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Archive for the ‘cultura’ Category

Qual è il senso di una sinistra politica che deve evolversi? Qual è il cambiamento desiderabile? Partendo dal presupposto realista che, la nostra epoca è governata dal capitalismo neoliberista, dovremmo porci dubbi e riflessioni su come uscire da questo piano ideologico, poiché visibilmente produce violenze di ogni genere, comprese le guerre, crea disuguaglianze e distruzione degli ecosistemi. Tutto ciò non è opinabile ma la cruda realtà che dura da secoli. Il conflitto culturale fra liberalismo e socialismo, è stato ampiamente vinto dal liberalismo. Nel nuovo millennio osserviamo che non esistono programmi politici di sinistra, e tanto meno progetti culturalmente nuovi; anche i soggetti politici che millantano da circa vent’anni di auto definirsi di sinistra, quando sono stati al Governo, hanno applicato l’agenda politica strutturale dei neoliberisti attraverso parole d’ordine come riformismo, crescita e competitività. Di questa certezza politica, ormai esiste un’ampia letteratura, e il forum sulle disuguaglianze scrive una breve analisi sulle scelte politiche fatte dai partiti, che a partire dagli anni ’80, abbracciando il liberalismo, favorirono l’aumento delle disuguaglianze riducendo il ruolo pubblico dello Stato sull’economia: (1) la rottura, con il WTO, del compromesso keynesiano post-bellico; (2) il forte rafforzamento, sempre con il WTO, del controllo (via brevetti) sul capitale immateriale; (3) l’abbandono dell’obiettivo di contrastare il ciclo economico; (4) l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e il disconoscimento dei sindacati; (5) l’indebolimento di tutti gli strumenti di tutela e regolamentazione della concorrenza nei mercati. In Italia, in modo particolarmente grave osserviamo che non esiste un partito politico capace di parlare e comunicare la visione politica bioeconomica; nel nostro ambiente non esiste ceto politico che immagina un’evoluzione sociale pensando alla prosperità ma egualitaria, come sognavano gli utopisti socialisti nell’Ottocento. In quest’epoca di decadenza, e purtroppo ciò accade da circa vent’anni, la maggioranza degli elettori italiani se ne frega di impegnarsi attivamente costruendo soggetti politici democratici, così utilizza il momento del voto non per esprimere una scelta costruttiva ma per punire chi li ha governati. E’ questo il nostro paradosso espressione dell’inciviltà. Una cultura politica di sinistra, osservando la decadenza, dovrebbe porsi questi obiettivi a breve termine: stimolare la nascita di nuovi impieghi (piani industriali) e tutelare i diritti dei lavoratori; migliorare il reddito attuale; ridurre le disuguaglianze; garantire la prima casa; e migliorare la sicurezza; e dovrebbe farlo ripristinando il ruolo pubblico dello Stato.

Marx, una volta spiegato il capitalismo nella sua essenza e nei suoi drammatici effetti sociali, suggeriva ai proletari e ai lavoratori di appropriarsi degli strumenti del capitale, sia per controllare la società e sia per ridistribuire la ricchezza ai molti, al fine di prevenire le disuguaglianze. Ridistribuendo il capitale la sinistra vuole consentire a tutti di scegliere un percorso di sviluppo umano. Oggi sappiamo bene che la maggioranza degli individui non sa chi sia Marx, e tanto meno sa cosa sia il capitalismo, questa è la più grande vittoria dell’élite che ci governa, la seconda vittoria l’ha ottenuta eliminando la democrazia nel senso più ampio del termine. Ad esempio, non esistono partiti democratici per selezionare classe dirigente attraverso il merito; mentre i cosiddetti partiti anti sistema, o populisti, sono espressione della più becera invidia sociale favorendo i mediocri al governo delle istituzioni. I mediocri sono burattini, ovviamente, etero guidati dall’esterno, cioè dalle imprese e dalla solita élite degenerata interessata a conservare lo status quo. In quasi tutto l’Occidente, ritroviamo i mediocri al potere, questo fenomeno degenerativo è lo specchio di una società decadente. All’interno di questa decadenza sparisce la cultura e quindi la sinistra, perché la maggioranza degli elettori non ha più coscienza di classe, non ha coscienza di Sé. Gli oppressi votano per gli oppressori. L’evoluzione tecnologica ha favorito la nascita di una nuova società capitalista che accumula capitali senza i lavoratori, nel caso della finanza, mentre le imprese tradizionali svolgono attività nelle zone economiche speciali sfruttando la schiavitù. I capitalisti hanno vinto su due piani strategici: il primo è stato raggiunto psico programmando gli ex partiti di sinistra, snaturandoli, facendoli contribuire insieme alla destra, nel disegnare una zona neoliberista, cioè l’UE, e il secondo piano, è stato quello geopolitico scavalcando i diritti umani presenti in Occidente, semplicemente delocalizzando le attività; così la sinistra politica è stata semplicemente spiazzata, estromessa dal terreno gioco spostato altrove. Gli effetti più perversi di questa trasformazione sono stati: (1) la sostituzione della democrazia rappresentativa col modello feudale e (2) l’aumento delle disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Alla fine di questo processo di trasformazione sociale, gli individui hanno reagito di pancia e tutt’oggi reagiscono emotivamente votando per un ceto politico a dir poco inadeguato e autoreferenziale, facilmente controllabile dalla solita élite.

