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Posts Tagged ‘urban policy’

La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio?

Per millenni l’uomo ha saputo costruire città e insediamenti umani senza l’invenzione dell’economia capitalista e senza sapere cosa fosse una rendita fondiaria o immobiliare. Le città del mondo classico si costruivano per favorire l’incontro e scambiare le merci, si fortificavano per difendersi. Anche in quel mondo esisteva una gerarchia dei luoghi che rispecchiava le gerarchie sociali. Chi aveva la conoscenza e la capacità di costruire, dissodare terreni, coltivare e allevare bestiame era ben accolto nelle città, cioè conoscenze e capacità erano stimate. Le città erano espressione dell’economia reale, condizionate dai limiti dei luoghi cioè della natura, e subordinate alle capacità politiche. Per secoli le città sono state vere e proprie comunità, dove si riconosceva il valore delle attività umane poiché necessarie alla sopravvivenza della comunità stessa. La moneta non era ricchezza ma strumento di misura.

L’inizio della fine del senso di comunità comincia con l’invenzione della proprietà privata e delle banche, e poi l’invenzione dello Stato moderno. I concetti di tassa e gestione amministrativa furono un’invenzione giuridica per sostenere i costi delle guerre da scaricare sulla collettività; se in una prima fase si inventò la tassa sul reddito pretesa dal sovrano in maniera violenta e coercitiva, poi in una seconda fase l’invenzione della tassa stabilita per legge regolarizzava una consuetudine violenta. Furono i liberali a inventare lo stato moderno istituzionalizzando le tasse da utilizzare, non più solo per l’esercito, ma per costruire le infrastrutture necessarie a stimolare i profitti delle imprese private. Nell’Ottocento, quando nasce la scienza dell’urbanistica si apre il conflitto culturale. Gli utopisti socialisti inventano la pianificazione come disciplina per rimediare agli enormi errori delle politiche liberali, dalle disuguaglianze crescenti ai danni sanitari e ambientali.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità.

La borghesia e le classi dirigenti utilizzarono le innovazioni dei socialisti per pianificare meglio i propri interessi e inventarono la rendita per accumulare capitali, proprio attraverso la pianificazione urbanistica. Durante il Novecento in Italia, l’ideologia liberale ebbe maggiore successo poiché la cosiddetta speculazione edilizia divenne persino metodo o consuetudine per far crescere le città e accumulare capitale nelle mani delle classi dirigenti locali (rendite di posizione). La rendita è l’effetto di una concezione prevaricatrice e usurpatrice circa il governo del territorio, è la furbizia dei pochi contro i molti, dei forti economicamente contro la collettività, è l’attuazione dell’idea liberale del laissez faire che ha formato il pensiero di tutta la classe dirigente occidentale. L’economia liberale inventò la cosiddetta zonizzazione, cioè il razzismo economico che sceglie per se dove localizzare le proprie attività, la propria casa, i propri interessi ed espellere i poveri dai luoghi scelti dall’élite locale.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. Il problema che limita la corretta pianificazione è abbastanza noto. Negli anni ’60, i liberali che sostenevano la maggioranza politica della Democrazia Cristiana decisero di stralciare la proposta della “pubblicizzazione dei suoli”, fra l’altro presentata da un Ministro democristiano come Fiorentino Sullo. Nel resto d’Europa, già da molti decenni si applicava uno strumento giuridico abbastanza noto che evitava, ed evita la possibilità di speculare quando si pianifica un territorio. Il tema generale è chiamato regime giuridico dei suoli. Il legislatore italiano, se avesse la volontà politica di farlo, può unire il diritto di superficie con la pubblicizzazione dei suoli alla bioeconomia, per stimolare la nascita di un nuovo processo economico necessario per rigenerare il patrimonio esistente ma senza speculare e per limitare drasticamente il consumo di suolo. E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio? Si può fare domani mattina, ricordandosi che l’urbanistica non è stata inventata per fare profitto ma per risolvere problemi. Si può fare restituendo sovranità allo Stato e il ruolo di controllore e coordinatore, con la capacità di spendere con i limiti della bioeconomia; intervenire per favorire l’interesse generale, e cambiando le regole che valutano piani e progetti, dando prevalenza all’utilità sociale e ambientale piuttosto che al ritorno economico degli investitori privati.

Il disordine urbano, il degrado e le speculazioni non sono figli dell’urbanistica ma di una cultura politica molto nota: è il liberalismo capitalista. Per decenni i piani regolatori generali delle città sono stati pensati per assecondare la crescita della produttività delle imprese private anche quando i piani possedevano caratteristiche di un uso razionale del territorio con densità e spazi più adeguati. In Europa e in Italia, l’epoca della crescita è finita da molto tempo poiché il capitalismo che serve solo se stesso ha scelto altri luoghi dove localizzarsi, tutto ciò mentre le classi dirigenti totalmente impreparate continuavano ad adottare piani obsoleti. Le conseguenze di questa condotta politica sono state: l’aumento delle diseguaglianze economiche, la negazione del diritto alla casa ai ceti meno abbienti, la costruzione di città-regioni e l’aumento del consumo suolo, l’abbandono delle periferie e il degrado sociale, l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione dei servizi sociali e la carenza di standard minimi nei centri urbani consolidati. Le politiche urbane neoliberali sono state un disastro totale, mentre l’attuale classe dirigente è incapace di ripensare i paradigmi culturali della società per suggerire un nuovo modello che può nascere dalla bioeconomia, e dal recupero di alcuni valori descritti dagli utopisti socialisti dell’Ottocento.

