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Posts Tagged ‘urban policy’

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile e tutelare il territorio. L’evoluzione del neoliberismo ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

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La Città 11 settembre 2017

 

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La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio?

Per millenni l’uomo ha saputo costruire città e insediamenti umani senza l’invenzione dell’economia capitalista e senza sapere cosa fosse una rendita fondiaria o immobiliare. Fino alla nascita dell’epoca moderna, le città si costruivano per favorire una vita sicura, stimolavano l’incontro, lo sviluppo di conoscenze e lo scambio delle merci, poi cominciarono a fortificarsi assicurando una difesa più efficace. Esistevano gerarchie di classe, un centro ben organizzato e collegamenti con le altre città. Chi aveva la conoscenza e la capacità di costruire, dissodare terreni, coltivare e allevare bestiame era ben accolto nelle città, cioè conoscenze e capacità erano stimate. Le città erano espressione dell’economia reale, condizionate dai limiti dei luoghi cioè della natura, e subordinate alle capacità politiche. Per secoli le città sono state vere e proprie comunità, dove si riconosceva il valore delle attività umane poiché necessarie alla sopravvivenza della comunità stessa. La moneta non era ricchezza ma strumento di misura.

L’inizio della fine del senso di comunità comincia con l’invenzione della proprietà privata e delle banche, e poi l’invenzione dello Stato moderno. I concetti di tassa e gestione amministrativa furono un’invenzione giuridica per sostenere i costi delle guerre da scaricare sulla collettività; se in una prima fase si inventò la tassa sul reddito pretesa dal sovrano in maniera violenta e coercitiva, poi in una seconda fase l’invenzione della tassa stabilita per legge regolarizzava una consuetudine violenta. Furono i liberali a inventare lo stato moderno istituzionalizzando le tasse da utilizzare, non più solo per l’esercito, ma per costruire le infrastrutture necessarie a stimolare i profitti delle imprese private. Nell’Ottocento, quando nasce la scienza dell’urbanistica si apre il conflitto culturale. Gli utopisti socialisti inventano la pianificazione come disciplina per rimediare agli enormi errori delle politiche liberali, dalle disuguaglianze crescenti ai danni sanitari e ambientali.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità.

La borghesia e le classi dirigenti utilizzarono le innovazioni dei socialisti per pianificare meglio i propri interessi e inventarono la rendita per accumulare capitali, proprio attraverso la pianificazione urbanistica. Durante il Novecento in Italia, l’ideologia liberale ebbe maggiore successo poiché la cosiddetta speculazione edilizia divenne persino metodo o consuetudine per far crescere le città e accumulare capitale nelle mani delle classi dirigenti locali (rendite di posizione). La rendita è l’effetto di una concezione prevaricatrice e usurpatrice circa il governo del territorio, è la furbizia dei pochi contro i molti, dei forti economicamente contro la collettività, è l’attuazione dell’idea liberale del laissez faire che ha formato il pensiero di tutta la classe dirigente occidentale. L’economia liberale inventò la cosiddetta zonizzazione, cioè il razzismo economico che sceglie per se dove localizzare le proprie attività, la propria casa, i propri interessi ed espellere i poveri dai luoghi scelti dall’élite locale.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. Il problema che limita la corretta pianificazione è abbastanza noto. Negli anni ’60, i liberali che sostenevano la maggioranza politica della Democrazia Cristiana decisero di stralciare la proposta della “pubblicizzazione dei suoli”, fra l’altro presentata da un Ministro democristiano come Fiorentino Sullo. Nel resto d’Europa, già da molti decenni si applicava uno strumento giuridico abbastanza noto che evitava, ed evita la possibilità di speculare quando si pianifica un territorio. Il tema generale è chiamato regime giuridico dei suoli. Il legislatore italiano, se avesse la volontà politica di farlo, può unire il diritto di superficie con la pubblicizzazione dei suoli alla bioeconomia, per stimolare la nascita di un nuovo processo economico necessario per rigenerare il patrimonio esistente ma senza speculare e per limitare drasticamente il consumo di suolo. E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio? Si può fare domani mattina, ricordandosi che l’urbanistica non è stata inventata per fare profitto ma per risolvere problemi. Si può fare restituendo sovranità allo Stato e il ruolo di controllore e coordinatore, con la capacità di spendere con i limiti della bioeconomia; intervenire per favorire l’interesse generale, e cambiando le regole che valutano piani e progetti, dando prevalenza all’utilità sociale e ambientale piuttosto che al ritorno economico degli investitori privati.