Cosa si può fare di fronte alla decadenza? Le persone civili possono usare il metodo democratico per fare politica, ed è auspicabile stimolare il dialogo, l’ascolto, per favorire la costruzione di una visione politica bioeconomica. Nel costruire percorsi e laboratori politici si può divulgare una cultura politica bioeconomica, e formare nuova classe dirigente attraverso il sacrificio e il merito. In ambienti civili accade tutto ciò, cioè agli attuali partiti violenti e prevaricatori ci si oppone con altruismo e meritocrazia, alla società decadente dei mediocri ci si oppone con spirito di sacrificio e con la cultura, per favorire i talenti e la costruzione di una nuova società, proprio come suggerivano gli utopisti socialisti.  Il famoso progresso civile, da ciò i progressisti, non si trova sul piano ideologico capitalista ma sul piano bioeconomico. Se da un lato è necessario introdurre il socialismo in Occidente al fine di applicare valori costituzionali, come la piena occupazione e l’ampliamento dei diritti civili, è necessario che la Repubblica e/o lo Stato territorializzi attività e funzioni nei luoghi depredati dalla globalizzazione neoliberista. Solo investendo in progetti sostenibili possiamo creare occupazione utile per ridurre le disuguaglianze sociali e di riconoscimento, aumentate dalle politiche neoliberiste, ed oggi particolarmente concentrate nel meridione d’Italia.

Se in Italia ci fosse un ceto politico intelligente, sicuramente accoglierebbe le analisi territoriali dei pianificatori che attraverso la geografia umana interpretano correttamente la società e il territorio. Da molti anni le strutture urbane sono mutate, e i vecchi confini amministrativi degli Enti locali sono del tutto obsoleti e dannosi, per questo motivo molti suggeriscono un cambiamento di scala. Poi è necessario interpretare il territorio con la visione territorialista (collana Territori della FUP) che suggerisce sistemi di bioregioni urbane, e infine portare la bioeconomia nelle strutture urbane. In Italia, abbiamo le conoscenze e gli specialisti per ricostruire un equilibrio fra persone e territorio, e favorire la prosperità degli insediamenti umani, ma il ceto politico è completamente autoreferenziale e psico programmato dall’élite degenerata che ha abbracciato il neoliberismo. Il territorio è un bene comune che può essere gestito in maniera razionale, e gestendolo in questo modo si crea occupazione utile. La terra, la città e la montagna sono risorse che suggeriscono politiche di sviluppo locale, riducendo la dipendenza dalla globalizzazione neoliberista. Leggendo la geografia delle disuguaglianze territoriali, il ceto politico ha l’obbligo di programmare investimenti pubblici, si tratta di politiche pubbliche socialiste, poiché solo uno Stato civile ha interesse nel ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento) si concentrano nelle periferie, nelle piccole città e nei territori rurali. Chi vive in questi spazi urbani e in questi territori si vede sempre più escluso poiché mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, e le famiglie sono a rischio povertà. Le disuguaglianze sociali e di riconoscimento sono quelle a maggiore impatto politico, poiché quando il ceto politico ha scelto il liberalismo, eliminando l’azione dello Stato nell’economia, ciò ha favorito il degrado sociale e ambientale, e questo processo ha innescato sentimenti di rabbia e frustrazione fra i ceti meno abbienti, alimentando un corto circuito di inciviltà come l’apatia politica e l’isolamento culturale. La disuguaglianza di riconoscimento agisce sul disvalore delle persone, isolandole, negando loro opportunità di lavoro e di dignità. In una società culturalmente autoreferenziale come quella italiana, le élite tendono ad escludere gli altri per auto conservarsi. Tendenzialmente, le classi dirigenti locali adottano il modello sociale feudale, costringendo le nuove generazioni a emigrare pur di inseguire, giustamente e legittimamente, i propri sogni di realizzazione sociale. La disuguaglianza di riconoscimento distrugge valori sociali e i territori. Questo è il degrado innescato dalle politiche neoliberiste ed è molto diffuso in Occidente; ha avuto la conseguenza di favorire la nascita di soggetti politici populisti, autoritari e violenti, poiché hanno sfruttato e sfruttano i risentimenti negativi delle persone nei confronti delle istituzioni politiche, e si sono inseriti nel tessuto sociale raccogliendo enormi consensi elettorali.

