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Archive for luglio 2014

Nonostante il tema del governo del territorio, ossia dell’urbanistica, sia ampiamente conosciuto e riconosciuto, studiato, e approfondito nell’ambito accademico e professionale, e nonostante sia noto e sia riconosciuto in tali ambienti il fatto che governare il territorio significa determinare la propria ricchezza, nel senso più ampio del termine, non solo materiale, ma anche culturale e spirituale, nonostante tutto ciò, assistiamo alla presentazione di un decreto immaturo e anacronistico rispetto al contesto della depressione economica nazionale generata da un paradigma culturale del tutto obsoleto. «L’urbanistica viene già individuata come una tecnica della prassi politica», per rimanere ancorati alla legge germanica del 1875 e dirla alla Manfredo Tafuri, e quindi con tutte le conseguenze del caso, noti i conflitti che l’urbanistica genera quando l’interesse generale viene sostituito dalla religione neoliberista. La proposta di nuova legge urbanistica nazionale del Governo nasce da un impianto culturale vecchio ed obsoleto, non affronta in maniera compiuta le esigenze degli abitanti e la complessità della questione urbana determinata da vecchi vizi: rendita e conflitto fra poteri, politica e istituzioni. Mentre da decenni altri Paesi investono in programmi adeguati, sperimentando ed innovando (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel), il mondo dei nostri dipendenti politici va in direzioni sbagliate, oppure è del tutto inerte alle esigenze degli abitanti che vivono nelle città ed è del tutto inerte di fronte alle opportunità di nuovi modelli decisionali dal basso. Spesso si è preferito la strada dei grandi appalti e dei grandi eventi, e spesso dietro questi appalti ed eventi si celava il noto e solito malcostume di politici e imprenditori. Nella sostanza la società civile con le proprie capacità creative ed i suoi bisogni si trovano su di un piano, mentre i dipendenti eletti vivono sul piano ideologico che rappresenta un’élite ristretta, ma non rappresentativa dei problemi veri della società.

Non si ha il coraggio di ripristinare il valore del disegno urbano restituendo dignità alla creazione culturale del piano che “organizza” la città nella sua interezza, uscendo dalla deriva politicizzata dei piani dei Sindaci declinati in interventi puntuali ed elettoralistici. Non si ha il coraggio di affrontare il problema della rendita ed il “regime dei suoli” (l’esperienza dell’ex Ministro Sullo fu significativa), non si ha il coraggio di definire un uso razionale delle risorse, e non si ha il coraggio di proporre una nuova visione culturale partendo dalla resilienza e dalla bioeconomia rispettando l’articolo 9 della Costituzione, sia per pianificare correttamente gli ambienti urbani già costruiti, e sia per conservare l’immenso patrimonio storico, architettonico e archeologico italiano.

Un’osservazione non di poco conto è la constatazione che da diversi anni il Parlamento, che ha il potere legislativo, abdica sistematicamente al proprio ruolo costituzionale lasciando che siano i decreti governativi a far nascere il “dibattito” parlamentare su temi vitali per la Nazione. Tale anomalia si ripercuote in maniera negativa sulla qualità democratica delle decisioni poiché le forze politiche, elette e pagate dai cittadini per legiferare, rinunciano al proprio diritto dovere, e troppe volte i decreti governativi diventano legge grazie al “voto di fiducia” sostenuto dalle maggioranze di turno. In tale maniera viene mortificato anche il diritto costituzionale delle minoranze di turno che intendono apporre emendamenti per migliorare le singole proposte. Sono diversi anni che le maggioranze parlamentari violano il principio di separazione dei poteri.

howard3bEntrando nel merito: I temi della “ricostruzione, recupero e riqualificazione” nascono come risposta alle cattive condizioni igieniche ed ambientali prodotte dalla rivoluzione industriale del XIX secolo. Dal secondo dopo guerra (D.L. 145/1945) nascono i piani di ricostruzione per far ripartire il Paese che diedero vita al famoso boom economico. In Inghilterra si cominciò sin dal 1938 (Green Belt Act), poi gli USA nel 1958 con il Federal Urban Renewal programm. Questi programmi politici furono influenzati dalle teorie utopiste dell’Ottocento ove si progettavano città nuove e sostenibili: garden city, city beautiful, etc. che ambivano a sviluppare una sensibilità ecologista. Una sensibilità che non fu accettata dai politici italiani piegati agli interessi delle lobbies della speculazione edilizia che mercifica i suoli. Negli anni ’60 l’esperienza di Fiorentino Sullo dimostra tutta la cattiva fede dell’ambiente politico, poiché la sua proposta attaccava la rendita attraverso l’introduzione dell’esproprio generalizzato dei suoli, tant’è che se fosse stata introdotta quella norma molti costruttori non avrebbero potuto distruggere e speculare contro gli ecosistemi e contro il diritto alla casa.

In Italia con la legge 457/1978 si avviarono i piani di recupero individuando le “zone di recupero” ed i “piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente”. Negli anni ’90 c’è stata l’esperienza dei “programmi complessi” circa il governo del territorio che ha avuto le sue esperienze sul tema della “riqualificazione urbanistica”.

Il paradigma culturale che ha guidato la ricostruzione delle nostre città prima, e l’espansione urbana dopo, è stato quello del consumismo più sfrenato e la progressiva crescita del nichilismo, e tutt’oggi rimane il paradigma predominante di buona parte degli amministratori pubblici, nonostante la proposta dell’UrBES.

La proposta del Governo ambisce a sostituire la legge urbanistica nazionale, e non c’è alcun dubbio che l’intenzione sia fondata e meritevole, ma la proposta non scalfisce minimamente i problemi del governo del territorio condizionati dall’apatia e dal nichilismo dei cittadini, dalla corruzione, dalla rendita, dalla finanza e dall’obsoleto paradigma culturale della crescita infinita.

Fra le finalità del decreto (art. 1) esiste anche l’insano principio di concorrenza totalmente avverso ad uno dei principi della progettazione sostenibile: l’olismo. In tal modo il decreto avvalora ancor più la distruttiva consuetudine di mercificazione del territorio e dei beni immobili, tutto ciò che finora ha contribuito a distruggere gli ecosistemi e l’identità delle città. Aberrazione feudale: il comma 4 del decreto introduce un potere di mercato incostituzionale affidando ai proprietari degli immobili, non allo Stato e non ai cittadini, il diritto di iniziativa, in tal senso si torna indietro di molti secoli e si suggerisce di conformare una vecchia consuetudine scorretta che consiste nell’accorpare proprietà immobiliari prima dei cambi di destinazione d’uso. E’ con questo sistema che sin dagli anni ’50 in poi si sono create le rendite di posizione, le speculazioni, e si sono pianificati interi quartieri ghetto. Con questo principio feudale le rendite di posizione sono legittimate nel perseguire la propria avidità. Sicuramente il principio del coordinamento fra Enti istituzionali (art. 5 del decreto) aiuta la condivisione di valori e obiettivi strategici territoriali individuati in una Direttiva Quadro Territoriale (QDT), e tale approccio può essere utile per correggere elementi negativi emersi delle leggi regionali, così come cogliere elementi positivi emersi dalle stesse Regioni al fine di ridistribuire conoscenze e pratiche virtuose su tutto il territorio nazionale per tendere ad una maggiore coerenza costituzionale rispetto all’articolo 9 della Carta. Un’altra indicazione corretta è senza dubbio il riconoscimento di ambiti territoriali unitari che possono produrre piani adeguati ai Comuni ricadenti negli stessi ambiti. L’art. 6 sostituisce il DM 1444/68 che individuò lo zoning e la soglia minima attraverso lo standard ab/mq, mc/mq, e se da un lato l’art.6 annuncia lo standard di qualità, è del tutto pericoloso cancellare gli standard quantitativi ed il concetto di limite inderogabile poiché si apre l’opportunità a pianificazioni speculative, anche se di fatto già esistono pratiche speculative generate da conflitti di interesse e rendita. Cancellando il concetto di standard minimo si apre il rischio concreto che i Comuni, cioè lo Stato, non siano più obbligati a garantire servizi minimi quantitativi, e così che gli standard possono essere individuati in maniera soggettiva da ogni Comune rispetto alle esigue risorse che lo Stato centrale fornisce loro, ed inoltre gli amministratori spinti dall’obbligo di pareggiare il bilancio saranno legittimati a tagliare servizi e/o affidare i servizi ai privati secondo il principio di concorrenza con l’evidente conseguenza di escludere classi sociali dallo loro fruizione. Uno scenario inquietante: finora i Comuni erano costretti o ad espropriare o scambiare suoli con gli interessi privati per progettare i servizi minimi misurati con criteri oggettivi (ab/mq). Una volta eliminata questa misura minima (ab/mq) e sostituita con criteri soggettivi (un’opinione) accadrà che i privati potranno cancellare dai bilanci anche questa spesa “inutile”. Quando le Regioni avranno legiferato le proprie norme urbanistiche interpretando l’art. 7 nella direzione neoliberista, accadrà che i Comuni potranno deliberare piani col principio di “concorrenza” e “flessibilità”, il che potrebbe significare contraddire i principi ed i diritti dello Stato sociale previsti dalla Costituzione. L’art. 8 intende illusoriamente affrontare il tema della disparità di trattamento dei suoli (principio di indifferenza dei proprietari) innescato dal mercato delle aree edificabili. Il legislatore ed i Governi italiani preferiscono continuare ad ignorare le buone pratiche di alcuni paesi nordici, che hanno dimostrato l’efficacia di una corretta pianificazione e gestione pubblica attraverso il diritto di superficie che non cancella la proprietà privata degli alloggi, e consente all’Ente pubblico di perseguire una razionale organizzazione delle abitazioni con i servizi raggiungendo l’obiettivo dell’interesse generale.

Il decreto è costruito su convenzionali impianti culturali e tecnici di ordinaria amministrazione, dalla “trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori” (art.10, 11 e 12) alle «politiche di rinnovo urbano per la rifunzionalizzazione, valorizzazione e recupero del patrimonio e del tessuto esistente, delle periferie, delle aree dismesse e per il ripristino ambientale e paesaggistico delle aree degradate» (art.16). Secondo il decreto il «rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione, della ristrutturazione edilizia, della demolizione, della ricostruzione di edifici e la ristrutturazione urbanistica, di porzioni di città, e di insediamenti produttivi ed è realizzato attraverso un insieme organico e coordinato di operazioni, finalizzate all’innalzamento complessivo della qualità urbana e dell’abitare, alla valorizzazione, alla rigenerazione del tessuto economico sociale e produttivo, nel rispetto delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, secondo principi di sostenibilità economica sociale e ambientale», questi sono i passaggi più “significativi” del decreto. L’art. 17 prevede strumenti coattivi ed inutili per raggiungere l’obiettivo politico soggettivo del “rinnovo urbano”, e tale processo può innescare dannosi processi di gentrificazione sorti nei paesi anglosassoni attraverso deregolamentazioni e privatizzazioni degli interessi urbanistici e già accaduti anche in Italia. Il decreto anziché copiare ed introdurre modelli partecipativi dal basso preferisce strumenti autoritari e conflittuali. Nell’art. 16 (commi 8,9 e 10) si prefigurano anche le procedure che possono produrre gentrificazione adottando i tradizionali processi amministrativi, per nulla maturi ed idonei a gestire obiettivi che prevedono “abbattimenti e ricostruzioni di porzioni di città”, ignorando completamente le esperienze virtuose dei bilanci partecipativi sorti a Porto Alegre già nel 1989. Il comma 7 dell’art. 16 prevede persino operazioni di rinnovo urbano realizzate in assenza di piano operativo previo accordo urbanistico fra Comune e privati. Tradotto in termini etico sociali si apre alla prospettiva antitetica del concetto generale ed elementare di pianificazione, si legalizza un’idea malsana di organizzare il territorio secondo cui chi dispone delle risorse può trasformare il territorio a suo piacimento e godimento, e pertanto si normalizza la consuetudine già esistente di presentare progetti speculativi avulsi dal contesto e dall’identità dei luoghi col risparmio netto sulla tangente da parte del corruttore.

In sostanza il decreto riprende principi di recupero del patrimonio edilizio esistente e rilancia una politica sull’edilizia popolare oggi chiamata sociale (art. 18 e 19), ma non c’è alcun elemento culturale innovativo. Non bisogna neanche dimenticare che a fronte di tale proposta la volontà concreta nel perseguire il recupero urbano si trova nella politica economica di Governo e Parlamento, ed è noto che queste maggioranze politiche si rifiutano di adottare il principio fiat money e ripensare l’obsoleto sistema bancario e fiscale dell’UE (patto di stabilità e crescita interno). Ad esempio, se confrontiamo Italia e Inghilterra notiamo che entrambi i paesi all’inizio del secolo novecento controllavano la propria moneta e la banca centrale (politiche autarchiche); ed entrambi i paesi investirono in politiche per costruire nuove città (con caratteri culturali diversi). L’Inghilterra costruì città secondo il modello delle garden city ed in misura minore accade anche in Italia, ma il fascismo eresse l’urbanistica a tecnica per imporre la propria ideologia, da un lato facendo danni nei centri storici e dall’altro costruendo nuove città (fra il 1890 e il 1900 accade anche negli USA il potere politico impose la proprie ideologia, ma essi imposero il modello city beautiful). Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia perse la propria sovranità, ed oggi paghiamo ancora il danno politico di quella sconfitta. Dopo 71 anni è evidente a chiunque il profondo cambiamento della società. Nel 1978 in Inghilterra fu elaborato un “libro bianco” denominato Policy for the Inner city, con soldi pubblici, per promuovere politiche di “rigenerazione urbana”. Pochi anni dopo ci fu la svolta neoliberista, e la rigenerazione fu investita dagli interessi privati diminuendo/cancellando gli investimenti pubblici e causando fenomeni di gentrificazione. Dopo anni di politiche pubbliche (il prestito del piano Marshall), anche in Italia si avviarono progetti pubblici/privati con i “problemi complessi” durante gli anni ’90, ma a differenza dell’Inghilterra, senza una banca pubblica che fa gli interessi dello Stato è impossibile investire in politiche industriali di pubblica utilità (dal 1981 il Governo Forlani avviò il percorso di privatizzazione di Banca d’Italia). Dal 1948 al 1971 (fine del gold standard) la lira ebbe un comportamento simile al “cambio costante” col dollaro, e la Repubblica generò il boom economico. Dopo il 1971 cominciarono le politiche inflazionistiche e quando poi si avviò il progetto SME (oggi l’euro), i Governi italiani smisero di produrre politiche industriali nazionali abbracciando l’ideologia globalista e favorendo indirettamente e/o direttamente la crescita della Germania a danno dei cittadini che pagano le tasse. La stessa analisi che mette in luce l’importanza della sovranità monetaria e l’autonomia politica di scegliersi una politica industriale, può essere svolta leggendo le politiche promosse negli USA a favore delle città grazie all’influenza del Congresso verso la FED; ed ugualmente accade in Cina che investe in politiche urbane grazie all’energia della sovranità monetaria; un potere che non hanno i Paesi aderenti all’euro zona condizionati da interessi contrastanti interni (incapacità culturali dei propri Governi e indicatori obsoleti), ed esterni (debito estero, borse telematiche e agenzie di rating). Se l’Italia intende rilanciare le politiche urbane, così sembra attraverso il CIPU (Walter Vitali, Strategia europea 2020 e Agenda urbana nazionale), può farlo in maniera efficace e seria riformando profondamente l’UE cambiandone i paradigmi culturali (uscendo dall’economia del debito), oppure uscendo dal sistema dell’euro zona, poiché l’ideologia neoliberista e l’austerità (fiscal compact) dell’UE danneggiano anche il mondo delle costruzioni: “il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città” (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag.10).

Sul profilo del “rinnovo urbano” l’impianto è condivisibile, ma il decreto che intende far ripartire le costruzioni sembra nascere dallo stesso piano ideologico che le ha fatte crollare: la crescita non finalizzata all’utilità sociale e al bene comune poiché non si coglie alcuna intenzione di uscire dalla speculazione edilizia. Non c’è alcun riferimento a cambiare la fiscalità locale per evitare che i Consigli comunali, pur di fare cassa e perseguire l’obbligo del pareggio di bilancio, rinuncino a mercificare nuovi suoli agricoli. Non c’è alcun riferimento alla resilienza urbana, nessun riferimento alla naturale connessione fra urbanistica ed energia, nessun riferimento all’introduzione di tecniche per il recupero del plusvalore fondiario, e nessun riferimento all’avvio di processi partecipativi popolari.

Sicuramente la pubblicazione del decreto può far nascere e sviluppare un dibattito su un tema fondamentale per l’economia e la qualità di vita degli abitanti della Nazione, e sicuramente il mondo accademico e professionale italiano ha le capacità per migliorare il testo e suggerire al legislatore integrazioni e modifiche per innovare l’indirizzo culturale del decreto. Gli addetti ai lavori sanno come “aggiustare” le città: Istituto Nazionale di Urbanistica, Uscire dalla crisi, le risorse per la rigenerazione delle città e dei territori. Il dubbio legittimo è che Governo e legislatore non abbiano alcun interesse nell’ascoltare le legittime proposte di urbanisti che sanno come governare eticamente il territorio, basti ricordare la storia delle proposta di Fiorentino Sullo.

Priorità:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della sostenibilità forte.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi  attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Considerata l’inadeguatezza della classe politica, è necessario che i cittadini ispirati dalla valida esperienza culturale e imprenditoriale di Andriano Olivetti capiscano di dover fare a meno di certe categorie di individui inutili e dannosi allo sviluppo umano. Ricostruendo le comunità, cittadini possono auto governarsi e proporre le dovute modifiche ai piani comunali copiando le migliori pratiche ed esperienze già svolte nel resto del mondo (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel). I cittadini hanno, la forza e l’energia, se lo desiderano e se si appropriano con consapevolezza, responsabilità e maturità del governo del territorio, hanno il diritto, hanno gli strumenti giuridici (cooperative di comunità), ed hanno l’opportunità di pianificare comunità sostenibili attraverso la scelta di urbanisti dotati di certe sensibilità che attraverso l’approccio adeguato possono promuovere rigenerazioni dei tessuti edilizi con un adeguato disegno della morfologia urbana. I cittadini possono sfruttare gli enormi vantaggi delle odierne tecnologie con l’impiego di un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. Altre comunità nel mondo lo stanno facendo da tanti anni migliorando la propria esistenza verso un’evoluzione della specie umana. L’urbanistica e l’architettura rimangano comunque arti e mestieri testimoni delle capacità umane, siano essi segni che mostrano una regressione (le città nichiliste del consumo e dello spreco) o dell’evoluzione umana (le città della cultura e della tutela ambientale).

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L’urbanistica è una disciplina sociale influenzata da diverse componenti (finanza e proprietà privata) e nonostante quella del disegno urbano sia la più importante non è la determinante ai fini delle scelte definitive relative all’organizzazione territoriale e le destinazioni d’uso dei suoli. Esiste una certa consuetudine politica nel ricercare bravi urbanisti cui affidare incarichi di progettazione, e manipolare successivamente le norme tecniche dei piani per assecondare gli interessi privati della rendita immobiliare, con la conseguenza negativa di modificare le previsioni e gli obiettivi del piano urbanistico stesso. Esiste anche la pratica di approvare piani con previsioni deliberatamente errate al fine di alimentare entrate per la spesa corrente degli Enti pubblici e sperare in un mercato immobiliare, ma tali decisioni frutto solo dell’avidità e non di studi consapevoli, servono solo a distruggere le risorse limitate. Questa consuetudine politica ci insegna che nel campo dell’urbanistica il disegno della città ed il relativo dimensionamento vengono sempre condizionati da beceri interessi privati, e dalle discipline economico finanziarie e giuridiche che a loro volta influenzano le decisioni politiche locali, spesso a danno della collettività e dell’interesse generale. Quando i decisori politici hanno saputo conservare una propria autonomia e/o in assenza di pressioni particolari è accaduto che le città sono state pianificate correttamente conservando la coerenza previsionale dei piani stessi, e quindi gli abitanti hanno potuto godere dei vantaggi di una corretta pianificazione urbanistica, cioè una maggiore qualità della vita.

Questa breve premessa accenna ad un problema che dura sin dall’inizio dell’urbanistica moderna poiché attraverso le discipline giuridiche e finanziarie decisori politici e lobbies locali non rispettose dell’interesse generale hanno saputo e potuto agire secondo il proprio tornaconto. La storia e la letteratura urbanistica insegnano che soluzioni pratiche esistono, ma per avere sagge soluzioni e durature per favorire l’interesse generale bisogna modificare gli strumenti giuridici, l’estimo e le procedure urbanistiche favorendo i principi costituzionali sanciti dagli articoli 2, 3 e 9. Ad esempio, è ampiamente noto che in alcuni paesi europei i Comuni hanno potuto conservare la proprietà pubblica dei suoli dandone in concessione d’uso il diritto di superficie, mentre in altri paesi come Italia, all’inizio del novecento, prevalse l’idea di privilegiare la proprietà privata, e durante gli anni ’60 la proposta di ritornare su questa decisione fu bocciata dal legislatore per favorire gli interessi privati propensi ad un’efficace speculazione edilizia attraverso il meccanismo della rendita, tutt’oggi motore obsoleto dei piani urbanistici e sostenuta dagli indicatori finanziari per favorire lo strumento del debito.

