Un disegno urbano per Salerno

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Ambiti identitari, fonte Ptcp Salerno.

Il cuore pulsante del disegno urbano è il quadro di conoscenza (analisi urbanistiche ed edilizie, uso del suolo, densità, morfologia, caratteristiche qualitative) costituito da storia, ambiente ed economia, e si rappresenta col disegno dello spazio pubblico, per dirla alla Bernardo Secchi un progetto di suolo. Nel caso salernitano sarebbe saggio ripensare la morfologia urbana; avviare percorsi di autocoscienza dei luoghi, e poi osservare la carenza dello spazio pubblico, un po’ ovunque. Si pensi al fatto che oggi esiste una città estesa, costituita da 11 comuni, mentre il comune centroide, Salerno, ha un centro storico organico intricato e compatto a grana grossa, da recuperare. Si osservi la parte moderna di prima espansione – via dei Principati, zona Carmine, via P. De Granita, via Nizza, via Dalmazia – che costituisce una forma compatta con tessuto reticolare; mentre nella zona orientale consolidata di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, creando disordine e il fenomeno della disomogeneità dell’agglomerato urbano (colonie residenziali). Focalizzando l’attenzione su centro storicoprima espansione moderna con gli occhi della normativa urbanistica (DM 1444/68) scopriamo, un fatto già noto ma trascurato, che mancano gli standard inseriti in un raggio di influenza (area gioco bimbi, sport, verde pubblico). Continuando l’analisi con un approccio qualitativo riscontriamo l’assenza di una corretta forma urbana, e l’assenza di servizi culturali (biblioteche di quartiere, centri culturali) entro un raggio di influenza. L’assenza di un corretto disegno urbano e la disomogeneità degli agglomerati, è osservabile anche nelle aree periurbane: la dispersione del Carmine Alto, Sala Abbagnano, Matierno, e nel rururbano di Giovi e Ogliara. Con la chiave di lettura della corretta composizione urbana ci rendiamo conto dei danni causati da espansioni speculative. Partendo dalla città moderna arrivando sulle colline (Carmine Alto, Sala Abbagnano) e la zona orientale (Torrione, Pastena e Mercatello), notiamo un assetto morfologico spontaneo e disomogeneo ove non sussistono gerarchie di percorsi, un’assoluta irregolarità della trama urbana, e l’assenza di polarità e la carenza di servizi adeguati. L’agglomerato urbano ha un’alta densità abitativa (il Carmine), costituito ad un aggregato di palazzine prive di qualità architettonica, e una carenza di spazi pubblici. Un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, lo troviamo solo in determinati insediamenti (quartieri unitari pianificati), ad esempio la prima espansione unitaria del piano Scalpelli (1945) a Torrione; poi alcuni piani di edilizia pubblica quali: l’insediamento INA-CASA progettato da Bruno Zevi a Pastena (anni ‘50), e gli altri due insediamenti INA-CASA, rione De Gasperi e via R. Mauri; i quartieri Italia ed Europa (anni ‘80) e l’insediamento di via Premuda; l’insediamento unitario del Parco Arbostella. Le recenti espansioni – San Eustacchio, Monticelli, Brignano e Casa Manzo – non integrate al tessuto urbano consolidato sono espressione delle dispersione urbana ma sono obbligate a rispettare un rapporto fra spazio pubblico e privato. Generalmente, un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato è rilevabile in tutta la struttura urbana estesa, ove anche qui troviamo la dispersione con disordine e carenza di spazi pubblici e servizi. Il disegno urbano è una priorità assoluta per restituire diritti agli abitanti (standard), finora negati, e per progettare un’adeguata dotazione di servizi al fine di abbattere le disuguaglianze territoriali. Si pensi all’importanza fondamentale di scuole innovative e agli spazi verdi necessari per i bambini, che costituiscono il cuore della famosa “cellula urbana” (unità di vicinato). Si pensi all’importanza di una corretta geometria delle strade (larghezza) e delle piazze per offrire luoghi di convivialità e opportunità per inserire piste ciclabili. In tutti i quartieri non esistono né scuole adeguate agli standard previsti dal Miur (linee guida 2013), e né spazi verdi attrezzati (con l’eccezione degli interventi realizzati presso la lungoIrno ed a Mercatello), mentre in quasi tutte le strade salernitane, mal progettate, è impossibile inserire una pista ciclabile perché gli edifici occupano gli spazi che dovevano essere destinati ai marciapiedi, ai parcheggi, al verde pubblico e ai servizi. I danni più evidenti sono rappresentati dalla distruzione delle colline con le lottizzazioni situate lungo le famigerate via Seripando, via la Mennola, via Calenda, Sala Abbagnano. Gravi carenze di standard e disuguaglianze territoriali sono nella dispersione urbana percorrendo via Pio da Pietralcina che porta sulle colline di Casale, Giovi, Piegolelle. Queste disuguaglianze continuano nella valle dell’Irno, e negli ambiti rururbani lungo le conurbazioni dentro la città estesa, una verso Giffoni, un’altra verso Montecorvino, e un’altra lungo la linea costiera che porta ad Agropoli.

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Salerno, il centro storico e la città moderna.

In assenza di un piano urbanistico intercomunale per governare l’area urbana estesa, l’attività edilizia appare completamente deregolamentata, cioè slegata da un corretto disegno urbano capace di dimensionare i servizi e applicare i valori dell’urbanistica. Osservando il Piano Urbanistico Comunale, le sue varianti e le revisioni, si osserva il cattivo dimensionamento del piano stesso, viziato sia da un’errata lettura degli standard esistenti e sia da previsioni errate. Nel piano non c’è un corretto disegno urbano mentre si preferisce l’urbanistica contrattata, e la deregolamentazione dei piani attuativi; infine si trascurano i problemi storici della città mentre si stimola l’aumento del consumo di suolo. Ricordiamo alcuni problemi urbani determinati durante lo sviluppo della città, sono due i danni urbani storici generati dall’assenza di urbanistica: il primo (1) fu quello di non approvare i piani Donzelli-Cavaccini prima e Guerra dopo. Tali piani avevano un corretto disegno urbano e sarebbero stati costruiti sfruttando il giusto approccio olandese al regime giuridico dei suoli, ma la rinuncia a quei piani favorì il disordine che subiamo oggi con una carenza di standard nelle zone consolidate (via dei Principati, zona Carmine, via P. De Granita, via Nizza, via Dalmazia); mentre l’altro (2) danno è la speculazione (via A. Romaldo, via Bottiglieri, via Posidonia, via Trento, via Madonna di Fatima, via Palinuro) che ha generato le rendite parassitarie, e infine la dannosa dispersione (colline) che oggi produce inquietudine urbana e alti costi a carico della comunità.

