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Archive for the ‘cultura’ Category

Da alcuni anni ogni cittadino che possiede competenze di base circa l’accesso a internet può farsi una propria opinione circa la complessità della nostra società leggendo gli atti pubblici. L’Istituto di statistica nazionale, l’ISTAT, pubblica tutti i dati rilevati nella nostra società, dagli stili di vita sino ai classici e obsoleti indicatori economici. Per una corretta interpretazione sarebbe saggio conoscere alcune nozioni di geografia umana (geopolitica e geografia urbana), e di sociologia, al fine di non lasciarsi condizionare da un insieme di numeri, che da soli possono indurre a errori e incomprensioni. Negli ultimi anni l’ISTAT pubblica anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), un documento complesso e interessante poiché include indicatori demografici, ambientali e sociali poco considerati dalle politiche proposte dai soggetti politici. Qualunque cittadino, informato sui principi costituzionali e formato sulla geografia umana, leggendo il BES può comprendere le conseguenze delle scelte politiche, e come sia concretamente governato il Paese, la propria Regione e il proprio Comune.

L’informazione sullo stato dell’arte del nostro Paese è pubblica ma possiamo coglierla solo se il nostro cervello è capace di processare correttamente ciò che leggiamo. Facciamo un esempio: se riteniamo che il nostro Comune o il Paese Italia non siano ben governati, la responsabilità diretta è senza dubbio della classe dirigente ma tale categoria ha avuto la fiducia da noi votanti. Noi cittadini siamo responsabili in proporzione alla cultura politica che ci siamo costruiti, o nell’ipotesi più diffusa, noi siamo responsabili in proporzione alla nostra ignoranza funzionale e alla condotta morale.

Nel nostro sistema politico e sociale, la stragrande maggioranza degli italiani delega agli altri la conduzione della cosa pubblica, per poi parlar male dei politici delegati a farlo. Rimediare a questa stupida consuetudine oggi è più semplice, poiché le informazioni sono più accessibili mentre la formazione culturale dipende solo da noi stessi. Se siamo così solerti a dare giudizi sugli altri e non vogliamo più essere presi in giro, dobbiamo solo dedicare più tempo a nutrire il nostro cervello.

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In diversi interventi ho ritenuto che uno dei mali che “spiegherebbe” il cattivo funzionamento della società è nella regressione culturale delle masse indotte a comportarsi come dei bambini. In che modo si è arrivato a questo? Un primo percorso è da ricercarsi nelle scelte politiche del legislatore italiano, che nel corso dei decenni ha espropriato il popolo sovrano della capacità di partecipare al processo decisionale, e di determinare le scelte politiche nazionali e locali. Possiamo chiamare disancoramento del cittadino dalle garanzie giuridico-legali che legittimano l’azione politica, cioè scelte politiche che non sono conformi ai principi costituzionali. Mentre i partiti tradivano il popolo, il sistema massmediatico agiva per influenzare le masse e  isolare gli individui. In una società ideale i cittadini agiscono per il bene comune, e si riconoscono in un senso di comunità; negli ultimi quarant’anni le forze politiche e il sistema mediatico hanno lavorato per isolare gli individui e sganciarli delle certezze costituzionali. Ci sono riusciti intaccando in maniera irrimediabile le dimensioni personali e sociali, come l’amicizia, l’amore, il linguaggio e l’individualità stessa, conducendo le persone nel nichilismo. La società liquida ha isolato le persone, ed è priva di potere pubblico, poiché le masse non hanno quegli strumenti che darebbero loro la comprensione dell’ambiente. Questa “società” è fondata sulla finzione totale, millantando l’idea e l’illusione – attraverso le nuove tecnologie – che l’individuo sia al centro della società stessa, ma in realtà sono gli altri – imprese, influenzer, pubblicità – e i pochi a decidere al posto di individui svuotati di una propria identità; gli individui sono regrediti, isolati e impreparati.

