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Archive for the ‘consumo del territorio’ Category

Area urbana di Salerno 06 sprawl 13

Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing. jr.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

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Speculazioni urbanistiche si realizzano a danno della collettività, cioè a danno della nostra qualità della vita e dell’ambiente. Cosa manca perché ci sia un’inversione di tendenza e si inneschi un circolo virtuoso? Siamo culturalmente pronti ad un cambio di prospettiva in materia urbanistica? (se no, cosa manca ancora?)

Negli ultimi trent’anni, nell’ambito accademico si è sviluppata una maggiore cultura circa la corretta pianificazione territoriale soprattutto grazie all’impulso propositivo della scuola territorialista di Alberto Magnaghi, a Firenze attraverso il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Questa scuola eredita e rappresenta la cultura di Geddes e Mumford, e tale visione è stata integrata e aggiornata anche dalla visione bioeconomica di Nicholas Georgescu-Roegen. In Italia, la bioeconomia non ha ancora trovato una scuola economica ove poter crescere, mentre ha ricevuto ascolto e favori fra i pianificatori, e nelle tecnologie industriali della cosiddetta “chimica verde” che sta creando nuove merci e opportunità sfruttando l’eco-design. Se ciò mostra un’evoluzione culturale, purtroppo si contrappone una regressione culturale della classe dirigente politica poiché psico programmata all’economia neoclassica e dalla distruttiva crescita della produttività, che ignora l’entropia e disprezza l’etica, e i diritti civili e sociali. L’Occidente vive questo periodo di transizione poiché il capitalismo ha deregolamentato la finanza e il mercato globale, il neoliberalismo crea opportunità per i fondi privati d’investimento e programma la delocalizzazione industriale verso i Paesi emergenti. Questi spazi diventano zone franche per non pagare tasse e sfrutta gli schiavi senza diritti sindacali. La classe dirigente politica insegue ancora i consigli dei neoliberali e suggerisce soluzioni analoghe in Italia e in Europa, cioè anziché favorire una corretta pianificazione, si limitano a copiare la svalutazione salariale e costituire zone franche. L’implosione del capitalismo è sotto i nostri occhi e questo favorisce l’apertura di un dibattito pubblico. La confusione politica è figlia di questa implosione che coinvolge i partiti otto-novecenteschi. In teoria siamo pronti a raccogliere un cambiamento ma le forze politiche (banche, media e istituzioni pubbliche) si oppongono. Nella disciplina urbanistica chiunque è consapevole del conflitto culturale fra capitalismo, rendita e proprietà, negli anni ’60 si consumò tale conflitto con la vittoria del capitalismo liberale, oggi sembrano esserci le condizioni per riaprire il tema poiché la famigerata “urbanistica contratta” sta continuando a distruggere il territorio, mentre si cercano soluzioni pratiche per porre rimedio. Sicuramente c’è la consapevolezza nel ridurre il consumo di suolo e di sfruttare meglio le fonti energetiche alternative, si parla molto di “rigenerazione urbana” ma spesso le soluzioni concrete si realizzano con incentivi alle rendite, restando nel paradigma culturale sbagliato. Ci vuole coraggio per uscire dal capitalismo, e questo sembra mancare. Dobbiamo immaginare e pianificare piani urbanistici intercomunali bioeconomici all’interno dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e raccogliere finanziamenti per raggiungere scopi sociali, culturali e ambientali poiché questi temi determinano lo sviluppo umano e non il profitto.

Ci sono due esempi di piani paesaggistici territoriali, uno in Puglia l’altro in Toscana, che dimostrano l’esistenza di una cultura lungimirante ma trovano forte opposizione alla loro attuazione; perché?

Perché la scuola territorialista si scontra con l’approccio neoclassico economico che preferisce mercificare i territori piuttosto che applicare l’uso razionale dell’energia e delle risorse. Il pensiero dominante è quello neoliberale che si concretizza secondo due mantra: creare soldi dai soldi senza lavorare e mercificare tutto. Secondo questa religione, il territorio è merce e i piani devono soddisfare il tornaconto degli investitori privati, nonostante lo scopo dell’urbanistica non sia il profitto ma costruire diritti a tutti i cittadini, e nonostante la dottrina urbanistica abbia come obiettivo la tutela del territorio e il controllo dell’attività edilizia e urbanistica. E’ il solito limite e conflitto culturale, cioè l‘illusione di coniugare capitalismo e interesse generale, un ossimoro; è noto che fra i due approcci abbia prevalso la religione capitalista. E così prevale ancora la logica di agglomerazioni industriali, e di costruire spazi commerciali nell’illusione di coltivare un continuo aumento delle vendite, tutto ciò mentre il neoliberismo aumenta la povertà, continua la riduzione dello spazio pubblico e cresce la crisi degli ecosistemi urbani; tutto ciò fregandosene della storia, della cultura delle comunità, e distruggendo le peculiarità dei luoghi. Un altro problema pratico è che l’urbanistica è stata messa nelle mani dei Consigli comunali, provinciali e regionali, cioè la classe politica che ha enormi limiti culturali su questa disciplina, oltre che essere l’oggetto delle pressioni dell’élite locale che persegue il tornaconto personale.

