia di lungo termine per rimediare agli errori del passato. E’ necessario un salto culturale, un cambiamento dei paradigmi della società per approdare sul piano territorialista (la scuola di Alberto Magnaghi), cioè bioeconomico (di Georgescu) e leggere la città come sistema metabolico per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura, fra città e campagna, e offrire nuove opportunità economiche agli abitanti. L’Amministrazione ignora anche l’opportunità di una visione attinente alla realtà urbana, che dovrebbe suggerire la strada di avviare processi e piani intercomunali bioeconomici per governare la città urbana estesa, perché Salerno non è più la città dentro i confini amministrativi, ormai obsoleti e dannosi, ma è la struttura urbana esistente dentro il proprio Sistema Locale del Lavoro. La Salerno “descritta” nella revisione di piano non esiste da molti decenni, e questa nuova proposta del 2018 si limita a prorogare le scelte precedenti, si limita a scommettere su talune realizzazioni edilizie lasciando insoluti i problemi della città, esistenti da circa 40 anni. Probabilmente, questo ceto politico non vuole ammettere che il capitalismo liberista ha favorito la crisi del mercato edile salernitano, e continuare sulla vecchia strada non aiuterà un settore che dovrebbe puntare alla bioeconomia, cioè dovrebbe affidarsi alla cultura urbanistica capace di leggere i territori e le città come sistemi metabolici, perché tale cultura produce piani che rigenerano i tessuti urbani esistenti con piani realizzabili senza speculazioni. Le piccole trasformazioni urbane immaginate negli anni ’70 sono state realizzate durante gli ultimi vent’anni, e se a Salerno non si apre una fase nuova riportando il tema dell’urbanistica e del territorio al centro di un dibattito pubblico sarà difficile immaginare di cambiare la città estesa, che si potrà migliorare interpretando correttamente la bioregione urbana, e adottando piani attuativi rigenerativi bioeconomici che prevedono conservazione, recupero e trasferimenti di volumi per migliorare la morfologia urbana esistente. Confrontando gli atti politici con la realtà salernitana possiamo capire l’assenza di pianificazione: la sostituzione edilizia di scuole ormai obsolete per costruire scuole innovative.

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“Eco-villaggi”? E’ sprawl urbano!

Area urbana di Salerno 06 sprawl 13
Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

Bella Italia …da riabbellire

Speculazioni urbanistiche si realizzano a danno della collettività, cioè a danno della nostra qualità della vita e dell’ambiente. Cosa manca perché ci sia un’inversione di tendenza e si inneschi un circolo virtuoso? Siamo culturalmente pronti ad un cambio di prospettiva in materia urbanistica? (se no, cosa manca ancora?)

Negli ultimi trent’anni, nell’ambito accademico si è sviluppata una maggiore cultura circa la corretta pianificazione territoriale soprattutto grazie all’impulso propositivo della scuola territorialista di Alberto Magnaghi, a Firenze attraverso il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Questa scuola eredita e rappresenta la cultura di Geddes e Mumford, e tale visione è stata integrata e aggiornata anche dalla visione bioeconomica di Nicholas Georgescu-Roegen. In Italia, la bioeconomia non ha ancora trovato una scuola economica ove poter crescere, mentre ha ricevuto ascolto e favori fra i pianificatori, e nelle tecnologie industriali della cosiddetta “chimica verde” che sta creando nuove merci e opportunità sfruttando l’eco-design. Se ciò mostra un’evoluzione culturale, purtroppo si contrappone una regressione culturale della classe dirigente politica poiché psico programmata all’economia neoclassica e dalla distruttiva crescita della produttività, che ignora l’entropia e disprezza l’etica, e i diritti civili e sociali. L’Occidente vive questo periodo di transizione poiché il capitalismo ha deregolamentato la finanza e il mercato globale, il neoliberalismo crea opportunità per i fondi privati d’investimento e programma la delocalizzazione industriale verso i Paesi emergenti. Questi spazi diventano zone franche per non pagare tasse e sfrutta gli schiavi senza diritti sindacali. La classe dirigente politica insegue ancora i consigli dei neoliberali e suggerisce soluzioni analoghe in Italia e in Europa, cioè anziché favorire una corretta pianificazione, si limitano a copiare la svalutazione salariale e costituire zone franche. L’implosione del capitalismo è sotto i nostri occhi e questo favorisce l’apertura di un dibattito pubblico. La confusione politica è figlia di questa implosione che coinvolge i partiti otto-novecenteschi. In teoria siamo pronti a raccogliere un cambiamento ma le forze politiche (banche, media e istituzioni pubbliche) si oppongono. Nella disciplina urbanistica chiunque è consapevole del conflitto culturale fra capitalismo, rendita e proprietà, negli anni ’60 si consumò tale conflitto con la vittoria del capitalismo liberale, oggi sembrano esserci le condizioni per riaprire il tema poiché la famigerata “urbanistica contratta” sta continuando a distruggere il territorio, mentre si cercano soluzioni pratiche per porre rimedio. Sicuramente c’è la consapevolezza nel ridurre il consumo di suolo e di sfruttare meglio le fonti energetiche alternative, si parla molto di “rigenerazione urbana” ma spesso le soluzioni concrete si realizzano con incentivi alle rendite, restando nel paradigma culturale sbagliato. Ci vuole coraggio per uscire dal capitalismo, e questo sembra mancare. Dobbiamo immaginare e pianificare piani urbanistici intercomunali bioeconomici all’interno dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e raccogliere finanziamenti per raggiungere scopi sociali, culturali e ambientali poiché questi temi determinano lo sviluppo umano e non il profitto.