Il disordine urbano, il degrado e le speculazioni non sono figli dell’urbanistica ma di una cultura politica molto nota: è il liberalismo capitalista. Per decenni i piani regolatori generali delle città sono stati pensati per assecondare la crescita della produttività delle imprese private anche quando i piani possedevano caratteristiche di un uso razionale del territorio con densità e spazi più adeguati. In Europa e in Italia, l’epoca della crescita è finita da molto tempo poiché il capitalismo che serve solo se stesso ha scelto altri luoghi dove localizzarsi, tutto ciò mentre le classi dirigenti totalmente impreparate continuavano ad adottare piani obsoleti. Le conseguenze di questa condotta politica sono state: l’aumento delle diseguaglianze economiche, la negazione del diritto alla casa ai ceti meno abbienti, la costruzione di città-regioni e l’aumento del consumo suolo, l’abbandono delle periferie e il degrado sociale, l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione dei servizi sociali e la carenza di standard minimi nei centri urbani consolidati. Le politiche urbane neoliberali sono state un disastro totale, mentre l’attuale classe dirigente è incapace di ripensare i paradigmi culturali della società per suggerire un nuovo modello che può nascere dalla bioeconomia, e dal recupero di alcuni valori descritti dagli utopisti socialisti dell’Ottocento.

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Neighborhood unit (cellula urbana).

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I cambiamenti sociali dettati dal capitale, dalla diseducazione e dagli strumenti di comunicazione di massa hanno influenzato gli stili di vita e quindi l’economia, trasformando radicalmente i nostri territori urbani. Circa 26 città, tutte le principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …) sono in contrazione, cioè hanno perso abitanti trasferiti nei comuni viciniori. La motivazione principale è da ricercarsi nel capitalismo, nel senso più ampio del termine, rendita immobiliare e deindustrializzazione, ma secondo lo scrivente c’è anche una ragione poco indagata: l’assenza di un governo etico del territorio.

Da un punto di vista socio economico, i ceti meno abbienti sono stati espulsi da politiche urbane capitaliste attraverso un lento ma efficace sistema di mercato che ha costretto le famiglie a trasferirsi, poiché non riuscendo a sostenere i prezzi richiesti dal mercato stesso. Governi e Parlamento, ormai da decenni, sia rinunciando alla sovranità monetaria e sia rinunciando al proprio ruolo hanno scelto di uscire dal mercato delle politiche urbane per favorire un ruolo attivo dei privati applicando la religione dell’economia neoclassica: credere di poter mantenere e realizzare servizi pubblici facendo pagare i costi al mercato. Tale dogma ha l’idea malsana di chi confonde concetti che sono distinti: il valore, il prezzo e il costo, e di chi confonde concetti come beni e merci. Un bene è qualcosa che ha valore in se, non è detto che debba essere comprato o venduto (merce). Due o più edifici possono scambiarsi energia auto prodotta attraverso un mix tecnologico sfruttando fonti alternative (un bene), e possono farlo senza apporre un prezzo (merce).

Dal punto di vista ambientale, il territorio, nostra fonte di vita (un bene), è stato letteralmente distrutto poiché mercificato, occupato dal cemento e da grandi infrastrutture per favorire la mobilità privata e il profitto dei privati, rappresentato da centri commerciali ed edilizia privata. Gli abitanti sono stati costretti a consumare di più poiché devono spostarsi percorrendo molti più chilometri, e così si forma la cosiddetta “città regione”, secondo l’Istat individuata all’interno del cosiddetto “sistema locale”.

La religione capitalista trasforma la città da “luogo sociale” in “spazio merce“, e i “cittadini” si trasformano in “consumatori. Questo processo avviene con la psico programmazione: prima a scuola, poi nelle università ed oggi anche attraverso i social media. E di conseguenza le classi dirigenti sono automi addomesticati dal pensiero unico dominante che esprime il nichilismo in piani urbanistici caratterizzati dalla prevalenza degli interessi privati particolari, come sommatoria e sintesi di progetti costruiti sulla rendita e la speculazione edilizia. Tutto ciò è contro i principi della Costituzione e persino contro la legge urbanistica nazionale che lega la pianificazione al corretto uso del territorio e all’interesse generale, ma la condotta e le scelte politiche dei neoliberali può avere successo poiché è la Costituzione stessa che costruisce i rapporti forgiati nel mercato, anche grazie a leggi ad hoc che hanno l’obiettivo della commercializzazione delle aree trasformate (Società a Trasformazione Urbana).

