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Archive for the ‘Decrescita’ Category

Riccardo Iacona attraverso la puntata di Presa diretta, chiamata Il pianeta dei robot, consente di riprendere un dibattito sorto proprio con la rivoluzione industriale, e cioè le macchine che sostituiscono i lavoratori producendo disoccupazione. Oggi l’innovazione tecnologica dell’informatica consente alle imprese di produrre merci e servizi senza l’ausilio dell’essere umano, pertanto l’aumento della disoccupazione è scontata, e così i liberali pensarono di predisporre il cosiddetto reddito di base per consentire alle persone di acquistare le merci prodotte dei robot. Inutile osservare che la classe dirigente è del tutto inerte rispetto a questa evoluzione del capitalismo, già Piketty ha osservato che il capitale si sta sganciando dal lavoro, e che l’accumulo di moneta avviene attraverso la finanza, e non esclusivamente attraverso la produzione di merci. Oggi, chi controlla i capitali finanziari controlla anche le risorse del pianeta, è necessario che le risorse tornino sotto la gestione dei popoli e degli Stati democratici, ma soprattutto siano dichiarate bene comune e siano sottratte dalle avide e stupide logiche di mercato.

Oltre all’evidenza odierna dei robot che sostituiscono le persone negli impieghi manuali pesanti, e questo è un vantaggio; è indubbiamente inquietante il fatto che gli algoritmi e le APP sostituiscono anche le professioni intellettuali dando consigli alla specie umana, di fatto trasformando in realtà tutti gli scenari preconizzati da romanzi e film di fantascienza.

Vi ricordate la famosa frase il lavoro nobilita l’uomo? Oppure il mantra dei sindacati il lavoro produce ricchezza? Sono slogan che appartengono a un’epoca che sta terminando. L’inizio della fine fu preconizzato dai romanzi sui robot con Isaac Asimov nel 1950, poi è proseguito con le prime automazioni nelle fabbriche durante gli anni ’70, e poi le prime linee produttive informatizzate durante gli anni ’80. Oggi le macchine sostituiscono tutti gli operai nelle linee produttive e di assemblaggio, i prossimi licenziamenti ci saranno in tutta la logistica, sostituiti da umanoidi e anche nell’esercito, successivamente troveremo umanoidi anche nell’industria delle costruzioni, e nell’assistenza medica e sociale (lo so sembra un ossimoro robot sociale). Il film l’uomo bicentenario non è utopia.

La specie umana ha una sola salvezza: uscire dalla religione capitalista e approdare sul piano della bioeconomia; cancellare gli sprechi e rilocalizzare i processi produttivi; ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, tutto ciò considerando le leggi della fisica per usare razionalmente l’energia e garantire le risorse alle future generazioni. E’ necessario accettare l’evidenza che la religione capitalista è incompatibile con la natura, e che il lavoro salariato senza utilità sociale è sinonimo di schiavitù, mentre la tecnica senza governo e leggi morali può distruggere la specie umana. Lo scopo della nostra specie non è accumulare merci inutili ma avviare percorsi di conoscenza e di relazioni umane.

Se da un lato i robot sostituiscono schiavi nel processo produttivo, liberandoli dalla propria alienazione, è necessario che la società colga l’opportunità di ripensare se stessa, e accettare di introdurre l’etica nell’impresa e nelle istituzioni politiche per favorire lo sviluppo umano. L’idea ottocentesca di lavoro è finita. Non è affatto necessario produrre tutte le merci che troviamo in commercio, anzi molte di quelle merci sono inutili, e questo è un giudizio di valore. E’ necessario che i cittadini abbiano il coraggio e l’intelligenza di tornare a fare politica.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati: non è la globalizzazione neoliberista che produce lavoro, ma lo Stato e la cooperazione. Negli anni recenti le SpA che hanno aumentato i propri profitti senza lavorare sono quelle informatiche e cioè Apple, Google, Microsoft attraverso il valore di capitalizzazione, l’elusione e l’evasione fiscale concessa dal mondo offshore. Il capitalismo neoliberista sta mostrando che attraverso la finanza e le borse telematiche non serve lavorare per accumulare ricchezza. In questo modo si segna la fine del lavoro e si realizza una nuova trasformazione del rapporto capitale/lavoro e cioè uno scollegamento. Wal-Mart che vale molto meno di Apple, è la più grande multinazionale in termini di lavoro, ha circa 2,2 milioni di occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA. In Italia gli occupati totali sono circa 22.566.000 su una popolazione di 60.795.612 di abitanti, nel 1968 gli occupati erano circa 20 milioni e gli abitanti circa 50 milioni, e questo cosa dimostra? Una classe dirigente che si concentra sulla crescita del PIL non crea più occupati. Se l’obiettivo è favorire l’occupazione, i dati dicono chiaramente che la strada giusta è quella della cooperazione e non della competitività o della crescita attraverso il neoliberismo, poiché la crescita crea disoccupati mentre le zone economiche speciali possono aprire nuove opportunità alla criminalità dei colletti bianchi.

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Cos’è la decrescita felice?

Prima di parlare di decrescita felice è necessario fare una premessa circa il nostro sistema economico, poiché crescita e decrescita sono termini economici, non hanno un’accezione negativa o positiva in sé e pertanto vanno declinati. Ad esempio, la crescita di un tumore è negativa. Grazie alla programmazione mentale dei media l’immaginario collettivo crede che la crescita del PIL sia sinonimo di benessere ma questo non solo è falso, ed ahimé, è vero il contrario.

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva.

Tutte le scelte politiche delle nostre istituzioni sono condizionate dall’ideologia della crescita, cioè dal capitalismo che ignora le leggi della natura. Sono tre gli indicatori principali: Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, l’espansione monetaria e il petrolio, ma a partire dagli anni ’80 il capitalismo si è trasformato attraverso un processo di deregolamentazione dei mercati e dei capitali sia modificando il ruolo del sistema bancario e sia ampliando strumenti per le cosiddette giurisdizioni segrete.

L’economia capitalista neoclassica si fonda su quattro fattori della produzione: la natura, il lavoro, il capitale e l’organizzazione; inoltre considera la teoria della domanda e dell’offerta, e la funzione della produzione finalizzata all’aumento della produttività (massimizzazione del profitto). Gli altri indicatori quali il rapporto debito/PIL e il patto di stabilità e crescita dell’UE seguono comunque l’obiettivo della crescita della produttività. In più, tutti i giorni i media ci massacrano di opinioni circa gli scambi delle borse telematiche.

Il capitalismo sfrutta il sistema finanziario del mercato borsistico ma tale mercato crea un valore fittizio del capitale, tant’è che le imprese più grandi, in termini di valore, hanno aumentato il proprio valore di capitalizzazione attraverso la finanza superando di gran lunga l’economia reale, e grazie all’opacità del sistema bancario occulto. Nel processo capitalistico l’aumento del capitale avviane attraverso la finanza, l’informatica, l‘evasione fiscale e il controllo diretto delle risorse finite del pianeta ma riducendo il lavoro, l’organizzazione e la natura. Nell’economia reale l’aumento del capitale avveniva grazie al lavoro, l’organizzazione e alla natura, oggi non è più così poiché una deregolamentazione (zone economiche speciali) abbinata a una ricerca scientifica finalizzata alla robotica ha favorito la sostituzione dei lavoratori con le macchine conseguendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA.

Gli ingenti capitali creati dal nulla sono controllati da una ristrettissima élite; buona parte di questa ricchezza virtuale rimane inutilizzata e una piccola parte è investita per gestire gli interessi di pochi (distribuzione della ricchezza).

Oxfam Italia economia dell'1%

Oxfam distribuzione ricchezza Italia 2015

Distribuzione della ricchezza, fonte Oxfam Italia.

Come mostrano i dati rielaborati da Oxfam, all’interno del sistema capitalista, e come preconizzò Marx, è l’accumulo di capitale la ricchezza che connota i rapporti fra Stati, imprese e individui; e non la cultura o la condotta morale delle persone. L’egoismo e l’avidità sono motori della società moderna capitalista. Cosa ancora peggiore, nella società moderna, il capitalismo ha preferito favorire la conoscenza e la ricerca che sostiene l’accumulo del capitale stesso (finanza, copyright, brevetti, sistema offshore). Nel mondo dell’economia neoclassica i quattro fattori della produzione sono considerati in maniera arbitraria realizzando un inganno tipico dell’economia, e cioè ridurre infinitamente la natura, il lavoro e l’organizzazione per aumentare infinitamente il capitale. Ed è ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni in Occidente. Con questo inganno l’economia globale ha potuto accumulare il capitale attraverso le speculazioni finanziarie (cioè non lavorando), la segretezza bancaria e lo sfruttamento delle risorse finite del pianeta. La cosiddetta old economy delle imprese occidentali ha aumentato i dividendi riducendo i costi, cioè pagando meno le materie prime e svalutando i salari; l’industria bancaria ha aumentato i dividendi imbrogliando gli Stati mentre la new economy come l’industria bancaria, cioè senza lavorare, ha aumentato i dividendi non pagando le tasse e sfruttando internet come acceleratore pubblicitario, uno strumento molto più pervasivo e pericoloso della televisione poiché usufruito anche dai bambini. Nel sistema euro, per inseguire i capricci delle imprese, la svalutazione dei salari (e la flessibilità) è persino programmata dai Governi dei cosiddetti paesi “periferici” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), e tale scelta adesso è intrapresa anche da alcuni paesi “centrali” (Francia e Germania) per rilocalizzare alcune produzioni e competere coi mercati asiatici. Questa forma di schiavitù volontaria, è chiamata “esercito industriale di riserva”.

Tutta la nostra società è stata forgiata all’interno di questa ideologia ove l’uomo viene alienato e rinchiuso in un sistema mercantile compulsivo. Questa ideologia detta le linee guida ai Governi, che hanno innescato una generale regressione della specie umana favorendo la distruzione del senso di comunità. Prima il capitalismo mercantile, e quello neoliberale dopo hanno favorito l’egoismo, l’avidità, la competitività e il nichilismo poiché una delle fonti di sostegno è la psico programmazione mentale avviata dalla pubblicità che crea bisogni indotti, a partire dai bambini. Il capitalismo necessita di consumatori capricciosi e non di persone mature. Per le imprese è fondamentale inventare il desiderio di acquistare le merci, poiché è la forza necessaria per sostenere la produttività.

Tale ideologia e tutti questi indicatori divulgati quotidianamente dai media rappresentano una maschera che nasconde ciò che veramente riguarda la specie umana. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’energia. Siamo l’unica specie di questo pianeta che ha inventato l’economia e la moneta per regolare gli scambi, tutte le altre specie, rispettando le leggi della natura, sono parte di un sistema circolare degli scambi, cioè gli scarti di una specie sono risorse per le altre, tutto in perfetto equilibrio chimico fisico.

Persino la favola della crescita che produce occupazione è facilmente svelata osservando i dati pubblicati dall’Istat:

relazione PIL popolazione occupazione

Fra il 1960 e il 2011 il rapporto fra occupati e popolazione resta pressoché invariato attestandosi al 38% (2011), mentre dal 1960 al 2011 il PIL è costantemente in aumento lasciando invariata la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione. Se leggiamo attentamente il rapporto osserviamo persino un leggero calo, cioè gli occupati sono diminuiti in rapporto all’aumento della popolazione; dal 40% del 1960 al 38% del 2011, possiamo persino asserire che la crescita del PIL può favorire un aumento della disoccupazione.

La decrescita felice è una filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, cioè nasce in ambito economico poiché studia e critica il sistema della crescita, ovvero l’aumento continuo della produttività. Secondo Nicholas Roegen-Georgescu la funzione della produzione dell’economia neoclassica è incompleta, sbagliata e fuorviante poiché non tiene conto dei flussi di energia e materia, e così egli propose un nuovo modello di flussi-fondi in entrata e uscita, copiando le leggi della natura negli scambi economici. E’ la termodinamica la radice culturale (entropia) della bioeconomia. In quest’ottica bioeconomica è possibile osservare l’uso delle risorse, e capire quali sono i processi di trasformazione delle materie prime cogliendone sia i consumi e sia gli impatti sull’ambiente, indipendentemente dal profitto ottenuto.