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Neighborhood unit (cellula urbana).

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I cambiamenti sociali dettati dal capitale, dalla diseducazione e dagli strumenti di comunicazione di massa hanno influenzato gli stili di vita e quindi l’economia, trasformando radicalmente i nostri territori urbani. Circa 26 città, tutte le principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …) sono in contrazione, cioè hanno perso abitanti trasferiti nei comuni viciniori. La motivazione principale è da ricercarsi nel capitalismo, nel senso più ampio del termine, rendita immobiliare e deindustrializzazione, ma secondo lo scrivente c’è anche una ragione poco indagata: l’assenza di un governo etico del territorio.

Da un punto di vista socio economico, i ceti meno abbienti sono stati espulsi da politiche urbane capitaliste attraverso un lento ma efficace sistema di mercato che ha costretto le famiglie a trasferirsi, poiché non riuscendo a sostenere i prezzi richiesti dal mercato stesso. Governi e Parlamento, ormai da decenni, sia rinunciando alla sovranità monetaria e sia rinunciando al proprio ruolo hanno scelto di uscire dal mercato delle politiche urbane per favorire un ruolo attivo dei privati applicando la religione dell’economia neoclassica: credere di poter mantenere e realizzare servizi pubblici facendo pagare i costi al mercato. Tale dogma ha l’idea malsana di chi confonde concetti che sono distinti: il valore, il prezzo e il costo, e di chi confonde concetti come beni e merci. Un bene è qualcosa che ha valore in se, non è detto che debba essere comprato o venduto (merce). Due o più edifici possono scambiarsi energia auto prodotta attraverso un mix tecnologico sfruttando fonti alternative (un bene), e possono farlo senza apporre un prezzo (merce).

Dal punto di vista ambientale, il territorio, nostra fonte di vita (un bene), è stato letteralmente distrutto poiché mercificato, occupato dal cemento e da grandi infrastrutture per favorire la mobilità privata e il profitto dei privati, rappresentato da centri commerciali ed edilizia privata. Gli abitanti sono stati costretti a consumare di più poiché devono spostarsi percorrendo molti più chilometri, e così si forma la cosiddetta “città regione”, secondo l’Istat individuata all’interno del cosiddetto “sistema locale”.

La religione capitalista trasforma la città da “luogo sociale” in “spazio merce“, e i “cittadini” si trasformano in “consumatori. Questo processo avviene con la psico programmazione: prima a scuola, poi nelle università ed oggi anche attraverso i social media. E di conseguenza le classi dirigenti sono automi addomesticati dal pensiero unico dominante che esprime il nichilismo in piani urbanistici caratterizzati dalla prevalenza degli interessi privati particolari, come sommatoria e sintesi di progetti costruiti sulla rendita e la speculazione edilizia. Tutto ciò è contro i principi della Costituzione e persino contro la legge urbanistica nazionale che lega la pianificazione al corretto uso del territorio e all’interesse generale, ma la condotta e le scelte politiche dei neoliberali può avere successo poiché è la Costituzione stessa che costruisce i rapporti forgiati nel mercato, anche grazie a leggi ad hoc che hanno l’obiettivo della commercializzazione delle aree trasformate (Società a Trasformazione Urbana).

E’ la contraddizione culturale e politica dell’epoca chiamata antropocene, quella di dichiarare di voler coniugare socialismo e capitalismo, ma ha prevalso quest’ultimo mettendo a rischio l’esistenza della specie umana, e solo per sostenere la stupidità e l’avidità di una piccola casta di famiglie, chiamata élite. Ritroviamo tutto nel pensiero economico occidentale, costruito da Adam Smith e Karl Marx. E’ evidente che la globalizzazione liberale poggia sui pilastri di Smith, ma ciò che bisogna ammettere, è che dobbiamo uscire da quest’epoca se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Possiamo partire proprio dai sistemi locali pensati come luoghi urbani metabolici. Partendo dalla bioeconomia possiamo individuare obiettivi di sostenibilità e adottare criteri e indicatori per misurare flussi di energia in entrata e in uscita. Si tratta di fare l’opposto di quello fatto finora e quindi pianificare i sistemi locali per tutelare le risorse finite, trattando il territorio come un bene e non più come una merce. Anziché sfruttare la rendita per favorire i privati, è necessario che lo Stato, attraverso i propri Comuni adotti un’agenda urbana per stimolare la nascita di piani di recupero dell’esistente e di riqualificazione urbana.