Effetto di questo percorso è l’omogeneizzazione e l’omologazione verso il nulla, cioè verso il nichilismo, che rafforza la posizione degli altri, cioè di quel sistema di riferimento politico-istituzionale e mediatico che decide al posto degli individui regrediti. Una società del genere è a rischio, oltre che pericolosa per se stessa e per i cittadini, poiché una volta persa la propria identità prevale l’interesse economico e privato dei più forti economicamente. Questo processo è già accaduto, ed è l’immagine della società contemporanea.

Le persone consapevoli non riescono a cambiare il sistema politico attuale per migliorarlo, a causa della “malattia sociale” sopra descritta, che ha innescato una contrapposizione e una dinamica sociale tutt’ora in corso di sviluppo, e tutte le contromisure finora adoperate non hanno avuto alcun effetto sia perché inefficaci e sia perché sbagliate o parziali.

Per cambiare il declino di una società malata è necessario un coordinamento di forze culturali ed economiche per proporre un nuovo modello, un nuovo paradigma. Prima questo coordinamento si organizza e prima si prospetta la strada di un’epoca nuova fatta dagli esseri umani per gli esseri umani. Ci sono esempi virtuosi dal passato da cui possiamo attingere idee e valori: il progetto politico di Adriano Olivetti e le comunità progettate dagli utopisti socialisti dell’Ottocento che fecero nascere le cooperative di mutuo soccorso. La pubblicizzazione dei suoli proposta nel 1962 da Sullo. La partecipazione politica nel modello confederale svizzero e il famoso bilancio partecipativo di Porto Alegre. La nascente bioeconomia che trasforma il mondo della produzione e l’approccio al governo del territorio che tutela le risorse attraverso un uso razionale dell’energia.

E’ inevitabile che il livello del conflitto debba spostarsi anche nel campo politico elettorale per arrivare ad incidere nei luoghi istituzionali, ma finora questo è stato l’ambito più deludente.

L’ambito più promettente è quello socio imprenditoriale dove le persone possono organizzarsi in cooperative e perseguire legittimamente i propri scopi sociali e migliorare la società.

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I ragazzi italiani scrivono male? Noi adulti siamo peggiori dei ragazzi.

«È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare». Se le denunce dei professori universitari mostrano problemi che si possono risolvere a scuola, in Italia c’è un problema ancor più grande e grave che riguarda gli adulti, cioè di coloro i quali non hanno l’opportunità di migliorare la propria cultura linguistica poiché non sono a scuola e non sono all’università. L’ignoranza funzionale degli adulti è un problema noto, e l’unica soluzione è far studiare gli adulti.

L’ignoranza funzionale degli adulti è la radice di molti problemi sociali, politici, economici e ambientali.

E’ altrettanto noto che le scelte degli individui sono condizionate dalle emozioni, in quanto la fisiologia del cervello mostra il continuo “conflitto” fra l’amigdala e la corteccia orbifrontale. Poiché spesso le emozioni prevalgono sul ragionamento, possiamo già intuire perché un individuo è facilmente raggirabile, e come egli possa regredire allo stato infantile. Questo aspetto è noto sia alle imprese di profitto e sia ai politici, ed è la spiegazione di comportamenti irrazionali e infantili delle masse facilmente addomesticabili attraverso le emozioni.

Un popolo che supera i propri limiti linguistici e culturali può diventare colto, e quindi essere libero perché non addomesticabile.

analfabetismo funzionale

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Daniel Garcia come vede il futuro in mondo dove i robot sostituiscono i lavoratori umani.

Non da oggi, a mio modesto parare, racconto la decadenza della nostra società, sembra che tutto sia alla rovescia: arroganti, incapaci e ignoranti ricoprono ruoli istituzionali mentre i popoli sono divisi fra apatici, nichilisti e cittadini costretti a subire la decadenza stessa della società capitalista.

