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Posts Tagged ‘sostenibilità’

Speculazioni urbanistiche si realizzano a danno della collettività, cioè a danno della nostra qualità della vita e dell’ambiente. Cosa manca perché ci sia un’inversione di tendenza e si inneschi un circolo virtuoso? Siamo culturalmente pronti ad un cambio di prospettiva in materia urbanistica? (se no, cosa manca ancora?)

Negli ultimi trent’anni, nell’ambito accademico si è sviluppata una maggiore cultura circa la corretta pianificazione territoriale soprattutto grazie all’impulso propositivo della scuola territorialista di Alberto Magnaghi, a Firenze attraverso il Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti (LaPEI). Questa scuola eredita e rappresenta la cultura di Geddes e Mumford, e tale visione è stata integrata e aggiornata anche dalla visione bioeconomica di Nicholas Georgescu-Roegen. In Italia, la bioeconomia non ha ancora trovato una scuola economica ove poter crescere, mentre ha ricevuto ascolto e favori fra i pianificatori, e nelle tecnologie industriali della cosiddetta “chimica verde” che sta creando nuove merci e opportunità sfruttando l’eco-design. Se ciò mostra un’evoluzione culturale, purtroppo si contrappone una regressione culturale della classe dirigente politica poiché psico programmata all’economia neoclassica e dalla distruttiva crescita della produttività, che ignora l’entropia e disprezza l’etica, e i diritti civili e sociali. L’Occidente vive questo periodo di transizione poiché il capitalismo ha deregolamentato la finanza e il mercato globale, il neoliberalismo crea opportunità per i fondi privati d’investimento e programma la delocalizzazione industriale verso i Paesi emergenti. Questi spazi diventano zone franche per non pagare tasse e sfrutta gli schiavi senza diritti sindacali. La classe dirigente politica insegue ancora i consigli dei neoliberali e suggerisce soluzioni analoghe in Italia e in Europa, cioè anziché favorire una corretta pianificazione, si limitano a copiare la svalutazione salariale e costituire zone franche. L’implosione del capitalismo è sotto i nostri occhi e questo favorisce l’apertura di un dibattito pubblico. La confusione politica è figlia di questa implosione che coinvolge i partiti otto-novecenteschi. In teoria siamo pronti a raccogliere un cambiamento ma le forze politiche (banche, media e istituzioni pubbliche) si oppongono. Nella disciplina urbanistica chiunque è consapevole del conflitto culturale fra capitalismo, rendita e proprietà, negli anni ’60 si consumò tale conflitto con la vittoria del capitalismo liberale, oggi sembrano esserci le condizioni per riaprire il tema poiché la famigerata “urbanistica contratta” sta continuando a distruggere il territorio, mentre si cercano soluzioni pratiche per porre rimedio. Sicuramente c’è la consapevolezza nel ridurre il consumo di suolo e di sfruttare meglio le fonti energetiche alternative, si parla molto di “rigenerazione urbana” ma spesso le soluzioni concrete si realizzano con incentivi alle rendite, restando nel paradigma culturale sbagliato. Ci vuole coraggio per uscire dal capitalismo, e questo sembra mancare. Dobbiamo immaginare e pianificare piani urbanistici intercomunali bioeconomici all’interno dei sistemi locali individuati dall’ISTAT, e raccogliere finanziamenti per raggiungere scopi sociali, culturali e ambientali poiché questi temi determinano lo sviluppo umano e non il profitto.

Ci sono due esempi di piani paesaggistici territoriali, uno in Puglia l’altro in Toscana, che dimostrano l’esistenza di una cultura lungimirante ma trovano forte opposizione alla loro attuazione; perché?

Perché la scuola territorialista si scontra con l’approccio neoclassico economico che preferisce mercificare i territori piuttosto che applicare l’uso razionale dell’energia e delle risorse. Il pensiero dominante è quello neoliberale che si concretizza secondo due mantra: creare soldi dai soldi senza lavorare e mercificare tutto. Secondo questa religione, il territorio è merce e i piani devono soddisfare il tornaconto degli investitori privati, nonostante lo scopo dell’urbanistica non sia il profitto ma costruire diritti a tutti i cittadini, e nonostante la dottrina urbanistica abbia come obiettivo la tutela del territorio e il controllo dell’attività edilizia e urbanistica. E’ il solito limite e conflitto culturale, cioè l‘illusione di coniugare capitalismo e interesse generale, un ossimoro; è noto che fra i due approcci abbia prevalso la religione capitalista. E così prevale ancora la logica di agglomerazioni industriali, e di costruire spazi commerciali nell’illusione di coltivare un continuo aumento delle vendite, tutto ciò mentre il neoliberismo aumenta la povertà, continua la riduzione dello spazio pubblico e cresce la crisi degli ecosistemi urbani; tutto ciò fregandosene della storia, della cultura delle comunità, e distruggendo le peculiarità dei luoghi. Un altro problema pratico è che l’urbanistica è stata messa nelle mani dei Consigli comunali, provinciali e regionali, cioè la classe politica che ha enormi limiti culturali su questa disciplina, oltre che essere l’oggetto delle pressioni dell’élite locale che persegue il tornaconto personale.

Che cos’è l’approccio bioeconomico alla gestione del territorio? Perché è poco considerato dalla politica?

L’approccio bioeconomico ribalta la visione della religione capitalista poiché non parte del profitto e dall’avidità, ma dalla scienza e dalla conoscenza dei luoghi, dalla loro storia e dai limiti naturali. La bioeconomia misura i flussi di energia e l’utilità sociale, valorizza i luoghi e le risorse, progetta l’uso razionale delle energie e suggerisce la conoscenza identitaria dei luoghi per garantirne una corretta fruizione e la conservazione delle risorse per le future generazioni. La bioeconomia propone di vedere territori e aree urbane come processi metabolici, copia i processi naturali circolari e consente di individuare sprechi, per ridurli o cancellarli e favorire l’impiego di energie alternative affinché gli ecosistemi non siano più depauperati, ma diventino produzione di risorse per la specie umana non più secondo logiche di profitto ma secondo principi di sostenibilità.

E’ vero che un’urbanistica virtuosa ha un influsso positivo sulla psicologia delle persone? In che senso?

Come per molte altre disciplina, un’assurdità della nostra società capitalista è aver reso l’urbanistica una materia sconosciuta, poco comprensibile e poco rilevante per i cittadini, nonostante questa determini la vita e l’economia dei territori. La cittadinanza non partecipa ai processi di pianificazione, questo è grave poiché chiunque spinto dalla propria avidità potrà sfruttare la rendita e a danno della collettività. La scienza urbanistica nacque nell’Ottocento per riparare agli errori del capitalismo che stava distruggendo le città. Oggi sappiamo che le città sono il frutto dello spirito del tempo: il capitalismo. Così ereditiamo ambiti urbani carichi di contrasto: la bellezza straordinaria dei centri storici, e la città moderna con spazi urbani progettati in funzione del consumo e non della felicità umana. I liberali sfruttarono le innovazioni culturali degli utopisti socialisti per far progredire il capitalismo stesso inventando e regolando la rendita fondiaria e immobiliare. Solo dopo altri decenni si sviluppò la sociologia urbana che osserva come il capitalismo sia una sottile forma di razzismo, una guerra pianificata contro i poveri. La sociologia urbana suggerisce come migliorare il disegno urbano considerando il fattore umano e ricorda l’importanza di piani sociali per lo sviluppo culturale. Un corretto disegno urbano può favorire processi di convivialità urbana, così come un adeguato rapporto fra spazio pubblico e spazio privato è fondamentale per incentivare il dialogo e l’incontro fra le persone. Un piano sulla bellezza urbana è altrettanto importante per circondarsi di spazi adeguati. Poi oltre la pianificazione, sono necessari adeguati servizi sociali, per questo motivo le risorse umane professionali sono determinanti e fanno la differenza. In sostanza sappiamo che una corretta urbanistica si avvale di tante discipline come la geografia, la sociologia, l’ingegneria, l’architettura, la geologia ma spesso sottovalutiamo l’influenza politica dell’economia classica che piega ed edulcora le altre discipline all’interesse dei pochi solo per logiche di profitto e di consenso politico elettorale.

Grandi opere edilizie invece di interventi capillari sul territorio; perché la politica punta sempre e solo sulle grandi opere?

Secondo le logiche capitaliste e i criteri economici e finanziari che valutano i progetti, più è grande il costo dell’opera e maggiore sarà la redditività degli investitori privati che sfruttano anche il servizio del debito. Oggi si aggiunge un’altra minaccia immobiliare che può sprecare risorse finite. Poiché la finanza capitalista produce soldi dai soldi senza lavorare, le trasformazioni urbanistiche sono sfruttate come opportunità di creare denaro dai valori immobiliari ma in deroga ai principi costituzionali e alla legge urbanistica. E così i privati presentano sedicenti progetti di nuovi stadi che in realtà sono complessi immobiliari di più attività e servizi per coprire i costi dello stadio stesso. A Firenze, Roma, Milano, Napoli e altre città le società sportive sfruttano il sistema capitalista per scaricare debiti e costi sul mercato, ma a danno della collettività. Questo approccio egoistico non è una novità, è la prassi incostituzionale che sta in piedi poiché la tutela del territorio è stata cancellata dai programmi politici dei partiti. Nel caso delle speculazioni edilizie proposte attraverso gli stadi, i grandi costruttori e le società calcistiche hanno gioco facile nel mettere pressione alle Amministrazioni locali, gli speculatori fanno leva sull’immagine del calcio e sui tifosi che agiscono solo d’istinto.

Domande e risposte ispirate e aggiornate, da un’intervista rilasciata al Vaso di Pandora, di Carlo Savegnago.

rigenerazione-urbana-bioeconomica

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Sono trascorsi molti anni da quando l’evoluzione di determinate tecnologie ha consentito, e consente tutt’oggi di osservare e misurare le attività antropiche con maggiore precisione. Dal punto di vista filosofico e scientifico sappiamo benissimo che le attività produttive e le trasformazioni di materia hanno un impatto sugli ecosistemi (Aristotele docet), lo sappiamo poiché è la termodinamica che lo insegna, così come sappiamo bene che solo negli ultimi decenni una letteratura ha mostrato i rischi di una società che dipende prevalentemente dalle fonti energetiche fossili, cioè le cosiddette fonti non rinnovabili. Le fonti fossili sono sempre meno reperibili, con costi ambientali e sociali non più sostenibili. La continua ricerca di tali fonti genera conflitti geopolitici e bellici distruggendo comunità umane e interi ecosistemi. Spesso l’impiego delle fonti fossili è persino irrazionale generando sprechi evitabili. Mentre è accaduto tutto ciò, e accade tutt’oggi, negli ultimi trent’anni le tecnologie che usano le fonti rinnovabili sono divenute sempre più efficienti e a buon mercato. Il settore che registra la maturazione compiuta è proprio quello più energivoro: il mondo delle costruzioni, mentre nell’ambito della pianificazione territoriale l’approccio territorialista si ispira palesemente alla bioeconomia al fine di favorire la sostenibilità delle risorse finite.

In questo clima di sensibilità emergenti circa l’ecologia, cioè l’economia reale, sono sorte metodologie per misurare il consumo del suolo che mostrano gli effetti della politica territoriale sui sistemi urbani e agricoli.

Riassumiamo: da un lato, se lo desideriamo, possiamo vivere in abitazioni alimentate dalle fonti energetiche alternative e addirittura possiamo costruire una rete intelligente per scambiarci i surplus energetici gratuitamente, mentre in ambito territoriale conoscendo le nostre risorse territoriali che ci donano la vita e misurando l’uso del suolo – il suo consumo – possiamo pianificare una rigenerazione e consentirci di vivere in prosperità.

Da qualche anno è stato finalmente favorito l’approccio circa l’analisi dei sistemi territoriali andando nella direzione, corretta, dei sistemi di rete, imitando i processi naturali. I territori sono osservati rispetto alle dinamiche delle attività antropiche (basti ricordare la teoria delle località centrali di Christaller), cioè tramite le relazioni. Intrecciando le letture dei sistemi naturali con quelle relazionali dell’uomo (attività produttive, servizi, lavoro, mobilità, etc.) possiamo interpretare più correttamente il territorio per proporre un uso del suolo più sostenibile, eliminare gli sprechi, e proporre persino modelli sociali ecologici e creativi rispetto alle capacità degli ecosistemi uscendo dalle logiche di profitto per tendere all’auto sufficienza dei sistemi locali.

Ritengo sia necessario proporre l’approccio rigenerativo per i sistemi locali individuati dall’ISTAT affinché si arresti lo spreco di risorse, inteso sia come consumo del suolo e sia come progressiva riduzione dalla dipendenza degli idrocarburi. Un approccio rigenerativo per consentire lo sviluppo di impieghi virtuosi come la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la rigenerazione dei piccoli centri rurali, l’impiego della mobilità dolce nei tessuti urbani e l’avvio di fattorie auto sufficienti per alimentare i sistemi locali stessi. Si tratta di realizzare l’approccio collaborativo uscendo da quello competitivo e prevaricatore stimolato dal desiderio di profitto. Le reti collaborano e non competono. Per realizzare la rigenerazione dei sistemi locali è necessario che sia modificato l’impianto amministrativo liberandolo da malsane logiche prevaricatrici nei confronti del territorio stesso come la mercificazione dei suoli, le rendite di posizione, la perequazione suggerita dai Comuni ma usata dai privati per creare e aumentare le rendite immobiliari, l’assenza di processi popolari per pianificare i luoghi urbani e l’immorale uso degli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente. Si tratta di uscire dal governo del territorio speculativo, poiché è questa la consuetudine di decenni di amministrazioni locali che hanno dimenticato i principi della Costituzione. Poiché, ormai, il legislatore ha privatizzato i processi decisionali della politica locale – basti osservare che i servizi locali sono gestiti da SpA – è necessario che siano i cittadini ad organizzare un cambio di paradigma culturale volto a chiedere trasparenza, partecipazione attiva e reale secondo l’etica, quindi fuori dal profitto, secondo l’uso razionale dell’energia che ci consente di vivere in prosperità e in sicurezza per la salute umana.

Per favorire e programmare la rigenerazione dei sistemi locali in senso bioeconomico è determinante una regia pubblica, che in ambito territoriale adotti l’approccio della scuola territorialista, cioè la bioregione urbana, e in ambito urbano adotti la rigenerazione urbana bioeconomica, tutta da studiare e scoprire, ma in sostanza si tratta di trasformazioni urbane fatte con piani di recupero senza l’aumento dei carichi urbanistici, ma un riequilibrio delle densità con trasferimenti di volumi e con una morfologia figlia della qualità urbana, partendo dalle analisi urbanistiche dei tessuti urbani esistenti e proponendo l’approccio conservativo (scuola Muratori) e la composizione della cosiddetta “cellula urbana”, puntando alla bellezza e al decoro.

ISTAT consumo del suolo nei sistemi locali 2011

Istat, consumo di suolo nei sistemi locali, 2011.

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Il capitalismo è il cancro che ha divorato il corpo dell’Occidente, e sta morendo poiché non c’è più nulla da divorare. Si è mangiato circa quattro secoli di storia delle nostre comunità arrivando al punto di massimo delirio all’inizio di questo secolo. L’immagine mostruosa della bestia è alla vista di tutti, basti leggere le informazioni relative alle diseguaglianze, l’economia del debito, il sistema delle banche, i paradisi fiscali e la creazione dal nulla della moneta. L’avanzamento dell’oscena proposta del TTIP è il segnale evidente dell’arroganza di un’elité degenerata, ed è l’arma che mira a sostenere il mercato del WTO, ma distrugge l’economia reale degli italiani basata sulla piccola e media impresa.

Se da un lato c’è un sistema ancora predominante che ha inventato i suoi modelli, i suoi schemi, i suoi paradigmi sulla rapina, sull’usurpazione, sulla competitività, sulle credenze, sull’avidità e sul nichilismo, dall’altra parte emerge lentamente e faticosamente un nuovo sistema completamente opposto ma compatibile col pianeta Terra. La società che sta emergendo fonda la propria energia sulle opportunità delle nuove tecnologie che riescono a produrre, trasformare, riutilizzare e sviluppare le capacità umane grazie a un percorso di consapevolezza volto alla prosperità e non più alla crescita infinita. La ricerca della verità si è arricchita di strumenti che mostrano, a tutti coloro i quali desiderano vedere, l’esistenza della bioeconomia, cioè un’economia reale che si basa sulle leggi della natura, e sulla partecipazione e la cooperazione dei cittadini finalizzata al bene comune, e non più al sovrapiù di merci inutili.

I primi esempi di tali modelli sono ampiamente riscontrabili nel mondo dell’urbanistica attraverso la rigenerazione, l’edilizia circa l’abitare, nell’agricoltura sinergica che esce dall’agri industria, e nella mobilità intelligente. Sul fronte del governo del territorio è matura l’idea di studiare le dinamiche relazionali che costituiscono i sistemi locali, ove vivono gli abitanti. In questi tre ambiti (edilizia, agricoltura e mobilità) le tecnologie sono mature e disponibili a buon mercato. Se leggiamo i regolamenti edilizi, tutti parlano di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, tutti propongono l’impiego delle fonti alternative e tutti propongono le ristrutturazioni per ridurre la domanda di energia e di riusare le risorse; in buona sostanza sono tutte proposte di decrescita felice. Ciò che manca è un’ampia domanda di bioeconomia da parte della popolazione poiché il capitalismo ha permeato ben quattro secoli di programmazione mentale e culturale in tutti gli ambiti della società: scuola, università e classe dirigente. Nel 2009 nasce il primo bio distretto d’Italia nel territorio salernitano, nel Cilento, ove Comuni ed imprese favoriscono la produzione e il consumo di beni e merci locali di qualità per la sicurezza alimentare, superando persino il concetto della certificazione e sostenendo le filiere delle aree protette.

Dunque se da un lato ci sono evidenti segnali della nuova epoca bisogna ancora divulgare in maniera efficace i nuovi schemi, i nuovi paradigmi che sono persino descritti nel Benessere Equo e Sostenibile (BES) e questo consente di affrontare in maniera più agevole il piano della comunicazione efficace, poiché persino una piccola parte della classe dirigente ha riconosciuto ufficialmente l’importanza dei valori umani: salute, ambiente, istruzione, relazioni sociali, lavoro, etc.