Fino ad oggi Governi e Parlamenti succedutisi, entrando nel sistema euro, si sono castrati, facendo danno ai propri cittadini, pertanto è necessario che la classe politica esca dalla stupidità di un sistema dannoso per abbracciare la teoria endogena della moneta finanziando direttamente interventi bioeconomici: prevenzione del rischio idrogeologico, prevenzione del rischio sismico, conservazione dei centri storici e rigenerazione urbana delle periferie. Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Nel corso degli ultimi decenni la religione capitalista ha trasferito ricchezza prelevando anche dal risparmio delle masse di famiglie, e indirizzandola verso l’élite (banche, grandi imprese), tutto ciò mentre la classe politica, ascoltando i consigli dei neoliberali, ha introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico, di fatto privatizzando il processo decisionale della politica (assenza di trasparenza), ha favorito e sostenuto le rendite di posizione, ha favorito le delocalizzazione industriali, ha favorito le speculazioni urbanistiche, ha aumentato la pressione fiscale ai salariati e ai liberi professionisti, ha ridotto progressivamente il potere d’acquisto degli stipendi salariati, e così tutto ciò ha prodotto una società peggiore di quella precedente, togliendo opportunità di vita alle attuali generazioni rispetto a quelle precedenti (anni ’60 e ’70). La psico programmazione mediatica spinge le famiglie a spendere il proprio salario per merci superflue. Se fossimo amministrati da una classe politica civile e responsabile, Governi e Parlamento, adotterebbe un’agenda urbana per prevenire i danni, che logicamente dobbiamo attenderci per il naturale ciclo vita degli ambienti costruiti. La maggioranza delle famiglie italiane non ha la capacità economica per affrontare i costi delle rigenerazioni necessarie che rappresentano un bene e non merci. Grazie a questa fragilità economica i liberali ricattano le comunità, ma al mercato non interessa promuovere rigenerazioni urbane bioeconomiche; anzi sta programmando e realizzando rigenerazioni per espellere altri ceti meno abbienti dai centri urbani e per conquistare spazi di mercato, cioè per conquistare merci. E’ questo il concetto che sta dietro il nichilismo urbano dettato dalla religione capitalista: tutto è merce; il territorio è merce, le superfici da costruire sono merce, le trasformazioni urbane sono merce, le persone sono merce.

Un piano regolatore generale bioeconomico è costruito su altri presupposti: analisi urbana e morfologica dell’esistente, conservazione, ecologia urbana, efficienza energetica, partecipazione attiva ma suggerendo le trasformazioni possibili, considerando ovviamente i principi della legge urbanista nazionale e gli standard, ma soprattutto i bisogni reali delle persone (non i capricci) e non il tornaconto degli investitori privati. Con questo approccio è possibile pianificare i sistemi locali, attraverso piani intercomunali ed è necessario farlo per eliminare gli sprechi che si consumano in questi territori.

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Il 30 maggio 2016 i Governi europei si incontreranno ad Amsterdam per discutere di Agenda urbana rispetto alle proposte suggerite dall’attuale semestre europeo guidato dai Paesi Bassi che risveglia le politiche urbane. Gli assi tematici suggeriti sono quattro: qualità dell’aria, housing, povertà, integrazione di rifugiati e migranti. Finora si sono ispirati alle esperienze olandesi e londinesi (finanza alternativa, co-design delle politiche pubbliche, imprenditoria sociale, economia circolare, community building).

Com’è noto il diritto urbanistico olandese e anglosassone sono profondamente diversi da quello italiano; nel nostro paese proprietà privata, rendita e abusivismo hanno guidato le scelte del governo del territorio, mentre in Olanda e altrove lo Stato ha pianificato concedendo l’uso del diritto di superficie, ed oggi proprio l’Olanda sperimenta nuovi modelli insediativi. Nel secolo scorso Inghilterra, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania hanno sfruttato il ruolo sociale dello Stato per regolare il cosiddetto regime dei suoli detenendo un ruolo di regia pubblica per programmare la costruzione della città (pubblicizzazione dei suoli). In Italia, anche durante il regime fascista, abbiamo sempre favorito gli interessi privati rifiutandoci di usare la prevalenza dell’interesse generale e la concessione del diritto di superficie per pianificare correttamente. In Italia è il mercato (cioè i cittadini acquirenti) che paga i costi della pianificazione piegando il disegno urbano ai capricci e gli interessi privati e di chiunque voglia fare profitto, di fatto contraddicendo il ruolo dell’urbanistica. Nonostante il migliore approccio dei paesi nordici il capitalismo ha creato danni anche in quei paesi favorendo il fenomeno chiamato gentrificazione, ma il disegno urbano è stato condizionato molto meno e di fatto negli ultimi settant’anni la qualità urbana a Londra, Parigi, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Helsinki, Barcellona è cresciuta mentre è peggiorata in Italia. All’inizio del secolo Novecento Ulm, in Germania, acquistò suoli e costruì quartieri e case rivendendole a prezzo di costo, cancellando di fatto il profitto dall’urbanistica. In questo secolo, l’Amministrazione di Parigi acquista appartamenti in centro storico, li ristruttura, e poi li concede a prezzi calmierati ai ceti meno abbienti per contrastare la gentrificazione.

Per non farla lunga, nei decenni passati il nostro legislatore, avendo scelto di favorire gli interessi privati (la bocciatura della riforma proposta dal Ministro Sullo testimonia gli errori del legislatore), ha contribuito a costruire un’espansione delle città realizzata male e peggio, caratterizzata generalmente da una scarsa qualità edilizia, sia essa privata o pubblica, con l’aggravante di non avere una connotazione estetica. Poiché il diktat compositivo del disegno urbano è la rendita, generalmente gli aggregati urbani privati costruiti, a partire dagli anni ’50, non hanno un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, dagli anni ’70 in poi quelli pubblici hanno indici generalmente migliori. Quando il nostro Paese ha provato a recuperare standard per obbligo di legge (DM 1444/68), solo in alcuni comuni si è riusciti a porre limiti al disordine urbano; in molti altri gli amministratori hanno truccato i piani e gli indici per continuare a favorire gli interessi privati, ed oggi nel nuovo millennio ereditiamo ambienti urbani generalmente privi di una qualità urbana e architettonica, e conseguentemente degradati.