Osservando la città salernitana estesa con l’approccio del metabolismo urbano riscontriamo tutti gli sprechi evitabili. Si tratta di costruire un complesso sistema di flussi di energia e materia che entrano ed escono, e applicare il concetto di ciclo vita. I flussi da considerare riguardano le attività industriali e commerciali (agricoltura, attività produttive …), i servizi che si svolgono (turismo, ristoro, istruzione, servizi sociali, sanitari, sport …), le infrastrutture, e le risorse (attività estrattive, la dotazione di risorse naturali, il verde e i parchi). Il corretto disegno urbano parte dall’analisi della morfologia urbana esistente e suggerisce un riequilibrio dei rapporti fra spazio pubblico e privato. Nel caso salernitano, c’è la necessità di un piano di recupero per la parte alta del centro storico, mentre servono piani di rigenerazione per le zone consolidate e per le periferie. I piani di rigenerazione possono prevedere diradamenti, recupero e conservazione dell’ambiente costruito. Riperimetrando le zone omogenee si possono proporre scenari di rigenerazione urbana bioeconomica nelle zone consolidate, e operare trasferimenti di volumi al fine di recuperare standard mancanti. Riprendendo i caratteri della composizione urbana: isolato e cellula urbana, in taluni casi, è possibile proporre un diradamento edilizio per aprire nuove strade, disegnare nuove piazze, progettare isolati e inserire i servizi mancanti come uffici pubblici, biblioteche, centri culturali, scuole innovative, verde pubblico. Questo approccio è possibile per numerosi casi ove troviamo disordine urbano, abbandono di volumi non utilizzati e/o sottoutilizzati, degrado, e isolamento. Un processo di autocoscienza dei luoghi aiuta a valorizzare l’esistente, e ridisegnare l’urbanità ove manca. Nei processi di trasformazione che prevedono la rigenerazione urbana, le soluzioni tecnologiche suggeriscono l’efficienza energetica e l’uso delle fonti alternative, mentre i nuovi isolati possono essere pensati come isole energetiche che generano e accumulano energia, e possono scambiare i surplus col tessuto edilizio esistente. Questo è l’esempio già in uso delle nuove costruzioni che possono ridurre la domanda energetica da fonte fossile e sfruttare le fonti alternative, ma si può fare anche per l’edilizia esistente.

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Rigenerazione e forma urbana

Nell’intervento precedente ho affermato che un corretto piano di rigenerazione urbana nasce dall’analisi dell’esistente, cioè misurando la morfologia dell’aggregato edilizio o tessuto urbano. La composizione urbana insegna la costruzione dell’isolato e della cellula urbana (unità di vicinato o Neighborhood unit), che rappresentano l’elemento principale della progettazione urbana, scegliendo la forma e la corretta distribuzione dei servizi. Nella vecchia Europa, fino a quando si sono costruite le città, il corretto processo di fondazione di un insediamento umano rispondeva alla cellula urbana. Oggi, i principi compositivi dell’urbanistica sono adottati per rigenerare parti delle città esistenti in Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. In questi paesi si è sviluppata un’esperienza significativa sulla rigenerazione urbana, mentre in Italia troviamo esempi di riqualificazione urbana, la differenza si trova nella sostanza dei piani. La rigenerazione urbana si pone l’obiettivo di intervenire dentro le zone consolidate, anche demolendo e ricostruendo volumi esistenti, mentre gli interventi italiani si sono occupati di lottizzare aree abbandonate, come le ex aree industriali e in altri casi si è usato lo slogan “rigenerazione” per consumare nuovo suolo agricolo attraverso le lottizzazioni. In Italia, veri e propri interventi di rigenerazione urbana sono molto limitati. In Inghilterra, ove nasce l’urban regeneration, il Governo costruì un’agenzia pubblica per occuparsi di rigenerazione urbana con programmi di finanziamento e piani specifici al fine di intervenire nell’inner city. Non dobbiamo dimenticare che fra l’Italia e l’Inghilterra esiste un regime giuridico dei suoli differente; nel mondo liberale anglosassone l’interesse pubblico è prevalente, in Olanda è ancora in uso il diritto di superficie per costruire la cosiddetta “città pubblica”. All’estero esiste una maggiore efficacia dell’azione pubblica, una cultura della pianificazione territoriale più forte che garantisce l’interesse della collettività. All’interno di questa tradizione non esiste il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio e gli interventi privati sono piegati dall’interesse generale favorendo forme insediative e morfologie urbane migliori per risolvere problemi di degrado e di disordine urbano. In Italia, esiste ancora l’istituto dell’esproprio per realizzare l’interesse pubblico ma nella pianificazione urbana, la prassi consolidata e più diffusa dagli amministratori politici è stata quella di “privatizzare” il disegno urbano, consentendo agli investitori di orientare la perequazione e costruirsi i propri interventi incassando le rendite parassitarie. In Olanda, Inghilterra e Germania è lo Stato che indirizza la pianificazione dei suoli, mentre l’iniziativa privata che genera rendite è tassata, per raccogliere finanziamenti utili a costruire la “città pubblica” (scuole, ospedali, verde pubblico, biblioteche, teatri, servizi …). Il modello privatistico di agenzie di rigenerazione urbana, sorto in Inghilterra, ha trovato applicazioni diversificate in Francia, in Spagna mentre in Italia, nel nostro paese, non esiste un’agenzia ad hoc, e negli anni ’90 il legislatore introdusse una serie di strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” per imitare i processi esistenti all’estero. La cosiddetta città moderna realizzata fuori dall’Italia, ha realizzato morfologie urbane migliori perché i processi politici che coordinavano l’urbanizzazione furono gestiti da uffici competenti con piani urbani di qualità, e la classe dirigente danese, svedese, inglese, olandese abbracciò la cultura urbana e architettonica ispirata dagli utopisti socialisti, ampliandola; basti ricordare il piano Cerdà di Barcellona (1859), il piano della Grande Londra (Abercrombie, 1941), oppure il “piano delle cinque dita” di Copenaghen (1951), o il piano di Amsterdam (Berlage, 1917-40). Piani ben fatti furono presentati anche a Milano, Torino, Firenze e Roma, ma nel corso degli anni vennero edulcorati dal ceto politico, e con la ricostruzione post bellica si scelse di avviare interventi speculativi. Inoltre, bisogna sapere che fino alla pubblicazione del DM 1444/68, nella maggior parte dei comuni italiani, l’attività edilizia è stata completamente fuori controllo e senza piani. L’autorizzazione per costruire (licenza edilizia) fu introdotta prima nel 1935, art.4 legge n. 640, poi confermata nel 1942 (legge urbanistica nazionale), mentre l’obbligo esteso a tutto il territorio comunale avvenne solo nel 1967. Nell’Ottocento e inizio Novecento, le tipologie di intervento più incisive, cioè quelle che ambirono a risolvere problemi di igiene urbana, prevedevano demolizione e ricostruzione, diradamenti e allineamenti, e nacquero a Parigi (Haussmann 1853-1870); nel corso dei decenni successivi molte città europee pianificarono l’espansione della città con queste tecniche. Da un lato la borghesia capitalista richiedeva di vivere in luoghi migliori (Paradise planned), e dall’altro lato si riuscì a migliorare la forma urbana esistente (Londra, Vienna, Berlino, Roma). Quando nacque l’urbanistica per limitare i danni dell’industrialismo, si presentò il problema della rendita (Parigi, Londra, Berlino), e all’estero questo tema fu affrontato diversamente (Amsterdam), per contenerla e impedire che la borghesia nascente creasse altre disuguaglianze economiche e sociali, non ci riuscì in maniera efficace perché la bellezza creata dai piani fece aumentare i valori immobiliari accessibili solo ai ceti più abbienti. Solo un approccio radicale riuscì a contenere la rendita, e cioè lo Stato che condiziona il mercato attraverso l’acquisto, la costruzione e la concessione, e questo approccio abbinato a un buon piano si è avuto in Olanda, e in Germania, ed ovviamente in Russia, agevolazioni per i ceti meno abbienti si svilupparono nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. Fra l’Ottocento e inizio Novecento, Ebenezer Howard sviluppò il modello delle “città giardino” e il piano economico adottava l’approccio delle prime cooperative edilizie, sorte dagli utopisti socialisti. Questo approccio condizionò persino alcuni comuni, ad esempio Ulm. in Germania, cedette a prezzo di costo e con mutui agevolati, le case che aveva costruito.

