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Posts Tagged ‘decrescita felice’

Cos’è la decrescita felice?

Prima di parlare di decrescita felice è necessario fare una premessa circa il nostro sistema economico, poiché crescita e decrescita sono termini economici, non hanno un’accezione negativa o positiva in sé e pertanto vanno declinati. Ad esempio, la crescita di un tumore è negativa. Grazie alla programmazione mentale dei media l’immaginario collettivo crede che la crescita del PIL sia sinonimo di benessere ma questo non solo è falso, ed ahimé, è vero il contrario.

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva.

Tutte le scelte politiche delle nostre istituzioni sono condizionate dall’ideologia della crescita, cioè dal capitalismo che ignora le leggi della natura. Sono tre gli indicatori principali: Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, l’espansione monetaria e il petrolio, ma a partire dagli anni ’80 il capitalismo si è trasformato attraverso un processo di deregolamentazione dei mercati e dei capitali sia modificando il ruolo del sistema bancario e sia ampliando strumenti per le cosiddette giurisdizioni segrete.

L’economia capitalista neoclassica si fonda su quattro fattori della produzione: la natura, il lavoro, il capitale e l’organizzazione; inoltre considera la teoria della domanda e dell’offerta, e la funzione della produzione finalizzata all’aumento della produttività (massimizzazione del profitto). Gli altri indicatori quali il rapporto debito/PIL e il patto di stabilità e crescita dell’UE seguono comunque l’obiettivo della crescita della produttività. In più, tutti i giorni i media ci massacrano di opinioni circa gli scambi delle borse telematiche.

Il capitalismo sfrutta il sistema finanziario del mercato borsistico ma tale mercato crea un valore fittizio del capitale, tant’è che le imprese più grandi, in termini di valore, hanno aumentato il proprio valore di capitalizzazione attraverso la finanza superando di gran lunga l’economia reale, e grazie all’opacità del sistema bancario occulto. Nel processo capitalistico l’aumento del capitale avviane attraverso la finanza, l’informatica, l‘evasione fiscale e il controllo diretto delle risorse finite del pianeta ma riducendo il lavoro, l’organizzazione e la natura. Nell’economia reale l’aumento del capitale avveniva grazie al lavoro, l’organizzazione e alla natura, oggi non è più così poiché una deregolamentazione (zone economiche speciali) abbinata a una ricerca scientifica finalizzata alla robotica ha favorito la sostituzione dei lavoratori con le macchine conseguendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA.

Gli ingenti capitali creati dal nulla sono controllati da una ristrettissima élite; buona parte di questa ricchezza virtuale rimane inutilizzata e una piccola parte è investita per gestire gli interessi di pochi (distribuzione della ricchezza).

Oxfam Italia economia dell'1%

Oxfam distribuzione ricchezza Italia 2015

Distribuzione della ricchezza, fonte Oxfam Italia.

Come mostrano i dati rielaborati da Oxfam, all’interno del sistema capitalista, e come preconizzò Marx, è l’accumulo di capitale la ricchezza che connota i rapporti fra Stati, imprese e individui; e non la cultura o la condotta morale delle persone. L’egoismo e l’avidità sono motori della società moderna capitalista. Cosa ancora peggiore, nella società moderna, il capitalismo ha preferito favorire la conoscenza e la ricerca che sostiene l’accumulo del capitale stesso (finanza, copyright, brevetti, sistema offshore). Nel mondo dell’economia neoclassica i quattro fattori della produzione sono considerati in maniera arbitraria realizzando un inganno tipico dell’economia, e cioè ridurre infinitamente la natura, il lavoro e l’organizzazione per aumentare infinitamente il capitale. Ed è ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni in Occidente. Con questo inganno l’economia globale ha potuto accumulare il capitale attraverso le speculazioni finanziarie (cioè non lavorando), la segretezza bancaria e lo sfruttamento delle risorse finite del pianeta. La cosiddetta old economy delle imprese occidentali ha aumentato i dividendi riducendo i costi, cioè pagando meno le materie prime e svalutando i salari; l’industria bancaria ha aumentato i dividendi imbrogliando gli Stati mentre la new economy come l’industria bancaria, cioè senza lavorare, ha aumentato i dividendi non pagando le tasse e sfruttando internet come acceleratore pubblicitario, uno strumento molto più pervasivo e pericoloso della televisione poiché usufruito anche dai bambini. Nel sistema euro, per inseguire i capricci delle imprese, la svalutazione dei salari (e la flessibilità) è persino programmata dai Governi dei cosiddetti paesi “periferici” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), e tale scelta adesso è intrapresa anche da alcuni paesi “centrali” (Francia e Germania) per rilocalizzare alcune produzioni e competere coi mercati asiatici. Questa forma di schiavitù volontaria, è chiamata “esercito industriale di riserva”.

Tutta la nostra società è stata forgiata all’interno di questa ideologia ove l’uomo viene alienato e rinchiuso in un sistema mercantile compulsivo. Questa ideologia detta le linee guida ai Governi, che hanno innescato una generale regressione della specie umana favorendo la distruzione del senso di comunità. Prima il capitalismo mercantile, e quello neoliberale dopo hanno favorito l’egoismo, l’avidità, la competitività e il nichilismo poiché una delle fonti di sostegno è la psico programmazione mentale avviata dalla pubblicità che crea bisogni indotti, a partire dai bambini. Il capitalismo necessita di consumatori capricciosi e non di persone mature. Per le imprese è fondamentale inventare il desiderio di acquistare le merci, poiché è la forza necessaria per sostenere la produttività.

Tale ideologia e tutti questi indicatori divulgati quotidianamente dai media rappresentano una maschera che nasconde ciò che veramente riguarda la specie umana. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’energia. Siamo l’unica specie di questo pianeta che ha inventato l’economia e la moneta per regolare gli scambi, tutte le altre specie, rispettando le leggi della natura, sono parte di un sistema circolare degli scambi, cioè gli scarti di una specie sono risorse per le altre, tutto in perfetto equilibrio chimico fisico.

Persino la favola della crescita che produce occupazione è facilmente svelata osservando i dati pubblicati dall’Istat:

relazione PIL popolazione occupazione

Fra il 1960 e il 2011 il rapporto fra occupati e popolazione resta pressoché invariato attestandosi al 38% (2011), mentre dal 1960 al 2011 il PIL è costantemente in aumento lasciando invariata la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione. Se leggiamo attentamente il rapporto osserviamo persino un leggero calo, cioè gli occupati sono diminuiti in rapporto all’aumento della popolazione; dal 40% del 1960 al 38% del 2011, possiamo persino asserire che la crescita del PIL può favorire un aumento della disoccupazione.

La decrescita felice è una filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, cioè nasce in ambito economico poiché studia e critica il sistema della crescita, ovvero l’aumento continuo della produttività. Secondo Nicholas Roegen-Georgescu la funzione della produzione dell’economia neoclassica è incompleta, sbagliata e fuorviante poiché non tiene conto dei flussi di energia e materia, e così egli propose un nuovo modello di flussi-fondi in entrata e uscita, copiando le leggi della natura negli scambi economici. E’ la termodinamica la radice culturale (entropia) della bioeconomia. In quest’ottica bioeconomica è possibile osservare l’uso delle risorse, e capire quali sono i processi di trasformazione delle materie prime cogliendone sia i consumi e sia gli impatti sull’ambiente, indipendentemente dal profitto ottenuto.