Per capire bene le contraddizioni del processo politico chiamato Agenda urbana, uno dei soggetti che suggerisce le politiche è la lobby politica dell’ANCI, l’associazione dei Sindaci che in questi decenni ha contribuito a consumare inutilmente il suolo agricolo, e pensa di potersi scrivere la propria policy seguendo la logica auto referenziale del consenso, lo fa ignorando appositamente la professionalità dei pianificatori più scomodi e scegliere, solitamente, l’archistar. Se leggiamo i manifesti dei progettisti (INU, eddyburg, SIU, CNAPPC) scopriamo l’acqua calda, e cioè gli esperti che si occupano di risolvere problemi concreti suggeriscono pianificazioni diverse, mentre i politici sono preoccupati di vendere se stessi assecondando le rendite di posizione. Anche determinate associazioni si sono piegate allo spirito del tempo capitalista, ma nei loro dissidi interni si possono leggere i conflitti che aiutano a compiere scelte etiche.

Prima di tutto, dobbiamo comprendere che occuparsi di politiche urbane significa occuparsi della maggioranza degli esseri umani, e questo indica pianificare il futuro delle persone. L’Agenda urbana che si sta costruendo è del tutto immatura rispetto al contesto italiano principalmente perché ha un approccio indicativo con buone intenzioni, e perché non c’è fra i suoi obiettivi la qualità urbana, entrando nel merito della composizione urbana. E’ tipico della cultura anglosassone esprimersi in maniera sintetica e superficiale senza andare al cuore dei problemi, ed è tipico dell’UE dare indicazioni senza un’adeguata copertura finanziaria rendendo vane, persino le semplici raccomandazioni. Com’è noto L’UE non è uno Stato sovrano libero dai ricatti del cosiddetto libero mercato, e tutta l’architettura finanziaria dell’UE è profondamente sbagliata poiché si basa sull’economia del debito favorendo l’usura degli istituti bancari e non gli obiettivi delle singole indicazioni politiche. I criteri economici che determinano il giudizio su piani e progetti sono inadeguati e privilegiano il profitto dei privati. Per capirci meglio la Repubblica italiana aveva la libertà e la sovranità di spendere con finanziamenti diretti mentre l’UE vieta gli aiuti di Stato, un atteggiamento così stupido, quello dell’UE, che favorisce gli interessi privati delle imprese, e annulla il ruolo sociale dello Stato.

Nel nostro paese i problemi delle aree urbane sono enormi ma non impossibili. I rapporti della Società italiana degli urbanisti sono ampi ed entrano nel merito delle questioni in essere, mostrando consapevolezza e proposte per trasformare le città, certo non c’è un’unanimità su tutte le questioni ma il dibattito è vivo. Nella sostanza gli addetti ai lavori sanno dove e come intervenire, ma da circa vent’anni la classe dirigente ha tolto le politiche urbane dalle priorità del legislatore, generando un’inerzia che crea danni al territorio e alle aree urbane. Passi andrebbero compiuti nella giurisprudenza e nell’economia per adeguarle al disegno urbano capace di offrire diritti e uguaglianza. Per entrare nel merito ci vorrebbe ben altro che un’Agenda urbana, ma un serio programma di recupero urbano come fece Patrick Abercrombie, ma soprattutto è necessario partire da un’analisi accurata delle forme insediative, dei tessuti urbani da recuperare, e dei problemi sociali ed economici italiani, che sono molto diversi da quelli dei paesi “centrali”. Ad esempio, se si partisse dal pianificare i sistemi locali con l’approccio di bio regione sarebbe un passo in avanti, mentre in ambito urbano è doveroso favorire la rigenerazione dei tessuti esistenti. Senza esagerare, alcune nostre periferie assomigliano sempre più ai sobborghi del primo periodo industriale, mentre il nostro mezzogiorno andrebbe pianificato sempre seguendo il concetto di bio regione urbana, bonificato da un obsoleto sviluppo industriale, e i centri urbani collegati da linee ferroviarie (La Puglia con la Basilicata e la Campania, la Sicilia e la Sardegna). Altro che semplici raccomandazioni, l’Italia dovrebbe produrre una propria Agenda urbana andando nella corretta direzione immaginata anche dall’ex Ministro Barca per finanziare la cosiddetta coesione sociale e sviluppando programmi coinvolgendo gli abitanti. L’approccio più serio per rigenerare città e territorio è l’analisi della morfologia urbana, e sotto questo aspetto gli urbanisti italiani danno un contributo efficace, in special modo sull’analisi tipologica e sulla conservazione facendo scuola. All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

I limiti per trasformare le nostre città sono culturali ed economici, ma per rigenerare seriamente gli ambienti urbani è necessaria la volontà politica, e questa manca. Il merito di parlare di agenda urbana sta nel fatto di stimolare l’apertura di un dibattito pubblico, ma crea anche frustrazioni agli urbanisti italiani poiché all’estero le trasformazioni si pianificano e si eseguono, mentre in Italia la storia ci ha insegnato che la nostra classe dirigente ha sfruttato l’urbanistica per creare consenso e distruggere bellezza. Per cambiare dovremmo “semplicemente” cambiare classe dirigente e stimolare le coscienze addormentate dei cittadini, anche perché, dove la speculazione è stata realizzata, i danni li hanno subiti proprio i cittadini, spesso inconsapevoli delle logiche che creano i piani.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

metabolismo circolare città

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Teorie della pianificazione

Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

città in contrazione

Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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In alcuni miei appunti scritti in passato, ho già usato diversi titoli abbastanza espliciti come capitalismo ed egoismo, l’impero della vergogna, per etichettare l’arroganza, la violenza e la cultura della distruzione insita nel capitalismo e la globalizzazione finanziaria che orientano la vita delle persone su questo pianeta.

