Immaginare una Salerno migliore

All’interno del laboratorio politico “Salerno Partecipa” si sperimentano processi creativi e costruttivi dell’azione politica, ed il tema dell’ultimo incontro svolto (24 giu 2020) è stato quello di raccontare un’idea, un’immagine della Salerno che desideriamo, ogni partecipante ha espresso il proprio immaginario collettivo.

L’immagine collettiva, più o meno la somma dei desideri espressi, ci dice che i partecipanti, esprimendo la percezione soggettiva della città, riscontrano carenze e difficoltà nella città attuale, e sognano una politica diversa per trasformare la città in un luogo più conviviale attraverso la risoluzione dei problemi esistenti, ad esempio: migliorare la mobilità, svolgere la manutenzione degli spazi e del patrimonio pubblico ed affrontare le disuguaglianze territoriali fra i vari quartieri ove mancano ancora i servizi. Questa convivialità passa attraverso una corretta progettazione dello spazio pubblico al fine di avere più luoghi pensati per gli abitanti e non più per le automobili, ad esempio. L’immagine collettiva di questa città migliore, si ritiene possa essere realizzata anche attraverso il recupero del senso di comunità degli abitanti, ad esempio con azioni civiche e di gestione di spazi pubblici oggi trascurati dalla normale manutenzione. Un altro problema molto importante è l’emigrazione della fascia di età più creativa e produttiva, cioè i laureati che abbandonano il comune capoluogo; alcuni si sono trasferiti nei comuni limitrofi ove gli immobili hanno un prezzo ridotto, mentre altri hanno lasciato la Regione per cercare un impiego più soddisfacente. Infine si osserva che la città non è più dentro i confini amministrativi ormai obsoleti ma si è trasformata in un’area urbana estesa, ed è questa l’area vasta, lo spazio urbano che gli abitanti vivono quotidianamente, e che andrebbe pianificata correttamente con l’approccio bioeconomico. Se ci fossero più attività e funzioni creative e produttive, Salerno potrebbe diventare una città più aperta e inclusiva attraendo persone dall’estero, e questo incontro di culture diverse aiuterebbe lo sviluppo umano della nostra comunità, oggi poco dinamica e chiusa in sé stessa.

I temi posti all’attenzione sono complessi ma estremamente interessanti poiché l’esercizio di “Salerno Partecipa” stimola i partecipanti ad attivare una funzione intellettiva molto importante: la creatività e la progettazione, cioè questo laboratorio politico sperimenta modelli creativi di partecipazione attiva e proietta nel nostro cervello l’immagine di una città diversa, pensata anche dagli abitanti per gli abitanti. Questo processo è determinante per costruire una visione futura condivisa.

Le persone si incontrano, ognuna con il proprio bagaglio culturale, con le proprie idee, intorno a un tema, ed ognuno ha l’opportunità di intervenire per esprimere la propria visione. Conclusa la fase di condivisione è possibile aggregare le idee e costruire una visione comune. Le capacità analitiche e propositive, e la qualità delle stesse idee dipendono esclusivamente dalle competenze personali, ed ove manchi una conoscenza specifica un partecipante all’interno del gruppo, un esperto, può intervenire per correggere gli errori creando un percorso virtuoso di auto correzione. Nel tempo, idee e partecipanti possono trasformare l’utopia e l’immaginario in visiona politica creativa e costruttiva tesa a diventare opportunità di sviluppo umano, sociale, economico ed ambientale. La Politica con la “P” maiuscola.

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Correggere la disciplina urbanistica regionale

La disciplina urbanistica è giovane e complessa ma chiara nei suoi principi e nelle sue regole compositive; e allora c’è da chiedersi: perché in Campania non si costruiscono gli standard minimi previsti dalle leggi? E perché i Comuni non adottano piani fatti bene? Le ragioni sono note e drammatiche: in Italia il ceto dirigente scelse di favorire l’avidità degli interessi privati stimolati dai soldi delle rendite fondiarie, mentre nel corso dei decenni, sotto i colpi della speculazione, la disciplina urbanistica lentamente sparisce per essere sostituita da dannosi piani edilizi caratterizzati da privilegi e rendite parassitarie. Solo in alcune Regioni italiane, con una cultura urbanistica più radicata nella tradizione europea, si è potuto contenere il danno di piani fatti male ma l’indirizzo generale è la privatizzazione dei processi urbanistici, cioè sfruttare i piani locali per creare profitti privati con scelte politiche, senza merito. Tutto ciò negli altri Paesi è considerato stupido poiché i processi di urbanizzazione sono un’occasione dello Stato per incassare tasse utili a costruire la città pubblica, con criteri fiscali ben studiati e progressivi, cioè criteri più equi e corretti che indirizzano le rendite differenziali verso l’interesse generale. Gli altri Paesi non hanno rinunciato all’esproprio e all’uso del diritto di superficie, anzi questo criterio molto noto e vecchio, è tutt’oggi utilizzato nei processi di rigenerazione urbana mentre in anni recenti si sono sviluppate anche tecniche di tassazione delle rendite differenziali generate dai processi di trasformazione urbana.

Il piano urbanistico, preferibilmente attraverso la perequazione diffusa e non quella di comparto, crea un valore economico (rendita) per chi investe ma viene tassato affinché quel contributo generato dal processo di trasformazione urbana creato per scelta politica costruisca l’interesse generale (standard e servizi pubblici) prefigurato nel piano stesso e indicato dalla Costituzione. Il principio di questa tassa è noto e antico: i valori economici sono creati dal nulla per mezzo di una scelta politica e non dal merito individuale, pertanto è logico che lo Stato incassi questo valore da redistribuire attraverso servizi sul territorio previsti dal piano (standard). In Italia, in generale, oltre alla rinuncia dell’uso del diritto di superficie che impedisce di incassare la rendita fondiaria, nei processi di urbanizzazione, i privati pagano gli oneri di costruzione/urbanizzazione (una tassa) mentre non esiste una tassa sulla rendita differenziale. La scelta politica italiana è nota: favorire la privatizzazione di un profitto parassitario togliendolo allo Stato attraverso la deregolamentazione del mercato edilizio rinunciando alla corretta pianificazione urbanistica.

Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Le istituzioni italiane, i cittadini e il ceto dirigente possono sempre imparare, maturare e applicare la corretta disciplina urbanistica per aggiustare gli errori del capitalismo, e quindi si possono adottare piani ben fatti per restituire diritti a tutti come indicano la Costituzione e i principi generali della legge urbanistica nazionale, entrambe rimaste inapplicate in molte aree del territorio italiano.

Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni – 71 su 550 – hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano), oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale.

Ad esempio, la Regione Campania potrebbe approvare una corretta legislazione urbanistica imparando dalla storia e dall’approccio bioeconomico. La storia insegna quanto sia importante il ruolo pubblico nei processi di pianificazione, sia intervenendo con l’istituto dell’esproprio abbinato all’uso del diritto di superficie e sia proponendo aliquote progressive nei processi di rigenerazione urbana finalizzate a catturare adeguatamente le rendite differenziali create dalle scelte localizzative e dagli indici urbanistici. Inoltre, all’interno degli stessi piani, nei Paesi normali sono previste quote di mercato per i ceti economicamente più deboli (mixité sociale) dentro le zone consolidate e non ai margini delle aree suburbane o addirittura rururbane, come spesso accade in Campania, e non solo in Campania. Infine, sarebbe saggio adottare l’approccio bioeconomico che trasforma il modo di vedere le città, non più come merci di mera accumulazione capitalista ma sistemi metabolici costituiti da flussi di energia e materia in ingresso e in uscita, per correggere gli errori del capitalismo ed eliminare gli sprechi. L’approccio bioeconomico consente di stimolare la nascita di nuovi impieghi utili al territorio, dall’uso razionale dell’energia fino alla mobilità intelligente, dalla conoscenza scientifica delle risorse locali e il loro utilizzo, fino ai percorsi di autocoscienza dei luoghi per gli abitanti per scoprire e valorizzare il patrimonio storico e naturale (approccio territorialista).

Una seria legge urbanistica campana, oltre a creare efficaci sistemi fiscali per catturare la rendita, dovrebbe contrastare fenomeni sociali degeneranti molti noti: abusivismo e speculazioni edilizie. La Regione dovrebbe riconoscere i limiti culturali dei Comuni poiché spesso non adottano gli strumenti urbanistici, e intervenire con maturità per pianificare correttamente le aree urbane estese perché i confini amministrativi sono obsoleti mentre il ceto politico locale appare incapace di applicare le leggi. La Regione dovrebbe abbracciare il cambio di paradigma culturale e promuovere piani intercomunali bioeconomici favorendo un nuovo approccio, per far incontrare progettisti pianificatori con abitanti ponendo al centro, non solo la tutela del territorio che significa valorizzare le risorse locale, ma la rigenerazione urbana bioeconomica con processi di partecipazione popolare. E’ questa la direzione della maturità, fra l’altro in parte già avviata in alcune città europee che stanno realizzando ed hanno realizzato efficaci trasformazione urbanistiche con nuovi processi economici.

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Utopie che tornano

Salerno Master Plan costiero 1987
Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Sogni infranti che sono ancora vivi e realizzabili: nonostante Salerno nel corso della sua storia sia stata costruita dalla peggiore speculazione edilizia, negli anni ’80 seppe sognare e realizzare alcuni interventi di grande qualità urbana che ancora oggi consentono alle persone di potersi incontrare e godere di luoghi aperti e conviviali.

I progettisti urbanisti, architetti e ingegneri, sanno bene che i processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone condizionate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città, in termini di velocità e mezzo utilizzato. Oltre al Corso Vittorio Emanuele ed al lungomare Trieste riqualificati ed alcuni arredi urbani nella zona orientale, tutti interventi della prima Giunta di Sinistra, la cittadinanza non sa che quell’esperienza progettuale, solo in parte realizzata, fu interrotta e fu negata agli abitanti una grande opportunità per migliorare la propria qualità di vita, poiché l’Amministrazione approvò un master plan che riqualificava l’intero litorale cittadino con l’obiettivo di eliminare l’affollamento e l’inquinamento automobilistico su tutta la fascia costiera. In che modo? Il progetto di riqualificazione prevedeva, in molte fasce e zone costiere, di spostare il traffico veicolare delle auto nel sottosuolo e/o convogliarlo verso l’interno al fine di consegnare quello spazio (la fascia costiera) alla fruizione pedonale delle persone, che sono influenzate dalla percezione della luce, dai suoni, dagli odori, dalla velocità di movimento mentre si cammina. La migliore percezione della città è la velocità di movimento pedonale, per questo motivo il master plan aveva come priorità il pedone mentre svantaggiava l’automobile. In questo modo, cioè costruendo zone pedonali e nuovi arredi urbani lungo la fascia costiera si riusciva a cambiare il senso di appartenenza al luogo stesso, migliorandolo e aumentando la qualità della vita, rispetto agli spostamenti nei tragitti fra casa-studio, casa-lavoro e casa-spiaggia e mare. Il disegno urbano rimuovendo gli ostacoli fisici realizzava un’esclusiva ed efficace accessibilità delle persone al mare con servizi adeguati. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone si immaginò di progettare lo spazio urbano lungo la fascia costiera con criteri e materiali di qualità, cioè disegnare lo spazio pubblico aperto favorendo convivialità, socialità e persino sviluppo umano. In assenza di spazi pubblici si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti.

Inoltre esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani è determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Da questo punto di vista è importante individuare criteri per un’analisi degli spazi urbani scegliendo il punto di vista dell’uomo e il suo movimento e rilevando la presenza degli elementi per formaidea (valore/significato)funzione (uso, attività), tutto ciò è fondamentale per descrivere la realtà. Si utilizza il punto di vista dell’individuo che si muove in uno spazio in un determinato tempo ed in un determinato contesto socio-economico. I sensi attribuiscono un significato/valore allo spazio creando una percezione soggettiva dell’ambiente costruito che si svolge in tre fasi: la selezione degli stimoli, il giudizio e l’assegnazione di significato. Quindi c’è un’azione “meccanica” di riconoscimento di una sollecitazione e un’azione di “valutazione”, e ciò determina un condizionamento. Si tratta di un’interpretazione [l’analisi dal punto di vista dell’utente] determinante per il progetto al fine di immaginare luoghi idonei per le persone. Il progettisti sanno che la percezione soggettiva della forma dello spazio condiziona la qualità della vita, e alcuni elementi che creano il condizionamento sono: la distanza percepita; la varietà dei luoghi; la definizione dei tragitti preferenziali;  la percezione di barriere; la conoscenza dei luoghi; i punti di riferimento; il rapporto fra pieni e vuoti; il rapporto fra figura e sfondo; le visuali chiuse o aperte. Sono tutti elementi del disegno urbano che contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbanipiazze, e strade.

Oggi, l’Amministrazione pubblicizza altri progetti di riqualificazione della fascia costiera ma c’è una carenza culturale molto forte, non solo per l’evidente schiapiazzatura del genius loci locale da parte delle famigerate archi-star, ma perché questi progetti non pensano l’insieme della città e il rapporto con l’interno, ma si limitano a “interventi spot” in alcuni lotti, alcune zone, e pertanto non essendo parte di un tutto trascurano i problemi dell’inquinamento atmosferico causato dal traffico veicolare privato.

Un piano urbanistico di qualità progetta anche quello che si chiama in gergo “l’atterraggio del piano” (cioè quando il piano diventa architettura) determinato da un buon regolamento edilizio, e “l’attacco a terra” fra edifici e spazio pubblico, cioè lo spazio che vivono le persone: i marciapiedi, le panchine, il rapporto fra spazio privato e pubblico, la strada con le carreggiate e le piste ciclabili, i giardini e i giochi per i bambini, il verde di quartiere e le reti ecologiche.

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Il mercato immobiliare a Salerno

Il valore economico dei fabbricati è determinato da diversi fattori: dal contesto economico, sociale, politico e istituzionale, dalle caratteristiche della zona in cui sono ubicati (caratteristiche estrinseche) e dalle specifiche di ogni singola unità immobiliare (caratteristiche intrinseche, la manutenzione degli edifici). Le principali componenti del contesto economico, sociale, politico e istituzionale sono: le famiglie, le politiche territoriali (gli strumenti urbanistici), le politiche per la casa, le tecnologie dell’edilizia, le norme di sicurezza e il mercato (anche finanziario). Gli strumenti urbanistici rappresentano il quadro di riferimento circa l’uso del suolo (regole costruttive e mercato) mentre le politiche della casa e della locazione hanno una forte influenza sulle relazioni contrattuali, poi vi sono le politiche fiscali, e le tecnologie edili determinate dalla conoscenza storico-tecnica del momento e dal ciclo vita degli edifici circa l’obsolescenza naturale delle costruzioni, così come le norme che dettano nuovi standard qualitativi più alti, così da influenzare la progettazione e il valore degli immobili. I mercati finanziari e i fondi di investimento privati rappresentano un’opportunità di profitto sul mercato immobiliare e possono creare disastri come una recessione economica.

Osserviamo il caso salernitano: come in qualunque altra città italiana la storia, il territorio, e i processi economici determinano il mercato. La cultura tecnica e tecnologica del momento determina il patrimonio costruito, pertanto l’anno di costruzione è importante per stimare il fine ciclo vita, e ciò influenza il valore economico degli edifici (coefficiente di vetustà, coefficiente di obsolescenza). Le attuali caratteristiche intrinseche dei fabbricati realizzati molti decenni fa costituiscono un elevato rischio sismico (vulnerabilità), altresì insiste un’evidente obsolescenza tecnologica dell’involucro e degli impianti. Escludendo il centro storico realizzato in muratura, il patrimonio esistente consiste prevalentemente in palazzine multipiano, e determinati condomini si sono occupati e preoccupati dell’involucro, ma non dal punto di vista energetico e tecnologico, solo dal punto di vista estetico per limitare eventuali danni di caduta dei calcinacci. Restano insoluti temi determinanti quali il rischio sismico e l’auto sufficienza energetica che sfrutta le fonti alternative, e questo tema riguarda anche il patrimonio pubblico, coinvolto anch’esso dalla vetustà degli edifici e dalla loro obsoleta funzionalità tipologica poiché sono mutati gli standard e i bisogni dell’Amministrazione. Oltre a questi aspetti tecnici, il mercato salernitano si caratterizza per una totale deregolamentate delle rendite di posizione, impropriamente determinate e influenzate da ignoranza e speculazioni. Ad esempio, è noto che un mercato urbano correttamente pianificato crea una rendita differenziale, poiché aree ben servite (uffici postali, servizi di trasporto, teatri, biblioteche, centri culturali…) determinano maggiore valore economico rispetto ad aree periferiche prive di standard. Questa normale prassi valutativa è molto più complicata da determinare e valutare quando una città è costruita dalla speculazione edilizia (di fatto il mercato immobiliare salernitano dovrebbe avere bassi prezzi), ma le agenzie immobiliari giocano molto sull’ignoranza delle persone puntando comunque ad un rialzo ingiustificato dei prezzi. Perseguendo consuetudini viziose e improprie, l’Amministrazione salernitana sceglie di trascurare noti e vecchi problemi, e prosegue la strada obsoleta e dannosa dell’ideologia di mercato, pertanto gli strumenti urbanistici sono molto deboli dal punto di vista culturale, cioè lo strumento adottato è un “piano” edilizio (non un piano urbanistico) che non tutela adeguatamente ambiente e ceti economicamente più deboli, e danneggia lo stesso mercato immobiliare. Il piano edilizio del Comune capoluogo, oltre che mal dimensionato da un’analisi sbagliata, si caratterizza per un’estrema deregolamentazione del mercato preferendo la contrattazione privata degli strumenti attuativi, assecondando esigenze e capricci degli speculatori, o di qualunque investitore desideroso di sfruttare la rendita immobiliare.

Dal punto di vista sociale ed economico, il territorio salernitano è fra i meno dinamici d’Italia per una significativa carenza di un tessuto produttivo diversificato e con alto valore aggiunto, e questo produce due note conseguenze: (1) un’importante tasso di disoccupazione 17,2% (2019) (in Provincia di Salerno gli inattivi sono 330.000, 2019), (2) ed una povertà relativa ed assoluta altrettanto importanti. In Campania la percentuale di famiglie povere è passata dal 19,5% nel 2016 al 24,9% nel 2018, mentre il 48,7% non riesce a fronteggiare a spese impreviste (2018), nel Sud il 52% delle famiglie considera un carico oneroso le spese per l’abitazione. Un altro dato drammatico sottovalutato dalle istituzioni, che preferiscono l’ideologia del mercato, è l’emigrazione dei giovani della fascia 18-39 anni verso il Nord e l’estero, sia per formarsi e sia per il lavoro. Emigrazione, disoccupazione e povertà si riflettono sul mercato immobiliare con un’evidente calo della domanda di alloggi a prezzo di mercato. Da questo punto di vista insiste un’anomalia abbastanza evidente circa il piano edilizio adottato dall’Amministrazione: la continua immissione sul mercato di nuovi alloggi a prezzo di mercato. La povertà incide anche sul mercato delle ristrutturazioni edilizie. Bisogna tener presente la trasformazione delle struttura urbana salernitana che di fatto è una città estesa di circa 300 mila abitanti dentro il Sistema Locale del Lavoro. Il Comune capoluogo oltre ad essersi contratto (calo demografico) ha perso le sue attività manifatturiere ed industriali, ma questa trasformazione è trascurata dagli strumenti di pianificazione a scala comunale.

Edifici uso Salerno
Fonte dati ISTAT.
Edifici a Salerno
Edifici in Provincia di Salerno per tipologia costruttiva e anno di costruzione, fonte Ptcp 2012.

L’urbanistica, com’è noto, si occupa di risolvere problemi concreti realizzando servizi per tutti gli abitanti, cioè eliminando disuguaglianze territoriali e offrendo spazi e luoghi urbani di qualità per assecondare i bisogni delle persone e sostenere lo sviluppo umano di tutti. La storia urbanistica salernitana insegna che la città fu costruita dalla peggiore speculazione edilizia realizzando disuguaglianze e distruzione della natura, oggi il contesto urbano è ancora caratterizzato da problemi insoluti perché mai affrontati adeguatamente (cattiva morfologia urbana dovuta al fenomeno della disomogeneità e interventi spontanei [speculazione], affollamento e alti carichi urbanistici nelle zone consolidate con carenza di standard, dispersione urbana…). Alla fine degli anni ’80 del Novecento vi sono stati alcuni interventi di arredo urbano che hanno migliorato lo spazio pubblico, ma le zone consolidate non sono state coinvolte da piani di rigenerazione. Il centro storico è in parte abbandonato, e numerosi quartieri sono ancora privi degli standard minimi previsti dalla legge urbanistica nazionale. In questo contesto urbano insistono disuguaglianze volutamente trascurate; quali sono le categorie favorite e privilegiate, e quali categorie sono trascurate e danneggiate? I privilegiati sono talune famiglie che vivono di rendite parassitarie realizzate durante i processi speculativi (anni ’50 – ’80 del Nov.; anni ‘10), poi vi sono i promotori immobiliari, gli investitori e i gestori immobiliari mentre la maggioranza delle famiglie e le associazioni sono trascurate, persino espulse, così come sono trascurate le esigenze delle cooperative edilizie relegate ai margini dell’area urbana, su suoli meno “importanti”, ed a volte scollegati dall’agglomerato esistente, determinando nuovo sprawl urbano. Anche numerose lottizzazioni private sono state localizzate fuori l’agglomerato urbano, spesso sulle colline, contribuendo a distruggere risorse naturali, e sono sprovviste di servizi. Persino il Comune stesso e gli Enti pubblici, cioè il bene comune, sono danneggiati delle scelte politiche del Consiglio comunale poiché il territorio salernitano è ancora privo di un distretto degli uffici comunali, provinciali e regionali, e ciò significa che le attività di servizio pubblico sono svolte in spazi impropri (pagando una rendita parassitaria) e inadeguati rispetto agli attuali standard che richiedono sicurezza, accessibilità, comfort e risparmio energetico.

La più recente attività edilizia si è concentrata molto nelle aree suburbane periferiche con alcuni interventi dentro le zone consolidate volti a riempire i vuoti urbani, mentre si è trascurata la rigenerazione urbana dell’esistente. Il piano edilizio ha indirizzato gli investimenti privati nella costruzione di nuove palazzine multipiano secondo gli standard attuali, mentre la popolazione salernitana diminuiva di circa il 18%, ed in cambio di questi affari privati non è stata costruita la città pubblica contravvenendo ai principi elementari della pianificazione e della convivenza civile. L’assenza di urbanistica produce fenomeni degenerativi molto noti che peggiorano la qualità della vita degli abitanti, mentre un mercato immobiliare viziato da ignoranza e incompetenza, miete vittime anche nel mondo del costruzioni, riducendo il numero di operatori sul territorio. Dal punto di vista capitalistico, i piani edilizi hanno favorito la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi soggetti: costruttori, immobiliaristi, developers. A Salerno, tal volta le figure coincidono, determinando l’esistenza dei peggiori soggetti sul mercato, poiché progetto, costruzione e vendita coincidono in un unico soggetto, favorendo un corto circuito di conflitti di interessi a danno degli acquirenti per l’assenza di figure di terze (progettista e direttore dei lavori) capaci di controllare e garantire la qualità dell’edificazione.

L’inadeguatezza nel costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi pubblici adeguati, scuole, uffici pubblici …) ha due fattori: uno nazionale e riguarda la mancata riforma urbanistica che imitava i meccanismi europei; e uno regionale, cioè una legge urbanistica carente poiché non realizza gli obiettivi della perequazione diffusa (in Campania esiste solo quella di comparto) e pertanto mancando questa strategia gli operatori privati non concorrono tutti insieme nel realizzare obiettivi pubblici per costruire standard mancanti nelle zone consolidate. A conferma di tutto ciò l’Amministrazione salernitana ha acquisito gratuitamente suoli ma non ha realizzato servizi pubblici. Chiunque conosca praticamente il fare urbanistica sa bene che un aspetto determinante dell’attuazione di un piano è superare il problema della parcellizzazione dei suoli (le diverse proprietà immobiliari) per realizzare il disegno del piano. Com’è noto, il disegno urbano coinvolge le differenti proprietà immobiliari e la prassi tradizionale è stata l’espropriazione dei suoli, ma nei decenni più recenti i Comuni vi hanno rinunciato per ragioni economiche, ma di fatto hanno trascurando la qualità del disegno urbano. Tecnici e giuristi hanno inventato la cosiddetta perequazione urbanistica nel tentativo di costruire la città nonostante la carenza di risorse pubbliche, tutto ciò mentre si realizzava un’Italia federale, e così la prassi urbanistica ha sviluppato processi eterogenei e diversificati, tutto in base alla cultura e alla sensibilità delle istituzioni locali ma realizzando disuguaglianze territoriali a danno degli abitanti. In Campania non c’è un’adeguata cultura urbanistica fra le istituzioni, la consuetudine diffusa è quella di scaricare il processo di lottizzazione ai soggetti privati, i quali si organizzano legittimamente nel presentare piani attuativi sui comparti edificatori. A Salerno, si è andati ben oltre l’ignoranza urbanistica poiché il piano edilizio muta in base ai capricci degli immobiliaristi.

Lo stesso livello di inadeguatezza si riscontra in tutta l’area urbana estesa salernitana, poiché a volte le piccole amministrazioni seguono i cattivi esempi di quelli più grandi, mentre altri piccoli comuni sono persino sprovvisti di strumenti di regolazione del suolo e dell’attività edilizia, ed in assenza di controlli i criminali si sentono liberi di agire illegalmente, favorendo il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio.

Agenzia entrate Salerno fasce OMI
Agenzie delle entrate, quotazioni immobiliari per zone territoriali omogenee (OMI).

Sin dall’inizio (metà Ottocento e inizio Novecento), con l’esplosione delle città i tecnici progettisti si impegnarono nel costruire un paradigma culturale di riferimento: la disciplina urbanistica. I problemi sopra accennati [mercato immobiliare] furono discussi pubblicamente e affrontati con soluzioni tecniche e giuridiche, prima immature e poi sempre più affinate ed adeguate.

Un ruolo particolare per lo sviluppo dell’urbanistica e della bellezza ebbero le esposizioni internazionali (Parigi 1889, Chicago 1893, Parigi 1900) e i primi congressi dell’Art Public (Bruxelles 1898, Parigi 1900, Liegi 1905, Bruxelles 1910) ove si parla anche di protezione della bellezze naturali e dei monumenti storici e della costituzione di commissioni preposte alla loro tutela. La prima esposizione generale sulle città si svolge a Dresda nel 1903 che raccoglie i primi piani regolatori delle città tedesche ponendosi quesiti sulle politiche di edilizia e fondiaria, sulle tipologie, le lottizzazioni e gli aspetti estetici e finanziari. Nel 1910 presso la Town Planning Conference della scuola di Civic Design di Liverpool viene posto il problema degli standard e della loro utilizzazione per la redazione di uno schema di piano, e presso l’Esposizione Internazionale di Berlino poi trasferita a Düsseldorf, tra il 1910 e il 1912, si pose il tema di proporre in forma paradigmatica una diversa prassi di piano; tutto ciò fu occasione per le amministrazioni pubbliche e per i politici di apprendere tecniche di attuazione concreta. In queste sedi si pose l’accento sui problemi della rendita fondiaria, della rendita parassitaria, della parcellizzazione dei suoli e dei bisogni dei cittadini.

Il fenomeno della rendita era notissimo, per questo motivo molti Paesi scelsero l’azione pubblica regolatrice del mercato urbano (acquisto dei suoli e concessione del diritto di superficie). Anche il Regno d’Italia prima, e la Repubblica italiana dopo, ma per periodi molto brevi, hanno voluto regolare il mercato urbano ma non l’hanno fatto con gli stessi strumenti tecnico-giuridici delle altre Nazioni. La borghesia liberale italiana ha sempre influenzato le scelte economiche dei piani per assicurarsi il profitto delle rendite fondiarie e la strumentalizzazione delle rendite differenziali. Nell’approccio italiano, la deregolamentazione del mercato urbano è rendita parassitaria per creare privilegi capitalistici. In altri Paesi europei l’approccio è stato diverso, non che la borghesia non si sia avvantaggiata, ma ha avuto la sensibilità di non distruggere le risorse locali seguendo i consigli della tecnica urbanistica e offrire adeguati rapporti fra spazio pubblico e privato. La rendita non si può cancellare ma si può governare e così, i capitali privati sono indirizzati e controllati per costruire un mercato che non danneggi l’interesse generale, tutto ciò anche a tutela degli investitori privati che possono legittimamente costruire secondo le previsioni dei piani, ma ben fatti. I processi di urbanizzazione sono adeguatamente pianificati attraverso corretti disegni urbani: le attività edilizie sono tassate efficacemente con concessioni di diritto di superficie, recupero del plus valore fondiario ed aliquote sulle rendite differenziali, al fine di costruire la città pubblica, insomma l’opposto dei privilegi costruiti in Italia. Questo passaggio finale di natura economica e fiscale è determinante: nei Paesi normali, il processo di urbanizzazione ha un sistema di tassazione molto più raffinato, più giusto e più equo poiché in maniera proporzionale e progressiva le rendite differenziali dell’attività edilizia sono tassate e questi contributi fiscali determinano la base economica per la costruzione delle città pubblica (scuole, servizi, verde…). Lo Stato (in altri Paesi), prima di tutto, non ha rinunciato all’esproprio e all’uso del diritto di superficie, e poi il piano urbanistico, attraverso la perequazione diffusa, e non  quella di comparto, crea un valore economico (rendita) per chi investe ma viene tassato affinché quel contributo del processo di trasformazione urbana costruisca l’interesse generale prefigurato nel piano stesso. Il principio di questa tassa è noto e antico: i valori economici sono creati dal nulla per mezzo di una scelta politica e non di merito individuale, pertanto è logico che lo Stato incassi questo valore da redistribuire attraverso servizi sul territorio previsti dal piano. In Italia, in generale, oltre alla rinuncia dell’uso del diritto di superficie che impedisce di incassare la rendita fondiaria, nei processi di urbanizzazione i privati pagano gli oneri di costruzione (una tassa) e non esiste una tassa sulla rendita differenziale. La scelta politica italiana è nota: favorire la privatizzazione di un profitto parassitario togliendolo allo Stato attraverso la deregolamentazione del mercato edilizio rinunciando alla corretta pianificazione urbanistica.

Salerno e il programma di fabbricazione del 1954
Il principale sviluppo urbano pianificato a Salerno, Programma di fabbricazione del 1954 e poi Piano Marconi del 1958.

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Un disegno urbano per Salerno 5. Verde di prossimità

Nei precedenti interventi ho narrato di possibili scenari progettuali nella città estesa salernitana, in questo episodio approfondiamo aspetti di qualità del disegno urbano, cioè dello spazio pubblico. Molte amministrazioni europee, da diverso tempo, stanno adottando disegni che aumentano le dotazioni dei servizi culturali e del verde di prossimità: due standard estremamente carenti nella città estesa salernitana. Negli episodi precedenti ho evidenziato ciò che è noto a qualunque architetto e ingegnere che studia la città, Salerno è stata costruita male affinché poche famiglie potessero arricchirsi senza lavorare (rendite parassitarie), ed oggi ereditiamo un agglomerato urbano decisamente drammatico. Per limitare i danni di un passato immorale e delittuoso, come molti progettisti sanno bene, è fondamentale avviare programmi di diradamento edilizio con un piano intercomunale bioeconomico per progettare biblioteche di quartiere e il verde di prossimità. Un caso paradigmatico su tanti è da prendere come esempio: Londra. Negli anni della ricostruzione Londra intervenne con ampi programmi di rigenerazione urbana nell’inner city e negli anni recenti l’Amministrazione ha implementato la progettazione e la costruzione dei servizi di prossimità e di vicinato, concentrandosi in maniera proficua sul verde locale nelle politiche cittadine per offrire maggiore fruibilità, rimuovere problemi di insicurezza e di degrado urbano. l’Inghilterra, uno dei Paesi guida per la progettazione urbanistica e per i processi di rigenerazione urbana, continua a migliorare i propri spazi urbani. Nonostante la corretta progettazione dei decenni precedenti attraverso il modello della cellula urbana, l’Amministrazione londinese continua a ripensare e riprogettare gli spazi residui osservando anche i dettagli dello spazio pubblico. Londra ha promosso la strategia degli “open space” (Open Space Strategy, OSS) come spazi di valore per la collettività recuperando quelli abbandonati e riutilizzati in forma rinnovata. Il verde locale è un elemento di progettazione dello spazio pubblico considerato un fattore determinante nel disegno urbano. E’ interessante l’esperienza londinese poiché usa l’habitat urbano e il verde locale per creare reti, e pensando al territorio salernitano, dal Pctp 2012 possiamo osservare com’è possibile valorizzare e unire le reti ecologiche portando in città il verde locale rendendolo fruibile. Dobbiamo ricordare, ahimé, le scelte politiche comunali sbagliate che hanno fatto l’esatto opposto attraverso lo sprawl, cioè palazzine che consumano suolo agricolo localizzate in aree disperse recando danno al verde esistente ed ai cittadini stessi, che vivono senza servizi di vicinato. A Londra lo strumento dell’OSS viene usato per raccogliere l’opinione dei cittadini in un sistema informatico e coordinando i programmi settoriali, l’analisi della struttura socio-economica, le scelte progettuali da favorire circa le tipologie di spazi verdi, il disegno degli spazi, gli usi preferenziali, l’accessibilità pedonale, le dotazioni, gli orientamenti circa la gestione, i criteri di valutazione del successo degli interventi. Riferendoci al nostro contesto è chiaro che l’OSS dovrà essere conforme al PUC e al Ptcp, ma sappiamo che il PUC ha serie criticità per l’assenza di un adeguato disegno urbano e condizionato dai processi speculativi, pertanto un OSS che progetta verde di prossimità può essere uno strumento dal basso che cambia il PUC stesso, ma in coerenza con gli obiettivi del Ptcp che chiede di ampliare i servizi ecosistemici. La strategia salernitana può essere quella suggerita dal Pctp, e cioè che dalle colline parte il verde, scende verso l’agglomerato urbano e crea reti, insieme ai corsi d’acqua naturalizzati, e questa progettazione necessita indubbiamente di demolizioni selettive per restituire spazi di collettività, all’interno dei quali inserire servizi pubblici come le biblioteche di quartiere. I volumi demoliti possono essere ricostruiti nelle aree abbandonate, che sono numerose dentro l’area estesa salernitana, e tali volumi saranno ricostruiti con corretti criteri di composizione urbana restituendo alta qualità della vita per gli abitanti (mixité funzionale e sociale). L’esperienza londinese insegna che in questo modo, dalla città si è potuta costruire una rete verde collegata a quella metropolitana.

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Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Ptcp 2012, rete ecologica e rischio ambientale.
Salerno bellezza contro bruttezza
Scenario con diradamenti edilizi sui suoli della speculazione per restituire spazio alla natura.

Architettura e pianificazione per lo sviluppo umano

Architettura e pianificazione urbana e territoriale sono espressioni di una cultura in divenire che appartengono al sapere tecnico e più in generale all’uomo. Qui, nel meridione d’Italia e in Campania, c’è necessità impellente di una classe dirigente responsabile e civile che riprogrammi politiche pubbliche socialiste finalizzate alla creazione di nuovi impieghi, per contrastare due fenomeni prioritari innescati dalle disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento): l’emigrazione di risorse umane vitali, e il calo demografico favorito proprio dall’assenza di lavoro e dall’assenza di redditi dignitosi. La fragilità economica del Sud è la conseguenza o l’effetto di scelte politiche molto precise: concentrare risorse in un’area (pianura padana) innescando il sottosviluppo in un’altra (il meridione). Qualunque civiltà umana ha usato architettura e pianificazione per porre le basi fisiche dello sviluppo umano, e nell’epoca moderna queste discipline sono usate per rigenerare i territori e la vita stessa degli abitanti, per creare nuove condizioni di civiltà e nuova occupazione utile ma tutelando il patrimonio storico e naturale depauperato da scelte politiche sbagliate, e da una nota e diffusa crisi di tutto l’Occidente condizionato dal paradigma culturale dominante, e cioè il nichilismo capitalista. La Storia dovrebbe insegnarci quanto sia importante l’architettura, ed è sufficiente passeggiare nei nostri centri storici per osservare la bellezza intorno noi, ma questo non basta, è evidente. La realtà economica salernitana è drammaticamente poco dinamica, quasi ferma, per l’assenza di una classe dirigente capace e responsabile, che dovrebbe osservare i fenomeni di degrado con un adeguato filtro culturale e poi proporre soluzioni efficaci. In generale il meridione è penalizzato anche dal pensiero politico dominante, perché è questo che ha creato aree di sottosviluppo e disuguaglianze territoriali. Lo scopo del capitalismo è il profitto fine a sé stesso ma questo si crea mercificando e sfruttando ogni cosa (persone, natura …) trascurando diritti e ambiente, ciò è noto ma è altrettanto sottovalutato da una società, la nostra, ormai annichilita e regredita. La nostra classe dirigente (istituzioni politiche, università, imprese, professionisti …) dovrebbe essere coesa, di fronte ai drammatici problemi che si concentrano al Sud, per programmare investimenti corretti attraverso il filtro culturale della bioeconomia che sa interpretare il territorio e dare risposte concrete ai problemi occupazionali e ambientali. Nel Sistema Locale salernitano c’è una carenza di imprenditori coraggiosi, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nel senso che sono troppo pochi gli imprenditori illuminati, così come c’è una carenza quantitativa di imprese che possa assorbire la domanda di lavoro degli abitanti.

Hammarby Stoccolma
Il quartiere Hammarby di Stoccolma, coinvolto da un immenso progetto di rigenerazione urbana: 204 ha di superficie territoriale, 25.000 abitanti insediati con una densità abitativa territoriale di 141 ab/ha, e una densità fondiaria di 397 ab/ha. Costo dell’intervento 4,5 miliardi di euro. Il Comune sfrutta il diritto di superficie e sono state coinvolte imprese e cooperative.

Le istituzioni politiche dovrebbero costruire luoghi e spazi per favorire lo sviluppo di attività stimolanti e creative, cioè quelle attività capaci di ripensare le attuali agglomerazioni industriali al fine di offrire, alle generazioni presenti e future, impieghi utili per sé stesse e per il territorio. Cooperare è necessario (anziché competere) al fine di ripensare l’organizzazione territoriale e costruire quei servizi indispensabili per eliminare le disuguaglianze territoriali, consentendo a tutti di scegliersi un percorso di crescita individuale connesso a un impiego dignitosamente retribuito, per svolgere un’esistenza piena e stimolante. Questa dovrebbe essere la normalità, ma l’inciviltà nega diritti essenziali ai meridionali. Dovrebbe essere noto, ma non lo è: il meridione è regolarmente penalizzato dallo Stato poiché non ridistribuisce le risorse della fiscalità generale in maniera equa e saggia, anzi in assenza di una cultura politica socialista non crea investimenti nei territori più deboli, che abbisognano di maggiori risorse degli altri, proprio per eliminare quelle incivili disuguaglianze economiche e sociali create dall’ideologia capitalista liberista e da classi dirigenti inadeguate. Il Sud è il territorio che ha le maggiori potenzialità di creare nuova occupazione utile, per l’alto tasso di disoccupazione e per l’assenza di infrastrutture, di servizi e per la necessità impellente di conservare e recuperare un immenso patrimonio storico-culturale e naturale.

Il mainstream svolge un ruolo distruttivo e pessimistico narrando soprattutto i difetti dei meridionali, costantemente additati, discriminati, fino al punto che taluni meridionali sono convinti della propria condizione di “inferiorità”, poiché si è allevati all’interno di un ambiente autolesionistico condizionato dai media, e persino dal sistema educativo-scolastico. La disuguaglianza, non solo è materiale ma è psicologica. Non so quanti Paesi occidentali abbiano esempi e casi di una disuguaglianza economica programmata così distruttiva e così accanita nei confronti di una sola area geografica, fino a rendere quell’area, predata e colonizzata (nell’accezione colonialista del termine). Una cultura politica costituzionale può rompere sia gli schemi mentali [autolesionistici] e sia la consuetudine razzista [vedasi il partito della Lega, e la ex DC che ha creato la disuguaglianza territoriale] che non investe le risorse pubbliche ma le sottrae a chi ne ha diritto (il famigerato calcolo diseguale basato sul criterio della spesa storica e non sui livelli minimi pro-capite).

Noi meridionali dovremmo iniziare da noi stessi e dal territorio. Prima da noi stessi poiché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione del Sud, uscendo da una condizione psicologica inutile e dannosa, e invertire il flusso negativo di giovani laureati verso altri Sistemi Locali, ma questa inversione si realizza dando opportunità a chi le chiede, quindi rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento e favorendo il merito, l’impegno e l’entusiasmo di molti giovani che intendono sperimentare sul campo le proprie conoscenze. Dobbiamo studiare per conoscere meglio e osservare il territorio, per interpretarlo correttamente partendo dall’identità storica, dai valori ambientali e naturali, dall’impiego di tecnologie utili ai nostri scopi e dai luoghi da rigenerare, come del resto accade in molti altri territori, e sta accadendo anche al Sud ma non in tutto il meridione. L’approccio bioeconomico è quello più saggio per osservare i nostri Sistemi locali, le aree urbane estese e quelle rurali, per interpretarli tutti come sistemi metabolici. Osservando e interpretando, possiamo legittimamente costruire un programma politico volto a creare occupazione nuova e utile, attraverso la rigenerazione del nostro ambiente urbano e rurale, e nel farlo possiamo costruire un consenso mirato a cambiare la guida locale dei governi (perché fino ad oggi tale guida ha trascurato le disuguaglianze). Elaborando programmi, piani e progetti possiamo concretamente utilizzare, e direi legittimamente, le risorse pubbliche finora negate a vantaggio di altri territori ma a nostro danno.

I Sistemi Locali capaci di attrarre risorse umane e finanziare usano correttamente architettura e pianificazione, e lo fanno da sempre col meccanismo virtuoso che, nel corso dei decenni, hanno saputo affinare conoscenze e pratiche amministrative gestionali in continua evoluzione innescando una grande competitività. Il cuore di questo meccanismo virtuoso sono le università usate in maniera appropriata e cioè creare conoscenze utili al territorio, e non conoscenze fini a stesse e asfittiche, si tratta di conoscenze e saperi strettamente collegati al profitto, all’utilità sociale e ambientale del territorio. Le università sono collegate alle imprese e viceversa, ma secondo un indirizzo politico istituzionale molto preciso: concentrare ricchezza (risorse umane e finanziarie) sul territorio. Questo meccanismo è talmente sviluppato che i Sistemi Locali più competitivi hanno innescato un processo vizioso e non più virtuoso, poiché favoriscono nuove e maggiori disuguaglianze territoriali a danno dei Sistemi rimasti indietro e condannati alla marginalità, si pensi alle aree rurali. Solo un intervento nazionale può correggere consuetudini viziose e dannose attraverso programmi, piani e progetti nei Sistemi Locali privi di adeguati investimenti pubblici-privati. Il meridione soffre più delle altre aree geografiche poiché è schiacciato dalla notissima disuguaglianza fra Nord contro Sud, ma a questo si aggiunge la competitività negativa fra aree urbane e aree rurali in stato di abbandono, che favorisce anche fenomeni di dissesto idrogeologico. Nel Sud non potrebbe andrebbe peggio, ed è per questo che probabilmente è l’unica area ove ci sono grandi potenzialità, tutt’oggi non sfruttate, per creare lavoro utile cominciando ad applicare la Costituzione (che non è un’opinione ma un obbligo) e costruire questi standard minimi previsti dalle norme e mai costruiti. La normalità sarebbe una rivoluzione.

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Breve storia del consumo di suolo a Salerno

Processi speculativi, forme urbane e città estesa

Per comprendere una “storia” del consumo di suolo [agricolo], è necessario conoscere lo sviluppo storico e le regole giuridiche dell’urbanistica con gli interessi politici ed economici dei ceti sociali più forti, inoltre bisogna riconoscere quali obiettivi legittimi e meno legittimi si celano dietro la crescita fisica delle città. Senza comprendere il capitalismo urbano non si riesce a capire perché cresce l’espansione urbana in Occidente, perché oggi crescono meno (sotto il profilo demografico) i grandi centri mentre i Comuni limitrofi a essi crescono (fisicamente e demograficamente) e si uniscono saldandosi per costituire nuove “città estese”, “reti di città”, “città di città”, e persino “città regione”. In tutto il mondo assistiamo al superamento della popolazione urbana rispetto a quella rurale, e in Asia si saldano fra loro megalopoli di milioni di abitanti. Queste città sono sistemi complessi che chiedono ingenti flussi di energia e materia, creando enormi impatti ambientali, economici e sociali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. Attraverso i piani regolatori generali, i Consigli comunali regolano lo jus aedificandi (diritto a edificare) cioè incidono sul diritto e sul valore della proprietà pubblica e privata dei suoli e degli immobili; individuano gli standard; determinano la qualità di vita degli abitanti; determinano l’impatto ambientale delle attività antropiche; determinano i servizi sociali e culturali; la sicurezza; l’uso dell’energia e la mobilità. Lo jus aedificandi è slegato dalla proprietà, ed appartiene allo Stato che ne regola l’uso attraverso una concessione: il permesso di costruire. Comprese le regole e i diritti, siamo in grado di individuare le responsabilità politiche circa il governo del territorio: i Consigli regionali che scrivono leggi urbanistiche e soprattutto i Consigli comunali che adottano i piani regolatori generali ma approvati dai Presidenti di Regione.

Dal punto di vista della politica, il consumo di suolo agricolo assurge a tema di discussione pubblica solo negli anni recenti, quando la consapevolezza dello spreco di risorse finite raggiunge un’importanza e una sensibilità popolare; nonostante le contraddizioni del capitalismo fossero note sin dalla sua nascita (Karl Marx), e nonostante la notissima pubblicazione de “Limiti alla crescita” del 1972 (tradotto in italiano in “I limiti dello sviluppo“). Nel 1971 Georgescu-Roegen pubblica la legge dell’entropia nei processi economici, ed evidenzia con calcoli matematici tutti gli errori della funzione di produzione capitalista perché non tiene conto dell’entropia. Georgescu-Roegen crea la bioeconomia, cioè una nuova funzione della produzione basata sui flussi con la possibilità di misurare gli sprechi e i danni ambientali delle attività produttive per eliminarli. Questo approccio consente di osservare le città come sistemi metabolici con flussi di energia e di materia in ingresso e in uscita, ed è questo l’approccio culturale per eliminare anche il consumo di suolo agricolo.

Nonostante l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società, la classe dirigente dominante aderisce all’ideologia capitalista che vede le città attraverso il filtro esclusivo dell’economia, così tutto diventa merce da comprare e vendere. Le città sono considerate strumenti di accumulazione del profitto privato, e nel farlo si realizzano impatti ambientali a partire dalla prima rivoluzione industriale del ‘700 che impiega le “nuove” tecnologie sfruttando le fonti fossili. Nell‘800 con l’acuirsi dei problemi sanitari e col crescere dell’urbanesimo, nasce la scienza dell’urbanistica (Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, 1867) come tecnica per risolvere problemi concreti. I primi suggerimenti nascono dalle utopie socialiste come la città giardino (1898) di Howard, oppure l’approccio pragmatico di Cerdà (piano di Barcellona, 1859) che immagina un’uguaglianza spaziale. La disciplina urbanistica è giovane, e la sua tecnica offre numerosi spunti di riflessione per risolvere i problemi d’igiene urbana innescati dall’industrialismo, basti pensare alla creazione delle reti infrastrutturali dei servizi (reti fognarie, idriche, elettriche, strade). La pianificazione ha evidenti implicazioni economiche e sociali poiché regola l’uso del suolo della proprietà privata e pubblica. Nei processi politici di trasformazione urbana si evidenziano i conflitti determinati dalla rendita, e la soluzione migliore è che sia lo Stato a incassare la rendita fondiaria; si riconosce il fatto che il disegno urbano determina l’economia delle città e degli abitanti. Le implicazioni economiche sono attenzionate dalle classi dirigenti che, spesso, decidono di usare la tecnica urbanistica per esaudire gli interessi della borghesia dominante, piuttosto che favorire l’interesse generale utile allo sviluppo umano creando servizi per tutti i cittadini, eliminando le disuguaglianze e tutelando l’ambiente. Nella gestione della città emergono due approcci opposti: il primo liberale che favorisce il cosiddetto libero mercato e l’altro socialista basato sul ruolo attivo dello Stato e sulla pianificazione.

Il caso paradigmatico di trasformazione urbana che crea enormi vantaggi economici agli investitori, e anche grandi debiti, è quello della Parigi (1852-1870) di Haussmann, e questo approccio di trasformazione farà scuola in tutto l’Occidente, sia sotto il profilo tecnico (diradamenti, allineamenti, rettifili) e sia sotto il profilo finanziario attraverso società ad hoc e investimenti bancari, ma soprattutto attraverso lo sfruttamento della rendita fondiaria e immobiliare. Gli effetti economici della pianificazione urbanistica appaiono chiari ed evidenti, e così dal 1865 il modello Haussmann suggerisce a Monsignor de Mérode di guidare un suo progetto di rinnovamento per Roma, si tratta di un’attività speculativa da lui perseguita acquistando terreni e costruendo edifici e palazzi in vista della conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, del nuovo ruolo della capitale d’Italia, che Roma avrebbe assunto e del prevedibile arrivo massiccio di popolazione. Ecco spiegati in pochi passaggi gli interessi privati che hanno come effetto anche il consumo di suolo.

In Europa, nel Novecento, si diffonde l’approccio liberale [keynesiano] ma avrà implicazioni più o meno socialiste, cioè nella maggior parte delle città europee si conserva il ruolo pubblico dello Stato come regolatore degli interessi generali, da un lato le classi dirigenti locali riservano per sé stesse i suoli più appetibili, e dall’altro lato lo Stato promette di costruire abitazioni popolari [Piano Fanfani, 1949 e piano INA-Casa] per tutelare i ceti economicamente più deboli; questo approccio resterà il principale punto di riferimento fino agli anni ’80 del Novecento.

La letteratura classifica tre generazioni di piani in base ai periodi storici: piani di ricostruzione post bellica (anni ’40-‘50), piani dell’espansione (e riformisti) degli anni ’60 e ‘70, e i piani della trasformazione urbana (anni ‘80). Fra i temi di discussione ci sono tutti i problemi principali delle città: il corretto dimensionamento, il recupero, i servizi e l’ambiente. Nel 1933, Il Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna produsse la cosiddetta Carta di Atene che individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privato, servizi, distanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

In queste concezioni il consumo di suolo agricolo avrà diverse implicazioni, poiché il corretto dimensionamento dei piani urbanistici è prerogativa determinante per ridurre gli impatti ambientali delle attività antropiche. Gli eccessi dimensionali in direzioni opposte creano inquietudine urbana, ad esempio città troppo dilatate consumano suolo mentre città troppo compatte congestionano e affollano gli spazi urbani.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 del Novecento, l’Occidente intero sceglie l’approccio neoliberista che riduce il ruolo pubblico dello Stato deregolamentando anche la pianificazione urbanistica per favorire la concentrazione capitalista nelle mani degli investitori privati, che orientano le scelte politiche locali secondo scopi precisi. Di fatto, la pianificazione e il disegno urbano perdono di significato.

La crisi ambientale favorita dal capitalismo neoliberista raggiunge livelli insostenibili circa trent’anni fa, mentre continuano scelte contraddittorie fra trasformazioni urbanistiche che aumentano gli spazi di relazione, e trasformazioni urbanistiche condizionate da processi speculativi che distruggono valori e risorse. Le istituzioni politiche assistono in maniera passiva all’esplosione delle città trasformatesi in reti e sistemi di flussi, e costringono gli abitanti e le generazioni presenti e future economicamente più deboli a vivere in spazi urbani degradati e abbandonati. In Italia, i danni per l’assenza della corretta disciplina urbanistica sono realizzati in quasi tutte le città, e ciò accade soprattutto nei centri minori dove c’è carenza di cultura nel ceto politico dominante.

Salerno la forma urbana
Elaborazione personale su Carta Tecnica Regionale.

Nel caso salernitano, la storia urbana insegna che la città attuale, escludendo il centro storico, è costruita fra gli anni ’20 e ’80 col susseguirsi di piani e disegni approvati ma non rispettati, modificati, edulcorati, poiché l’Amministrazione, di volta in volta, asseconda gli interessi particolari della borghesia locale che ha saputo imporre la propria volontà orientando gli scenari progettuali, tutto ciò per indirizzare la rendita fondiaria e immobiliare verso il profitto privato. Nei primi decenni del Novecento sino agli anni ’80, la crescita fisica della città, e quindi il consumo di suolo agricolo è ampiamente giustificato dalla crescita demografica. La popolazione residente salernitana nel 1871 era di appena 27.000 abitanti, nel 1932 arriva a 70.000 abitanti. A questa crescita bisognava rispondere con la costruzione della città e si pose il problema del finanziamento degli interventi.

Salerno, cartografia IGM
Cartografia IGM.

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione avrebbe potuto usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di ampliamento, 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di ampliamento, 1934). La proposta di Moscati fu ignorata.

Dall’Unità d’Italia al ventennio fascista, e fra le due guerre, l’Amministrazione approva piani regolatori di ampliamento: nel 1915 (Regno d’Italia, Cav. Avv. Francesco Quagliariello) gli ingg. Donzelli-Cavaccini consegnano il piano regolatore del nuovo rione orientale che non sarà rispettato, poi nel 1934 (Comm. Avv. Mario Jannelli, Podestà) l’ing. Camillo Guerra si vede approvato il piano regolatore di ampliamento della città e spostamento della ferrovia, anche questo non sarà realizzato; nel 1936 (Avv. Manlio Serio, Podestà) gli archh. Alberto e Giorgio Calza-Bini si vedono adottato il piano regolatore e di risanamento, e nel 1945 l’arch. Alfredo Scalpelli, vedrà adottato il piano di ricostruzione. Dal secondo dopo guerra si realizzano i piani che consumo maggiormente suolo agricolo.

Nel 1954 (Conte Dott. Lorenzo Salazar, Commissario prefettizio), l’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione elabora un vasto programma di fabbricazione che sarà utilizzato per il futuro piano regolatore generale. Infine, il Piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna) è lo strumento urbanistico che prevede il maggior consumo agricolo nella storia urbana della città, e raddoppia gli abitanti fino a raggiungere circa 160.000 abitanti. Negli anni ’80 Salerno raggiunge un picco massimo di circa 183.000 abitanti. Nel 2019, il Comune di Salerno ha 133.364 residenti (dati ISTAT).

La storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati ISTAT e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo, e dal punto di vista meramente quantitativo, attraverso Google è possibile misurare la crescita fisica programmata dai piani approvati. La forma urbana è condizionata dalla complessa orografia del territorio: le colline, il fiume Irno e gli altri corsi d’acqua, e il mare, sono elementi che determinano l’originalità della struttura salernitana, oltreché ovviamente dai piani. Il centro storico salernitano costruito abbarbicato sul colle Bonadies assume una forma organica intricata e compatta a grana grossa che ricorda gli insediamenti islamici, si sviluppa fino alla marina e misura 40,5 ettari; la prima espansione moderna misura 98,6 ettari (piano Donzelli-Cavaccini, 1915) cioè quella che si riferisce al Corso G. Garibaldi, via Dalmazia, via Nizza, via dei due Principati, e costituisce una forma compatta con tessuto reticolare. Il piano Calza-Bini (1936) programma una crescita di 177, 8 ettari circa; e il famigerato piano Marconi pianifica un’espansione di 396,9 ettari (dalla misura sono escluse le aree produttive e industriali). Calza-Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958), sono i piani che costruiscono la città che viviamo oggi, compresi i processi speculativi sulle colline, così come la zona orientale di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – dove troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, ciò compromette l’aggregato edilizio per il fenomeno della disomogeneità. Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari (solo quelle costruite poiché mancano quelle pianificate), e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi). Sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente.

Salerno dispersione urbana
Salerno, interventi di edilizia (anni ’60 – ’10) pubblica e privata localizzati in periferia e sulle colline, spesso non integrati nell’agglomerato urbano esistente (dispersione urbana).

La misura precisa di come fu costruita la città venne accertata nel 1974 da progettisti incaricati dal Comune, e divenne nota a tutti quando consegnarono lo “Studio preliminare” che misurò la carenza di servizi minimi nella “Relazione dell’elaborato intermedio” del 1979. Lo studio misurò lo standard esistente di Salerno in 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab), e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (piano Calza-Bini, 1936) quando la manualistica prescrive 300 ab/ha; pertanto i progettisti salernitani suggerirono il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (periferia). Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

Salerno città della rendita 02
Salerno, zona Carmine.
Salerno città della rendita 01
Salerno, Pastena e Mercatello; il fenomeno della disomogeneità dell’aggregato edilizio.

Dal punto di vista della cultura urbanistica, i piani che hanno costruito fisicamente la città (Calza-Bini e Marconi) sono lo specchio dell’isolamento culturale del regime fascista che scartò idee e disegni tipici delle utopie socialiste, dalla garden city (Donzelli-Cavaccini) alla città a misura d’uomo progettata secondo la composizione dell’unità di vicinato (Neighborhood Unit). Salerno vive due contraddizioni: una città compatta [elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali] che favorisce relazioni di prossimità ma estremamente affollata, congestionata e senza servizi, ed un’alta dispersione urbana sulle colline, altrettanto prive di servizi; si tratta del peggior consumo di suolo poiché è stato distrutto un patrimonio naturale che crea inquietudine urbana e inquinamento. Alti valori degli indici di accentramento e densità di abitazioni indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

Salerno Copenaghen
Confronto fra un insediamento intenzionale e un aggregato edilizio spontaneo e disomogeneo.

Sotto il profilo del consumo di suolo bisogna riconoscere che i piani Calza-Bini e Marconi hanno costruito una città eccessivamente compatta, congestionata, e che pertanto la corretta composizione urbanistica suggerisce di ridistribuire i carichi, di fatto consumando altro suolo. Nel caso salernitano, il problema del consumo si può risolvere solo osservando attentamente la nuova struttura urbana estesa attraverso un censimento delle aree già urbanizzate ma abbandonate; perché sono queste le superfici che possono essere interessante da trasferimenti di volumi volti ad abbassare i carichi nelle zone consolidate, e disegnare nuove urbanità.

Dal punto di vista economico e sociologico, i cittadini pagano il danno degli interessi privati particolari contro l’interesse generale e quindi l’assenza di un corretto disegno urbano capace di organizzare lo spazio pubblico per favorire standard minimi come il verde di quartiere, parcheggi, e servizi culturali necessari per lo sviluppo umano. Osservando la storia cittadina, i problemi urbani ed edilizi di Salerno appaiono come una costante discussione politica ma inconcludente perché la classe dirigente non ha il coraggio di adottare soluzioni radicali ma corrette, come ad esempio la rigenerazione urbana bioeconomica. A partire dagli anni ’20 si parla di diradamento edilizio e recupero nel centro storico, fino al 1974 quando a Salerno si svolge il “Convegno Nazionale sulla politica dell’intervento pubblico nei centri storici del Mezzogiorno” dedicando ampio spazio all’opportunità dei programmi di recupero urbano, e denunciando «la crescita disordinata e sregolata del tessuto urbano», così la denuncia della «distruzione di una zona urbana di notevole importanza» e l’abbandono dei giardini nel centro storico, così denunciò Roberto Napoli, Presidente dell’Associazione Risanamento Centro Storico, che sperava e auspicava una partecipazione popolare.

A seguito del DM 1444/68, il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilì di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) l’affidamento ai progettisti salernitani i quali produssero studi, indagini e individuarono la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. Nel 1978 (Sindaco Ravera) con delibera n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, si decise di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambiò rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti segnalarono il fatto che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

La legge urbanistica nazionale risale al 1942 mentre il DM 1444/68 collegato ad essa descrive chiaramente gli indirizzi della pianificazione. Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore è, prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Ad esempio, per le zone consolidate uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, ma a Salerno sono stati approvati piani attuativi che fanno l’opposto, aumentano i carichi urbanistici favorendo nuovi congestionamenti nelle zone consolidate, già prive di standard minimi. Ancora oggi servirebbe un diradamento edilizio nelle zone consolidate costruite dai processi speculativi al fine di recuperare standard minimi mancanti, ma l’Amministrazione trascura la corretta disciplina urbanistica, così come fra gli anni ’30 e gli anni ’80 si scelse di realizzare piani edilizi speculativi che favorirono gli interessi dei costruttori a danno della collettività. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, ma continua l’espansione fisica della città. Il fenomeno della contrazione è innescato dal capitalismo perché la globalizzazione neoliberista favorisce le agglomerazioni industriali nei paesi emergenti e nell’Asia. La classe dirigente locale assiste al fenomeno senza pensare un nuovo piano, e così il Comune centroide decresce mentre quelli limitrofi crescono fino a saldarsi fra loro e con Salerno: nasce la città estesa salernitana nell’inerzia e nell’indifferenza totale del ceto politico. I salernitani della nuova struttura urbana vivono e consumano un territorio di area vasta, ma non esiste né l’Amministrazione che lo amministra efficacemente e né un corretto piano circa il governo del territorio, ad esempio un piano intercomunale bioeconomico.

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Salerno area urbana estesa
Salerno e le sue conurbazioni.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo.

Salerno città estesa

Da alcuni anni l’ISTAT riconosce e osserva i Sistemi Locali del Lavoro (SLL), cioè aree funzionali caratterizzate dal pendolarismo quotidiano degli abitanti casa/lavoro. Il SLL salernitano è costituito da 17 Comuni, e nel 2015 all’interno del rapporto La nuova geografia dei Sistemi Locali, l’ISTAT descrive anche il consumo di suolo interno a queste aree funzionali affermando che «le forme e la consistenza dello sviluppo urbano, spesso non sufficientemente governato, si traducono in ampie parti del territorio in consistente consumo di suolo», e il SLL salernitano è classificato con un’incidenza di massima pressione, cioè il valore più alto. All’interno del SLL salernitano vi è la struttura urbana estesa costituita da 11 Comuni con una popolazione complessiva di 302.388 abitanti su un’estensione territoriale di 272,4 Km2.

ISPRA geoviewer consumo di suolo Salerno
Consumo di suolo nella città estesa salernitana, fonte ISPRA.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò significa che al consumo di suolo agricolo del comune salernitano si aggiunge il consumo di suolo agricolo dei centri minori, quella che da circa venticinque anni è la saldatura fisica dei comuni fra loro stessi. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano. La risposta concreta allo “stop del consumo di suolo” è il cambio di scala amministrativa per adottare un unico piano urbanistico intercomunale rispetto alla nuova struttura costituita dagli 11 comuni saldati fra loro, e quindi compiere il censimento di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzare (evitando nuove espansioni) per adottare un disegno urbano con caratteristiche bioeconomiche, cioè rigenerare il patrimonio edilizio esistente e dimensionare i servizi dei circa 300 mila salernitani (11 comuni).

Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio e quindi arrestare il consumo di suolo agricolo: la risorsa non rinnovabile che consente di alimentarci e di vivere.

Nel 2006 la Commissione europea adotta una “Strategia generale per la protezione del suolo” caratterizzata dai princìpi guida della prevenzione, conservazione, recupero e ripristino della funzionalità del suolo, ma nel 2014 viene ritirata. Il legislatore italiano propone disegno di legge 86/2018 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate” in corso d’esame presso la Commissione, e il disegno di legge 164/2018 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”. Ad oggi, l’unico modo per fermare processi auto distruttivi del territorio è quello di cambiare i paradigmi culturali della società approdando su un nuovo piano culturale, per pianificare con l’approccio territorialista bioregioni urbane e piani regolatori che non prevedono nuove espansioni.

Salerno prima e dopo

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Fermare il consumo di suolo a Salerno

ISPRA geoviewer consumo di suolo Salerno
ISPRA Geoviewer, consumo di suolo nella città estesa salernitana.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

Com’è possibile fermare il consumo di suolo agricolo? Eliminando le aree di espansione urbana negli strumenti urbanistici ma utilizzando quelle già urbanizzate, e nell’area urbana salernitana è possibile censire tutte le zone sottoutilizzate e abbandonate. Tutt’oggi manca la visione culturale e politica circa un corretto governo del territorio che riconosce la struttura urbana estesa e adotta l’approccio del matabolismo (bioeconomia). Sindaci e Consigli comunali dovrebbero creare un ufficio di piano ad hoc per coordinare e avviare lo studio di un piano urbanistico intercomunale che dimensiona correttamente i servizi per circa 300 mila abitanti salernitani. I Consiglieri comunali hanno trascurato questa opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerazione l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate, evitando di consumare suolo agricolo.

Salerno consumo di suolo SLL
Elaborazione personale su dati ISPRA, 2017.

La città estesa salernitana si connota per le per proprie caratteristiche territoriali e infrastrutturali ed è necessario adottare un piano per correggere gli errori della mentalità capitalistica che ha condizionato le scelte politiche locali, finora incapaci di leggere attentamente i fenomeni e stimolare nuove opportunità di impiego per le persone, costrette ad emigrare e vivere un’agglomerazione urbana che volge al suo fine ciclo vita. Alcune scelte hanno realizzato interventi di riqualificazione, mentre altre di mera speculazione edilizia dentro le zone consolidate, e infine l’ambiente costruito è lasciato all’abbandono con l’aumento del rischio sismico per l’età degli edifici. Avendo una visione bioeconomica per la “città estesa” possiamo migliorare la vita degli abitanti e programmare il riuso, il riutilizzato, la rifunzionalizzazione degli edifici, con l’inserimento di attività e funzioni finora mancanti dentro la struttura urbana. Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. La disuguaglianza territoriale fra Sistemi Locali è evidente ma è responsabilità sia dello Stato e sia di Sindaci e Consiglieri comunali, inadeguati rispetto ai valori della Costituzione. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a se stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il piano può adottare tecniche anti-sprawl negli interventi di rigenerazione urbana.

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presentazione tesi Salerno 07
Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.

Utopia concreta

Piano delle identità
Piano delle identità, fonte Ptcp 2012.

L’utopia è la forza creativa che stimola la costruzione di una società migliore, per rimuovere le disuguaglianze, favorire lo sviluppo umano e tutelare l’ambiente. Nel corso dei secoli si sono avuti numerosi esempi di utopie, alcune realizzate, talune costruite parzialmente e molte altre rimaste inattuate. Lo sviluppo più acuto dell’utopia concreta si ebbe nel secolo Ottocento, poiché il capitalismo mostrava a tutti, non solo le enormi disuguaglianze economiche e sociali, ma anche i danni ambientali ed i gravi problemi d’igiene urbana. Da quel periodo in poi nascono numerose soluzioni tecnologiche per rimuovere i problemi di insalubrità nelle città inquinate, mentre si realizzano numerose contraddizioni per le disuguaglianze economiche e sociali. Nel nuovo millennio restano i problemi economici, sociali, ambientali con un aumento delle disuguaglianze per la prevalenza della religione capitalista, e per l’assenza di una corretta programmazione economica indirizzata e coordinata dallo Stato, che rinuncia ai propri poteri per favorire il disordine sociale creato dal famigerato libero mercato.

All’interno della periferia economica europea, cioè il Mezzogiorno d’Italia, la complessa struttura urbana salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) ha tutti i sintomi di un corpo malato che sta morendo lentamente sotto l’inedia e l’inerzia della propria classe dirigente. Questi alcuni fenomeni: la contrazione demografica del comune centroide (Salerno), l’inquinamento, l’inquietudine urbana, la dispersione (sprawl), il consumo di suolo agricolo, la carenza di standard minimi e il disordine urbano (disomogeneità degli agglomerati edilizi), e infine: l’assenza di un adeguato piano intercomunale. Dal punto di vista socio-economico: emigrazione verso il Nord e l’estero, alto tasso di disoccupazione (17,2%), alto numero di inattivi (330.000, dato provinciale) e disuguaglianze economiche e di riconoscimento. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio; un’analisi dello stesso è anticipata nel Ptcp 2012. Per avviare un piano ispirato all’utopia concreta, il comune centroide può legittimamente stimolare la nascita di un piano bioeconomico intercomunale rispetto alla struttura urbana estesa (11 comuni) perché questa è la nuova città consolidatasi da almeno due decenni. Sono tutti salernitani gli abitanti di questa struttura urbana estesa dove si consumano, si sviluppano e si mobilitano due stili di vita contrapposti: l’individualismo e il comunitarismo; ed è questa l’area dei flussi fisici e dei flussi virtuali. La realtà delle relazioni (i flussi), ripeto: consolidatesi da almeno due decenni, rende del tutto obsoleto l’attuale livello delle amministrazioni comunali perché questi confini sono fuorvianti, inutili e persino dannosi rispetto all’intensità dei flussi e delle relazioni degli abitanti che vivono e consumo un suolo di area vasta. La realtà urbana dovrebbe essere amministrata da un unico comune, ma nell’attesa che avvenga il cambio di scala, le attuali amministrazioni possono avviare lo studio del piano intercomunale con approccio bieconomico per offrire occasioni di sviluppo umano applicando la sostenibilità forte.

Pianificazionearchitettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone, che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

SLL Salerno istat 2017

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