Tutti i piani della città moderna prevedono un disegno urbano ove il rapporto fra spazio pubblico e privato determina la qualità della città. Le forme sono condizionate dall’orografia del territorio e sono regolari in zone pianeggianti, e organiche e irregolari in aree collinari e di montagna poiché seguono le curve di livello. Le forme regolari, come rettangoli e quadrati, consentono flessibilità d’uso, ad esempio Cerdà (piano di Barcellona) riprende la scacchiera ippodamea per disegnare i lotti, e l’uso del suolo prevede densità medie (o alte) con fabbricazioni aperte, inizialmente, e poi chiuse allineate alla strada. Amsterdam, Berlino, Parigi si caratterizzano per la fabbricazione chiusa, cioè blocchi, mentre nei periodi recenti le nuove espansioni hanno aperto il blocco per renderlo anche poroso, cioè attraversabile e più accessibile, ma conservando l’allineamento stradale. Il Movimento Moderno che ha influenzato maggiormente la costruzione della città moderna sviluppò anche isolati con edifici non allineati alla strada, consentendo una moltitudine di soluzioni e variabilità di forme regolari e irregolari, con densità variabili, e ancora, prima con isolati e quartieri specializzati e poi isolati con densità e usi misti del suolo. Il contro altare di tali sperimentazioni è stato il famigerato zoning funzionale, che individuava quartieri “specializzati”, adottato soprattutto negli USA per agevolare i funzionari pubblici nel preparare piani per determinare in maniera più semplice le agglomerazioni industriali e civili, e le attività da svolgere, e per consentire alla borghesia capitalista di localizzarsi nei luoghi migliori. Lo zoning ebbe anche un’interpretazione razzista. Oggi, gli interventi urbani che si limitano a costruire piccoli isolati progettano palazzine multipiano disposte a forma aperta. Anche nei piani di rigenerazione, spesso si ricorre all’uso delle forme aperte e alla cosiddetta mixité funzionale e sociale per stimolare la compresenza di una varietà di attività.

In Italia, sin dall’Ottocento e inizio Novecento, lo Stato favorì sempre una certa disuguaglianza sociale, tant’è che la borghesia poteva scegliersi i suoli migliori per costruire i propri edifici mentre il ceto politico localizzava gli alloggi dei ceti più poveri in aree periferiche, poco accessibili e senza servizi. Giunti negli anni ’90 del secolo scorso, la Repubblica decide di fare un altro passo indietro, consentendo ai privati di influenzare i piani e trasformali in piani edilizi, continuando a regalare la rendita alla borghesia capitalista. Sin dal secondo dopo guerra i partiti di maggioranza rifiutarono di adottare regole sull’accumulazione capilista generata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul rapporto fra capitalismo e città, la scuola marxista è l’unica capace di dare un’interpretazione molto efficace (Harvey) che spiega egregiamente le dinamiche economiche, sociali, l’urbanizzazione e la contrazione delle città, e integrando l’analisi con l’approccio ecologico della scuola di Vienna, possiamo interpretare al meglio il modello metabolico delle aree urbane.

