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Archive for dicembre 2013

Uno dei problemi legati alla povertà è la disorganizzazione mentale, amministrativa e politica. L’incapacità culturale di vedere le opportunità e lo spreco di risorse umane ed economiche. La transizione che stiamo vivendo coinvolge la classe dirigenziale e la cittadinanza. In questa fase viviamo un paradosso: i protagonisti della distruzione del territorio che hanno creato la recente speculazione edilizia dal 1996 al 2007 lamentano «la scarsa capacità di spesa» della classe politica che spreca ingenti soldi pubblici.

A mio avviso è necessario individuare una priorità culturale per evitare gli errori del passato determinati dall’avidità delle lobbies e dall’incapacità di fare bene. Da qualche anno si parla di rigenerazione urbana e persino nei manuali compare la “scienza della sostenibilità”. Buona parte del mondo accademico e professionale propone di intervenire dentro le città per riavviare un processo virtuoso a tutela dei centri storici e il recupero delle periferie, nella sostanza costruttori e progettisti indicano che non bisogna consumare il suolo agricolo, ma conservare l’ambiente costruito e migliorarlo ove necessario.

Come sappiamo le Regioni legiferano sull’urbanistica e l’energia, il nodo è che in questi anni il governo del territorio ha perseguito un paradigma culturale obsoleto: la crescita, ed ogni Regione ha fatto come ha ritenuto opportuno perdendo di vista le priorità indicate dalla Costituzione: tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale. Dal 2008 la crescita ha distrutto circa 400mila posti di lavoro nel settore edile, nonostante sia urgente qualificare e innovare le imprese per intervenire correttamente sul patrimonio architettonico storico ed artistico. Oltre a questo si aggiunge il rinnovato problema degli alloggi; la cattiva pianificazione urbanistica è stata capace di consumare suolo e non dare case ai ceti meno abbienti realizzando un doppio danno: speculazione e niente case per gli abitanti. L’esplosione della bolla ha fermato il mondo delle costruzioni.

L’evoluzione culturale che bisogna realizzare è semplice: dobbiamo sdoppiare il concetto di lavoro dal concetto di utilità e renderci conto che non tutti i lavori sono utili. Espandere le città non è stato utile, ma recuperare l’esistenze sarebbe stato utile. Su questo concetto possiamo immaginare quale strada deve prendere la rigenerazione urbana: usare la “scienza della sostenibilità” per creare lavoro utile e migliorare la qualità di vita degli abitanti. Politica e pubblica amministrazione dovrebbero usare il metodo per processi e raggiungere questo obiettivo nel modo migliore. Anche lo slogan usato dal Governo “stop al consumo del suolo” viene coniugato con paradigmi sbagliati, poiché il governo del territorio non viene dissociato dal concetto di valore, e così si continua a confondere i concetti di costo e prezzo col valore, pertanto le pretese leve per arrestare il consumo del suolo sono gli incentivi alla rendita immobiliare. Secondo il Governo, la crescita che ha distrutto il sistema dell’edilizia dovrebbe risollevare l’indotto delle costruzioni, praticamente un ossimoro.