E’ altrettanto vero che politici locali di buona cultura possono agire in autonomia e pianificare città sostenibili, ma la selezione della classe dirigente politica italiana non è nelle mani di liberi cittadini consapevoli, sensibili e responsabili, com’è tristemente noto.

Pertanto per ripristinare una buona urbanistica è necessario che la disciplina possa “alleggerirsi” dalle sue componenti giuridiche e finanziarie per ridare valore al disegno, al progetto, e quindi alla creatività umana capace di trovare soluzioni concrete ai problemi degli abitanti delle città, del resto come avviene più facilmente all’estero grazie a strumenti giuridici più efficaci, un sistema bancario a servizio dei cittadini, grazie ad una classe dirigente più acculturata e responsabile, grazie ad un atteggiamento culturale dei cittadini più consapevoli e rispettosi verso i progettisti riconoscendone il valore poiché capaci di migliorare la qualità di vita degli abitanti. Oltre a questo aspetto non bisogna sottovalutare il fatto che numerosi studi ed indagini mostrano un aumento della regressione culturale ed in Italia esiste un enorme problema di ignoranza di ritorno, questo aspetto dannoso e pericoloso influenza il comportamento delle persone che le rende meno consapevoli, meno civili e meno capaci di decidere liberamente su cosa sia meglio per loro e per gli altri. Occorre avviare programmi nazionali di alfabetizzazione sulle materie scientifiche per gli adulti per i laureati, e per i professionisti.

Negli ultimi decenni gli urbanisti al fine di rimanere coerenti rispetto ai propri disegni urbani hanno dovuto inventare e sviluppare diverse tecniche per consentire loro di stare dentro i limiti giuridici (acquisizione delle aree) ed economici, cioè la ricerca di risorse monetarie per attuare i piani. Tutte le tecniche finora applicate appartengono al piano ideologico della crescita, poiché è l’ideologia più studiata e diffusa in ambito scolastico ed accademico. Da poco più di un decennio alcuni urbanisti hanno deciso di uscire da questo piano ideologico, alcuni circa trent’anni fa sono stati dei precursori quando hanno immaginato città sostenibili e piani a “crescita zero”, chiaramente ispirati dagli utopisti dell’ottocento e dall’approccio olistico. I cittadini dovrebbero sapere che possono vivere in città migliori di quelle realizzate a partire dagli anni ’50 in poi, molto migliori, ed il più grande ostacolo a questa evoluzione sociale collettiva risiede nel nichilismo e nell’ignoranza dei cittadini stessi, oltre che in una inadeguata classe politica locale che rappresenta i cittadini stessi. Scovato il problema, trovata la soluzione: i cittadini. Nessuno vieta ai cittadini di riunirsi e proporre soluzioni adeguate investendo risorse umane e monetarie proprie al fine di rigenerare il quartiere e la città. Il mondo intero, e l’Europa stessa è ricca di esperienze e soluzioni che dimostrano come siano i cittadini a fare la differenza positiva o negativa nella gestione della città e della polis.

Gli investimenti nelle attività di pianificazione sono quelli più duraturi, almeno vent’anni anni. I cittadini possono investire i propri risparmi nell’aggiustare la propria città e migliorare il proprio quartiere, non si tratta di un intervento speculativo come spesso accade dal soggetto promotore, ma di un investimento per il proprio benessere promosso da un nuovo soggetto: la comunità. Essi dovrebbero imparare a giudicare la qualità del progetto rispetto all’impatto sociale dell’intervento e la partecipazione attività ed i diritti costituzionali: la bellezza e il decoro, ambiente e salute, la qualità dello spazio pubblico, l’efficienza energetica, i nuovi servizi come le biblioteche e la mobilità intelligente, l’uso razionale delle risorse, ed in fine la sostenibilità economica, verificandone semplicemente gli indici. Con una forte regia pubblica, la comunità deve assumersi la responsabilità di diventare committenza della rigenerazione urbana bioeconomica al fine di superare i tradizionali piani espansivi e speculativi e favorire piani di recupero dei tessuti esistenti.

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La storia dell’umanità circa gli insediamenti umani mostra come gli individui fossero in grado di costruire architetture e città basandosi sulla conoscenza dei luoghi e l’impiego di determinate tecniche costruttive. Le comunità, i sovrani e le istituzioni politiche si affidavano alla conoscenza di persone capaci di costruire luoghi adeguati ai loro bisogni. Nel corso dei secoli le organizzazioni politiche ed economiche sono cambiate influenzate sia dalle scoperte tecnologiche che dai mutati interessi, esse hanno ideato convenzioni e istituzioni giuridiche che hanno influenzato l’uso del territorio, basti pensare all’invenzione della proprietà privata, l’invenzione della banca e delle persone giuridiche. Nel XVIII e nel XIX secolo l’urbanistica fu condizionata dall’avvento dell’era industriale e dal capitalismo, e pertanto nacque l’urbanistica moderna per risolvere i problemi causati dallo sviluppo delle aree industriali che trasformarono diversi quartieri delle città rendendoli luoghi insalubri. Successivamente la diffusione delle automobili prima, e la nascita della tecniche di pubblicità per manipolare la percezione delle persone fecero nascere la cosiddetta società dei consumi, e le città furono nuovamente condizionate da una crescita incontrollata che produsse un nuovo inquinamento. A queste sfide l’urbanistica ha provato a dare risposte ai nuovi bisogni dei cittadini. Nel secolo scorso XX e l’inizio del nostro XXI secolo si è diffuso con successo l’ideologia capitalista della crescita materialista, fino a divenire religione guida per tutti i decisori politici, contribuendo a corrompere sia la reale natura umana e sia a far dimenticare, a buona parte degli individui, le leggi della fisica che governano la vita sul pianeta terra.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche anche nel campo dell’urbanistica il capitalismo ha saputo svelare un lato oscuro dell’economia del debito attraverso gli strumenti finanziari del servizio del debito stesso, consentendo in maniera artificiosa la crescita delle città senza che ci sia una reale domanda, e realizzando il paradosso di consumare nuovi suoli agricoli ma conservando il problema della prima casa per le nuove famiglie.

Nonostante la consapevolezza e le capacità degli urbanisti nel pianificare città sostenibili, l’urbanistica è divenuta una disciplina subordinata a materie giuridiche e finanziarie che ne hanno modificato ed edulcorato lo spirito e la natura originaria. L’urbanistica classica era nelle mani dei progettisti e delle comunità che intendevano affrontare e risolvere problemi concreti legati all’uso del territorio. Per realizzare adeguati insediamenti umani e ciò di cui avevano bisogno gli abitanti erano alla ricerca delle abilità e delle capacità culturali dei progettisti per realizzare proprio quegli spazi e quei luoghi adeguati ai bisogni dei cittadini stessi.

Dal punto di vista economico-giuridico i piani regolatori generali circa i diritti edificatori usano volumi e superfici trasformati in indici e parametri, sia per misurare i carichi urbanistici, e sia per vendere nel libero mercato tale merce al fine di perseguire gli obiettivi del piano stesso. All’interno dei piani esistono diversi interessi contrapposti e l’ente pubblico ha il dovere di perseguire l’interesse generale. Nel corso dei decenni il governo del territorio è stato spesso condizionato dagli interessi speculativi dei pochi poiché la maggiore remunerazione (rendita fondiaria e immobiliare) degli interventi è il criterio guida delle decisioni politiche locali, anche se questo non è un metro di giudizio sulla qualità dei piani. La valutazione degli investimenti che comprende piani e progetti è prevalentemente condizionata da indicatori economici e finanziari che ne determinano il giudizio finale circa la fattibilità e la sostenibilità economica del piano e/o del progetto. In campo finanziario il concetto di sostenibilità è riferito alla capacità di creare un ritorno monetario per i soggetti promotori e ripagare l’eventuale debito verso i finanziatori e le banche. Questo approccio finanziario alla valutazione ignora la qualità urbanistica dei piani, invece nell’approccio ecologico la sostenibilità si riferisce all’impronta, all’impatto, alle conseguenze del piano e del progetto all’interno del nostro ecosistema naturale, tant’è che si parla di esternalità positive e negative riferendosi agli effetti di piani e progetti. Nei processi di valutazione esistono due analisi, costi benefici e multicriteria. Con l’analisi costi benefici si crede che ogni esternalità possa essere convertita e misurata in moneta (merce), e quindi si possa procedere a una compensazione di un danno prodotto da un piano e/o da un progetto attraverso il pagamento di un prezzo o un altro intervento progettuale. Nell’analisi multicriteria lo strumento di misura principale non è la moneta, e gli impatti sociali di piani e progetti hanno una diversa considerazione. L’utilizzo di pesi e valori degli indicatori ambientali e la partecipazione dei cittadini, consentono di elaborare scelte più consapevoli e più coerenti con la sostenibilità forte che preserva l’uso delle risorse limitate alla future generazioni. L’analisi multicriteria contempla anche l’opzione zero. Oggi i progettisti hanno a disposizione ulteriori strumenti di misura come l’analisi del ciclo vita dei materiali, e questa informazione consente di misurare i flussi di energia e di materia impiegati nell’attività edilizia.

Nella sostanza un ritorno monetario prodotto da un piano o da un progetto non coincide necessariamente col benessere della collettività, poiché il concetto stesso di benessere è ben diverso dalla capacità remunerativa di un intervento. Il benessere degli abitanti si misura con le condizioni ambientali, psicofisiche, sociali, culturali, economiche e relazionali all’interno della comunità. La sostenibilità economica di un intervento è una saggia premessa per valutare un progetto, ma gli obiettivi di un piano regolatore devono essere coerenti coi principi costituzionali che consigliano di migliorare lo sviluppo umano garantendo uguaglianza di opportunità e di diritti ai cittadini, perseguendo l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti, e questo dipende dalla qualità urbanistica, architettonica ed ecologica del piano e/o del progetto.

Dal punto di vista dell’economia ortodossa un bene può essere mercificato e quindi sottoposto alle condizioni di mercato rischiando di sottrarlo al godimento della collettività. Nell’economia ortodossa la distinzione fra beni e merci è molto sottile poiché ogni cosa può essere misurata con la moneta. Dal punto di vista della bioeconomia le merci sono comprate e vendute, e non rappresentano di per di se un valore o un’utilità collettiva, mentre un bene è un qualcosa di utile che ha un valore anche ambientale o etico, e può essere sottratto dalle logiche mercantili. Un bene può essere goduto dalla comunità in una logica senza profitto, e tutelato e gestito in maniera consapevole consentendone una migliore fruizione per la cittadinanza.

Il legislatore dovrà stimolare una maggiore partecipazione economica agli obiettivi ecologici dei piani e dei progetti attraverso l’opportunità d’uso di forme giuridico gestionali quali l’azionariato diffuso popolare al fine sia di responsabilizzare la cittadinanza attiva, e sia di ridurre il ricorso al servizio del debito per realizzare piani e progetti. La distinzione concettuale fra beni e merci potrà tornare utile nell’elaborazione delle norme tecniche dei piani al fine di non mercificare i beni stessi, e utilizzare indici e parametri urbanistici nella direzione del corretto uso del suolo, cioè un uso razionale delle risorse.

L’obiettivo della sostenibilità economica di piani e progetti potrà essere perseguita sia con forme di azionariato diffuso popolare per la realizzazione degli obiettivi inseriti nei piani stessi, e sia per la gestione di servizi legati alla pianificazione urbanistica. Introducendo nei piani forme di tecniche di recupero del plusvalore fondiario[1][2] si potranno reperire risorse monetarie atte a realizzare la tutela del patrimonio storico e architettonico, e la progettazione di standard minimi e servizi utili alle comunità.

Oggi si parla di “rigenerazione urbana” finalizzata al recupero dei centri storici e delle periferie urbane con l’integrazione di programmi volti a promuovere politiche sociali ed occupazionali coinvolgendo direttamente i cittadini, questa “rigenerazione” potrà avere maggiore efficacia cambiando i paradigmi culturali dell’urbanistica moderna attraverso le innovazioni concettuali della bioeconomia e della sostenibilità forte.


[1] Nespolo, Luca. Rigenerazione urbana e recupero del plusvalore fondiario: le esperienze di Barcellona e Monaco di Baviera. IRPET, 2012.

[2] Roberto Camagni, “Rendita e qualità urbana: conflitto o sinergie?” in Dossier su rendita urbana, 2012. […] Un confronto diretto realizzato da chi scrive tre anni or sono fra gli esiti di procedure negoziate realizzate a Milano e a Monaco di Baviera non lascia dubbi al riguardo. Era emerso infatti un sostanziale sottodimensionamento comparativo degli oneri nel caso milanese, che, in termini di incidenza sul valore del costruito, rappresentavano, nel caso di edilizia residenziale, da un terzo a un quarto di quanto ottenuto dall’amministrazione pubblica a Monaco di Baviera (Tab. 1 e 2)(Camagni, 2008).

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