Che cos’è l’approccio bioeconomico alla gestione del territorio? Perché è poco considerato dalla politica?

L’approccio bioeconomico ribalta la visione della religione capitalista poiché non parte del profitto e dall’avidità, ma dalla scienza e dalla conoscenza dei luoghi, dalla loro storia e dai limiti naturali. La bioeconomia misura i flussi di energia e l’utilità sociale, valorizza i luoghi e le risorse, progetta l’uso razionale delle energie e suggerisce la conoscenza identitaria dei luoghi per garantirne una corretta fruizione e la conservazione delle risorse per le future generazioni. La bioeconomia propone di vedere territori e aree urbane come processi metabolici, copia i processi naturali circolari e consente di individuare sprechi, per ridurli o cancellarli e favorire l’impiego di energie alternative affinché gli ecosistemi non siano più depauperati, ma diventino produzione di risorse per la specie umana non più secondo logiche di profitto ma secondo principi di sostenibilità.

E’ vero che un’urbanistica virtuosa ha un influsso positivo sulla psicologia delle persone? In che senso?

Come per molte altre disciplina, un’assurdità della nostra società capitalista è aver reso l’urbanistica una materia sconosciuta, poco comprensibile e poco rilevante per i cittadini, nonostante questa determini la vita e l’economia dei territori. La cittadinanza non partecipa ai processi di pianificazione, questo è grave poiché chiunque spinto dalla propria avidità potrà sfruttare la rendita e a danno della collettività. La scienza urbanistica nacque nell’Ottocento per riparare agli errori del capitalismo che stava distruggendo le città. Oggi sappiamo che le città sono il frutto dello spirito del tempo: il capitalismo. Così ereditiamo ambiti urbani carichi di contrasto: la bellezza straordinaria dei centri storici, e la città moderna con spazi urbani progettati in funzione del consumo e non della felicità umana. I liberali sfruttarono le innovazioni culturali degli utopisti socialisti per far progredire il capitalismo stesso inventando e regolando la rendita fondiaria e immobiliare. Solo dopo altri decenni si sviluppò la sociologia urbana che osserva come il capitalismo sia una sottile forma di razzismo, una guerra pianificata contro i poveri. La sociologia urbana suggerisce come migliorare il disegno urbano considerando il fattore umano e ricorda l’importanza di piani sociali per lo sviluppo culturale. Un corretto disegno urbano può favorire processi di convivialità urbana, così come un adeguato rapporto fra spazio pubblico e spazio privato è fondamentale per incentivare il dialogo e l’incontro fra le persone. Un piano sulla bellezza urbana è altrettanto importante per circondarsi di spazi adeguati. Poi oltre la pianificazione, sono necessari adeguati servizi sociali, per questo motivo le risorse umane professionali sono determinanti e fanno la differenza. In sostanza sappiamo che una corretta urbanistica si avvale di tante discipline come la geografia, la sociologia, l’ingegneria, l’architettura, la geologia ma spesso sottovalutiamo l’influenza politica dell’economia classica che piega ed edulcora le altre discipline all’interesse dei pochi solo per logiche di profitto e di consenso politico elettorale.

Grandi opere edilizie invece di interventi capillari sul territorio; perché la politica punta sempre e solo sulle grandi opere?

Secondo le logiche capitaliste e i criteri economici e finanziari che valutano i progetti, più è grande il costo dell’opera e maggiore sarà la redditività degli investitori privati che sfruttano anche il servizio del debito. Oggi si aggiunge un’altra minaccia immobiliare che può sprecare risorse finite. Poiché la finanza capitalista produce soldi dai soldi senza lavorare, le trasformazioni urbanistiche sono sfruttate come opportunità di creare denaro dai valori immobiliari ma in deroga ai principi costituzionali e alla legge urbanistica. E così i privati presentano sedicenti progetti di nuovi stadi che in realtà sono complessi immobiliari di più attività e servizi per coprire i costi dello stadio stesso. A Firenze, Roma, Milano, Napoli e altre città le società sportive sfruttano il sistema capitalista per scaricare debiti e costi sul mercato, ma a danno della collettività. Questo approccio egoistico non è una novità, è la prassi incostituzionale che sta in piedi poiché la tutela del territorio è stata cancellata dai programmi politici dei partiti. Nel caso delle speculazioni edilizie proposte attraverso gli stadi, i grandi costruttori e le società calcistiche hanno gioco facile nel mettere pressione alle Amministrazioni locali, gli speculatori fanno leva sull’immagine del calcio e sui tifosi che agiscono solo d’istinto.

Domande e risposte ispirate e aggiornate, da un’intervista rilasciata al Vaso di Pandora, di Carlo Savegnago.

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Teorie della pianificazione

Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

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Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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E’ noto che le multinazionali del cibo e del farmaco, da diversi decenni, stiano sferrando un vero e proprio attacco alla specie umana attraverso l’ingegnerizzazione dei processi produttivi partendo dalla genetica e dai farmaci che agiscono come droghe; riprogettando il DNA e le molecole secondo logiche di obsolescenza pianificata e quindi la sostituzione dei semi naturali con merci a scadenza programmata. Il fine è sempre lo stesso, massimizzare i profitti inventando nuovi consumatori di merce-cibo e di farmaci per cronicizzare i problemi causati dalla merce-cibo.

L’attacco alla nostra specie è ampiamente denunciato, sono state pubblicate diverse inchieste, reportage e documenti. Nel mondo dell’associazionismo e dell’attivismo civico troviamo in prima fila il fisico Vandana Shiva, e il progetto Terra madre di Carlo Petrini che propone soluzioni concrete attraverso percorsi che conducono alla sovranità alimentare dei popoli.

La cosa che “sorprende” è l’assenza di una “fiera” per nutrire il pianeta; l’Expo, si intuisce, ha l’obiettivo di “ammalare” il pianeta e non di aiutare i popoli a nutrirsi correttamente. Nella logica della privatizzazione del pianeta la psico programmazione mentale attraverso l’Expo è una vera operazione di disinformazione di massa creata dai think tank e dai media del WTO. Non sorprende che l’Expo sia la cattedrale religiosa ove i consumatori possano ritrovare i grandi marchi e la merce-cibo che dovranno ingerire, e non sorprende che la comunicazione sia soft per raggiungere non gli adulti ma i bambini. Il Governo Renzi, che organizza Expo, tramite il famigerato decreto sblocca Italia consente di stuprare il territorio, e il paesaggio (nuove attività estrattive per favorire gli idrocarburi e aumentare i rischi d’inquinamento irreversibili) e aumentare i rischi sanitari attraverso “incentivi” all’incenerimento dei rifiuti.

Se organizzatori e italiani fossero stati a servizio del bene comune non avrebbero mai scelto Milano, non avrebbero mai realizzato una speculazione edilizia a debito, e non avrebbero optato per la modalità classica della fiera, ma avrebbero potuto concentrarsi sul contenuto: nutrire il pianeta, attraverso la cultura e le culture del cibo rispettando le identità dei popoli, e parlando di bioeconomia. Si poteva cogliere un’opportunità per promuovere la sovranità alimentare nei luoghi caratteristici in una logica di rete sinergica, proprio come i processi autopoietici della biologia. E così Pollica (SA), sede della dieta mediterranea, per discutere sull’alimentazione equilibrata e più sana; Foggia, sede della borsa del grano e discutere sui prezzi e il reale fabbisogno di grano (inchiesta Terra e cibo di Presa diretta); Siena, quale provincia che ospita i più antichi frantoi d’olio d’Italia; Favignana (TP), come luogo simbolo delle tonnare e discutere sulla pesca sostenibile, e San Marino per la banca delle sementi a tutela della biodiversità.

Il fatto che, per il momento, non sia stata programmata una vera “fiera” per discutere come nutrire il pianeta senza distruggere gli ecosistemi, non vuol dire che non se ne discuterà in futuro. In diversi ambiti l’argomento della sostenibilità alimentare è abbastanza dibattuto, e l’Expo poteva essere il momento ove informare i cittadini circa il problema dello sfruttamento del pianeta ben oltre le sue capacità autorigenerative a danno degli ecosistemi. E’ altrettanto noto il fatto che il problema della fame nel mondo è piena responsabilità del WTO e degli eserciti, e che il mondo occidentale produce più cibo di quanto tutta l’umanità abbia realmente bisogno, mentre una parte importante del globo è mal nutrita, l’altra è obesa. E’ noto anche che la ricchezza monetaria accumulata dalle SpA può finanziare programmi per la corretta nutrizione per tendere a un equilibrio globale, e nutrire correttamente sia chi ha fame e sia chi è obeso; se tutto ciò non accade le ragioni sono banali: l’interesse non è far bene. Se all’Expo si fosse acceso un focus su questi argomenti, è chiaro che il WTO avrebbe perso la sua credibilità, e che le multinazionali della merce-cibo avrebbero messo a rischio la propria immagine nei confronti dei clienti nei paesi emergenti ove il capitalismo ha programmato la crescita della religione neoliberista dei prossimi decenni.

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Fonte: Wuppertal Institut

Per affrontare il tema in maniera seria, è sufficiente che gli Stati tornino a comportarsi come Nazioni sovrane e sequestrino gli illeciti e gli immorali accumuli monetari inventanti con le tecniche finanziarie tramite il sistema delle società off shore e la segretezza bancaria, oppure che gli Stati si riprendano la sovranità monetaria per investire a tutela delle biodiversità, della salute e della sovranità alimentare.

Un’altra soluzione molto nota, sta nel fatto che alle multinazionali sia proibito occuparsi di cibo poiché il cibo non è merce, mentre le Nazioni programmano un’educazione alimentare nel rispetto delle proprie culture locali producendo e consumando i propri alimenti donati dalla natura. Il punto è che il cibo non è merce, e questo principio non è oggetto di dibattito. Altro punto, la delirante concezione delle multinazionali secondo cui è possibile apporre un brevetto sulle sementi è un atto criminogeno contro l’umanità. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi».

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Dalla resilienza alla rigenerazione, su scribd e Issuu

L’intero sistema educativo è stato ideato secondo un modello sociale figlio della concezione l’illuministica e del mondo industriale, attraverso la diffusione del ragionamento deduttivo e lo studio dei classici. Scuola e università di basano su un modello cognitivo che sviluppa esclusivamente un’abilità di tipo accademica, e in questo modo il modello educativo esprime giudizi errati su individui brillanti (pensiero divergente) che si convincono di non essere intelligenti, perché giudicati da un modello obsoleto che distrugge la creatività anziché riconoscerla. Siamo a cavallo di un’epoca e il nostro modello educativo è obsoleto rispetto al processo di cambiamento che stiamo vivendo. Ad esempio, l’arte è penalizzata dall’odierno modello educativo poiché anestetizza i giovani che subiscono un’istruzione stile linea di fabbrica (crescita standardizzata e conformizzata), divisi per classi ed età. Questo approccio sbagliato è stato accettato da buona parte delle università per logiche di profitto (copyright, brevetti, royalties), e così un’obsoleta cultura industriale ha prodotto convenzioni economiche (estimo, creazione della moneta dal nulla, borse telematiche) prive di valenze scientifiche, biologiche e fisiche in maniera tale da condizionare le scelte politiche che governano il territorio e l’ambiente.

La storia ci insegna che l’umanità ha saputo realizzare un ottimo equilibrio fra città, abitanti e ambiente, un equilibrio durato circa sei millenni fino alla prima rivoluzione industriale, cioè fino alle metà del XVIII secolo. Le innovazioni tecnologiche delle rivoluzioni industriali sono dipese dalle fonti energetiche fossili (petrolio e gas) determinando una dipendenza delle comunità dalle stesse. Queste innovazioni hanno stimolato l’aumento della popolazione nelle città e un aumento dell’inquinamento atmosferico, delle acque potabili e dei suoli prodotto dagli scarti di queste tecnologie, poiché non biocompatibili. I sistemi di comunicazione hanno trasformato i valori delle comunità attraverso la programmazione mentale (pubblicità e istruzione). Grazie alle innovazioni tecnologiche in poco meno di 200 anni le città sono transitate dalle fonti rinnovabili alle fonti fossili tramite le reti del gas. Carbone e carbonella furono sostituite dal gas, si diffuse la rete elettrica e le automobili sostituirono i cavalli, poi nacquero i sistemi di trasporto pubblici. All’inizio del secolo scorso si costruirono reti fognarie, reti idriche e sistemi di raccolta dei rifiuti urbani. Si stima che l’umanità abbia raggiunto il primo miliardo di abitanti intorno al 1830 impiegando due milioni di anni, il secondo miliardo è stato raggiunto nel 1930, mentre si è giunti a sei miliardi nel 1999. Un’altra teoria calcola che dodicimila anni fa, quando nacque l’era agricola, la popolazione mondiale era stimata in circa 10 milioni di abitanti, con l’avvento dell’era cristiana si arrivò a 250 milioni ed alla fine del XVIII secolo si sfiorava il miliardo di abitanti. Con l’accelerazione post industriale, dal 1950 al 2000, si passò da 2,5 a 6,1 miliardi di abitanti.

All’esplosione demografica ha corrisposto un aumento dei consumi e la crescita illimitata di merci inutili. L’onnipotenza di tale sviluppo è prodotta dalla sinergia tra l’innovazione permanente della tecnoscienza, la globalizzazione mercatista e la pervasività mondiale della finanza, senza frontiera, anonima e on-line. Essa è giunta a un supersfruttamento biotech della terra al punto da distruggere un terzo dei prodotti annuali; e una sterminata produzione di merci che invade ogni angolo del globo[1].

L’intero sistema culturale costruito in questi secoli ha sostituito i valori umani e le leggi della natura con un’ideologia dannosa e obsoleta. In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Secondo il Metropolitan Istitute at Virginia Tech la “rigenerazione urbana” ha principi base: avviare un coordinamento fra i settori, creare una visione olistica, rigenerare le persone prima dei luoghi, creare partenariati a tutti i livelli di governo, creare capacità nel settore pubblico, coinvolgere la comunità locale nella pianificazione. Pertanto la rigenerazione si basa sulla “scienza della sostenibilità” con particolare attenzione ai bisogni sociali delle comunità.

[…]

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[2] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[3] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.


[1] Manifesto UIA, “Dalla crisi di megacity e degli ecosistemi verso eco-metropoli e l’era post-comunista”, in Per un’architettura come ecologia umana, (a cura di) Antonietta Iolanda Lima,  Jaca Book, pag. 260,  2010

[2] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[3] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
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Uno dei problemi legati alla povertà è la disorganizzazione mentale, amministrativa e politica. L’incapacità culturale di vedere le opportunità e lo spreco di risorse umane ed economiche. La transizione che stiamo vivendo coinvolge la classe dirigenziale e la cittadinanza. In questa fase viviamo un paradosso: i protagonisti della distruzione del territorio che hanno creato la recente speculazione edilizia dal 1996 al 2007 lamentano «la scarsa capacità di spesa» della classe politica che spreca ingenti soldi pubblici.

A mio avviso è necessario individuare una priorità culturale per evitare gli errori del passato determinati dall’avidità delle lobbies e dall’incapacità di fare bene. Da qualche anno si parla di rigenerazione urbana e persino nei manuali compare la “scienza della sostenibilità”. Buona parte del mondo accademico e professionale propone di intervenire dentro le città per riavviare un processo virtuoso a tutela dei centri storici e il recupero delle periferie, nella sostanza costruttori e progettisti indicano che non bisogna consumare il suolo agricolo, ma conservare l’ambiente costruito e migliorarlo ove necessario.

Come sappiamo le Regioni legiferano sull’urbanistica e l’energia, il nodo è che in questi anni il governo del territorio ha perseguito un paradigma culturale obsoleto: la crescita, ed ogni Regione ha fatto come ha ritenuto opportuno perdendo di vista le priorità indicate dalla Costituzione: tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale. Dal 2008 la crescita ha distrutto circa 400mila posti di lavoro nel settore edile, nonostante sia urgente qualificare e innovare le imprese per intervenire correttamente sul patrimonio architettonico storico ed artistico. Oltre a questo si aggiunge il rinnovato problema degli alloggi; la cattiva pianificazione urbanistica è stata capace di consumare suolo e non dare case ai ceti meno abbienti realizzando un doppio danno: speculazione e niente case per gli abitanti. L’esplosione della bolla ha fermato il mondo delle costruzioni.

L’evoluzione culturale che bisogna realizzare è semplice: dobbiamo sdoppiare il concetto di lavoro dal concetto di utilità e renderci conto che non tutti i lavori sono utili. Espandere le città non è stato utile, ma recuperare l’esistenze sarebbe stato utile. Su questo concetto possiamo immaginare quale strada deve prendere la rigenerazione urbana: usare la “scienza della sostenibilità” per creare lavoro utile e migliorare la qualità di vita degli abitanti. Politica e pubblica amministrazione dovrebbero usare il metodo per processi e raggiungere questo obiettivo nel modo migliore. Anche lo slogan usato dal Governo “stop al consumo del suolo” viene coniugato con paradigmi sbagliati, poiché il governo del territorio non viene dissociato dal concetto di valore, e così si continua a confondere i concetti di costo e prezzo col valore, pertanto le pretese leve per arrestare il consumo del suolo sono gli incentivi alla rendita immobiliare. Secondo il Governo, la crescita che ha distrutto il sistema dell’edilizia dovrebbe risollevare l’indotto delle costruzioni, praticamente un ossimoro.

L’urbanistica è condizionata da un principio capitalistico-contabile innaturale, l’attività edile viene trasformata in moneta (rendita) per soddisfare i bisogni primari (standard). Questo modus operandi è palesemente illogico, energivoro e incostituzionale poiché non tutela il paesaggio, ma lo distrugge. L’urbanistica non dovrebbe essere misurata con la moneta, ma con la qualità progettuale e con la “scienza della sostenibilità” (eco-efficienza e analisi del ciclo vita). La storia insegna che questa tecnica (rendita) funziona per costruire (anni ’60, ’70), ma è finalizzata alla crescita non all’equilibrio ecologico. Quando i Comuni realizzano gli standard minimi continuano a distruggere il territorio (piani espansivi anni 1996-2010) per motivi di avidità (rendita) e di ragioneria (pareggio di bilancio). La deriva neoliberista del legislatore, che ha sostituito lo Stato con le SpA, ha consegnato il processo creativo della pianificazione nelle mani dei capricciosi interessi privati, dimostrando tutta la sua inefficienza e la sua fallacia ideologica, tant’è che debiti pubblici e privati sono aumentati vertiginosamente, rendendoli insostenibili. Parlamento e Governo devono ripensare la contabilità degli Enti locali poiché è un crimine l’obbligo del pareggio di bilancio, così come usare gli oneri di urbanizzazione per la contabilità corrente (spesa pubblica). L’ideologia neoliberista, insita nei partiti e nell’Unione europea, attraverso la demagogia della riduzione degli sprechi cancella diritti e Stato sociale sottraendo risorse a cittadini e imprese, lasciando tranquilla la cattiva amministrazione poiché utile alla retorica dell’élite. Ripensando i paradigmi culturali che condizionano il fare urbanistica possiamo porre al centro l’obiettivo di una progettazione rigenerativa: migliorare la qualità di vita degli abitanti puntano alla felicità attraverso l’equilibrio ecologico e  i lavori utili, pertanto non si tratta solamente di ristrutturare gli edifici esistenti con l’impiego di tecnologie intelligenti.