Le immagini e le narrazioni della religione neoliberale sono abbastanza note ma censurate dai media italiani. Il mainstream ci massacra il cervello di amenità e maschere come i tg dell’economia e i talk show. Si tratta di veri e propri circhi con domatori e foche ammaestrate, dove si raffigurano cialtroni politicastri incompetenti ma utili a riempire gli spazi televisivi e individui embedded desiderosi di apparire per recitare commedie di vite inventate, mentre gli editori e gli autori televisivi accumulano capitali poiché creano prodotti spazzatura a costi ridicoli incassando ugualmente i milioni della pubblicità. In un mainstream costruito per rincoglionire gli individui (la regressione delle persone è ampiamente documentata dall’ignoranza funzionale), le serie inchieste giornalistiche passano inosservate poiché sono solo una risibile percentuale dei contenuti mediatici.

Gli effetti dell’egoismo capitalista sono geograficamente lontani dall’Occidente ma in bella vista e si tratta di 1,4 miliardi di persone che entro il 2020 vivrà nelle baraccopoli presenti in tutti i continenti del globo. Uno straordinario libro dossier del geografo Mike Davis, Il pianeta degli slum pubblicato nel 2006, scattò una fotografia impietosa sulle condizioni di vita di milioni e milioni di persone accampate in aree urbane, sopravvivendo a se stessi e alla povertà creata dalla globalizzazione neoliberale.

Neza-Chalco-Itza

Neza-Chalco-Itza, Messico, 4 milioni di persone.

Kibera slum

Kibera, Kenya, 2,5 milioni di persone.

Mentre la maggior parte di noi italiani ed europei svolge un’esistenza completamente apatica e nichilista, psicoprogrammata da percorsi d’istruzione finalizzati al consumo e alla competizione, una consistente parte del pianeta nasce e muore in ambienti insicuri, insalubri e di condanna sociale. L’ONU prevede che un quarto della popolazione mondiale è destinata a vivere in baraccopoli.

Sul pianeta della stupidità capitalista regnano infelicità e disuguaglianza. Le conoscenze della specie umana non sono impiegate per consentire alle persone di scoprire le proprie abilità, ma per assecondare i capricci di un’élite degenerata inutile ai popoli addomesticati per la schiavitù.

popolazione urbana 2030

Proiezione della popolazione urbana mondiale entro il 2030, fonte ONU.

Sappiamo già che la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in aree urbane e una parte consistente di questa vivrà male negli slums. Immaginare che la religione neoliberale e il libero mercato possano essere l’approccio per risolvere il dramma è follia o stupidità. La Cina è il paese che ha la più grande popolazione residente negli slums (193,8 milioni) e lo Stato pianifica nuove città, ma il suo approccio è quello sbagliato della crescita che trasforma i contadini in consumatori di merci inutili aggravando l’impatto ambientale del pianeta. Negli ultimi venticinque anni, la Cina ha spostato quasi 500 milioni di persone dai campi agricoli dentro le nuove città, trasformandoli in consumatori. Poi c’è l’India con 158,4 milioni di persone negli slums. In Brasile da alcuni decenni si sperimentano percorsi partecipativi che trasformano le favelas in luoghi urbani più sicuri e salubri. Negli altri Paesi (Nigeria 41,6 mln; Pakistan 35,6 ed altri ancora) i problemi sono maggiori poiché non esiste alcuna pianificazione e pertanto milioni e milioni di poveri sono abbandonati a crimini di ogni genere.

il mondo degli slums Limes

Fonte immagine Limes.

L’avidità e il capitalismo sono riusciti a creare un sistema globale di condizionamento delle persone dividendole in due mondi ma uniti dalla schiavitù: la prima schiavitù è mentale (l’Occidente) e l’altra è materiale. La soluzione per un’esistenza dignitosa e migliore è situata nella conoscenza e nella cooperazione fra popoli per aiutarsi a vicenda. La parte occidentale sicuramente ha le conoscenze tecnologiche per trasformare gli slums in luoghi vivibili mentre le persone che vivono nel terzo mondo hanno la consapevolezza di avere radici più umane, più spirituali per vivere meglio ma con poco, che significa non perder tempo con gli sprechi imposti dall’industria della pubblicità.

L’élite degenerata fedele al suo schema problema-reazione-soluzione insegue l’ennesimo nemico creato a tavolino, il cosiddetto stato islamico, mentre la popolazione mondiale presente negli slums è un bacino di schiavitù a disposizione delle multinazionali e dei Governi corrotti. Il fenomeno delle baraccopoli è relativamente recente, ed è creato proprio dalla globalizzazione, tant’è che già negli anni ’70 i programmi d’investimento della Banca Mondiale e del FMI contribuirono ad aumentare le disuguaglianze e le migrazioni interne ai Paesi del Terzo mondo favorendo proprio il degrado sociale e urbano. I recenti eventi bellici nel Nord Africa che rientrano nello schema problema-reazione-soluzione sono un contributo al degrado, che vanno a stressare le città di quelle aree territoriali già in difficoltà, mentre le ambizioni di tali popolazioni non sono quelle di finire in baraccopoli, e tanto meno quello di emigrare. Governi e ONU, sono soggiogati dall’ideologia neoliberale, ed investono in funzione degli interessi privati delle multinazionali. E’ l’ONU a gestire il campo profughi più grande al mondo aperto più di vent’anni fa, si trova in Kenya a Dadaab ed ospita circa 350 mila persone. Oggi, SpA e Governi presentano investimenti territoriali e urbani nei luoghi dove produrre e nei luoghi dove i consumatori possano acquistare merce; non è lo sviluppo umano il focus dei loro investimenti. Le multinazionali sfruttano le risorse dell’Africa e dall’Asia, e le conseguenze di tali azioni sono pagate, prima di tutto, dalle comunità locali in termini di schiavitù e d’impatto ambientale, e poi dalle comunità occidentali in termini di svalutazione salariale.

La religione neoliberale ideata dal WTO accumula il capitale sfruttando sia le merci della old economy che ruba le risorse ai paesi del Terzo mondo, e sia sfruttando le recenti innovazioni informatiche, per cui non ha interesse nell’investire in programmi di rigenerazione territoriale e tanto meno si pone l’obiettivo di affrontare la vergogna degli slums. E’ altrettanto nota la soluzione finanziaria al problema della povertà globale: restituire sovranità agli Stati e sequestrare una parte degli ingenti e impressionanti proventi illeciti occultati dal sistema offshore, e indirizzarli verso la rigenerazione delle persone e dei territori. In questo modo si programma un riequilibrio sociale, economico ed ambientale decretando la fine delle emigrazioni di massa grazie alla rigenerazione dei territori sfruttati, e consigliando loro politiche di pianificazione territoriale e urbana bioeconomica che consente alle comunità di costruire sistemi auto sufficienti. Lo scambio di conoscenze utili aiuta e libera i popoli e consente agli occidentali di integrare e avvicinare mondi apparentemente divergenti ma uniti dall’essere parte di un’unica specie umana su questo pianeta. La consapevolezza ecologica di vivere in un sistema chiuso con risorse finite spinge i popoli verso l’uso razionale dell’energia, liberandosi dalla religione più criminale che l’uomo avido abbia mai inventato: il capitalismo e il monetarismo che creano denari dal nulla e impone l’usura agli schiavi.

Se nel cosiddetto Terzo mondo regna la povertà, ebbene gli slums sono presenti anche nel Primo mondo (nel Paese più avanzato e militarizzato al mondo, gli USA, ci sono 12,8 milioni di persone negli slums) e la crisi strutturale del capitalismo tocca anche le città europee coinvolte dal fenomeno della contrazione che trasforma i quartieri delle ex città industriali in luoghi abbandonati e degradati, mentre le rendite di posizione hanno espulso i ceti meno abbienti verso comuni limitrofi e le imprese colgono l’occasione di sfruttare la schiavitù fornita dagli immigrati. Il capitale serve solo se stesso.

città in contrazione

Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

Le periferie italiane sono sempre più degradate poiché è aumentata la povertà quella vera, cioè sempre più italiani non hanno accesso ai diritti, e le generazioni presenti e future non hanno i mezzi per scegliersi i percorsi di vita. Il capitale serve solo se stesso. Da più di vent’anni i Governi italiani non hanno un piano nazionale di rigenerazione urbana bioeconomica finalizzato al riuso, nonostante sia noto che il nostro territorio e il patrimonio sono la più importante ricchezza del Paese, e che un ingente numero di edifici pubblici e privati è arrivato a fine ciclo vita.

relazione PIL popolazione occupazione

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consumo del suolo ISPRA 2015

Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2013. Fonte: ISPRA.

Il fallimento economico finanziario dei piani urbanistici è argomento di dibattito fra gli addetti ai lavori da alcuni anni. Negli anni ’60 il conflitto politico fece prevalere l’ideologia speculativa del capitale, pertanto è consuetudine il fatto che il disegno urbano sia condizionato dagli interessi privati. I Consigli comunali pur avendone la responsabilità politica, o ignorano le motivazioni di tali interessi o lasciano che la soluzione di tali interessi si ritrovi nell’incentivo della rendita, cioè la mercificazione delle superfici. Generalmente i politici locali sono talmente disinteressati alla tutela del territorio fino a favorire l’attività edilizia senza comprenderne sia l’utilità sociale e sia la qualità progettuale, poiché tali iniziative generano introiti che possono essere indirizzati alla spesa corrente. Fino a pochi anni fa, tale opzione non era consentita poiché gli oneri erano vincolati alle opere di urbanizzazione. Questo processo vizioso è imploso su stesso.

Inoltre, osservando il cambiamento dei fenomeni urbani e sociali, possiamo intuire che gli ambiti territoriali e istituzionali, cioè i Comuni, sembrano inadeguati e obsoleti per offrire piani migliori. Sin dagli anni ’70, il capitalismo ha fatto esplodere la cosiddetta città diffusa, pertanto i cittadini vivono aree urbane e territori più ampi di quelli pianificati nei ristretti territori comunali, e spesso usano il suolo percorrendo territori intercomunali. Se in Inghilterra il modello della grande Londra è l’esempio di una pianificazione intenzionale, in Italia la crescita urbana è stata lasciata alla speculazione e oggi paghiamo ancora le conseguenze di quella volontà politica.

