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Daniel Garcia, valori giovanili vecchi poveri.

Negli anni dell’implosione capitalista che genera una spaventosa recessione, sembra che a nessuno interessa la povertà dei meridionali. Basti osservare che in generale i partiti non hanno politiche industriali, e la povertà del meridione è cinicamente citata come tema ma non esistono seri programmi d’investimenti pubblici. Il ceto politico strumentalizza la povertà dei meridionali senza predisporre proposte concrete. In questi decenni, una guerra economica silenziosa si è consumata sulla pelle dei più poveri d’Europa, insieme ai greci. L’aspetto più cinico è che, mentre il ceto politico italiano aderiva alla religione monetarista liberale e programmava i piani strutturali neoliberisti, ha consapevolmente trasformato l’Italia e soprattutto il meridione in periferia economica dell’Europa. Le famiglie italiane e soprattutto quelle meridionali hanno visto aumentare la povertà assoluta e relativa, rendendo l’istituzione familiare molto fragile e costantemente sotto ricatto. Le gravissime conseguenze sociali della fragilità economica dei meridionali, hanno l’effetto negativo di favorire l’emigrazione dei laureati, hanno diffuso un clima di paura e incertezza del presente e del futuro, che rende difficile persino immaginare una vita serena e prosperosa. Il ceto politico ricatta le famiglie povere utili come bacino elettorale. Ogni anno è l’ISTAT che scatta la fotografia del disagio sociale e delle diseguaglianze, ed è sufficiente leggere i recenti Rapporti annuali (“Crisi e benessere”, 2013; “L’evoluzione dell’economia italiana”, 2014; “Le trasformazioni demografiche e sociali”, 2016; “Le classi sociali e i gruppi sociali”, 2017) per trovare riscontro di una recessione economica che ha innescato profondi processi di disgregazione sociale che non si possono affrontare restando sul piano ideologico sbagliato. La povertà non trova soluzione sul piano ideologico che l’ha creata e favorita, e le forze politiche se ne fregano di ripristinare la sovranità economica in capo alla Repubblica, pur sapendo bene che questo è l’unico modo di garantire una programmazione stabile e duratura finalizzata a sostenere una politica industriale bioeconomica, e aiutare i ceti meno abbienti consentendo loro di riavere una serenità. Al danno creato dall’instabilità del capitalismo e dalla stupidità di una classe dirigente incapace e moralmente corrotta, si aggiunge il danno dell’ignoranza funzionale delle masse. Sono gli stessi cittadini che continuano a dare un consenso elettorale ai propri carnefici.

E’ ormai chiaro che la campagna elettorale per le elezioni del prossimo Parlamento italiano è partita, e che tutti i partiti sfrutteranno, come hanno sempre fatto, i disagi economici degli italiani che nel nostro meridione trovano circostanze drammatiche sconosciute alle comunità nordiche più ricche. L’Italia non è una e sola, non lo è mai stata, e nel corso dei decenni l’economia capitalista ha diviso i territori piuttosto che unirli. La nostra società è sempre più cinica e nichilista, per nulla solidale e i problemi di alcune comunità restano insoluti poiché non sono affrontati seriamente. Prima di tutto il ceto politico e imprenditoriale è costituito ormai da élite borghesi auto referenziali, cioè la società si sta rifeudalizzando poiché indirizza e utilizza le istituzioni politiche secondo il proprio tornaconto su rapporti di vassallaggio. Se osserviamo la geografia umana italiana, possiamo constatare la contraddizione del nostro Paese con l’area geografica padana costituita da un’eccessiva agglomerazione di attività e funzioni con impatto ambientale fra i più importanti al mondo, e il resto d’Italia, dove al Sud si evidenzia una vera desertificazione di attività,  e con aree persino senza infrastrutture essenziali per collegare i centri urbani. Questo disequilibrio è unico in Europa e non trova spiegazioni logiche e razionali.

Com’è noto, le politiche economiche sono la conseguenza di specifiche filosofie politiche. Ciò che ha generato la povertà è il capitalismo liberale e neoliberale, e la scelta consapevole di costruire agglomerazioni di attività industriali efficienti in aree geografiche piuttosto che in altre, solo al Nord e poco al Sud, che ha avuto l’inizio del suo declino dopo la famigerata guerra di annessione. Dal 1860 in poi si smantellò l’industria meridionale per trasferirla nell’area Torino, Milano e Genova. Nel corso dei decenni l’Italia e il meridione sono stati spogliati di determinate attività (informatica, meccatronica, mobilità e varie manifatture leggere) per favorire imprese che sono localizzate negli USA e nel resto d’Europa. Le imprese italiane hanno scelto di accumulare capitali preferendo diverse strade oltre a quelle finanziarie: la rendita urbana che pesa per il 32% del PIL, e la delocalizzazione delle attività nelle zone economiche speciali. In Italia il PIL è costituito principalmente dall’attività di credito, attività immobiliari (rendita), dal commercio, poi servizi, e in fine industria, edilizia, agricoltura, e poca meccatronica. La transizione industriale dal modello fordista al modello flessibile, unito alla deregolamentazione commerciale e finanziaria ha spinto le imprese a delocalizzare le attività nei paesi emergenti (Shanghai, Shenzhen le fabbriche del mondo), mentre la politica di determinate imprese ha scelto di agglomerare la manifattura leggera nei distretti industriali dei paesi centrali, USA e Germania. Il meridione d’Italia, la Grecia, il Portogallo e alcune aree della Spagna e d’Irlanda, sono povere per volontà politica, mentre l’Est è sfruttato come esercito di riserva.

Nell’epoca dell’era urbana e di internet, la società cambia radicalmente. Il nichilismo ormai imperante ha trasformato i rapporti facendoli regredire al mercantilismo più becero, mentre la borghesia capitalista italiana è prevalentemente legata a finanza e rendita immobiliare. Un’economia di privilegi, rendite passive e parassitarie, determina una società poco dinamica e capace di innovarsi, mentre i ceti più deboli e meno istruiti sono sempre più condizionati da relazioni personali materialiste, anche grazie alla diffusione di massa degli smartphone che stimolano i nuovi nativi digitali all’individualismo. Per reagire alla deriva egoista è necessario ridurre lo spazio del mercato per stimolare la reciprocità tipica delle comunità di una volta. Le istituzioni politiche dovranno ripensare gli strumenti finanziari e giuridici che valutano programmi, piani e progetti. E’ necessario cambiare i criteri di valutazione dei programmi inserendo nuovi indicatori (sociali e ambientali), ed è altresì importante cambiare i confini amministrativi dei Comuni, osservando le nuove strutture urbane. Una nuova classe politica, ripristinando la sovranità economica, dovrà finanziare programmi di rigenerazione nelle nuove strutture urbane che si governano adeguatamente cambiando la scala territoriale. Il meridione può affrontare la sua recessione pensando a un’economia bioeconomica. L’approccio territorialista è il modello ideale per tutto il meridione, e con la costruzione delle infrastrutture che mancano da sempre, è possibile cominciare a dare risposte concrete per creare occupazione. Piani regolatori bioeconomici possono costruire i luoghi ove aggregare risorse umane e stimolare la nascita di imprese, dal terziario alla meccatronica. Le istituzioni politiche dovrebbero adottare programmi e piani per rigenerare interi sistemi urbani, ripensando alle agglomerazioni industriali, progettando recuperi dei centri storici, e ristrutturazioni urbanistiche delle zone consolidate pensando all’auto sufficienza energetica. Si tratta di recuperare standard ancora mancati, costruire servizi, e centri culturali finalizzati a stimolare la creatività dei sistemi bioeconomici utili a innescare un meccanismo di filiera virtuosa che crea occupazione.

Il problema culturale e politico che ostacola questa evoluzione è l’assenza di coscienza collettiva sui temi economici e l’assenza di un partito politico, o di una classe dirigente che riconosca come punto centrale della propria azione il ripristino dell’autonomia monetaria ed economica dello Stato democratico, questo vale sia per la Repubblica italiana che per l’Unione europea. In Occidente, ha prevalso la religione liberale e neoliberale che ha saputo psico programmare la classe politica sulla necessità di far credere alle istituzioni politiche che il controllo della moneta o del credito sia una questione indipendente dall’economia (teoria monetarista sull’esogeneità della moneta). In tutto l’Occidente ha prevalso l’ideologia di von Hayek. In Italia, in maniera del tutto incredibile, questa religione neoliberale ha convinto anche i dirigenti dei partiti di tradizione socialista, che hanno volutamente oscurato la critica sociale ed economica di Marx, e persino la teoria di Keynes, che non era affatto un socialista ma riconosceva il ruolo determinante dello Stato nell’affrontare problemi sociali. Oggi, tutti i Governi europei sono guidati da leaders politici liberali, ed anche le opposizioni politiche sono liberali, comprese quelle di tradizione socialista che hanno abdicato alla propria identità. In Italia il partito comunista non esiste più. Solo in anni recentissimi, a causa dei danni sociali innescati dalla recessione, prima in Grecia e poi in Spagna stanno sorgendo partiti che si ispirano al socialismo reale ma anche questi fanno fatica ad ammettere la necessità di ripristinare la sovranità economica. Sulla scena politica si consuma l’imbarazzo generalizzato, di maggioranze e opposizioni, di un’Unione europea palesemente liberista, poiché se ne frega dei problemi sociali delle comunità più deboli, mentre i Paesi centrali continuano ad ammassare surplus economici sfruttando proprio le periferie economiche. In tutto ciò nessuno ha il coraggio di programmare l’uscita del capitalismo e affermare i valori di un socialismo condotto sul piano della bioeconomia, capace di trasformare senza distruggere gli ecosistemi.

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ISTAT, Rapporto BES 2016.

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Daniel Garcia, corruzione e paradisi fiscali.

Una domanda ingenua può svelare la realtà di un ambiente apatico e nichilista che riproduce inciviltà, “se un cittadino volesse fare politica, in quale luogo potrebbe svolgere tale attività altruistica?” La risposta ingenua dovrebbe essere, “nelle sedi dei partiti”. Quando ero ragazzo, nei primi anni ’90, entrai in una di questi sedi, ma la mia passione fu subito contrastata dalla realtà che mostrava l’assenza di democrazia interna e l’assenza di partecipazione vera, sincera, leale e intellettualmente onesta. Non c’era purezza in quel luogo, perché gli uomini – non il partito – erano mossi da interessi personali e non dall’altruismo. Oggi nel secondo decennio del nuovo millennio, l’inciviltà è aumentata perché i luoghi fisici dove poter svolgere assemblee democratiche non esistono più, sostituiti dal nulla, nel senso fisico del termine. Non esistono più organizzazioni sociali capaci di strutturare assemblee democratiche, necessarie per incontrare le persone e discutere civilmente su problemi e soluzioni concrete per migliorare la nostra società. Non esistono i luoghi fisici per sperimentare ed esercitare il dialogo e non esiste una volontà popolare nell’usare il metodo democratico per affrontare i problemi sociali, economici e ambientali delle nostre comunità. Non avere luoghi fisici e democratici per svolgere volontariato, è uno dei modi più efficaci per isolare le persone meritevoli al fine di renderle incapaci di partecipare alla vita politica e di migliorarla.

Esistono e sono rimaste le strutture capaci di gestire il potere e le istituzioni pubbliche. Esistono luoghi che selezionano l’élite e i politicanti, non più politici, utili a controllare i luoghi decisionali e sostenere gli interessi privati delle imprese più forti e influenti. La cultura liberale ha spostato la formazione dei leader politici dai partiti ai cosiddetti pensati, i think tank. La politica e la democrazia, nel senso classico dei termini, sono state trasformate in attività private a servizio di sistemi neofeudali per orientare le risorse degli Stati, e addomesticare le masse regredite allo stato infantile.

L’unico ricordo lasciato dai partiti sono i valori e gli ideali che tutt’oggi sono in grado di raccontare e analizzare la nostra società. I classici della politica sono in grado di aprirci il mondo della conoscenza sociale, da Smith a Marx, e aggiungendo la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen, che smonta matematicamente le teorie neoclassiche, possiamo cogliere un nuovo senso della politica condotta sul piano ecologico. Le discipline storiche, sociologiche, geografiche e scientifiche sono in grado di raccontarci il passato e consegnarci un metodo per interpretare il presente e programmare il futuro. Berlinguer scattò la fotografia ai partiti che stavano auto implodendo e negavano la partecipazione alle persone non addomesticate, per preferire processi privati delle decisioni politiche. Il berlusconismo ha legittimato e istituzionalizzato tali processi rendendo legale la privatizzazione dei processi decisionali. I partiti italiani non formano più classe dirigente; la competenza non è una prerogativa richiesta. I partiti sono sostituiti da movimenti politici non democratici e leaderistici, imitando quelli americani dove la selezione è influenzata da imprese e media.

La recessione economica è frutto della cultura occidentale guidata dalla religione capitalista: il liberalismo, che preferisce soddisfare i capricci del mercato piuttosto che usare razionalmente le risorse limitate dal pianeta. Sin dall’Ottocento e fino all’inizio di questo millennio ha prevalso l’economia liberale, fra una guerra e l’altra, dove si sono alternate guide politiche nazionaliste che sfruttavano il potere per avidità personale. Ci sono state brevi fasi socialiste per risolvere problemi causati dall’industrialismo, e lunghe fasi di crescita liberista che hanno arricchito i pochi a danno dei molti. Oggi ne paghiamo le conseguenze sociali con livelli di diseguaglianze economiche mai viste prima nella storia dell’umanità. Il socialismo, sfruttato in passato come ideale nobile, si pone l’obiettivo di usare le forze produttive per il bene comune ma è delegittimato dal mainstream, che addomestica facilmente la maggioranza degli individui con gravi problemi cognitivi (ignoranza funzionale). Il nostro Paese, una volta persa la guerra, ha seguito la politica liberale e neoliberale dettata dai nuovi colonizzatori atlantici. Nel corso dei decenni, la religione economica (1) ha trasformato l’economia rurale in economia industriale facendo crescere la produttività del Paese; (2) in una prima fase, la crescita ha distribuito redditi per consumare merci prodotte dalle imprese private e in una seconda fase ha ridotto l’occupazione in proporzione all’aumento demografico della popolazione; (3) le aziende di stato passano alla gestione dei privati per sostenere i loro utili; (4) lo Stato abdica alla sovranità economica e smette di fare politiche industriali nell’interesse generale; (5) il Paese diventa periferia economica e gli interessi privati promuovono politiche industriali cavalcando la deregolamentazione dei mercati e le giurisdizioni segrete.

In circa 72 anni, l’Italia diventa un Paese economicamente povero non per assenza di mezzi e capacità ma per volontà politica, ed è lo stesso processo che i piemontesi – sostenuti dalle massonerie francesi e inglesi – realizzarono alla potenza economica del Regno delle Due Sicilie. In un primo periodo, venne costruita una propaganda chiamata “risorgimento”, e nei successivi tentativi bellici miseramente falliti, si sfruttò la corruzione dei graduati borbonici, accompagnata da una scena teatrale dei cosiddetti mille contro un esercito di professionisti. Così i piemontesi, oltre a promuovere azioni razziste e omicidi di massa, saldarono i propri debiti rubando le riserve auree altrui, e dal 1860 in poi, si applicò una vera guerra economica contro il Sud, mistificandone la sua immagine con una narrazione manipolata giunta persino ai giorni nostri. Si smontò l’industria manifatturiera e pesante del Sud per essere localizzata a Torino, Milano e Genova. Con una analogia straordinaria si avvia il processo per costruire l’UE. Dopo l’ingresso nello SME, e durante gli ultimi vent’anni sia grazie alla propaganda funzionale a costruire un consenso popolare a sostegno dell’immagine dell’UE, e sia le forze politiche e le imprese private hanno smontato l’industria italiana per essere trasferita nei paesi emergenti. I Paesi chiamati PIIGS sono avvolti da un’immagine negativa, che ricorda la propaganda risorgimentale prima di muovere una guerra di annessione contro il meridione d’Italia. Nel frattempo il capitalismo smonta la manifattura dei PIIGS, la magia finanziaria con le stupide regole e l’alchimia dei debiti pubblici drenando risorse dalla “periferia” al “centro”.

La soluzione politica al disfacimento delle nostre comunità risiede nell’uscire dalla religione capitalista. Egoismo, apatia e ignoranza funzionale hanno costruito la società che ruota intorno a noi. Se ci fossero luoghi fisici dove fare politica e dialogare in maniera civile, dovremmo avviare processi di auto determinazione, ripristinando la sovranità economica e promuovendo politiche bioeconomiche, evitando gli errori delle obsolete politiche di crescita della produttività, poiché distruggono l’occupazione e i nostri ecosistemi. Chi ha la consapevolezza di cambiare l’economia reale per riterritorializzare, può farlo utilizzando modelli già molto noti, come l’approccio cooperativo abbinato alla bioeconomia.

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Con un solo termine riusciamo a raggruppare tutti i politicanti, ed è “demagogo” che nell’etimologia della parola descrive egregiamente i capi dei nostri partiti. Tutti i personaggi politici fomentano e lusingano le passioni dei cittadini come strumento di consenso elettorale per raggiungere il potere. Una volta raggiunto il potere la demagogia è il linguaggio per conservare lo stesso al fine di controllare le masse, e garantire continuità economica alle imprese private più influenti e più potenti. E’ difficile trovare personaggi politici che non abbiano sfruttato l’ignoranza funzionale degli individui. La nostra ignoranza è la malattia sociale dell’epoca decadente e costituisce la radice del potere autoreferenziale, che trascura le diseguaglianze sociali ed economiche e si alimenta di razzismo economico chiamato capitalismo. La demagogia è utilizzata come linguaggio efficace ma è l’ignoranza funzionale la condizione di base della regressione collettiva, che ha rifeudalizzato la società e nutre la spoliticizzazione delle masse, rendendole sempre più fragili. Conseguenza della regressione culturale sono l’egoismo e l’invidia sociale che fanno parte del corto circuito dell’inciviltà, ove l’individuo, ormai isolato, è in competizione contro tutti gli altri. I dati sull’ignoranza funzionale ci dicono che sempre più persone non sono in grado di capire un discorso politico, e questo favorisce l’inciviltà e lo status quo. In questo contesto di regressione, l’élite ha saputo utilizzare il capitalismo per aumentare le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. I politicanti presenti nelle istituzioni pubbliche, ovviamente, rispecchiano l’ignoranza dei popoli. Le organizzazioni politiche sono, ovviamente, frequentate da persone altrettanto incapaci e poco preparate, ma sono facilmente manovrate da una ristretta élite di persone con elevata preparazione culturale ma autoreferenziale. E’ questa ristretta élite che detiene il reale potere e utilizza gli strumenti del capitale (media, banche e risorse) per favorire se stessa e isolare le masse sempre più povere poiché private della capacità di fare analisi e auto analisi, e vivono nella frustrazione di non riuscire a migliorare la società. Buona parte di questa élite la ritroviamo nello schema classico dei pensatoi (think tank) che hanno sostituito i partiti. Tutto secondo l’approccio liberale che nasce nel mondo anglosassone e che oggi è ampiamente diffuso anche in Italia. Openpolis pubblica un piccolo dossier – Cogito ergo sum 2017 – che illustra il numero dei think tank, mentre è più difficile entrare nel merito politico studiando le proposte politiche ed etichettarle per la loro reale natura e cioè come liberali, neoliberali o eventualmente socialiste.

Secondo lo scrivente, in Italia questo problema politico e sociale assume aspetti più drammatici, poiché i ceti più poveri e isolati, coinvolti dall’esclusione politica, sono quelli che dovrebbero organizzare un’evoluzione della società, ma sono quelli fra i più contagiati dal nichilismo. Le aree geografiche più sfruttate, e quindi più legittimamente motivate e interessate a cambiare la società, come il Meridione d’Italia, sono nelle mani dello status quo. La parte geografica più ricca, semplicemente, gode delle diseguaglianze e vive sulle regole del sistema capitalista neoliberale. Solo negli ultimi anni, da Napoli e Messina sembra emergere una volontà politica avversa allo status quo, che ambisce ad iscriversi alle cosiddette “città ribelli”.  Le radici culturali per migliorare il nostro mondo si trovano nei valori presentati degli utopisti socialisti dell’Ottocento, ma il mainstrem ha saputo rimuovere chirurgicamente le idee che possono introdurre civiltà e democrazia matura in Italia. Attraverso la regressione, oltre all’identità collettiva è stata rimossa la possibilità di vivere da esseri umani poiché il capitalismo ha trasformato ogni cosa in merce e annullato l’umanità. Il sistema culturale governativo e mediatico ha saputo psico programmare gli italiani al nichilismo, svuotando la società di senso, e favorendo i mediocri come classe dirigente del Paese conducendolo nell’attuale periferia economica e stimolando l’emigrazione delle persone creative. Se a volte abbiamo l’impressione di esser governati da un manipolo di idioti, e che nel Parlamento ci siano dei cialtroni a servizio degli interessi privati (il buco nero del mondo offshore) anziché applicare la Costituzione, forse non siamo lontani dal nichilismo istituzionale, ma la domanda sorge spontanea: cosa abbiamo fatto per impedire tutto questo? Una di queste conseguenze drammatiche è l’assenza di un movimento politico capace di organizzarsi e ribaltare lo status quo.

Se ci fosse un’organizzazione politica matura e consapevole anche in Italia, il punto di partenza dovrebbe essere la formazione permanente degli adulti per affrontare l’ignoranza funzionale e di ritorno, ampiamente diffusa fra la popolazione italiana. La formazione politica, è l’unico modo per favorire una partecipazione politica attiva e responsabile, e per avviare un cambiamento del paradigma culturale della società. La formazione permanente degli adulti costruisce una società migliore stimolando progetti creativi socialmente utili. Indirizzando il proprio risparmio e gli investimenti in progetti bioeconomici di rigenerazione urbana, si consente di migliorare i luoghi urbani dove vive la maggioranza degli italiani. Rimettendo al centro dell’agenda politica le politiche urbane e territoriali e riorganizzando gli Enti locali osservando i sistemi locali, è possibile programmare lo sviluppo umano applicando la Costituzione, cioè tutelando il territorio e costruendo diritti a tutti i cittadini. E’ il modo migliore per praticare la democrazia e la territorializzazione dell’economia che favorisce nuova occupazione utile, e applica l’uso razionale dell’energia. E’ l’unico modo per annullare i cialtroni demagoghi che oggi si nutrono dall’ignoranza funzionale delle masse e impediscono al Paese di diventare un posto migliore, dove le persone vorranno viverci piuttosto che scappare. Dipende da noi stessi, e dalla voglia di vivere insieme in armonia perché non è un concetto astratto, ma dipende dal tipo di essere umano che vogliamo essere.

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In questo mese il mainstream schiaccia e comprime la dialettica pubblica sull’esito del referendum confermativo. L’oggetto del dibattito rappresentato nella finzione scenica è la contesa del potere. Com’é di consuetudine, i media non rappresentano una discussione seria e di merito circa la necessità di riformare la Costituzione, non mostra l’opinione di giuristi o associazioni di categoria per discutere su visioni politiche e prospettive di miglioramento delle condizioni di vita degli italiani. Com’é consuetudine i media mostrano uno spettacolo indegno sulla contesa del potere per rafforzare l’apatia dei cittadini e il becero qualunquismo tipico dei nichilisti. Gli individui più sono tenuti lontani dalla politica e più si favorisce il consolidamento dell’élite.

I cittadini meno abbienti sopravvivono ai problemi quotidiani arrangiandosi, e sono costretti a farlo per l’assenza di una corretta pianificazione politica che dovrebbe essere tesa ad affrontare le questioni sociali ed economiche, che nel meridione assumono circostanze drammatiche. Nei media assistiamo alla finzione scenica dei politicastri mentre nella vita reale, una parte sempre più ampia di italiani non riesce a condurre un’esistenza tranquilla e serena, a causa delle politiche neoliberali condotte da tutti i Governi, indipendentemente dal colore politico. Questo distacco fra realtà sociale e politici dura da diversi decenni, e in maniera del tutto incomprensibile, le persone, fino ad oggi, non sono riuscite a sostituire la classe dirigente politica attraverso la promozione di un soggetto politico serio, capace, responsabile ed onesto. La nostra società abbisogna di una scuola politica capace di introdurre l’etica nella politica finalizzata a sperimentare processi e percorsi democratici, trasparenti per selezionare i capaci e i meritevoli. Il “paradosso politico” è che se ci fosse una cittadinanza attiva in tal senso, cioè capace di affrontare seriamente i problemi italiani (istruzione, recessione, disoccupazione …) probabilmente si avrebbe un’evoluzione sociale utile a tutelare il nostro patrimonio, il paesaggio e investire in nuove tecnologie creando nuova occupazione utile.

Osservando il fatto che buona parte degli italiani soffre di ignoranza funzionale, dovremmo dedurre che siano verosimili le analisi secondo cui gli italiani abbiano sfruttato il referendum confermativo per esprimere un giudizio politico negativo sul Governo Renzi. Quindi solo indirettamente gli italiani hanno sostenuto le ragioni del Comitato del NO sulla proposta referendaria, che se fosse stata confermata dalla maggioranza dei votanti avrebbe creato problemi e tolto diritti ai cittadini.

Se è vero che l’élite finanziaria bancaria suggerì di sopprimere le costituzioni socialiste, non bisogna dimenticare che il vulnus politico culturale della nostra Costituzione è insito nel vecchio conflitto fra idee liberali e socialiste. Già nell’allora assemblea costituente si consumò il conflitto culturale fra le forze liberali e quelle socialiste e comuniste. L’occupazione degli USA sul territorio italiano fu determinante nel far prevalere le idee liberali, e approvare una Costituzione repubblicana che inseriva l’Italia nella sfera atlantica. La Carta è la sintesi di un compromesso, e gli usi e i costumi della società furono condizionati dall’ideologia capitalista sorta nelle idee illuministe del Settecento e dell’Ottocento. Se oggi viviamo in una società classista, razzista, nichilista e cioè capitalista, che preferisce gli individui culturalmente regrediti alle persone che seguono una condotta morale, è perché la classe dirigente ha scelto la società nichilista piuttosto che l’umanità. La società capitalista dei beceri consumi contro la specie umana in armonia col pianeta. La conseguenza negativa circa la riduzione dei diritti ai cittadini; e l’aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche, è l’effetto della religione liberale sull’umanità. Questa religione ha prodotto leggi per favorire il mercato e il profitto delle imprese private a danno dello Stato sociale, e a danno dei ceti economicamente più deboli (aumento della povertà). Negli ultimi due decenni le Costituzioni sono state sospese per fare spazio al mostro dell’UE a trazione neoliberale, mentre già nel titolo III della Carta circa i rapporti economici (artt. 35-47), le imprese hanno potuto perseguire legittimamente la propria avidità. Di recente poi, il legislatore ha modificato l’articolo 81, per introdurre l’obbligo del pareggio di bilancio secondo gli stupidi dettami della religione liberale professata dai Trattati europei. Oggi le pulsioni liberali reazionarie rappresentate dall’élite finanziaria globale si muovono per rimuovere dalle Costituzioni quel compresso al ribasso per le idee socialiste e comuniste. Alcuni fatti concreti si sono già consumati attraverso diverse circostanze: la cessione della sovranità monetaria (1981 avvio del processo di privatizzazione della Banca d’Italia), la manipolazione dell’opinione pubblica sfruttando le emozioni delle persone circa la corruzione nei partiti, il Parlamento costituito da partiti anti-sistema (Lega Nord, Forza Italia, M5S) per approvare una serie di riforme neoliberali, le privatizzazioni (PdS, Forza Italia) e l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico (DS, Forza Italia), il sistema elettorale maggioritario (PD, Forza Italia) e la distruzione dell’immagine pubblica dello Stato. Nel concreto il concetto di Stato sociale è stato totalmente annientato, privato del potere di emettere moneta per aiutare se stesso e i più poveri; da decenni lo Stato non promuove politiche industriali applicando l’interesse generale. Inoltre, Governi e Parlamenti che si alternano usano la fiscalità generale e le cosiddette leve fiscali (detrazioni, incentivi) per sostenere gli interessi dei privati (banche e multinazionali), ma lo fanno tutti: maggioranze e opposizioni. E’ il trionfo dell’ideologia liberale di Smith (laissez faire) con la conseguente affermazione del sistema sociale feudale. Spesso sono i cittadini a coltivare logiche di vassallaggio e di servitù volontaria.

La Carta andrebbe riformata per ampliare i diritti e sostenere lo scopo sociale delle azioni politiche, che invece sono state del tutto abbandonate, poiché la Costituzione stessa ha favorito lo sviluppo di politiche liberali, liberiste e neoliberiste, basti pensare all’usurpazione del ruolo delle istituzioni pubbliche nel processo decisionale della politica, e alle privatizzazioni attuate nel solco costituzionale, basti pensare alla mercificazione dei suoli e alla privatizzazione del governo del territorio attuate nel solco costituzionale. Mentre la religione liberale deindustrializzava l’Italia e l’Europa, per ricollocarsi nei luoghi senza diritti sindacali, Parlamento e Governo, applicando e interpretando la Costituzione, hanno distrutto il ruolo industriale dell’Italia e l’hanno fatto calpestando i principi, secondo cui invece bisognava fare l’opposto e cioè rimuovere gli ostacoli di ordine economico per sostenere lo sviluppo umano. Ancora oggi, più di prima c’è la necessità di tutelare la salute e l’ambiente. L’accordo a ribasso per i valori socialisti ha favorito l’ideologia liberale, e così senza efficaci strumenti referendari, senza leggi per favorire la partecipazione e attraverso il titolo III, abbiamo coltivato e costruito una società materialista e nichilista, preferendo relazioni mercantili e commerciali fra i cittadini stessi. In questo percorso degenerativo che ha visto prevalere e vincere in tutto l’Occidente la religione liberale, le teorie socialiste sono state comunque sconfitte, poiché fra le due visioni votate alla crescita continua, quella più efficace è stata la teoria economica neoclassica liberale. Entrambe le visioni hanno influito negativamente sullo spirito umano, favorendo una società costruita sull’aumento della produttività, fregandosene del reale sviluppo umano, dell’ambiente e della salute.

Una vera riforma, oltre che rimuovere i conflitti innescati dai Trattati neoliberali dell’UE, è quella di introdurre la felicità e la bioeconomia in Costituzione al fine riequilibrare il rapporto fra uomo e natura. In fine, nell’agire politico delle persone sarebbe auspicabile divulgare ed educare tutti noi ai principi costituzionali sviluppando scelte etiche, poiché se il Paese non funziona, la responsabilità è nostra, del nostro egoismo, della nostra ignoranza e arroganza.

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Povertà e disoccupazione, fonte immagine Openpolis, Poveri noi

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« … fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. » (vv. 112-120)

Anche quest’anno a Salerno non mancherà la manifestazione dell’effimero feudale, cioè le famigerate “luci d’artista” che di artistico hanno poco o nulla, e che accompagneranno il periodo natalizio dei salernitani favorendo l’aumento del consumo di merci. L’evento rientra nel famigerato fenomeno di “Dysneificazione” della società post-moderna che ambisce a “tematizzare” gli spazi del tempo libero per bambini e adulti. “Tematizzare” significa associare a un luogo un modello “routinizzato” di divertimento, le cui caratteristiche sono definite in una prospettiva globale. Uno degli effetti della “Dysneificazione” della società è l’omogeneizzazione degli stili di vita furieri dell’alienazione e del nichilismo. Chi non conosce la città e chi è stato allevato dall’ideologia consumista crede ingenuamente che tale evento debba essere considerato positivamente. L’idea in sé, come ogni festa, dovrebbe produrre benefici. Solo i residenti non esercenti subiscono disagi e inconvenienti poiché l’affollamento che si realizza durante l’evento riduce la vivibilità della città e soprattutto del centro, si blocca la mobilità dei residenti, mentre il traffico automobilistico favorisce l’aumento dell’inquinamento atmosferico incidendo negativamente sulla salute umana.

Sono le 17 quando le luci si accendono, tra gli applausi, in un centro cittadino dove il traffico pedonale ha già raggiunto livelli da record. In fila indiana, stretti in via Mercanti, centinaia di visitatori camminano a passo d’uomo per raggiungere Il giardino incantato della Villa comunale e piazza Flavio Gioia. Anche il traffico è paralizzato.

Il periodo natalizio è il momento dell’anno dove le persone consumano di più, e tutte le città italiane programmano eventi per favorire il consumo di merci. E’ in quest’ottica che gli attori politici programmano eventi ad hoc per gestire il consenso elettorale e rafforzare la propria immagine. I politicastri hanno gioco facile poiché l’ignoranza funzionale galoppante fra le masse favorisce le disuguaglianze e i danni sociali. Secondo il Presidente della Regione Campania, De Luca: «… l’evento è l’attrattore turistico più importante di Salerno e della Campania, ed è un motore economico straordinario …»; i politicanti riducono la politica a questo, cioè chiacchiere di pubblicità del nulla che, dette da chi ricopre un importante ruolo istituzionale, mortificano e cancellano l’identità culturale e la storia di un territorio. E’ del tutto assurdo, ridicolo e sorprendente che un’istituzione dia priorità e inviti le persone a Salerno per guardare il nulla delle luci, piuttosto che la Cattedrale salernitana, i suoi importanti e unici avori, la sua cripta il complesso archeologico di San Pietro a Corte e molto altro ancora.

Dal punto di vista politico e mediatico l’evento “luci d’artista” è stato appositamente caricato di simboli, e questo innesca una serie di critiche sociali ed economiche. Nell’epoca del nichilismo urbano un evento del genere è perfettamente in linea col cinismo tipico delle classi dirigenti decadenti, pronte a specchiarsi nel nulla mentre la recessione corrode anno dopo anno, il presente e il futuro delle generazioni che sognano di migliorare la propria condizione di vita.

Dalla religione che sta distruggendo il pianeta e la specie umana non può emergere la soluzione ai problemi culturali, sociali ed economici delle persone. Secondo l’ISTAT, nel 2011 a Salerno il tasso di disoccupazione giovanile è al 53% (il tasso di disoccupazione è al 17%), e solo questo dato drammatico dovrebbe far saltare l’attuale classe politica locale, che invece amministra da un periodo ininterrotto più lungo del fascismo. Da circa 11 anni una manifestazione dell’effimero come quella delle “luci d’artista” è il momento che gli esercenti salernitani attendono per raccogliere soldi. E’ questa un’evidente rappresentazione di una società meno umana che si sta spegnendo, poiché il suo paradigma culturale: soldi e capitalismo, l’ha trasformata nei secoli, e la sta cancellando attraverso l’evolversi della fede neoliberale che suggerisce di aprire Zone Economiche Speciali (ZES) anche a Salerno, portando lo sfruttamento del lavoro tipico delle aree asiatiche in casa propria (è ciò che viene previsto nel Documento Unico di Programmazione del Comune di Salerno).

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Giovanni da Modena, L’inferno, cappella bolognini nella Basilica di San Petronio, Bologna.

L’attuale classe dirigente è totalmente incapace di mettere in discussione se stessa e i propri dogmi che hanno fatto scappare il 18% della popolazione salernitana (dagli anni ’80 fino all’inizio del millennio). In questi ultimi vent’anni, oltre all’aumento della disoccupazione, c’è stato l’aumento del consumo di suolo agricolo, l’aumento dell’inquinamento, l’aumento della dispersione urbana, e l’assenza di programmazione dei servizi che mancano ancora oggi a Salerno. L’attuale classe dirigente ha assistito passivamente alla trasformazione del capitalismo che chiude le aziende per delocalizzarle, ed ha suggerito la mercificazione del territorio per contrastare la disurbanizzazione, provocando l’effetto di contribuire alla distruzione delle risorse limitate della comunità. L’incapacità di governare correttamente il territorio è la debolezza di tutta la classe dirigente poiché ci troviamo alla fine di un’epoca e all’inizio di una nuova fase. Chi amministrata la cosa pubblica è stato psico programmato dalla medesima religione neoliberale che guida le più alte istituzioni. La recessione offre momenti di riflessione e alcuni, una minoranza, escono dal piano ideologico obsoleto del neoliberismo per sperimentare modelli bioeconomici. Purtroppo, tutta la classe politica è convinta che la crescita produca lavoro, quando i dati ISTAT mostrano che non c’è alcuna relazione diretta fra crescita del PIL e lavoro, anzi.

relazione PIL popolazione occupazione

L’aspetto ridicolo è che da decenni sappiamo benissimo che non c’è relazione fra crescita del PIL e benessere, tant’è che sono stati elaborati altri indicatori socio-demografici (coeff. di Gini, il BES) per suggerire una migliore programmazione delle scelte politiche, per alzare il tasso di alfabetizzazione, migliorare la salute, l’ambiente, e favorire lo sviluppo umano costruendo servizi culturali per tutti. Ecco, chi si trova ad amministrare nel meridione d’Italia, cioè la periferia economica dell’Europa, dovrebbe avere la sensibilità e il dovere di applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico che impediscono alle persone di realizzarsi nella vita, e di costruire servizi educativi adeguati per cancellare l’ignoranza funzionale degli adulti, e per rigenerare i territori da decenni di politiche colonialiste sbagliate. Se la classe dirigente locale composta da politicastri non possiede quell’indispensabile prerogativa dei politici, cioè avere una visione del mondo, può legittimamente copiare; ad esempio  suggerire un festival della creatività come hanno fatto a Sarzana, la letteratura a Mantova, la filosofia fra Modena-Carpi-Sassuolo, in buona sostanza c’è l’opportunità di creare eventi utili allo sviluppo umano piuttosto che programmare eventi di regressione e decadenza, ma probabilmente ciò è voluto visto che producono consenso elettorale.

Visitate Salerno non per le luci d’artista ma per la sua storia e per il suo territorio, essa fu un principato fiorente durante il periodo longobardo e sede della prima università medica. Salerno ha la fortuna di possedere un insediamento storico originale grazie all’orografia del territorio, e alla sua posizione “centrale” fra due costiere straordinarie e uniche – quella amalfitana e quella cilentana. A Sud di Salerno, a pochi chilometri troverete Paestum e Velia, un patrimonio archeologico della classicità greca, unico al mondo.

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Secondo il dizionario Treccani innovazione significa l’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione; oppure in senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica.

L’innovazione tecnologica e informatica che stiamo assistendo con l’introduzione dei robot e dell’intelligenza artificiale è suggerita per assecondare un modello di sviluppo capitalista che ignora le leggi della natura, e in determinate applicazioni mette a rischio la specie umana.

Le classi dirigenti stanno sottovalutando o ignorando gli effetti a medio e lungo termine di alcune tecnologie capaci di sostituire l’essere umano nel processo decisionale. Le implicazioni etiche attraverso la diffusione di algoritmi che sostituiscono la politica sono enormi, c’è il serio rischio che la conduzione della res pubblica possa essere “appaltata” ai robot.

Secondo la teoria del sistema-mondo dell’economia moderna il funzionamento del capitalismo fa sorgere una divisione internazionale del lavoro che genera gerarchie di Stati o regione interdipendenti, ne abbiamo un esempio lampante anche nell’euro zona con paesi centrali e periferici. Tutto ciò è previsto dal modello di sviluppo neoliberista che consiglia la cosiddetta deregolamentazione, e sempre l’euro zona è una regione che ben rappresenta questo modello distruttivo.

Il dramma sociale di questa religione capitalista è che si realizza attraverso la regressione culturale delle masse popolari, la necessità di avere schiavi e la distruzione degli ecosistemi. Attraverso l’innovazione tecnologia l’orientamento dell’élite degenerata è avere popoli ignoranti e interconnessi, affinché le APP programmate dalle imprese possano scegliere al posto degli individui, si tratta di un’evoluzione dei sistemi di controllo attraverso tecniche di manipolazione più seducenti ed efficaci. Le APP programmano bisogni indotti, cioè capricci.

L’innovazione tecnologica di questi ultimi quattro anni offre grandi opportunità di profitto per i possessori di capitali finanziari e per le multinazionali che sfruttano le zone economiche speciali situate nella periferia delle economie mondiali (Asia e Africa), poiché impiegando robot cancelleranno i costi dei salari ma produrranno ugualmente merci. Non c’è dubbio che si tratta di un’innovazione ma sarà utile alla società umana? L’aumento dei profitti e del capitale sarà utile alla società umana? Su questo pianeta ci sono miliardi di poveri, disuguaglianze crescenti e problemi concreti nelle aree urbane, l’innovazione delle multinazionali sarà utile alla soluzione di questi problemi?

E’ evidente che l’impero della vergogna, cioè delle multinazionali, è privo di coscienza civica poiché il cosiddetto sviluppo riguarda l’aumento dell’avidità e l’accumulo inutile di capitale privato, ma tutta questa concentrazione di ricchezza monetaria non è affatto indirizzata per cancellare la povertà, le disuguaglianze e tanto meno viene impiegata in programmi di istruzione per aiutare i ceti meno abbienti, o di prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico.

Innovazione e miglioramento sono cose distinte. Secondo il dizionario Treccani miglioramento riguarda il fatto di migliorare, cioè di diventare migliore, di progredire verso condizioni più soddisfacenti, di volgere al meglio; pertanto se aumenta la produzione di merci attraverso l’innovazione non è affatto scontato che si migliori, anzi, nel caso specifico circa l’impiego di robot e intelligenza artificiale i possessori dei capitali finanziari e talune multinazionali stanno innescando e favorendo una regressione degli individui, stanno peggiorando le condizioni ambientali del pianeta, e stanno uccidendo vite umane relegandole in condizioni di vita irreversibilmente degradate (slums).

Il tema è vecchio, e fu ampiamente anticipato da Heidegger circa la tecnica. E’ oggi che si manifesta il serio rischio di auto distruzione della nostra specie, mentre la classe dirigente e soprattutto quella politica appare incapace di affrontare il tema, probabilmente per due ragioni: non è culturalmente preparata (ipotesi molto vicina alla realtà), e forse tale classe è espressione diretta degli interessi privati e non dell’interesse generale.

Poiché la società moderna è espressione della sua “cultura”, è necessario un cambio paradigmatico che dovrebbe avvenire attraverso gli stessi meccanismi di controllo (emozioni, istruzione, media, linguaggio e ambiente), cioè agendo sul piano culturale, sugli stili di vita e soprattutto sul piano politico. La cultura si modifica nel tempo ed è un sistema dinamico complesso. Se osserviamo le nostre città possiamo dedurre che la cultura moderna del secondo dopo guerra ha prima favorito l’accesso a un salario, poi dagli anni ’80 l’ha prima ridotto e poi negato, e attraverso l’evoluzione del capitale nel nuovo millennio, ha favorito un peggioramento delle condizioni di vita del “ceto medio”, arrivando a pregiudicare il destino delle presenti e future generazioni. Se osserviamo le nostre potenzialità culturali, possiamo intuire che sarebbe “facile” ribaltare tale destino, se avessimo il coraggio di lasciare il piano ideologico sbagliato, per piegare la tecnica e indirizzarla nell’utilità sociale, poiché alcuni recenti innovazioni consentono di uscire dalla dipendenza degli idrocarburi, di usare razionalmente l’energia e di favorire lo sviluppo umano. In questo processo è fondamentale ripristinare la democrazia, riappropriandoci del senso della vita e dell’auto determinazione necessaria per la libertà. Ad esempio, è necessario superare il tipico dualismo occidentale fra natura e cultura, considerate separate e contrapposte, che pone l’uomo al di sopra della natura, e poi di seguito superare l’invenzione delle gerarchie sociali e il colonialismo.

Abbiamo un miglioramento della società umana uscendo dalla religione capitalista e approdando sul piano bioeconomico, poiché utilizza le leggi della natura e l’etica per compiere scelte sostenibili ed equilibrate.

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Il carattere connettivo della vita umana. Fonte immagine: Greiner, Dematteis, Lanza, Geografia umana. Un approccio visuale, Utet, 2012.

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Uno degli strumenti del controllo sociale più devastante è senza dubbio la televisione, ma più che lo strumento in quanto tale, lo sono ancora di più i suoi contenuti di rincoglionimento che svolgono una funzione precisa e drammaticamente raggiungono il loro obiettivo: creare schiavi perfetti attraverso la regressione culturale. Nel Novecento le ricerche e le indagini sulla psiche raggiungono livelli di conoscenza molto alti e così Governi, militari e imprese sfruttano le tecniche di manipolazione mentale per programmare i popoli affinché una massa maggioritaria addomesticata sfavorisca i soggetti liberi e consapevoli di scalare la società, per evitare di migliorarla dandole la libertà di vivere. Grazie a questa capacità, l’élite conserva lo status quo; in Occidente non si vive ma si sopravvive.

Diversi giorni fa con estrema simpatia, nella libreria di un amico trovo un saggio molto divertente Cretini al potere, che da un lato riempie di gioia il nostro lato critico, ma dall’altro lato specchia tutte le nostre responsabilità circa la nostra apatia e l’incapacità di costruire una società che sappia valutare il merito e consenta ai capaci e alle persone perbene di governare le istituzioni.

Tutt’oggi, come ho scritto più volte, nonostante ci sia un’esigua minoranza di cittadini liberi interessati alla politica, costoro non hanno gli strumenti culturali per fare una buona politica e non hanno il sostegno organizzativo ed economico per concretizzare questo altruismo. La ragione è banale, se ci fosse una libera scuola politica, ben struttura, l’attuale classe dirigente, nel giro di una generazione, perderebbe il controllo sulla società.

Un segnale negativo ma positivo è il fatto che il primo partito è quello del non voto. E dovrebbe essere evidente che in un Paese come l’Italia, dove andava a votare più dell’80% degli aventi diritto questo sia un segnale di sfiducia per le classe dirigenti e non verso la politica, nonostante il grave problema dell’ignoranza funzionale e di ritorno. Questa apparente contraddizione sta in piedi poiché il sistema istituzionale sopravvive sull’abitudine degli anziani che vota per dovere civico, mentre l’aspetto più drammatico, credo sia dato dal fatto che i giovani non sembrano essere in grado di promuovere un’azione politica capace di rappresentare l’interesse generale. Credo che questa incapacità sia determinata da più fattori: carenza culturale, usi e costumi riprogrammati dalla televisione sull’immagine dettata dalle imprese che esigono consumatori, nichilismo e apatia. In tal senso, la preoccupazione sarebbe un sentimento anacronistico poiché l’Italia “amministrata” da cretini, credo sia la fotografia della contemporaneità figlia della decadenza.

Finché c’è vita c’è speranza, si dice. E la speranza sta nel fatto che quella parte minoritaria di cittadini, indipendentemente dal dato anagrafico, sappia costruire un’alternativa favorendo lo sviluppo della democrazia, con entusiasmo, forza, energia nel costruire un’epoca nuova. Siamo obbligati a introdurre l’etica nella politica.

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