E’ la contraddizione culturale e politica dell’epoca chiamata antropocene, quella di dichiarare di voler coniugare socialismo e capitalismo, ma ha prevalso quest’ultimo mettendo a rischio l’esistenza della specie umana, e solo per sostenere la stupidità e l’avidità di una piccola casta di famiglie, chiamata élite. Ritroviamo tutto nel pensiero economico occidentale, costruito da Adam Smith e Karl Marx. E’ evidente che la globalizzazione liberale poggia sui pilastri di Smith, ma ciò che bisogna ammettere, è che dobbiamo uscire da quest’epoca se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Possiamo partire proprio dai sistemi locali pensati come luoghi urbani metabolici. Partendo dalla bioeconomia possiamo individuare obiettivi di sostenibilità e adottare criteri e indicatori per misurare flussi di energia in entrata e in uscita. Si tratta di fare l’opposto di quello fatto finora e quindi pianificare i sistemi locali per tutelare le risorse finite, trattando il territorio come un bene e non più come una merce. Anziché sfruttare la rendita per favorire i privati, è necessario che lo Stato, attraverso i propri Comuni adotti un’agenda urbana per stimolare la nascita di piani di recupero dell’esistente e di riqualificazione urbana.

Fino ad oggi Governi e Parlamenti succedutisi, entrando nel sistema euro, si sono castrati, facendo danno ai propri cittadini, pertanto è necessario che la classe politica esca dalla stupidità di un sistema dannoso per abbracciare la teoria endogena della moneta finanziando direttamente interventi bioeconomici: prevenzione del rischio idrogeologico, prevenzione del rischio sismico, conservazione dei centri storici e rigenerazione urbana delle periferie. Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Nel corso degli ultimi decenni la religione capitalista ha trasferito ricchezza prelevando anche dal risparmio delle masse di famiglie, e indirizzandola verso l’élite (banche, grandi imprese), tutto ciò mentre la classe politica, ascoltando i consigli dei neoliberali, ha introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico, di fatto privatizzando il processo decisionale della politica (assenza di trasparenza), ha favorito e sostenuto le rendite di posizione, ha favorito le delocalizzazione industriali, ha favorito le speculazioni urbanistiche, ha aumentato la pressione fiscale ai salariati e ai liberi professionisti, ha ridotto progressivamente il potere d’acquisto degli stipendi salariati, e così tutto ciò ha prodotto una società peggiore di quella precedente, togliendo opportunità di vita alle attuali generazioni rispetto a quelle precedenti (anni ’60 e ’70). La psico programmazione mediatica spinge le famiglie a spendere il proprio salario per merci superflue. Se fossimo amministrati da una classe politica civile e responsabile, Governi e Parlamento, adotterebbe un’agenda urbana per prevenire i danni, che logicamente dobbiamo attenderci per il naturale ciclo vita degli ambienti costruiti. La maggioranza delle famiglie italiane non ha la capacità economica per affrontare i costi delle rigenerazioni necessarie che rappresentano un bene e non merci. Grazie a questa fragilità economica i liberali ricattano le comunità, ma al mercato non interessa promuovere rigenerazioni urbane bioeconomiche; anzi sta programmando e realizzando rigenerazioni per espellere altri ceti meno abbienti dai centri urbani e per conquistare spazi di mercato, cioè per conquistare merci. E’ questo il concetto che sta dietro il nichilismo urbano dettato dalla religione capitalista: tutto è merce; il territorio è merce, le superfici da costruire sono merce, le trasformazioni urbane sono merce, le persone sono merce.

Un piano regolatore generale bioeconomico è costruito su altri presupposti: analisi urbana e morfologica dell’esistente, conservazione, ecologia urbana, efficienza energetica, partecipazione attiva ma suggerendo le trasformazioni possibili, considerando ovviamente i principi della legge urbanista nazionale e gli standard, ma soprattutto i bisogni reali delle persone (non i capricci) e non il tornaconto degli investitori privati. Con questo approccio è possibile pianificare i sistemi locali, attraverso piani intercomunali ed è necessario farlo per eliminare gli sprechi che si consumano in questi territori.