Le fonti letterarie e la pubblicistica mostrano un dibattito aperto, dinamico e attento attraverso la sensibilità di determinate analisi e studi di organizzazioni, dipartimenti universitari, professionisti e liberi ricercatori (Russo, Urbanistica per una diversa crescita, 2014; Calafati, Città tra declino e sviluppo, 2014). Per il momento gli argomenti di discussione sono “chiusi” fra accademici, progettisti e costruttori, nel senso che il mainstream non ritiene utile informare i cittadini circa il fallimento delle città secondo l’accezione urbanistica e architettonica.

Da decenni gli urbanisti hanno individuato l’origine della crisi delle città, e tale discussione accesasi durante gli anni ’60, è stata isolata e sopita dalla classe politica e dai mass media sia per nascondere le motivazioni speculative della rendita e sia per favorire la mercificazione del territorio. La recente implosione del sistema capitalistico consente di far riemergere un dibattito ucciso sul nascere, e sarebbe ragionevole e conveniente per tutti, persino per gli speculatori, arrivare ad ammettere che il capitalismo, implodendo su stesso, ha travolto l’indotto industriale più importante dell’economica delle città e dello Stato, ormai smembrato dall’ideologia neoliberale.

Dal punto di vista della pianificazione, è difficile ammettere che la strada suggerita dall’ideologia neoliberale, cioè far prevalere l’interesse dei privati nei processi giuridici ed economici circa le destinazioni d’uso dei suoli, non garantisce più la costruzione delle urbanizzazioni e della cosiddetta città pubblica. Mercificare la città è stata una scelta ideologica che ha favorito la concentrazione di risorse monetarie nelle mani di piccole caste locali, facendo pagare queste scelte egoistiche alla collettività. La crisi attuale ha messo in evidenza che le persone non hanno più i soldi necessari per pagare questi costi, ciò è accaduto attraverso l’inganno della rendita fondiaria e immobiliare che ha illuso persino l’industria immobiliare, forse convinta di poter proseguire i propri profitti con l’ausilio di piani di crescita attraverso l’economia del debito pubblico e privato. La droga finanziaria ha fatto perire il sistema per overdose. Morto il capitalismo c’è l’opportunità di riprendere il tema della municipalizzazione dei suoli e di pianificare un’agenda urbana sostenuta dalla sovranità monetaria con paradigmi bioeconomici e di qualità urbana.

Nell’ultimo decennio l’industria delle costruzioni, a differenza di altri ambiti industriali, ha ridotto i propri danni economici solo grazie agli incentivi fiscali legati alle ristrutturazioni finalizzate all’efficienza energetica, ma anche gli incentivi non hanno retto di fronte all’espandersi della crisi. Dal punto di vista delle politiche urbane, i piani urbanistici espansivi hanno avuto ricadute negative poiché generalmente una parte importante dei piani attuativi non ha recuperato gli investimenti previsti, cioè le superfici costruite non sono state acquistate, mentre taluni piani sono rimasti sulla carta. Le motivazioni sono tante, ma sono due quelle principali: la fede nell’ideologia della crescita continua, e la sottovalutazione della crisi del capitalismo e dell’euro zona che ha intaccato anche il risparmio dei cittadini. Per uscire dalla crisi due sono le soluzioni affrontate dal dibattito; la prima soluzione propone di restare sull’attuale piano ideologico promettendo di ricercare i capitali necessari fra i soggetti privati, sfruttando sempre l’interesse economico della rendita. La seconda soluzione propone una declinazione in due rami: entrambi i rami partano dal presupposto di ripristinare la sovranità monetaria, e il primo ramo non rinuncia alla logica della rendita dei privati, mentre il secondo ramo è quello nuovo, cioè proporre di associare alla recuperata sovranità i nuovi paradigmi culturali figli della bioeconomia per transitare definitivamente su un sistema etico e naturale delle scelte territoriali e garantire risorse alle presenti e future generazioni.

Non ci vorrà molto tempo per capire quale soluzione convincerà chi controlla le istituzioni, poiché l’implosione del capitalismo sta rilasciando i suoi pesanti effetti proprio in questi anni. La crisi innescata da un’industria fuori controllo, quella bancaria e finanziaria, sta fagocitando i risparmi privati, proprio in questo periodo, e se il sistema istituzionale ha risposto salvando se stesso attraverso nuovi poteri e funzioni alla banca centrale europea, gli stessi sanno bene che per impedire una rivoluzione dei popoli dovranno aggiungere e concedere nuovi e potenti strumenti monetari per restituire libertà alle comunità che stanno morendo sotto i colpi di una religione innaturale e diabolica. Il mostro del capitalismo si è trasformato in animale che inventa se stesso a mezzo internet spostando i capitali attraverso le giurisdizioni segrete e facendo apparire gli investimenti pubblici e privati soprattutto nei paesi emergenti. Questo mostro capitalista ha divorato persino parte di se stesso, e uno di questi ambiti comprende anche la cosiddetta old economy delle costruzioni, tant’è che in talune città europee certe trasformazioni urbanistiche sono state finanziate proprio da fondi pubblici e privati sospetti. Tali operazioni, non passate inosservate, hanno evidenziato proprio la crisi del settore che ricorre a rapporti amicali e favori politici globali per realizzare i capricci dei Sindaci, svelando fino a che punto gli interessi delle comunità siano stati rimossi dei processi di governance. Nel restante territorio le trasformazioni urbanistiche escluse dai circuiti dei capitali globali sono fallite per le ragioni sopradescritte.