Lo spettacolo dei cialtroni e degli arroganti dispotici è rappresentato tutti i giorni nei media, e nel mondo di internet costantemente interconnesso, i cittadini subiscono il modellamento della decadenza ogni minuto. In una società caotica, complessa e violenta come questa capitalista emergono personaggi indegni grazie al sostegno diretto e indiretto degli individui che hanno problemi cognitivi (ignoranza funzionale).

Poiché gran parte del comportamento umano è appreso attraverso il modellamento e poiché la moralità si sviluppa durante l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta, possiamo cogliere sia i rischi sociali e sia le fasi in cui la società occidentale è stata condotta a una regressione generale.

La condotta immorale delle classi dirigenti, di taluni cittadini e l’indegno spettacolo rappresentato dai media sono l’ambiente degenerato che impedisce e rallenta un’evoluzione sociale.

Per quanto riguarda le organizzazioni, possiamo osservare come gli individui si conformino ai leaders con lo scopo di essere ricompensati con un ruolo. I modelli comportamentali che esprimono le dinamiche interne ai gruppi di politicastri sono prevalentemente: la rappresentazione scenica e l’obbedienza, che sono i tasselli del conformismo ben visibile in tutti i partiti presenti nel Parlamento. In buona sostanza tali gruppi sono l’espressione del vassallaggio più becero, poiché le relazioni sono costruite dall’obbedienza nei confronti del capo e dall’imbroglio verso la società per assecondare il tornaconto personale. I politicanti devono essere bugiardi poiché non possono affermare di sedere nelle istituzioni solo per recitare un ruolo lautamente retribuito e raggiunto grazie al sotterfugio e alla pubblicità.

Queste caratteristiche degenerative sono note e conosciute, ma non appartenevano ai partiti della prima repubblica che selezionavano i propri esponenti attraverso la cooptazione. Se la corruzione ha indignato gli italiani durante la famosa inchiesta di “manipulite”, il dopo mostra un aumento della degenerazione poiché non si è affrontato il tema della selezione della classe dirigente politica. Sin all’inizio degli anni ’90 i politicastri non si sono preoccupati di costruire una democrazia rappresentativa matura favorendo un’apertura a tutta la cittadinanza circa il processo decisionale della politica. E’ accaduto l’esatto contrario, sono sorti partiti xenofobi, personali, aziendalistici, autoritari che hanno raccolto dalla società il peggio e non il meglio, anzi sembra sia stata perseguita la scelta strategica di allontanare i capaci e i meritevoli dalle organizzazioni politiche per impedire loro di rigenerare il Paese e le istituzioni.

Le istituzioni pubbliche sono state indebolite con le riforme cominciate negli anni ’90, e le decisioni più importanti sono state spostate tutte nell’UE. I partiti sono stati sostituiti da organizzazioni feudali, e i cittadini sono stati allontanati dai processi decisionali che li riguardano, ciò è accaduto con estrema facilità proprio grazie all’apatia politica delle persone.

In Italia, più che in altri paesi esiste una diffusa irresponsabilità e intolleranza persino in termini e valori che possono aiutarci a crescere e migliorare la nostra condizione di vita. Ad esempio, nei media non si discute di socialismo, comunismo e capitalismo, non si discute di bioeconomia; è difficile o impossibile dibattere sulle tesi di Marx, nonostante una parte importante delle degenerazioni della nostra società siano state anticipate e descritte nel Capitale. Inoltre, impossibile trovare confronti sul nichilismo. Gli italiani dovrebbero discutere in famiglia su questi argomenti poiché in questo modo percorriamo un’evoluzione sociale.