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Il 30 maggio 2016 i Governi europei si incontreranno ad Amsterdam per discutere di Agenda urbana rispetto alle proposte suggerite dall’attuale semestre europeo guidato dai Paesi Bassi che risveglia le politiche urbane. Gli assi tematici suggeriti sono quattro: qualità dell’aria, housing, povertà, integrazione di rifugiati e migranti. Finora si sono ispirati alle esperienze olandesi e londinesi (finanza alternativa, co-design delle politiche pubbliche, imprenditoria sociale, economia circolare, community building).

Com’è noto il diritto urbanistico olandese e anglosassone sono profondamente diversi da quello italiano; nel nostro paese proprietà privata, rendita e abusivismo hanno guidato le scelte del governo del territorio, mentre in Olanda e altrove lo Stato ha pianificato concedendo l’uso del diritto di superficie, ed oggi proprio l’Olanda sperimenta nuovi modelli insediativi. Nel secolo scorso Inghilterra, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania hanno sfruttato il ruolo sociale dello Stato per regolare il cosiddetto regime dei suoli detenendo un ruolo di regia pubblica per programmare la costruzione della città (pubblicizzazione dei suoli). In Italia, anche durante il regime fascista, abbiamo sempre favorito gli interessi privati rifiutandoci di usare la prevalenza dell’interesse generale e la concessione del diritto di superficie per pianificare correttamente. In Italia è il mercato (cioè i cittadini acquirenti) che paga i costi della pianificazione piegando il disegno urbano ai capricci e gli interessi privati e di chiunque voglia fare profitto, di fatto contraddicendo il ruolo dell’urbanistica. Nonostante il migliore approccio dei paesi nordici il capitalismo ha creato danni anche in quei paesi favorendo il fenomeno chiamato gentrificazione, ma il disegno urbano è stato condizionato molto meno e di fatto negli ultimi settant’anni la qualità urbana a Londra, Parigi, Berlino, Copenhagen, Amsterdam, Helsinki, Barcellona è cresciuta mentre è peggiorata in Italia. All’inizio del secolo Novecento Ulm, in Germania, acquistò suoli e costruì quartieri e case rivendendole a prezzo di costo, cancellando di fatto il profitto dall’urbanistica. In questo secolo, l’Amministrazione di Parigi acquista appartamenti in centro storico, li ristruttura, e poi li concede a prezzi calmierati ai ceti meno abbienti per contrastare la gentrificazione.

Per non farla lunga, nei decenni passati il nostro legislatore, avendo scelto di favorire gli interessi privati (la bocciatura della riforma proposta dal Ministro Sullo testimonia gli errori del legislatore), ha contribuito a costruire un’espansione delle città realizzata male e peggio, caratterizzata generalmente da una scarsa qualità edilizia, sia essa privata o pubblica, con l’aggravante di non avere una connotazione estetica. Poiché il diktat compositivo del disegno urbano è la rendita, generalmente gli aggregati urbani privati costruiti, a partire dagli anni ’50, non hanno un adeguato rapporto fra spazio pubblico e privato, dagli anni ’70 in poi quelli pubblici hanno indici generalmente migliori. Quando il nostro Paese ha provato a recuperare standard per obbligo di legge (DM 1444/68), solo in alcuni comuni si è riusciti a porre limiti al disordine urbano; in molti altri gli amministratori hanno truccato i piani e gli indici per continuare a favorire gli interessi privati, ed oggi nel nuovo millennio ereditiamo ambienti urbani generalmente privi di una qualità urbana e architettonica, e conseguentemente degradati.

Per capire bene le contraddizioni del processo politico chiamato Agenda urbana, uno dei soggetti che suggerisce le politiche è la lobby politica dell’ANCI, l’associazione dei Sindaci che in questi decenni ha contribuito a consumare inutilmente il suolo agricolo, e pensa di potersi scrivere la propria policy seguendo la logica auto referenziale del consenso, lo fa ignorando appositamente la professionalità dei pianificatori più scomodi e scegliere, solitamente, l’archistar. Se leggiamo i manifesti dei progettisti (INU, eddyburg, SIU, CNAPPC) scopriamo l’acqua calda, e cioè gli esperti che si occupano di risolvere problemi concreti suggeriscono pianificazioni diverse, mentre i politici sono preoccupati di vendere se stessi assecondando le rendite di posizione. Anche determinate associazioni si sono piegate allo spirito del tempo capitalista, ma nei loro dissidi interni si possono leggere i conflitti che aiutano a compiere scelte etiche.