L’urbanistica è condizionata da un principio capitalistico-contabile innaturale, l’attività edile viene trasformata in moneta (rendita) per soddisfare i bisogni primari (standard). Questo modus operandi è palesemente illogico, energivoro e incostituzionale poiché non tutela il paesaggio, ma lo distrugge. L’urbanistica non dovrebbe essere misurata con la moneta, ma con la qualità progettuale e con la “scienza della sostenibilità” (eco-efficienza e analisi del ciclo vita). La storia insegna che questa tecnica (rendita) funziona per costruire (anni ’60, ’70), ma è finalizzata alla crescita non all’equilibrio ecologico. Quando i Comuni realizzano gli standard minimi continuano a distruggere il territorio (piani espansivi anni 1996-2010) per motivi di avidità (rendita) e di ragioneria (pareggio di bilancio). La deriva neoliberista del legislatore, che ha sostituito lo Stato con le SpA, ha consegnato il processo creativo della pianificazione nelle mani dei capricciosi interessi privati, dimostrando tutta la sua inefficienza e la sua fallacia ideologica, tant’è che debiti pubblici e privati sono aumentati vertiginosamente, rendendoli insostenibili. Parlamento e Governo devono ripensare la contabilità degli Enti locali poiché è un crimine l’obbligo del pareggio di bilancio, così come usare gli oneri di urbanizzazione per la contabilità corrente (spesa pubblica). L’ideologia neoliberista, insita nei partiti e nell’Unione europea, attraverso la demagogia della riduzione degli sprechi cancella diritti e Stato sociale sottraendo risorse a cittadini e imprese, lasciando tranquilla la cattiva amministrazione poiché utile alla retorica dell’élite. Ripensando i paradigmi culturali che condizionano il fare urbanistica possiamo porre al centro l’obiettivo di una progettazione rigenerativa: migliorare la qualità di vita degli abitanti puntano alla felicità attraverso l’equilibrio ecologico e  i lavori utili, pertanto non si tratta solamente di ristrutturare gli edifici esistenti con l’impiego di tecnologie intelligenti.

Un sistema resiliente è molto più efficace delle nostre istituzioni e la rigenerazione urbana deve essere finalizzata all’equilibrio ecologico, non più alla crescita. I piani regolatori devono inseguire la resilienza e realizzare riusi, recuperi, demolizioni e ricostruzioni per costruire quartieri durevoli prevenendo l’obsolescenza, cioè fare l’opposto della progettazione industriale (obsolescenza pianificata). Per coordinare una rigenerazione ecologica è corretto immaginare una “cabina di regia” nazionale per verificare la qualità di piani e progetti e spendere più velocemente i fondi pubblici migliorando le città. Bisogna liberare i Comuni dai vincoli fiscali e stimolare la cultura progettuale giusta, non più avida e speculativa, ma attivare i processi democratici dal basso per costruire città sostenibili: puntare alla bellezza, far nascere società ad azionariato diffuso per la gestione dei servizi locali, stimolare i cittadini a diventare produttori e consumatori di energia attraverso le fonti alternative, eco-efficienza energetica, mobilità intelligente, progettare la qualità urbana intervenendo sull’ambiente costruito, prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, stimolare e favorire filiere corte e agricoltura sinergica, favorire la sovranità alimentare, favorire l’artigianato, avviare le “miniere regionali” di materie prime seconde e riciclare tutti i rifiuti urbani. Fissati gli obiettivi tutta la pubblica amministrazione dovrebbe agire per processi, e non più in “ambiti chiusi” ove i colleghi non sanno come avanzano i progetti. Si tratta di usare la pianificazione strategica già esistente, ma attivarla seriamente e valutare gli obiettivi con processi circolari per migliorare il proprio lavoro. I politici hanno la responsabilità politica di monitorare i processi e usare con più forza gli strumenti valutativi e sanzionatori al fine di servire la cittadinanza e garantire il raggiungimento degli obiettivi. I cittadini hanno la responsabilità politica di controllare e giudicare (attraverso il voto) con maturità l’operato di politici, dirigenti e funzionari pubblici. Oggi i cittadini hanno maggiori strumenti (internet e siti istituzionali) per effettuare verifiche di coerenza politica fra le promesse e gli obiettivi raggiunti. Abbiamo esempi negativi, in Campania sono stati spesi 1,1 miliardi su 8,6 miliardi disponibili, cioè solo 11,7%, e questo è l’ingente danno economico di una classe politica che deve essere sostituita da una nuova classe dirigente portatrice di nuovi paradigmi con qualità e intelligenza.

I cittadini, autonomamente, possono unirsi e progettare direttamente una rigenerazione urbana di qualità e diventare protagonisti della transizione politica, economica e sociale. Esistono strumenti giuridici e finanziari ad hoc per avviare questo processo virtuoso.

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