La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minori, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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La rigenerazione urbana

La rigenerazione urbana è un argomento sempre più diffuso nei media, che riporta convegni e incontri pubblici sempre più frequenti. Anche la classe politica pone un’attenzione maggiore sulla rigenerazione urbana, che adotta norme e regole per rispondere agli indirizzi delle categorie che lavorano nella trasformazione urbana. Il legislatore subisce le pressioni maggiori dall’azione di lobbying dei costruttori, che intendono ridurre la crisi economica del proprio settore attraverso appositi strumenti tecnici e giuridici, sperando di favorire gli investimenti privati. Cos’è la rigenerazione urbana? Non esiste una definizione unica e chiara sulla rigenerazione urbana, e l’approccio più diffuso si concretizza nei processi di trasformazione urbana seguendo i desideri degli investitori, cioè creare profitto grazie alla famigerata rendita. Dal punto di vista urbanistico, la rigenerazione urbana nasce circa trent’anni fa nel mondo anglosassone, e si occupa di recuperare le aree interne alle città attraverso piani di trasformazione dell’esistente. La trasformazione dell’esistente non è un approccio nuovo, poiché concetti e processi di recupero e rinnovo urbano nascono negli anni post bellici, con l’obiettivo di ricostruire i centri storici e i quartieri distrutti dalla guerra. In quegli anni nascono i piani di ricostruzione ma le tecniche urbanistiche per la trasformazione nascono durante l’Ottocento, basti ricordare i diradamenti edilizi nei quartieri poveri, a Parigi, Londra, Napoli, Roma … La rigenerazione odierna non vuole “limitarsi” occupandosi dei centri storici, poiché la pianificazione urbana possiede strumenti e prassi mature ed efficaci per i nostri centri, oggi l’attenzione di pianificatori e progettisti si sposta nelle zone consolidate, per abbandonare le zone di espansione al fine di ridurre il consumo di suolo e aggiustare le periferie esistenti. Fino ad oggi, la prassi consolidata adottata dagli amministratori locali, nel recuperare le aree abbandonate, è stata quella di favorire la rendita dei privati che presentavano e presentano gli interventi di trasformazione urbana negli spazi rimasti vuoti, oppure in quelli periferici e abbandonati. Le conseguenze sociali, ambientali ed economiche di questa prassi è controversa, in numerosi interventi si sono avuti danni ambientali, e sociali, e persino fallimenti economici, mentre solo in alcuni casi c’è stata una vera rigenerazione urbana. Dal punto di vista della pianificazione urbana, anche nei casi in cui c’è stata una rigenerazione urbana, i piani presentati non si sono mai occupati degli edifici esistenti ove vivono le persone, e i nuovi volumi urbani immessi nel mercato hanno aumentato i carichi urbanistici senza occuparsi di problemi vecchi, lasciati insoluti. Un’altra conseguenza è stata la gentrificazione, cioè l’espulsione degli abitanti meno abbienti, sostituiti da ceti economicamente più forti. Il grande limite dei piani presentati è questo: non sono pensati per risolvere i problemi creati dalla speculazione edilizia, non si occupano del disordine urbano esistente, non operano trasferimenti di volumi per riequilibrare densità e recuperare standard in zone consolidate. Il disordine urbano della speculazione edilizia resta dov’è, e ancora oggi numerose zone consolidate, una volta periferie, non hanno gli standard minimi e non ci saranno mai, se non si ha il coraggio di demolire edifici abitati e spostare le persone in quartieri ben progettati applicando la corretta composizione urbana. La storia dell’urbanistica, se fosse nota a tutti, insegna che la classe dirigente negò agli italiani il diritto di vivere e crescere in città pianificate correttamente, poiché si cercò, fallendo, di realizzare un’efficace riforma urbanistica mettendo mano al cosiddetto regime dei suoli (vicenda Sullo, 1962). La maggior parte delle città italiane sono cresciute ma pianificate male, tant’è che in determinate aree urbane esiste il degrado e la disuguaglianza, proprio nei quartieri periferici, per assenza di corretta pianificazione urbana e assenza di qualità architettonica. In quegli anni, la classe dirigente politica scelse la teoria capitalista liberale per costruire la città, cioè applicò il principio del “lasciar fare al mercato”, ancora oggi è così. Il degrado attuale è lo specchio di quella scelta politica, espressione dell’egoismo della borghesia capitalista che ha intascato la rendita fondiaria e immobiliare, e tutt’oggi vive su questa rendita parassitaria ed esprime gli indirizzi dei piani edilizi adottati dalle maggioranze politiche degli Enti locali, oggi incapaci di capire l’urbanistica. La politica urbana neoliberale ha creato l’attuale corto circuito ambientale e sociale nelle nostre città, ed oggi una classe dirigente confusa e contraddittoria, dibatte di rigenerazione urbana per individuare e stimolare un nuovo ciclo economico capitalista attraverso nuovi strumenti normativi. E’ questo l’indirizzo dell’attuale mainstream: dibattere di rigenerazione urbana per orientare le scelte politiche e far sopravvivere la borghesia capitalista che ha costruito male le città. E’ possibile cambiare rotta? Certo, ma è necessario dibattere seriamente di pianificazione urbana, che si occupa di costruire diritti a tutti tutelando il territorio e il patrimonio. Urbanistica e architettura, scomparse da molti anni, si occupano di diritti e bellezza, ma la classe dirigente le usa per arricchirsi e non per altruismo. Architettura e urbanistica sono discipline altruistiche ma nell’epoca capitalista sono piegate ai capricci di chi pensa prima di tutto al profitto privato. Gli amministratori locali, lasciando fare al mercato, hanno creato e diffuso il nichilismo urbano per gestire potere e creare consenso politico. I piani edilizi, cioè non urbanistici, esprimono il nichilismo urbano che realizza le disuguaglianze, i danni ambientali, sottovaluta il rischio sismico e idrogeologico, e stimola la rabbia nelle periferie abbandonate, mentre la classe borghese si arricchisce a danno della collettività. La globalizzazione neoliberista che delocalizza le attività, con la competitività delle città globali che agglomera investimenti solo in determinate zone, e i piani edilizi neoliberali realizzati fra gli anni ’80 e l’inizio del millennio, hanno creato opportunità nelle aree centrali e innescato la crisi economica nel mondo delle costruzioni nelle aree periferiche. Ancora oggi, gli investimenti si concentrano solo in determinati Sistemi Locali europei, e solo in determinate città, favorendo l’aumento delle disuguaglianze. Le classi dirigenti locali, sembrano non comprendere queste dinamiche economiche, o si illudono di poter attrarre investimenti privati influenzando le istituzioni politiche. L’ambizione di questa classe borghese è avere nuovi strumenti normativi per migliorare i propri interessi con nuovi piani edilizi e non con piani urbanistici, quindi si desidera declinare la rigenerazione urbana stimolando un capitalismo urbano autoreferenziale, sottovalutando il fatto che le disuguaglianze economiche e sociali producono rabbia, e creano risposte politiche pericolose, e persino incostituzionali. Si tratta di un corto circuito vizioso poiché non esiste una classe dirigente culturalmente preparata alla crisi del capitalismo, e non si ha il coraggio di proporre nuovi paradigmi culturali, ad esempio la bioeconomia. L’urbanistica non si occupa di favorire le rendite della borghesia capitalista, ma di affrontare problemi con piani che attingono a valori precisi, nati dagli utopisti socialisti, durante l’Ottocento. Il rinnovo urbano nacque per dare risposte nelle città mentre l’industrialismo produceva danni ambientali, sanitari e sfruttamento dei lavoratori, oggi, come allora, viviamo in città degradate, meno inquinate ma molto più complesse e più grandi. La classe politica di oggi sottovaluta il fatto che i confini amministrativi attuali sono obsoleti e dannosi, e dà ascolto alle sirene dei costruttori anziché rispondere alla Costituzione e all’autorevolezza di pianificatori e progettisti. Le città italiane sono diventate aree urbane estese che vanno amministrate e pianificate interpretando il concetto di bioregione urbana estesa. Le attuali aree urbane estese interne ai Sistemi Locali del lavoro vanno governate da un unico piano regolatore generale di tipo bioeconomico. In tal senso, è necessario realizzare un cambiamento di scala, e infine attuare piani bioeconomici nelle zone consolidate osservando le criticità lasciate insolute sin dagli anni ‘60. Questi problemi – sprawl urbano, rischio sismico, aree urbane estese e assenza di pianificazione, disordine e carenza di standard, disuguaglianze – sono noti nelle accademie che hanno pubblicato molta letteratura, ma sono appositamente trascurati da media, politici e lobbisti con la conseguenza che l’opinione pubblica è completamente all’oscuro delle reali criticità dell’urbanistica italiana, e così le persone sono facilmente manipolabili dagli opinion maker che assecondano i desideri dei politici locali: il famigerato fenomeno degli archi star e le lottizzazioni speculative legate al mondo off-shore.

A distanza di pochi giorni si sono svolti due eventi pubblici sulla rigenerazione urbana: uno al Senato il 27 novembre 2018, e l’altro a Salerno il 30 novembre e il 1 dicembre 2018. Il primo è promosso dal Centro Studi Sogeea, cioè una società che si occupa di investimenti immobiliari, che pubblica il “Primo rapporto sulla rigenerazione urbana in Italia”. Nel Rapporto si stima che “il potenziale indotto economico di una estesa e capillare campagna di rigenerazione urbana sul territorio italiano sia, per la precisione, 327.986.751.765 euro; la cifra si ricava dalla somma del valore delle opere da realizzare, pari a 310.537.447.415 euro, e degli oneri concessori da corrispondere alla pubblica amministrazione, quantificabili in 17.449.304.350 euro.  L’altro convegno dal titolo “Riqualificare le città”, è stato promosso dall’ANCE Salerno, cioè i costruttori. Nel contesto locale salernitano, accade che gli operatori chiedono alle istituzioni politiche, la Regione Campania, nuove norme per contrastare la crisi immobiliare favorendo una rigenerazione urbana dal loro punto di vista.

Cos’è la rigenerazione urbana bioeconomica? La migliore risposta economica alla crisi del settore edile è quella suggerita dalla bioeconomia, perché osserva le città come fossero sistemi metabolici, e questo consente di evitare gli sprechi. La bioeconomia ripensa completamente la produzione capitalista, tant’è che alcune aziende hanno già avviato un proprio cambiamento interno ai processi produttivi. La rigenerazione bioeconomica è un miglioramento perché orienta tutti i processi secondo le leggi della natura favorendo l’efficienza, e questo atteggiamento ha insito in sé un approccio di responsabilità sociale. Dal punto di vista economico-finanziario, un piano di rigenerazione bioeconomica è ben equilibrato, ed ha la virtù di indirizzare la rendita verso la responsabilità sociale, ambientale del luogo da trasformare; cioè l’intervento che migliora la città è coordinato rispetto ai problemi da rimuovere e risponde ai bisogni reali degli abitanti, crea servizi e opportunità per la comunità. In determinati paesi la rendita immobiliare è tassata, e controllata molto meglio per evitare le speculazioni recuperando il plusvalore generato dal progetto di trasformazione urbana. Uno degli obiettivi più noti della bioeconomia è l’uso razionale dell’energia, e questo significa che il progetto tende all’auto sufficienza, oltre che al riciclo totale e la mobilità intelligente. Dal punto di vista dell’urbanistica, pianificatori e progettisti possono coniugare la corretta composizione, ad esempio la famosa e nota cellula urbana che realizza città a misura d’uomo, con le nuove tecnologie. Le aree urbane sono sistemi di flussi, con ingressi e uscite, e il concetto di analisi del ciclo vita, già applicato in edilizia, può essere esteso e applicato ai territori coniugando responsabilità sociale e ambientale. Contrariamente a quanto si è fatto finora, non potrà essere il mercato e la rendita a proporre piani edilizi ma lo Stato, tornando a essere garante e coordinatore attraverso i propri Enti locali, dovrà stimolare il dialogo fra cittadini e pianificatori, progettisti, in percorsi di pianificazione partecipata, town meeting, e favorire la nascita di piani regolatori bioeconomici per aggiustare le città e riequilibrare il rapporto fra città e campagna, fra uomo e natura. Ad esempio, le attuali disuguaglianze sociali ed economiche nelle città si possono affrontare con piani che analizzano la realtà urbana, ed è l’analisi il progetto di rigenerazione poiché da questa si evidenziano le carenze, i bisogni sociali, il degrado, e di conseguenza le soluzioni con scenari progettuali scelti insieme alla cittadinanza. E’ in questo processo di conoscenza dei luoghi che nascono le soluzioni che producono nuova e utile occupazione poiché si parte dall’identità dei territori. Nel caso salernitano, è necessario avere un piano per 11 comuni con una superficie di 272  Km2.

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Aree urbane, problemi e soluzioni

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La morfologia delle aree urbane, fonte immagine ISTAT.

C’è connessione fra la mancata riforma urbanistica (regime dei suoli) e la speculazione edilizia? Ripartendo da questa domanda retorica possiamo recuperare un tema fondamentale per creare occupazione utile, per tutelare il territorio e restituire diritti a tutti i cittadini, soprattutto ai ceti economicamente più deboli. Ai noti problemi sociali delle rendite parassitarie che hanno aumentato le disuguaglianze, si aggiunge l’evoluzione del neoliberismo che ha modificato i rapporti di urbanizzazione in Occidente creando nuove strutture urbane e diversi usi del territorio. Abbiamo i fenomeni di contrazione dei comuni centroidi con la crescita di quelli limitrofi, che unendosi fisicamente creano nuove città e reti di città. In questi spazi urbani estesi troviamo le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. I dati dell’ISPRA, nel Rapporto 2017 sul consumo di suolo, mostrano il disastro promosso da Regioni e Comuni nel piegarsi ai capricci del mercato continuando ad approvare piani espansivi anziché rigenerare le zone consolidate, con sottovalutazione e scarsa attenzione al rischio sismico e idrogeologico. In Italia abbiamo il notissimo fenomeno dell’abusivismo edilizio, che ha una doppia radice: una motivazione dei privati nell’evadere le tasse locali (non esiste l’abusivismo per necessità) e la compiacente assenza di controlli dei funzionari pubblici di Comuni e Regioni. Le conseguenze sono disastrose: consumo di suolo, insicurezza per gli abitanti, e danno erariale. Per l’assenza di una banca dati unica e nazionale, i dati sull’abusivismo sono eterogenei, discordanti ma preoccupanti. Ad esempio, secondo l’ISTAT si stima che nel 2015, ben 20 costruzioni su 100 sono abusive, e c’è una tendenza pericolosa nella crescita del fenomeno, soprattutto in Molise, Campania, Calabria e Sicilia nel triennio 2012-2014, trend in crescita che si registra anche in Umbria, Marche, Lazio e Liguria. La decadenza sociale delle classi dirigenti, non ancora appagate dal realizzare qualsiasi capriccio, sta inventando e divulgando neologismi giuridici stupidi e immorali come “l’abusivismo per necessità” (aberrazione costituzionale, legislativa e urbanistica), e sta introducendo leggi sempre più liberiste, come il cattivo esempio della legge in Emilia Romagna. Da un lato si va oltre l’immorale e scellerato condono edilizio, e dall’altro lato si smantella persino quel poco di buono che è stato fatto in passato come il recupero urbano e la perequazione diffusa. I politicastri vanno avanti per giustificare i processi di privatizzazione delle trasformazioni urbanistiche, e sostenere consuetudini avverse ai principi della Costituzione e della legge urbanistica nazionale. Tali scelte neoliberiste sono suggerite per favorire l’avidità degli investitori privati (lascia fare al mercato) e creare valori fittizi sfruttando la rendita. Eppure, aggiustare l’Italia applicando la Costituzione crea occupazione utile, ma per farlo correttamente è necessario sia riprendere il nodo sul regime giuridico dei suoli (riforma Sullo), e sia adottare un cambio di scala territoriale e modificare gli strumenti giuridici e finanziari che giudicano piani e progetti, introducendo criteri di valutazione bioeconomica. Prima di tutto dobbiamo accettare la verità scientifica che il territorio non può essere mercificato, per ovvie ragioni di conservazione delle specie viventi, e poi ricordarsi che il diritto a edificare è concesso dallo Stato, non appartiene alla proprietà privata, pertanto l’arroganza dei privati nel voler guadagnare senza lavorare sfruttando la famigerata rendita, è un male da estirpare imitando le pratiche virtuose di altri paesi: diritto di superficie, recupero del plusvalore e tasse. In fine, dobbiamo riconoscere che la classe dirigente locale si è dimostrata incapace nel favorire piani con qualità urbanistica e architettonica, poiché uno degli scopi della legge urbanistica era di realizzare una corretta morfologia urbana, oltre alla normale costruzione dei servizi per tutti i cittadini. Dal dopo guerra in poi, in diversi comuni d’Italia, non si è realizzata né una corretta morfologia urbana e tanto meno sono stati costruiti gli standard minimi per i quartieri. Nel riparare città mal costruite, dovremmo introdurre il piano regolatore generale bioeconomico che ha la predilezione per le zone consolidate, eliminando del tutto quelle di espansione. Tale piano aggiunge alla tradizionale zonizzazione e localizzazione con mixitè funzionale e sociale, anche la misura dei flussi di energia in entrata e uscita, e la valutazione sociale degli interventi da realizzare nel livello attuativo. Nella fase attuativa, la perequazione è piegata agli scopi sociali e ambientali, favorendo progetti che risolvono problemi delle zone consolidate, e riducendo il ruolo divenuto strategico dei soggetti privati interessati esclusivamente al proprio tornaconto economico, preferendo soggetti attuatori no-profit. In tal senso è fondamentale il ruolo pubblico dello Stato, sia come figura di coordinamento e controllo, e sia come soggetto attivo (investimenti e leva fiscale) che condiziona gli investitori privati verso l’utilità sociale attraverso i criteri bioeconomici. Il punto focale dei piani bioeconomici è la realtà urbana e territoriale; non più la velleità di Sindaci e di archistar che si prestano a manipolare l’opinione pubblica, o le ambizioni di progetti “finanziati” dai privati con volgari speculazioni immobiliari. L’analisi dell’esistente è il vero piano che fa emergere i problemi rimasti insoluti, la capacità di leggere e interpretare la struttura urbana e territoriale, la carenza di standard nelle zone consolidate, il ciclo vita degli edifici e il degrado, la mobilità e gli stili di vita, i servizi. Osservando le aree urbane è necessario che il sapere tecnico sia a servizio diretto dei cittadini con processi di partecipazione attiva, favorendo il dialogo sui problemi da risolvere, e presentando visioni progettuali con trasformazioni urbanistiche che migliorano le zone consolidate suggerendo soluzioni urbane, architettoniche e tecnologiche adeguate.

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Salerno, la città estesa e i nodi dell’urbanistica

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Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

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La Città 11 settembre 2017

 

Formazione per la bioeconomia

La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura poiché la sua funzione della produzione è sbagliata. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti, e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi, e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo. L’ISTAT ha individuato 611 Sistemi Locali del Lavoro, e questi sono gli ambiti territoriali ove creare un cambio di scala amministrativa, e adottare piani regolatori generali bioeconomici, al fine anche di realizzare le bioregioni urbane secondo la scuola territorialista.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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Si può fare domani mattina …

Dal 1984 il mio alloggio di famiglia posto in un condominio di edilizia economica e popolare fu ristrutturato applicando la filosofia che oggi chiamiamo decrescita felice. Prima di tutto, la palazzina ebbe il “cappotto” e i doppi vetri (non esistevano ancora gli infissi con “vetro camera”). L’alloggio fu dotato di impianto solare termico per ridurre il consumo di gas (e in quegli anni ancora non esistevano i pannelli fotovoltaici). Tutto ciò senza incentivi fiscali e senza obblighi normativi, ma per un motivo che può cogliere anche un bambino: risparmiare soldi sulla bolletta energetica. E’ questo lo spirito che ci convinse allora, ridurre gli sprechi innescati dalle tecniche costruttive degli anni ’80 poiché avremmo avuto un beneficio economico. La prima legge sul risparmio energetico è del 1991, ma noi prima di questa norma ci siamo mossi poiché in architettura si è sempre saputo come costruire per risparmiare, e così prendemmo la decisione di migliorare il nostro condominio apponendo lavori di efficientamento energetico.

Devo anche riconoscere che nessun altro vicino di casa seguì il nostro modello virtuoso. In questa considerazione si sintetizza tutta l’inerzia culturale che rallenta la nostra evoluzione, il problema è tutto qua. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

La normativa di oggi è ricca di spunti, incentivi e riferimenti al risparmio energetico. Le tecnologie sul mercato sono ampiamente mature e diffuse, e i cittadini fanno ancora fatica a cogliere opportunità straordinarie; e mi riferisco soprattutto all’edilizia esistente, poiché per quella di nuova costruzione la progettazione ha l’obbligo di risparmiare energia e di sfruttare le fonti alternative.

Domani mattina, qualunque condomino può pensare di fare meglio del nostro esempio del 1984, e addirittura, sfruttando un mix tecnologico oggi è possibile che più edifici possano diventare produttori e consumatori di energia arrivando a cancellare la dipendenza dagli idrocarburi.

Anche i problemi economici sono superabili attraverso sistemi finanziari che intervengono per integrare le quote dei condomini con difficoltà economiche. Da molti anni esiste il sistema delle Esco, che si ripaga i costi dell’intervento incassando i soldi delle utenze che una volta pagavano la bolletta energetica derivata dagli sprechi.

Un intervento più conveniente e interessante è la rigenerazione urbana dell’esistente, che non si limita al mero risparmio energetico, ma cerca di migliorare l’ambiente urbano esistente, ed anche in questo intervento i cittadini possono fare la differenza diventando committenti della trasformazione urbana attraverso la forma giuridica della cooperativa che previene le speculazioni. E’ diritto dei cittadini proporre alla propria Amministrazione interventi di rigenerazione, e persino suggerire modifiche ai piani vigenti da sottoporre all’attenzione del Consiglio comunale. Questa tipologia di approcci e di interventi non è affatto nuova, ed è accaduto spesso che i cittadini si siano coordinati per progettare luoghi urbani, la novità sarebbe nell’interpretare correttamente l’approccio bioeconomico, che come nell’episodio di famiglia del 1984 si pone un obiettivo virtuoso che non coincide col profitto ma con l’uso razionale dell’energia, e nel caso della rigenerazione la creazione, persino, di nuova occupazione attraverso nuovi servizi e nuova economia locale. Non sarebbe cosa da poco ricominciare a fare architettura, che significa usare l’arte del costruire per interventi che abbiano un senso per la specie umana e non più per lo stupido mercato. Si tratta, finalmente, di riprendersi la democrazia tornando a discutere di polis e dei nostri rapporti, ricominciando dal senso di comunità.

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Aggiustare le città/3

I cambiamenti sociali dettati dal capitale, dalla diseducazione e dagli strumenti di comunicazione di massa hanno influenzato gli stili di vita e quindi l’economia, trasformando radicalmente i nostri territori urbani. Circa 26 città, tutte le principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …) sono in contrazione, cioè hanno perso abitanti trasferiti nei comuni viciniori. La motivazione principale è da ricercarsi nel capitalismo, nel senso più ampio del termine, rendita immobiliare e deindustrializzazione, ma secondo lo scrivente c’è anche una ragione poco indagata: l’assenza di un governo etico del territorio.

Da un punto di vista socio economico, i ceti meno abbienti sono stati espulsi da politiche urbane capitaliste attraverso un lento ma efficace sistema di mercato che ha costretto le famiglie a trasferirsi, poiché non riuscendo a sostenere i prezzi richiesti dal mercato stesso. Governi e Parlamento, ormai da decenni, sia rinunciando alla sovranità monetaria e sia rinunciando al proprio ruolo hanno scelto di uscire dal mercato delle politiche urbane per favorire un ruolo attivo dei privati applicando la religione dell’economia neoclassica: credere di poter mantenere e realizzare servizi pubblici facendo pagare i costi al mercato. Tale dogma ha l’idea malsana di chi confonde concetti che sono distinti: il valore, il prezzo e il costo, e di chi confonde concetti come beni e merci. Un bene è qualcosa che ha valore in se, non è detto che debba essere comprato o venduto (merce). Due o più edifici possono scambiarsi energia auto prodotta attraverso un mix tecnologico sfruttando fonti alternative (un bene), e possono farlo senza apporre un prezzo (merce).

Dal punto di vista ambientale, il territorio, nostra fonte di vita (un bene), è stato letteralmente distrutto poiché mercificato, occupato dal cemento e da grandi infrastrutture per favorire la mobilità privata e il profitto dei privati, rappresentato da centri commerciali ed edilizia privata. Gli abitanti sono stati costretti a consumare di più poiché devono spostarsi percorrendo molti più chilometri, e così si forma la cosiddetta “città regione”, secondo l’Istat individuata all’interno del cosiddetto “sistema locale”.

La religione capitalista trasforma la città da “luogo sociale” in “spazio merce“, e i “cittadini” si trasformano in “consumatori. Questo processo avviene con la psico programmazione: prima a scuola, poi nelle università ed oggi anche attraverso i social media. E di conseguenza le classi dirigenti sono automi addomesticati dal pensiero unico dominante che esprime il nichilismo in piani urbanistici caratterizzati dalla prevalenza degli interessi privati particolari, come sommatoria e sintesi di progetti costruiti sulla rendita e la speculazione edilizia. Tutto ciò è contro i principi della Costituzione e persino contro la legge urbanistica nazionale che lega la pianificazione al corretto uso del territorio e all’interesse generale, ma la condotta e le scelte politiche dei neoliberali può avere successo poiché è la Costituzione stessa che costruisce i rapporti forgiati nel mercato, anche grazie a leggi ad hoc che hanno l’obiettivo della commercializzazione delle aree trasformate (Società a Trasformazione Urbana).

E’ la contraddizione culturale e politica dell’epoca chiamata antropocene, quella di dichiarare di voler coniugare socialismo e capitalismo, ma ha prevalso quest’ultimo mettendo a rischio l’esistenza della specie umana, e solo per sostenere la stupidità e l’avidità di una piccola casta di famiglie, chiamata élite. Ritroviamo tutto nel pensiero economico occidentale, costruito da Adam Smith e Karl Marx. E’ evidente che la globalizzazione liberale poggia sui pilastri di Smith, ma ciò che bisogna ammettere, è che dobbiamo uscire da quest’epoca se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Possiamo partire proprio dai sistemi locali pensati come luoghi urbani metabolici. Partendo dalla bioeconomia possiamo individuare obiettivi di sostenibilità e adottare criteri e indicatori per misurare flussi di energia in entrata e in uscita. Si tratta di fare l’opposto di quello fatto finora e quindi pianificare i sistemi locali per tutelare le risorse finite, trattando il territorio come un bene e non più come una merce. Anziché sfruttare la rendita per favorire i privati, è necessario che lo Stato, attraverso i propri Comuni adotti un’agenda urbana per stimolare la nascita di piani di recupero dell’esistente e di riqualificazione urbana.

Fino ad oggi Governi e Parlamenti succedutisi, entrando nel sistema euro, si sono castrati, facendo danno ai propri cittadini, pertanto è necessario che la classe politica esca dalla stupidità di un sistema dannoso per abbracciare la teoria endogena della moneta finanziando direttamente interventi bioeconomici: prevenzione del rischio idrogeologico, prevenzione del rischio sismico, conservazione dei centri storici e rigenerazione urbana delle periferie. Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Nel corso degli ultimi decenni la religione capitalista ha trasferito ricchezza prelevando anche dal risparmio delle masse di famiglie, e indirizzandola verso l’élite (banche, grandi imprese), tutto ciò mentre la classe politica, ascoltando i consigli dei neoliberali, ha introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico, di fatto privatizzando il processo decisionale della politica (assenza di trasparenza), ha favorito e sostenuto le rendite di posizione, ha favorito le delocalizzazione industriali, ha favorito le speculazioni urbanistiche, ha aumentato la pressione fiscale ai salariati e ai liberi professionisti, ha ridotto progressivamente il potere d’acquisto degli stipendi salariati, e così tutto ciò ha prodotto una società peggiore di quella precedente, togliendo opportunità di vita alle attuali generazioni rispetto a quelle precedenti (anni ’60 e ’70). La psico programmazione mediatica spinge le famiglie a spendere il proprio salario per merci superflue. Se fossimo amministrati da una classe politica civile e responsabile, Governi e Parlamento, adotterebbe un’agenda urbana per prevenire i danni, che logicamente dobbiamo attenderci per il naturale ciclo vita degli ambienti costruiti. La maggioranza delle famiglie italiane non ha la capacità economica per affrontare i costi delle rigenerazioni necessarie che rappresentano un bene e non merci. Grazie a questa fragilità economica i liberali ricattano le comunità, ma al mercato non interessa promuovere rigenerazioni urbane bioeconomiche; anzi sta programmando e realizzando rigenerazioni per espellere altri ceti meno abbienti dai centri urbani e per conquistare spazi di mercato, cioè per conquistare merci. E’ questo il concetto che sta dietro il nichilismo urbano dettato dalla religione capitalista: tutto è merce; il territorio è merce, le superfici da costruire sono merce, le trasformazioni urbane sono merce, le persone sono merce.

Un piano regolatore generale bioeconomico è costruito su altri presupposti: analisi urbana e morfologica dell’esistente, conservazione, ecologia urbana, efficienza energetica, partecipazione attiva ma suggerendo le trasformazioni possibili, considerando ovviamente i principi della legge urbanista nazionale e gli standard, ma soprattutto i bisogni reali delle persone (non i capricci) e non il tornaconto degli investitori privati. Con questo approccio è possibile pianificare i sistemi locali, attraverso piani intercomunali ed è necessario farlo per eliminare gli sprechi che si consumano in questi territori.

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