Mentre la regressione culturale delle masse, che in certi casi è stupidità di massa, distrae le persone da questioni fondamentali, accade che l’élite degenerata si sta riorganizzando attraverso l’evoluzione tecnologica ampiamente preconizzata da film futuristici ispirati dal famoso romanzo di fantascienza Io, robot di Asimov. Sedicenti futurologici e cartomanti che ignorano la geografia umana raccontano ai media la favola della liberazione dell’uomo dalla schiavitù chiamata lavoro nell’epoca moderna. I liberali avevano già preconizzato questo momento e suggerirono il reddito minimo per consentire alle masse di acquistare le merci prodotte dai robot. Una sola certezza è già in corso d’opera, le imprese aumentano i propri profitti coniugando speculazioni finanziarie e l’impiego di robot, e solamente comunità consapevoli ed economicamente forti potranno giovare di tali innovazioni, mentre i poveri resteranno tali e le diseguaglianze aumenteranno. Nell’era urbana milioni di poveri ammassati nelle baraccopoli sono condannati alla schiavitù e non godranno mai dei vantaggi della robotica, anzi subiranno la violenza di soldati elettronici.

Di fronte alla realtà di robot che diventano costruttori di merci è necessario ripensare il ruolo dello Stato sociale, è necessario uscire dalla religione capitalista e approdare sul piano culturale bioeconomico per programmare seriamente lo sviluppo umano. Ciò accadrà solo se le comunità umane vorranno farlo; nel frattempo l’élite continuerà a predicare la religione nichilista neoliberale e produrrà sistemi di controllo ed oppressione delle masse.

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Berlinguer spiegò e interpretò sociologicamente la psicologia del voto referendario: «molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti».

Noi italiani siamo fermi agli anni ’80, a quando Berlinguer scattò la fotografia politica sulla società italiana. La risposta dell’élite fu la distruzione dei partiti per favorire le politiche neoliberali, e tutto ciò avvenne negli anni ’90; lo spartiacque fu “manipulite” come tutti possono ricordare. L’indignazione popolare contro la corruzione nei partiti fu utilizzata dall’élite per privatizzare l’industria di Stato, favorire gli interessi privati, togliere diritti ai cittadini e applicare i programmi strutturali neoliberali. I movimenti anti-sistema come Lega Nord e Forza Italia realizzarono parte delle riforme, e l’altra parte fu realizzata da manager e banchieri liberal (Ciampi e Prodi) sostenuti dai partiti che si facevano chiamare di sinistra. Oggi come ieri, esiste il serio rischio che l’indignazione popolare possa essere utilizzata da sedicenti movimenti anti-sistema per portare avanti l’agenda politica dell’élite. Il rischio è concreto poiché non esiste un’organizzazione politica trasparente, democratica, seria e capace.

Il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che boccia la riforma figlia dell’élite e presentata da Giorgio Napolitano, deve incoraggiare i capaci e i meritevoli per riprendere i valori espressi da Berlinguer ed avere il coraggio di organizzare una proposta politica alternativa al pensiero unico occidentale. Il meridione salva la Costituzione repubblicana ma è necessario organizzare la proposta politica per togliere l’obbligo del pareggio di bilancio e tutelare i diritti delle persone. In Europa i cittadini si mobilitano riprendendo i valori socialisti e suggerendo un salto in avanti, oltre gli schemi destra e sinistra, mentre in Italia non esiste un’organizzazione politica credibile, seria e affidabile, e pertanto è necessario impegnarsi in tale direzione, anche dentro DiEM25. Il risultato referendario è un’iniezione di fiducia nel costruire una visione politica bioeconomica.

I giovani, i disoccupati, le persone con un reddito più basso. Sono loro ad aver portato alla vittoria del No al referendum costituzionale di domenica, in quello che appare più un voto antisistema che una difesa del testo della Carta. E che, pur in un contesto di sconfitta, paradossalmente consolida il ruolo di Matteo Renzi alla guida del Pd. […] In altre parole, sono i più giovani ad essersi opposti al cambiamento. Per fare qualche esempio, a Napoli e a Caserta, dove il numero di under 30 e di over 65 sostanzialmente si equivale, il No ha superato il 70%. A Ferrara, dove per ogni giovane ci sono 2,6 anziani, pur vincendo gli oppositori della riforma non hanno superato il 53,5%, un dato ben al di sotto della media nazionale. Fa eccezione Bolzano: qui il rapporto tra giovani e anziani è di 1,3 eppure il Sì ha ottenuto il risultato migliore a livello nazionale, arrivando al 63,69%.

E’ doveroso ripartire da noi stessi stimolando associazioni che promuovono la cultura dell’etica politica, la responsabilità e il rispetto della Costituzione. E’ doveroso promuovere organizzazioni politiche democratiche e trasparenti, per favorire i capaci e i meritevoli. Questo è un processo giusto e lungo che poggia su valori quali l’altruismo, l’etica e la cultura. Solo in questo modo cresce e matura la comunità dei cittadini che potrà favorire un ricambio della classe dirigente attuale.

Solo pochi mesi fa, il 17 aprile 2016, gli italiani hanno votato per un altro quesito referendario abrogativo senza raggiungere il quorum stabilito. Solo il 31,19% si è recato a votare. In quel caso il Governo Renzi si schierò contro l’abrogazione e il risultato del mancato raggiungimento del quorum favorì la posizione governativa.

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feudo_15E’ da tempo che affermo come e quanto il capitalismo favorisca la regressione della specie umana. Tale regressione passa attraverso la pubblicità che spinge gli adulti a regredire allo stato infantile, poiché i bambini non sono capaci di scegliere in maniera consapevole. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono condizioni che aiutano la crescita del vassallaggio feudale, e l’élite degenerata si serve di questa debolezza per attuare i propri programmi neoliberali. Uno di questi passaggi è la distruzione della Costituzione, ma soprattutto la legalizzazione del sistema sociale feudale.

La società che i liberal stanno costruendo in questi decenni è quella feudale, dove le istituzioni moderne sono piegate e riformate secondo schemi sociali forgiati nel vassallaggio, e cioè da rapporti di servitù, mercantili e finanziari. Il famigerato sistema elettorale maggioritario fu introdotto per seguire questo schema, e cioè i pochi che governano sui molti.