I recenti interventi di rigenerazione urbana (inizio del nuovo millennio) presentano soluzioni che hanno caratteristiche comuni, mentre taluni interventi non si integrano alla città esistente poiché presentano una trama autonoma. La letteratura urbana è sterminata, presenta numerose pubblicazioni sui casi studio recenti, e quasi tutti enfatizzano la sensibilità ecologica degli interventi. Osservando questi casi che ambiscono a presentare anche architetture di qualità, ci accorgiamo della profonda distanza fra l’urbanistica realizzata in Europa (i piani urbanistici di Londra, Copenaghen, Amsterdam) e le speculazioni promosse dai piani edilizi (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Milano, Genova …) del ceto politico più inqualificabile, presente nei nostri Consigli comunali. A partire dalla ricostruzione post bellica, i comuni europei (Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Copenaghen …) hanno voluto realizzare spazi e luoghi urbani ben progettati, rispettando le tecniche di progettazione che prevedono un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e quartieri a misura d’uomo con i servizi raggiungibili a piedi e coi mezzi pubblici. Dopo diversi decenni tali quartieri ed edifici arrivano a fine ciclo vita, mentre numerose aree abbandonate dall’industria sono trasformate per inserire edifici e servizi da integrare nella città esistente. Le odierne tecnologie consentono di realizzare quartieri auto sufficienti, oltre che alzare i livelli di convivialità aumentando una varietà di attività e funzioni. In Europa, la qualità urbana e architettonica della città moderna è aggiornata dalle innovazioni progettuali. Nella maggioranza delle nostre città l’ingombrante e ignorante ceto politico rallenta l’innovazione progettuale, sottovalutando i danni causati da decenni di politiche speculative e distruttive. In Italia osserviamo l’enorme contrasto fra la straordinaria bellezza di centri storici e le schifezze di periferie costruite dall’inciviltà dei palazzinari, ma col sostegno del consenso politico dei cittadini che hanno favorito quelle maggioranze politiche, realizzando l’odierno disordine urbano. Rimediare a quei disastri è possibile, ma è fondamentale che la cittadinanza si riappropri di una sensibilità civile e civica, e cominci a conoscere l’urbanistica e l’architettura, perché i palazzinari continuano a influenzare le maggioranze politiche locali per accumulare capitali senza lavorare ma sfruttando le rendite parassitarie. Gli esempi virtuosi realizzati ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), Bed ZED (Londra, 250 ab; 1,8 ha), Ecolonia (Alphen aan den Rijn, Olanda, 800 ab; 7 ha), de Bonne (Grenoble, 2.000 ab; 8,5 ha), Bo01 (Malmö, 1.400 ab; 25 ha), Vauban (Friburgo, 5.300 ab; 38 ha), GWL Terrein (Amsterdam, 1.400 ab; 6 ha), Rieselfeld (Friburgo, 11.000 ab; 70 ha), Kronsberg (Hannover, 7.500 ab; 70 ha), Eco-Viikki (Helsinki, 1.700 ab; 23 ha), Solar city (Linz, Austria, 3000 ab; 36 ha) sono l’espressione di una sperimentazione urbana della città moderna. La maggior parte dei nuovi quartieri sono localizzati in aree dismesse industriali o militari, che sono o periferiche, o interne alle zone consolidate. La maggior parte di questi interventi si preoccupa di contenere la domanda di energia fossile utilizzando le migliori tecnologie che sfruttano fonti alternative. Un approccio conservativo della memoria storica di taluni edifici è presente negli interventi a de Bonne (gli edifici della caserma) e GWL Terrein (edifici della Compagnia della municipalità). Solar City, Kronsberg, Rieselfeld ed Eco-Viikki sono quartieri di fondazione che rompono con la trama esistente. GWL Terrein, Vauban e de Bonne sono quartieri realizzati su aree dismesse all’interno della città, mentre Solar City, Kronsberg, CasaNova (Bolzano, 3.000 ab; 10 ha) sono realizzati in aree suburbane. Solar City si caratterizza per essere un insediamento autonomo, una “città satellite”. Gli interventi sono abbastanza eterogenei per dimensione e approccio, ma condividono l’intenzione ecologica e l’applicazione di tecnologie innovative. Nonostante l’intenzione di interpretare la sostenibilità, vi sono delle contraddizioni poiché o non si inseriscono nella trama urbana esistente e non la migliorano, oppure consumano altro suolo agricolo. L’Italia, e i comuni che necessitano di interventi urgenti, possono imparare da queste esperienze europee per avviare processi urbanistici virtuosi, ma è necessario sviluppare un approccio italiano che affronta i problemi storici delle periferie mal progettate, puntando al trasferimento di volumi per riequilibrare le densità e recuperare standard. In Europa si ha il coraggio di adottare piani di grandi di dimensioni, basti pensare ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), ma se pensiamo a città come Roma, Napoli, Genova, Bari allora ci rendiamo conto che queste dimensioni sono appena sufficienti per intervenire in un solo quartiere, trascurando gli altri. E’ necessario che un’agenzia pubblica, ad esempio il CIPU, sia ben attrezzata per recepire e coordinare piani attuativi bioeconomici dei Comuni, e intervenire efficacemente nelle nostre aree urbane estese. Ad esempio, trasferire volumi significa demolire e ricostruire edifici altrove ma nel farlo i pianificatori dovranno applicare la regola compositiva della cellula urbana. Osservando i piani e rilevando la corretta composizione urbana, l’agenzia può accordare finanziamenti per i costi di demolizione e ricostruzione, rimuovendo per sempre gli errori commessi nei decenni trascorsi. Nelle periferie italiane vi sono problemi condivisi, come la marginalità sociale e l’aumento delle disuguaglianze, il degrado e disordine urbano, i carichi urbanistici mal distribuiti e l’assenza atavica di standard, servizi, e infrastrutture. Una parte dei pianificatori intende avviare e sperimentare processi di pianificazione partecipata per cominciare a coinvolgere gli abitanti e sviluppare con essi l’identità dei luoghi. Con questo approccio partecipativo, una rigenerazione degli spazi è, certamente, più efficace ma è altrettanto importante avviare un cambio di scala, per elaborare piani bioeconomici nelle città estese, superando gli attuali confini amministrativi poiché obsoleti. Con questo approccio esteso possiamo pianificare correttamente i servizi e contenere la dispersione urbana (lo sprawl) che continua a consumare suolo agricolo nei comuni limitrofi ai centri principali, e recuperare i numerosi vuoti urbani presenti lungo le vie principali, le zone frammentate, e nelle vecchie agglomerazioni industriali. Considerando gli effetti negativi della globalizzazione neoliberista e delle politiche delocalizzative degli ultimi trent’anni, sarebbe saggio ripensare le agglomerazioni industriali per riterritorializzare attività di manifatture leggere e meccatronica nel meridione d’Italia, per ridurre la disoccupazione e programmare nuovi centri di ricerca e sviluppo di tecnologie socialmente utili.

