Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘società’

Prima di entrare nel merito, è doveroso ricordare che questa elezione politica è stata una gara elettorale dall’esito scontato, e ampiamente previsto da buona parte degli osservatori; persino il sottoscritto da semplice cittadino aveva previsto che nessuno avrebbe raggiunto una maggioranza assoluta, e che i partiti populisti, avendo imparato dai vecchi partiti a sfruttare l’ignoranza funzionale degli individui avrebbero trovato un’autostrada aperta. Ciò è accaduto grazie alle politiche dei Governi uscenti, che hanno aumentato le disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento. Tutte le forze politiche occidentali, scegliendo il capitalismo neoliberale, sono ampiamente contestate dai cittadini, ed era solo una questione tempo, il fatto che le forze di maggioranza (Forza Italia e PD), prima o poi, sarebbero finite all’opposizione. In Italia, però un politico navigato come Berlusconi, in diminuzione coi consensi, si è presentato in coalizione, sfruttando il linguaggio accattivante della Lega è riuscito a conquistare il maggior numero di seggi insieme agli alleati. Come ho scritto più volte nel mio diario, il grande tema politico contemporaneo è come uscire dal capitalismo, poiché l’attuale globalizzazione neoliberale che ha tolto sovranità agli Stati, potremmo anche dire che li ha eliminati, impedisce ai Governi di promuovere politiche pubbliche socialiste per contrastare le disuguaglianze, e questo soprattutto nell’euro zona. E così esistendo solo il mercato, accade che nei Paesi “centrali” è possibile ridistribuire alcuni servizi a determinati prezzi e costi accessibili a chi può comprare (libero mercato), mentre nei Paesi “periferici” i servizi sono ridotti o persino assenti. Fino ad oggi nessun soggetto politico europeo è stato capace o ha voluto riformare le istituzioni per abbandonare il neoliberismo e avviare politiche socialiste, e tutti i partiti che hanno governato, al rinnovo delle cariche o non sono stati rieletti, oppure sono stati costretti a grandi coalizioni.

Per quanto riguarda l’esito del voto nel meridione d’Italia, ho letto un paio di interpretazioni che non condivido perché sbagliate o addirittura fantasiose. L’interpretazione più sbagliata, è quella del sociologo De Masi, già consulente del M5S, che di professione svolgendo l’analista della società dovrebbe sbagliare meno, ma esprime una lettura del tutto falsa, azzardando paragoni irriverenti fra il M5S e il PCI di Berlinguer. Dimostrare quanto la sua lettura sia falsa è semplice, basta sfogliare l’archivio storico delle elezioni presente sul sito del Ministero dell’Interno, e scoprire che i meridionali scelsero la Democrazia Cristiana come partito di riferimento e non il Partito Comunista. Banalizzare come ha fatto De Masi, il povero votava PCI come oggi il povero vota M5S, è ridicolo. E’ facile osservare che la condizione economica individuale non corrisponde necessariamente alla propria idea politica. Il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è più militante di un partito, e soprattutto le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La DC era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994. L’altra analisi più condivisibile ma non del tutto corretta è quella del popolare giornalista Pino Aprile, poiché crede che noi meridionali, sicuramente stanchi, abbiamo votato scegliendo il M5S in maniera consapevole contro lo status quo. E’ vero che questo voto dei meridionali dice che il PD non li rappresenta più, ma credo sia un azzardo immaginare che il M5S li rappresenti, tant’è, secondo Aprile i meridionali avrebbero votato chiunque pur di cambiare, ammettendo una forte spinta emotiva, di insofferenza, e questo è condivisibile poiché conferma l’irrazionalità della scelta. E così mi chiedo, ma siamo proprio sicuri che i meridionali vogliano cambiare? E cambiare cosa? Quella di Aprile, è una lettura fin troppo generosa nei confronti di noi stessi, e quando gli viene fatto notare della promessa del “reddito di cittadinanza”, egli non crede abbia influito spiegando che non si tratta di un’assistenza universale a tutti, dando una risposta da persona informata e colta. Aprile dà per scontato che tutti gli elettori si siano informati correttamente come ha fatto lui. Il M5S ha agito cinicamente sfruttando la povertà di milioni di italiani, perché per cinque anni di legislatura giocando col termine “reddito di cittadinanza” (non è un reddito di cittadinanza), ha lasciato credere agli italiani poco informati che si potesse accedere ad un aiuto assistenziale. La loro proposta spiegata nel dettaglio in campagna elettorale, coincide coi modelli neoliberisti di workfare, perché in realtà è un “reddito condizionato” alla formazione e al reinserimento lavorativo. Nella nuova DC, alias il M5S, c’è molta confusione poiché il suo fondatore Grillo esprime opinioni opposte a quelle dei suoi ministri ombra (Di Maio, Fioramonti, Tridico), affermando la proposta di “reddito per diritto di nascita”, senza lavorare. Lo stesso calcolo politico l’ha fatto la Lega promettendo la flat tax.

Perché De Masi e Aprile hanno torto? E’ sufficiente scomodare il pensiero di due personaggi scomparsi ma molto autorevoli, per compiere una lettura molto più corretta. Il primo personaggio è Enrico Berlinguer che svolse un’analisi sociale e politica sul voto degli italiani, così accurata che a volte viene citata, ma subito dimenticata quando si vota. Berlinguer ci ricorda che nei luoghi del disagio economico e della marginalità, il voto non è mai libero ma è sempre sotto ricatto, e faceva notare che il voto libero era espresso dagli italiani durante i referendum. L’altro personaggio, è un padre della linguistica italiana, Tullio De Mauro che ha dedicato anni di ricerche e studi sulla cultura degli italiani, e le conseguenze sulla società, compresa la politica. Secondo De Mauro solo un 30% degli italiani è in grado di capire un discorso politico. Secondo lo scrivente, il voto ai partiti populisti era del tutto scontato, ed era stato previsto un pò da tutti; il vero dramma politico è che l’elettorato non compie una scelta consapevole perché conosce la crisi del sistema capitalista, e non coglie le differenze fra neoliberismo e socialismo, oppure l’elettorato non è consapevole dei problemi reali del nostro Paese. Generalizzando, l’elettorato non più militante, a mio modesto parare, sceglie rispetto ai propri interessi soggettivi, e così da alcuni turni elettorali vota contro chi governa solo per insoddisfazione personale. Nelle aree di maggiore disagio economico è normale che gli elettori non votino chi governa.

Leggendo le opinioni di altri osservatori che pubblicano sui network nazionali, circa la lettura di queste elezioni politiche; costoro provano ad associare i dati elettorali con le elezioni amministrative, dandone un’interpretazione di coerenza, cioè ove Lega ed M5S migliorano allora migliora anche il consenso locale. A mio avviso si dimenticano che fra un’elezione politica nazionale e l’elezione di un Sindaco, si mobilitano stimoli ed emozioni molto diverse, tant’è che i dati divergono sia a Roma e sia a Torino. Poiché il M5S non ha una classe dirigente credibile, perde sia nel Lazio ove si conferma il PD e sia in Lombardia, ove si conferma la Lega. La Regione Lombardia nonostante gli scandali, resta nelle mani della classe dirigente uscente, e la Regione Lazio nonostante i suoi problemi di bilancio con la sanità resta a guida PD. In passato, quando un’Amministrazione locale era travolta dagli scandali, accadeva che alla prima occasione elettorale i cittadini sceglievano il M5S, ricordiamo Parma, e Roma.

Sulle elezioni politiche 2018, SWG ha fornito una lettura dei flussi elettorali e indica che il M5S ha aumentato i propri consensi sia dal non voto e sia sottraendone agli altri, soprattutto al PD; e per la Lega è accaduta la stessa cosa, sottraendo voti a Forza Italia. Il PD ha perso voti anche grazie a LeU. Altra analisi interessante è quella di Youtrend circa l’alta volatilità del voto, la terza più alta di sempre al 28%. Ciò a conferma del fatto che sempre di più gli individui votano non per aderenza a valori e ideali dei soggetti politici in gara ma a seconda del momento. Nelle ultime gare elettorali ha prevalso la scelta di punire i partiti che hanno avuto responsabilità di governo.

Adesso, se partiamo dalla semplice considerazione che non esistono più i partiti di massa, e se riconosciamo il fatto che nel mercato politico attuale non riscontriamo valori politici; se riconosciamo un’altra ovvietà, e cioè che non c’è più la partecipazione attiva dei cittadini, allora possiamo ammettere che all’interno della società liquida descritta da Bauman, la maggioranza degli elettori esprime un voto usando la pancia e non la razionalità. Conferma di ciò è l’elezione degli “impresentabili” in diverse circoscrizioni, ciò vale per il PD, per Forza Italia, e altri. Gli individui hanno votato i simboli di partito senza guardare chi avrebbero eletto, il caso clamoroso è anche quello del M5S, non solo per Forza Italia, che in diverse circoscrizioni elegge candidati espulsi dal proprio partito per gli scandali delle finte restituzioni e delle omesse dichiarazioni sulle appartenenze alla massoneria. Buona parte degli individui non esprime un voto di opinione rispetto ai valori del partito, sia perché i soggetti politici non esprimono più valori, e sia perché la pubblicità politica è incentrata tutta sull’offerta di consensi in cambio di qualcosa. La scelta è ben spiegata dalle neuroscienze che dimostrano come funziona la fisiologia del cervello, condizionato dalle emozioni e il circuito dopaminergico. L’attività dell’amigdala (luogo delle emozioni) coinvolge la corteccia orbitofrontale (luogo della riflessione). Se siamo disinformati saremo sicuramente incapaci di scegliere autonomamente, anche se crediamo di scegliere da soli, in realtà  subiremo l’influenza degli altri che decideranno al posto nostro; se poi abbiamo carenze cognitive poiché ignoranti funzionali, sicuramente chiederemo ad altri chi votare. Solo le persone istruite e informate, ma capaci di controllare anche le proprie emozioni (avere un equilibrio fra amigdala e corteccia orbitofrontale) riescono a compiere scelte migliori. Ho scritto più volte, a mio modesto parere, che il capitalismo sta rifeudalizzando la società poiché fra gli individui prevalgono rapporto mercantili e di vassallaggio per controllare le istituzioni e gestire il potere. Scomodiamo ancora una volta personaggi storici che possono insegnarci a leggere ciò che sta accadendo. Prima di tutto Platone riteneva che il metodo democratico utilizzato da persone incapaci di comprendere, avrebbe favorito scelte ingiuste, e usava il mito della caverna per ricordare che solo un uomo libero (colto) era in grado di dialogare con altri uomini liberi, capaci di decidere. Detto ciò, una buona democrazia è fondata sul merito e sulle capacità delle persone, e Tocqueville ricordava il rischio della massificazione della società, cioè la spersonalizzazione che conduce alla tirannide della maggioranza. Se osserviamo i comportamenti degli individui nell’attuale società capitalista ove tutto è merce, abbiamo il ragionevole dubbio di vivere in una società immatura ove ha prevalso l’ethos infantilistico anche nelle istituzioni politiche.

Ricordiamo che diversi fattori ambientali hanno influenzato le scelte elettorali: la recessione e le disuguaglianze che generano rabbia e frustrazioni, le politiche sbagliate dei Governi, le promesse di una flat tax e di un “reddito di cittadinanza”. La speranza di una riduzione delle tasse e di un reddito minimo, hanno influito sulle scelte degli elettori molto più di quanto potremmo immaginare, tant’è che Lega e M5S hanno avuto i migliori risultati elettorali. Tornando al voto dei meridionali, è chiaro che la disperazione li ha spinti a cambiare la scelta. Altri osservatori e persino dei comici nazionali, si sono accorti che in realtà l’attuale M5S è un partito politico che ricorda molto la vecchia Democrazia Cristiana. Ricorda la DC costituita da più correnti politiche capaci di attrarre consensi sia da Confindustria, sia dai cattolici, sia dai liberali e sia dalla sinistra. La campagna elettorale del M5S ricorda moltissimo quelle della vecchia DC, per l’ambiguità e le giravolte di opinione su diversi temi politici, sull’euro, sull’emigrazione, sullo ius soli, sul reddito di cittadinanza, sulle tasse. Anche le scelte strategiche sono finalizzate ad aumentare i propri consensi e raggiungere il potere. Cosa ne farà adesso di tutto il potere che ha conquistato, basta solo attendere. Concludendo, per riconoscere che il M5S non abbia nulla di sinistra, è sufficiente aver letto e compreso un libro pubblicato nel 1859, Per la critica dell’economia politica. Allora si scopre che il M5S è un partito di centro, liberale e neoliberale, in continuità col PD e con Forza Italia, chiedete a Confindustria.

Il signor Di Maio, capo politico del primo partito italiano, come primo discorso pubblico, dopo il primato elettorale preferisce ripetere l’enfasi della terminologia demagogica della propria propaganda elettorale, e afferma che non esistono più ideologie di destra o di sinistra, e per questo ci troviamo in una fase nuova, promettendo di risolvere i vecchi problemi italiani. E’ un linguaggio selezionato che usa in maniera spregiudicata senza capirne il senso, ma poiché è stato invitato a governare questo Paese, presto dovrà dimostrare coi fatti se resta nel neoliberismo (a destra) oppure avrà il coraggio di cambiare le cose avviando politiche socialiste. Lo saprà Di Maio che il reddito di cittadinanza fu inventato dai liberisti? Cioè dalla destra?
Annunci

Read Full Post »

Nel contesto sociale decadente in cui viviamo, è d’obbligo essere ottimisti se intendiamo alzarci al mattino e vivere in maniera serena. Detto ciò non dobbiamo cadere nelle facili illusioni o farci abbindolare dagli imbonitori. Possiamo contrastare le illusioni ingannevoli solo con una coscienza sveglia e con la curiosità da saziare con la cultura. La recessione che stiamo subendo grazie all’inconsistenza di una classe dirigente e la nostra ignoranza funzionale ha reso le comunità meridionali ancora più fragili. Buona parte del Nord Italia non si è neanche accorta della recessione, e continua a trarre vantaggi economici e sociali dalla disparità geografica, costruita a partire dalla guerra di annessione. La maggior parte delle agglomerazioni industriali sono allocate al Nord – è una volontà politica storica – e le merci sono acquistate dal Sud. Il numero di famiglie fragili è decisamente aumentato nel mezzogiorno, ed è aumentato il numero di famiglie in povertà relativa che corrono il rischio di ricadere nella soglia di povertà assoluta individuata dall’ISTAT. Di fronte a questa catastrofe sociale i nostri Governi non hanno fatto assolutamente niente, così come le classi dirigenti locali. L’aspetto più drammatico è che non esiste un soggetto politico autorevole, libero, e capace di immaginare un piano industriale per uscire dalla recessione, per stimolare e creare occasioni di lavoro aggiustando i danni causati dal capitalismo. Al dramma culturale e politico si aggiunge quello delle associazioni di impresa, poiché neanche Confindustria ha la capacità di promuovere una politica industriale nazionale visto che sfrutta la delocalizzazione neoliberale. Le ragioni dovrebbero essere ovvie, osservando gli interessi economici delle imprese, esse accumulano capitali riducendo i costi (salari e tasse) e suggerendo le scelte a Parlamenti e Governi, che adottano leggi e regole neoliberali sulle zone economiche speciali e sull’immorale mondo off-shore per non pagare le tasse. Quando si fa una scelta di campo molto precisa, come ha fatto la classe dirigente occidentale a favore della religione capitalista, allora si cancellano anche le identità dei popoli, e l’agire degli individui si orienta all’avidità, lasciando spazio al nichilismo che inebria le persone trasformandole in individui, in merce.

Quando un popolo smarrisce se stesso delega la conduzione delle istituzioni a individui altrettanto nichilisti e corrotti. Le istituzioni politiche esprimono i capricci dello spirito del tempo: il capitalismo, che oggi orienta le scelte globali di tutto il pianeta. Il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale sia povera e che viva in condizioni di degrado e disagio, è solo la conseguenza della religione capitalista che si nutre del sottosviluppo forzato di alcune comunità da sfruttare (risorse, aree periferiche).

Da sempre le tecnologie hanno modificato la società e l’uso delle risorse. Il vero paradosso è che la nostra società millanta di essere democratica quando nella realtà è divenuta neofeudale, ove i rapporti sono prevalentemente neomercantili e di vassallaggio, innescando un aumento immorale di diseguaglianze sociali ed economiche. La contraddizione è che di fronte a una società feudale, i cittadini potrebbero utilizzare le tecnologie per ribaltare lo status quo ma non lo fanno. La struttura sociale gerarchica neofeudale è evidente: l’élite finanziaria (banchieri, manager e taluni imprenditori) accumula ingenti capitali senza lavorare e sfruttando la schiavitù, mentre usurpa le risorse limitate del pianeta. Osservando l’aumento della concentrazione della popolazione nelle aree urbane e valutando le tecnologie a disposizione, le comunità potrebbero ridurre e persino annullare la dipendenza dal sistema globale neoliberale orientato dall’élite degenerata, ma non lo fanno. Ignoranza funzionale delle masse e l’assenza di una coscienza di classe sono due fattori che favoriscono lo status quo, e per invertire la tendenza decadente sono necessarie risorse umane e culturali specializzate ma sostenute economicamente. Per favorire la nascita di una società più civile, ci vogliono due condizioni: un sostegno economico costante nel tempo e un gruppo di cittadini preparati, cioè culturalmente formati e capaci di aggregare talenti, per favorire un cambiamento virtuoso nel proprio ambito locale. E’ difficile che si trovino queste due condizioni insieme, poiché spesso mancano stimoli e interessi sinceramente democratici, che favoriscono i meritevoli e capaci. La politica richiede virtù come altruismo, impegno e sacrificio costanti nel tempo, mentre una società individualità e nichilista non è capace di ripristinare la democrazia. La speranza è che le persone risveglino una coscienza umana per investire risorse nel dialogo democratico finalizzato a cambiare la società attuale.

Da alcuni decenni i robot, sostituendo l’uomo, costituiscono le fasi di trasformazione, assemblaggio e produzione delle merci. Oggi l’evoluzione robotica e l’intelligenza artificiale consentono ai manager delle multinazionali di controllare i sistemi produttivi e sostituire l’uomo in ogni attività lavorativa (eliminando altri costi come i salari) non solo manuale, ma anche intellettuale. Stiamo vivendo l’epoca ove la tecnica avvia il processo di sostituzione dell’uomo in ogni attività, e di fronte a ciò non esiste un soggetto politico che si ponga dubbi, limiti e cambiamenti per favorire lo sviluppo umano risolvendo le disuguaglianze crescenti anziché inseguire l’avidità dell’élite degenerata. Probabilmente ancora non ce ne siamo accorti ma col trascorre del tempo e con l’aumento dell’astensione durante le gare elettorali, le istituzioni politiche hanno perso il loro significato democratico rappresentativo, sia nella forma e sia nella sostanza, in quanto le decisioni sono spesso a sostegno del capitale e non della felicità dell’essere umano. Il capitalismo ha già eliminato la democrazia, ma fingiamo che non sia vero cadendo in una società illusoria, una finzione. Di fatto l’innovazione tecnologica e la religione capitalista, entrambe invenzione dell’uomo, hanno cancellato la politica e l’umanità stessa. Sembra che i presagi dei romanzi di Isaac Asimov e dei film come Terminator e Matrix, ove le macchine controllano l’umanità, rappresentino il presente di oggi. Ciò è riscontrabile persino nel mondo finanziario visto che gli algoritmi matematici orientano le sorti delle borse telematiche, e le loro scelte condizionano le sorti dei popoli, a vantaggio delle scommesse e dei giocatori.

Tutto ciò, ovviamente, non ha alcun senso visto che la vita sul nostro Pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso delle risorse, ma nonostante questa osservazione banale, la nostra classe dirigente esegue ordini dalla religione capitalista, convinta che non esista un piano ideologico migliore. E’ una credenza espressione di opportunismo e convenienza, poiché nello status quo c’è chi ha potere e sta meglio rispetto agli altri, che sono sfruttati e tenuti in ignoranza e povertà.

I media nostrani si limitano a riportare le idiozie rilasciate dalla classe dirigente decadente, ma dovrebbero discutere di fine e uscita dal capitalismo per programmare la prosperità per tutti i popoli. Per uscire dall’epoca della stupidità è necessario stimolare la saggezza ma soprattutto risvegliare la coscienza umana per tornare a essere liberi di creare bellezza e armonia, e fermare il nostro declino.

creative-commons

Read Full Post »

Report, il 27 novembre 2017, dedica una puntata sul tema dell’Unione europea. Nella prima parte, Giorgio Mottola mostra gli sprechi dell’Unione europea (lo spreco delle tre sedi e il bilancio fuori controllo), poi Paolo Mondani racconta come gli interessi dei tedeschi prevalgono su quelli altrui (la non ridistribuzione del surplus commerciale in violazione delle regole europee, e la corruzione aggravata in Mercedes), mentre nella seconda parte di Michele Buono mostra una visione utopica di come potrebbe essere l’Unione. Il famigerato surplus tedesco è generato a danno degli altri Paesi: “le merci tedesche vendono di più grazie ai nostri bassi salari e a una valuta debolefu la Germania a volere l’Italia nell’euro nonostante che non avesse i conti a posto per indebolire la moneta e consentire alle proprie esportazioni di volare” (Heiner Flassbeck, ex viceministro finanze Germania). La simulazione proposta da Buono si può condividere o meno, a seconda delle proprie idee politiche, ma trovo poco credibile una narrazione buonista di un’Unione fatta sul modello federale americano, lasciando intendere che i problemi dell’attuale UE siano solo il frutto di un errore quando la storia è molto diversa. Sul pianeta del capitalismo neoliberale credo sia un errore di ingenuità raccontare che se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa staremmo tutti meglio, perché? Perché le disuguaglianze non dipendono dal sistema istituzionale ma dalla religione capitalista che ha creato una “società” a sua immagine. Negli USA, preso come modello, le disuguaglianze sociali ed economiche ci sono sempre state, e oggi sono in aumento, nonostante essi abbiano un sistema politico più efficiente rispetto all’instabilità del capitalismo. La società americana è fra le più controverse e contraddittorie al mondo, hanno una corruzione endemica poiché i partiti sono finanziati dai privati, usano una parte importante del proprio budget promuovendo guerre nel mondo, e infine gli americani non hanno il diritto alla salute come in Italia. Prima di tutto, la storia è dietro di noi e non si cancella, l’Europa è stata occupata militarmente dagli USA e il progetto politico degli Stati Uniti d’Europa fu un’idea del patto atlantico per allargare la NATO e fronteggiare il comunismo. Oggi che tutto il mondo è capitalista, il ruolo dell’UE è cambiato trasformandosi in un’area geografica neoliberale per favorire l’interesse delle imprese private. E’ un errore dimenticare la storia lasciando intendere che sia stato un percorso di auto determinazione dei popoli europei, poiché è vero il contrario. Infine, questa UE è stata progettata proprio così come la vediamo, i politici europei accettarono di creare aree geografiche “centrali” e “periferiche” con lo scopo di far pagare il costo dell’Unione a determinati territori rispetto ad altri. Le disuguaglianze economiche che oggi osserviamo non sono state un errore di calcolo politico ma un percorso molto lungo, e ampiamente concertato durante gli anni.

La narrazione di Report entra nel dibattito politico a sostegno del progetto europeo con una visione capitalista, omettendo il fatto che sul nostro pianeta è proprio la religione capitalista occidentale a creare disuguaglianze sociali, economiche e distruzione degli ecosistemi naturali. E’ noto che il capitalismo crea sottosviluppo, e oggi i sacerdoti di questa religione sostengono se stessi, i propri interessi e lo fanno tenendo in schiavitù più della metà della popolazione mondiale, mentre un’élite degenerata dell’1% orienta le politiche globali e controlla buona parte della ricchezza. Un’altra enorme contraddizione che dipende dalle nostre istituzioni politiche è questa: l’Italia è il secondo finanziatore netto dell’UE ma non utilizza i fondi europei, tant’è che è l’ultimo Paese per uso dei fondi europei.

Nel 2015, Yann Arthus-Bertrand realizza il documentario più straordinario mai realizzato prima sulla specie umana, Human, intervistando persone di tutto il mondo. Il documentario è diviso in tre parti, e mostra con naturale immediatezza problemi e virtù di noi esseri umani, rinchiusi e schiacciati dalla religione capitalista che diffonde infelicità, violenza e distruzione, mentre noi umani necessitiamo di amore e conoscenza per vivere in armonia col pianeta e noi stessi. Nel 2009 Arthus-Bertrand realizzò Home mostrando con grande efficacia la distruzione del pianeta ad opera delle multinazionali che per mero profitto usurpano i beni comuni.

Se da un lato Report realizza inchieste interessanti, dall’altro le analisi e le soluzioni siedono ancora sul piano ideologico sbagliato di un’epoca decadente e fuorviante, mentre la narrazione di Arthus-Bertrand, pur non suggerendo soluzioni dirette, mostra con estrema profondità e precisione quali sono i nostri problemi, e quindi indirettamente lascia intuire che la soluzione è nell’uscita dal capitalismo, se vogliamo cominciare a vivere come esseri umani.

Read Full Post »

Daniel-Garcia-Art-Illustration-Values-Youth-Old-Rich-Poor--424x600

Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

creative-commons

 

 

bes-2016-indici-composti

ISTAT, Rapporto BES 2016.

Read Full Post »

Daniel-Garcia-Art-Illustration-Panama-Papers-Tax-Evasion-Offshores-Corruption-Money-Laundry-Putin-Messi

Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensatoi, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

Read Full Post »

Con un solo termine riusciamo a raggruppare tutti i politicanti, ed è “demagogo” che nell’etimologia della parola descrive egregiamente i capi dei nostri partiti. Tutti i personaggi politici fomentano e lusingano le passioni dei cittadini come strumento di consenso elettorale per raggiungere il potere. Una volta raggiunto il potere la demagogia è il linguaggio per conservare lo stesso al fine di controllare le masse, e garantire continuità economica alle imprese private più influenti e più potenti. E’ difficile trovare personaggi politici che non abbiano sfruttato l’ignoranza funzionale degli individui. La nostra ignoranza è la malattia sociale dell’epoca decadente e costituisce la radice del potere autoreferenziale, che trascura le diseguaglianze sociali ed economiche e si alimenta di razzismo economico chiamato capitalismo. La demagogia è utilizzata come linguaggio efficace ma è l’ignoranza funzionale la condizione di base della regressione collettiva, che ha rifeudalizzato la società e nutre la spoliticizzazione delle masse, rendendole sempre più fragili. Conseguenza della regressione culturale sono l’egoismo e l’invidia sociale che fanno parte del corto circuito dell’inciviltà, ove l’individuo, ormai isolato, è in competizione contro tutti gli altri. I dati sull’ignoranza funzionale ci dicono che sempre più persone non sono in grado di capire un discorso politico, e questo favorisce l’inciviltà e lo status quo. In questo contesto di regressione, l’élite ha saputo utilizzare il capitalismo per aumentare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. I politicanti presenti nelle istituzioni pubbliche, ovviamente, rispecchiano l’ignoranza dei popoli. Le organizzazioni politiche sono, ovviamente, frequentate da persone altrettanto incapaci e poco preparate, ma sono facilmente manovrate da una ristretta élite di persone con elevata preparazione culturale ma autoreferenziale. E’ questa ristretta élite che detiene il reale potere e utilizza gli strumenti del capitale (media, banche e risorse) per favorire se stessa e isolare le masse sempre più povere poiché private della capacità di fare analisi e auto analisi, e vivono nella frustrazione di non riuscire a migliorare la società. Buona parte di questa élite la ritroviamo nello schema classico dei pensatoi (think tank) che hanno sostituito i partiti. Tutto secondo l’approccio liberale che nasce nel mondo anglosassone e che oggi è ampiamente diffuso anche in Italia. Openpolis pubblica un piccolo dossier – Cogito ergo sum 2017 – che illustra il numero dei think tank, mentre è più difficile entrare nel merito politico studiando le proposte politiche ed etichettarle per la loro reale natura e cioè come liberali, neoliberali o eventualmente socialiste.

Secondo lo scrivente, in Italia questo problema politico e sociale assume aspetti più drammatici, poiché i ceti più poveri e isolati, coinvolti dall’esclusione politica, sono quelli che dovrebbero organizzare un’evoluzione della società, ma sono quelli fra i più contagiati dal nichilismo. Le aree geografiche più sfruttate, e quindi più legittimamente motivate e interessate a cambiare la società, come il Meridione d’Italia, sono nelle mani dello status quo. La parte geografica più ricca, semplicemente, gode delle diseguaglianze e vive sulle regole del sistema capitalista neoliberale. Solo negli ultimi anni, da Napoli e Messina sembra emergere una volontà politica avversa allo status quo, che ambisce ad iscriversi alle cosiddette “città ribelli”.  Le radici culturali per migliorare il nostro mondo si trovano nei valori presentati degli utopisti socialisti dell’Ottocento, ma il mainstrem ha saputo rimuovere chirurgicamente le idee che possono introdurre civiltà e democrazia matura in Italia. Attraverso la regressione, oltre all’identità collettiva è stata rimossa la possibilità di vivere da esseri umani poiché il capitalismo ha trasformato ogni cosa in merce e annullato l’umanità. Il sistema culturale governativo e mediatico ha saputo psico programmare gli italiani al nichilismo, svuotando la società di senso, e favorendo i mediocri come classe dirigente del Paese conducendolo nell’attuale periferia economica e stimolando l’emigrazione delle persone creative. Se a volte abbiamo l’impressione di esser governati da un manipolo di idioti, e che nel Parlamento ci siano dei cialtroni a servizio degli interessi privati (il buco nero del mondo offshore) anziché applicare la Costituzione, forse non siamo lontani dal nichilismo istituzionale, ma la domanda sorge spontanea: cosa abbiamo fatto per impedire tutto questo? Una di queste conseguenze drammatiche è l’assenza di un movimento politico capace di organizzarsi e ribaltare lo status quo.

Se ci fosse un’organizzazione politica matura e consapevole anche in Italia, il punto di partenza dovrebbe essere la formazione permanente degli adulti per affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno, ampiamente diffusa fra la popolazione italiana. La formazione politica, è l’unico modo per favorire una partecipazione politica attiva e responsabile, e per avviare un cambiamento del paradigma culturale della società. La formazione permanente degli adulti costruisce una società migliore stimolando progetti creativi socialmente utili. Indirizzando il proprio risparmio e gli investimenti in progetti bioeconomici di rigenerazione urbana, si consente di migliorare i luoghi urbani dove vive la maggioranza degli italiani. Rimettendo al centro dell’agenda politica le politiche urbane e territoriali e riorganizzando gli Enti locali osservando i sistemi locali, è possibile programmare lo sviluppo umano applicando la Costituzione, cioè tutelando il territorio e costruendo diritti a tutti i cittadini. E’ il modo migliore per praticare la democrazia e la territorializzazione dell’economia che favorisce nuova occupazione utile, e applica l’uso razionale dell’energia. E’ l’unico modo per annullare i cialtroni demagoghi che oggi si nutrono dall’ignoranza funzionale delle masse e impediscono al Paese di diventare un posto migliore, dove le persone vorranno viverci piuttosto che scappare. Dipende da noi stessi, e dalla voglia di vivere insieme in armonia perché non è un concetto astratto, ma dipende dal tipo di essere umano che vogliamo essere.

Read Full Post »

In questo mese il mainstream schiaccia e comprime la dialettica pubblica sull’esito del referendum confermativo. L’oggetto del dibattito rappresentato nella finzione scenica è la contesa del potere. Com’é di consuetudine, i media non rappresentano una discussione seria e di merito circa la necessità di riformare la Costituzione, non mostra l’opinione di giuristi o associazioni di categoria per discutere su visioni politiche e prospettive di miglioramento delle condizioni di vita degli italiani. Com’é consuetudine i media mostrano uno spettacolo indegno sulla contesa del potere per rafforzare l’apatia dei cittadini e il becero qualunquismo tipico dei nichilisti. Gli individui più sono tenuti lontani dalla politica e più si favorisce il consolidamento dell’élite.

I cittadini meno abbienti sopravvivono ai problemi quotidiani arrangiandosi, e sono costretti a farlo per l’assenza di una corretta pianificazione politica che dovrebbe essere tesa ad affrontare le questioni sociali ed economiche, che nel meridione assumono circostanze drammatiche. Nei media assistiamo alla finzione scenica dei politicastri mentre nella vita reale, una parte sempre più ampia di italiani non riesce a condurre un’esistenza tranquilla e serena, a causa delle politiche neoliberali condotte da tutti i Governi, indipendentemente dal colore politico. Questo distacco fra realtà sociale e politici dura da diversi decenni, e in maniera del tutto incomprensibile, le persone, fino ad oggi, non sono riuscite a sostituire la classe dirigente politica attraverso la promozione di un soggetto politico serio, capace, responsabile ed onesto. La nostra società abbisogna di una scuola politica capace di introdurre l’etica nella politica finalizzata a sperimentare processi e percorsi democratici, trasparenti per selezionare i capaci e i meritevoli. Il “paradosso politico” è che se ci fosse una cittadinanza attiva in tal senso, cioè capace di affrontare seriamente i problemi italiani (istruzione, recessione, disoccupazione …) probabilmente si avrebbe un’evoluzione sociale utile a tutelare il nostro patrimonio, il paesaggio e investire in nuove tecnologie creando nuova occupazione utile.

Osservando il fatto che buona parte degli italiani soffre di ignoranza funzionale, dovremmo dedurre che siano verosimili le analisi secondo cui gli italiani abbiano sfruttato il referendum confermativo per esprimere un giudizio politico negativo sul Governo Renzi. Quindi solo indirettamente gli italiani hanno sostenuto le ragioni del Comitato del NO sulla proposta referendaria, che se fosse stata confermata dalla maggioranza dei votanti avrebbe creato problemi e tolto diritti ai cittadini.

Se è vero che l’élite finanziaria bancaria suggerì di sopprimere le costituzioni socialiste, non bisogna dimenticare che il vulnus politico culturale della nostra Costituzione è insito nel vecchio conflitto fra idee liberali e socialiste. Già nell’allora assemblea costituente si consumò il conflitto culturale fra le forze liberali e quelle socialiste e comuniste. L’occupazione degli USA sul territorio italiano fu determinante nel far prevalere le idee liberali, e approvare una Costituzione repubblicana che inseriva l’Italia nella sfera atlantica. La Carta è la sintesi di un compromesso, e gli usi e i costumi della società furono condizionati dall’ideologia capitalista sorta nelle idee illuministe del Settecento e dell’Ottocento. Se oggi viviamo in una società classista, razzista, nichilista e cioè capitalista, che preferisce gli individui culturalmente regrediti alle persone che seguono una condotta morale, è perché la classe dirigente ha scelto la società nichilista piuttosto che l’umanità. La società capitalista dei beceri consumi contro la specie umana in armonia col pianeta. La conseguenza negativa circa la riduzione dei diritti ai cittadini; e l’aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche, è l’effetto della religione liberale sull’umanità. Questa religione ha prodotto leggi per favorire il mercato e il profitto delle imprese private a danno dello Stato sociale, e a danno dei ceti economicamente più deboli (aumento della povertà). Negli ultimi due decenni le Costituzioni sono state sospese per fare spazio al mostro dell’UE a trazione neoliberale, mentre già nel titolo III della Carta circa i rapporti economici (artt. 35-47), le imprese hanno potuto perseguire legittimamente la propria avidità. Di recente poi, il legislatore ha modificato l’articolo 81, per introdurre l’obbligo del pareggio di bilancio secondo gli stupidi dettami della religione liberale professata dai Trattati europei. Oggi le pulsioni liberali reazionarie rappresentate dall’élite finanziaria globale si muovono per rimuovere dalle Costituzioni quel compresso al ribasso per le idee socialiste e comuniste. Alcuni fatti concreti si sono già consumati attraverso diverse circostanze: la cessione della sovranità monetaria (1981 avvio del processo di privatizzazione della Banca d’Italia), la manipolazione dell’opinione pubblica sfruttando le emozioni delle persone circa la corruzione nei partiti, il Parlamento costituito da partiti anti-sistema (Lega Nord, Forza Italia, M5S) per approvare una serie di riforme neoliberali, le privatizzazioni (PdS, Forza Italia) e l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico (DS, Forza Italia), il sistema elettorale maggioritario (PD, Forza Italia) e la distruzione dell’immagine pubblica dello Stato. Nel concreto il concetto di Stato sociale è stato totalmente annientato, privato del potere di emettere moneta per aiutare se stesso e i più poveri; da decenni lo Stato non promuove politiche industriali applicando l’interesse generale. Inoltre, Governi e Parlamenti che si alternano usano la fiscalità generale e le cosiddette leve fiscali (detrazioni, incentivi) per sostenere gli interessi dei privati (banche e multinazionali), ma lo fanno tutti: maggioranze e opposizioni. E’ il trionfo dell’ideologia liberale di Smith (laissez faire) con la conseguente affermazione del sistema sociale feudale. Spesso sono i cittadini a coltivare logiche di vassallaggio e di servitù volontaria.

La Carta andrebbe riformata per ampliare i diritti e sostenere lo scopo sociale delle azioni politiche, che invece sono state del tutto abbandonate, poiché la Costituzione stessa ha favorito lo sviluppo di politiche liberali, liberiste e neoliberiste, basti pensare all’usurpazione del ruolo delle istituzioni pubbliche nel processo decisionale della politica, e alle privatizzazioni attuate nel solco costituzionale, basti pensare alla mercificazione dei suoli e alla privatizzazione del governo del territorio attuate nel solco costituzionale. Mentre la religione liberale deindustrializzava l’Italia e l’Europa, per ricollocarsi nei luoghi senza diritti sindacali, Parlamento e Governo, applicando e interpretando la Costituzione, hanno distrutto il ruolo industriale dell’Italia e l’hanno fatto calpestando i principi, secondo cui invece bisognava fare l’opposto e cioè rimuovere gli ostacoli di ordine economico per sostenere lo sviluppo umano. Ancora oggi, più di prima c’è la necessità di tutelare la salute e l’ambiente. L’accordo a ribasso per i valori socialisti ha favorito l’ideologia liberale, e così senza efficaci strumenti referendari, senza leggi per favorire la partecipazione e attraverso il titolo III, abbiamo coltivato e costruito una società materialista e nichilista, preferendo relazioni mercantili e commerciali fra i cittadini stessi. In questo percorso degenerativo che ha visto prevalere e vincere in tutto l’Occidente la religione liberale, le teorie socialiste sono state comunque sconfitte, poiché fra le due visioni votate alla crescita continua, quella più efficace è stata la teoria economica neoclassica liberale. Entrambe le visioni hanno influito negativamente sullo spirito umano, favorendo una società costruita sull’aumento della produttività, fregandosene del reale sviluppo umano, dell’ambiente e della salute.

Una vera riforma, oltre che rimuovere i conflitti innescati dai Trattati neoliberali dell’UE, è quella di introdurre la felicità e la bioeconomia in Costituzione al fine riequilibrare il rapporto fra uomo e natura. In fine, nell’agire politico delle persone sarebbe auspicabile divulgare ed educare tutti noi ai principi costituzionali sviluppando scelte etiche, poiché se il Paese non funziona, la responsabilità è nostra, del nostro egoismo, della nostra ignoranza e arroganza.

openpolis-poverta-e-occupati

Povertà e disoccupazione, fonte immagine Openpolis, Poveri noi

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: