Mercificazione e fine dello Stato sociale


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.4.2       Mercificazione e fine dello Stato sociale

Gli indirizzi del manuale Colombo precedentemente proposti, nonostante dichiarino un approccio migliore rispetto al vecchio DM 1444/68, presentano alcuni punti di ambiguità e di incongruenza, nel senso che risentono della cultura liberista predominate nella società[1], ove lo Stato sociale ormai privato della propria sovranità monetaria, viene sostituito dai soggetti privati e le scelte politiche e tecniche sono condizionate dal fuorviante pensiero economico ortodosso che favorisce gli interessi privati di pochi. Il concetto di qualità tanto dibattuto e richiesto per ampliare lo standard è condizionato da riflessioni ragionieristiche confondendo diritti, valori, beni e costi pur di rimanere all’interno di un piano culturale dannoso per i ceti meno abbienti e per lo sviluppo umano[2]. Ad esempio, le incongruenze appaiano evidenti confrontando il principio di pari opportunità con la proposta di distribuire gli standard non più su zone omogenee ma all’intero abitato, cosicché viene meno uno dei principi della corretta composizione urbanistica determinata dall’area d’influenza ed i tempi di percorrenza a piedi fra il servizio e l’abitazione. Come può garantirsi la pari opportunità se si consiglia di non progettare gli standard per zone omogenee? Immaginare di avere isolati con servizi raggiungibili a piedi, mentre altri abitanti dovranno prendere l’auto per fruire degli stessi è una disuguaglianza socio-economica. Possiamo osservare che questa indicazione rappresenta i problemi odierni di quelle città italiane costruite seguendo la parcellizzazione dei suoli e gli interessi privati per favorire le rendite, con criteri compositivi non corretti. Oggi le città soffrono proprio di queste difficoltà che molti abitanti riscontrano, sia nei centri storici, per questo motivo si dimezzano i mq/ab minimi previsti dal DM 1444/68 poiché spesso sussiste la condizione d’impossibilità di recuperare aree libere, e sia nelle periferie costruite negli anni della speculazione. Il problema, culturale e politico, è che gli Enti locali interpretano gli standard a seconda dei capricci e del consenso elettorale, e sembra del tutto rischioso introdurre un principio di separatezza, poiché per motivi ragionieristici (riduzione della spesa pubblica) i Comuni potrebbero scegliere di non assumersi più la responsabilità di garantire i servizi essenziali scaricandone la gestione alle imprese private, con la conseguenza di peggiorare la qualità della vita, soprattutto per i ceti meno abbienti. Un indirizzo ultraliberista che confonde gli obiettivi costituzionali dello Stato con l’avidità tipica degli interessi privati è suggerito proprio dal legislatore che introduce le Società di Trasformazione Urbana (S.T.U.) con lo scopo anche di commercializzare le aree trasformate[3].

Ritengo che la soluzione ragionevole all’attuazione di standard quantitativi e qualitativi è situata su un altro piano culturale, nuovo e diverso, rispetto all’attuale piano costituito da paradigmi che hanno condizionato l’urbanistica sin dalla sua nascita, quindi è necessario un salto per uscire dal vecchio piano e approdare al nuovo piano culturale.

