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Posts Tagged ‘etica’

Uno dei più grandi drammi culturali, sociali e politici che l’Occidente e il mondo intero sta pagando, è aver lasciato la politica nelle mani degli alchimisti chiamati economisti. Costoro attraverso la loro religione, i loro mantra (moneta, debito e crescita) stanno distruggendo la specie umana. Ovviamente non tutti gli economisti sono veri e propri imbroglioni, in questa categoria c’è anche una minoranza che riconosce i limiti culturali e gli inganni della loro disciplina che ignora le leggi della vita umana (biologia e fisica). Alla casta degli economisti ortodossi bisogna aggiungere i sacerdoti delle dottrine giuridiche poiché uniti hanno costruito il più grande inganno psicologico che gli occidentali stanno subendo. Hanno saputo costruire istituzioni feudali facendole passare per democratiche, e poteri autoritari (UE) facendoli passare per solidali.

Sulla scena politica i carnefici alchimisti economisti si propongono come salvatori dell’Occidente, sia negli USA e sia nell’UE, le soluzioni proposte sono scontate, dopo decenni di capitalismo neoliberale, il “genio” di questa casta autoreferenziale propone un capitalismo socialista, che equivale a dire: a noi non interessa lo sviluppo umano poiché non rappresentiamo la specie umana, a noi interessa controllare le masse concedendo loro la forza di continuare a spendere (reddito minimo, piano per il lavoro). Il loro obiettivo è sostenere il capitalismo. Com’è stato documentato più volte, oggi la concentrazione di capitali è la più alta mai vista in tutta la storia (Piketty). Non è vero che mancano soldi da spendere. Da un lato gli Stati, in buona sostanza non esistono più, poiché annullati quando i parlamenti hanno abdicato alla sovranità economica, e dall’altro le multinazionali fanno politica determinando la schiavitù e la morte dei popoli. Le istituzioni pubbliche, controllate dall’élite degenerata, non tassano i ricchi e non recuperano soldi da investire in piani sociali e tutela del patrimonio. I soggetti politici populisti raccolgono consensi speculando sui drammi sociali, e sono anch’essi strumenti degli alchimisti neoliberali, così come gli ortodossi della crescita della produttività – panacea di tutti i mali, secondo la dottrina “di sinistra” –  che contribuisce a distruggere la vita sul pianeta. Nessuno dei “lati estremi” propone lo sviluppo umano, che non si ottiene col posto di schiavitù, oggi chiamato furbescamente lavoro, ma solo con la crescita culturale delle persone e la felicità attraverso relazioni sociali proficue. In quest’epoca di innovazioni tecnologiche possiamo piegare la tecnica all’etica umana. Se ci fosse consapevolezza collettiva, potremmo eliminare il posto di schiavitù e rendere libere le persone attraverso percorsi di consapevolezza del sé, e favorire la nascita di impieghi utili per se stessi e per la gestione razionale delle risorse finite.

Uno dei punti politici più delicati riguarda la sovranità monetaria. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? C’è chi rimpiange le politiche keynesiane e le ripresenta come salvezza per creare lavoro e ridurre le disuguaglianze, e ci sono i liberali che pensano di lasciare il controllo della moneta ai privati e al cosiddetto mercato. E’ tutta qui la diatriba politica degli alchimisti economisti. Nessuno di loro, tranne qualche eretico, ammette che le loro teorie neoclassiche sono vere e proprie fandonie e fanfaluche ampiamente superate da Nicholas Georgescu-Roegen che ideò la bioeconomia attraverso il modello di flussi-fondi. Anche un bambino capisce che la nostra sopravvivenza dipende dalla fotosintesi clorofilliana, ma solo un adulto capisce che la felicità dipende dalla cultura e dalla spiritualità etica dell’uomo in armonia con gli altri e la natura. La felicità umana è insita nella relazione con gli altri. Il capitalismo professato da circa trecento anni ha reso l’uomo egoista, nichilista, cinico, avido, stupido e poi isolato per farlo regredire allo stato infantile e renderlo debole e manipolabile alla voce degli alchimisti economisti.

Durante questa lunga recessione figlia della religione capitalista emerge il linguaggio dei violenti e degli alchimisti che ripresentano le fandonie di inizio secolo Novecento, quando queste promesse sul lavoro e la riduzione delle diseguaglianze favorirono la nascita delle dittature in Europa. Le anomalie di oggi sono due: la prima è quella di credere che il tutto si risolva proponendo di perseguire la crescita del capitalismo stesso, e la seconda è che tale proposta emerge sia dall’estrema destra che dall’estrema sinistra, mentre il centro occupato dai liberali ritiene che tutto debba restare così com’è. Nessuno ha il coraggio di proporre e programmare l’uscita dal capitalismo, che rappresenta non solo la soluzione alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo stesso, ma è l’opportunità di pensare un futuro sostenibile e prosperoso per tutti i popoli della Terra.

I cittadini devono riprendersi il controllo dell’azione politica attraverso un percorso che li liberi dall’ignoranza funzionale e di ritorno, altrimenti ci sarà sempre l’alchimista di turno che inventa storie da raccontare finalizzate a mantenere in schiavitù la specie umana e consentire all’élite degenerata di controllare le risorse finite del pianeta.

Un serio e sincero piano d’azione deve raggiungere la sovranità energetica ed alimentare delle comunità, attraverso la corretta pianificazione territoriale che recupera i tessuti urbani consolidati e favorisce la rilocalizzazione della produzione manifatturiera leggera. Una volta ripresa la sovranità economica, come spendere i soldi? Territorializzando e rigenerando le aree urbane presenti nei sistemi locali, che sono i veri ambiti territoriali ove riorganizzare le competenze delle istituzioni locali per governare le reti di città attraverso progetti bioeconomici, e non di mera crescita che distrugge l’economia reale e locale. E’ in quest’ottica che possiamo programmare la formazione professionale per creare occupazione utile.

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Festa politica di Traversetolo (PR), considerazioni politico culturali:

Il giorno 21 settembre durante il dibattito avviato dal titolo “economia, finanza e tasse” è emersa una tesi: il ritorno ad una “politica economica espansiva”. L’impressione ricevuta è che una rinnovata “politica economica espansiva” debba essere la politica economica del M5S. Nessun parlamentare ha avuto qualcosa da obiettare o correggere. A sostegno di questa tesi: la “politica economica espansiva”, sono state poste basi di carattere giuridico-politico e non economico, ad esempio: la sovranità monetaria. Condivisibili le critiche al sistema bancario, così come condivisibile la critica all’austerità imposta dall’UE all’interno del sistema euro. Numerose soluzioni del sistema euro suggerite durante il dibattito non sono di natura economica ma giuridica, ad esempio la scelta di aprire di un contenzioso partendo dal principio del “debito odioso”, e la cancellazione del fiscal compact, sono entrambi scelte politiche giuridiche molto condivisibili, ma non sono linee politiche economiche.

Ragionando per assurdo, se il M5S fosse maggioranza politica e trasformasse il suggerimento della “politica economica espansiva” in azione politica credo che non risolveremo alcun problema, anzi si aggraverebbe la crisi ambientale, com’è accaduto nel corso della storia. Il nostro paese sta ancora pagando i danni ambientali e sanitari delle “politiche espansive”: Ilva di Taranto, centrali Enel ed ENI e la speculazione edilizia degli anni ’50, ’60 e ’70. Inoltre l’aumento della disoccupazione è senza dubbio responsabilità di una buona parte della classe imprenditoriale italiana che sfrutta il sistema del credito, la delocalizzazione volontaria per massimizzare i profitti, e sfrutta i partiti per il proprio tornaconto di categoria a danno dello Stato. La soluzione della recessione può mai essere una politica economica degli anni ’20, ’30 prima, o quella degli anni ’50? A sostegno di questo suggerimento si citano gli USA ed il Giappone che per osteggiare la crisi hanno immesso liquidità nel sistema economico per limitare i danni. E’ vero che la disoccupazione negli USA è aumentata molto meno dell’area euro. Negli USA la FED ha salvato il sistema bancario, mentre Obama ha distribuito qualche aiuto alle imprese per contenere la disoccupazione. La BCE che non funziona come la FED ha salvato solo il sistema bancario prestando soldi alle banche commerciali per comprare Titoli di Stato. USA e Giappone, com’è noto, non hanno il patto di stabilità e tanto meno hanno MES e fiscal compact. USA e Giappone hanno anche diversi problemi sociali ed ambientali poiché anche questi Stati perseguono la crescita ignorando i limiti della natura. Gli americani vorrebbero tanto il sistema sanitario europeo, mentre i governi amano tanto privatizzare, come sta accadendo nell’euro zona, medesima ideologia.

Nell’euro zona è senza dubbio vero che l’austerità stia accelerando la recessione, e stia facendo impoverire gli italiani, ma limitarsi a suggerimenti generici dicendo che lo Stato debba tornare a spendere, si può essere d’accordo come principio, ma è del tutto anacronistico poiché la sovranità è stata ceduta a organi non eletti dai popoli, quindi la riposta corretta alla recessione è di natura politica, non economica. Se poi rileggiamo la storia economica possiamo notare che le “politiche espansive” hanno preceduto quelle liberiste nel solco dell’ideologia della crescita illimitata. Insomma criticare l’austerità è giusto e condivisibile, ma rimane il rischio che sia un dibattito improduttivo e riduttivo, poiché non si dice in quali settori investire e come produrre nuova occupazione. In Italia, buona parte delle infrastrutture strategiche sono state privatizzate, altre imprese storiche vendute, mentre altre grandi imprese hanno deciso di delocalizzare gli stabilimenti produttivi per sfruttare i vantaggi finanziari della globalizzazione e massimizzare i profitti. Nell’epoca della privatizzazione del mondo i profitti dei consigli di amministrazione delle multinazionali sono schifosamente milionari, mentre i salari dei dipendenti non coprono la sopravvivenza dei cittadini. L’industria finanziaria virtuale, la deregolamentazione, la globalizzazione hanno inventato dal nulla così tanta liquidità nelle casse delle SpA che potrebbero comprarsi due o tre pianeti, cosa significa? Il problema è etico, democratico e di giustizia sociale. E’ altrettanto noto che i governi italiani preferiscono usare i soldi pubblici per comprare armi piuttosto che tutelare il paesaggio e l’istruzione pubblica. Com’è altrettanto noto che negli Enti locali c’è uno scarso controllo politico sui piani esecutivi di gestione che diventano torte spartite fra dirigenti pubblici, imprese e politici incapaci e/o corrotti.

All’interno di questo sistema politico sappiamo bene che la nuova occupazione non può essere creata per legge dallo Stato, ma da una politica industriale figlia di un ampio progetto culturale, dall’innovazione tecnologica e da progetti creativi capaci di interpretare il “picco del petrolio” e la fine dell’era industriale. Se una parte importante dell’imprenditoria italiana ha deciso di distruggere il proprio Paese per ragioni di avidità, col tacito accordo della classe politica, forse bisognerebbe immaginare una nuova classe imprenditoriale figlia di una cultura diversa dall’avidità alimentata da ideologie economiche obsolete. Il lavoro che serve al paese si crea dalla volontà dei cittadini che capiscono come investire i propri risparmi valutando progetti sostenibili e rendendosi conto dell’enorme ricchezza del Paese Italia, pertanto, conoscendo bene gli errori della storia si tratta di fare un processo diverso dalle ideologie delle politiche espansive e liberiste. Le uniche attività imprenditoriali che resistono alla recessione riguardano le nuove tecnologie, sarà un caso? Persino i distruttori del territorio investono in efficienza energetica, riuso e riqualificazione urbana, sarà un caso? Le aree protette, i parchi ed il cibo oggi rappresentano beni culturali naturali di pregio, sarà un caso? Musei, aree archeologiche e monumenti sostengono un’industria turistica che regge ancora i mercati, sarà un caso?

Se non ci rendiamo conto che la crescita è il problema del sistema non riusciremo ad accettare il fatto che bisogna organizzare la società per consentire un equilibrio fra risorse ed esseri umani. Economia del debito, borse telematiche, IVA, spread e quant’altro non sono necessari per costruire una società più efficiente, più equa, migliore. L’accesso alla conoscenza, più democrazia, valutazioni razionali, curiosità, sperimentazioni, reciprocità e cooperazione sono caratteristiche indispensabili per progettare comunità sostenibili ed un’economia reale compatibile con l’ambiente. Per questi motivi ritengo che questi suggerimenti [politica espansiva] siano del tutto obsoleti poiché ripetono schemi e metodi già visti all’opera, e non hanno portato alcun miglioramento per la qualità di vita. Fino a quando i cittadini rimangono nel piano ideologico della crescita, e fino a quando accetteremo consigli che ignorando le leggi che governano questo pianeta commetteremo sempre errori marchiani.

Ciò che condivido circa il dibattito del 21 è senza dubbio il ripristino di una politica monetaria ed industriale sovrana, ma questo è un desiderio politico che dovrebbe essere sostenuto da un cultura adeguata ai tempi che viviamo. Condivido il fatto che lo Stato torni a fare lo Stato, ma bisogna comprendere che implica una riforma dell’architettura europea nel rispetto delle Costituzioni nazionali, oggi ampiamente non rispettate. Questo progetto dovrebbe essere sostenuto da soggetti politici indipendenti dall’influenza delle borse telematiche e dalle solite lobbies che possiedono i politici, ma anche questo argomento non è di natura economica, ma etica, giuridica, politica e culturale. Ritengo che questa recessione sia proprio il frutto di una crisi dell’etica, ed una crisi culturale poiché tutti i paradigmi odierni sono crollati: PIL, espansione monetaria e petrolio.

E’ vero che la classe politica dovrebbe decidere di ridurre le tasse per le imprese e per gli italiani, com’è vero che bisogna recuperare soldi dall’evasione, dall’elusione fiscale e dagli sprechi presenti nella pubblica amministrazione per assenza di controllo circa la congruità dei prezzi e la corruzione, com’è vero che bisogna ridurre i gradi di giudizio da tre a due, bisogna introdurre la vera class action, ridurre le camere del Parlamento ad una sola per ridurre i tempi legislativi, etc. Questo breve elenco di cambiamenti necessari rappresentano sfide che si possono vincere, ma sono piccoli passi di fronte al fatto che bisogna rifondare una cultura collettiva costruita sui vizi, sull’avidità, sull’egoismo, sulla competitività e sulla stupida crescita illimitata, una cultura che sta autodistruggendo gli esseri umani. Può sembrare strano, ma la strada più lunga: ripensare i paradigmi culturali, è senza dubbio la strada migliore da intraprendere poiché consente di sviluppare e realizzare progetti creativi più efficienti finora nascosti a buona parte dei cittadini.

Bisogna ricordarsi che è prioritaria la felicità degli individui e delle comunità, mentre la moneta deve tornare ad essere strumento [governato dallo Stato] non un fine, per questo motivo non è importante dare priorità al numero di merci prodotte in un anno, ma sapere come sono state prodotte, quanta energia hanno consumato, con quali materiali e la loro provenienza, etc. E’ importante che gli individui possano avere l’opportunità di sviluppare creatività ed impiegare il tempo in attività utili a preservare il bene comune, e migliorare le relazioni umane sviluppando abilità e capacità virtuose, quelle che usano razionalmente l’energia, l’artigianato, e danno l’opportunità di unire cuore e buon senso. L’economia è questo, ed auspichiamo che nasca un soggetto politico che abbia queste caratteristiche culturali, che si preoccupi di produrre norme e leggi affinché gli individui tornino ad essere liberi di evolversi facendo crescere spirito e mente. Per fare questo bisogna uscire dal monetarismo e dal materialismo, caratteristiche che appartengono a tutte le accademie economiche sia di destra che di sinistra, ideologie che vivono sullo stesso piano ideologico obsoleto, quello della crescita delle merci e del consumo compulsivo, poiché ignorano appositamente la bioeconomia e le leggi della fisica.

Bisogna uscire dall’obsolescenza pianificata e dell’inutile sovrapiù poiché possiamo fare meno e meglio riducendo l’impatto ambientale di merci inutili, facendo aumentare la produzione di beni auto prodotti, come ad esempio l’energia necessaria tramite fonti alternative con l’impiego di un mix tecnologico. I cittadini hanno a disposizione tutte le tecnologie per vivere in armonia con la natura. Bisogna avviare un processo culturale che consente agli individui ed alle comunità di fruire queste tecnologie, perché ci permetteranno di vivere meglio e trascorre più tempo con le persone che amiamo, tutto questo può accadere percependo un salario dignitoso ed adeguato.

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Le tecnologie informatiche ci consentono di semplificare molte cose e di condividere standard abbastanza utili per misurare la nostra attività antropica. L’attività edilizia è senza dubbio una delle più impattanti ed è anche quella che prima di altre ha avuto la capacità di informare i cittadini circa l’estrazione delle materie prime ed il relativo impatto dato dalla trasformazione dei materiali.

Queste conoscenze possono diminuire drasticamente il nostro peso sul pianeta e possono trasformare i nostri centri abitati, per renderli molto più comfortevoli e gradevoli, più vivibili rendendo i cittadini più felici. Addirittura potremmo coordinare la nostra attività rispettando i tempi della natura. Le materie prime che usiamo in edilizia sono molto diverse e ci sono risorse rinnovabili, mentre altre non lo sono affatto, pertanto com’è noto l’estrazione e la trasformazione non rappresentano un processo reversibile (entropia) e l’impatto rimarrà per sempre. L’attività estrattiva delle cave, ad esempio, è un danno ambientale irreversibile.

Se sommiamo l’impronta ecologica con la capacità biologica abbiamo un bilancio che ci dice se abbiamo un deficit o un surplus.

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Fonte: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia, Hoepli, 2008 pag. 62

Questi indizi ci fanno comprendere che oggi abbiamo tante conoscenze per capire come agire. Il nostro problema maggiore è l’assenza di consapevolezza fra cittadini e dipendenti politici che compiono molta fatica nel riconoscere e dare valore alle leggi della natura, mentre sono teleguidati dall’avidità della finanza globale e delle solite lobbies.

L’errore che non bisogna fare: in molti processi di contabilità ambientale sono previste delle “compensazioni”, cioè si accetta il danno, e si crede che si possa rimediare in un certo modo. Questo principio si eredità dalla cultura economicista creando l’illusione che tutto possa essere ripagato, acquistato, venduto, tutto è merce, ahimé, la natura non contempla questo aspetto poiché tutto si trasforma e nulla è reversibile. Pertanto per coordinarsi al meglio con la natura è sufficiente non fare certe cose, ciò che la natura non prevede non va fatto, semplice, così com’è sufficiente applicare il principio di precauzione.

Le istituzioni locali devono trasformarsi da ragionieri in tutori degli ecosistemi, la nostra esistenza è condizionata dai bilanci energetici della fotosintesi clorofilliana e pertanto le contabilità che contano non sono quelle finanziarie, ma tutt’altre. Bisogna ripensare le istituzioni introducendo la biologia nelle contabilità pubbliche con criteri di bioeconomia, bisogna misurare i flussi di materia e di energia.

Nei piani urbanistici si indicano densità ed indici, questi ultimi informano quanti metri cubi possono essere costruiti in un’area, e ad essi si attribuiscono un prezzo che interessa ad un soggetto privato, oppure i comuni sfruttano, per motivi di contabilità interna, gli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente, ahimé le norme lo consentono, ma in questo modo si distruggono gli ecosistemi.

All’interno dei piani potremmo immaginare di inserire indici biologici e flussi di energia attribuendo loro un valore, un interesse pubblico che ha un peso molto maggiore del prezzo di mercato. Così come potremmo svincolare la contabilità pubblica dall’attività edilizia e indirizzarla su attività virtuose, in questo modo non avremo più una macchina perpetua che cresce sempre, ma avremo un’attività che conserva un equilibrio poiché rispetta i cicli e si evolve rispetto alla memoria, rispetto al passato.

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Il legislatore può riscrivere le regole contabili e calibrare l’attività antropica ai tempi della natura, questo dovrebbe essere l’obiettivo per garantire le risorse finite alle future generazioni. Oggi, i velocissimi tempi della finanza muovono le scelte politiche e stanno distruggendo il patrimonio pubblico.

Gli standard quantitativi richiesti dall’urbanistica possono essere integrati con gli standard del Benessere Equo e Sostenibile (BES). Territorio e patrimonio possono essere tutelati con adeguati strumenti di misura: analisi del ciclo vita, impronta ecologica. Il passo successivo è determinante: uscire dall’economia del debito, ripensare i criteri estimativi dando peso all’utilità sociale, e cambiare le regole di contabilità degli Enti locali per svincolare gli obblighi di bilancio dall’organizzazione e pianificazione territoriale, e ridimensionare l’influenza della finanza privata che spesso si sostituisce all’interesse pubblico. Sappiamo che il BES racchiude dimensioni ideali per raggiungere la felicità, distribuire le risorse e tendere ad una società migliore che tutela l’ambiente e privilegia le relazioni personali delle comunità.

Il legislatore deve proporre una norma organica, adeguata e ripensare i paradigmi per “costruire” gli insediamenti umani. Le regole contabili pubbliche non sono adeguate allo scopo di tutela dei diritti e del patrimonio pubblico pertanto vanno ripensate. E’ necessario prevenire la corruzione ed abbandonare tecniche che distruggono gli ecosistemi. E’ necessario che lo Stato torni a promuovere politiche monetarie ed industriali, che sviluppi controlli efficaci e impedisca al capitale privato di dubbia provenienza di avere il maggiore peso nelle scelte politiche. E’ necessario che i cittadini possano partecipare al processo decisionale della politica.

L’urbanistica è nata con uno scopo preciso: progettare strutture e servizi necessarie agli abitanti, e si misurano in ab/mq. Ogni città dovrebbe avere dotazioni minime standard. Una volta rispettati gli standard, e previsti indicatori adeguati di eco-densità, un piano urbanistico esaurisce il suo scopo, mentre molti consigli comunali, nonostante il rispetto degli standard, continuano a far crescere le città per ragioni di bilancio e/o per far riciclare denaro. Le nostre città sono state dotate di standard minimi, mentre altre non li hanno ancora, ed altre città, durante la ricostruzione post bellica, sono state costruite male per sfruttare la rendita. Una legge adeguata non dovrebbe dimenticare gli errori del passato, e non dovrebbe ignorare le reali capacità creative dei progettisti, e le tecnologie odierne che consentono di risolvere molti problemi delle nostre città. Ad esempio, vi sono aree abitate notoriamente difficili da gestire, si pensi alle periferie milanesi, romane, palermitane e napoletane, così come tante città medie mal costruite. Non è accettabile continuare a pensare che le città possano continuare a crescere, sarebbe innaturale, così come non è più accettabile monetizzare il territorio per approvare un bilancio comunale, oggi, com’è noto le amministrazioni distruggono appositamente gli ecosistemi per soddisfare i vincoli di bilancio. Non si tratta solamente di vietare che gli oneri di urbanizzazione coprano le spese, si tratta del fatto che lo Stato deve riprendersi la forza di finanziare se stesso e liberare la natura dall’assedio degli interessi privati.

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Quale membro del gruppo di studio: territorio e insediamenti umani del Movimento per la Decrescita Felice sono stato invitato ad esporre un’opinione durante l’incontro promosso dal Forum Nazionale Salviamo il paesaggio. Oggetto dell’incontro di Milano le recenti proposte di legge. Qui sotto l’intervento approfondito circa il governo del territorio.

Premessa:

Milano 12 luglio 2013_01Il problema del “governo del territorio” ha radici lontane ed ha caratterizzato il dibattito politico, tecnico e giuridico degli ultimi 70 anni, arricchito da visioni diverse e contrapposte fra loro. Le proposte di oggi suggeriscono una soluzione comune: “stop al consumo del suolo”. Condivido pienamente la sensibilità che sta dietro l’affermazione “stop al consumo del suolo”, ma ho alcuni dubbi circa la strada per raggiungere l’obiettivo che ci stiamo prefiggendo, ritengo che nonostante l’impegno annunciato l’obiettivo rimarrà solo un annuncio poiché i disegni in esame non costituiscono una proposta matura efficace rispetto all’obsoleto sistema dell’euro zona che di fatto impedisce un’evoluzione sul tema del governo del territorio. Il legislatore ha il dovere di applicare la Costituzione, e la recessione prodotta da un’ideologia sbagliata – noeliberismo – può essere l’opportunità di proporre un cambio di paradigma culturale. Oggi abbiamo le conoscenze, le tecnologie e gli indicatori corretti (BES) per misurare il benessere, ed abbiamo il dovere di restituire sovranità alle Nazioni e costruire giuste politiche industriali utili al Paese. Possiamo produrre un’evoluzione culturale e dare valore a progetti che tutelino la vita umana (prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico), queste politiche vanno sostenute con moneta sovrana a credito. E’ sufficiente cambiare il sistema euro e decretare la fine dell’austerità per dare inizio a una epoca figlia della bioeconomia.

Il merito di questo forum potrebbe essere anche quello di scrivere una proposta matura che ripensi i criteri estimativi, riveda la contabilità pubblica locale, ricordi la proposta di Fiorentino Sullo, e sviluppi l’utilità sociale degli interventi pubblici con moneta sovrana non più a debito. Durante questo periodo il legislatore dovrebbe introdurre una norma transitoria che consente a diversi Enti di uscire dal “patto di stabilità”.

Il mio intervento è ad 1:43 minuti.

Nel 2013 il tema stesso “stop al consumo del suolo” è alquanto anacronistico poiché la distruzione territorio è già avvenuta, ed è del tutto paradossale che la stessa ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) sia favorevole alla “rigenerazione urbana”, segnale evidente che il sistema è imploso, e si fanno pressioni sul legislatore non per consapevolezza o sensibilità ecologica, ma per seguire la religione della crescita e dare respiro al settore auto-imploso. In questo senso il legislatore arriva molto tardi e gli strumenti proposti non serviranno ad applicare l’articolo 9 della Costituzione, anzi c’è nelle norme vi sono strumenti che aiutano l’interesse privato usando i capitali mobili dell’industria finanziaria.

La letteratura è ricca di spunti, e rileggendo le opinioni e le soluzioni proposte sul “governo del territorio” mi è parso di cogliere un aspetto determinante del tema che oggi affrontiamo.

La proposta del Governo è condivisibile negli intenti («priorità del riuso e della rigenerazione edilizia del suolo edificato esistente, rispetto all’ulteriore consumo di suolo inedificato»), ma non capisco come i Comuni possano trovare giovamento finanziario dalla rinuncia di oneri utili al riequilibrio del bilancio obbligatorio, con «la concessione di finanziamenti statali e regionali eventualmente previsti in materia edilizia?» Nella norma governativa è molto rilevante il vincolo dei proventi dei titoli edilizi «al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico.»

In pochissimi casi alcuni piccoli comuni hanno saputo rinunciare agli oneri di urbanizzazione grazie all’uso di società Esco (Energy Service Company) pubbliche che hanno saputo abbinare una buona progettazione con gli incentivi del “conto energia”. Oggi, gli incentivi sono meno favorevoli per il raggiungimento della “parity grid”.

Urbanisti esperti, che fanno riferimento al sito Eddyburg, suggeriscono di aggirare il problema del “governo locale” proponendo come soluzione più immediata «la salvaguardia del territorio non urbanizzato, in considerazione della sua valenza ambientale e della sua diretta connessione con la qualità di vita dei singoli e delle collettività, costituisce parte integrante della tutela dell’ambiente e del paesaggio. In quanto tale, la relativa disciplina rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, ai sensi dell’art. 117, comma 2, lett. s) della Costituzione.» Mi sembra che l’intento sia quello di ripristinare una centralità dello Stato, e credo sia implicita una critica circa l’esperienza legislativa regionale in materia urbanistica.