Prima di tutto, dobbiamo comprendere che occuparsi di politiche urbane significa occuparsi della maggioranza degli esseri umani, e questo indica pianificare il futuro delle persone. L’Agenda urbana che si sta costruendo è del tutto immatura rispetto al contesto italiano principalmente perché ha un approccio indicativo con buone intenzioni, e perché non c’è fra i suoi obiettivi la qualità urbana, entrando nel merito della composizione urbana. E’ tipico della cultura anglosassone esprimersi in maniera sintetica e superficiale senza andare al cuore dei problemi, ed è tipico dell’UE dare indicazioni senza un’adeguata copertura finanziaria rendendo vane, persino le semplici raccomandazioni. Com’è noto L’UE non è uno Stato sovrano libero dai ricatti del cosiddetto libero mercato, e tutta l’architettura finanziaria dell’UE è profondamente sbagliata poiché si basa sull’economia del debito favorendo l’usura degli istituti bancari e non gli obiettivi delle singole indicazioni politiche. I criteri economici che determinano il giudizio su piani e progetti sono inadeguati e privilegiano il profitto dei privati. Per capirci meglio la Repubblica italiana aveva la libertà e la sovranità di spendere con finanziamenti diretti mentre l’UE vieta gli aiuti di Stato, un atteggiamento così stupido, quello dell’UE, che favorisce gli interessi privati delle imprese, e annulla il ruolo sociale dello Stato.

Nel nostro paese i problemi delle aree urbane sono enormi ma non impossibili. I rapporti della Società italiana degli urbanisti sono ampi ed entrano nel merito delle questioni in essere, mostrando consapevolezza e proposte per trasformare le città, certo non c’è un’unanimità su tutte le questioni ma il dibattito è vivo. Nella sostanza gli addetti ai lavori sanno dove e come intervenire, ma da circa vent’anni la classe dirigente ha tolto le politiche urbane dalle priorità del legislatore, generando un’inerzia che crea danni al territorio e alle aree urbane. Passi andrebbero compiuti nella giurisprudenza e nell’economia per adeguarle al disegno urbano capace di offrire diritti e uguaglianza. Per entrare nel merito ci vorrebbe ben altro che un’Agenda urbana, ma un serio programma di recupero urbano come fece Patrick Abercrombie, ma soprattutto è necessario partire da un’analisi accurata delle forme insediative, dei tessuti urbani da recuperare, e dei problemi sociali ed economici italiani, che sono molto diversi da quelli dei paesi “centrali”. Ad esempio, se si partisse dal pianificare i sistemi locali con l’approccio di bio regione sarebbe un passo in avanti, mentre in ambito urbano è doveroso favorire la rigenerazione dei tessuti esistenti. Senza esagerare, alcune nostre periferie assomigliano sempre più ai sobborghi del primo periodo industriale, mentre il nostro mezzogiorno andrebbe pianificato sempre seguendo il concetto di bio regione urbana, bonificato da un obsoleto sviluppo industriale, e i centri urbani collegati da linee ferroviarie (La Puglia con la Basilicata e la Campania, la Sicilia e la Sardegna). Altro che semplici raccomandazioni, l’Italia dovrebbe produrre una propria Agenda urbana andando nella corretta direzione immaginata anche dall’ex Ministro Barca per finanziare la cosiddetta coesione sociale e sviluppando programmi coinvolgendo gli abitanti. L’approccio più serio per rigenerare città e territorio è l’analisi della morfologia urbana, e sotto questo aspetto gli urbanisti italiani danno un contributo efficace, in special modo sull’analisi tipologica e sulla conservazione facendo scuola. All’Italia serve investire in settori utili come la prevenzione per tutelare la salute umana, il cibo, l’arte e la cultura. Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

I limiti per trasformare le nostre città sono culturali ed economici, ma per rigenerare seriamente gli ambienti urbani è necessaria la volontà politica, e questa manca. Il merito di parlare di agenda urbana sta nel fatto di stimolare l’apertura di un dibattito pubblico, ma crea anche frustrazioni agli urbanisti italiani poiché all’estero le trasformazioni si pianificano e si eseguono, mentre in Italia la storia ci ha insegnato che la nostra classe dirigente ha sfruttato l’urbanistica per creare consenso e distruggere bellezza. Per cambiare dovremmo “semplicemente” cambiare classe dirigente e stimolare le coscienze addormentate dei cittadini, anche perché, dove la speculazione è stata realizzata, i danni li hanno subiti proprio i cittadini, spesso inconsapevoli delle logiche che creano i piani.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

metabolismo circolare città

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Teorie della pianificazione

Fonte immagine: Maurizio Carta, Teorie della pianificazione, 2003.

Nella letteratura della pianificazione urbanistica e territoriale troviamo le risposte al governo del territorio. La scuola territorialista si ispira ai cosiddetti regionalisti (Mumford, Geddes, Kropotkin) e possiede gli strumenti culturali per suggerire le soluzioni migliori poiché ha sviluppato capacità bioeconomiche per governare correttamente le risorse e offrire nuove opportunità occupazionali utili al percorso di evoluzione.

Anche le istituzioni hanno valorizzato gli strumenti di analisi e di conoscenza del territorio rispetto al concetto di rete cioè di relazioni, e l’idea di sistema locale è senza dubbio corretta per interpretare meglio il territorio degli abitanti, un ulteriore passo va condotto alla scala urbana per suggerire la rigenerazione dei luoghi in chiave bioeconomica. Il concetto di rigenerazione urbana, ormai in voga, va condotto anch’esso nell’alveo della bioeconomia per liberare il disegno urbano dal distruttivo spirito del tempo capitalista, che volge al termine sia perché lascia la vecchia Europa e sia perché sta auto implodendo sulla propria avidità. Estimo e finanza vanno piegati e snaturati conducendoli sul piano dell’etica e dell’ecologia, ed è necessario fare lo stesso per la proprietà privata; in fine bisogna ripristinare il ruolo dominante dello Stato per conseguire uguaglianza e ridistribuzione delle opportunità per gli abitanti. In sostanza è necessario arrestare la rifeudalizzazione della società avviata dalla religione neoliberale e applicare la Costituzione italiana. Lo scopo dell’urbanistica è la tutela dei diritti attraverso un governo del territorio per scopi sociali, e non per fare profitto; e contrariamente a questi valori e principi è noto che il disegno urbano è stato piegato dal capitalismo sfruttando il sistema della rendita per creare profitti senza lavorare e finanziare le trasformazioni urbane rubando diritti ai ceti meno abbienti.

Sappiamo che l’élite finanziaria ha riprodotto il suo modello feudale anche nelle aree urbane, scegliendo per se gli ambiti ove stanziare i propri interessi, le chiamano città globali e li troviamo gli edifici della globalizzazione, i grandi eventi globali e gli immorali servizi offshore (New York, Londra …).

E’ altrettanto noto che dopo secoli di speculazioni il capitalismo ha indirettamente generato i sistemi urbani regionali, e i sistemi locali sono l’occasione per compiere un’efficace riforma istituzionale in termini amministrativi e gestionali poiché sono gli ambiti territoriali ove proporre piani territoriali e urbani bioeconomoci. Si tratta sia di unire i comuni razionalizzandone le funzioni e sia di avviare piani intercomunali auto finanziati da tasse locali e fiscalità generale rispetto ai nuovi ambiti territoriali. Dall’analisi delle aree urbane e dal coinvolgimento degli abitanti emergeranno le soluzioni migliori per riequilibrare il rapporto con la natura, recuperare i centri storici e le periferie, e recuperare standard mancanti.

Ciò che serve ai popoli è uscire dalla psico programmazione della pubblicità e dall’istruzione votata alla competitività, al consumo di merci inutili, alla stupidità collettiva, per fare l’opposto di quello ordinato dall’élite degenerata. Dobbiamo cooperare per tutelare i nostri luoghi e sviluppare modelli economici autarchici e rilocallizzare le produzioni, consumare cibo locale e trasformare i quartieri in ambienti urbani ricchi di bellezza e auto sufficienti energeticamente. La scommessa è con noi stessi per regalarci nuove opportunità di vita riprendendoci spazi di democrazia, uscire dall’idiozia dello spreco, scoprire la bellezza del nostro territorio e difenderlo da noi stessi.

Abbiamo la fortuna di nascere e vivere in uno dei Paesi più ricchi e belli del pianeta ma non lo sappiamo, è questo il nostro problema. Noi siamo il problema e siamo anche la soluzione: sconfiggere la nostra ignoranza funzionale e di ritorno. Pianificando i sistemi locali secondo i principi della bioeconomia potremmo indirizzare le nostre energie mentali nella più grande evoluzione sociale che non riusciamo neanche a sognare, poiché siamo ancora rinchiusi nella gabbia mentale costruita dal capitalismo. Se ripartiamo dalle coordinate principali: chi siamo e dove siamo, troveremo l’evoluzione della specie.

città in contrazione

Città in contrazione, elaborazione Giuseppe Carpentieri.

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