La risposta politica corretta è il socialismo poiché usa lo Stato, cioè applica l’interesse pubblico, nel programmare, pianificare e progettare i servizi ove mancano, e riorganizza funzioni e attività nelle agglomerazioni industriali per creare lavoro utile sfruttando le nuove tecnologie. La letteratura socio-economica mostra che la scelta politica di applicare lo slogan liberale di Smith, il famigerato laissez faire, ha fatto concentrare la ricchezza nelle mani di pochi aumentando la povertà e diffondendo la schiavitù. La Repubblica prevede la democrazia economica e ciò significa consentire ai cittadini di controllare le funzioni strategiche dei nostri territori. Nel 2018, il nostro ceto politico è talmente cinico, irresponsabile e inadeguato che finge di ignorare valori e principi socialisti, preferendo speculare sull’ignoranza funzionale delle masse, chi per narcisismo, per spirito di auto conservazione, chi per ignoranza, chi per idiozia, chi per ambizioni personali e chi per avidità. L’assurdo del nostro Paese in grande crisi di moralità, è che troviamo forti disuguaglianze di riconoscimento proprio nel contesto politico, e così gli elettori preferiscono condurre al potere figure politiche, a volte squallide, inesperte e incapaci, lasciando fuori dalle istituzioni persone più meritevoli e capaci.

L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini.

Campania Zone Urbane Vaste

Fonte immagine: Andrea Spinosa.

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Nel contesto sociale decadente in cui viviamo, è d’obbligo essere ottimisti se intendiamo alzarci al mattino e vivere in maniera serena. Detto ciò non dobbiamo cadere nelle facili illusioni o farci abbindolare dagli imbonitori. Possiamo contrastare le illusioni ingannevoli solo con una coscienza sveglia e con la curiosità da saziare con la cultura. La recessione che stiamo subendo grazie all’inconsistenza di una classe dirigente e la nostra ignoranza funzionale ha reso le comunità meridionali ancora più fragili. Buona parte del Nord Italia non si è neanche accorta della recessione, e continua a trarre vantaggi economici e sociali dalla disparità geografica, costruita a partire dalla guerra di annessione. La maggior parte delle agglomerazioni industriali sono allocate al Nord – è una volontà politica storica – e le merci sono acquistate dal Sud. Il numero di famiglie fragili è decisamente aumentato nel mezzogiorno, ed è aumentato il numero di famiglie in povertà relativa che corrono il rischio di ricadere nella soglia di povertà assoluta individuata dall’ISTAT. Di fronte a questa catastrofe sociale i nostri Governi non hanno fatto assolutamente niente, così come le classi dirigenti locali. L’aspetto più drammatico è che non esiste un soggetto politico autorevole, libero, e capace di immaginare un piano industriale per uscire dalla recessione, per stimolare e creare occasioni di lavoro aggiustando i danni causati dal capitalismo. Al dramma culturale e politico si aggiunge quello delle associazioni di impresa, poiché neanche Confindustria ha la capacità di promuovere una politica industriale nazionale visto che sfrutta la delocalizzazione neoliberale. Le ragioni dovrebbero essere ovvie, osservando gli interessi economici delle imprese, esse accumulano capitali riducendo i costi (salari e tasse) e suggerendo le scelte a Parlamenti e Governi, che adottano leggi e regole neoliberali sulle zone economiche speciali e sull’immorale mondo off-shore per non pagare le tasse. Quando si fa una scelta di campo molto precisa, come ha fatto la classe dirigente occidentale a favore della religione capitalista, allora si cancellano anche le identità dei popoli, e l’agire degli individui si orienta all’avidità, lasciando spazio al nichilismo che inebria le persone trasformandole in individui, in merce.

Quando un popolo smarrisce se stesso delega la conduzione delle istituzioni a individui altrettanto nichilisti e corrotti. Le istituzioni politiche esprimono i capricci dello spirito del tempo: il capitalismo, che oggi orienta le scelte globali di tutto il pianeta. Il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale sia povera e che viva in condizioni di degrado e disagio, è solo la conseguenza della religione capitalista che si nutre del sottosviluppo forzato di alcune comunità da sfruttare (risorse, aree periferiche).

Da sempre le tecnologie hanno modificato la società e l’uso delle risorse. Il vero paradosso è che la nostra società millanta di essere democratica quando nella realtà è divenuta neofeudale, ove i rapporti sono prevalentemente neomercantili e di vassallaggio, innescando un aumento immorale di diseguaglianze sociali ed economiche. La contraddizione è che di fronte a una società feudale, i cittadini potrebbero utilizzare le tecnologie per ribaltare lo status quo ma non lo fanno. La struttura sociale gerarchica neofeudale è evidente: l’élite finanziaria (banchieri, manager e taluni imprenditori) accumula ingenti capitali senza lavorare e sfruttando la schiavitù, mentre usurpa le risorse limitate del pianeta. Osservando l’aumento della concentrazione della popolazione nelle aree urbane e valutando le tecnologie a disposizione, le comunità potrebbero ridurre e persino annullare la dipendenza dal sistema globale neoliberale orientato dall’élite degenerata, ma non lo fanno. Ignoranza funzionale delle masse e l’assenza di una coscienza di classe sono due fattori che favoriscono lo status quo, e per invertire la tendenza decadente sono necessarie risorse umane e culturali specializzate ma sostenute economicamente. Per favorire la nascita di una società più civile, ci vogliono due condizioni: un sostegno economico costante nel tempo e un gruppo di cittadini preparati, cioè culturalmente formati e capaci di aggregare talenti, per favorire un cambiamento virtuoso nel proprio ambito locale. E’ difficile che si trovino queste due condizioni insieme, poiché spesso mancano stimoli e interessi sinceramente democratici, che favoriscono i meritevoli e capaci. La politica richiede virtù come altruismo, impegno e sacrificio costanti nel tempo, mentre una società individualità e nichilista non è capace di ripristinare la democrazia. La speranza è che le persone risveglino una coscienza umana per investire risorse nel dialogo democratico finalizzato a cambiare la società attuale.

Da alcuni decenni i robot, sostituendo l’uomo, costituiscono le fasi di trasformazione, assemblaggio e produzione delle merci. Oggi l’evoluzione robotica e l’intelligenza artificiale consentono ai manager delle multinazionali di controllare i sistemi produttivi e sostituire l’uomo in ogni attività lavorativa (eliminando altri costi come i salari) non solo manuale, ma anche intellettuale. Stiamo vivendo l’epoca ove la tecnica avvia il processo di sostituzione dell’uomo in ogni attività, e di fronte a ciò non esiste un soggetto politico che si ponga dubbi, limiti e cambiamenti per favorire lo sviluppo umano risolvendo le disuguaglianze crescenti anziché inseguire l’avidità dell’élite degenerata. Probabilmente ancora non ce ne siamo accorti ma col trascorre del tempo e con l’aumento dell’astensione durante le gare elettorali, le istituzioni politiche hanno perso il loro significato democratico rappresentativo, sia nella forma e sia nella sostanza, in quanto le decisioni sono spesso a sostegno del capitale e non della felicità dell’essere umano. Il capitalismo ha già eliminato la democrazia, ma fingiamo che non sia vero cadendo in una società illusoria, una finzione. Di fatto l’innovazione tecnologica e la religione capitalista, entrambe invenzione dell’uomo, hanno cancellato la politica e l’umanità stessa. Sembra che i presagi dei romanzi di Isaac Asimov e dei film come Terminator e Matrix, ove le macchine controllano l’umanità, rappresentino il presente di oggi. Ciò è riscontrabile persino nel mondo finanziario visto che gli algoritmi matematici orientano le sorti delle borse telematiche, e le loro scelte condizionano le sorti dei popoli, a vantaggio delle scommesse e dei giocatori.

Tutto ciò, ovviamente, non ha alcun senso visto che la vita sul nostro Pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso delle risorse, ma nonostante questa osservazione banale, la nostra classe dirigente esegue ordini dalla religione capitalista, convinta che non esista un piano ideologico migliore. E’ una credenza espressione di opportunismo e convenienza, poiché nello status quo c’è chi ha potere e sta meglio rispetto agli altri, che sono sfruttati e tenuti in ignoranza e povertà.

I media nostrani si limitano a riportare le idiozie rilasciate dalla classe dirigente decadente, ma dovrebbero discutere di fine e uscita dal capitalismo per programmare la prosperità per tutti i popoli. Per uscire dall’epoca della stupidità è necessario stimolare la saggezza ma soprattutto risvegliare la coscienza umana per tornare a essere liberi di creare bellezza e armonia, e fermare il nostro declino.

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Identità

Colosseo analisi grafici proporzionamento

Il linguaggio classico dell’architettura.

E’ sufficiente uscire dalle nostre case per osservare e cominciare a riflettere su chi siamo e da dove veniamo. Dai luoghi della Magna Grecia, ampiamente visitabili presso gli scavi archeologici dei primi popoli italici e delle colonie greche, fino a Roma (museo a cielo aperto) e passeggiando per i centri urbani dello straordinario millennio chiamato Medioevo. Policleto descrisse il primo canone sulla bellezza basandosi sulle proporzioni, cioè sulla geometria; si tratta delle proporzioni del corpo umano interpretate come misura dell’armonia. Questo modulo (l’uomo vitruviano) derivante dall’uomo venne utilizzato per progettare la bellezza. Fu il Rinascimento a scoprire nuovamente il linguaggio classico dell’architettura che ha colonizzato l’intero Occidente, attingendo a Vitruvio (De Architectura) per far rinascere la lingua dei greci e dei romani. Nel Cinquecento venne persino istituita un’associazione denominata Accademia Vitruviana per studiare e conoscere l’architettura. Enorme influenza sulla cultura artistica e il giusto architettonico ebbero le figure di Giorgio Vasari e Bartolomeo Ammannati. Questa straordinaria bellezza è ben visibile ovunque, Parigi, Londra, Madrid, Berlino, l’est europeo e persino negli USA. I trattati di Vitruvio, Leon Battista Alberti De re aedificatoria (1450 circa) e soprattutto quelli di Serlio (1537); Vignola (1562); Palladio (1570) e Scamozzi (1615) determinarono l’architettura e la bellezza delle città occidentali rivisitando il linguaggio classico dell’antichità. Solo dopo molti studi si scoprirà che la natura riproduce forme che corrispondono a regole matematiche e queste si ripetono coniugando bellezza e geometria, come la sezione/proporzione aurea e la serie di Fibonacci. Secondo le neuroscienze sia la bellezza matematica (l’analisi di formule matematiche) e sia la bellezza estetica percettiva (arti figurative, architettura …) attivano la corteccia orbitofrontale mediale del cervello. Sembra che il giudizio estetico che ognuno di noi elabora o lo studio delle funzioni matematiche attivano la medesima area cerebrale del cervello. I neuroni specchio dovrebbero avere un ruolo attivo nelle esperienze che facciamo sulla bellezza. Infine, l’idea di bellezza che abbiamo è sicuramente un concetto astratto che dipende da molti fattori: la nostra percezione, la cultura e l’influenza dell’ambiente. La storia dell’arte e dell’architettura con una propria concezione estetica indicheranno sempre l’idea di bellezza figlia della proporzione. Un cambiamento radicale in tal senso, è noto, avviene col Movimento Moderno che rielabora la teoria dell’architettura e quindi anche la concezione estetica rinnegando i canoni classici. Se nelle intenzioni del Movimento Moderno vi erano altri scopi (funzionalismo, creazione di nuove tipologie, nuove forme e nuovi spazi …), alcuni anche raggiunti dai cosiddetti grandi maestri, accadrà che durante il Novecento e all’inizio del nuovo millennio, prima l’urbanistica e poi l’architettura, saranno travolte dallo spirito del tempo, e percorreranno un lento declino fino a scomparire quasi del tutto, ormai divenute merce.

Per secoli la specie umana si è espressa attraverso l’architettura rappresentando sentimenti, credenze, potere, bellezza, e luoghi di senso. Quando, intorno al Settecento, la nascente borghesia capitalista si appropria della scienza e della tecnica, una parte di essa lo fa per giungere al potere e controllare le masse. Attraverso la lotta politica e le guerre questa borghesia degenera e programma la regressione della specie umana (la propaganda, la pubblicità, il cripto potere e il sotto potere) sostituendola con individui, e stimolando costantemente il nichilismo, attraverso la psico programmazione della religione capitalista in ogni ambiente, riuscendo a far credere ai popoli che il denaro regoli la nostra esistenza, anziché la fotosintesi clorofilliana e le leggi della fisica. Dopo secoli di capitalismo, osserviamo che viviamo in un’epoca dove mediocri e degenerati usurpano le risorse finite del pianeta e controllano le istituzioni politiche.

Architettura e urbanistica devono tornare ad avere senso per la specie umana. E’ necessario che le istituzioni politiche tornino ad applicare la Costituzione per valorizzare la nostra identità territoriale che possiede il patrimonio architettonico e archeologico che ha posto le basi culturali dell’Occidente: bellezza, arte, cibo. Le istituzioni dovrebbero esser più consapevoli dell’eredità culturale e delle nuove città italiane inserite in 611 Sistemi Locali del Lavoro, da amministrare con politiche bioeconomiche. E’ fondamentale che i cittadini stessi riconoscano il valore determinante dell’architettura che crea identità e bellezza, caratteristiche necessarie per la qualità della vita. Architettura e urbanistica spariscono quando sono assorbite dal nichilismo urbano che le assimila alle merci. Le città di oggi sono piene di costruzioni simboliche espressione dello spirito del tempo capitalista e di prodotti edilizi. L’ignoranza funzionale che angustia buona parte della popolazione favorisce lo status quo e così una piccola élite riesce a orientare le istituzioni al fine di auto conservarsi. Un cambiamento è possibile attraverso sperimentazioni di democrazia partecipativa, ove i cittadini diventano i committenti di piani regolatori generali bioeconomici volti a recuperare i centri storici e ristrutturare i quartieri moderni arrivati a fine ciclo vita, suggerendo una corretta morfologia urbana e introducendo innovazioni tecnologiche per tendere all’auto sufficienza energetica.

Pantheon

Pantheon, schizzo per analisi grafica.

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Istituto di studi comunisti prospetto generale allievo

Istituto di Studi Comunisti (Le Frattocchie), il prospetto generale dell’allievo.

C’era una volta la scuola del partito che si preoccupava e si occupava di alfabetizzare e istruire iscritti e dirigenti del movimento politico. Subito dopo la guerra, per il partito comunista, come per altri movimenti politici, era del tutto incomprensibile non preoccuparsi della formazione culturale dei propri dirigenti. In quegli anni, era del tutto scontato formare la classe dirigente politica per svolgere al meglio il proprio ruolo politico nella Repubblica appena nata. Lo stesso popolo italiano, sin dal primo Novecento soffriva di analfabetismo e quindi di ignoranza funzionale, e così si affidava ai partiti per amministrare gli Enti locali e governare il Paese. Come il PCI anche la Democrazia Cristiana, il primo partito italiano, aveva la propria scuola di formazione interna al partito. All’inizio del nuovo millennio il popolo italiano soffre ancora di ignoranza funzionale, come dimostrano ricerche e studi linguistici condotti nel nostro Paese, ma con l’aggravante di non avere più partiti strutturati e organizzati per formare nuova classe dirigente. La formazione non è più richiesta, e la cultura politica è persino disprezzata da taluni movimenti politici presenti in Parlamento che hanno costruito il proprio consenso propagandando una non cultura contro i partiti che erano già scomparsi, e contro la “professione” politica. Nel ’94 questa demagogia politica fu sfruttata prima da Berlusconi e poi da tutti gli altri che lo seguirono. Ancora oggi, millantare il disprezzo per i partiti e la politica produce consenso. Tutto ciò produce un successo elettorale grazie all’ignoranza funzionale della maggioranza degli individui che votano. E’ l’inciviltà che alimenta il consenso elettorale dei partiti stessi e della presente e futura “classe dirigente” del Paese, costituendo un corto circuito a danno della collettività e dei valori costituzionali ampiamente traditi. In questo modo sprovveduti, cialtroni e avventurieri occupano le istituzioni recando incalcolabili danni economici e sociali per la collettività, e favorendo le disuguaglianze. Da circa un quarto di secolo, questo ceto politico di cialtroni è ampiamente presente in tutti i livelli istituzionali, i peggiori siedono nei Consigli comunali e regionali facendo mercimonio delle res pubblica, mentre ai Governi si alternano professionisti capaci si governare ma di promuovere anzitutto gli interessi delle imprese private, prima di applicare la Costituzione italiana. Oggi, l’eventuale formazione della classe dirigente è organizzata e finanziata dalle imprese e dalle fondazioni politiche espressione di gruppi politici. Questo approccio è il modello introdotto in Italia e importato dagli USA, ed è espressione del mondo culturale liberale e neoliberale, ove la filantropia privata auto promuove se stessa formando la classe dirigente. In questo modello partecipa anche il mondo accademico specializzato in scienze politiche.

Il tema dell’indipendenza e della formazione culturale della classe dirigente di questo Paese, è un argomento tristemente ignorato e disprezzato da tutti, soprattutto dai soggetti politici. Oggi, che tutto il mondo è capitalista, l’umanità può salvarsi dalla stupidità e dall’avidità dei pochi che sfruttano i molti, solo attraverso la cultura che può aiutarci a cambiare i paradigmi culturali di una società profondamente immorale e sbagliata, ed è la politica l’arte nobile che può restituirci dignità, libertà e sopravvivenza prima che la religione capitalista estingua la nostra specie.