La proposta del WWF presenta strumenti fiscali di incentivo e disincentivo legati ai permessi per costruire o di inutilizzo dei beni immobili, e reintroduce il vincolo per gli oneri di urbanizzazione che «non possono essere utilizzati per la spesa corrente», come prevede anche la proposta governativa. La proposta suggerisce come reperire fondi, «i comuni destinano i proventi derivanti dall’elevazione dell’aliquota dell’IMU di cui al precedente comma 1  ad un fondo per interventi per la cessione al comune delle aree dismesse o inutilizzate, di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, di acquisizione e realizzazione di aree verdi o da destinare al soddisfacimento di interessi di pubblica utilità.» Il suggerimento si muove all’interno delle attuali regole contabili e fiscali e ci fa riflettere circa l’annoso problema del bisogno di moneta, e possiamo ricordare come questo sia il problema dell’area euro, e nello specifico dei paesi che hanno ceduto la sovranità monetaria privando gli Stati del principale potere di promuovere un’azione politica: stampare moneta per la pubblica utilità.

La proposta Realacci ritengo sia l’unica che contenga elementi contraddittori rispetto allo scopo di questo dibattito. Potrei essere in errore, ma appare nei suoi contenuti una legge che ricalca la logica della crescita, o meglio dell’ossimoro “sviluppo sostenibile”, ed enfatizza tutte le tecniche odierne che hanno soddisfatto la lobby delle costruzioni. Ad esempio, dalla proposta si legge questo di tipo di incentivo: «attribuzione alle aree interessate di quote di edificabilità da utilizzare in loco secondo le disposizioni degli strumenti urbanistici». Mi sembra, si adotti l’obsoleta logica che un danno ambientale possa essere ripagato con «compensazioni» e pertanto in buona sostanza il provvedimento consente il consumo del suolo. Sembra che l’iniziativa privata, con propri capitali, possa avere maggiori opportunità di creare servizi ed opere mentre l’Amministrazione debba contribuire solo aumentando al massimo le tasse locali.

La logica che sta dietro le proposte circa l’aumento degli oneri di urbanizzazione con l’intento di scoraggiare il consumo di suolo non raggiungerà l’obiettivo poiché consegnerà ai capitali mobili l’opportunità di edificare togliendola ai bisogni reali dei cittadini. Tant’è che già oggi alcune trasformazioni urbanistiche sono finanziate da capitali esteri, e da capitali “opaci”.

Nel dibattito politico contemporaneo alcuni citano la rinascita di Detroit, l’ex città dell’automobile che aveva, negli anni ’50, 1,8 milioni di abitanti e nel 2011 sono rimasti 1,1mln di abitanti. Tutti “sorpresi” da questa Amministrazione che sta recuperando suoli con progetti eco-sostenibili, tutti si compiacciono delle buone intenzioni che parlano di agricoltura e tutela dei suoli. Sembra che tutti gli osservatori italiani ignorino un fatto evidente e scontato, Detroit non è una città europea, non fa parte dell’euro zona e quindi non ha l’obbligo del pareggio di bilancio, non ha il patto di stabilità, e non si finanzia necessariamente dai mercati finanziari.

Milano 12 luglio 2013_02Mi pare di capire, ma posso essere in errore, che nessuna proposta in discussione ambisce a proporre un cambio radicale della materia estimativa dei beni immobili e dei criteri di finanza degli Enti locali, materia che ha sempre condizionato le scelte politiche di pianificazione, prima per motivi di avidità ed oggi si aggiunge anche l’obbligo del pareggio di bilancio. Ricordo che sia l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI) e sia l’Associazione Nazionale Piccoli Comuni Italiani (ANPCI) criticano fortemente il “patto di stabilità” imposto dell’Unione Europea. I piccoli comuni chiedono «esclusione dei comuni fino a 5.000 abitanti dal “Patto di Stabilità”.»[1]

E’ altrettanto noto che l’Italia è un “finanziatore netto” dell’Unione Europea, cioè le tasse dei cittadini che contribuiscono a finanziare l’UE rappresentano una cifra maggiore di quella che torna ai cittadini italiani come servizi ed opere, e come ciliegina sulla torta non bisogna dimenticare la scelta di finanziare il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), nonostante le note politiche di austerità abbiano danneggiato le famiglie italiane che dipendono da stipendi salariati.

Dunque focalizziamoci anche su questo paradosso, o se vogliamo su questo inganno: le tasse degli italiani finanziano un’istituzione, l’UE, che promuove una Politica Agricola Comunitaria (PAC) che aiuta il modello distruttivo dell’agri-industria e sfavorisce la cultura contadina, ignorando l’agricoltura sinergica. L’agri-industria sta distruggendo la capacità dei terreni di auto-rigenerarsi.

Il legislatore dovrebbe ascoltare idee di buon senso e curare gli interessi dei cittadini, ma dovrebbe focalizzare la propria attenzione non tanto sugli aspetti di tecnica urbanistica poiché in Italia ci sono progettisti capaci di fare meglio, ma sugli aspetti giuridici ed economici finanziari poiché questi ultimi determinano la destinazione dei suoli. Bisogna colpire gli interessi privati della speculazione urbana mirando al cuore del sistema proponendo un cambio radicale. Il problema è noto, lo stesso Edoardo Salzano (ideatore di Eddyburg), in Fondamenti di urbanistica, testo consigliato da tutte le facoltà di architettura parla di Italia SpA: «la trasformazione del patrimonio pubblico in moneta sonante per costruire infrastrutture spesso inutili e dannose»[2].

Governo e Parlamento dovrebbero fare l’interesse pubblico, prima di tutto, dovrebbero “sostituire” gli attuali indicatori, debito/PIL, con indicatori migliori come quelli racchiusi nel Benessere Equo e Sostenibile (BES). Governo e Parlamento, in sede europea e nazionale, dovrebbero proporre un cambio di paradigma culturale, e cioè “misurare” il reale benessere dei cittadini: stato psicofisico, salute, ambiente, istruzione e formazione, stile di vita, rapporti sociali, partecipazione al processo decisionale della politica, lavoro e conciliazione tempi di vita, e paesaggio e patrimonio culturale.

La storia della progettazione urbana è ricca di idee sostenibili conservate nei cassetti, poiché gli amministratori locali preferivano dare spazio a piani che sfruttassero al massimo la rendita urbana. La storia ci insegna che un bene comune come il territorio è stato considerato alla stregua di una merce privata, cioè in funzione del prezzo di mercato. Ma il concetto di valore è diverso dai concetti di costo e di prezzo, strumenti che oggi misurano le merci. Stimare significa attribuire un valore ed è un esercizio arbitrario, dipende dalla cultura e dalle intenzioni di chi determina la stima. Se oggi il pensiero prioritario dei Consigli comunali e dei Sindaci è quello di far quadrare il bilancio, altrimenti terminano il proprio mandato, mi pare evidente che la sensibilità degli amministratori non sia quella di tutelare gli ecosistemi, ma di comportarsi come dei ragionieri. Andando affondo, se i criteri di stima dei suoli oggi in uso sono tutti monetari, mi pare altrettanto chiaro che il paradigma che condiziona il governo del territorio siano la moneta e l’avidità, meglio conosciuti coi termini: speculazione e rendita immobiliare e fondiaria.

Tutti noi possiamo ricordare come nel 1962 fu boicottata la proposta di Fiorentino Sullo che sottraeva potere agli speculatori per darlo allo Stato che poteva diventare proprietario dei suoli col fine di indirizzarli ai reali bisogni dei cittadini. Lo storia insegna che anche lo Stato può essere un cattivo “progettista” e per questo motivo bisogna giudicare la qualità dei progetti, con nuovi “indicatori bioeconomici”. Il Comune di Parigi acquista alloggi in pieno centro, li ristruttura e li concede ai ceti meno abbienti con un equo canone, in buona sostanza in Francia c’è uno Stato che applica l’interesse pubblico. Parigi svolge il ruolo dello Stato così come Sullo aveva proposto.

Ritengo che per applicare meglio la Costituzione italiana, il legislatore debba incentivare il valore d’uso sociale nella pianificazione territoriale, per introdurre l’uso razionale delle risorse come metodo per valutare meglio il consumo dei suoli. Esistono diversi standard, com’è noto, l’impronta ecologica, l’analisi del ciclo vita etc. Pertanto mi pare chiaro che il problema non sia di natura tecnica, ma di natura etica, politica, giuridica ed economica.

Sappiamo bene che il Parlamento italiano aderendo ai Trattati internazionali ha tradito la Repubblica italiana poiché ha rinunciato al proprio ruolo di controllore del credito, violando l’articolo 47 e questo aspetto reca danni anche al “governo del territorio”. Amministratori e cittadini sono nelle mani dei capricci del “libero mercato”. Almeno dal 1981, anno del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, Governo e Parlamento cominciano a rinunciare all’idea di promuovere una politica monetaria ed una politica industriale per l’interesse pubblico e dei cittadini. Banca d’Italia non è più d’Italia, ma controllata da SpA private. Siamo stati consegnati a quelle SpA che coprono il valore di una “moneta debito”, più gli interessi, scambiata durante le aste dei Titoli di Stato.

Una delle tante conseguenze negative di questa rinuncia – sovranità monetaria – è che anche i Comuni pensano come le aziende private ed approvano piani urbanistici fondati sull’espansione, la crescita che aumenta il consumo del suolo agricolo, e da questi piani gli amministratori si aspettano di incassare oneri. Anche quando gli “standard minimi” (dotazione minime per abitante) sono già rispettati gli Enti applicano un giochino  molto semplice: usano il suolo agricolo come fosse una merce da vendere non un bene comune, gli attribuiscono un valore grazie al cambio di destinazione d’uso, e quel valore viene messo sul “libero mercato” per i privati che ne traggono profitto dallo sfruttamento dei diritti edificatori, delle superfici di vendita etc. Così vediamo la nascita di immensi centri commerciali, ed altri “non luoghi” che non rappresentano l’interesse pubblico, così assistiamo alla costruzione di nuovi quartieri di classe energetica A, ma che non saranno venduti poiché hanno prezzi fuori mercato.

Com’è noto l’analisi del ciclo vita non condiziona il valore dei suoli. Se la speculazione si avvale dell’energia del mostro della finanza di mercato, mi chiedo, come reperire i fondi per trasformare le città nei luoghi che un bravo progettista sa disegnare?

Ritengo che il legislatore debba intervenire per far uscire i Comuni dal ricatto dell’obbligo di pareggio di bilancio, perché questo criterio contabile aiuta la speculazione urbana costringendo gli Enti locali nel reperire risorse in ogni modo. La Corte dei Conti ci informa che alcuni Enti si sono comportati come giocatori d’azzardo tramite gli strumenti derivati pur di avere risorse immediate. Ho il legittimo sospetto che l’Italia sia il primo paese europeo per comuni firmatari del “patto dei sindaci” per il disperato bisogno di attingere ai fondi che la Banca europea degli Investimenti mette a disposizione per chi aderisce a determinate strategie di risparmio energetico. Comunque vada, dobbiamo essere felici poiché tutti questi amministratori si sono impegnati nel cancellare gli sprechi energetici.

Pertanto, a mio modesto parere, è necessario introdurre un criterio contabile opposto: il “non equilibrio di bilancio” per un periodo transitorio mirato a raggiungere un obiettivo importante: consentire di variare il proprio piano urbanistico su progetti virtuosi come il riuso, la rigenerazione urbana, l’auto sufficienza energetica con fonti alternative, il riciclo totale delle materie prime seconde, la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico.

Questi ultimi due obiettivi: prevenzione primaria del rischio sismico ed idrogeologico non sono raggiungibili con sistemi fiscali di incentivi o disincentivi, e neanche con un “conto energia”, ci vuole un pesante intervento dello Stato centrale, ma senza ricorrere all’indebitamento, ci vorrebbe una moneta sovrana a credito. Secondo una stima del Governo precedente, dell’ex Ministro Clini[3], «servono 40 miliardi per 15 anni per tutelare il territorio». Dove prendere questi soldi? Parlando ancora di soldi stanziati, il “piano città” approvava 28 progetti in 28 città diverse, che potevano usufruire di appena 318 milioni[4].

Mi sembra di capire che le strategie politiche e le buone idee non trovino il giusto apprezzamento a causa di un sistema economico condizionato da un potere sovranazionale che non sembra assecondare gli interessi nazionali. Premi nobel come Paul Krugman[5] e Joseph Stiglitz[6] criticano apertamente il sistema euro e mostrano le storture di una moneta a debito, non sovrana, poiché le Nazioni non decidono autonomamente del proprio destino. Krugman e Stiglitz dicono che il problema euro, prioritariamente, è politico per l’assenza di democrazia.

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Fonte: Paul Krugman, Fuori da questa crisi, adesso!, pag. III, 2013

Pertanto Parlamento e Governo modificando le regole potrebbero consentire agli amministratori locali di trarre vantaggio nell’adottare il criterio del valore d’uso sociale affinché le città diventino un bene comune, e possano essere usufruite in maniera razionale. Si tratta di uscire dal ricatto del “libero mercato” per diffondere criteri non monetari, e pianificare con criteri di valutazione più importanti affinché non si sprechino risorse finite per le future generazione, del resto come vorrebbero fare le proposte oggi in discussione, ma personalmente consiglio di perseguire una strada un pò diversa, una strada più coraggiosa e radicale.

Fino ad oggi abbiamo stabilito arbitrariamente che un uso agricolo dovesse avere minore valore monetario rispetto all’uso abitativo, ma siamo liberi di ribaltare la convenzione ed aggiungerne altre partendo dai progetti virtuosi. Così come possiamo ricordare che l’obiettivo di un Comune non è quello di far quadrare un bilancio, ma migliorare il benessere dei cittadini, questo è l’obiettivo della Repubblica italiana. E’ sufficiente affermare un “nuovo” paradigma: la moneta è solo uno strumento, non è ricchezza e gli amministratori hanno l’obbligo di rispettare i principi costituzionali al fine di tutelare l’ambiente ed il paesaggio.

In conclusione ritengo che non si debba puntare al mero “stop al consumo del suolo”, ma avere una visone più organica del problema che ha origine nell’assenza di etica delle politiche del territorio. Mi vengono in mente tutti quei comuni che ancora oggi non hanno gli standard minimi previsti per legge, non possiamo dire loro “stop al consumo del suolo”, e mi vengono in mente tanti comuni nel Nord ove gli standard minimi sono rispettati, ma i piani sembrano essere disegnati dagli industriali locali scambiando ancora una volta l’interesse pubblico con l’interesse privato. Il legislatore dovrebbe avere questo tipo di visione, avere un’idea etica e qualitativa dei piani, e stimolare l’opportunità di cambiare svincolando la creatività virtuosa dagli sciocchi criteri di contabilità fiscale. Il legislatore può introdurre criteri qualitativi come quelli suggeriti nel BES, anche consapevole del fatto che oggi le Amministrazioni possono usare standard tecnici per misurare l’uso delle risorse finite.

Il Parlamento deve ripristinare il ruolo centrale dello Stato che promuove politiche monetarie libere dal debito e dagli immorali interessi, lo Stato deve promuovere politiche industriali, e le città possono essere il luogo di sviluppo di buone pratiche amministrative, dalla partecipazione democratica alla tutela dei beni comuni; la città è un bene comune. Stiamo vivendo la fine di un’epoca e possiamo immaginare e progettare l’epoca che verrà consapevoli degli errori promossi sia da politiche liberiste che da politiche keynesiane poiché entrambe figlie della crescita infinita, la prima è per una crescita veloce “controllata” dal “libero mercato”, mentre la seconda è per una crescita meno veloce controllata dallo Stato, o per l’ossimoro “sviluppo sostenibile”. Ritengo che bisogna transitare dal fare a prescindere al saper fare, ed oggi bisogna fare meno e meglio indirizzando le politiche pubbliche negli ambiti virtuosi sopra citati che creano nuova occupazione in mestieri utili all’Italia.

Democrazia, ecologia ed economia sono sinonimi, fratelli. La bioeconomia ci informa che le azioni politiche producono danni, a volte irreversibili. Frederick Soddy (1877 – 1956) ci informa che la reale ricchezza dipende dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, e pertanto il danaro non può comportarsi come una macchina perpetua poiché contraddice il principio termodinamico dell’entropia. Sole e fotosintesi clorofilliana determinano la vita su questo pianeta, non la moneta. Progettisti e tecnici possono conoscere in maniera preventiva tutti gli sprechi ed i danni da evitare tramite l’analisi del ciclo vita. In buona sostanza i pianificatori possono programmare e coordinare l’attività antropica sul territorio coi lunghi tempi della natura.

La Repubblica italiana ha tutto il diritto ed il dovere di porre rimedio alla crisi che un avido ed obsoleto pensiero politico, aumentando disuguaglianza e povertà, ha creato. Lo Stato deve intervenire sulle città per tutelare la vita umana con la prevenzione del rischio sismico ed idrogeologico sull’intero patrimonio esistente e questo potrà accadere solo con l’uso di una moneta sovrana a credito, piuttosto che una moneta a debito presa in prestito. Potrebbe emergere un “piano città” con “progetti definitivi” di qualità piuttosto che di quantità, un piano finanziato con moneta sovrana libera dal debito. Bisogna farlo al più presto poiché non è più accettabile l’inerzia politica rispetto al bisogno concreto di intervenire prevenendo crolli e dissesti, danni ampiamente prevedibili, e che mettono a rischio la vita umana. Nel caso specifico possiamo esser certi che non sarebbe il sisma ad uccidere, ma l’inerzia di politici inadeguati rinchiusi nel recinto psicologico dell’economia del debito che impedisce di far lavorare comunità consapevoli pronte a prendersi cura del proprio territorio. Il prezzo della politica della stupidità, quella dell’economia del debito e del pareggio di bilancio stanno cancellando i diritti inviolabili dell’uomo, e stanno mortificando la virtuosa creatività di progettisti ed imprese artigiane locali che potrebbero tutelare efficacemente l’Italia: uno dei patrimoni più importanti dell’umanità.

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L’economista Loretta Napoleoni suggerisce un pamphlet estremamente interessante, semplice, chiaro ed accattivante, scritto a più mani. Democrazia vendesi.  Chi l’ha comprata?! Al testo che risveglia le coscienze è collegato un interessante sperimento di partecipazione democratica, a mezzo internet. Un progetto culturale innovativo che mette in gioco direttamente i cittadini, attraverso una semplice registrazione si potrà votare.

estratti da “Qualcosa” che non va.

Negli ultimi anni sembra prevalere una strana idea, sembra sia consuetudine dell’immaginario collettivo credere che l’obiettivo di un bilancio pubblico sia quello di far pareggiare i conti, oggi si ritiene che sia una pratica virtuosa. Destra e sinistra ripetono il mantra: la crescita. Questo obiettivo aritmetico nasconde una triste realtà o una cinica perversione degli economisti ortodossi addomesticati, che hanno trasformato l’azione politica degli Enti locali facendole perdere l’obiettivo dei principi costituzionali: servire i cittadini con spirito di uguaglianza e tendere al benessere collettivo. Le direttive europee condizionano la pubblica amministrazione violando i principi costituzionali, e imponendo sciocche convinzioni come il Patto di stabilità, e l’immorale pareggio di bilancio, il fiscal compact, ed in fine l’invenzione di un ente autoritario e non democratico come il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), una vera mostruosità composta da soggetti che godono di immunità rispetto alle loro scelte politiche che toccano le tasche dei cittadini. Il MES e questi sciocchi criteri si traducono in tagli alla spesa pubblica, e quindi un danno economico concreto ai ceti meno abbienti, facendo aumentare la depressione in Italia. Nella letteratura politica quest’azione viene comunemente valutata come la distruzione dello Stato sociale, il pilastro della nostra Costituzione. Ogni pezzo dello Stato sociale viene trasformato in merce e venduto, un’aberrazione che viola i diritti universali dell’uomo sanciti nel 1948. La conclusione di questa convinzione mentale ragionieristica è solo il frutto di una lenta e ossessiva programmazione mentale che ignora la bioeconomia, ignora l’economia e le esigenze reali dell’umanità. Su questo pianeta le leggi per la sopravvivenza umana si leggono con la fisica, la chimica, la biologia, l’agronomia e la geologia, non con la finanza. Una risposta ragionevole alle regole immorali della finanza pubblica è l’introduzione del principio di “non equilibrio di bilancio” per la spesa sull’istruzione, per la cultura e il sociale; cioè fare l’esatto opposto delle politiche di austerità introdotte dai neoliberisti inseriti nei Governi nazionali tramite le organizzazioni sovranazionali. La ragione etica di questa scelta radicale è semplice, nel periodo storico che stiamo attraversando la moneta va percepita come strumento, e non come valore di ricchezza. L’obiettivo è puntare alla piena occupazione e cancellare le disuguaglianze attraverso scelte coraggiose per aiutare i popoli e non per opprimerli con l’austerità.

Da diversi anni il potere invisibile ha diffuso, con successo, il mantra privato meglio del pubblico, dando un forte contributo alla distruzione dello Stato sociale e spostando la sovranità dalle istituzioni alle banche SpA, dagli Stati all’UE. Un grande contributo a sostegno di questa credenza è venuto dai media, pubblicazione ossessiva di scandali, dall’aumento dell’apatia politica dei cittadini, e dal comportamento immorale sia dei dipendenti eletti che dei dirigenti pubblici, e dai sindacati che hanno impedito e rallentato il rinnovamento meritocratico di funzionari e dirigenti nel settore pubblico.

Il dogma privato meglio del pubblico ha trovato il suo apice con l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico, ed il risultato è stato che le maggioranze politiche vincenti negli Enti locali hanno rubato e rubano a norma di legge grazie all’uso delle SpA che gestiscono i servizi pubblici locali e le nomine discrezionali presso questi Enti. La corruzione è stata legalizzata e si sono moltiplicati gli sprechi frutto di ruberie, moltiplicazione delle “poltrone”, e negligenze di persone incapaci in ruoli importanti per la gestione del bene comune. Buona parte degli sprechi è costituita da scelte dirigenziali e politiche per sostenere, con soldi pubblici, gli interessi particolari delle SpA locali. Queste scelte politiche sono insindacabili e grazie all’assenza di trasparenza i cittadini non hanno informazioni per valutare e scegliere.

La stesura del bilancio spetta al Governo mentre al Parlamento è attribuito il compito di approvarlo. Il bilancio dello Stato può essere preventivo o consuntivo (rendiconto generale). La differenza tra entrate e spese al termine di un esercizio concretizzerà un avanzo di bilancio, se il saldo è negativo, come avviene di solito, si avrà un disavanzo (o deficit) di bilancio. L’avanzo o disavanzo del settore pubblico si definisce come: Avanzo/disavanzo = G + TR – TA, dove G = spesa pubblica; TR trasferimento dallo Stato ai privati (pensioni, sussidi alle imprese e alle famiglie e interessi sul debito pubblico); TA trasferimenti dai privati allo Stato (imposte dirette, indirette, contributi sociali)[1].

Il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato fornisce i dati ufficiali. La cassa ci dice che nel 2011 entrano con le tasse 411 miliardi e si spendono 500 miliardi, si ricorre all’indebitamento verso i mercati per 310 miliardi. Nel 2012 entrano con le tasse 449 miliardi e si spendono 527 miliardi, si ricorre all’indebitamento verso i mercati per 324 miliardi. Per il 2013 si prevedono con le tasse 475 miliardi di entrate e si spenderanno 527 miliardi, mentre l’indebitamento dovrà essere di 246 miliardi. Leggiamo chi mantiene lo Stato: nel 2011 i lavoratori pagano 161 miliardi e le imprese 33 miliardi, mentre nel 2012 i primi versano 177 miliardi e le imprese versano 41 miliardi. Nel 2011 lo Stato paga 84 miliardi di interessi sul debito, e nel 2012 gli interessi sono 88 miliardi.

Entriamo subito nel merito, c’è una voce immorale nel bilancio sopra sintetizzato: interessi sul debito pubblico. Nella consuetudine anticostituzionale figlia del Trattato di Lisbona accade che lo Stato, abdicando al ruolo di controllore del credito (art. 47 Cost.), chiede moneta debito in prestito dalla BCE e dal mercato delle borse telematiche ove SpA comprano i Titoli di Stato per riempire la differenza avanzo/disavanzo. I cittadini che pagano le tasse sono costretti a pagare anche gli interessi immorali di un sistema abbastanza sciocco, inutile e dannoso poiché è matematicamente impossibile un equilibrio, tant’è che debito è interessi sono inestinguibili. Nel sistema attuale l’indicatore principale è il rapporto debito/PIL, non il benessere dei cittadini.

Nell’equazione del rendiconto generale la riduzione del debito pubblico è impossibile e tanto meno la cancellazione, per una ragione ovvia a chi ha interesse nel leggersi la storia: guerra persa e accordi di Bretton Woods, e per chi ha la curiosità di leggere i Trattati internazionali potrà rendersi conto dell’invenzione del debito, problema giuridico e non economico. E’ sufficiente riempire quella differenza – avanzo/disavanzo – con moneta sovrana per evitare debito pubblico ed interessi. E’ sufficiente riprendersi la sovranità monetaria, congelare l’attuale debito e calcolare l’eventuale presenza di anatocismo, o di strumenti finanziari non dovuti. Quindi accertare le responsabilità civili e penali di illeciti e reati, perché i cittadini non hanno dato alcun mandato politico atto a creare debiti dal nulla per rubare a norma di legge.

Gli Stati sono stati privati di una moneta della Repubblica, e sostituita da una moneta debito controllata dalla BCE e condizionata dalle SpA che scommettono nelle borse telematiche. Organi non elettivi sovranazionali usurpano l’articolo 1 e l’articolo 47 della Costituzione. Il credito è controllato da SpA commerciali e non più dallo Stato. Nel sistema odierno il potere di acquisto dei salari è condizionato dalle borse telematiche, dalle agenzie di rating e dallo spread, quindi i cittadini sono tassati dai Governi e ricattati dalle SpA, tutto ciò perché il Parlamento nel luglio del 2008 ha approvato l’antidemocratico Trattato di Lisbona accettando di sostituire lo Stato sociale costituzionale col “libero” mercato delle SpA. Il sistema finanziario e monetario è subordinato ai capricci di pochi banchieri che usano strumenti per scommettere sulla vita dei popoli. In questo sistema la ricchezza e la povertà non sono più in mano alle istituzioni democratiche rappresentative, ma in mano a individui inumani, tecno-cratici non eletti, che adottano consuetudini e comportamenti immorali dove l’avidità premia gli imbroglioni a scapito dei diritti umani.

Il popolo italiano al pari degli altri popoli, contrariamente a quanto è sancito dalla Costituzione non è libero. L’intero sistema bancario è un’invenzione a servizio dell’élite e il sistema del prestito è un metodo immorale, ma legalizzato, per tenere i popoli in schiavitù. I cittadini italiani onesti sono doppiamente vessati poiché l’evasione e l’elusione fiscale sono contigue al sistema fiscale, e le regole europee sembrano costruite appositamente per rubare ricchezza ai paesi “periferici”, denominati PIIGS, per sostenere l’economia dei paesi “centrali“: Germania, Svezia, Olanda, Austria, e Gran Bretagna, quest’ultima socia della BCE, ma non usa l’euro.

Multinazionali come Apple, Google, Amazon, E-bay, Facebook e le banche non pagano tasse, non versano l’IVA, oppure pagano una percentuale ridicola, si parla di cifre astronomiche grazie alle larghe maglie dell’elusione e dei paradisi fiscali. Eric Schimdt, amministratore delegato di Google, dichiara: «orgogliosi di non pagare le tasse»[2]. Il fisco italiano contestò a Banca Intesa 1,65 miliardi di elusione (bilancio 2010) quando al vertice c’era l’ex Ministro Corrado Passera[3]. Al sistema immorale si aggiungono consuetudini illegittime e  le banche commerciali abitualmente applicano l’anatocismo, interessi sugli interessi, contro Enti pubblici e cittadini. Una parte dei debiti pubblici e privati è costituita dall’anatocismo che deve essere restituito.

Dopo il controllo della moneta debito, l’obiettivo dell’élite è semplice, controllare con lo stesso metodo dei “mercati” le società che gestiscono i servizi pubblici locali usando l’arma dell’invenzione del debito pubblico, sono già pronti piani per svendere le SpA locali; dopo aver rubato le infrastrutture nazionali (Banca d’Italia, autostrade, ferrovie e telecomunicazioni). I loro adepti ed emissari sono ampiamente diffusi in tutte le università e nei media, banali ripetitori di volontà decise nel famigerato club Bilderberg, nella Commissione Trilaterale e nel CFR.

In maniera del tutto inequivocabile e non poteva essere altrimenti si evidenziano gli interessi sul debito pubblico frutto dell’usurpazione della sovranità monetaria decisa prima negli accordi di Bretton Woods[4], poi nel Trattato di Maastricht e poi ribadita nel Trattato di Lisbona, tutti accordi internazionali che violano gli art.1 e 47 della Costituzione italiana, articoli che ordinano ai dipendenti eletti di organizzare la Repubblica  per emettere moneta, funzione determinante per la libertà del popolo e figlia della sovranità popolare attraverso il controllo del credito. Purtroppo essendoci accordi, trattati, internazionali illegittimi oggi vige un sistema europeo di banche con la BCE al suo vertice e questa è la ragione principale per cui il debito è inestinguibile, e dunque, “qualcuno” ha schiavizzato 17 popoli che usano l’euro stampato dal nulla ed illegittimamente prestato a corso forzoso. E’ sufficiente rispondere ad una domanda per capire l’incantesimo del monetarismo: se i soldi sono nostri perché ce li prestano? Per mezzo di questo incantesimo, inganno psicologico, frutto di un’immorale ed illecita consuetudine numerosi dipendenti eletti corrotti col sistema dei trucchi finanziari, dei paradisi fiscali, da diversi decenni recitano il ruolo dei rappresentanti del popolo ma in realtà curano gli interessi di pochi banchieri.

[…]

Mentre oggi la maggioranza degli addetti ai lavori ripete in maniera ossessiva le parole: produzione, PIL, costo ed in tanti credono ancora a questa religione, come faranno a far pagare un costo ai sudditi (cittadini disinformati) tramite l’uso del sole, del vento? Ricordiamoci che i concetti immorali: produzione, PIL, costo sono vincolati ai limiti fisici della terra, alle risorse naturali in esaurimento mentre il sole non è in esaurimento, meglio ancora, l’energia non è in esaurimento ma grazie alla conoscenza, alla cultura essa è ampiamente disponibile senza che qualche dittatore venga a raccontarci la sciocchezza del costo di produzione.

Per intenderci ancora meglio, semplifichiamo e schematizziamo l’attuale sistema produzione lineare: 1. estrazione delle risorse – materia prima – 2. trasformazione e 3. vendita. Questo sistema è imposto anche con l’uso della forza militare – accaparramento ed accumulo della materia prima – e diffuso con l’aiuto di borse telematiche per produrre profitti artificiosi, non far pagare tasse ai controllori del sistema, scambiare ricchezze virtuali (scommesse) e trasferirle nei paradisi fiscali per pagare campagne elettorali, e sostenere le famiglie delle oligarchie partitiche (destra e sinistra = divide et impera). L’attuale sistema lineare produce scarti che uccidono esseri umani e distruggono gli ecosistemi. Evidenziamo che l’attuale sistema funziona anche con la programmazione neuro linguistica usata in tutti gli ambiti: scuola, formazione e media per scoraggiare la nascita di un pensiero diverso da quello dominante e, quindi assistiamo all’uso costante di “autorità universitarie”, “intellettuali politicamente corretti”, che impediscono la diffusione di strumenti, metodi, ed indicatori diversi da quelli odierni soprattutto questi “prezzolati pensatori” impediscono che l’etica entri a far parte della progettazione di una società normale.

Una società fondata sull’etica non comprende l’uso della menzogna e di strumenti innaturali come le borse telematiche e/o sistemi a riserva frazionaria usati dalle attuali banche centrali, non prevede interessi sul prestito. La ricchezza è un bene non misurabile: amore, passione e cultura sono beni immateriali, essenziali per gli esseri umani e non quantificabili. Altri beni essenziali come l’acqua, il cibo, i vestiti e la casa non devono essere considerati merci, e soprattutto non possono essere oggetti di scambi-speculazioni finanziari internazionali poiché sono parte della sovranità popolare ed indispensabili per la dignità umana, quindi non quantificabili e non devono essere sottoposti a regimi monetari effimeri come quelli attuali. La natura adotta un sistema di produzione circolare dove gli scarti sono risorse per altre specie. Un sistema bioeconomico contempla i rischi degli scarti ed usa strumenti di misura analitici per quantificare i danni. Cibo, vestiti e case possono essere misurati con la bioeconomia, ad esempio l’analisi del ciclo vita ispirata al sistema circolare della natura tende ad evitare e sconsigliare l’uso di sistema produttivi nocivi e sostanze chimiche non bio-compatibili. L’etica consiglia di adottare tali strategie, mentre gli azionisti delle borse lo vietano per massimizzare i profitti effimeri figli del costo di produzione e della maggiore offerta rispetto alla domanda (consumi indotti dai media = circolo vizioso = crescita illimitata senza ragione alcuna).

Bisogna uscire dall’invenzione finanziaria poiché è concretamente inefficiente, non riconosce le leggi della fisica e produce enormi sprechi, e vedasi la distruzione di risorse non rinnovabili. Per entrare nella politica delle risorse bisogna monitorare le risorse locali e globali, e ci sono gli strumenti per farlo.


[1] STEFANO AMICABILE, Corso di economia ed estimo, Hoepli, 4 ediz. 2010, pag 159

[4] da wikipedia: La conferenza di Bretton Woods, che si tenne dal 1° al 22 luglio 1944 nell’omonima cittadina appartenente alla giurisdizione della città di Carroll (New Hampshire, USA), stabilì regole per le relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Gli accordi di Bretton Woods furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, pensato per governare i rapporti monetari fra stati nazionali indipendenti.

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E’ giunta l’ora di applicare l’autoderminazione e di ripensare la società applicando l’etica. I dogmi religiosi del pensiero dominante stanno crollando uno dietro l’altro e finalmente stiamo mutando il nostro status da sudditi a cittadini. Quindi ecco alcune idee condivise per un programma politico locale, per il vostro comune, per la vostra comunità, per il vostro territorio. E’ ora di riprendersi ciò che è nostro, quello che colpevolmente abbiamo abbandonato nelle mani di spregevoli banchieri, manager e attori cinematografici (i dipendenti eletti).

Introduzione: Le istituzioni sono organizzazioni inventate dall’uomo e non previste dalla natura, esse sorsero col fine di organizzare la società. Quando un’istituzione non rispetta e, soprattutto, opprime la società stessa è lecito sostituirla con una migliore e ripensarla secondo etica, buon senso e ragionevolezza. Oggi, considerata la crisi di coscienze, politica, economica dipendenti eletti e amministratori di queste istituzioni, quasi certamente, non sono all’altezza della situazione che si presenta.

Secondo una visione olistica la sopravvivenza può essere schematizzata o sintetizzata in questa formula: l’indice di sopravvivenza è uguale alla somma dei prodotti di energia totale meno i costi di crescita più protezione, per la disponibilità delle risorse, per l’efficienza, per la consapevolezza.
Alla luce della crisi globale le attuali istituzioni stanno adottando un pensiero politico ed economico che mette in pericolo la capacità di sopravvivenza ad esempio per l’eccessiva crescita infinità dovuta alla compulsiva produttività figlia dell’avarizia. Le istituzioni attuali non sono in grado di gestire adeguatamente le risorse energetiche vitali e stanno distruggendo la biosfera.
Secondo Lipton l’aumento della consapevolezza attraverso l’informazione collettiva all’interno di una comunità offre impulsi necessari alla sopravvivenza che consente di far crescere le organizzazioni sociali. (Bruce Lipton, Evoluzione spontanea, Macro Edizioni 2010)

Secondo due studiosi svizzeri Frey e Stutzer, in Democrazia dei cittadini di Paolo Michelotto, esiste una relazione concreta fra democrazia diretta e felicità dimostrata grazie a una ricerca condotta nel 2002 in Svizzera.

Secondo i nuovi indicatori di crescita il “peso politico” costituisce una dimensione fondamentale della qualità della vita. A livello intrinseco la capacità di partecipare come cittadini a tutti gli effetti, di avere voce in capitolo nella definizione delle politiche, di dissentire senza timori e di esprimersi apertamente contro ciò che si considera sbagliato sono libertà essenziali. (J. Stiglitz, A. Sen, J.-P. Fitoussi, La misura sbagliata delle nostre vite, Etas 2010)

Secondo Maurizio Pallante gli attuali criteri di valutazione della ricchezza e della povertà sono fuorvianti poiché non misurano quei comportamenti vitali per gli esseri umani. L’autoproduzione dei beni non viene nemmeno presa in considerazione. Un sistema economico fondato sugli scambi di vicinato basati sul dono e la reciprocità, la povertà assoluta consiste nella privazione e nell’impossibilità di procurarsi quanto è necessario a una vita dignitosa: una casa in grado di offrire riparo e comfort; cibo e abiti a sufficienza, i beni immateriali e materiali necessari a soddisfare esigenze generalmente riconosciute come indispensabili. […] Come indicatore di ricchezza sono molto più significativi un orto e un bosco, cioè la possibilità di autoprodurre beni. (Maurizio Pallante, La decrescita felice, Editori riuniti, 2006)

Istruzione. Premessa: un video educativo di Ken Robinson accenna al fatto che la scuola odierna è obsoleta e una ricerca dimostra che distrugge la creatività degli individui. Il nostro sistema educativo è stato progettato per un’epoca diversa ormai passata. L’attuale modello adotta sistemi valutativi sulle persone che non riconoscono le reali capacità e potenzialità umane, causando caos nelle vita delle persone, perché non tiene conto del “pensiero divergente“. Stiamo facendo vivere i nostri figli, la loro istruzione, da “anestetizzati” perdendo il contatto con quello che sta accadendo. La scuola è progettata sul modello della “linea di fabbrica”. Alcuni governi stanno ripensando i paradigmi del sistema educativo e stanno sperimentando nuovi modelli.

Obiettivi: Bisogna puntare ad un cambio di paradigma culturale. Avviare corsi sulla “decrescita felice” e sulla “permacultura”.
Individuare un percorso scolastico per formare giovani pronti a costruire, cucinare, riparare, curare un orto e fare lavori di ristrutturazione. Stabilire piani di studio basati sulla sostenibilità e sulla ricostruzione della resilienza. Alcuni argomenti possono essere: giardinaggio, cucina, e lavorazione del legno nella formazione scolastica a partire dalle elementari.
I cortili di istituto possono essere trasformati in orti.
Alle scuole medie gli studenti possono imparare le tecniche di costruzione oltre a quelle per la creazione, l’installazione e il mantenimento di sistemi di energie rinnovabili e possono apprendere “abilità sociali”, ad esempio come risolvere conflitti e assumere la guida della comunità.

Economia. Premessa: secondo numerosi economisti, premi Nobel, e fondazioni culturali l’attuale sistema bancario non è più a servizio delle comunità e il sistema di creazione della moneta viola i diritti umani alimentando e accentuando le disuguaglianze, accentrando ricchezze virtuali nelle mani di pochi oligarchi. Il sistema euro è una moneta virtuale creata dal nulla che sostiene la finanza e non l’economia reale. I Governi dovrebbero ripristinare la sovranità monetaria per tutelare i diritti dei popoli, in Italia la Costituzione obbliga i dipendenti a farlo.
Per tutelare i cittadini e l’economia reale numerose comunità locali stanno adottando sistemi autonomi per misurare il valore, liberandosi dal debito e dagli interessi, e liberandosi dalle fluttuazioni virtuali delle borse telematiche. In Svizzera esiste la WIR Bank, in Svezia la JAK Bank, in Inghilterra vi sono diverse valute locali complementari (Totnes Pound, Brixton Pound…), esiste il sistema LETS, lo stroud Pound, esistono altri esperimenti di valute come i SHARE, Deli Dollars, Farm Preserve, Notes e BerkShares (Great Barrington in Massachusetts). Esistono anche valute regionali tedesche come il Regiogeld, il Chiemgauer e l’Urstromtaler. (Peter North, Moneta locale, Arianna editrice, 2010 – Nino Galloni, Marco Della Luna, La moneta copernicana, Nexus)
In Italia esiste un’associazione l’Arcipelago Scec che promuove uno sconto “agganciato” ai beni e alle merci locali.

Obiettivi: Bisogna puntare a nuove forme di commercio e stampare moneta locale per progetti che rafforzino la comunità e organizzare il denaro solo in base alle esigenze della comunità stessa.
Ricreare il senso di comunità locale in ambito di quartiere tramite un mercato di economia locale valorizzando le trasformazioni realizzate dai cittadini: l’artigianato e la produzione agricola.

Cibo e agricoltura. Premessa: I massicci cambiamenti ambientali e sociali che ci troviamo ad affrontare colpiranno non solo i metodi di produzione, raccolta, condivisione e vendita dei prodotti alimentari, ma anche quello che mangiamo e come lo mangiamo. Se le comunità si vogliono riscattare dal danneggiamento ambientale e dallo sconsiderato sistema nutrizionale odierno proponendo una produttività alimentare e una catena di approvvigionamento rinnovate, le persone che vi partecipano devono riqualificarsi: noi dobbiamo riapprendere tutte le tecniche e i mestieri, che rendevano fiorente l’economia alimentare locale della società prima dell’avvento del petrolio. (Rob Hopkins, Tamzin Pinkerton, Cibo locale, Arianna editrice, 2010, pag. 30)

Obiettivi: Bisogna progettare un sistema agricolo pensato per alimentare le persone e per esser pronto alle sfide del futuro basato su una varietà di settori commerciali e sulla produzione locale e quindi essere autoresiliente, cioè la comunità produce il cibo basilare autonomamente.
Realizzare una rete di orti comunitari urbani sinergici, si possono coltivare orti-giardino e distribuire lotti di terreno per giardini di orto frutta ai gruppi di cittadinanza che lo richiedano con l’obiettivo di tutelare le biodiversità, educare alla permacultura.
La sperimentazione del circolo territoriale MDF Parma dimostra che l’approccio permaculturale sia più produttivo dell’impiego della chimica e renda un cibo più sicuro e di alta qualità.

Energia. Premessa: Nel marzo 2007 il Piano d’Azione del Consiglio europeo denominato “Una politica energetica per l’Europa” ha fissato nel 2020 la data verso la quale proiettare gli scenari della previsione energetica europea (ridurre del 20% le emissioni di CO2, migliorare del 20% l’efficienza energetica dell’UE, incrementare la percentuale dell’energia ricavata da fonti rinnovabili fino al 20%).

Dal 1 gennaio 2009 anche la Regione Emilia-Romagna ha dato il via all’obbligo di certificazione energetica degli edifici.
I Comuni devono prevedere interventi che assicurino il contenimento dei consumi energetici, mediante l’adeguamento dei propri strumenti territoriali ed urbanistici per i nuovi edifici e per quelli esistenti. I Comuni devono valorizzare l’uso delle fonti rinnovabili, gli impianti di cogenerazione, le pompe di calore, i sistemi centralizzati di riscaldamento e di raffreddamento.
I Comuni hanno l’obbligo di far rispettare il fabbisogno – contenimento – energetico mediante fonti rinnovabili per tutti gli edifici pubblici. (Legge regionale 26/2004)
I Comuni, nel caso di ristrutturazioni edilizie hanno l’obbligo di chiedere un miglioramento del rendimento energetico degli edifici soddisfacendo requisiti minimi e chiedendo l’introduzione di sistemi di contabilizzazione del calore per ogni singola unità immobiliare. (Legge regionale 26/2004)
I requisiti minimi di prestazione energetica degli edifici sono chiesti alla progettazione e realizzazione di edifici nuovi con superficie utile superiore a 1000 mq o agli ampliamenti superiori a 80 mq. (Regione Emilia Romagna – deliberazione assemblea legislativa 156/2008)

L’elemento determinante per accelerare un processo di sostenibilità applicata è l’informazione. La certificazione energetica ha evidenziato qualità degli edifici poco visibili e la certificazione ambientale evidenzierà non solo l’aspetto energetico, ma anche gli altri elementi della sostenibilità, come ad esempio la qualità dei materiali o le scelte relative agli spazi esterni. Se un cittadino è messo nelle condizioni di decidere, ed è informato in modo semplice anche sui temi di non facile comprensione – e l’energia è uno di questi – orienterà le proprie scelte in modo corretto e il mercato lo seguirà. (G. Dall’O’, A. Galante, Abitare sostenibile, Il Mulino, 2010, pag. 133)

Obiettivi: Puntare all’autosufficienza energetica attraverso l’eliminazione degli sprechi e la riduzione dei consumi con l’incremento di tecnologie di fonti alternative. Informare la popolazione sul problema del “picco del petrolio” attraverso i media e le assemblee popolari. Migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni e incentivare l’uso di materiali bio-compatibili in edilizia. Incentivare l’avvio di Esco (Energy Service Company) ad azionariato diffuso popolare.
Realizzare quartieri sostenibili con smart grid, cioè una rete intelligente dove i cittadini sono produttori e consumatori di energia e scambiano i surplus energetici, non utilizzati.

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