Un sistema resiliente è molto più efficace delle nostre istituzioni e la rigenerazione urbana deve essere finalizzata all’equilibrio ecologico, non più alla crescita. I piani regolatori devono inseguire la resilienza e realizzare riusi, recuperi, demolizioni e ricostruzioni per costruire quartieri durevoli prevenendo l’obsolescenza, cioè fare l’opposto della progettazione industriale (obsolescenza pianificata). Per coordinare una rigenerazione ecologica è corretto immaginare una “cabina di regia” nazionale per verificare la qualità di piani e progetti e spendere più velocemente i fondi pubblici migliorando le città. Bisogna liberare i Comuni dai vincoli fiscali e stimolare la cultura progettuale giusta, non più avida e speculativa, ma attivare i processi democratici dal basso per costruire città sostenibili: puntare alla bellezza, far nascere società ad azionariato diffuso per la gestione dei servizi locali, stimolare i cittadini a diventare produttori e consumatori di energia attraverso le fonti alternative, eco-efficienza energetica, mobilità intelligente, progettare la qualità urbana intervenendo sull’ambiente costruito, prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, stimolare e favorire filiere corte e agricoltura sinergica, favorire la sovranità alimentare, favorire l’artigianato, avviare le “miniere regionali” di materie prime seconde e riciclare tutti i rifiuti urbani. Fissati gli obiettivi tutta la pubblica amministrazione dovrebbe agire per processi, e non più in “ambiti chiusi” ove i colleghi non sanno come avanzano i progetti. Si tratta di usare la pianificazione strategica già esistente, ma attivarla seriamente e valutare gli obiettivi con processi circolari per migliorare il proprio lavoro. I politici hanno la responsabilità politica di monitorare i processi e usare con più forza gli strumenti valutativi e sanzionatori al fine di servire la cittadinanza e garantire il raggiungimento degli obiettivi. I cittadini hanno la responsabilità politica di controllare e giudicare (attraverso il voto) con maturità l’operato di politici, dirigenti e funzionari pubblici. Oggi i cittadini hanno maggiori strumenti (internet e siti istituzionali) per effettuare verifiche di coerenza politica fra le promesse e gli obiettivi raggiunti. Abbiamo esempi negativi, in Campania sono stati spesi 1,1 miliardi su 8,6 miliardi disponibili, cioè solo 11,7%, e questo è l’ingente danno economico di una classe politica che deve essere sostituita da una nuova classe dirigente portatrice di nuovi paradigmi con qualità e intelligenza.

I cittadini, autonomamente, possono unirsi e progettare direttamente una rigenerazione urbana di qualità e diventare protagonisti della transizione politica, economica e sociale. Esistono strumenti giuridici e finanziari ad hoc per avviare questo processo virtuoso.

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Ho più volte accennato al fatto che sia del tutto strano che un Paese come l’Italia veda costantemente aumentare il numero di disoccupati e soprattutto sia assente un piano industriale che valorizzi le proprie capacità creative, progettuali e le tipiche risorse locali, difficilmente imitabili da altri paesi. In questo periodo di recessione alcuni cominciano a chiedersi a cosa serva l’Unione Europea, perché esiste, e come funziona il sistema dell’euro zona. Mentre si avvia questo dibattito utile che aiuta i cittadini a capire l’inganno prodotto dall’economia ortodossa e da politici che hanno tradito la Repubblica italiana, si dovrebbe parlare di un tema altrettanto importare spostare risorse verso interventi utili non più procrastinabili nel tempo.

Negli anni ’80 e ’90 il legislatore ha introdotto una serie di strumenti tecnico-giuridici che hanno prodotto una serie di casi di intervento, leggi che miravano nel loro insieme a migliorare le città: in gergo si chiamano “programmi complessi“, che trovavano copertura finanziaria sia dai fondi europei che da quelli nazionali e dalle Regioni. Ad esempio, l’esperienza dei Programmi Urban nei centri storici, avviata nel 1994 fino al 1999, che coinvolse 16 Comuni, poi ci furono 46 Comuni coinvolti dai Contratti di Quartiere approvati dal Comitato esecutivo del CER, e poi 9 aggiuntivi approvati dal Parlamento, con risorse della legge 94/1982 che poi trovano la luce a gennaio del 1998. E poi l’esperienza dei programmi PRUSST (Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile sul Territorio) ove 127 furono dichiarati idonei, con 87 casi finanziati con risorse del CIPE di cui alla legge 341/1995. A questi dati vanno aggiunti le esperienze dei piani regionali con gli interventi di recupero, i programmi integrati di intervento ed i programmi di recupero urbano. Di recente i Governi hanno lanciato l’iniziativa “piano città“, ma con scarse risorse (318 mln). E’ noto a tutti i tecnici che le nostre città hanno una serie problemi circa la morfologia urbana e la scarsa qualità degli edifici costruiti fra gli anni ’50 e gli anni ’80, oltre ai noti problemi legati all’invecchiamento del patrimonio edilizio che fa aumentare il rischio sismico. Nonostante la mole di intenzioni, piani e programmi: c’è ancora molto da fare. Quella dei programmi complessi è l’esperienza italiana più recente, dopo la ricostruzione post bellica, riferibile alle pratiche denominate: rinnovamento urbano (urban renewal) e di riqualificazione, dagli anni ’90 in poi si parlerà di rigenerazione urbana. La rigenerazione intende occuparsi dei quartieri degradati ridando vita a parti di città abbandonate, o comunque da riqualificare con criteri di sostenibilità. I progetti si occupano dello spazio pubblico, degli edifici, dei servizi e della socialità, con l’intenzione positiva di condizionare l’economia e la cultura del quartiere e della città presa in esame restituendo una città migliore di prima. Le esperienze dimostrano che questo è avvenuto con successi e insuccessi.

Una vasta letteratura internazionale mostra come tutti i paesi occidentali abbiano affrontato il tema sopra accennato. Molte amministrazioni locali si stanno confrontando con il problema delle “città in contrazione, cioè ove gli abitanti abbandonano interi quartieri a causa della recessione economica e migrano verso luoghi che offrono maggiori garanzie di lavoro. Il problema non è nuovo, anche l’Italia meridionale ha conosciuto e conosce questo fenomeno che sembra ripresentarsi. Solitamente le nostre amministrazioni locali, nonostante l’abbandono delle città, hanno sempre deliberato piani urbanistici espansivi. Negli ultimi cinquant’anni le città hanno affrontato il tema e cercato di risolvere il problema in vari modi. Gli amministratori più responsabili hanno approvato progetti di rivitalizzazione, rigenerazione e riqualificazione urbanistica. I progetti migliori si sono occupati del problema della “città diffusa” (sprawl) che consuma inutilmente il suolo, e della densità urbana, mirando a progettare densità equilibrate realizzando gli standard minimi, con una buona distribuzione dei servizi sul territorio favorendo gli spostamenti pedonali, con la bicicletta e coi mezzi pubblici.

I modelli più recenti e interessanti sono rappresentati da “progetti di comunità” e di “pianificazione partecipata“. La ricaduta positiva di questi interventi è il soddisfacimento del bisogno di casa, l’offerta di lavoro, e la realizzazione di spazi comfortevoli. Da un lato ci sono i metodi di ispirazione liberista ove i progetti sono sostenuti dal capitale privato che trasforma interi quartieri secondo logiche speculative, e da un altro lato ci sono i “progetti di comunità” tramite progetti che puntano alla sostenibilità, alla coesione sociale e alla tutela di tutti gli abitanti. Un’interessante visione è raccontata da Claudio Saragosa in Città tra passato e futuro, altri suggerimenti sono espressi nella collana Natura e artefatto di Donzelli editore; altrettanto interessante la proposta di rileggere I classici dell’urbanistica moderna al fine di interpretare correttamente il cambiamento necessario che avvolge i temi del territorio, l’abitare e gli insediamenti umani.

In questo momento di recessione non c’è alcun dubbio che i “progetti di comunità” rappresentano esempi concreti che hanno saputo dare risposte durevoli e sostenibili, mentre quelli speculativi hanno dimostrato di costruire scatole vuote rigettate dal mercato stesso. Non c’è dubbio che l’aspetto tecnicamente interessante è la ricostruzione di interi quartieri con principi di sostenibilità garantendo un miglioramento della qualità di vita degli abitanti. Ahimé, il maggior numero di esperienze è avvenuto fuori dall’Italia per motivi economici monetari strutturali: negli USA, in Inghilterra e in Cina non esiste il sistema euro zona. Nel nostro Paese abbiamo avuto l’esperienza dei “programmi complessi” che non ha avuto, da parte del legislatore, la stessa forza e lo stesso peso che altre nazioni hanno voluto dare al “rinnovamento urbano“. Negli USA il governo federale ha dedicato ben 60 anni al rinnovamento dei quartieri poveri e degradati, queste esperienze non sempre hanno avuto successo, anzi in alcuni esempi hanno peggiorato le condizioni degli abitanti, ma di recente emergono progettualità più ragionevoli grazie l’approccio sistemico. In Italia abbiamo avuto la ricostruzione del dopo guerra, ma non ci fu una pianificazione urbanistica con i valori della sostenibilità, anzi, oggi le città e i loro abitanti pagano il danno ambientale creato proprio da quel periodo di ricostruzione, ed a quel danno bisogna porre rimedio con approcci culturali e strumenti adeguati. La storia insegna che tramite l’iniziativa dello Stato è stato possibile aiutare i ceti meno abbienti, e ricostruire quartieri degradati. Negli anni ’90 l’iniziativa pubblica trainò anche gli interventi privati, ed anche il settore bancario fu stimolato ad aiutare i cittadini tramite investimenti di lungo periodo a tassi agevolati per i ceti meno abbienti. Anche lo Stato italiano, a partire dalla ricostruzione post bellica passando per gli anni ’60 (il famoso boom economico), ’70 ed ’80, ha visto periodi di questo tipo ed ha consentito alle famiglie bisognose di acquistare alloggi a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato.

In questo momento di recessione e stante le condizioni attuali di mercato e gli strumenti legislativi, un’intera generazione di giovani laureati, disoccupati, studenti non sembra avere la minima opportunità di trovare un impiego dignitoso che possa consentire loro di comprare la prima casa, e realizzare il legittimo bisogno di creare una nuova famiglia, eppure la generazione precedente ha goduto di tutti i vantaggi economici concessi dallo Stato, ove un solo membro della famiglia poteva, con un solo salario, mantenere al sostentamento di tutti, prole compresa.