Ci sono due esempi di piani paesaggistici territoriali, uno in Puglia l’altro in Toscana, che dimostrano l’esistenza di una cultura lungimirante ma trovano forte opposizione alla loro attuazione; perché?

Perché la scuola territorialista si scontra con l’approccio neoclassico economico che preferisce mercificare i territori piuttosto che applicare l’uso razionale dell’energia e delle risorse. Il pensiero dominante è quello neoliberale che si concretizza secondo due mantra: creare soldi dai soldi senza lavorare e mercificare tutto. Secondo questa religione, il territorio è merce e i piani devono soddisfare il tornaconto degli investitori privati, nonostante lo scopo dell’urbanistica non sia il profitto ma costruire diritti a tutti i cittadini, e nonostante la dottrina urbanistica abbia come obiettivo la tutela del territorio e il controllo dell’attività edilizia e urbanistica. E’ il solito limite e conflitto culturale, cioè l‘illusione di coniugare capitalismo e interesse generale, un ossimoro; è noto che fra i due approcci abbia prevalso la religione capitalista. E così prevale ancora la logica di agglomerazioni industriali, e di costruire spazi commerciali nell’illusione di coltivare un continuo aumento delle vendite, tutto ciò mentre il neoliberismo aumenta la povertà, continua la riduzione dello spazio pubblico e cresce la crisi degli ecosistemi urbani; tutto ciò fregandosene della storia, della cultura delle comunità, e distruggendo le peculiarità dei luoghi. Un altro problema pratico è che l’urbanistica è stata messa nelle mani dei Consigli comunali, provinciali e regionali, cioè la classe politica che ha enormi limiti culturali su questa disciplina, oltre che essere l’oggetto delle pressioni dell’élite locale che persegue il tornaconto personale.

Che cos’è l’approccio bioeconomico alla gestione del territorio? Perché è poco considerato dalla politica?

L’approccio bioeconomico ribalta la visione della religione capitalista poiché non parte del profitto e dall’avidità, ma dalla scienza e dalla conoscenza dei luoghi, dalla loro storia e dai limiti naturali. La bioeconomia misura i flussi di energia e l’utilità sociale, valorizza i luoghi e le risorse, progetta l’uso razionale delle energie e suggerisce la conoscenza identitaria dei luoghi per garantirne una corretta fruizione e la conservazione delle risorse per le future generazioni. La bioeconomia propone di vedere territori e aree urbane come processi metabolici, copia i processi naturali circolari e consente di individuare sprechi, per ridurli o cancellarli e favorire l’impiego di energie alternative affinché gli ecosistemi non siano più depauperati, ma diventino produzione di risorse per la specie umana non più secondo logiche di profitto ma secondo principi di sostenibilità.

E’ vero che un’urbanistica virtuosa ha un influsso positivo sulla psicologia delle persone? In che senso?