Presidenti di Regioni e Sindaci sono eletti direttamente dai cittadini e a differenza delle persone nominate nei Governi e nei Parlamenti rispondono direttamente circa il loro operato. Costoro, o recuperano un’autonomia decisionale facendo scelte ascoltando le nuove opportunità politiche, oppure, all’indignazione popolare ampiamente alimentata dalla crisi e dalla stampa che favorisce l’apatia e l’astensionismo, si aggiungerà anche la potente e influente lobby delle costruzioni. In tal senso i piani urbanistici espansivi vanno trasformati in piani di rigenerazione urbana e la difficoltà culturale e tecnica sta nell’avere il coraggio di proporre piani senza gli incentivi volumetrici. Non può essere l’aumento delle superfici da vendere sul mercato, l’incentivo che ripaga i costi delle trasformazioni poiché il mercato stesso non è più capace di assorbire un’offerta che non risponde al desiderio e alle possibilità economiche dei territori. La soluzione è nota: restituire energia allo Stato con moneta sovrana a credito, e non più a debito. Il conflitto culturale è altrettanto noto, e i seguaci neoliberali rappresentano la maggioranza fra le istituzioni pubbliche e private, e non intendono ammettere l’implosione del capitalismo. Ancora una volta la convenienza economica, e in questo caso direi la sopravvivenza di una lobby, agirà nel proprio interesse e influenzerà i politici per cambiare il corso della crisi. Già nell’Ottocento e poi nei primi anni del Novecento, la scelta politica fu quella di aggiustare i luoghi urbani deteriorati dall’industria, e l’impulso partì dagli sia da Stati che battevano moneta sovrana e sia dall’invenzione di istituti bancari ad hoc. Scelte politiche analoghe furono intraprese sia dall’Inghilterra negli anni ’70 che cominciò la moderna rigenerazione urbana con investimenti pubblici, e sia durante gli anni ’50 negli USA che finanziarono programmi di rinnovamento urbano. Adesso le condizioni finanziarie globali sono mutate, e soprattutto è mutata la disponibilità delle risorse naturali, cosa significa? Che l’idea già paventata di tornare alle politiche neokeynesiane contribuirebbe alla distruzione dei sistemi naturali e potrebbe polverizzare i capitali finanziari generati dalle scommesse, per questo motivo l’evoluzione si trova sul nuovo piano, e cioè quello bioeconomico che ci consente di uscire dalla mercificazione dei suoli attribuendo il vincolo di inalienabilità ad ampi territori del pianeta Terra. Tornando alle politiche urbane sappiamo che le risorse per rigenerare le città ci sono, manca la volontà politica di uscire dalla mercificazione per favorire il recupero dei tessuti urbani esistenti a prezzo di costo e introducendo detrazioni e leve fiscali per la ristrutturazione urbanistica e i trasferimenti di volume necessari in alcune aree urbane degradate. Rigenerare seriamente le aree urbane significa abbattere le rendite di posizione, poiché interventi con una regia pubblica possono favorire il coinvolgimento degli abitanti, e ciò potrebbe far emergere l’interesse delle rendite immobiliari palesando pubblicamente il conflitto generato dal capitalismo, e quindi risolverlo a favore dell’interesse generale.

Tornando alla trasformazione del capitalismo in mostro internettiano e virtuale, che crea moneta dal nulla sia attraverso il sistema del prestito e sia attraverso i famigerati strumenti finanziari (le scommesse e fondi speculativi), ecco, sarebbe saggio compiere il salto d’uscita dallo stesso capitalismo. Agli Stati non conviene farsi prestare una moneta a debito, e se teniamo alla sopravvivenza della nostra specie, in un pianeta di risorse finite, l’unico sistema che funziona è quello che copia i processi economici naturali. E’ di moda chiamarla economia circolare in contrapposizione al sistema di produzione capitalista di tipo lineare. Dovremmo cancellare convenzioni e costumi di un sistema economico immorale, inventato dalle caste politiche per tenere i popoli in schiavitù. Il capitalismo dopo avere reso merce ogni cosa che ruota intorno a noi, si sta sganciando dalla merce lavoro travolgendo ampi settori dell’economia reale (old economy). Da alcuni decenni non è più il lavoro la fonte primaria della ricchezza materiale. Cosa significa? La specie umana condizionata dalla religione capitalista ha l’opportunità di liberarsi del lavoro e stabilire un nuovo patto sociale. Finisce un’epoca durata circa trecento anni, può cominciare l’epoca di transizione verso la prosperità. La specie umana ha una grande opportunità: riporre l’invenzione della banca e della moneta nel loro ruolo originario, ma in una veste altrettanto nuova, e cioè usare lo strumento di misura monetario per attività socialmente utili e commisurarlo alla politica delle risorse vincolate dalla legge dell’entropia. I debiti pubblici vanno rimessi e gli Stati rinvigoriti con moneta a credito secondo gli interessi generali: felicità e formazione cultuale dei popoli, innovazione e ricerca, rigenerazione dei territori. L’obiettivo non è più l’aumento della produttività ma lo sviluppo umano rispettando l’uso razionale delle risorse che genera nuova occupazione utile.

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