L’opportunità più grande emerge proprio dagli abitanti delle città. Più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, mentre in Europa circa il 72% della popolazione vive nelle aree urbane, e da li possiamo costruire una realtà sostenibile, conviviale e compatibile con le risorse limitate del pianeta. E’ proprio nelle città che esistono le maggiori opportunità poiché cambiando gli schemi mentali è possibile spostare flussi di energia per utilizzarli al meglio, dallo stoccaggio delle merci sovraprodotte alla realizzazione di quartieri e città auto sufficienti ma in rete, cioè in collegamento fra loro, sino alla rigenerazione urbana che crea nuovi posti di lavoro utili al bene comune. Se finora le città sono state pensate per soddisfare l’avidità e la crescita del nichilismo capitalista, adesso è possibile realizzare città fatte per gli esseri umani volte alla ricerca della felicità insita proprio nello sviluppo delle virtù ed il perseguimento del bene comune.

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Da qualche tempo nel linguaggio mediatico si sente parlare di partiti post ideologici, nulla di più falso compare nel lessico mediatico per nascondere la verità di un società profondamente ideologica, poiché forgia le proprie convinzioni sulle credenze e non sulla ricerca della verità, un’ideologia fondata proprio sull’idea del nulla, cioè sul nichilismo affinché il neoliberismo, l’ideologia predominante all’interno delle istituzioni, potesse essere libera di operare all’insaputa delle masse. Chi detiene le redini del controllo e del potere ha una visione ideologica molto precisa: vendere, vendere, vendere! Un’idea malsana volta alla distruzione dei valori umani a favore dell’avidità di pochi, un’idea che nell’Occidente ha avuto grande successo.  Finora ci sono riusciti benissimo poiché la forza e l’energia proviene proprio dalla maggioranza degli oppressi, una maggioranza incapace di immaginarsi un mondo migliore e lottare per cambiarlo.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro. L’evoluzione tecno scientifica, cioè l’informatizzazione e la robotica consentono di produrre quantità di merci crescenti riducendo posti di lavoro, mentre il costo del lavoro viene progressivamente ridotto e i prezzi delle merci tendono a restare bassi, mentre è necessario che i volumi di produzione aumentino per conseguire maggiori profitti, a danno degli ecosistemi ovviamente. Nell’evoluzione odierna del capitale è accaduto che l’industria finanziaria è divenuta più grande e più potente dell’industria che produce merci. L’industria finanziaria è più capace di valorizzare l’insieme dei capitali accumulati, ma il valore di questo capitale è puramente fittizio (borsa, quotazioni, debito e certificazioni). In questo contesto l’economia reale diventa una mera appendice del capitale, sempre a danno degli ecosistemi in aggiunta alla riduzione dell’occupazione conservata come schiavitù per i capricci delle borse telematiche. In sostanza il capitalismo è sinonimo di distruzione dell’umanità.

Se da un lato esiste ancora questa generale immaturità politica dei cittadini, da un altro lato la recessione ha senza dubbio stimolato la creatività di piccoli imprenditori, artigiani e cittadini nell’inventarsi un’economia basata sull’uso razionale dell’energia, nonostante l’ostracismo di buona parte della classe dirigente, sia perché inadeguata e incapace, e sia perché in cattiva fede e prezzolata dai soliti speculatori, esiste una minoranza di cittadini che sta progettando il cambiamento e potrebbe diventare massa critica che genera il cambiamento sociale nel resta del territorio.

L’aspetto grottesco della recessione che investe il nostro Paese, è che sarebbe sufficiente sviluppare la capacità di osservare per comprendere che non esistono problemi per il nostro presente futuro. E’ sufficiente osservare che bisogna investire tempo e risorse nel conservare e migliorare parti delle nostre città, e del nostro territorio per tendere alla piena occupazione in mestieri utili e virtuosi. Nell’osservare siamo persino agevolati se leggiamo gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES) poiché abbiamo un indirizzo ben costruito su dove investire. Spetta a noi cittadini migliorare le relazioni e aiutarci reciprocamente, spetta a noi cittadini sviluppare la capacità ed il desiderio di prenderci cura di noi stessi e delle nostre città. Possiamo continuare a speculare nel solco dell’attuale paradigma verso l’imminente auto distruzione, o possiamo decidere di cooperare.

Per secoli abbiamo lasciato che il capitalismo fosse la religione guida delle nostre decisioni, credo sia bastato, è chiaro le leggi della natura non sono compatibili con la nostra invenzione di finanza, basti osservare le regole di vita delle altre specie viventi, esse prosperano senza l’ausilio delle istituzioni politiche e dell’economia inventata dall’uomo. I paradigmi dell’attuale società implodono su stessi poiché l’economia del debito è in conflitto aperto con la democrazia e la libertà degli individui. La maggioranza degli individui non arriva al cambio dei paradigmi culturali attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza, ma dalla perdita del posto di schiavitù chiamato lavoro, e da quelle “certezze” che la religione capitalista ha lasciato credere vere affinché nel corso dei decenni si sviluppasse l’attuale società apatica ed egoista che conosciamo. Il livello di programmazione mentale è stato talmente efficace nei confronti della maggioranza degli abitanti, che nonostante gli alti tassi di disoccupazione suggeriscono preoccupazione poiché potrebbe insorgere un conflitto civile da un momento ad un altro, nulla si muove, nulla accade.

E’ auspicabile credere che quella minoranza di cittadini consapevoli che stanno costruendo realtà economiche alternative, così come in piccola scala sta già accadendo, possano contaminare chi viene colpito ingiustamente dalla recessione. Persino una minoranza della classe dirigente sta progettando e realizzando questa transizione economica ispirandosi ai principi di bioeconomia. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

Un esempio di coraggio e di nuova visione politica lungimirante è stato il piccolo Comune di Torraca (SA), la prima city led al mondo facente parte del più grande geoparco d’Europa. Il punto di partenza è che la qualità della vita ed il capitalismo finanziario sono in aperto conflitto, l’ideologia della crescita è il mito che sostituisce la società umana con le schiavitù organizzate irreggimentate nell’industria. La scandalosa percentuale di disoccupazione giovanile se da un lato è un dramma, essa rappresenta la speranza, poiché si tratta di persone non schiavizzate in lavori inutili, che possono organizzarsi in attività virtuose come lo studio e la ricerca di impieghi utili al territorio, sia osservando le risorse naturali a disposizione della comunità, e sia proponendo forme di partecipazione attiva, incontri, dibattiti, occupandosi di conservazione del patrimonio, agricoltura naturale, energie rinnovabili etc. Spetta a noi cambiare il modo di pensare e stimolare uno stile di vita compatibile con la natura e gli ecosistemi, spetta a noi riscoprire l’importanza delle relazioni sociali e la qualità del vivere in comunità cittadine organizzate per la vita umana e non per i consumi compulsivi. Nelle città che stanno avendo taluni miglioramenti spesso i processi nascono da iniziative dal basso, da piccoli gruppi di cittadini che stimolano la nascita di processi democratici e creativi volti all’analisi e lo studio delle percezioni soggettive delle città. Cooperative e amministrazioni organizzano e progettano i servizi partendo dai suggerimenti forniti proprio dai cittadini rispetto alle loro percezioni, e questi processi generano modelli di vita conformi alle priorità emerse, e spesso nascono nuovi impieghi rispetto ai bisogni reali degli abitanti. In questo modo il cambiamento sociale della città emerge dai cittadini, e non esiste ostacolo a tale processo poiché l’iniziativa privata è libera, anzi, spesso gli amministratori si adeguano alle istanze dal basso poiché consapevoli di dipendere dal giudizio politico degli elettori. Spesso i conflitti insorgono da decisioni calate dall’alto, i conflitti sono meno frequenti per le decisioni emerse dal basso. Il futuro è un pezzo di carta bianco, cambiando i paradigmi culturali di una società malata possiamo disegnare un futuro sostenibile.

Immagine città 4set2014

Salerno, zona orientale. Immagine della città dei cittadini costruita col metodo di Kevin Lynch. Laboratorio di “pianificazione partecipata” a cura di MDF Salerno

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L’urbanistica è una disciplina sociale influenzata da diverse componenti (finanza e proprietà privata) e nonostante quella del disegno urbano sia la più importante non è la determinante ai fini delle scelte definitive relative all’organizzazione territoriale e le destinazioni d’uso dei suoli. Esiste una certa consuetudine politica nel ricercare bravi urbanisti cui affidare incarichi di progettazione, e manipolare successivamente le norme tecniche dei piani per assecondare gli interessi privati della rendita immobiliare, con la conseguenza negativa di modificare le previsioni e gli obiettivi del piano urbanistico stesso. Esiste anche la pratica di approvare piani con previsioni deliberatamente errate al fine di alimentare entrate per la spesa corrente degli Enti pubblici e sperare in un mercato immobiliare, ma tali decisioni frutto solo dell’avidità e non di studi consapevoli, servono solo a distruggere le risorse limitate. Questa consuetudine politica ci insegna che nel campo dell’urbanistica il disegno della città ed il relativo dimensionamento vengono sempre condizionati da beceri interessi privati, e dalle discipline economico finanziarie e giuridiche che a loro volta influenzano le decisioni politiche locali, spesso a danno della collettività e dell’interesse generale. Quando i decisori politici hanno saputo conservare una propria autonomia e/o in assenza di pressioni particolari è accaduto che le città sono state pianificate correttamente conservando la coerenza previsionale dei piani stessi, e quindi gli abitanti hanno potuto godere dei vantaggi di una corretta pianificazione urbanistica, cioè una maggiore qualità della vita.

Questa breve premessa accenna ad un problema che dura sin dall’inizio dell’urbanistica moderna poiché attraverso le discipline giuridiche e finanziarie decisori politici e lobbies locali non rispettose dell’interesse generale hanno saputo e potuto agire secondo il proprio tornaconto. La storia e la letteratura urbanistica insegnano che soluzioni pratiche esistono, ma per avere sagge soluzioni e durature per favorire l’interesse generale bisogna modificare gli strumenti giuridici, l’estimo e le procedure urbanistiche favorendo i principi costituzionali sanciti dagli articoli 2, 3 e 9. Ad esempio, è ampiamente noto che in alcuni paesi europei i Comuni hanno potuto conservare la proprietà pubblica dei suoli dandone in concessione d’uso il diritto di superficie, mentre in altri paesi come Italia, all’inizio del novecento, prevalse l’idea di privilegiare la proprietà privata, e durante gli anni ’60 la proposta di ritornare su questa decisione fu bocciata dal legislatore per favorire gli interessi privati propensi ad un’efficace speculazione edilizia attraverso il meccanismo della rendita, tutt’oggi motore obsoleto dei piani urbanistici e sostenuta dagli indicatori finanziari per favorire lo strumento del debito.

E’ altrettanto vero che politici locali di buona cultura possono agire in autonomia e pianificare città sostenibili, ma la selezione della classe dirigente politica italiana non è nelle mani di liberi cittadini consapevoli, sensibili e responsabili, com’è tristemente noto.

Pertanto per ripristinare una buona urbanistica è necessario che la disciplina possa “alleggerirsi” dalle sue componenti giuridiche e finanziarie per ridare valore al disegno, al progetto, e quindi alla creatività umana capace di trovare soluzioni concrete ai problemi degli abitanti delle città, del resto come avviene più facilmente all’estero grazie a strumenti giuridici più efficaci, un sistema bancario a servizio dei cittadini, grazie ad una classe dirigente più acculturata e responsabile, grazie ad un atteggiamento culturale dei cittadini più consapevoli e rispettosi verso i progettisti riconoscendone il valore poiché capaci di migliorare la qualità di vita degli abitanti. Oltre a questo aspetto non bisogna sottovalutare il fatto che numerosi studi ed indagini mostrano un aumento della regressione culturale ed in Italia esiste un enorme problema di ignoranza di ritorno, questo aspetto dannoso e pericoloso influenza il comportamento delle persone che le rende meno consapevoli, meno civili e meno capaci di decidere liberamente su cosa sia meglio per loro e per gli altri. Occorre avviare programmi nazionali di alfabetizzazione sulle materie scientifiche per gli adulti per i laureati, e per i professionisti.

Negli ultimi decenni gli urbanisti al fine di rimanere coerenti rispetto ai propri disegni urbani hanno dovuto inventare e sviluppare diverse tecniche per consentire loro di stare dentro i limiti giuridici (acquisizione delle aree) ed economici, cioè la ricerca di risorse monetarie per attuare i piani. Tutte le tecniche finora applicate appartengono al piano ideologico della crescita, poiché è l’ideologia più studiata e diffusa in ambito scolastico ed accademico. Da poco più di un decennio alcuni urbanisti hanno deciso di uscire da questo piano ideologico, alcuni circa trent’anni fa sono stati dei precursori quando hanno immaginato città sostenibili e piani a “crescita zero”, chiaramente ispirati dagli utopisti dell’ottocento e dall’approccio olistico. I cittadini dovrebbero sapere che possono vivere in città migliori di quelle realizzate a partire dagli anni ’50 in poi, molto migliori, ed il più grande ostacolo a questa evoluzione sociale collettiva risiede nel nichilismo e nell’ignoranza dei cittadini stessi, oltre che in una inadeguata classe politica locale che rappresenta i cittadini stessi. Scovato il problema, trovata la soluzione: i cittadini. Nessuno vieta ai cittadini di riunirsi e proporre soluzioni adeguate investendo risorse umane e monetarie proprie al fine di rigenerare il quartiere e la città. Il mondo intero, e l’Europa stessa è ricca di esperienze e soluzioni che dimostrano come siano i cittadini a fare la differenza positiva o negativa nella gestione della città e della polis.

Gli investimenti nelle attività di pianificazione sono quelli più duraturi, almeno vent’anni anni. I cittadini possono investire i propri risparmi nell’aggiustare la propria città e migliorare il proprio quartiere, non si tratta di un intervento speculativo come spesso accade dal soggetto promotore, ma di un investimento per il proprio benessere promosso da un nuovo soggetto: la comunità. Essi dovrebbero imparare a giudicare la qualità del progetto rispetto all’impatto sociale dell’intervento e la partecipazione attività ed i diritti costituzionali: la bellezza e il decoro, ambiente e salute, la qualità dello spazio pubblico, l’efficienza energetica, i nuovi servizi come le biblioteche e la mobilità intelligente, l’uso razionale delle risorse, ed in fine la sostenibilità economica, verificandone semplicemente gli indici. Con una forte regia pubblica, la comunità deve assumersi la responsabilità di diventare committenza della rigenerazione urbana bioeconomica al fine di superare i tradizionali piani espansivi e speculativi e favorire piani di recupero dei tessuti esistenti.

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Dall’inizio della fine: epoca industriale, decisori politici, mondo accademico, imprese e progettisti discutono su come organizzare e far crescere le città intorno alle “nuove” politiche urbane, c’è chi giustamente ritiene che le città siano cresciute troppo ed ora sia giunto il momento di gestire l’ambiente costruito.

Esiste una sterminata letteratura internazionale, analisi, rapporti, proposte circa la sostenibilità urbana, la resilienza urbana, la rigenerazione urbana e la progettazione di nuovi insediamenti urbani; esistono rapporti sul recupero dei centri storici e delle periferie.

Dal punto di vista dell’approccio culturale si possono distinguere due atteggiamenti: l’ossimoro dello sviluppo sostenibile e l’approccio della sostenibilità forte. Il primo nasce nell’alveo del paradigma più vecchio ed obsoleto: la crescita materialista, mentre l’altro nasce nell’alveo dell’approccio olistico ed accetta le leggi della natura consigliando di non sprecare le risorse utili alle future generazioni.

ediltecno28feb2014In questo contesto culturale sembra esserci una convergenza di intenti progettuali: “prima di tutto pensiamo ad aggiustare le città esistenti e discutiamo su come farlo dal punto di vista delle tecniche urbanistiche, e come reperire le risorse”. Si tratta di un cambio di rotta visto che sin dal dopo guerra i piani urbanistici si sono occupati sia della ricostruzione e sia dell’espansione urbanistica. Sembra ci sia un coro verso la strada del recupero e quindi Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) ed Istituto Nazionale Urbanistica (INU) hanno elaborato manifesti e proposte a sostegno della rigenerazione urbana.

L’ANCE propone di riqualificare energeticamente gli edifici esistenti, il CNAPPC consiglia di puntare sulla rigenerazione urbana sostenibile, e l’INU durante il XXVIII Congresso svoltosi a Salerno propone diverse progettualità per far “aggiustare” le città, ad esempio il tema 1 “la rigenerazione urbana come resilienza”. L’associazione AUDIS (Ass. per le aree Urbane Dismesse) pubblica le linee d’azione per la rigenerazione urbana. Nella sostanza c’è un coro unanime per la rigenerazione urbana, ma bisogna verificare cosa si intende per rigenerazione urbana al fine di evitare gli errori e speculazioni del passato, e questo dipende dall’idea di rigenerazione (cultura) e dal livello di corruzione presente nella pubblica amministrazione. Buona parte degli operatori non è stata favorevole alla sostenibilità forte e questo ha causato danni all’ambiente.

Ritengo che fattori molto importanti su queste nuove opportunità siano l’organizzazione e il controllo del capitale.Ragionando per assurdo se progettisti ed operatori (il coro unanime) si fossero convinti della convenienza della sostenibilità forte potremmo immaginare un presente-futuro di prosperità duratura. I limiti della natura sono un aspetto dei fattori produttivi abbastanza evidenti, credo si debba solo accettare il fatto che bisogna uscire dall’avidità per riconoscere un’altra ovvietà: creare impieghi utili al bene comune grazie all’innovazione tecnologica che riduce/cancella gli sprechi e migliora la qualità della vita.

Dal punto di vista dell’organizzazione mi sembra un’ottima idea avere una cabina di regia nazionale che possa coordinare i contenuti culturali dei piani e la loro qualità con i finanziamenti pubblici. E’ noto che la riforma della Costituzione con l’articolo 117 ha prodotto tante e diverse leggi regionali sul governo del territorio, e questo ha consentito da un lato fare tante esperienze diverse, ma dal punto di vista dei diritti e della tutela del patrimonio ambientale ha alimentato sprechi e danni. Avere un Comitato per le politiche urbane (CIPU) che elabora programmi sulla sostenibilità forte e sulla qualità architettonica e urbanistica dando priorità alla convenienza ecologica di piani e progetti potrebbe dare un impulso positivo verso la strada che conduce a migliorare la qualità della vita, come del resto è indicato negli indicatori racchiusi dal Benessere Equo e Sostenibile (BES, ISTAT e CNEL). Oggi il CIPU dopo la legge che l’ho istituito sembra essere messo in secondo piano, e presenta programmi nell’alveo dell’obsoleto sviluppo sostenibile, pertanto è necessario un cambiamento culturale verso la sostenibilità forte per far ripartire l’occupazione utile “aggiustando” le città.

Una strategia importante per finanziare la rigenerazione urbana è rappresentata dalle tecniche di recupero del plusvalore fondiario che consentono di combattere le rendite di posizione e indirizzare le risorse monetarie per progettare la “città pubblica” (standard e nuovi servizi). Le esperienze di 22@Barcellona e di Monaco di Baviera sembrano casi paradigmatici utili ad approfondire una tecnica giuridica-economica molto importante che affronta un problema storico: la speculazione edilizia prodotta dall’avidità della rendita fondiaria e immobiliare. Facciamo un esempio per capire/ricordare di cosa parliamo, nel 2009 un suolo agricolo bolognese poteva costare 3 €/mq e reso edificabile poteva avere il prezzo di 50 €/mq, questo plusvalore prodotto senza merito e senza lavorare, ma generato dal nulla da una semplice deliberazione politica non è mai stato utilizzato per il bene comune. Esistono criteri e metodi per recuperare questa ricchezza prodotta dal nulla e destinarla alla realizzazione di standard e servizi pubblici.

I Comuni coordinati dalla regia del CIPU dovrebbero adeguare i propri piani e introdurre l’obiettivo rigenerazione urbana per recuperare i centri storici e le periferie, e su questi obiettivi attrarre finanziamenti pubblici-privati anche col recupero del plusvalore fondiario. I progetti non dovrebbero essere giudicati solamente dalla convenienza economica/finanziaria, ma prioritariamente dalla convenienza ecologica e dagli indicatori di qualità sintetizzati nel BES (Benessere Equo e Sostenibile), tutto ciò per una ragione chiara agli specialisti, e cioè un aumento di capitale realizzato dal progetto non è detto che rappresenti un valore in se, ma potrebbe essere un disvalore se diminuisce la qualità della vita. Il legislatore deve eliminare l’opportunità di mercificare il territorio poiché gli amministratori locali, violando l’articolo 9 della Costituzione, usano/hanno usato i proventi dai permessi per costruire per finanziare la spese corrente.

La ricostruzione post-bellica fu il volano della crescita nazionale, oggi “aggiustare” le città è una grande opportunità, rendendole auto sufficienti dal punto di vista energetico, rendendole luoghi dove si ricicla e si recupera tutto, centri storici meglio conservati, edifici e quartieri che riescano a resistere al sisma, quartieri con servizi di migliore qualità, luoghi senza le auto col motore a scoppio, e quindi aggiustare le città consentirebbe di realizzare quel piano per il lavoro utile di cui tutti noi necessitiamo per continuare la nostra esistenza. Tutti questi “piccoli” obiettivi per essere realizzati richiedono imprese più qualificate ed un grande numero di occupati. In tal senso investire nella rigenerazione urbana che aggiusta le città significa abbracciare una politica di decrescita felice perché non si produce un aumento del PIL a lungo periodo (a breve periodo sicuramente) poiché si cancellano/riducono gli sprechi. Creando lavoro utile potremmo realizzare la prospettiva di vita migliore che stiamo sognando ma che un sistema culturale-politico obsoleto non riesce a immaginare, che non riesce o vuole programmare poiché gli interessi sono rivolti altrove. Il futuro non è ancora scritto e la nostra condizione cambia solo se noi lo desideriamo, solo se i cittadini stimolano la domanda di rigenerazione urbana attraverso processi decisionali di partecipazione diretta. In diverse città europee i cittadini si sono uniti in cooperative ed hanno cambiato i propri quartieri investendo i propri guadagni ed i propri risparmi, ed in questo modo hanno aumentato il proprio capitale vivendo in un ambiente urbano migliore di quello precedente: un migliore uso del territorio attraverso densità più equilibrate e un mix funzionale, l’impiego di fonti energetiche alternative e la realizzazione di una rete intelligente di scambi energetici, servizi di quartiere, alloggi di qualità, migliore fruizione degli spazi aperti, mobilità intelligente, riciclo totale dei rifiuti, biblioteche, teatri e spazi verdi.

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Il fallimento del “sistema” basato sull’economia del debito credo sia sotto gli occhi di tutti. Ben sette premi nobel per l’economia (P.Krugman, M.Friedman, J.Stigliz, A.Sen, J.Mirrless, C.Pissarides, J.Tobin) criticano il funzionamento e le rigide regole dell’euro zona per i suoi effetti depressivi. Se è vero che l’euro zona non funziona bene, non bisogna dimenticarsi che è l’intero sistema capitalistico che sta crollando poiché cedono le sue fondamenta: economia del debito, sistema bancario, creazione della moneta dal nulla, picco del petrolio, e ideologia della crescita (PIL). Dal punto di vista culturale appare evidente che siamo a cavallo di un’epoca (fine dell’era industriale) e che le rappresentanze politiche, per una serie di ragioni, non hanno la capacità e la forza di cambiare radicalmente le fondamenta delle regole economiche, nonostante questa sia la priorità assoluta, poiché le istituzioni continuano a dare importanza ad indicatori obsoleti (PIL) e non valorizzano gli indicatori alternativi (BES) molto più precisi e seri. La ricchezza delle nazioni non è nel petrolio, non è nel PIL e non è nella moneta. Da circa quarant’anni tutti i politici e gli economisti sanno bene che la visione materialista (PIL, petrolio, moneta) sta distruggendo i nostri ecosistemi ed ha reso schiavi diversi popoli. Schiavi per la dipendenza psicologica da un pensiero inumano che ha saputo diffondersi e propagandarsi soprattutto per la nostra ignoranza – incapacità di pensare autonomamente – e alla nostra obbedienza verso ciniche autorità, dipendenza alimentata da messaggi efficaci con strumenti di programmazione mentale e le tecnologie giuste per farlo, televisione e smartphone. Se riusciamo a spostare le energie mentali dalla propaganda fuorviante ai temi seri – prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta – potremmo realizzare l’evoluzione umana di cui abbiamo bisogno. 

L’aspetto straordinario della vicenda è che possiamo sviluppare capacità e abilità per riprenderci un pensiero autonomo per avviare la transizione. Per il momento non siamo dotati di queste capacità e abilità che dovremmo far nascere, ma avviando una sperimentazione possiamo coltivarle, intanto non mancano le competenze e le risorse umane per realizzare gli obiettivi: prevenzione del rischio sismico, efficienza energetica, auto produzioni, sovranità alimentare, democrazia diretta; ciò che manca è la domanda su questi obiettivi, ciò che la manca è la cultura organizzativa e democratica dal basso. Le nostre energie mentali dovrebbero abbandonare il circo mediatico e politico per concentrarsi su cose serie come rigenerare la propria città, il proprio quartiere e il proprio edificio. L’obiettivo è cancellare la dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas), smettere di pagare le bollette e smettere di sprecare tempo e denari per merci inutili. Nella sostanza, possiamo transitare da un sistema di consumi compulsivi (merci inutili e sprechi) a un sistema di produzione di beni (energia, cibo e servizi immateriali) al di fuori delle logiche mercantili. Se avessimo la curiosità di capire come migliorare la nostra vista, e se avessimo la volontà e il coraggio di farlo troveremo tutte le risposte. I cittadini possono farlo autonomamente creando cooperative ad hoc, quindi tramite un’organizzazione no-profit, e questo sarà il sistema, già noto, che sostituirà l’avidità del neoliberismo. E’ questa la strada che consentirà di far transitare tutti quegli individui impiegati male in attività utili, e la rigenerazione delle città richiederà un enorme domanda di nuova occupazione, in Italia esistono circa 8092 comuni e tutti hanno bisogno di un intervento rigenerativo attraverso l’approccio olistico e la “scienza delle sostenibilità”.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi industriali volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[1] che consente di fare interventi puntali poco costosi, ma efficaci (minimo intervento) che ci consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi di interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Dal punto di vista dell’uso razionale dell’energia è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’uso di nuove tecnologie. Gli edifici sono sistemi termotecnici e quelli che non disperdono energia facendoci stare bene anche d’estate sono i migliori (comfort). I materiali hanno caratteristiche termofisiche e per farsi un’idea corretta è sufficiente comprendere queste misure[2] (conduzione, convezione, irraggiamento). Un edificio che disperde energia termica produce un costo/spreco, e questo può rappresentare la base economica per finanziare la ristrutturazione edilizia. E’ il tipico ragionamento economico-finanziario delle ESCo (Energy Service Company) che realizzano profitti tramite progetti finalizzati all’efficienza energetica e l’uso degli incentivi delle fonti alternative. I cittadini potrebbero avviare una ESCo, tramite la banca locale, e finanziare la ristrutturazione edilizia dei volumi esistenti con l’obiettivo di realizzare una rete intelligente (smart grid). In questo modo diventeranno produttori e consumatori (prosumer) di energia, ma soprattutto liberi e indipendenti dalle SpA. L’atteggiamento appena descritto si può tradurre concretamente promuovendo cooperative edilizie ad hoc (iniziativa privata), e già esistono esempi progettuali di questo tipo che stanno rigenerando interi quartieri migliorando la qualità di vita.

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, progettisti, sociologi, agronomi, geologi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. Dal punto di vista sanitario secondo l’OMS i fattori che determinano uno stato di benessere sono biologici, ambientali, sociali, culturali, economici; lo stato di salute è condizionato da un equilibrio psicofisico del soggetto in sé e nel suo rapporto con l’ambiente che lo accoglie[3]. Secondo l’OSCE e l’TTI[4] uno degli aspetti che determina l’aumento delle patologie[5] (decessi, disturbi respiratori, disturbi cardiovascolari) nelle città è l’inerzia politica che fa aumentare la complessità del problema (congestione del traffico). Da questo punto di vista Amburgo e Copenaghen rappresentano esempi da seguire poiché puntano a ridurre drasticamente l’uso delle automobili per favore pedoni e biciclette[6].

Si rende necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, e attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica).

Le istituzioni ed i politici sono stati inventati per gestire la res pubblica con metodo democratico e principi etici, di trasparenza ed efficacia; quando questi soggetti (istituzioni e politici) non sono in grado di risolvere i problemi concreti cogliendo le opportunità sopra descritte, allora è compito del popolo sovrano decidere direttamente, sia per la sostituzione dei dipendenti eletti e sia per cambiare il “sistema” dalle sue fondamenta. E’ compito dei cittadini agire direttamente sperimentando la strada del cambiamento radicale.


[1] Giovanni Carbonara, “Questioni di tutela, economia e politica dei beni culturali”, in Avvicinamento al restauro, Liguori editore, 1997, pag. 597.
[2] Prima di tutto bisogna prendere familiarità con la conducibilità termica λ [W/mk] (capacità di un materiale a condurre calore) e questa caratteristica deve essere ben evidenziata. Più la conducibilità di un materiale è bassa e maggiore sarà il vostro risparmio. La resistenza termica s/λ [m2K/W] e in fine bisogna conoscere la trasmittanza termica U=1/RT [W/m2K]. Ad esempio, le case certificate come CasaClima Oro hanno U < 0,15 W/m2K sia per la parete esterna, sia per il tetto e Uw ≤ 0,80 W/m2K per i serramenti. Solitamente, dopo una diagnosi energetica utile a rilevare dispersioni lungo i “ponti termici” (nodi strutturali, finestre …) i progettisti intervengono con materiale coibente e con infissi migliori per ridurre la domanda di energia termica (gas metano) e poi integrano la domanda di energia elettrica con l’impiego di un mix tecnologico rispetto alle risorse locali (sole, vento, acqua, geotermico).
[3] Stefano Campolongo (a cura di), Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 3.
[4] Texas Transportation Institute
[5] OMS, ANPA, ITARIA studio del 1998 su Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, in Qualità urbana, stili di vita, salute, Hoepli, 2009, pag. 165.
[6] Marta Albè, “Amburgo addio alle auto entro 20 anni. Sarà la prima città car-free d’Europa”, <http://www.greenme.it/informarsi/citta/12213-amburgo-car-free> (ultimo accesso 10 gennaio 2014)

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