La rappresentazione semplificata del nulla, del vuoto politico è offerta dal Presidente della Regione Campania, De Luca, attraverso le sue esternazioni apparentemente deliranti che non sono un inedito, ma un film vecchio, anzi antico. La questione morale salta in mente a chiunque ascolti le parole di un personaggio che sembra suggerire il voto di scambio a circa 300 Sindaci, «una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda», così raccomanda De Luca ai suoi, citando il “modello” Alfieri; e poi dichiara che «la democrazia è il governo della minoranza più forte, l’idea che ogni cittadino deve avere la sua rappresentanza è un’imbecillità», cioè De Luca confonde il governo del popolo con l’egoismo dei pochi contro i molti, che si attua nei regimi autoritari, tant’è che sogna sistemi politici che favoriscono le concentrazioni di potere [sistema ultra maggioritario – proposta governativa + italicum]. E il messaggio politico più delirante è che mobilitandosi per il SI, il Governo aumenterà gli investimenti nel Sud, insomma le favole tipiche dei tempi del fascismo e della vecchia DC. E’ la stessa leva psicologica che usano tutti i demagoghi nei territori con alta disoccupazione. E’ tutto il clima a mostrare una degenerazione delle istituzioni guidate da personaggi improbabili. Il linguaggio usato è quello tipico della demagogia, ma sono utilizzati argomenti e problemi reali del meridione come l’isolamento economico. Se qualcuno pensa che De Luca abbia convocato 300 Sindaci per discutere nel merito della riforma proposta dal Governo, è un ingenuo. Il racconto è interessante poiché svela ciò che molti sanno, e cioè che non esiste la politica ma solo gli interessi economici, facendo confusione fra i problemi dei territori e la brama di potere. Mentre millanta di raccogliere fondi per il bene dei territori, la sua storia politica locale è fatta di distruzione delle capacità e del sapere locale, basta osservare che negli anni ’80 i progettisti salernitani riqualificarono la città, e quando ereditò l’Amministrazione, egli si è affidato alle archistar realizzando poco o nulla delle trasformazioni pianificate. Personaggi del genere non dovrebbero avere incarichi politici nelle istituzioni, ma queste sono guidate da costoro poiché da più di vent’anni ricevono la fiducia dagli elettori. Secondo lo scrivente il problema sociale e il cortocircuito è tutto in questo passaggio, e cioè nella consuetudine a delegare la guida delle istituzioni a personaggi indegni, e nell’apatia delle persone nei confronti della politica, ridotta al nulla e cioè al voto di scambio ma a quello peggiore, al vassallaggio. Certe categorie di individui si mobilitano in politica solo se hanno un proprio tornaconto personale, non è una novità. Nel medioevo il potere era nelle mani di una piccola oligarchia ed oggi, dentro i sistemi democratici rappresentativi, si muovono gli stessi schemi sociali, e cioè organizzare le persone in funzione della conquista del potere per servire se stessi e chi ha contribuito a tale conquista. Il problema non è De Luca ma chi partecipa al vassallaggio. Una società responsabile e psicologicamente matura, cioè normale, non dovrebbe favorire schemi feudali poiché sono notoriamente e storicamente distruttivi e dannosi per l’economia e lo sviluppo umano, oltre che palesemente incostituzionali. Tale approccio e tali personaggi non sono sconosciuti e improvvisati, poiché in vent’anni di amministrazione a Salerno, ci sono più lati oscuri che chiari e per scoprirlo, è sufficiente osservare i dati economici e socio-demogragici dell’ISTAT. Nel 2011 a Salerno il tasso di disoccupazione giovanile è al 53% (il tasso di disoccupazione è al 17%), e a partire dagli anni ’80 il 18% della popolazione salernitana lascia il capoluogo per emigrare al Nord o localizzarsi in periferia. Salerno è una città in contrazione, ma le politiche urbane hanno ignorato il fenomeno ed hanno ugualmente consumato suolo agricolo, favorendo la dispersione urbana e contribuendo ad aumentare l’inquinamento e lo spreco di risorse finite.

La realtà spiega che le ricette neoliberali inoculate da De Luca non hanno migliorato il territorio, anzi vi sono vistosi danni ambientali, opere incompiute, scelte politiche che hanno innescato processi e guai giudiziari che danneggiano la città e i cittadini. Nonostante queste evidenze, De Luca è stato sempre premiato, e addirittura percepito come amministratore capace, e ciò si spiega sia attraverso i dati drammatici pubblicati da Tullio De Mauro circa l’ignoranza funzionale degli italiani, e sia grazie al sistema mediatico locale responsabile nel manipolare l’opinione pubblica a favore della maggioranza politica. Solo grazie all’operosità dei cittadini, Salerno cerca di resistere alla recessione economica, mentre le ricette e gli indirizzi politici non solo non hanno sortito alcun effetto, ma hanno aggravato i dati economici della città campana che sopravvive solo grazie al sistema locale salernitano.

La radice del problema nell’avere una classe dirigente politica indegna si trova nei cittadini e nelle organizzazioni politiche. E’ doveroso ripartire da noi stessi stimolando associazioni che promuovono la cultura dell’etica politica, la responsabilità e il rispetto della Costituzione. E’ doveroso promuovere organizzazioni politiche democratiche e trasparenti, per favorire i capaci e i meritevoli. Questo è un processo giusto e lungo che poggia su valori quali l’altruismo, l’etica e la cultura. Solo in questo modo cresce e matura la comunità dei cittadini che potrà favorire un ricambio della classe dirigente attuale.