Poiché tutta l’economia globale si occupa prioritariamente dell’aumento indiscriminato della produttività misurata con l’indicatore quantitativo del Prodotto Interno Lordo, la decrescita è una valutazione qualitativa che suggerisce la riduzione selettiva delle merci inutili. La decrescita secondo la bioeconomia è un miglioramento poiché cancella sprechi e merci inutili. Poiché il presupposto della bioeconomia è la sostenibilità dei processi industriali, accade che i modelli produttivi contabilizzano gli sprechi, gli impatti ambientali, gli impatti sociali, e osservando le capacità auto-rigenerative delle risorse limitate aggiungendo anche valutazioni etiche. Non tutto ciò che si produce è utile e necessario.

La decrescita felice non è un obiettivo ma un processo di transizione, da una società stupidamente avida, mercatista e consumista a una società più umana, più saggia, e prosperosa attraverso l’uso razionale dell’energia e la rilocalizzazione delle attività economiche. Basti pensare all’evoluzione neotecnica nel mondo dell’edilizia. Ristrutturando gli edifici costruiti male è possibile cancellare tutti gli sprechi riducendo la domanda di energia da fonti fossili. Il primo passo è la riduzione della domanda per soddisfare la reale domanda energetica puntando all’auto consumo. Sfruttando le fonti alternative si possono realizzare reti intelligenti scambiando gratuitamente i surplus generati dall’impiego di un mix di tecnologie. Questo significa pianificare la riduzione del PIL, oggi sostenuto dagli sprechi, ma è un miglioramento e per realizzare questa transizione è necessaria una nuova occupazione utile poiché bisogna rigenerare l’intero patrimonio edilizio esistente, costruito fra gli anni ’40 e ’80.

Età degli edifici e consumi energetici

Età degli edifici e consumi energetici (Fonte dati Cresme e info grafica Linkiesta).

Per quale motivo i partiti politici non favoriscono questa transizione?

Perché tutti i partiti otto-novecenteschi sono stati pensati dall’epoca dell’industrialismo, cioè la loro funzione è quella di favorire l’aumento della produttività ma quest’epoca sta volgendo al termine, cioè la fine dell’epoca industriale e della produzione di massa di merci inutili; almeno in Europa è già così, vista la delocalizzazione cominciata negli anni ’70. Con la fine dell’industrialismo le categorie destra e sinistra sono ormai obsolete, mentre è più utile parlare di fine del capitalismo poiché imploso su stesso, in quanto è insostenibile la crescita continua rimasta in piedi dall’inganno della funzione della produzione e dai debiti pubblici e privati, impagabili (il ruolo negativo dell’usurpazione della sovranità monetaria). Se tutti i partiti, nei propri parlamenti, propongono la crescita, cioè l’aumento di produttività, lo fanno per assecondare l’interesse delle imprese, lo fanno poiché il capitalismo è nato per favorire l’aumento delle merci. E’ con l’aumento dei consumi che si stabiliscono le somme da ridistribuire come reddito alle imprese stesse e ai servizi, comprese le clientele che gestiscono i partiti. Se i partiti dovessero perseguire un sistema economico efficiente come quello bioeconomico ci sarebbe una riduzione del loro potere economico e soprattutto si ridurrebbe la produttività delle merci, obiettivo opposto all’interesse delle imprese che hanno un’enorme influenza sul sistema educativo pubblico, e sulla formazione culturale dei politici attraverso i cosiddetti thik tank d’impronta neoliberale.

Negli ultimi trent’anni attraverso l’evoluzione robotica e informatica il capitalismo si è trasformato. Tutte le principali città europee sono state deindustrializzate generando la famosa contrazione, cioè la perdita di abitanti innescata dalla chiusura delle industrie e dalla rendita immobiliare che ha espulso i ceti meno abbienti spingendoli verso i comuni limitrofi. In Italia sono circa 26 le città in contrazione e tale fenomeno coinvolge tutti i principali centri urbani (Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, ….).

Siamo tutti immersi in un cambiamento che facciamo fatica a percepire, anche se la crisi del capitalismo ci aiuta a ripensare e ragionare, poiché stiamo assistendo alla fine del lavoro salariato come l’abbiamo vissuto e coltivato.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività e sia riducendo i costi. E il lavoro è una merce costo che si può ridurre delocalizzando i processi produttivi in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche i sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali.

Esistono soluzioni?

Certo, esiste sempre una soluzione per uscire dalla recessione innescata da un’ideologia che giunge al termine e da un’industria finanziaria fuori controllo, cioè le banche e il mondo offshore, ma non è una strada breve.

Dobbiamo ripensare i paradigmi culturali della società e delle istituzioni favorendo lo sviluppo di politiche bioeconomiche poiché migliorano la qualità della nostra vita e creano nuova occupazione. E’ determinante riformare il nostro sistema educativo scolastico e universitario introducendo la bioeconomia. E le classi politiche si devono riprendere il ruolo di comando ceduto al famigerato libero mercato, per un motivo molto semplice, è in pericolo la specie umana, non possiamo continuare con la stupidità della crescita continua. L’ideologia neoliberale non contempla una condotta civica, etica e responsabile ma solo l’accumulo del capitale, cioè l’avidità fine a se stessa, cioè il nulla.

E’ grazie alla bioeconomia che possiamo programmare una rinascita dell’economia locale poiché uno degli aspetti economici più importanti è un riequilibrio fra l’eccesso di economie globali e lo sviluppo di modelli autarchici, cioè i cicli si chiudono in ambiti territoriali ristretti consentendo la tutela degli interessi economici delle comunità (politica industriale).

Come cittadini possiamo fare la nostra parte, uscendo dalla patologia degli acquisti compulsivi. Possiamo sviluppare un’autonomia di pensiero critico e avviare percorsi di auto produzione insieme ad altri cittadini, nella sostanza possiamo ridurre la nostra dipendenza dal mercato per aumentare lo spazio della comunità. In parte questo processo sta già accadendo, basti osservare i gruppi di acquisto ma dobbiamo favorire lo sviluppo di imprese sostenibili ove l’obiettivo non è il profitto ma la qualità dei servizi secondo criteri bioeconomici. L’obiettivo della nostra specie non è l’accumulo di capitale ma perseguire virtù e conoscenze per lo sviluppo della spiritualità oltre che quello materiale. Nei Paesi dove il capitalismo ha prodotto i disastri maggiori, le persone si stanno riprendendo spazi democratici per auto determinarsi, basti osservare Detroit fino alla Grecia, e la Spagna. Il limite al cambiamento è posto solo dalle classi dirigenti sia perché inadeguate e sia perché espressione dello status quo.

Attraverso il paradigma bioeconomico potremmo rispettare meglio la Costituzione poiché cancelleremo l’inquinamento e le diseguaglianze, e potremo sviluppare impieghi utili. Ad esempio, esiste un enorme indotto produttivo nelle attività di riuso e riciclo delle materie prime seconde, chiamate rifiuti, ma è indispensabile creare miniere regionali utili a sostegno delle imprese virtuose.

E’ strategico investire nella tutela del patrimonio più importante per la nostra sopravvivenza: il territorio. Solo nei processi di conservazione dei nostri centri storici e nella rigenerazione delle periferie si creano centinaia di migliaia di impieghi utili, così come nel recupero dei piccoli centri rurali e lo sviluppo dell’agricoltura naturale – la sovranità alimentare – e la rilocalizzazione delle attività produttive. Tutto ciò non è più procrastinabile nel tempo poiché buona parte del nostro patrimonio edilizio esistente giunge a fine ciclo vita, così come non è tollerabile non pianificare la prevenzione primaria del dissesto idro-geologico.

E’ fondamentale costruire un piano economico industriale bioeconomico sulle politiche urbane e territoriali costruendo scenari sociali ed economici per i prossimi venti anni. Le aree urbane e i centri rurali sono i luoghi ove si concentra la maggior parte degli abitanti, e l’inerzia politica nei confronti di questi sistemi vitali produce un danno economico incalcolabile.

Queste azioni politiche abbisognano di ingenti investimenti pubblici e privati, e i programmi politici vanno elaborati partendo dall’approccio bioeconomico che ci libera dall’avidità e dagli sprechi, e focalizza l’attenzione sull’obiettivo: migliorare la qualità della nostra vita.

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Da troppi decenni la regressione sociale delle società occidentali e in modo particolare in Italia, ha prodotto anche un abbandono e un profondo disinteresse nell’organizzazione territoriale delle città, nonostante queste siano i luoghi più vissuti dalla specie umana occidentale, solo in Europa circa il 72% degli abitanti vive proprio nelle aree urbane, mentre in Italia la percentuale è del 51%.

L’anno prossimo anche l’agenzia delle Nazioni unite aggiornerà la propria agenda delle politiche urbane, non che la precedente abbia generato dei miglioramenti, ma è il segnale evidente che anche a livello globale c’è un interesse sulla qualità della vita degli esseri umani. In Europa, la Commissione europea incentiva programmi e linee guida, mentre in Italia da più di trent’anni non esiste un controllo nazionale sulla pianificazione urbana e sin dall’applicazione delle leggi regionali, le nostre città anziché migliorare i propri tessuti urbani, buona parte degli amministratori ha favorito la deregolamentazione e le dannose rendite di posizione aumentando le disuguaglianze sociali, inseguendo le teorie neoliberiste e soprattutto i capricci dei Sindaci che hanno cancellato l’architettura e l’urbanistica sostituite dalle immagini auto referenziali delle archistar, completando quel processo di massificazione mediatica sorta con l’invenzione della televisione e che ha divorato persino discipline nobili come l’architettura piegata al nichilismo del capitalismo.

Buona parte delle nostre città, durante gli anni della ricostruzione fino agli anni 2000 sono l’espressione del nichilismo industriale. Fra gli anni ’50 e gli anni ’80, si è consumato un conflitto politico culturale che ha visto prevalere la destra neoliberale, ed oggi è il suo pensiero dominante che governa la globalizzazione: tutto è merce.

Negli ultimi anni i media parlano solo di crisi dell’economia, quando nella realtà, l’economia ha vinto su tutto, l’economia non è mai stata così in forma come oggi, poiché essa mercifica ogni cosa e il neoliberismo è l’essenza dell’economia. La finanza, branca dell’economia, è messa sotto processo, ma è una recita infantile poiché la storia insegna, fra le tante attività umane, che la Parigi da tutti ammirata fu trasformata da Haussmann proprio attraverso le prime operazioni finanziarie aggregando gli istituti bancari, e usando prestiti e interessi, per favorire le rendite immobiliari e fondiarie. Nell’Ottocento, ove il capitalismo era già maturo, accadeva che il disegno urbano veniva associato agli strumenti finanziari col serio rischio di piegare il disegno urbano ai capricci di chi volesse speculare con la rendita fondiaria e immobiliare. Nei primi decenni del Novecento si pensò di porre rimedio alle facili speculazioni, o ridistribuendo la rendita oppure consegnando la pianificazione allo Stato, la cosiddetta municipalizzazione dei suoli. In Italia si favorì la posizione liberale, e tutt’oggi ne paghiamo le conseguenze sociali ed economiche: il nostro Paese è fra quelli che ha il più basso stock di alloggi pubblici e le periferie sono fra le peggiori costruite. Ci salva solo la bellezza dei centri storici, costruiti prima che il mostro del capitalismo divorasse l’architettura, e il paesaggio naturale che ci ha donato madre natura, ma ugualmente messo a rischio dall’idiozia dei capitalisti e dall’apatia dei cittadini.

Per favorire la ricostruzione di città fatte per gli esseri umani non esistono compromessi: architettura e urbanistica devono sbarazzarsi del capitalismo, o quanto meno il disegno deve tornare a prevalere sull’economia, esattamente come accadeva nel medioevo, ove ogni attività economica era subordinata ai cicli naturali e alla creatività delle persone. La bellezza era un valore, e per favorire la rinascita di questo paradigma culturale dobbiamo rompere una consuetudine immorale, ricacciando la moneta nel suo ruolo, un metro di misura: il denaro non è ricchezza, e non è valore. La creatività è valore, la natura è valore. Il disegno urbano è valore, se e solo se questo favorisce la crescita dello sviluppo umano, se e solo se rompe le rendite di posizione e costruisce servizi per la collettività favorendo la bellezza, il decoro, e riparando ambienti e tessuti urbani mal costruiti. Nel periodo in cui ormai la moneta è creata dal nulla, e basata solo sulla fiducia, esiste l’opportunità concreta di avviare un sistema economico alternativo per uscire dalla speculazione finanziaria e sostenere la rigenerazione urbana bioeconomica. Per far questo c’è bisogno di una volontà politica, affinché le istituzioni siano liberate dai ricatti del famigerato libero mercato. Soprattutto nella vecchia Europa, ove le città sono in crisi poiché deindustrializzate è necessario riscrivere l’impianto dei sistemi di credito così come i principi dell’economia globale, avviando una transizione epocale e mettendo al centro la specie umana e le leggi della natura. Bisogna favorire nuovi sistemi di relazione, e consentire ai cittadini di uscire da un sistema forgiato su rapporti monetari, e approdare a un sistema economico fondato su relazioni dettate dai comportamenti etici e responsabili. La storia dimostra che il capitalismo ha alienato la specie umana, l’ha resa violenza e ha distrutto lo spiritualismo. Se tutti i nostri rapporti sono essenzialmente materiali è evidente che anche l’architettura e l’urbanistica siano conseguenza di questo atteggiamento distruttivo e prevaricatore, e così spariscono le piazze, i teatri e biblioteche ma compaiono i centri commerciali e le insegne pubblicitarie, ovunque anche in internet. La pubblicità coincide con la città, gli esseri umani sono sostituiti dai consumatori, le persone dalle professioni.