Per invertire la tendenza negativa è necessario che il legislatore abbia il coraggio di cambiare i paradigmi culturali della politica (dare valore e priorità agli indicatori del BES) ed adegui i salari dei dipendenti pubblici e privati, riduca gli stipendi dei dirigenti riequilibrando la distanza che c’è fra dirigente, funzionario e dipendente, riattivi tutte quelle politiche industriali (“programmi complessi e piano città)” spostando le risorse dai capitoli improduttivi come le spese militari e gli sprechi (anche adottando i costi standard per la pubblica amministrazione, vedi sprechi sanità), e concentrarle sull’istruzione pubblica, la ricerca ed il territorio e la prevenzione ambientale. Concentrare le risorse verso le imprese più utili: agricoltura naturale, conservazione del patrimonio architettonico e del paesaggio, riuso ed il riciclo, efficienza energetica e innovazione tecnologica, prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico, bonifiche e prevenzione ambientale, mobilità intelligente e reti. Dal un lato togliere risorse dove non servono, e dall’altro usare la leva fiscale (sgravi ed incentivi) verso attività virtuose. In ambito europeo è doveroso riscrivere i trattati, semplificandoli copiando la Costituzione italiana, ristrutturare il debito pubblico estero, “abbandonare” il PIL e adottare il Benessere Equo e Sostenibile, e  ripristinare la sovranità degli Stati ricordando un principio monetario molto semplice: fiat money, con l’evoluzione culturale di associarlo ai flussi di materia e di energia consapevoli dell’entropia e della fotosintesi clorofilliana.

Se analizziamo la realtà culturale ci rendiamo conto che sappiamo cosa fare per migliorare territorio e città, ma i rappresentanti politici non sono all’altezza degli obiettivi da raggiungere e recano danni economici al Paese. Secondo il direttore della FIRE, Dario Di Santo: l’obiettivo dell’efficienza energetica “20-20-20” è ancora lontano, mentre secondo Fillea-CGIL e Legambiente si potrebbero mobilitare 7 miliardi per far partire l’efficienza energetica ed aiutare la crisi del settore edile. Secondo l’Osservatorio Oice/Informatel le gare di ingegneria e architettura mai così male dal 1997. In ambito locale è scandaloso che Regioni e Comuni non riescano a presentare un numero adeguato di progetti per sfruttare le risorse pubbliche europee (POR e PON), in Provincia di Salerno solo l’11% dei fondi disponibili è stato erogato, 129 milioni su 1,2 miliardi disponibili. Mentre sono ben 2611 i Comuni che hanno aderito al Patto dei Sindaci, di cui il 64% hanno presentato un PAES, questo lungo iter per accedere ai fondi della BEI. Il 5% del nuovo ciclo di fondi strutturali 2014-2020 dell’UE dovrebbe essere assegnato alle aree urbane, questo significa che se viene ben definita l’idea di rigenerazione urbana, con l’approccio olistico, le città italiane potrebbero risolvere diversi problemi. Nasce un nuovo organo istituzionale: il Cipu (Comitato interministeriale per le Politiche Urbane) e uno strumento giuridico il Pon Città. Il “piano città” aveva raccolto appena 318 milioni, se i fondi 2014-2020 dovessero essere distribuiti equamente per i 28 Stati membri l’Italia potrebbe ricevere 1,71 miliardi, ma l’UE destina fondi rispetto gli obiettivi e le Regioni.

Se i cittadini formassero cooperative ad hoc riuscirebbero ad autofinanziarsi e raggiungere più velocemente importanti obiettivi sotto il profilo occupazionale e della qualità della vita, esempi virtuosi di questo di tipo ci sono già stati in Germania. L’esperienza insegna che i ceti meno abbienti se uniti e coordinati da progetti sostenibili hanno la stessa, o maggiore, forza dello Stato e delle SpA. Sarebbe sufficiente concentrare risparmi e investimenti, orientando e condizionando il credito bancario, su progetti come “smart grid” e “rigenerazione urbana” per creare profitti virtuosi e non speculativi, e questi profitti, attraverso strategie efficaci e ormai mature, possono coinvolgere anche i ceti meno abbienti consentendo loro di acquisire competenze specifiche, decidere direttamente e migliorare la propria condizione economica e sociale.

Il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane alla fine del 2008 è in mano al 10% delle famiglie. E’ uno dei dati contenuti nel rapporto su “La Ricchezza delle famiglie italiane” elaborato dalla Banca d’Italia. Secondo studi recenti, la ricchezza netta mondiale delle famiglie ammonterebbe a circa 160.000 miliardi di euro e la quota “italiana” sarebbe di circa il 5,7%. Stiamo parlando di circa 9120 miliardi di euro. Di questo immenso capitale, alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, di cui il 42% – 1470 miliardi – (obbligazioni, titoli esteri, prestiti, etc.) mentre il 31% – 1085 miliardi – contante, depositi, risparmio postale.

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