Semplificando al massimo la questione, lo standard è misurato in mq/ab e per essere realizzato/costruito esso ha un prezzo. La gestione dello standard costruito genera un costo/guadagno, e dipende dalla redditività del servizio stesso. La radice del problema odierno è sul piano politico, le istituzioni politiche, avendo rinunciato alla sovranità monetaria della Repubblica e all’azione dello Stato sul mercato con adeguate politiche urbane pubbliche, hanno scelto di favorire l’azione dei soggetti privati per coprire il prezzo della realizzazione dei servizi. Nel contesto dell’euro zona, lo Stato o si affida ai ricatti del famigerato libero mercato scambiando Titoli di Stato[4], o alza le tasse; oppure il legislatore inverte la rotta uscendo dall’economia del debito. L’Italia avendo rinunciato alla municipalizzazione dei suoli, ha preferito la consuetudine neoliberale di fare affidamento alle risorse dei privati. A partire dall’Ottocento, le trasformazioni urbane si sono finanziate prevalentemente con la rendita fondiaria e immobiliare, e durante i decenni più recenti attraverso uno scambio, la perequazione[5]. E’ più recente, il doppio ruolo dello Stato che diventa sia controllore e sia controllato attraverso l’uso del diritto privato in ambito pubblico e la creazione di società SpA ad hoc (S.T.U.)[6]. La storia dell’urbanistica ha mostrato strategie e tecniche migliori al fine di evitare che gli interessi privati speculassero sui diritti dei ceti meno abbienti. Sarebbe stato sufficiente acquistare i suoli e poi concedere l’usufrutto attraverso il diritto di superficie. Il caso più noto ed efficace fu quello di Amsterdam attraverso la municipalizzazione dei suoli e la pianificazione a lungo termine[7] [8], ed anche il Comune di Ulm che comprò i suoli, costruì le case a proprie spese e poi le cedette a prezzo di costo[9]. Un percorso analogo fu proposto dall’ex Ministro Fiorentino Sullo, durante gli anni ’60, ma il legislatore controllato dai partiti di maggioranza fu contrario all’interesse generale per aiutare i ceti meno abbienti, e così da allora in poi gli interventi urbanistici sono stati il frutto della cultura dell’élite locali, cioè dei più forti economicamente e dei capricci del capitalismo.

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[1] Un esempio paradigmatico della culturale liberale è l’applicazione dello zoning negli USA. Nel New Jersey i diritti di cittadinanza sono usurpati e cancellati dalle amministrazioni locali che usano la tecnica della zonizzazione interpretata proprio per escludere ed espellere i ceti meno abbienti dai suoli preferiti dall’élite locale, anche con motivazioni razziali. Tutto ciò avvenne attraverso l’esclusione di determinati usi del suolo a favore di altri usi ritenuti più redditizi, ed è il fondamento di un’economia basata solo sul mercato e la competizione. L’effetto sociale è che i ceti più abbienti dotati di maggiori capacità finanziarie possono sostituire quelli con un potere d’acquisto più basso (Gaeta, et al., 2013).
[2] «Riferire gli standard non più alle zone omogenee ma all’intero abitato, privilegiare il rendimento in termini di efficienza ed efficacia, adottare il principio di separatezza, il PSU come strumento settoriale tecnico manageriale».
[3] L’oggetto sociale della S.T.U. è di trasformazione urbana, condotta mediante acquisizione delle aree interessate dall’intervento, successiva trasformazione e commercializzazione delle stesse (Pagliari, Corso di diritto urbanistico, 2015).
[4] Secondo dati forniti dalla Banca d’Italia, nel 1997 il debito di 1.213 mld € era comprato per il 18% da SpA straniere (detentori stranieri), il 31% da assicurazioni, banche, e per il 44% dalle famiglie italiane; mentre nel 2011 il debito di 1.899 mld € per il 13% era comprato dalle famiglie italiane, il 41% da banche, assicurazioni, mentre per il 42% da detentori stranieri.
[5] La perequazione è una tecnica urbanistica volta ad attribuire un valore edificatorio uniforme a tutte le proprietà che possono concorrere alla trasformazione urbanistica di uno o più ambiti del territorio comunale prescindendo dall’effettiva localizzazione della capacità edificatoria sulle singole proprietà e dalla imposizione di vincoli di inedificabilità apposti al fine di garantire all’amministrazione la disponibilità di spazi da destinare ad opere collettive.
[6] Società di Trasformazione Urbana.
[7] Panerai, et al., Op. cit. , 2008.
[8] Le condizioni naturali dei Paesi Bassi hanno trovato soluzioni amministrative e tecniche nella pianificazione pubblica che ha favorito la nascita di tessuti urbani densi, poiché più stabili, tagliati dai canali fortemente gerarchizzati.
[9]  Bianciardi, Op. cit. , 2005.

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