Poiché tutta l’economia globale si occupa prioritariamente dell’aumento indiscriminato della produttività misurata con l’indicatore quantitativo del Prodotto Interno Lordo, la decrescita è una valutazione qualitativa che suggerisce la riduzione selettiva delle merci inutili. La decrescita secondo la bioeconomia è un miglioramento poiché cancella sprechi e merci inutili. Poiché il presupposto della bioeconomia è la sostenibilità dei processi industriali, accade che i modelli produttivi contabilizzano gli sprechi, gli impatti ambientali, gli impatti sociali, e osservando le capacità auto-rigenerative delle risorse limitate aggiungendo anche valutazioni etiche. Non tutto ciò che si produce è utile e necessario.

La decrescita felice non è un obiettivo ma un processo di transizione, da una società stupidamente avida, mercatista e consumista a una società più umana, più saggia, e prosperosa attraverso l’uso razionale dell’energia e la rilocalizzazione delle attività economiche. Basti pensare all’evoluzione neotecnica nel mondo dell’edilizia. Ristrutturando gli edifici costruiti male è possibile cancellare tutti gli sprechi riducendo la domanda di energia da fonti fossili. Il primo passo è la riduzione della domanda per soddisfare la reale domanda energetica puntando all’auto consumo. Sfruttando le fonti alternative si possono realizzare reti intelligenti scambiando gratuitamente i surplus generati dall’impiego di un mix di tecnologie. Questo significa pianificare la riduzione del PIL, oggi sostenuto dagli sprechi, ma è un miglioramento e per realizzare questa transizione è necessaria una nuova occupazione utile poiché bisogna rigenerare l’intero patrimonio edilizio esistente, costruito fra gli anni ’40 e ’80.

Età degli edifici e consumi energetici

Età degli edifici e consumi energetici (Fonte dati Cresme e info grafica Linkiesta).

Per quale motivo i partiti politici non favoriscono questa transizione?

Perché tutti i partiti otto-novecenteschi sono stati pensati dall’epoca dell’industrialismo, cioè la loro funzione è quella di favorire l’aumento della produttività ma quest’epoca sta volgendo al termine, cioè la fine dell’epoca industriale e della produzione di massa di merci inutili; almeno in Europa è già così, vista la delocalizzazione cominciata negli anni ’70. Con la fine dell’industrialismo le categorie destra e sinistra sono ormai obsolete, mentre è più utile parlare di fine del capitalismo poiché imploso su stesso, in quanto è insostenibile la crescita continua rimasta in piedi dall’inganno della funzione della produzione e dai debiti pubblici e privati, impagabili (il ruolo negativo dell’usurpazione della sovranità monetaria). Se tutti i partiti, nei propri parlamenti, propongono la crescita, cioè l’aumento di produttività, lo fanno per assecondare l’interesse delle imprese, lo fanno poiché il capitalismo è nato per favorire l’aumento delle merci. E’ con l’aumento dei consumi che si stabiliscono le somme da ridistribuire come reddito alle imprese stesse e ai servizi, comprese le clientele che gestiscono i partiti. Se i partiti dovessero perseguire un sistema economico efficiente come quello bioeconomico ci sarebbe una riduzione del loro potere economico e soprattutto si ridurrebbe la produttività delle merci, obiettivo opposto all’interesse delle imprese che hanno un’enorme influenza sul sistema educativo pubblico, e sulla formazione culturale dei politici attraverso i cosiddetti thik tank d’impronta neoliberale.

Negli ultimi trent’anni attraverso l’evoluzione robotica e informatica il capitalismo si è trasformato. Tutte le principali città europee sono state deindustrializzate generando la famosa contrazione, cioè la perdita di abitanti innescata dalla chiusura delle industrie e dalla rendita immobiliare che ha espulso i ceti meno abbienti spingendoli verso i comuni limitrofi. In Italia sono circa 26 le città in contrazione e tale fenomeno coinvolge tutti i principali centri urbani (Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, ….).

Siamo tutti immersi in un cambiamento che facciamo fatica a percepire, anche se la crisi del capitalismo ci aiuta a ripensare e ragionare, poiché stiamo assistendo alla fine del lavoro salariato come l’abbiamo vissuto e coltivato.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività e sia riducendo i costi. E il lavoro è una merce costo che si può ridurre delocalizzando i processi produttivi in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche i sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali.

Esistono soluzioni?

Certo, esiste sempre una soluzione per uscire dalla recessione innescata da un’ideologia che giunge al termine e da un’industria finanziaria fuori controllo, cioè le banche e il mondo offshore, ma non è una strada breve.

Dobbiamo ripensare i paradigmi culturali della società e delle istituzioni favorendo lo sviluppo di politiche bioeconomiche poiché migliorano la qualità della nostra vita e creano nuova occupazione. E’ determinante riformare il nostro sistema educativo scolastico e universitario introducendo la bioeconomia. E le classi politiche si devono riprendere il ruolo di comando ceduto al famigerato libero mercato, per un motivo molto semplice, è in pericolo la specie umana, non possiamo continuare con la stupidità della crescita continua. L’ideologia neoliberale non contempla una condotta civica, etica e responsabile ma solo l’accumulo del capitale, cioè l’avidità fine a se stessa, cioè il nulla.

E’ grazie alla bioeconomia che possiamo programmare una rinascita dell’economia locale poiché uno degli aspetti economici più importanti è un riequilibrio fra l’eccesso di economie globali e lo sviluppo di modelli autarchici, cioè i cicli si chiudono in ambiti territoriali ristretti consentendo la tutela degli interessi economici delle comunità (politica industriale).

Come cittadini possiamo fare la nostra parte, uscendo dalla patologia degli acquisti compulsivi. Possiamo sviluppare un’autonomia di pensiero critico e avviare percorsi di auto produzione insieme ad altri cittadini, nella sostanza possiamo ridurre la nostra dipendenza dal mercato per aumentare lo spazio della comunità. In parte questo processo sta già accadendo, basti osservare i gruppi di acquisto ma dobbiamo favorire lo sviluppo di imprese sostenibili ove l’obiettivo non è il profitto ma la qualità dei servizi secondo criteri bioeconomici. L’obiettivo della nostra specie non è l’accumulo di capitale ma perseguire virtù e conoscenze per lo sviluppo della spiritualità oltre che quello materiale. Nei Paesi dove il capitalismo ha prodotto i disastri maggiori, le persone si stanno riprendendo spazi democratici per auto determinarsi, basti osservare Detroit fino alla Grecia, e la Spagna. Il limite al cambiamento è posto solo dalle classi dirigenti sia perché inadeguate e sia perché espressione dello status quo.

Attraverso il paradigma bioeconomico potremmo rispettare meglio la Costituzione poiché cancelleremo l’inquinamento e le diseguaglianze, e potremo sviluppare impieghi utili. Ad esempio, esiste un enorme indotto produttivo nelle attività di riuso e riciclo delle materie prime seconde, chiamate rifiuti, ma è indispensabile creare miniere regionali utili a sostegno delle imprese virtuose.

E’ strategico investire nella tutela del patrimonio più importante per la nostra sopravvivenza: il territorio. Solo nei processi di conservazione dei nostri centri storici e nella rigenerazione delle periferie si creano centinaia di migliaia di impieghi utili, così come nel recupero dei piccoli centri rurali e lo sviluppo dell’agricoltura naturale – la sovranità alimentare – e la rilocalizzazione delle attività produttive. Tutto ciò non è più procrastinabile nel tempo poiché buona parte del nostro patrimonio edilizio esistente giunge a fine ciclo vita, così come non è tollerabile non pianificare la prevenzione primaria del dissesto idro-geologico.

E’ fondamentale costruire un piano economico industriale bioeconomico sulle politiche urbane e territoriali costruendo scenari sociali ed economici per i prossimi venti anni. Le aree urbane e i centri rurali sono i luoghi ove si concentra la maggior parte degli abitanti, e l’inerzia politica nei confronti di questi sistemi vitali produce un danno economico incalcolabile.

Queste azioni politiche abbisognano di ingenti investimenti pubblici e privati, e i programmi politici vanno elaborati partendo dall’approccio bioeconomico che ci libera dall’avidità e dagli sprechi, e focalizza l’attenzione sull’obiettivo: migliorare la qualità della nostra vita.

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In questi giorni ho fatto proprio una bella esperienza, vi riporto l’attività del circolo MDF Salerno:

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Il nostro circolo continua i percorsi sull’auto produzione promuovendo iniziative didattiche auto gestite. Uno dei fondamenti della decrescita felice è la relazione personale necessaria per sviluppare la reciprocità e la comunità, e così i nodi della rete, cioè i circoli stessi, stanno dando i propri frutti: condivisione delle conoscenze e delle esperienze.

Dall’ultimo incontro a Sorrento, i soci MDF hanno programmano le attività da condividere e da qui nascono esperienze straordinarie poiché la forza dei circoli, e cioè di MDF, è quella di coinvolgere persone in attività di auto produzione che riducono lo spazio del mercato e ampliano quello della comunità.

Il gruppo locale MDF Ginosa e il circolo MDF Salerno stanno vivendo questa reciprocità attraverso l’auto produzione del sapone a Ginosa prima nei giorni 24 e 25 ottobre, e poi l’auto produzione di olio nel salernitano in uno scambio di conoscenze il 6, 7 e 8 novembre presso l’Anticaia di Castelluccio Cosentino, frazione di Sicignano degli Aburni (SA). All’incontro del sapone svoltosi a Ginosa era presenta anche il circolo MDF di Bari. L’esperienza del gruppo di Ginosa ci ha consentito di imparare a raccogliere le olive. In mezza giornata di lavoro, abbiamo raccolto 173 Kg di olive da circa 5, 6 piante, poi molite presso il frantoio Elia di San Cipriano Picentino (SA) ed hanno reso 24 Kg di olio extravergine. La resa è di 13,8 Kg per ogni quintale di olive molite, cioè 14 al quintale. La varietà di olive raccolte appartiene al cultivar carpellese, frantoio, salella, ogliarola e leccino.

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Sempre più cittadini, non esperti e non agricoltori, si avvicinano a esperienze di questo genere che realizzano processi produttivi non mercantili e di economia reale ricavando beni e non merci. Beni di primissima qualità che il mercato non può offrire. Beni che migliorano la qualità di vita attraverso attività che avviano relazioni umane e che costruiscono la comunità dei soci MDF.

Da questi piccoli esempi si evince l’opportunità di rilocalizzare le produzioni e di auto consumare beni favorendo l’economia locale. Su questi paradigmi è possibile cambiare il sistema di relazioni e dell’economia dell’intera Provincia salernitana attraverso la scelta volontaria di sfruttare il diritto agli usi civici e auto produrre beni con gli abitanti e per gli abitanti riducendo molto lo spazio del mercato e consentendo di risparmiare parte del proprio salario da investire in merci utili come i libri, gli hobby, e attività artistiche e culturali per ridurre l’ignoranza funzionale che tocca quasi un italiano su due.

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Il dibattito sul lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. Il Capitale di Marx (che nessuno legge) ha egregiamente spiegato come il lavoro, all’interno della nostra società, è merce, e come tale viene trattata dalle imprese. Oggi le multinazionali riducono al massimo i costi attraverso le delocalizzazioni, il sistema offshore ed i paradisi fiscali. L’equivoco circa l’importanza sul lavoro nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato un limite culturale mostruoso poiché nel mondo occidentale si sono diffusi posti di schiavitù, e l’obiettivo di una società sana non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha fatto di tutto per violare i principi dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto proprio dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. La società può evolversi assumendo un nuovo approccio culturale: guardare al lavoro come opportunità di crescita individuale, e chi non intende lavorare per farlo, è sufficiente che non intacchi l’autonomia e la libertà delle comunità sostenibili. Già oggi sappiamo che sarà impossibile dare lavoro a tutti, e non è neanche dovrebbe essere auspicabile poiché si produrrebbe un danno ambientale insostenibile. Chi ha bisogno di un salario minimo potrà averlo, cioè che conta realmente è lo stile di vita. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che vanno dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

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Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

Nell’attuale panorama politico è di moda ritenere che le parole destra e sinistra siano obsolete, ma questa moda transitoria, come tutte le mode, rientra nel processo involutivo e regressivo degli individui, e serve a nascondere la verità per fini elettoralistici, per svuotare le persone di una propria identità culturale e storica; è più facile addomesticare un individuo senza una conoscenza storica. E’ sufficiente notare che nella sostanza la maggioranza degli italiani, quando è chiamata ad esprimere scelte politiche sugli argomenti, compie scelte di sinistra (referendum 12-13 giugno 2011, 25.216.418 votanti per i SI) e non potrebbe essere altrimenti, dato che il neoliberismo è il pensiero criminale predominate all’interno dell’UE per sostenere e favorire le multinazionali che orientano e possiedono i burocratici europei e persino pezzi dei Governi nazionali. Per intenderci meglio cito un esempio pratico: oggi emergono sempre più spesso proposte concrete per cambiare gli stili di vita, ma queste proposte rientrano tutte nelle idee utopiste dell’Ottocento scritte, e costruite dai movimenti socialisti che si contrapponevano alle condizioni insalubri delle città capitaliste (falansterio, “villaggio di armonia e cooperazione”). E’ altrettanto noto che i cosiddetti partiti di sinistra non rappresentano la volontà popolare emersa dai referendum, ma non bisogna commettere l’errore di confondere le strutture (i partiti) con le idee ed i valori, com’è altrettanto vero che l’effetto più logico e naturale sia il dissenso espresso col non voto (il primo partito italiano è proprio quello del non voto, 21.880.739 di cittadini che non hanno un rappresentante politico).

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente, durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

La Sinistra nasce in antitesi al capitalismo (sorto col nascere del sistema bancario controllato dalla borghesia) per proporre una società migliore attraverso la tutela e l’ampliamento dei diritti umani e civili, l’uguaglianza e lo sviluppo dell’educazione e della cultura. Durante il Novecento l’esperienza concreta della Sinistra, ci mostra che essa stessa non ha rinunciato all’uso del capitalismo (l’obsoleta e sbagliata funzione della produzione), cioè non rinuncia a generare un profitto attraverso la crescita economica e materialista, e la Sinistra si differenza dalla destra, cioè dal liberismo, nella gestione politica del profitto capitalista. La Sinistra preferisce affidare allo Stato la pianificazione sociale ed economica delle risorse per un’equa ridistribuzione del profitto, e come la destra liberista crede che lo sviluppo sia insito nella crescita dell’economia e nel consumo delle merci, indipendentemente dalla qualità delle stesse e dall’impiego delle risorse, indipendentemente dagli effetti negativi che la crescita produce. Entrambe le visioni (Smith e Marx) hanno l’enorme limite culturale di ignorare le leggi della natura: fotosintesi clorofilliana, termodinamica (entropia), meccanica quantistica. Entrambe le visioni sono miopi poiché appartengono alla religione dell’economia neoclassica che rinnega la visione pragmatica e morale di Aristotele, entrambe le visioni sono miopi poiché rinnegano i rischi legati alla potenza della tecnica individuata da Heidegger, entrambe le visioni sono miopi poiché rendono l’uomo schiavo – animal laborans – come descritto da Arendt. Gli eventi bellici prima, e la recente storia degli ultimi trent’anni mostra come la Sinistra stessa, attraverso i suoi dirigenti, abbia rinnegato le proprie origini, i propri valori, ed abbia scelto di ignorare nuovi temi ed argomenti che si sviluppavano al proprio interno e che ponevano le questioni ambientali e la critica al consumismo (anni ’60) come un’evoluzione culturale della Sinistra stessa anche grazie alla bioeconomia. Nel corso degli anni ’80 la Sinistra ha preferito che l’ideale del liberismo diventasse organico ai propri programmi politici (la “terza via”), di fatto cancellando la Sinistra stessa dal panorama politico e culturale e disorientando milioni di elettori e di cittadini ignari di tale processo involutivo.

Oggi, le evidenti contraddizioni fra capitalismo e democrazia, la crisi strutturale del capitalismo stesso, la crisi avviata nel 2008 e l’inizio del nuovo millennio mostrano tutti i limiti del sistema capitalista come non era mai accaduto prima. La sua implosione preconizzata da Keynes e dalle leggi proposte da Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, consentono oggi, un dibattito pubblico probabilmente più maturo rispetto alle precognizioni e alle corrette critiche delle minoranze culturali di Sinistra durante gli anni ’60, che avevano annunciato l’attuale recessione generata dall’insostenibilità del sistema stesso (Pasolini, Illich, Daly, Georgescu-Roegen).

«La prima analisi del modo con cui le persone interagiscono nell’ambito dello scambio economico non si trova nell’Economico di Senofonte, né negli Oeconomica di Aristotele, in gran parte apocrifo, ma nell’Etica Nicomachea di Aristotele. Lo scopo di Aristotele era quello di dimostrare come la giustizia poteva essere rispettata all’interno dello scambio. Il suo principio del giusto scambio è stato successivamente ripreso e perpetuato nei secoli dall’etica cristiana, secondo la quale lo scambio non doveva divenire occasione per nuocere al prossimo. L’economia politica conservò questa prospettiva per secoli. Fu essenzialmente con l’illuminismo che si cominciò a interpretare le attività economiche a partire dai concetti di piacere e di self-interest. In questo modo l’economia è stata trasformata in una disciplina mercantilistica, la cui principale preoccupazione è rimasta, da allora, confinata nell’ambito del mercato. Inevitabilmente, anche l’etica socratica tradizionale, secondo la quale gli uomini sono potenzialmente in grado di distinguere dialetticamente tra il “bene” e il “male” è stata posta in discussione. […] Tuttavia a causa della profonda separazione tra etica ed economia politica, queste diverse tradizioni non hanno influito affatto sul pensiero economico. […] Effettivamente, l’economia diventò sempre più una disciplina an-etica, come dimostra la negazione categorica di qualsiasi confronto interpersonale dell’utilità – così come della felicità o della sofferenza» (Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia ed etica, in Bioeconomia, Bollati Boringhieri, 2013, pag. 185-186) .

Nel riconoscere i limiti culturali e strutturali del capitalismo, un nuovo movimento politico italiano può trovare la risposta necessaria per proporre un cambio dei paradigmi culturali e sostenere quei cittadini, quelle associazioni e quei movimenti culturali per sviluppare un percorso fondamentale utile a costruire la società dell’epoca che verrà; un’epoca ove uguaglianza, diritti e democrazia possono realizzarsi attraverso l’uscita dal capitalismo e l’ingresso nella bioeconomia.

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Da qualche tempo nel linguaggio mediatico si sente parlare di partiti post ideologici, nulla di più falso compare nel lessico mediatico per nascondere la verità di un società profondamente ideologica, poiché forgia le proprie convinzioni sulle credenze e non sulla ricerca della verità, un’ideologia fondata proprio sull’idea del nulla, cioè sul nichilismo affinché il neoliberismo, l’ideologia predominante all’interno delle istituzioni, potesse essere libera di operare all’insaputa delle masse. Chi detiene le redini del controllo e del potere ha una visione ideologica molto precisa: vendere, vendere, vendere! Un’idea malsana volta alla distruzione dei valori umani a favore dell’avidità di pochi, un’idea che nell’Occidente ha avuto grande successo.  Finora ci sono riusciti benissimo poiché la forza e l’energia proviene proprio dalla maggioranza degli oppressi, una maggioranza incapace di immaginarsi un mondo migliore e lottare per cambiarlo.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro. L’evoluzione tecno scientifica, cioè l’informatizzazione e la robotica consentono di produrre quantità di merci crescenti riducendo posti di lavoro, mentre il costo del lavoro viene progressivamente ridotto e i prezzi delle merci tendono a restare bassi, mentre è necessario che i volumi di produzione aumentino per conseguire maggiori profitti, a danno degli ecosistemi ovviamente. Nell’evoluzione odierna del capitale è accaduto che l’industria finanziaria è divenuta più grande e più potente dell’industria che produce merci. L’industria finanziaria è più capace di valorizzare l’insieme dei capitali accumulati, ma il valore di questo capitale è puramente fittizio (borsa, quotazioni, debito e certificazioni). In questo contesto l’economia reale diventa una mera appendice del capitale, sempre a danno degli ecosistemi in aggiunta alla riduzione dell’occupazione conservata come schiavitù per i capricci delle borse telematiche. In sostanza il capitalismo è sinonimo di distruzione dell’umanità.

Se da un lato esiste ancora questa generale immaturità politica dei cittadini, da un altro lato la recessione ha senza dubbio stimolato la creatività di piccoli imprenditori, artigiani e cittadini nell’inventarsi un’economia basata sull’uso razionale dell’energia, nonostante l’ostracismo di buona parte della classe dirigente, sia perché inadeguata e incapace, e sia perché in cattiva fede e prezzolata dai soliti speculatori, esiste una minoranza di cittadini che sta progettando il cambiamento e potrebbe diventare massa critica che genera il cambiamento sociale nel resta del territorio.

L’aspetto grottesco della recessione che investe il nostro Paese, è che sarebbe sufficiente sviluppare la capacità di osservare per comprendere che non esistono problemi per il nostro presente futuro. E’ sufficiente osservare che bisogna investire tempo e risorse nel conservare e migliorare parti delle nostre città, e del nostro territorio per tendere alla piena occupazione in mestieri utili e virtuosi. Nell’osservare siamo persino agevolati se leggiamo gli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES) poiché abbiamo un indirizzo ben costruito su dove investire. Spetta a noi cittadini migliorare le relazioni e aiutarci reciprocamente, spetta a noi cittadini sviluppare la capacità ed il desiderio di prenderci cura di noi stessi e delle nostre città. Possiamo continuare a speculare nel solco dell’attuale paradigma verso l’imminente auto distruzione, o possiamo decidere di cooperare.

Per secoli abbiamo lasciato che il capitalismo fosse la religione guida delle nostre decisioni, credo sia bastato, è chiaro le leggi della natura non sono compatibili con la nostra invenzione di finanza, basti osservare le regole di vita delle altre specie viventi, esse prosperano senza l’ausilio delle istituzioni politiche e dell’economia inventata dall’uomo. I paradigmi dell’attuale società implodono su stessi poiché l’economia del debito è in conflitto aperto con la democrazia e la libertà degli individui. La maggioranza degli individui non arriva al cambio dei paradigmi culturali attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza, ma dalla perdita del posto di schiavitù chiamato lavoro, e da quelle “certezze” che la religione capitalista ha lasciato credere vere affinché nel corso dei decenni si sviluppasse l’attuale società apatica ed egoista che conosciamo. Il livello di programmazione mentale è stato talmente efficace nei confronti della maggioranza degli abitanti, che nonostante gli alti tassi di disoccupazione suggeriscono preoccupazione poiché potrebbe insorgere un conflitto civile da un momento ad un altro, nulla si muove, nulla accade.

E’ auspicabile credere che quella minoranza di cittadini consapevoli che stanno costruendo realtà economiche alternative, così come in piccola scala sta già accadendo, possano contaminare chi viene colpito ingiustamente dalla recessione. Persino una minoranza della classe dirigente sta progettando e realizzando questa transizione economica ispirandosi ai principi di bioeconomia. CRESME, “Riuso03, Riqualificazione batte nuovo 115 mld di euro a 51″ 24 febbraio 2014; Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), “Uscire dalla crisi, le risorse la rigenerazione delle città e dei territori“, 7 marzo 2014; La Repubblica on-line, “Il biologico contro la crisi, volano i consumi“, 14 aprile 2014; MiniAmbiente&CONAI, “Crescita e occupazione nel settore del riciclo dei rifiuti urbani“, luglio 2014;  Cillis, “Crollano ancora i consumi, ma è boom dei prodotti bio“, 12 settembre 2014; R.Calabrese, “Architetti, costruttori e sindacati: ‘si riparta dall’efficienza energetica” 17 settembre 2014.

Un esempio di coraggio e di nuova visione politica lungimirante è stato il piccolo Comune di Torraca (SA), la prima city led al mondo facente parte del più grande geoparco d’Europa. Il punto di partenza è che la qualità della vita ed il capitalismo finanziario sono in aperto conflitto, l’ideologia della crescita è il mito che sostituisce la società umana con le schiavitù organizzate irreggimentate nell’industria. La scandalosa percentuale di disoccupazione giovanile se da un lato è un dramma, essa rappresenta la speranza, poiché si tratta di persone non schiavizzate in lavori inutili, che possono organizzarsi in attività virtuose come lo studio e la ricerca di impieghi utili al territorio, sia osservando le risorse naturali a disposizione della comunità, e sia proponendo forme di partecipazione attiva, incontri, dibattiti, occupandosi di conservazione del patrimonio, agricoltura naturale, energie rinnovabili etc. Spetta a noi cambiare il modo di pensare e stimolare uno stile di vita compatibile con la natura e gli ecosistemi, spetta a noi riscoprire l’importanza delle relazioni sociali e la qualità del vivere in comunità cittadine organizzate per la vita umana e non per i consumi compulsivi. Nelle città che stanno avendo taluni miglioramenti spesso i processi nascono da iniziative dal basso, da piccoli gruppi di cittadini che stimolano la nascita di processi democratici e creativi volti all’analisi e lo studio delle percezioni soggettive delle città. Cooperative e amministrazioni organizzano e progettano i servizi partendo dai suggerimenti forniti proprio dai cittadini rispetto alle loro percezioni, e questi processi generano modelli di vita conformi alle priorità emerse, e spesso nascono nuovi impieghi rispetto ai bisogni reali degli abitanti. In questo modo il cambiamento sociale della città emerge dai cittadini, e non esiste ostacolo a tale processo poiché l’iniziativa privata è libera, anzi, spesso gli amministratori si adeguano alle istanze dal basso poiché consapevoli di dipendere dal giudizio politico degli elettori. Spesso i conflitti insorgono da decisioni calate dall’alto, i conflitti sono meno frequenti per le decisioni emerse dal basso. Il futuro è un pezzo di carta bianco, cambiando i paradigmi culturali di una società malata possiamo disegnare un futuro sostenibile.

Immagine città 4set2014

Salerno, zona orientale. Immagine della città dei cittadini costruita col metodo di Kevin Lynch. Laboratorio di “pianificazione partecipata” a cura di MDF Salerno

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La storia dell’umanità circa gli insediamenti umani mostra come gli individui fossero in grado di costruire architetture e città basandosi sulla conoscenza dei luoghi e l’impiego di determinate tecniche costruttive. Le comunità, i sovrani e le istituzioni politiche si affidavano alla conoscenza di persone capaci di costruire luoghi adeguati ai loro bisogni. Nel corso dei secoli le organizzazioni politiche ed economiche sono cambiate influenzate sia dalle scoperte tecnologiche che dai mutati interessi, esse hanno ideato convenzioni e istituzioni giuridiche che hanno influenzato l’uso del territorio, basti pensare all’invenzione della proprietà privata, l’invenzione della banca e delle persone giuridiche. Nel XVIII e nel XIX secolo l’urbanistica fu condizionata dall’avvento dell’era industriale e dal capitalismo, e pertanto nacque l’urbanistica moderna per risolvere i problemi causati dallo sviluppo delle aree industriali che trasformarono diversi quartieri delle città rendendoli luoghi insalubri. Successivamente la diffusione delle automobili prima, e la nascita della tecniche di pubblicità per manipolare la percezione delle persone fecero nascere la cosiddetta società dei consumi, e le città furono nuovamente condizionate da una crescita incontrollata che produsse un nuovo inquinamento. A queste sfide l’urbanistica ha provato a dare risposte ai nuovi bisogni dei cittadini. Nel secolo scorso XX e l’inizio del nostro XXI secolo si è diffuso con successo l’ideologia capitalista della crescita materialista, fino a divenire religione guida per tutti i decisori politici, contribuendo a corrompere sia la reale natura umana e sia a far dimenticare, a buona parte degli individui, le leggi della fisica che governano la vita sul pianeta terra.

Con l’avvento delle tecnologie informatiche anche nel campo dell’urbanistica il capitalismo ha saputo svelare un lato oscuro dell’economia del debito attraverso gli strumenti finanziari del servizio del debito stesso, consentendo in maniera artificiosa la crescita delle città senza che ci sia una reale domanda, e realizzando il paradosso di consumare nuovi suoli agricoli ma conservando il problema della prima casa per le nuove famiglie.

Nonostante la consapevolezza e le capacità degli urbanisti nel pianificare città sostenibili, l’urbanistica è divenuta una disciplina subordinata a materie giuridiche e finanziarie che ne hanno modificato ed edulcorato lo spirito e la natura originaria. L’urbanistica classica era nelle mani dei progettisti e delle comunità che intendevano affrontare e risolvere problemi concreti legati all’uso del territorio. Per realizzare adeguati insediamenti umani e ciò di cui avevano bisogno gli abitanti erano alla ricerca delle abilità e delle capacità culturali dei progettisti per realizzare proprio quegli spazi e quei luoghi adeguati ai bisogni dei cittadini stessi.

Dal punto di vista economico-giuridico i piani regolatori generali circa i diritti edificatori usano volumi e superfici trasformati in indici e parametri, sia per misurare i carichi urbanistici, e sia per vendere nel libero mercato tale merce al fine di perseguire gli obiettivi del piano stesso. All’interno dei piani esistono diversi interessi contrapposti e l’ente pubblico ha il dovere di perseguire l’interesse generale. Nel corso dei decenni il governo del territorio è stato spesso condizionato dagli interessi speculativi dei pochi poiché la maggiore remunerazione (rendita fondiaria e immobiliare) degli interventi è il criterio guida delle decisioni politiche locali, anche se questo non è un metro di giudizio sulla qualità dei piani. La valutazione degli investimenti che comprende piani e progetti è prevalentemente condizionata da indicatori economici e finanziari che ne determinano il giudizio finale circa la fattibilità e la sostenibilità economica del piano e/o del progetto. In campo finanziario il concetto di sostenibilità è riferito alla capacità di creare un ritorno monetario per i soggetti promotori e ripagare l’eventuale debito verso i finanziatori e le banche. Questo approccio finanziario alla valutazione ignora la qualità urbanistica dei piani, invece nell’approccio ecologico la sostenibilità si riferisce all’impronta, all’impatto, alle conseguenze del piano e del progetto all’interno del nostro ecosistema naturale, tant’è che si parla di esternalità positive e negative riferendosi agli effetti di piani e progetti. Nei processi di valutazione esistono due analisi, costi benefici e multicriteria. Con l’analisi costi benefici si crede che ogni esternalità possa essere convertita e misurata in moneta (merce), e quindi si possa procedere a una compensazione di un danno prodotto da un piano e/o da un progetto attraverso il pagamento di un prezzo o un altro intervento progettuale. Nell’analisi multicriteria lo strumento di misura principale non è la moneta, e gli impatti sociali di piani e progetti hanno una diversa considerazione. L’utilizzo di pesi e valori degli indicatori ambientali e la partecipazione dei cittadini, consentono di elaborare scelte più consapevoli e più coerenti con la sostenibilità forte che preserva l’uso delle risorse limitate alla future generazioni. L’analisi multicriteria contempla anche l’opzione zero. Oggi i progettisti hanno a disposizione ulteriori strumenti di misura come l’analisi del ciclo vita dei materiali, e questa informazione consente di misurare i flussi di energia e di materia impiegati nell’attività edilizia.

Nella sostanza un ritorno monetario prodotto da un piano o da un progetto non coincide necessariamente col benessere della collettività, poiché il concetto stesso di benessere è ben diverso dalla capacità remunerativa di un intervento. Il benessere degli abitanti si misura con le condizioni ambientali, psicofisiche, sociali, culturali, economiche e relazionali all’interno della comunità. La sostenibilità economica di un intervento è una saggia premessa per valutare un progetto, ma gli obiettivi di un piano regolatore devono essere coerenti coi principi costituzionali che consigliano di migliorare lo sviluppo umano garantendo uguaglianza di opportunità e di diritti ai cittadini, perseguendo l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli abitanti, e questo dipende dalla qualità urbanistica, architettonica ed ecologica del piano e/o del progetto.

Dal punto di vista dell’economia ortodossa un bene può essere mercificato e quindi sottoposto alle condizioni di mercato rischiando di sottrarlo al godimento della collettività. Nell’economia ortodossa la distinzione fra beni e merci è molto sottile poiché ogni cosa può essere misurata con la moneta. Dal punto di vista della bioeconomia le merci sono comprate e vendute, e non rappresentano di per di se un valore o un’utilità collettiva, mentre un bene è un qualcosa di utile che ha un valore anche ambientale o etico, e può essere sottratto dalle logiche mercantili. Un bene può essere goduto dalla comunità in una logica senza profitto, e tutelato e gestito in maniera consapevole consentendone una migliore fruizione per la cittadinanza.

Il legislatore dovrà stimolare una maggiore partecipazione economica agli obiettivi ecologici dei piani e dei progetti attraverso l’opportunità d’uso di forme giuridico gestionali quali l’azionariato diffuso popolare al fine sia di responsabilizzare la cittadinanza attiva, e sia di ridurre il ricorso al servizio del debito per realizzare piani e progetti. La distinzione concettuale fra beni e merci potrà tornare utile nell’elaborazione delle norme tecniche dei piani al fine di non mercificare i beni stessi, e utilizzare indici e parametri urbanistici nella direzione del corretto uso del suolo, cioè un uso razionale delle risorse.

L’obiettivo della sostenibilità economica di piani e progetti potrà essere perseguita sia con forme di azionariato diffuso popolare per la realizzazione degli obiettivi inseriti nei piani stessi, e sia per la gestione di servizi legati alla pianificazione urbanistica. Introducendo nei piani forme di tecniche di recupero del plusvalore fondiario[1][2] si potranno reperire risorse monetarie atte a realizzare la tutela del patrimonio storico e architettonico, e la progettazione di standard minimi e servizi utili alle comunità.

Oggi si parla di “rigenerazione urbana” finalizzata al recupero dei centri storici e delle periferie urbane con l’integrazione di programmi volti a promuovere politiche sociali ed occupazionali coinvolgendo direttamente i cittadini, questa “rigenerazione” potrà avere maggiore efficacia cambiando i paradigmi culturali dell’urbanistica moderna attraverso le innovazioni concettuali della bioeconomia e della sostenibilità forte.


[1] Nespolo, Luca. Rigenerazione urbana e recupero del plusvalore fondiario: le esperienze di Barcellona e Monaco di Baviera. IRPET, 2012.

[2] Roberto Camagni, “Rendita e qualità urbana: conflitto o sinergie?” in Dossier su rendita urbana, 2012. […] Un confronto diretto realizzato da chi scrive tre anni or sono fra gli esiti di procedure negoziate realizzate a Milano e a Monaco di Baviera non lascia dubbi al riguardo. Era emerso infatti un sostanziale sottodimensionamento comparativo degli oneri nel caso milanese, che, in termini di incidenza sul valore del costruito, rappresentavano, nel caso di edilizia residenziale, da un terzo a un quarto di quanto ottenuto dall’amministrazione pubblica a Monaco di Baviera (Tab. 1 e 2)(Camagni, 2008).

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