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Leggendo la letteratura urbana la bellezza è una tema di nicchia, ma è sempre stata una visione guida per fare meglio le cose. Di recente il termine bellezza è usato anche nei media tradizionali, senza diventare popolare e mai declinato nella maniera tale da far capire l’importanza strategica e pratica per le aree urbane italiane. Nei media il termine è spesso associato all’arte, un altro concetto astratto e filosofico che impedisce ai cittadini di coglierne l’importanza politica. Nell’epoca della regressione culturale parlare di arte e bellezza nei media significa fare pubblicità al proprio ego, ahimé, significa isolare l’argomento. Speriamo che invece si continui a parlarne meglio al fine di sensibilizzare i cittadini e non per vedere, e soprattutto speriamo che siano le scuole e l’università a insegnare la bellezza.

La bellezza è troppo importante e strategica per restare sconosciuta e incompresa dai cittadini, poiché è un elemento che aiuta lo sviluppo umano delle comunità. Un esempio immediato di bellezza straordinaria sono i nostri centri storici, spesso abbandonati e lasciati all’incuria del tempo poiché noi cittadini siamo incapaci di “guardare” col cervello e col cuore. La regressione culturale è la forza distruttrice che impedisce di “guardare” e quindi di agire per curare la bellezza del nostro territorio. Il territorio e i sui centri urbani sono belli ma non lo sappiamo, e tanto meno sappiamo riconoscere la bellezza poiché non abbiamo più la cultura e la capacità di leggerla. La società moderna e contemporanea ci hanno allevato nel nulla e spesso in contesti urbani totalmente privi di bellezza e pieni di degrado ed edifici brutti. In questo contesto degenerato si è sviluppato il nichilismo urbano e l’ideologia neoliberale del consumo finalizzato al consumo.

Una condizione importante per rigenerare le nostre città, è pertanto l’introduzione della bellezza nelle parti di città moderne e contemporanee, e possiamo ottenerla applicando nei piani urbanistici il concetto di urbanità, cioè la corretta composizione e il corretto disegno urbano, di suolo, spazio pubblico e di architettura finalizzata a realizzare fronti urbani. Per introdurre la bellezza, non è sufficiente scrivere regolamenti urbanistici adeguati (ma è necessario farlo) ma ridisegnare la morfologia urbana. E’ un salto culturale, poiché si tratta di uscire dal concetto di città come mero processo economico, e spesso speculativo, per sperimentare il concetto di città e di territorio intesi come bene comune, e quindi avviare processi decisionali partecipativi e trasparenti per conseguire una trasformazione urbanistica fatta per i bisogni dei cittadini. Uno di questi è proprio la bellezza. Il suolo, lo spazio pubblico e i fronti urbani sono elementi dell’urbanità che possono essere utilizzati per rigenerare la città moderna e contemporanea. In che modo? Prima di tutto, facendo l’analisi della città, o di una parte della città da rigenerare, e poi coinvolgendo i cittadini nel ridisegnare l’uso dello spazio pubblico, seguendo gli strumenti e i consigli di progettisti a servizio dell’interesse generale. E’ un approccio nuovo e complesso, dove la committenza è la cittadinanza. Per dare concretezza a tale approccio è necessario che le istituzioni e gli strumenti urbanistici siano modificati e adeguati. Oltre al ridisegno della morfologia urbana (strade, pieni, vuoti), due sono gli indirizzi progettuali fondamentali, per introdurre la bellezza, il primo è il disegno del suolo e degli spazi pubblici aperti, cioè l’arredo urbano e il secondo è l’architettura.

In questi ultimi anni la rigenerazione urbana è senza dubbio il tema che ha assunto una priorità in tanti dibattiti, ed è importante che, se prima o poi diventerà anche una tecnica e una pratica amministrativa, le trasformazioni urbane siano svolte con criteri di sostenibilità e di bellezza, altrimenti anziché rigenerare i quartieri esistenti i cittadini andranno a vivere in ambienti nuovi ma ugualmente degradati.

camillo-sitte

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