Nonostante le difficoltà esistono opportunità per cambiare ogni cosa poiché la coscienza e la conoscenza della specie umana possono piegare alcune tecnologie e indirizzarle in un utilizzo sociale, così come la bellezza e il decoro possono tornare a essere obiettivo degli urbanisti. Si tratta di avviare un percorso cooperativo ove le trasformazioni delle città siano coordinate e sostenute dai cittadini stessi. Essi dovrebbero diventare i committenti della rigenerazione urbana bioeconomica favorendo disegni che rappresentano opportunità di sviluppo umano. E’ necessario osservare e perseguire l’aumento degli spazi pubblici o un loro riequilibrio con lo spazio privato, un corretto uso del suolo attraverso densità medie (mixité sociale) e l’introduzione di servizi culturali richiesti dai cittadini, oltre all’impiego di un mix tecnologico che favorisce l’uso razionale dell’energia per cancellare sprechi e diventare auto sufficienti. Questi e altri indirizzi che trasformano i non luoghi del consumo in città per riallacciare rapporti di comunità e stimolare la convivialità.

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La costruzione identitaria di ogni individuo è una questiona politica. L’attuale società capitalista  ha favorito la disgregazione dei popoli poiché ha distrutto il senso di comunità e di appartenenza. Distruggendo ogni capacità di valutare autonomamente, il nichilismo capitalista ha distrutto l’animo umano, il nostro io. Che genere di individuo ha costruito il capitalismo? All’interno del capitalismo, qual è il ruolo che gli individui assumono? Mi sembra di osservare che generalmente le persone “combattono” contro i ruoli che la società ha assegnato loro. Se vogliamo avere un’idea sul carattere di questa società è sufficiente osservare quali individui sono ricoperti di rispetto e ammirazione. In una società come la nostra, la maggioranza degli individui trova rispetto e ammirazione per le immagini proposte dalla pubblicità e dagli affari. Basta osservare il mondo del calcio condizionato dal riciclaggio.

Secondo l’accezione capitalista l’industria delle armi è lavoro produttivo, mentre insegnare a dei bambini come curare un malato è improduttivo; e persino la cosiddetta economia sommersa (droga e l’evasione fiscale) è produttiva poiché alimenta denaro. L’istruzione e i servizi sociali sono considerati costi e soggetti a privatizzazioni continue secondo logiche di mercato e di mero bilancio, al pari di una conduzione aziendale delle imprese. Questo accade poiché l’ideologia capitalista assume come valore è il denaro. E’ tutto il pensiero economico che preferisce ridurre e banalizzare i processi creati dalle imprese, trasformandoli in merce da comprare e/o vendere. Il capitalismo ignora l’etica o il concetto di utilità sociale. Anche un bambino capisce che il capitalismo è sinonimo di violenza, non per gli economisti ortodossi e non per i loro burattini chiamati politici, quelli che ricevono una delega dai cittadini per entrare nelle istituzioni, ma nella realtà amministrano” i capricci di alcune SpA, non governano. La recente evoluzione del capitalismo sgancia il lavoro dal capitale, poiché anche il lavoro non è più l’elemento necessario per l’aumento del valore cioè dell’accumulo di denaro.

In una società come la nostra, dove non esiste una nozione base e condivisa sul carattere, è probabile che si favoriscano psico patologie collettive e deliri suggeriti dai pubblicitari delle corporations. Non essendoci accordo sui valori quali la decenza, l’onestà e la moralità, tutti i soggetti politici contemporanei sono il frutto di questa dissoluzione in quanto, durante gli ultimi trent’anni, ed oggi più di prima, chi ambisce a concorrere per un posto nelle istituzioni è l’espressione dell’egoismo, cioè l’io minimo e l’io narcisista che può avere solo obiettivi personali. L’individualismo è caratteristica di questa società, per tale motivo sono in crisi tutti gli organi intermedi: sindacati, partiti e associazioni, ed è in crisi la vera partecipazione politica fatta di proposte e contenuti e dal carattere altruistico; e non di indignazione fine a se stessa. L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini. Un esempio evidente uscendo dalle nostre case sono le città moderne: non più costruite per favorire la convivialità, la cultura, e la spiritualità ma per il becero consumo.

Questo fenomeno nasce all’interno di una società, dove esiste la crisi delle coscienze e delle proprie identità e si trasporta nello spazio politico, dove sparisce il dibattito pubblico, inteso come dialogo intorno all’interesse pubblico. Se osserviamo il panorama dei soggetti politici, spesso asserviti alle multinazionali, questo è del tutto normale poiché buona parte degli attori che partecipano ai processi decisionali sono espressione del vuoto. Per questo motivo la politica “discussa” nelle istituzioni è espressione dei gruppi di interessi, poiché l’immagine di sé, degli attori politici, è la psico programmazione della società capitalista, cioè l’io minimo e l’io narcisista che si allaccia proprio ai gruppi di interesse, questo accade in ogni ambito sia esso locale oppure nazionale ed è la prerogativa della democrazia liberale, quella di rappresentare l’interesse particolare e mai l’interesse generale. Oggi, e non è un caso, le corporations scelgono i propri galoppini all’interno di quel mondo sociale delle rivendicazioni personali, all’interno delle cosiddette vittime della medesima società capitalista, nel senso che la frantumazione sociale contribuisce a fornire immagini di individui vittime del sistema che possono rappresentare meglio quegli interessi particolari del mondo liberale. Le persone vittime parlano solo per se stesse e sono la base delle rivendicazioni politiche. E’ questo un ulteriore declino del bene pubblico. In questo clima di degrado culturale e morale i soggetti politici sono incapaci di sviluppare proposte universali, ma sono ottimi strumenti di manipolazione e di rappresentanza dell’élite degenerata capace di selezionare e addomesticare gli attori vittime cresciute nell’egoismo e nell’io narcisista. Attori vittime che diventano galoppini quando si pongono sul mercato politico al semplice prezzo delle gratificazioni promesse dai gruppi di potere e dalle SpA; è il ritorno al vassallaggio tipico delle società feudali. All’interno di questo breve discorso è evidente che c’è l’elemento della deresponsabilizzazione politica dei cittadini, della nostra apatia, poiché è più facile non occuparsi di temi universali e/o interessi collettivi, poiché significherebbe aver sviluppato un pensiero autonomo, critico e colto, da comunicare alla polis avviando un dialogo, cioè la democrazia. Negli ultimi trent’anni anziché favorire sistemi democratici ove gli individui potevano e dovevano sviluppare capacità di ascolto reciproco nei confronti dei problemi dei popoli, e capacità di visione per disegnare una società migliore, l’ambiente capitalista ha partorito burattini cinici e nichilisti all’interno del teatro politico espressione della pubblicità. Tali attori non devono avere visioni ma solo amministrare le decisioni prese altrove.

Per rimettere le cose a posto è necessario investire energie mentali su noi stessi, uscendo dalle frustrazioni e abbandonando l’invidia sociale, entrambi effetti della società capitalista costruita sulle merci e sul denaro, figuriamoci se tale società poteva favorire lo sviluppo umano dei popoli. Una soluzione pratica è senza dubbio offerta dalle comunità che si auto governano dove al centro c’è la relazione umana, la convivialità e la cultura del saper fare meno e meglio, attraverso scambi che non sono mercantili. Del resto la stessa implosione del capitalismo mostra che il lavoro non serve a perpetrare le strutture sociali, poiché il capitale in una società informatizzata e digitalizzata si alimenta da solo, a seconda dei capricci delle più influenti multinazionali e banche del mondo. Di fronte a questo sistema innaturale e immorale, è del tutto normale che l’opposto dell’egoismo sia l’altruismo ma per dare valore all’agire etico è determinante che le relazioni siano consapevoli e sincere affinché si sviluppi la fiducia per un mondo più evoluto. La consapevolezza si acquisisce solo attraverso la cultura e la fiducia verso un mondo non più mercantile ma bioeconomico, più umano. E’ necessario decolonizzare l’immaginario collettivo, pulirlo dai pensieri tossici e criminali dell’economia ortodossa.

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La fine dell’industrialismo in Europa, in corso d’opera da circa un trentennio, produce diversi effetti: dalla trasformazione dei luoghi urbani fino ai rapporti “sociali” poiché la fine del lavoro salariato non è sostituito con nuova occupazione utile. La ricetta proposta da tutte le forze politiche che controllano le istituzioni è nota: la crescita. Sono almeno trent’anni che i media ripetono gli stessi slogan che non generano effetti positivi per il semplice motivo che la crescita è la causa della disgregazione sociale che subisce il mondo occidentale costruito sull’ideologia del capitalismo.

L’instabilità e la fine del capitalismo consentono di ridiscutere i paradigmi culturali di questa società costruita sull’egoismo, la competitività e il mercato. L’unica proposta filosofica e politica che produce soluzioni concrete emerge dalla bioeconomia, e su questo tema, che nasce negli anni ’70, c’è ancora censura e confusione poiché non è sufficientemente conosciuto e divulgato. La bioeconomia, oltre ad essere sconosciuta dalla maggioranza dei cittadini e degli amministratori, non è argomento di divulgazione mediatica, mentre i gatekeepers divulgano l’ossimoro “sviluppo sostenibile” e la propaganda della famigerata “green economy”.

Prima verità circa la filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, e cioè la decrescita: la sua proposta non è un ritorno al passato ma l’esatto contrario, e cioè un’evoluzione culturale, sociale ed economica poiché parte dal presupposto, già dimostrato da Georgescu-Roegen, che l’economia neoclassica capitalista è sbagliata e fuorviante, in quanto ignorante, inefficiente e dannosa. La funzione della produzione bioeconomica risolve le questioni economiche-ortodosse che ignorano l’entropia, e mostra un modello per contabilizzare i flussi di materia ed energia, cioè la vera economia poiché si occupa di uso delle risorse. La bioeconomia, non solo affronta la vera economia ma suggerisce argomentazioni di carattere qualitativo (uso razionale dell’energia) e non più solo quantitativo (economia ortodossa), aggiungendo presupposti etici circa l’uso delle risorse naturali, aprendo a temi non più meramente economici ma valoriali per la specie umana. Se partiamo dal presupposto che tutto l’impianto industriale, economico e culturale della nostra società ha circa trecento anni, ed è stato costruito su aspetti quantitativi secondo l’accumulo di risorse monetarie, è facile intuire l’ostilità dell’élite predominate e dei cittadini contro un paradigma culturale che parte da presupposti quali la felicità umana e l’equilibrio ecologico. E’ ovvio attendersi ostilità, prima di tutto da parte delle persone poiché sono state addomesticate a consumare passivamente qualsiasi cosa proposta dalla pubblicità delle multinazionali. Le capacità persuasive delle multinazionali sono ampiamente favorite dal modello sociale dominante e dai programmi istruttivi e formativi sia scolastici e sia universitari che trasmettono nichilismo, competitività, egoismo e avidità. E’ altrettanto vero che se da un lato le istituzioni hanno programmato una società capitalista, è pure vero che gli effetti negativi consentono anche un ripensamento, partendo proprio dai disastri sociali causati dall’aumento della povertà e dalle immorali diseguaglianze economiche che riducono le opportunità a percorsi di sviluppo umano per buona parte della popolazione. In questo contesto sociale, i cittadini si auto organizzano sviluppando nuovi comportamenti economici alternativi, ma è necessario distinguerli fra dimostrazioni di mera protesta, e gli esempi di bioeconomia che rientrano nei nuovi paradigmi culturali.

Abbiamo detto in precedenza che la bioeconomia è un’evoluzione. All’interno del paradigma odierno, meno Stato e più privati, è naturale attendersi significativi cambiamenti dalle imprese, non perché più o meno illuminate di altri soggetti, ma perché sono l’elemento, entro il sistema capitalistico, che possiedono le risorse finanziare per costruire la transizione ecologica, tant’è che se oggi troviamo le cosiddette nuove tecnologie è attraverso il loro impulso. Dal punto di vista della teoria, anche Stato e cittadini potrebbero finanziare il cambiamento tecnologico dei modelli produttivi. Lo Stato ha, notoriamente, abdicato al potere di emettere moneta e persino a quello di controllare il credito, mentre in ambiti micro economici i cittadini stanno auto gestendo e favorendo lo sviluppo di sistemi di consumo attraverso i cosiddetti gruppi di acquisto solidale, ed anche la produzione di merci e servizi attraverso le cooperative. Se da un lato, lo sviluppo neotecnico di talune imprese rientra certamente nella bioeconomia, poiché sottoposti a processi standardizzati e verificabili; non è scontato che i modelli dal basso dei cittadini siano altrettanto bioeconomici, poiché non è garantita la trasparenza e la consapevolezza dei processi, rimandata alla sensibilità, e alle capacità di coordinatori e partecipanti. In questo periodo di transizione ove giustamente è calata la fiducia nelle multinazionali si stanno sviluppando forme e processi di auto certificazione che si caratterizzano soprattutto per le sensibilità etiche dei cittadini stanchi di pagare merci di dubbia qualità e provenienza, e così sorgono forme spontanee di rilocalizzazioni produttive, ma sono sistemi bioeconomici? Non è facile saperlo, ma se vogliamo sciogliere ogni dubbio, descriviamo un esempio di produzione di beni secondo la filosofia della decrescita felice. Recentemente attraverso il circolo MDF Salerno abbiamo sperimentato un esempio di produzione di un bene che non è una merce, attraverso l’economia del dono in un contesto di convivialità e reciprocità. Qual è la differenza fra un bene e una merce? Il bene viene auto prodotto in un contesto di lavoro vernacolare, non esiste il desiderio di assegnare un prezzo al bene auto prodotto, poiché è finalizzato al soddisfacimento di un bisogno necessario: mangiare olio, auto consumo. Stiamo parlando di bisogni reali e necessari: il cibo, e la trasformazione della materia prima avviene in un ambito territoriale ristretto (filiera corta), non c’è un lavoro retribuito poiché la raccolta è effettuata dai consumatori, i quali apprendono nuove abilità e allargano la loro capacità di auto sostenersi. La materia prima è donata, pertanto non c’è un prezzo da pagare, in cambio di convivialità e/o manutenzione della materia prima, potatura delle piante che altrimenti avrebbero sprecato i loro frutti non consumati. In questa esperienza è concentrata tutta la decrescita felice: il PIL non cresce poiché non si vende una merce, c’è la auto produzione di un bene, c’è la convivialità e il senso di comunità, c’è la trasmissione di nuove conoscenze e il lavoro vernacolare, c’è la tracciabilità e la trasparenza del bene auto prodotto attraverso un’etichettatura delle cultivar, delle tecniche di produzione dell’olio, indicando la provenienza, la data di molitura e la data di scadenza. La decrescita felice attraverso l’auto produzione di beni che non sono merci riduce lo spazio del mercato e aumenta quello della comunità, poiché crea relazioni umane finalizzate alla convivialità.

la decrescita equilibrio rapporto attività e auto produzioni

In questa immagine si rappresenta un riequilibrio fra le attività di auto produzione di beni e l’acquisto di merci e servizi attraverso il mercato.

Tradotta l’esperienza in chiave decrescente è facile osservare che tutte le attività finalizzate allo scambio di “beni” che costano meno delle merci presenti sul mercato, non rientrano nella decrescita felice poiché la motivazione dell’agire è di carattere economico monetario, e quindi non si scambiano beni ma merci che hanno prezzi diversi, ma compiono percorsi diversi da quelli programmati dalla grande distribuzione organizzata. Tale processo lascia aperti dubbi e perplessità sulla trasparenza dei rapporti economici in termini di fiscalità. Invece è decrescita felice quando un gruppo di cittadini promuove un gruppo di acquisto ma partecipa attivamente alla trasformazione del bene pagando solo i costi dell’azione. La programmazione estiva delle conserve alimentari che le nostre famiglie erano abituate a fare è decrescita felice.  La ristrutturazione edilizia finalizzata a cancellare gli sprechi generati dalle dispersioni di calore attraverso le pareti, e l’impiego di un mix tecnologico con fonti alternative per soddisfare la vera domanda di energia è decrescita felice.  Come si vede la decrescita è la valorizzazione di usi e costumi del passato che avevano un valore in se, ed è l’impiego di progettazioni e tecnologie più efficienti per cancellare gli sprechi generati da un modello obsoleto di produzione delle merci. In queste direzioni tutte parallele, la domanda di lavoro è immensa poiché è necessario porre rimedio a circa trecento anni di sfruttamento irrazionale delle risorse. E’ a dir poco imbarazzante e vergognoso far credere alle persone che non ci siano posti di lavoro, quando osservando la realtà intorno a noi con gli occhi della decrescita felice le immagini si trasformano in opportunità di lavoro, un pò ovunque: rigenerazione urbana bioeconomica, conservazione del patrimonio, agricoltura, riuso e riciclo, turismo, artigianato, istruzione e formazione, ricerca applicata e tecnologie alternative etc.

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In questi giorni ho fatto proprio una bella esperienza, vi riporto l’attività del circolo MDF Salerno:

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Il nostro circolo continua i percorsi sull’auto produzione promuovendo iniziative didattiche auto gestite. Uno dei fondamenti della decrescita felice è la relazione personale necessaria per sviluppare la reciprocità e la comunità, e così i nodi della rete, cioè i circoli stessi, stanno dando i propri frutti: condivisione delle conoscenze e delle esperienze.

Dall’ultimo incontro a Sorrento, i soci MDF hanno programmano le attività da condividere e da qui nascono esperienze straordinarie poiché la forza dei circoli, e cioè di MDF, è quella di coinvolgere persone in attività di auto produzione che riducono lo spazio del mercato e ampliano quello della comunità.

Il gruppo locale MDF Ginosa e il circolo MDF Salerno stanno vivendo questa reciprocità attraverso l’auto produzione del sapone a Ginosa prima nei giorni 24 e 25 ottobre, e poi l’auto produzione di olio nel salernitano in uno scambio di conoscenze il 6, 7 e 8 novembre presso l’Anticaia di Castelluccio Cosentino, frazione di Sicignano degli Aburni (SA). All’incontro del sapone svoltosi a Ginosa era presenta anche il circolo MDF di Bari. L’esperienza del gruppo di Ginosa ci ha consentito di imparare a raccogliere le olive. In mezza giornata di lavoro, abbiamo raccolto 173 Kg di olive da circa 5, 6 piante, poi molite presso il frantoio Elia di San Cipriano Picentino (SA) ed hanno reso 24 Kg di olio extravergine. La resa è di 13,8 Kg per ogni quintale di olive molite, cioè 14 al quintale. La varietà di olive raccolte appartiene al cultivar carpellese, frantoio, salella, ogliarola e leccino.

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Sempre più cittadini, non esperti e non agricoltori, si avvicinano a esperienze di questo genere che realizzano processi produttivi non mercantili e di economia reale ricavando beni e non merci. Beni di primissima qualità che il mercato non può offrire. Beni che migliorano la qualità di vita attraverso attività che avviano relazioni umane e che costruiscono la comunità dei soci MDF.

Da questi piccoli esempi si evince l’opportunità di rilocalizzare le produzioni e di auto consumare beni favorendo l’economia locale. Su questi paradigmi è possibile cambiare il sistema di relazioni e dell’economia dell’intera Provincia salernitana attraverso la scelta volontaria di sfruttare il diritto agli usi civici e auto produrre beni con gli abitanti e per gli abitanti riducendo molto lo spazio del mercato e consentendo di risparmiare parte del proprio salario da investire in merci utili come i libri, gli hobby, e attività artistiche e culturali per ridurre l’ignoranza funzionale che tocca quasi un italiano su due.

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etichetta bottiglie olio

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L’ho scritto più volte che è necessario cambiare i paradigmi culturali, ma non per una mera questione ideologica poiché è una necessità suggerita dall’osservazione della realtà. L’epoca industriale è finita, il capitalismo è traslocato nei paesi emergenti, e cosa è rimasto? Il nulla, in tutti i sensi. Non è un caso che da anni si parli di resilienza e di decrescita felice, nonostante l’ignoranza di una classe politica faccia molta fatica a capire di cosa si tratta. Persino gli economisti premi nobel avevano previsto l’implosione del capitalismo, ma sicuramente è la categoria meno indicata per suggerire soluzioni alla crisi della nostra società.

Il Sud ha una sola possibilità per restituire dignità a se stesso: avviare un lungo percorso di sviluppo umano attraverso la cancellazione dell’analfabetismo funzionale e di ritorno, e attraverso l’invenzione di impieghi utili. L’aspetto straordinario è che ci sono tutti mezzi tecnologici per farlo. Il monocolore di partito fra Governo e Regioni è una condizione che favorisce il dialogo fra chi siede nelle stanze dei bottoni, ma gli interessi di bottega e la scarsa preparazione culturale sono ostacoli da superare. L’età anagrafica e l’orientamento culturale dei nuovi Presidenti di Regione non li predispone al cambiamento, ma la loro natura di opportunisti politici potrebbe farli pensare che abbracciare le proposte bioeconomiche sarebbe un strategia politica che li condurrebbe nell’olimpo mediatico che sognano.

Del resto se è vero che il loro giovane premier per suoi problemi ideologi disprezza il cambiamento reale poiché rappresenta il conservatorismo dell’élite europea, quella che sta distruggendo le politiche sociali e sta danneggiando l’economia del popolo italiano, è altrettanto vero che i Presidenti sono stati eletti direttamente dal popolo, mentre Renzi è un paracadutato attraverso manovre di palazzo. Pertanto i Presidenti, che sono più navigati dall’ambizioso Renzi, sanno bene che per loro è necessario fare qualcosa di concreto e sanno anche come copiare incollare le esperienze più proficue secondo il loro tornaconto di consenso.

I Presidenti e i Consigli regionali fanno leggi ed hanno piena autonomia di spesa, seppur nel modello redistributivo del Stato centrale che sta a Roma. In buona sostanza le regioni del Sud se abbracciano le linee politiche bioeconomiche nell’ambito del governo del territorio e sull’uso razionale delle risorse, e lo fanno in maniera coordinata investendo risorse in questa direzione, possono offrire una prosperità duratura ai propri abitanti. Da un lato devono inventare e da un altro possono copiare incollare dai numerosi esempi sparsi sia in Nord Europa che negli USA.

Se poniamo un focus sul contesto urbano, ove vive circa il 72% della popolazione europea, dobbiamo riconoscere che da diversi decenni il legislatore italiano è stato completamente insensibile alla trasformazione sociale e industriale avvenuta all’interno delle città, ormai deindustrializzate. I centri urbani sono i luoghi di vita degli esseri umani ma le politiche urbane rigenerative non occupano un ruolo prioritario dell’odierna azione politica. Eppure attraverso le città e il governo del territorio si realizzano i modelli sociali, i modelli occupazionali e la tutela del patrimonio.

In Italia abbiamo una legge urbanistica nazionale che va adeguata al contesto urbano e sociale, poi ci sono venti Regioni con venti diverse leggi urbanistiche. Tutto l’impianto legislativo nazionale e regionale ignora completamente l’approccio bioeconomico e concepisce il processo urbanistico come una tecnica del paradigma mercantile, tutto è merce, e tutto si compra e si vende recando danno alle risorse limitate. Mentre l’urbanistica nacque per affrontare e risolvere problemi creati dall’industrialismo, nel corso dei decenni fu piegata, sia all’ideale capitalistico favorendo il consumismo compulsivo, e sia al modello produttivista dei paesi socialisti. Le città costruite all’interno del cosiddetto mercato hanno preteso la coniugazione di capitalismo e socialismo, conducendo l’uomo nel nichilismo e nell’alienazione.

In Italia il fenomeno delle città in contrazione[1] coinvolge ben 26 città (Milano, Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo, Taranto, Padova, Salerno, Ferrara, Brescia, Livorno, Messina, Pescara, Verona, Bergamo, Foggia, Siracusa e Vicenza) e questo contribuisce al peggioramento della qualità di vita e all’aumento dell’inquinamento poiché non ci sono state adeguate risposte in termini di pianificazione e organizzazione territoriale.

città in contrazione

Osservando le azioni progettuali che rigenerano i tessuti edilizi esistenti, queste si pongono l’obiettivo di ridurre i consumi e si realizzano attraverso i termini ridurre, minimizzare e migliorare al fine di valorizzare e tutelare il patrimonio, l’ambiente e le risorse. Sono tutti termini simili alla decrescita ma non suggeriscono una privazione, un ritorno al passato, non stimolano nella percezione comune immagini negative, anzi sono prescrizioni necessarie per raggiungere obiettivi virtuosi e importanti.

Nuova e utile occupazione si crea recuperando l’intero patrimonio edilizio esistente partendo dai problemi legati al fenomeno delle città in contrazione, la dispersione urbana, le nuove aree metropolitane, la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la prevenzione del dissesto idrogeologico e del rischio sismico attraverso una seria e responsabile programmazione.

L’approccio analitico dei sistemi di rete[2] fondati dalle relazioni commerciali, lavorative, pendolari e naturali, rispetto agli ecosistemi, consente di leggere i sistemi locali individuati dall’ISTAT anche in altre chiavi culturali, come quelle suggerite della bio regione urbana e dai bio distretti. Sono questi ambiti territoriali – sistemi locali, bio regione urbana, bio distretti – ove il legislatore deve concentrare i propri sforzi legiferando norme ad hoc, per programmare interventi di rigenerazione urbana conservativa con principi bioeconomici.

E’ giunta l’ora di eliminare la speculazione dal governo del territorio attraverso la bioeconomia che ci consente di liberare il disegno urbano da discipline pericolose e fuorvianti come la giurisprudenza e l’economia. In questo modo possiamo stimolare la partecipazione popolare e la gestione diretta del bene comune favorendo investimenti pubblici e privati per aggiustare le città creando nuovi impieghi in attività virtuose come il recupero, la conservazione, la sovranità alimentare e l’uso razionale dell’energia.

Le Giunte e i Consigli regionali, prima di tutto, devono mettere mano alle proprie leggi regionali sul governo del territorio inserendo la rigenerazione urbana bioeconomica che significa occuparsi delle zone omogenee A e B. Per le zone B è necessario inserire quei servizi previsti dalle norme, ma che oggi mancano poiché è necessario correggere la morfologia urbana esistente. Per le zone A sarebbe saggio introdurre l’approccio della scuola Muratori. Tradotto in un linguaggio meno tecnico, significa aggiustare le aree urbane esistenti offrendo l’opportunità di recupero e di rivalutazione di tutto l’ambiente costruito, secondo gli odierni criteri di sicurezza dal punto vista sismico e idrogeologico, secondo regole di eco efficienza energetica, e secondo regole compositive urbanistiche di qualità, offrendo anche la partecipazione diretta dei cittadini nei processi democratici per rigenerare anche l’aspetto sociale dei luoghi urbani degradati.

La ragione secondo cui non conviene investire nella conversione ecologica è banale: l’economia neoclassica agisce secondo l’obsoleta funzione del profitto che ignora i flussi di energia e materia. L’intera classe dirigente favorisce solo questa visione: il profitto, anche a danno dello sviluppo umano. In tal senso è necessario ripensare gli obsoleti criteri di valutazione di programmi, piani e progetti introducendo la sostenibilità forte e l’etica, solo in questo modo potremmo avviare concretamente la nuova epoca che verrà e finalmente favorire lo sviluppo umano. Si tratta di insegnare alla futura classe politica e all’intera pubblica amministrazione come si valutano programmi, piani e progetti secondo i principi della Costituzione che hanno come priorità la tutela ambientale e della salute umana.

Se la classe dirigente del Sud riuscisse solo a fare questo produrrebbe un servizio pubblico mai pensato e realizzato a partire dalla famigerata annessione al Piemonte.


[1] La contrazione è la perdita di abitanti.

[2] Possiamo ricordare che la nascita della teoria delle località centrali fornita da Walter Christaller ha consentito di studiare il territorio secondo le relazioni. La teoria fu abbozza da altri autori già nella seconda metà dell’Ottocento.

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Sulle pagine dell’Espresso Marco Damilano scrive «desertificazione industriale», riferendosi al fatto che il Governo italiano abbia fatto sparire il Sud dall’agenda politica. Enfatizzando il rapporto pubblicato dallo Svimez si mostra una situazione che appare drammatica secondo lo schema mentale del pensiero dominante: la crescita del PIL, come se questa facesse bene gli italiani e nello specifico ai meridionali. L’opinione dei giornalisti è commisurata agli indicatori obsoleti dell’economia neoclassica, la stessa che ha distrutto il Sud, quando nel 1860 una grande potenza economica fu annessa allo Stato piemontese, e tutte le ricchezze tecnologiche depredate e spostate al Nord. I cittadini ribellatisi ai nuovi padroni furono chiamati briganti e gettati nelle prime fosse comuni d’Europa, interi paesi rasi al suolo e cancellati dalle cartine geografiche, terre rubate con falsi titoli di proprietà, tutto per far nascere il Regno d’Italia. Il primo sistema sociale, quello che oggi viene chiamato Welfare state, fu realizzato a San Leucio – 1776 circa – dotata di «un codice di leggi sapienti (1789), che fu detto la più bella opera che la dottrina di Gaetano Filangieri e le riforme sociali di Bernardo Tanucci avessero saputo ispirare. In esso l’educazione pubblica è considerata la prima origine della pubblica tranquillità, la buona fede la prima delle virtù sociali, il merito la sola distinzione fra gli individui». Il modello fu copiato incollato dagli inglesi decenni più tardi – 1848 Public health act -, poi tale modello fu introdotto in Italia 1903, legge Luttazzi. Il Sud non è sparito è stato annesso ai piemontesi per pagare i debiti che essi avevano con francesi e inglesi rubando le riserve auree dei Borbone.

Dopo 155 anni è chiaro che le condizioni socio economiche dipendono sopratutto dalle classi dirigenti locali e da una psicologia collettiva negativa, ma non è più accettabile ignorare i fatti storici poiché il presente è conseguenza di quei crimini ignobilmente nascosti dai libri scolastici attraverso vere e proprie omissioni e menzogne. In tal modo si favorisce un clima negativo nell’immaginario collettivo dei meridionali molti dei quali sembrano mostrare una profonda disistima verso se stessi, e al Nord un becero razzismo nei confronti dei meridionali stessi convinti di trovare migliore sorte emigrando altrove. Il danno sociale è profondo poiché si perpetua fra i giovani il desiderio di rinnegare le proprie origini senza una valida ragione, questa è povertà indotta e percepita.

Mutando la propria percezione delle cose attraverso un’adeguata formazione è facile osservare le opportunità non colte. Il Sud è già in grado di migliorare la propria qualità di vita, se e solo se i meridionali consapevoli delle proprie ricchezze e delle proprie capacità cominceranno a favorire i talenti nel solco di nuovi paradigmi culturali figli delle bioeconomia, che sostituisce l’obsoleta economia neoclassica. Le inchieste giornalistiche con gli occhi dell’industrialismo non servono poiché non aprono riflessioni nuove e costruttive ma vendono i giornali, il mantra che sta distruggendo l’euro zona: vendere, vendere, vendere; e il Sud è inserito in questo mantra.

Attraverso sistemi virtuosi costruiti sull’etica e l’uso razionale delle risorse è possibile rigenerare i propri luoghi. E’ vero ciò che osserva l’ex Ministro Barca, che si è occupato di come si spendono i fondi europei, e cioè che le classi politiche meridionali hanno saputo auto conservarsi lasciando che le condizioni economiche dei meridionali peggiorassero, e questa è una responsabilità degli stessi elettori meridionali. Potremmo affermare chi è causa del suo mal pianga se stesso, ma è altrettanto vero che negli ultimi vent’anni i ministri economici hanno ridotto gli investimenti pubblici inseguendo la logica neoliberista secondo cui anche uno Stato deve pensare prima al profitto e poi, se c’è spazio anche ai diritti. Un’altra inchiesta giornalistica di Alberto Nerazzini dal titolo Il grande bluff, andata in onda sulla RAI, ha mostrato come si alimenta la ricchezza monetaria del Nord e in generale delle multinazionali, e cioè sfruttando il famigerato sistema offshore per evitare di pagare le tasse e riciclare denaro. Non solo l’Italia si realizzò col sangue e le ricchezze dei meridionali, ma da vent’anni un soggetto politico razzista e antimeridionale propone di ridistribuire le tasse rispetto al PIL regionale, non contento del fatto che il proprio elettorato già elude il fisco tramite il sistema offshore. In fine bisogna aggiungere che il sistema bancario è controllato direttamente da uomini del Nord secondo il dogma divulgato dalla scuola neoliberista bocconiana.

Anziché inseguire l’ideologia distruttiva e immorale del noeliberismo, i meridionali possono sviluppare la resilienza urbana, il Sud ha tutte le capacità di perseguire un miglioramento della qualità di vita. Osservando diverse città meridionali mancano ancora i servizi essenziali di base, e la mancata programmazione e realizzazione di tali servizi è responsabilità sia dei Governi che non hanno investito e sia degli amministratori locali che non hanno presentato progetti, e dove è accaduto il contrario, i progetti avevano la logica della speculazione coordinata dal mondo immobiliare favorendo il consumo di suolo e lo spreco di risorse.

Se usciamo dal pensiero economico che mercifica ogni cosa, possiamo osservare che il Sud è già ricco, nonostante i danni della guerra di annessione, ma con gli occhi del mercantilismo non è possibile vedere le opportunità che ci sono. Tutti quanti misurano la ricchezza in termini monetari e di PIL, e quindi dichiarano che il Sud sia una regione povera. La vera povertà si misura con l’accesso ai beni, con l’incoscienza e l’ignoranza. E’ povero chi non può accedere ai beni e alle merci necessarie per soddisfare i bisogni reali. La povertà è stata creata prima con lo smantellamento del tessuto artigianale meridionale, quando esisteva ancora un capitalismo reale, e poi favorendo i flussi migratori da Sud a Nord e programmando l’industrializzazione pesante dello Stato che ha creato posti di schiavitù e condizioni insalubri che ricordano l’Ottocento. Al Sud grazie alle prerogative geografiche e climatiche esiste una concreta opportunità di realizzare l’auto sufficienza energetica e alimentare, mi pare del tutto assurdo sostenere che sia una regione povera. Il lavoro che andrebbe svolto è proprio quello di costruire questa auto sufficienza e garantire a tutti gli abitanti l’accesso ai servizi essenziali per soddisfare i bisogni reali nella direzione dello sviluppo umano. In ambito politico e sociale bisogna sostituire tutti quegli individui che hanno impedito il raggiungimento degli obietti sopra elencati.

E’ necessaria una trasformazione del pensiero affrontando l’analfabetismo funzionale che colpisce un italiano su due. Costruendo proprio quei servizi essenziali che mancano ancora, e cogliendo l’opportunità di migliorare le morfologie urbane esistenti e costruite durante le speculazione edilizie dal secondo dopo guerra, nel correggere gli errori fatti sarà possibile creare nuova occupazione utile.

Il punto di partenza è indirizzare le energie mentali e finanziarie nella trasformazione dei sistemi locali in bio regioni urbane poiché i modelli di bio regione hanno le prerogative di usare le risorse rispettando i cicli auto rigenerativi della natura. In sostanza per creare occupazione utile è necessario fare l’opposto di quello che tutte le classe dirigenti credono e pensano di fare, poiché sono state allevate dal pensiero dominate dell’economia neoclassica.

La magna-grecia si riprende la propria dignità partendo dalla cultura e da programmi, piani e progetti forgiati dalla rigenerazione urbana bioeconomica che conserva i centri storici e trasforma i tessuti edilizi esistenti migliorando la qualità di vita. I progetti non sono valutati esclusivamente in termini di rendimenti finanziari per favorire gli interessi speculativi degli investitori, ma sono valutati in termini di valore del disegno urbano osservando i problemi e le peculiarità dei tessuti urbani esistenti.

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