Come per molte altre disciplina, un’assurdità della nostra società capitalista è aver reso l’urbanistica una materia sconosciuta, poco comprensibile e poco rilevante per i cittadini, nonostante questa determini la vita e l’economia dei territori. La cittadinanza non partecipa ai processi di pianificazione, questo è grave poiché chiunque spinto dalla propria avidità potrà sfruttare la rendita e a danno della collettività. La scienza urbanistica nacque nell’Ottocento per riparare agli errori del capitalismo che stava distruggendo le città. Oggi sappiamo che le città sono il frutto dello spirito del tempo: il capitalismo. Così ereditiamo ambiti urbani carichi di contrasto: la bellezza straordinaria dei centri storici, e la città moderna con spazi urbani progettati in funzione del consumo e non della felicità umana. I liberali sfruttarono le innovazioni culturali degli utopisti socialisti per far progredire il capitalismo stesso inventando e regolando la rendita fondiaria e immobiliare. Solo dopo altri decenni si sviluppò la sociologia urbana che osserva come il capitalismo sia una sottile forma di razzismo, una guerra pianificata contro i poveri. La sociologia urbana suggerisce come migliorare il disegno urbano considerando il fattore umano e ricorda l’importanza di piani sociali per lo sviluppo culturale. Un corretto disegno urbano può favorire processi di convivialità urbana, così come un adeguato rapporto fra spazio pubblico e spazio privato è fondamentale per incentivare il dialogo e l’incontro fra le persone. Un piano sulla bellezza urbana è altrettanto importante per circondarsi di spazi adeguati. Poi oltre la pianificazione, sono necessari adeguati servizi sociali, per questo motivo le risorse umane professionali sono determinanti e fanno la differenza. In sostanza sappiamo che una corretta urbanistica si avvale di tante discipline come la geografia, la sociologia, l’ingegneria, l’architettura, la geologia ma spesso sottovalutiamo l’influenza politica dell’economia classica che piega ed edulcora le altre discipline all’interesse dei pochi solo per logiche di profitto e di consenso politico elettorale.

Grandi opere edilizie invece di interventi capillari sul territorio; perché la politica punta sempre e solo sulle grandi opere?

Secondo le logiche capitaliste e i criteri economici e finanziari che valutano i progetti, più è grande il costo dell’opera e maggiore sarà la redditività degli investitori privati che sfruttano anche il servizio del debito. Oggi si aggiunge un’altra minaccia immobiliare che può sprecare risorse finite. Poiché la finanza capitalista produce soldi dai soldi senza lavorare, le trasformazioni urbanistiche sono sfruttate come opportunità di creare denaro dai valori immobiliari ma in deroga ai principi costituzionali e alla legge urbanistica. E così i privati presentano sedicenti progetti di nuovi stadi che in realtà sono complessi immobiliari di più attività e servizi per coprire i costi dello stadio stesso. A Firenze, Roma, Milano, Napoli e altre città le società sportive sfruttano il sistema capitalista per scaricare debiti e costi sul mercato, ma a danno della collettività. Questo approccio egoistico non è una novità, è la prassi incostituzionale che sta in piedi poiché la tutela del territorio è stata cancellata dai programmi politici dei partiti. Nel caso delle speculazioni edilizie proposte attraverso gli stadi, i grandi costruttori e le società calcistiche hanno gioco facile nel mettere pressione alle Amministrazioni locali, gli speculatori fanno leva sull’immagine del calcio e sui tifosi che agiscono solo d’istinto.

Domande e risposte ispirate e aggiornate, da un’intervista rilasciata al Vaso di Pandora, di Carlo Savegnago.

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Pianificare i sistemi locali

Teorie della pianificazione
Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

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Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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Nutrire il pianeta

E’ noto che le multinazionali del cibo e del farmaco, da diversi decenni, stiano sferrando un vero e proprio attacco alla specie umana attraverso l’ingegnerizzazione dei processi produttivi partendo dalla genetica e dai farmaci che agiscono come droghe; riprogettando il DNA e le molecole secondo logiche di obsolescenza pianificata e quindi la sostituzione dei semi naturali con merci a scadenza programmata. Il fine è sempre lo stesso, massimizzare i profitti inventando nuovi consumatori di merce-cibo e di farmaci per cronicizzare i problemi causati dalla merce-cibo.

L’attacco alla nostra specie è ampiamente denunciato, sono state pubblicate diverse inchieste, reportage e documenti. Nel mondo dell’associazionismo e dell’attivismo civico troviamo in prima fila il fisico Vandana Shiva, e il progetto Terra madre di Carlo Petrini che propone soluzioni concrete attraverso percorsi che conducono alla sovranità alimentare dei popoli.