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Ognuno di noi vorrebbe capire come funziona il mondo, la società e la comunità locale, ma pochissimi impiegano energie per interpretare correttamente la realtà che viviamo.

Premettendo che le basi culturali per interpretare correttamente la realtà siedono su due piani opposti e divergenti: il primo piano è costituito da storia, scienza e filosofia che studiamo a scuola e dovremmo approfondire da adulti, e l’altro piano ideologico è costituito dalla fuorviante religione capitalista (economica), detto ciò possiamo conoscere la nostra società accedendo alle pubblicazione realizzate dall’ISTAT.

Da alcuni anni ogni cittadino che possiede competenze di base circa l’accesso a internet può farsi una propria opinione circa la complessità della nostra società leggendo gli atti pubblici. L’Istituto di statistica nazionale, l’ISTAT, pubblica tutti i dati rilevati nella nostra società, dagli stili di vita sino ai classici e obsoleti indicatori economici. I rapporti annuali sono una fonte indispensabile per iniziare a conoscere l’Italia. Per una corretta interpretazione sarebbe saggio conoscere alcune nozioni di geografia umana (geopolitica e geografia urbana), e di sociologia, al fine di non lasciarsi condizionare da un insieme di numeri, che da soli possono indurre a errori e incomprensioni. Negli ultimi anni l’ISTAT pubblica anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), un documento complesso e interessante poiché include indicatori demografici, ambientali e sociali poco considerati dalle politiche proposte dai soggetti politici. Qualunque cittadino, informato sui principi costituzionali e formato sulla geografia umana, leggendo il BES può comprendere le conseguenze delle scelte politiche, e come siano concretamente governati il Paese, la propria Regione e il proprio Comune. In sostanza, solo possedendo una cultura politica (scienza, filosofia, storia, etica) possiamo comprendere le scelte di chi amministra e giudicarle, senza questa formazione personale siamo individui inutili e dannosi per la collettività.

L’informazione sullo stato dell’arte del nostro Paese è pubblica ma possiamo coglierla solo se il nostro cervello è capace di processare correttamente ciò che leggiamo. Facciamo un esempio: se riteniamo che il nostro Comune o il Paese Italia non siano ben governati, la responsabilità diretta è senza dubbio della classe dirigente ma tale categoria ha avuto la fiducia da noi elettori. Noi cittadini siamo responsabili in proporzione alla cultura politica che ci siamo costruiti, o nell’ipotesi più diffusa, noi siamo responsabili in proporzione alla nostra ignoranza funzionale e alla condotta morale.

Nel nostro sistema politico e sociale, la stragrande maggioranza degli italiani delega agli altri la conduzione della cosa pubblica, per poi parlar male dei politici delegati a farlo. Rimediare a questa stupida consuetudine oggi è più semplice, poiché le informazioni sono più accessibili mentre la formazione culturale dipende solo da noi stessi. Se siamo così solerti a dare giudizi sugli altri e non vogliamo più essere presi in giro, dobbiamo solo dedicare più tempo a nutrire il nostro cervello.

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In diversi interventi ho ritenuto che uno dei mali che “spiegherebbe” il cattivo funzionamento della società è nella regressione culturale delle masse indotte a comportarsi come dei bambini. In che modo si è arrivato a questo? Un primo percorso è da ricercarsi nelle scelte politiche del legislatore italiano, che nel corso dei decenni ha espropriato il popolo sovrano della capacità di partecipare al processo decisionale, e di determinare le scelte politiche nazionali e locali. Possiamo chiamare disancoramento del cittadino dalle garanzie giuridico-legali che legittimano l’azione politica, cioè scelte politiche che non sono conformi ai principi costituzionali. La rappresentazione concreta di questo disancoramento è riscontrabile negli spazi di cittadinanza, poiché le persone sono state separate e isolate attraverso limiti informali che escludono gli individui dall’azione politica costruendo un sistema feudale de facto. Un esempio? Gli ambiti degli Enti locali. I cittadini hanno diritto di eleggere direttamente i propri rappresentanti ma non possono partecipare al processo decisionale della politica, ma solo delegare gli altri nel fare scelte che li coinvolgono. I Sindaci e i Consigli comunali sono amministratori e non decidono più perché hanno delegato la gestione della cosa pubblica agli amministratori di SpA, e perché le città italiane sono cambiate, sono diventate aree urbane, pertanto la scala territoriale delle gestione pubblica è cambiata. Tutto ciò è una barriera per le persone che non possono prendere parte attivamente alla vita civile delle proprie comunità.

Mentre i partiti tradivano il popolo, il sistema massmediatico agiva per influenzare le masse e  isolare gli individui. In una società ideale i cittadini agiscono per il bene comune, e si riconoscono in un senso di comunità; negli ultimi quarant’anni le forze politiche e il sistema mediatico hanno lavorato per isolare gli individui e sganciarli delle certezze costituzionali. Ci sono riusciti intaccando in maniera irrimediabile le dimensioni personali e sociali, come l’amicizia, l’amore, il linguaggio e l’individualità stessa, conducendo le persone nel nichilismo. La società liquida ha isolato le persone, ed è priva di potere pubblico, poiché le masse non hanno quegli strumenti che darebbero loro la comprensione dell’ambiente. Questa “società” è fondata sulla finzione totale, millantando l’idea e l’illusione – attraverso le nuove tecnologie – che l’individuo sia al centro della società stessa, ma in realtà sono gli altri – imprese, influenzer, pubblicità – e i pochi a decidere al posto di individui svuotati di una propria identità; gli individui sono regrediti, isolati e impreparati.

Effetto di questo percorso è l’omogeneizzazione e l’omologazione verso il nulla, cioè verso il nichilismo, che rafforza la posizione degli altri, cioè di quel sistema di riferimento politico-istituzionale e mediatico che decide al posto degli individui regrediti. Una società del genere è a rischio, oltre che pericolosa per se stessa e per i cittadini, poiché una volta persa la propria identità prevale l’interesse economico e privato dei più forti economicamente. Questo processo è già accaduto, ed è l’immagine della società contemporanea.

Le persone consapevoli non riescono a cambiare il sistema politico attuale per migliorarlo, a causa della “malattia sociale” sopra descritta, che ha innescato una contrapposizione e una dinamica sociale tutt’ora in corso di sviluppo, e tutte le contromisure finora adoperate non hanno avuto alcun effetto sia perché inefficaci e sia perché sbagliate o parziali.

Per cambiare il declino di una società malata è necessario un coordinamento di forze culturali ed economiche per proporre un nuovo modello, un nuovo paradigma. Prima questo coordinamento si organizza e prima si prospetta la strada di un’epoca nuova fatta dagli esseri umani per gli esseri umani. Ci sono esempi virtuosi dal passato da cui possiamo attingere idee e valori: il progetto politico di Adriano Olivetti e le comunità progettate dagli utopisti socialisti dell’Ottocento che fecero nascere le cooperative di mutuo soccorso. La pubblicizzazione dei suoli proposta nel 1962 da Sullo. La partecipazione politica nel modello confederale svizzero e il famoso bilancio partecipativo di Porto Alegre. La nascente bioeconomia che trasforma il mondo della produzione e l’approccio al governo del territorio che tutela le risorse attraverso un uso razionale dell’energia.

E’ inevitabile che il livello del conflitto debba spostarsi anche nel campo politico elettorale per arrivare ad incidere nei luoghi istituzionali, ma finora questo è stato l’ambito più deludente.

L’ambito più promettente è quello socio imprenditoriale dove le persone possono organizzarsi in cooperative e perseguire legittimamente i propri scopi sociali e migliorare la società.

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I ragazzi italiani scrivono male? Noi adulti siamo peggiori dei ragazzi.

«È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare». Se le denunce dei professori universitari mostrano problemi che si possono risolvere a scuola, in Italia c’è un problema ancor più grande e grave che riguarda gli adulti, cioè di coloro i quali non hanno l’opportunità di migliorare la propria cultura linguistica poiché non sono a scuola e non sono all’università. L’ignoranza funzionale degli adulti è un problema noto, e l’unica soluzione è far studiare gli adulti.

L’ignoranza funzionale degli adulti è la radice di molti problemi sociali, politici, economici e ambientali.

E’ altrettanto noto che le scelte degli individui sono condizionate dalle emozioni, in quanto la fisiologia del cervello mostra il continuo “conflitto” fra l’amigdala e la corteccia orbifrontale. Poiché spesso le emozioni prevalgono sul ragionamento, possiamo già intuire perché un individuo è facilmente raggirabile, e come egli possa regredire allo stato infantile. Questo aspetto è noto sia alle imprese di profitto e sia ai politici, ed è la spiegazione di comportamenti irrazionali e infantili delle masse facilmente addomesticabili attraverso le emozioni.

Un popolo che supera i propri limiti linguistici e culturali può diventare colto, e quindi essere libero perché non addomesticabile.

analfabetismo funzionale

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