Proviamo a immaginare un possibile intervento di rigenerazione urbana in una città media italiana e meridionale, cioè un ambiente urbano localizzato nella periferia economica d’Europa, con un alto tasso di disoccupazione e con una carenza di standard e infrastrutture. Salerno risponde a queste caratteristiche. La città assume il ruolo di comune centroide in una struttura urbana determinata dal complessa orografia del territorio, dal rapporto col mare e  con l’entroterra collinare e vallivo. L’area urbana estesa comprende ben 11 comuni, e gli agglomerati urbani si sono sviluppati nella complessità delle colline, dell valli, e della piana del Sele. Salerno vive contemporaneamente la compattezza, la densità del proprio centro con il disordine urbano realizzato nelle periferie, e la dispersione urbana lungo le vie principali di comunicazione, nelle valle dell’Irno e nella direzione dei comuni limitrofi, e collegati al comune centroide. Come tutti i comuni d’Europa, esistono edifici arrivati a fine ciclo vita, e pertanto è necessario valutare il rischio sismico; questi dati possono essere inseriti in un sistema informatico territoriale per avere una corretta gestione e programmazione degli interventi. L’area urbana salernitana soffre di affollamento nell’agglomerato centrale, con un’evidente inadeguatezza dell’armatura stradale e urbana. Questa densità eccessiva determinata da un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato, è la causa della continua congestione del centro. I quartieri hanno una storica carenza di standard nell’agglomerato urbano più vecchio e nelle ex periferie oggi zone consolidate ma densamente popolate. Questo danno urbanistico, ambientale, economico e sociale emerge dalle scelte sbagliate durante lo sviluppo dell’urbanistica all’inizio del secolo Novecento, mentre nel Nord europa prevalse l’approccio socialista, a Salerno vinse la posizione conservatrice della borghesia locale che ambiva ad accumulare capitali senza lavorare e sfruttando la rendita parassitaria. Oggi rimediare è possibile, anche se complesso e difficile, ma manca la volontà politica. Un intervento di riqualificazione è avvenuto lottizzando parte dei suoli lungo il fiume Irno e realizzando aree verdi. Un disegno urbano più efficace avrebbe coinvolto il letto del fiume stesso, con interventi di rinaturalizzazione e arredo, oltre che spazi attrezzati e demolizioni selettive di edifici arrivati a fine ciclo vita.

Velenje City center pedestrian zone promenada 2012
Riqualificazione nel corso d’acqua di Velenje City (Slovenia)-

Il limite degli interventi di riqualificazione è sempre lo stesso, si occupano delle aree libere senza toccare il degrado e lo squallore delle palazzine esistenti, frutto delle speculazioni trascorse. L’unico modo per ripristinare il corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e modificare l’armatura urbana e stradale della città di Salerno è pensare interventi di diradamento edilizio nei quartieri della speculazione, che presentano problemi d’igiene e assenza di standard. In tutte le città ove si riqualificano i quartieri, e dove esistono corsi d’acqua e colline, la progettazione è quella ecologica, cioè si realizzano interventi per ripristinare luoghi prevalentemente naturali, cioè il contrario di ciò che si è realizzato a Salerno che ha lottizzato le proprie colline e cementificato il fiume. Un altro aspetto determinate per la rigenerazione è la costruzione dei servizi per abbattere le disuguaglianze territoriali, progettando i servizi mancanti, come biblioteche e centri culturali finalizzati all’aggregazione di attività indicate dagli abitanti, come le ricerche innovative e sperimentali. Le contraddizioni sono evidenti, da un lato il centro di Salerno ha un verde lungomare completato negli anni ’50 e arredato negli anni ’90, mentre a Sud dell’area orientale troviamo il disordine urbano della speculazione con palazzine costruite sulla battigia, e quartieri carenti di standard. Un’altra contraddizione è la coesistenza della compattezza del tessuto organico medioevale con la prima espansione moderna (Corso) che favorisce gli spostamenti pedonali, e la carenza di standard nella città moderna (via dei Principati, via P. De Granita, zona Carmine, via Dalmazia, via S. Mobilio …), e la dispersione urbana delle zone collinari (Sala Abbagnano, Giovi, Piegolelle, Matierno, Ogliara …) che costringe l’uso dei mezzi privati. Su queste note criticità il ceto politico locale non ha voluto cercare soluzioni sostenibili per cambiare verso, anzi ha favorito la dispersione urbana offrendo altre concessioni edilizie proprio sulle colline aumentando l’inquietudine urbana e la mobilità privata. Un intervento di riqualificazione è indubbiamente il ripristino del verde lungo tutta la fascia costiera (master plan del 1987 e mai realizzato) ma è necessario programmare le demolizioni degli edifici per ricollocarli altrove ma progettati in un corretto insediamento urbano. Questa rigenerazione bioeconomica è possibile all’interno di un piano esteso per tutti gli 11 comuni che fanno parte della stessa struttura urbana. In questo modo si possono pianificare i nuovi standard, i servizi e le infrastrutture per circa 300.000 abitanti della nuova Salerno.

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La rigenerazione urbana

La rigenerazione urbana è un argomento sempre più diffuso nei media, che riporta convegni e incontri pubblici sempre più frequenti. Anche la classe politica pone un’attenzione maggiore sulla rigenerazione urbana, che adotta norme e regole per rispondere agli indirizzi delle categorie che lavorano nella trasformazione urbana. Il legislatore subisce le pressioni maggiori dall’azione di lobbying dei costruttori, che intendono ridurre la crisi economica del proprio settore attraverso appositi strumenti tecnici e giuridici, sperando di favorire gli investimenti privati. Cos’è la rigenerazione urbana? Non esiste una definizione unica e chiara sulla rigenerazione urbana, e l’approccio più diffuso si concretizza nei processi di trasformazione urbana seguendo i desideri degli investitori, cioè creare profitto grazie alla famigerata rendita. Dal punto di vista urbanistico, la rigenerazione urbana nasce circa trent’anni fa nel mondo anglosassone, e si occupa di recuperare le aree interne alle città attraverso piani di trasformazione dell’esistente. La trasformazione dell’esistente non è un approccio nuovo, poiché concetti e processi di recupero e rinnovo urbano nascono negli anni post bellici, con l’obiettivo di ricostruire i centri storici e i quartieri distrutti dalla guerra. In quegli anni nascono i piani di ricostruzione ma le tecniche urbanistiche per la trasformazione nascono durante l’Ottocento, basti ricordare i diradamenti edilizi nei quartieri poveri, a Parigi, Londra, Napoli, Roma … La rigenerazione odierna non vuole “limitarsi” occupandosi dei centri storici, poiché la pianificazione urbana possiede strumenti e prassi mature ed efficaci per i nostri centri, oggi l’attenzione di pianificatori e progettisti si sposta nelle zone consolidate, per abbandonare le zone di espansione al fine di ridurre il consumo di suolo e aggiustare le periferie esistenti. Fino ad oggi, la prassi consolidata adottata dagli amministratori locali, nel recuperare le aree abbandonate, è stata quella di favorire la rendita dei privati che presentavano e presentano gli interventi di trasformazione urbana negli spazi rimasti vuoti, oppure in quelli periferici e abbandonati. Le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di questa prassi è controversa, in numerosi interventi si sono avuti danni ambientali, e sociali, e persino fallimenti economici, mentre solo in alcuni casi c’è stata una vera rigenerazione urbana. Dal punto di vista della pianificazione urbana, anche nei casi in cui c’è stata una rigenerazione urbana, i piani presentati non si sono mai occupati degli edifici esistenti ove vivono le persone, e i nuovi volumi urbani immessi nel mercato hanno aumentato i carichi urbanistici senza occuparsi di problemi vecchi, lasciati insoluti. Un’altra conseguenza è stata la gentrificazione, cioè l’espulsione degli abitanti meno abbienti, sostituiti da ceti economicamente più forti. Il grande limite dei piani presentati è questo: non sono pensati per risolvere i problemi creati dalla speculazione edilizia, non si occupano del disordine urbano esistente, non operano trasferimenti di volumi per riequilibrare densità e recuperare standard in zone consolidate. Il disordine urbano della speculazione edilizia resta dov’è, e ancora oggi numerose zone consolidate, una volta periferie, non hanno gli standard minimi e non ci saranno mai, se non si ha il coraggio di demolire edifici abitati e spostare le persone in quartieri ben progettati applicando la corretta composizione urbana. La storia dell’urbanistica, se fosse nota a tutti, insegna che la classe dirigente negò agli italiani il diritto di vivere e crescere in città pianificate correttamente, poiché si cercò, fallendo, di realizzare un’efficace riforma urbanistica mettendo mano al cosiddetto regime dei suoli (vicenda Sullo, 1962). La maggior parte delle città italiane sono cresciute ma pianificate male, tant’è che in determinate aree urbane esiste il degrado e la disuguaglianza, proprio nei quartieri periferici, per assenza di corretta pianificazione urbana e assenza di qualità architettonica. In quegli anni, la classe dirigente politica scelse la teoria capitalista liberale per costruire la città, cioè applicò il principio del “lasciar fare al mercato”, ancora oggi è così. Il degrado attuale è lo specchio di quella scelta politica, espressione dell’egoismo della borghesia capitalista che ha intascato la rendita fondiaria e immobiliare, e tutt’oggi vive su questa rendita parassitaria ed esprime gli indirizzi dei piani edilizi adottati dalle maggioranze politiche degli Enti locali, oggi incapaci di capire l’urbanistica. La politica urbana neoliberale ha creato l’attuale corto circuito ambientale e sociale nelle nostre città, ed oggi una classe dirigente confusa e contraddittoria, dibatte di rigenerazione urbana per individuare e stimolare un nuovo ciclo economico capitalista attraverso nuovi strumenti normativi. E’ questo l’indirizzo dell’attuale mainstream: dibattere di rigenerazione urbana per orientare le scelte politiche e far sopravvivere la borghesia capitalista che ha costruito male le città. E’ possibile cambiare rotta? Certo, ma è necessario dibattere seriamente di pianificazione urbana, che si occupa di costruire diritti a tutti tutelando il territorio e il patrimonio. Urbanistica e architettura, scomparse da molti anni, si occupano di diritti e bellezza, ma la classe dirigente le usa per arricchirsi e non per altruismo. Architettura e urbanistica sono discipline altruistiche ma nell’epoca capitalista sono piegate ai capricci di chi pensa prima di tutto al profitto privato. Gli amministratori locali, lasciando fare al mercato, hanno creato e diffuso il nichilismo urbano per gestire potere e creare consenso politico. I piani edilizi, cioè non urbanistici, esprimono il nichilismo urbano che realizza le disuguaglianze, i danni ambientali, sottovaluta il rischio sismico e idrogeologico, e stimola la rabbia nelle periferie abbandonate, mentre la classe borghese si arricchisce a danno della collettività. La globalizzazione neoliberista che delocalizza le attività, con la competitività delle città globali che agglomera investimenti solo in determinate zone, e i piani edilizi neoliberali realizzati fra gli anni ’80 e l’inizio del millennio, hanno creato opportunità nelle aree centrali e innescato la crisi economica nel mondo delle costruzioni nelle aree periferiche. Ancora oggi, gli investimenti si concentrano solo in determinati Sistemi Locali europei, e solo in determinate città, favorendo l’aumento delle disuguaglianze. Le classi dirigenti locali, sembrano non comprendere queste dinamiche economiche, o si illudono di poter attrarre investimenti privati influenzando le istituzioni politiche. L’ambizione di questa classe borghese è avere nuovi strumenti normativi per migliorare i propri interessi con nuovi piani edilizi e non con piani urbanistici, quindi si desidera declinare la rigenerazione urbana stimolando un capitalismo urbano autoreferenziale, sottovalutando il fatto che le disuguaglianze economiche e sociali producono rabbia, e creano risposte politiche pericolose, e persino incostituzionali. Si tratta di un corto circuito vizioso poiché non esiste una classe dirigente culturalmente preparata alla crisi del capitalismo, e non si ha il coraggio di proporre nuovi paradigmi culturali, ad esempio la bioeconomia. L’urbanistica non si occupa di favorire le rendite della borghesia capitalista, ma di affrontare problemi con piani che attingono a valori precisi, nati dagli utopisti socialisti, durante l’Ottocento. Il rinnovo urbano nacque per dare risposte nelle città mentre l’industrialismo produceva danni ambientali, sanitari e sfruttamento dei lavoratori, oggi, come allora, viviamo in città degradate, meno inquinate ma molto più complesse e più grandi. La classe politica di oggi sottovaluta il fatto che i confini amministrativi attuali sono obsoleti e dannosi, e dà ascolto alle sirene dei costruttori anziché rispondere alla Costituzione e all’autorevolezza di pianificatori e progettisti. Le città italiane sono diventate aree urbane estese che vanno amministrate e pianificate interpretando il concetto di bioregione urbana estesa. Le attuali aree urbane estese interne ai Sistemi Locali del lavoro vanno governate da un unico piano regolatore generale di tipo bioeconomico. In tal senso, è necessario realizzare un cambiamento di scala, e infine attuare piani bioeconomici nelle zone consolidate osservando le criticità lasciate insolute sin dagli anni ‘60. Questi problemi – sprawl urbano, rischio sismico, aree urbane estese e assenza di pianificazione, disordine e carenza di standard, disuguaglianze – sono noti nelle accademie che hanno pubblicato molta letteratura, ma sono appositamente trascurati da media, politici e lobbisti con la conseguenza che l’opinione pubblica è completamente all’oscuro delle reali criticità dell’urbanistica italiana, e così le persone sono facilmente manipolabili dagli opinion maker che assecondano i desideri dei politici locali: il famigerato fenomeno degli archi star e le lottizzazioni speculative legate al mondo off-shore.

A distanza di pochi giorni si sono svolti due eventi pubblici sulla rigenerazione urbana: uno al Senato il 27 novembre 2018, e l’altro a Salerno il 30 novembre e il 1 dicembre 2018. Il primo è promosso dal Centro Studi Sogeea, cioè una società che si occupa di investimenti immobiliari, che pubblica il “Primo rapporto sulla rigenerazione urbana in Italia”. Nel Rapporto si stima che “il potenziale indotto economico di una estesa e capillare campagna di rigenerazione urbana sul territorio italiano sia, per la precisione, 327.986.751.765 euro; la cifra si ricava dalla somma del valore delle opere da realizzare, pari a 310.537.447.415 euro, e degli oneri concessori da corrispondere alla pubblica amministrazione, quantificabili in 17.449.304.350 euro.  L’altro convegno dal titolo “Riqualificare le città”, è stato promosso dall’ANCE Salerno, cioè i costruttori. Nel contesto locale salernitano, accade che gli operatori chiedono alle istituzioni politiche, la Regione Campania, nuove norme per contrastare la crisi immobiliare favorendo una rigenerazione urbana dal loro punto di vista.

Cos’è la rigenerazione urbana bioeconomica? La migliore risposta economica alla crisi del settore edile è quella suggerita dalla bioeconomia, perché osserva le città come fossero sistemi metabolici, e questo consente di evitare gli sprechi. La bioeconomia ripensa completamente la produzione capitalista, tant’è che alcune aziende hanno già avviato un proprio cambiamento interno ai processi produttivi. La rigenerazione bioeconomica è un miglioramento perché orienta tutti i processi secondo le leggi della natura favorendo l’efficienza, e questo atteggiamento ha insito in sé un approccio di responsabilità sociale. Dal punto di vista economico-finanziario, un piano di rigenerazione bioeconomica è ben equilibrato, ed ha la virtù di indirizzare la rendita verso la responsabilità sociale, ambientale del luogo da trasformare; cioè l’intervento che migliora la città è coordinato rispetto ai problemi da rimuovere e risponde ai bisogni reali degli abitanti, crea servizi e opportunità per la comunità. In determinati paesi la rendita immobiliare è tassata, e controllata molto meglio per evitare le speculazioni recuperando il plusvalore generato dal progetto di trasformazione urbana. Uno degli obiettivi più noti della bioeconomia è l’uso razionale dell’energia, e questo significa che il progetto tende all’auto sufficienza, oltre che al riciclo totale e la mobilità intelligente. Dal punto di vista dell’urbanistica, pianificatori e progettisti possono coniugare la corretta composizione, ad esempio la famosa e nota cellula urbana che realizza città a misura d’uomo, con le nuove tecnologie. Le aree urbane sono sistemi di flussi, con ingressi e uscite, e il concetto di analisi del ciclo vita, già applicato in edilizia, può essere esteso e applicato ai territori coniugando responsabilità sociale e ambientale. Contrariamente a quanto si è fatto finora, non potrà essere il mercato e la rendita a proporre piani edilizi ma lo Stato, tornando a essere garante e coordinatore attraverso i propri Enti locali, dovrà stimolare il dialogo fra cittadini e pianificatori, progettisti, in percorsi di pianificazione partecipata, town meeting, e favorire la nascita di piani regolatori bioeconomici per aggiustare le città e riequilibrare il rapporto fra città e campagna, fra uomo e natura. Ad esempio, le attuali disuguaglianze sociali ed economiche nelle città si possono affrontare con piani che analizzano la realtà urbana, ed è l’analisi il progetto di rigenerazione poiché da questa si evidenziano le carenze, i bisogni sociali, il degrado, e di conseguenza le soluzioni con scenari progettuali scelti insieme alla cittadinanza. E’ in questo processo di conoscenza dei luoghi che nascono le soluzioni che producono nuova e utile occupazione poiché si parte dall’identità dei territori. Nel caso salernitano, è necessario avere un piano per 11 comuni con una superficie di 272  Km2.

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Aree urbane, problemi e soluzioni

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La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile, per tutelare il territorio e restituire diritti a tutti i cittadini, soprattutto ai ceti economicamente più deboli. Ai noti problemi sociali delle rendite parassitarie che hanno aumentato le disuguaglianze, si aggiunge l’evoluzione del neoliberismo che ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, che unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. In questi spazi urbani estesi troviamo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. In Italia abbiamo il notissimo fenomeno dell’abusivismo edilizio, che ha una doppia radice: una motivazione dei privati nell’evadere le tasse locali (non esiste l’abusivismo per necessità) e la compiacente assenza di controlli dei funzionari pubblici di Comuni e Regioni. Le conseguenze sono disastrose: consumo di suolo, insicurezza per gli abitanti, e danno erariale. Per l’assenza di una banca dati unica e nazionale, i dati sull’abusivismo sono eterogenei, discordanti ma preoccupanti. Ad esempio, secondo l’ISTAT si stima che nel 2015, ben 20 costruzioni su 100 sono abusive, e c’è una tendenza pericolosa nella crescita del fenomeno, soprattutto in Molise, Campania, Calabria e Sicilia nel triennio 2012-2014, trend in crescita che si registra anche in Umbria, Marche, Lazio e Liguria. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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Salerno, la città estesa e i nodi dell’urbanistica

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Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

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La Città 11 settembre 2017

 

Formazione per la bioeconomia

La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura poiché la sua funzione della produzione è sbagliata. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti, e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi, e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo. L’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali del Lavoro, e questi sono gli ambiti territoriali ove creare un cambio di scala amministrativa, e adottare piani regolatori generali bioeconomici, al fine anche di realizzare le bioregioni urbane secondo la scuola territorialista.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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Ripristinare l’urbanistica

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E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio?

Per millenni l’uomo ha saputo costruire città e insediamenti umani senza l’invenzione dell’economia capitalista e senza sapere cosa fosse una rendita fondiaria o immobiliare. Fino alla nascita dell’epoca moderna, le città si costruivano per favorire una vita sicura, stimolavano l’incontro, lo sviluppo di conoscenze e lo scambio delle merci, poi cominciarono a fortificarsi assicurando una difesa più efficace. Esistevano gerarchie di classe, un centro ben organizzato e collegamenti con le altre città. Chi era al vertice delle gerarchie di classe stabiliva le regole: il Re, il dittatore, il sovrano, il monarca, l’imperatore, la borghesia, un’oligarchia, un’élite. Nel corso dei secoli, il potere ha stabilito che gli schiavi, sotto pagati o non pagati, costruirono le città. L’oligarchia locale decideva chi era utile alla città e chi no, sceglieva di riconoscere o meno chi aveva la conoscenza e la capacità di costruire, dissodare terreni, coltivare e allevare bestiame, ed era ben accolto nelle città. I sovrani sceglievano di riconoscere conoscenze e capacità altrui, ed erano stimati se questi portavano un’utilità politica. Le città erano espressione dell’economia reale, condizionate dai limiti dei luoghi cioè della natura, e subordinate alle capacità politiche. Per secoli le città sono state vere e proprie comunità, dove si riconosceva il valore delle attività umane poiché necessarie alla sopravvivenza della comunità stessa. La moneta non era ricchezza ma strumento di misura.

L’inizio della fine del senso di comunità comincia con l’invenzione della proprietà privata e delle banche, e poi l’invenzione dello Stato moderno che favorirà il capitalismo. I concetti di tassa e gestione amministrativa furono un’invenzione giuridica per sostenere i costi delle guerre da scaricare sulla collettività; se in una prima fase si inventò la tassa sul reddito pretesa dal sovrano in maniera violenta e coercitiva, poi in una seconda fase l’invenzione della tassa stabilita per legge regolarizzava una consuetudine violenta. Furono i liberali a inventare lo stato moderno istituzionalizzando le tasse da utilizzare, non più solo per l’esercito, ma per costruire le infrastrutture necessarie a stimolare i profitti delle imprese private. Nell’Ottocento, quando nasce la scienza dell’urbanistica si apre il conflitto culturale fra socialismo e liberalismo. Gli utopisti socialisti inventano la pianificazione come disciplina per rimediare agli enormi errori delle politiche liberali, dalle disuguaglianze crescenti ai danni sanitari e ambientali.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità.

La borghesia e le classi dirigenti utilizzarono le innovazioni dei socialisti per pianificare meglio i propri interessi e inventarono la rendita per accumulare capitali, proprio attraverso la pianificazione urbanistica. Durante il Novecento in Italia, l’ideologia liberale ebbe maggiore successo poiché la cosiddetta speculazione edilizia divenne persino metodo o consuetudine per far crescere le città e accumulare capitale nelle mani delle classi dirigenti locali (rendite di posizione). La rendita è l’effetto di una concezione prevaricatrice e usurpatrice circa il governo del territorio, è la furbizia dei pochi contro i molti, dei forti economicamente contro la collettività, è l’attuazione dell’idea liberale del laissez faire che ha formato il pensiero di tutta la classe dirigente occidentale. L’economia liberale inventò la cosiddetta zonizzazione, cioè il razzismo economico che sceglie per se dove localizzare le proprie attività, la propria casa, i propri interessi ed espellere i poveri dai luoghi scelti dall’élite locale.

Oggi sono le amministrazioni cittadine a utilizzare la globalizzazione neoliberista sviluppando azioni competitive. Aree urbane estese e città regioni agglomerano attività e funzioni per aumentare l’accumulazione capitalista, in conseguenza di ciò vi sono effetti economici e sociali negli altri territori. Parlamenti e Governi smettono di promuovere politiche economiche e sottovalutano le politiche urbane, in questo modo aumentano le disuguaglianze sociali e di riconoscimento innescando processi disgregativi e di degrado.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. Il problema che limita la corretta pianificazione è abbastanza noto. Negli anni ’60, i liberali che sostenevano la maggioranza politica della Democrazia Cristiana decisero di stralciare la proposta della “pubblicizzazione dei suoli”, fra l’altro presentata da un Ministro democristiano come Fiorentino Sullo. Nel resto d’Europa, già da molti decenni si applicava uno strumento giuridico abbastanza noto che evitava, ed evita la possibilità di speculare quando si pianifica un territorio. Il tema generale è chiamato regime giuridico dei suoli. Il legislatore italiano, se avesse la volontà politica di farlo, può unire il diritto di superficie con la pubblicizzazione dei suoli alla bioeconomia, per stimolare la nascita di un nuovo processo economico necessario per rigenerare il patrimonio esistente ma senza speculare e per limitare drasticamente il consumo di suolo. E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio? Si può fare domani mattina, ricordandosi che l’urbanistica non è stata inventata per fare profitto ma per risolvere problemi. Si può fare restituendo sovranità allo Stato e il ruolo di controllore e coordinatore, con la capacità di spendere con i limiti della bioeconomia; intervenire per favorire l’interesse generale, e cambiando le regole che valutano piani e progetti, dando prevalenza all’utilità sociale e ambientale piuttosto che al ritorno economico degli investitori privati.

Il disordine urbano, il degrado e le speculazioni non sono figli dell’urbanistica ma di una cultura politica molto nota: è il liberalismo capitalista. Per decenni i piani regolatori generali delle città sono stati pensati per assecondare la crescita della produttività delle imprese private anche quando i piani possedevano caratteristiche di un uso razionale del territorio con densità e spazi più adeguati. In Europa e in Italia, l’epoca della crescita è finita da molto tempo poiché il capitalismo che serve solo se stesso ha scelto altri luoghi dove localizzarsi, tutto ciò mentre le classi dirigenti totalmente impreparate continuavano ad adottare piani obsoleti. Le conseguenze di questa condotta politica sono state: l’aumento delle diseguaglianze economiche, la negazione del diritto alla casa ai ceti meno abbienti, la costruzione di città-regioni e l’aumento del consumo suolo, l’abbandono delle periferie e il degrado sociale, l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione dei servizi sociali e la carenza di standard minimi nei centri urbani consolidati. Le politiche urbane neoliberali sono state un disastro totale, mentre l’attuale classe dirigente è incapace di ripensare i paradigmi culturali della società per suggerire un nuovo modello che può nascere dalla bioeconomia, e dal recupero di alcuni valori descritti dagli utopisti socialisti dell’Ottocento.

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Neighborhood unit (cellula urbana).