La cosa che “sorprende” è l’assenza di una “fiera” per nutrire il pianeta; l’Expo, si intuisce, ha l’obiettivo di “ammalare” il pianeta e non di aiutare i popoli a nutrirsi correttamente. Nella logica della privatizzazione del pianeta la psico programmazione mentale attraverso l’Expo è una vera operazione di disinformazione di massa creata dai think tank e dai media del WTO. Non sorprende che l’Expo sia la cattedrale religiosa ove i consumatori possano ritrovare i grandi marchi e la merce-cibo che dovranno ingerire, e non sorprende che la comunicazione sia soft per raggiungere non gli adulti ma i bambini. Il Governo Renzi, che organizza Expo, tramite il famigerato decreto sblocca Italia consente di stuprare il territorio, e il paesaggio (nuove attività estrattive per favorire gli idrocarburi e aumentare i rischi d’inquinamento irreversibili) e aumentare i rischi sanitari attraverso “incentivi” all’incenerimento dei rifiuti.

Se organizzatori e italiani fossero stati a servizio del bene comune non avrebbero mai scelto Milano, non avrebbero mai realizzato una speculazione edilizia a debito, e non avrebbero optato per la modalità classica della fiera, ma avrebbero potuto concentrarsi sul contenuto: nutrire il pianeta, attraverso la cultura e le culture del cibo rispettando le identità dei popoli, e parlando di bioeconomia. Si poteva cogliere un’opportunità per promuovere la sovranità alimentare nei luoghi caratteristici in una logica di rete sinergica, proprio come i processi autopoietici della biologia. E così Pollica (SA), sede della dieta mediterranea, per discutere sull’alimentazione equilibrata e più sana; Foggia, sede della borsa del grano e discutere sui prezzi e il reale fabbisogno di grano (inchiesta Terra e cibo di Presa diretta); Siena, quale provincia che ospita i più antichi frantoi d’olio d’Italia; Favignana (TP), come luogo simbolo delle tonnare e discutere sulla pesca sostenibile, e San Marino per la banca delle sementi a tutela della biodiversità.

Il fatto che, per il momento, non sia stata programmata una vera “fiera” per discutere come nutrire il pianeta senza distruggere gli ecosistemi, non vuol dire che non se ne discuterà in futuro. In diversi ambiti l’argomento della sostenibilità alimentare è abbastanza dibattuto, e l’Expo poteva essere il momento ove informare i cittadini circa il problema dello sfruttamento del pianeta ben oltre le sue capacità autorigenerative a danno degli ecosistemi. E’ altrettanto noto il fatto che il problema della fame nel mondo è piena responsabilità del WTO e degli eserciti, e che il mondo occidentale produce più cibo di quanto tutta l’umanità abbia realmente bisogno, mentre una parte importante del globo è mal nutrita, l’altra è obesa. E’ noto anche che la ricchezza monetaria accumulata dalle SpA può finanziare programmi per la corretta nutrizione per tendere a un equilibrio globale, e nutrire correttamente sia chi ha fame e sia chi è obeso; se tutto ciò non accade le ragioni sono banali: l’interesse non è far bene. Se all’Expo si fosse acceso un focus su questi argomenti, è chiaro che il WTO avrebbe perso la sua credibilità, e che le multinazionali della merce-cibo avrebbero messo a rischio la propria immagine nei confronti dei clienti nei paesi emergenti ove il capitalismo ha programmato la crescita della religione neoliberista dei prossimi decenni.

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Fonte: Wuppertal Institut

Per affrontare il tema in maniera seria, è sufficiente che gli Stati tornino a comportarsi come Nazioni sovrane e sequestrino gli illeciti e gli immorali accumuli monetari inventanti con le tecniche finanziarie tramite il sistema delle società off shore e la segretezza bancaria, oppure che gli Stati si riprendano la sovranità monetaria per investire a tutela delle biodiversità, della salute e della sovranità alimentare.

Un’altra soluzione molto nota, sta nel fatto che alle multinazionali sia proibito occuparsi di cibo poiché il cibo non è merce, mentre le Nazioni programmano un’educazione alimentare nel rispetto delle proprie culture locali producendo e consumando i propri alimenti donati dalla natura. Il punto è che il cibo non è merce, e questo principio non è oggetto di dibattito. Altro punto, la delirante concezione delle multinazionali secondo cui è possibile apporre un brevetto sulle sementi è un atto criminogeno contro l’umanità. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi».