Inciviltà e “prosperanza”

In diversi interventi ho ritenuto che uno dei mali che “spiegherebbe” il cattivo funzionamento della società è nella regressione culturale delle masse indotte a comportarsi come dei bambini. In che modo si è arrivato a questo? Un primo percorso è da ricercarsi nella trasformazione della società, ormai mediatica (l’inciviltà è ampiamente riscontrabile nell’apatia politica favorita dall’assenza di programmi educativi specifici e dalla presenza massiccia dei media) e poi nelle scelte politiche del legislatore italiano, che nel corso dei decenni ha espropriato il popolo sovrano della capacità di partecipare al processo decisionale, e di determinare le scelte politiche nazionali e locali. Possiamo chiamare disancoramento del cittadino dalle garanzie giuridico-legali che legittimano l’azione politica, cioè tutte quelle scelte politiche che non sono conformi ai principi costituzionali. La rappresentazione concreta di questo disancoramento è riscontrabile negli spazi di cittadinanza, poiché le persone sono state separate e isolate attraverso limiti informali che escludono gli individui dall’azione politica costruendo un sistema feudale de facto. Alcuni esempi abbastanza noti: il primo è l’auto disfacimento dei partiti di massa, e il secondo è la riforma delle istituzioni: da un lato la nascita dell’UE che ha accentrato sovranità e dall’altro la riforma degli Enti locali che ha ridotto gli spazi di democrazia partecipativa e rappresentativa poiché il Sindaco accentra poteri. Da un lato il potere politico è spostato a centri sovranazionali (Commissione, BCE, Consiglio d’Europa, Eurogruppo, FMI, BM) e dall’altro lato, in ambito locale si sono creati feudi e nuove clientele, scoraggiando la partecipazione attiva dei cittadini nella vita della comunità. I cittadini hanno diritto di eleggere direttamente i propri rappresentanti, ma questi sono solo amministratori poiché i processi di privatizzazione hanno favorito la nascita di società SpA che gestiscono direttamente il bene comune: acqua, rifiuti, energia, trasporti, mentre sul governo del territorio si è deregolamentato ogni cosa al fine di favorire il mondo degli immobiliaristi.

Le persone non possono partecipare al processo decisionale della politica per l’assenza di strumenti referendari efficaci, non possono scegliersi i parlamentari per l’assenza di una legge sulle elezioni primarie, mentre delegano l’amministrazione a Sindaci e Consigli comunali che non decidono su temi fondamentali ma attuano le leggi di Regioni, Parlamento ed UE. L’indirizzo politico culturale di tali istituzioni è quello liberista che ha privatizzato la gestione della cosa pubblica attraverso riforme (introduzione del diritto privato in ambito pubblico) e la creazione di SpA, e queste incassano i profitti derivanti dai consumi di acqua, rifiuti, energia, mobilità. Infine, le città italiane sono cambiate, sono diventate aree urbane estese, pertanto la scala territoriale delle gestione pubblica è cambiata rendendo inutile l’elezione di Sindaci e Consigli che amministrano territori inadeguati e obsoleti. Tutto ciò, lo spostamento di poteri (dalla Repubblica all’UE), la trasformazione della società (infantilismo degli adulti e ignoranza funzionale) e dei territori senza un cambio di scala amministrativa, è una barriera per le persone che non possono prendere parte attivamente alla vita civile delle proprie comunità.

Mentre i partiti rinnegavano se stessi ed implodevano per gli scandali sulla corruzione, il sistema massmediatico agiva per influenzare le masse e  isolare gli individui. In una società ideale i cittadini agiscono per il bene comune, e si riconoscono in un senso di comunità; negli ultimi quarant’anni le forze politiche e il sistema mediatico hanno lavorato per isolare gli individui e sganciarli delle certezze costituzionali. Ci sono riusciti intaccando in maniera irrimediabile le dimensioni personali e sociali, come l’amicizia, l’amore, il linguaggio e l’individualità stessa, conducendo le persone nel nichilismo. La società liquida ha isolato le persone, ed è priva di potere pubblico, poiché le masse non hanno quegli strumenti che darebbero loro la comprensione dell’ambiente. Questa “società” è fondata sulla finzione totale, millantando l’idea e l’illusione – attraverso le nuove tecnologie – che l’individuo sia al centro della società stessa, ma in realtà sono gli altri – imprese, influenzer, pubblicità – e i pochi a decidere al posto di individui svuotati di una propria identità; gli individui sono regrediti, isolati e impreparati. Attraverso le neuroscienze e le funzioni del cervello sappiamo che la maggioranza degli individui non compie scelte in maniera autonoma, ma le tecniche odierne (nudging), molto più efficaci poiché subdole, sono in grado di predire le scelte delle masse e quindi orientarle, ciò avviene per vendere le merci e per le gare elettorali poiché il meccanismo utilizzato dalle imprese è lo stesso.

Effetto di questo percorso è l’omogeneizzazione e l’omologazione verso il nulla, cioè verso il nichilismo, che rafforza la posizione degli altri, cioè di quel sistema di riferimento politico-istituzionale e mediatico che decide al posto degli individui regrediti. Una società del genere è a rischio, oltre che pericolosa per se stessa e per i cittadini, poiché una volta persa la propria identità prevale l’interesse economico e privato dei più forti economicamente. Questo processo è già accaduto, ed è l’immagine della società contemporanea.

Le persone consapevoli non riescono a cambiare il sistema politico attuale per migliorarlo, a causa della “malattia sociale” sopra descritta, che ha innescato una contrapposizione e una dinamica sociale tutt’ora in corso di sviluppo, e tutte le contromisure finora adoperate non hanno avuto alcun effetto sia perché inefficaci e sia perché sbagliate o parziali.

Per cambiare il declino di una società malata è necessario un coordinamento di forze culturali ed economiche per proporre un nuovo modello, un nuovo paradigma. Prima questo coordinamento si organizza e prima si prospetta la strada di un’epoca nuova fatta dagli esseri umani per gli esseri umani. Ci sono esempi virtuosi dal passato da cui possiamo attingere idee e valori: il progetto politico di Adriano Olivetti e le comunità progettate dagli utopisti socialisti dell’Ottocento che fecero nascere le cooperative di mutuo soccorso. La pubblicizzazione dei suoli proposta nel 1962 da Sullo. La partecipazione politica nel modello confederale svizzero e il famoso bilancio partecipativo di Porto Alegre. La nascente bioeconomia che trasforma il mondo della produzione e l’approccio al governo del territorio che tutela le risorse attraverso un uso razionale dell’energia.

E’ inevitabile che il livello del conflitto debba spostarsi anche nel campo politico elettorale per arrivare ad incidere nei luoghi istituzionali, ma finora questo è stato l’ambito più deludente.

L’ambito più promettente è quello socio imprenditoriale dove le persone possono organizzarsi in cooperative e perseguire legittimamente i propri scopi sociali e migliorare la società.

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Scissioni e “prosperanza”

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In questi mesi di scissioni politiche, certuni “politici” si stanno riorganizzando cambiando l’abito col fine di restare nel circo mediatico della politica, e continuare ad occupare una poltrona istituzionale che garantisce una sostenibilità economica personale e per la propria famiglia. E’ il tentativo di persone già “cotte” di “riciclarsi”, come si dice nel gergo giornalistico. In altri tempi si chiamava trasformismo.

Si sta chiudendo una fase politica durata circa vent’anni grazie alla presenza e alla forza mediatica di Berlusconi, sostenuto dai conservatori liberali di destra, mentre i liberali “di sinistra” sostenevano le coalizioni dei riformisti, che abdicando alla propria storia e identità politica come comunismo e socialismo, scelsero di tradire la più grande comunità di sinistra d’Europa per assecondare i capricci delle imprese private che hanno cavalcato l’ideologia neoliberale. Vent’anni di pensiero unico hanno disfatto sia i diritti e sia l’economia reale degli italiani. Di questa dissoluzione culturale oggi ne pagano il prezzo sociale ed economico anche gli elettori di destra, che non sanno cosa sia la destra, cioè il capitalismo liberalista. Tutto ciò perché l’élite occidentale scelse di avviare la globalizzazione neoliberista e la classe politica o vi aderì, o rimase a guardare mentre alcuni territori drenavano risorse ad altre comunità rendendole più povere. In questo processo, i popoli hanno colto solo gli effetti negativi: povertà e disuguaglianze senza reagire organizzando una proposta politica. La risposta dei cittadini è stata emotiva e  di protesta poiché la maggioranza degli italiani non vota con la testa ma con la “pancia”, a causa dell’ignoranza funzionale. La reazione emotiva degli italiani è stata dannosa, sia perché il primo partito italiano è diventato quello del non voto, e sia perché una parte del dissenso è stato regalato a un soggetto politico non radicato sul territorio, senza una storia e senza un’identità culturale propria. L’effetto è che si producono danni maggiori degli altri soggetti politici per ignoranza, incapacità e inesperienza.

In un Paese sano e normale i partiti politici sono l’espressione di una cultura e di una partecipazione vera e concreta delle persone che si auto determinano, ciò è accaduto nell’Ottocento e nel Novecento ma con l’avvento della società dei consumi e mediatica, ed oggi informatica, nonostante le connessioni virtuali, le persone sono state indotte a isolarsi poiché svuotate del senso di comunità e di appartenenza. Nella società liquida contemporanea stanno emergendo e prevalendo i partiti personali, autoritari e non democratici dove gli aderenti sono consumatori, sostenitori, simpatizzanti o veri e propri soldati, per dirla col gergo corrente sono followers.

Si sta chiudendo o si è già chiusa una società industriale e il suo sistema sociale col suo modello di sviluppo. In questa fase di transizione il sistema politico non è solamente debole, ma è inesistente. La soluzione non è nel dissenso e tanto meno nella protesta ma nel riorganizzarsi per fare proposte suggerendo una nuova visione della società. Fino ad adesso, i segnali non sono solamente deboli, ma sono inesistenti. Nella nostra società ci sono le forze e le personalità consapevoli della crisi morale e politica che stiamo attraversando, ma sono tenute fuori dall’azione politica poiché sono migliori delle “facce toste”, che occupano uno spazio politico e mediatico.

Se guardiamo la storia, in periodi analoghi i popoli hanno favorito l’emergere delle dittature per poi pentirsi. Per evitare di ripetere gli stessi errori che ci condurrebbero a una società dove c’è una libertà apparente, ma si realizza la dittatura orwelliana del grande fratello, e ci siamo vicini, sarebbe saggio che le persone si riappropriassero del significato vero della democrazia, cioè il governo del popolo. La democrazia si realizza col dialogo, la curiosità e soprattutto con la cultura e l’etica. Democrazia è sinonimo di altruismo, democrazia è l’esaltazione del singolo meritevole nella collettività, cioè la vita democratica è uno stile di vita opposto alla condotta delle attuali formazioni politiche presenti nel Parlamento costruite sull’egoismo, sulla prevaricazione, sull’invidia, il conformismo e l’obbedienza dove sono selezionati i mediocri e i servili al capo. Se il nostro legislatore appare come un luogo auto referenziale è perché di fatti lo è, in quanto si è totalmente smarrito il senso e la preminenza dell’interesse generale, e ciò rispecchia la nostra società dove sono sempre meno i cittadini e sono in aumento gli individui preoccupati o occupati nel perseguire il tornaconto personale. Per ripristinare uno Stato civile è fondamentale diminuire gli individui e far aumentare i cittadini che perseguono l’assunto dell’interesse generale accanto alla dimensione etica dell’azione individuale.

E’ necessario, innanzitutto, osservare e condividere l’analisi della società attuale: aumento della povertà, insicurezza e vulnerabilità. L’attuale modello di sviluppo capitalista occidentale, organizzato da tutti i soggetti politici (di destra e “di sinistra”), ha perseguito due obiettivi drammatici: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi soggetti privati (imprese multinazionali e azionisti) e l’aumento delle povertà – relativa e assoluta – con l’effetto di diminuire il benessere sociale delle comunità. In tal senso, rispetto all’epoca industriale che volge al termine, i soggetti politici (di destra e “di sinistra”) non hanno sbagliato la loro missione poiché la ricchezza è aumentata notevolmente solo che non è stata distribuita alle masse, l’equivoco culturale e politico è nella Costituzione italiana e nella mentalità delle comunità. La Costituzione è rimasta inapplicata e non prevedeva l’aumento della povertà o la distruzione degli ecosistemi ma l’esatto contrario. I partiti otto-novecenteschi hanno assolto e terminato il loro ruolo di servitori della crescita della produttività delle imprese ed hanno costruito un sistema educativo, industriale e sociale a servizio del profitto di pochi soggetti, una volta era a servizio dell’élite delle monarchie di alcune famiglie, oggi è anche a servizio della finanza.

Solo oggi che i robot sono a buon mercato e stanno entrando nei sistemi produttivi, taluni dissertano del fatto che il lavoro non esisterà più, ma questo era stato ampiamente previsto grazie alle innovazioni della tecnica già ad inizio secolo Novecento, e con l’avvento dei primi computer proprio in Italia, poiché mostravano l’opportunità di produrre merci senza l’ausilio dell’uomo nelle catene di assemblaggio. Oggi i robot e gli algoritmi informatici possono sostituire persone nella logistica e nei trasporti, nei servizi militari, nel costruire un edificio, nel cucinare, nello scrivere un articolo giornalistico, nel dare consigli legali e nel fare di conto.

Mentre aumenta la popolazione mondiale e la popolazione urbana supera quella rurale, mentre aumenta la povertà in tutto il mondo e gli individui si ammassano nelle periferie degradate, sappiamo già da oggi che le imprese non assumeranno più esseri umani, ma compreranno robot per produrre merci soprattutto inutili, e che le persone acquisteranno attraverso i bisogni indotti dalla pubblicità che si riceve nelle APP degli smartphone. I soldi per comprare merci inutili – cioè i rifiuti – saranno regalati col reddito minimo. Di fronte a questo scenario miserevole piuttosto plausibile, in Italia non esiste soggetto politico pensante, autonomo e coraggioso, capace di dire la cosa più scontata e bella che ci possiamo immaginare: «uscire della religione capitalista per cominciare a vivere da esseri umani, piegando la tecnica ai bisogni delle persone e programmare la prosperità. Si può fare poiché oggi ci sono le conoscenze e le tecnologie per farlo». Solo uscendo dal piano ideologico e religioso sbagliato – il capitalismo – possiamo ripristinare la sovranità popolare e degli Stati per programmare un futuro sostenibile e prosperoso scoprendo la bioeconomia e l’etica politica. In tal senso potremmo applicare la Costituzione repubblicana.

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Ripristinare l’urbanistica

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E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio?

Per millenni l’uomo ha saputo costruire città e insediamenti umani senza l’invenzione dell’economia capitalista e senza sapere cosa fosse una rendita fondiaria o immobiliare. Fino alla nascita dell’epoca moderna, le città si costruivano per favorire una vita sicura, stimolavano l’incontro, lo sviluppo di conoscenze e lo scambio delle merci, poi cominciarono a fortificarsi assicurando una difesa più efficace. Esistevano gerarchie di classe, un centro ben organizzato e collegamenti con le altre città. Chi era al vertice delle gerarchie di classe stabiliva le regole: il Re, il dittatore, il sovrano, il monarca, l’imperatore, la borghesia, un’oligarchia, un’élite. Nel corso dei secoli, il potere ha stabilito che gli schiavi, sotto pagati o non pagati, costruirono le città. L’oligarchia locale decideva chi era utile alla città e chi no, sceglieva di riconoscere o meno chi aveva la conoscenza e la capacità di costruire, dissodare terreni, coltivare e allevare bestiame, ed era ben accolto nelle città. I sovrani sceglievano di riconoscere conoscenze e capacità altrui, ed erano stimati se questi portavano un’utilità politica. Le città erano espressione dell’economia reale, condizionate dai limiti dei luoghi cioè della natura, e subordinate alle capacità politiche. Per secoli le città sono state vere e proprie comunità, dove si riconosceva il valore delle attività umane poiché necessarie alla sopravvivenza della comunità stessa. La moneta non era ricchezza ma strumento di misura.

L’inizio della fine del senso di comunità comincia con l’invenzione della proprietà privata e delle banche, e poi l’invenzione dello Stato moderno che favorirà il capitalismo. I concetti di tassa e gestione amministrativa furono un’invenzione giuridica per sostenere i costi delle guerre da scaricare sulla collettività; se in una prima fase si inventò la tassa sul reddito pretesa dal sovrano in maniera violenta e coercitiva, poi in una seconda fase l’invenzione della tassa stabilita per legge regolarizzava una consuetudine violenta. Furono i liberali a inventare lo stato moderno istituzionalizzando le tasse da utilizzare, non più solo per l’esercito, ma per costruire le infrastrutture necessarie a stimolare i profitti delle imprese private. Nell’Ottocento, quando nasce la scienza dell’urbanistica si apre il conflitto culturale fra socialismo e liberalismo. Gli utopisti socialisti inventano la pianificazione come disciplina per rimediare agli enormi errori delle politiche liberali, dalle disuguaglianze crescenti ai danni sanitari e ambientali.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità.

La borghesia e le classi dirigenti utilizzarono le innovazioni dei socialisti per pianificare meglio i propri interessi e inventarono la rendita per accumulare capitali, proprio attraverso la pianificazione urbanistica. Durante il Novecento in Italia, l’ideologia liberale ebbe maggiore successo poiché la cosiddetta speculazione edilizia divenne persino metodo o consuetudine per far crescere le città e accumulare capitale nelle mani delle classi dirigenti locali (rendite di posizione). La rendita è l’effetto di una concezione prevaricatrice e usurpatrice circa il governo del territorio, è la furbizia dei pochi contro i molti, dei forti economicamente contro la collettività, è l’attuazione dell’idea liberale del laissez faire che ha formato il pensiero di tutta la classe dirigente occidentale. L’economia liberale inventò la cosiddetta zonizzazione, cioè il razzismo economico che sceglie per se dove localizzare le proprie attività, la propria casa, i propri interessi ed espellere i poveri dai luoghi scelti dall’élite locale.

Oggi sono le amministrazioni cittadine a utilizzare la globalizzazione neoliberista sviluppando azioni competitive. Aree urbane estese e città regioni agglomerano attività e funzioni per aumentare l’accumulazione capitalista, in conseguenza di ciò vi sono effetti economici e sociali negli altri territori. Parlamenti e Governi smettono di promuovere politiche economiche e sottovalutano le politiche urbane, in questo modo aumentano le disuguaglianze sociali e di riconoscimento innescando processi disgregativi e di degrado.

La soluzione per porre fine all’ingiustizia e alla rapina, siede sul nuovo piano culturale bioeconomico capace di misurare i flussi di energia e materia, e che pone il territorio fuori dall’economia mercantile e finanziaria. Il suolo non è merce ma una risorsa limitata che consente agli ecosistemi di vivere. Il territorio è un bene e non una merce. Il problema che limita la corretta pianificazione è abbastanza noto. Negli anni ’60, i liberali che sostenevano la maggioranza politica della Democrazia Cristiana decisero di stralciare la proposta della “pubblicizzazione dei suoli”, fra l’altro presentata da un Ministro democristiano come Fiorentino Sullo. Nel resto d’Europa, già da molti decenni si applicava uno strumento giuridico abbastanza noto che evitava, ed evita la possibilità di speculare quando si pianifica un territorio. Il tema generale è chiamato regime giuridico dei suoli. Il legislatore italiano, se avesse la volontà politica di farlo, può unire il diritto di superficie con la pubblicizzazione dei suoli alla bioeconomia, per stimolare la nascita di un nuovo processo economico necessario per rigenerare il patrimonio esistente ma senza speculare e per limitare drasticamente il consumo di suolo. E’ possibile governare e pianificare il territorio costruendo diritti senza speculare e distruggere il territorio? Si può fare domani mattina, ricordandosi che l’urbanistica non è stata inventata per fare profitto ma per risolvere problemi. Si può fare restituendo sovranità allo Stato e il ruolo di controllore e coordinatore, con la capacità di spendere con i limiti della bioeconomia; intervenire per favorire l’interesse generale, e cambiando le regole che valutano piani e progetti, dando prevalenza all’utilità sociale e ambientale piuttosto che al ritorno economico degli investitori privati.

Il disordine urbano, il degrado e le speculazioni non sono figli dell’urbanistica ma di una cultura politica molto nota: è il liberalismo capitalista. Per decenni i piani regolatori generali delle città sono stati pensati per assecondare la crescita della produttività delle imprese private anche quando i piani possedevano caratteristiche di un uso razionale del territorio con densità e spazi più adeguati. In Europa e in Italia, l’epoca della crescita è finita da molto tempo poiché il capitalismo che serve solo se stesso ha scelto altri luoghi dove localizzarsi, tutto ciò mentre le classi dirigenti totalmente impreparate continuavano ad adottare piani obsoleti. Le conseguenze di questa condotta politica sono state: l’aumento delle diseguaglianze economiche, la negazione del diritto alla casa ai ceti meno abbienti, la costruzione di città-regioni e l’aumento del consumo suolo, l’abbandono delle periferie e il degrado sociale, l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione dei servizi sociali e la carenza di standard minimi nei centri urbani consolidati. Le politiche urbane neoliberali sono state un disastro totale, mentre l’attuale classe dirigente è incapace di ripensare i paradigmi culturali della società per suggerire un nuovo modello che può nascere dalla bioeconomia, e dal recupero di alcuni valori descritti dagli utopisti socialisti dell’Ottocento.

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Neighborhood unit (cellula urbana).

Nichilismo urbano

Il tema non è nuovo, anzi è contemporaneo ed affrontato egregiamente da uno storico dell’architettura fra i più bravi e brillanti, il prof. Renato De Fusco scrisse un libro tal titolo eloquente Architettura come mass medium. De Fusco non usa la definizione di “nichilismo urbano” ma si rifà ad Heidegger, Durkheim, Adorno e la scuola di Francoforte e molti altri critici della società dei consumi per condurre le sue indagini sulla semiotica dell’architettura. Nel testo troviamo le chiavi di lettura di molti fenomeni urbani di quest’epoca tremenda, dal punto di vista sociale, economico, urbanistico e per l’appunto architettonico.

Non sorprende che una capitale europea come Roma non sia amministrata e governata degnamente, e come molti osservatori hanno già scritto questa crisi viene da lontano, mentre i cittadini non sono affatto innocenti poiché i loro rappresentanti sono stati votati.

Dal punto di vista urbanistico e architettonico, l’ormai famigerato caso della speculazione di Tor di Valle, è l’ennesimo tassello dell’epoca odierna: il capitalismo neoliberale che produce nichilismo urbano. Questo è un fenomeno occidentale molto diffuso e applicato dagli amministratori locali, i quali non sono più chiamati a pensare e dialogare con i cittadini. Da molti anni si è consolidata una prassi che troviamo in tutte le città globali e anche nelle periferie economiche. I capitali privati decidono dove e come investire mentre il territorio è merce a loro disposizione. Gli investitori si affidano alle cosiddette archistar che hanno l’opportunità di esprimere il proprio ego e le proprie sperimentazioni stilistiche auto referenziali. Il mondo capitalista è lo spirito del tempo che sfrutta la pubblicità e i medium di massa per imporre il proprio nichilismo. In questa regressione culturale spariscono sia l’architettura e sia l’urbanistica, e restano le costruzioni della pubblicità ma soprattutto i simboli delle multinazionali, i loghi, i marchi, il brand. Nell’accezione economica liberale, le costruzioni edili sono merce che creano “ricchezza” per accumulare capitale e porre garanzie sui debiti privati. In buona parte degli Enti locali non siedono uomini di cultura capaci di leggere l’urbanistica e l’architettura, ma troviamo mediocri amministratori, utili a vendere la merce dei padroni.

La storia dell’urbanistica, se fosse letta anche dai cittadini, insegna che per garantire diritti a tutti gli abitanti, il territorio non deve rispondere alla religione economica, poiché esso è sia una risorsa finita e sia luogo per costruire diritti e servizi utili allo sviluppo umano. Uno dei padri dell’urbanistica, Howard, mostrò che attraverso il sistema delle cooperative si potevano realizzare città intere, indirizzando il profitto delle rendite alla costruzione dei servizi collettivi e sfruttando il diritto di superficie per i residenti con un canone sufficiente a pagare gli investimenti e costi di gestione. Era un sistema dove i soggetti privati si prendevano cura della cosa pubblica non per trarne profitto ma per realizzare diritti senza scaricare i costi sullo Stato. Poiché tale sistema è figlio di un’idea socialista se non addirittura comunista (condivisione del bene comune), esso è stato appositamente scartato dai liberali, i quali hanno saputo psico programmare tutto l’Occidentale con lo slogan laissez faire al mercato, con l’intento opposto ai socialisti di incarnare il vero spirito capitalista, cioè accumulazione, profitto e l’avidità. Da circa trent’anni, tutte le nostre politiche urbane sono forgiate dall’avidità dei privati che applicano il laissez faire, nonostante sia noto a tutti che tale religione è la radice della gentrificazione urbana, della crisi sociale e del degrado urbano, oltre che della rapina economica dei privati contro la collettività.

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Letchworth, fondata da Raymond Unwin e costruita secondo il piano Ebenezer Howard

 

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Cassandra

Solitamente auto citarsi non è elegante, ma credo che in questo caso forse sia utile per aprire un semplice ragionamento. «Per l’Italia è probabile che tornerà il vecchio schema DC e PCI, con altri nomi ed altre vesti, ma i problemi degli italiani rimarranno dove si trovano»; l’ho scritto nel mio diario on-line il 14 settembre 2015. A febbraio del 2017, sembra che il PD sia la vecchia DC e gli altri, gli scontenti, si stanno organizzando come partito a sinistra del PD, ci sono già le sigle, forse la prevalente è “campo progressista” lanciata da Pisapia.

Ho anche scritto diverse volte, quanto sia necessario costruire un nuovo soggetto politico, democratico, ma che abbia la sua visione politica partendo dalla bioeconomia, poiché le categorie “sinistra” e “destra” sorte nel Novecento industrialista sono obsolete, e perché l’industrialismo, almeno in Occidente, sta finendo. Bisogna fare attenzione ai politicanti che dicono destra e sinistra non esistono più, poiché solitamente sono di destra e portano avanti il paradigma dominante liberale e neoliberale, cioè di Adam Smith, oppure di Von Hayek e Friedman. Nell’epoca del predominio capitalista neoliberal, non sono obsoleti i valori descritti da Marx ed Engels, e soprattutto degli utopisti socialisti che andrebbero riletti, compresi e realizzate talune soluzioni poiché vi sono le tecnologie per farlo, ad esempio l’auto sufficiente energetica per le aree urbane e i sistemi di rete controllati dai cittadini, che possono diventare proprietari delle reti stesse, e produttori e consumatori di energia. L’Occidente è in crisi poiché il capitalismo ha contaminato tutto il pianeta, e la specie umana è a rischio a causa della nostra regressione culturale, siamo staccati dalla natura che ci dà vita ed abbiamo abbracciato la religione nichilista professata dai neoliberali. L’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali dovrebbe suggerire ai cittadini di organizzarsi e trovare rappresentanza politica da chi è genuinamente di sinistra e sa avviare la transizione ecologica interpretando la bioeconomia. Oggi, gli ultimi o non votano, o votano male.

Per tendere a un’evoluzione della specie umana dobbiamo affrontare l’analfabetismo funzionale e di ritorno, e ammettere che noi tutti abbiamo bisogno di filosofi, biologici, contadini e architetti conservatori. Per essere veramente propositivi e costruttivi di un’alternativa è necessario uscire dal piano economico per approdare al piano della biologia e della fisica, discipline ignorate sia dagli economisti che dai giornalisti. Mentre è necessario storicizzare destra e sinistra poiché sono facce della stessa religione: neoliberismo. L’obiettivo è la felicità dei popoli raggiungibile quando il nostro pensiero la smetterà di contare in termini monetari ma comincerà a “contare” in termini etici.

Sarebbe sufficiente ricordarsi delle proposte rimaste inascoltate durante il dibattito degli anni ’70 quando sorsero le critiche sul capitalismo. Oggi le scoperte tecnologiche consentono di realizzare una società migliore, ma è necessario ridurre l’influenza del mercato per far riemergere le comunità umane.

In soli trent’anni è cambiato il panorama industriale, e sono cambiati i soggetti politici favorendo una confusione fra i cittadini elettori che non si era mai vista prima. All’interno di questa confusione l’élite ha saputo navigare in maniera adeguata e tranquilla, visto che i profitti delle aziende sono aumentati come non era mai accaduto nella storia dell’industrialismo e il sostegno principale alla rifeudalizzazione della società è venuto proprio dalla cancellazione degli ideali socialisti costruendo un’Unione europea a trazione neoliberista, la peggiore destra che si possa immaginare poiché sta distruggendo la specie umana.

«Non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita» disse Giulio Sapelli, storico dell’economia durante un convegno pubblico, del 4 giugno 2013, circa il tema Capitalismo finanziario e democrazia, ove al centro del dibattito vi erano le osservazioni di James Galbraith, sottolineate e riprese da Emiliano Brancaccio: «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico». In queste due affermazioni c’è tutta la consapevolezza di alcuni economisti e tutta la loro impossibilità di ammettere la necessità di uscire dal piano ideologico della crescita per consentire un’evoluzione umana, ormai non più procrastinabile nel tempo. Se continuano a sedere sul piano ideologico sbagliato [il capitalismo], proponendo ricette sviluppiste nonostante I limiti della crescita, accade che essi dissertano pochissimo di economia, e molto di politica nell’auspicio condiviso di migliorare la qualità di vita dei cittadini ma inseguendo una mera illusione [la possibilità di una nuova crescita che aggraverebbe la crisi ambientale]. Il loro auspicio è far ripartire la crescita, come lascia intendere Sapelli [«non si è riusciti a trovare una linea di continuità alla crescita»], attraverso un nuovo capitalismo industriale. Invece, la fine dell’industrialismo stesso può essere l’opportunità di liberarci del lavoro schiavitù come mostrò Marx, e può favorire la nascita di una società fondata sull’equilibrio ecologico, ove il lavoro è un’opportunità per chi lo cerca, mentre altri possono ugualmente vivere dignitosamente attraverso l’uso razionale delle risorse. Per fare ciò bisogna uscire dalla religione del monetarismo.

Neoliberismo, rendita e speculazione

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Negli anni ’60 e ’70 la classe politica era decisamente divisa, e l’urbanistica è stata la tematica del conflitto politico più acceso con la vittoria dell’ideologia liberale, quando vinse la battaglia sul regime dei suoli sacrificando la proposta del Ministro Sullo (1962). Da un lato la visione costituzionale circa l’esproprio e l’utilità sociale della proprietà e dall’altro la visione liberale del laissez faire al mercato.

Prevalse l’ideologia capitalista liberale spazzando via la riforma che tutelava l’ambiente e di conseguenza la specie umana. Verso la fine degli anni ’80 e inizio anni ’90 si dissolve il partito comunista, lo strumento portatore di interessi generali circa il governo del territorio, e l’ideologia liberale non avendo più argini prosegue la sua cavalcata nella distruzione del territorio. Negli anni recenti (inizio nuovo millennio) si è avuta un’impressionante accelerazione circa il consumo di suolo agricolo, mentre il patrimonio esistente, storico e moderno arrivato a fine ciclo vita, è vittima dell’ignoranza e dell’incuria dei cittadini e di una classe dirigente politica incapace e inadeguata. Gli italiani non hanno più un soggetto politico di riferimento che sappia interpretare e applicare la conservazione del patrimonio esistente e il corretto utilizzo delle risorse naturali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. L’attività pianificatoria è discrezionale, cioè libera nei mezzi e vincolata nel fine, pena l’illegittimità dell’azione stessa e del suo risultato. Cos’è l’interesse generale? E’ l’applicazione dei principi costituzionali. I principi legati al governo del territorio sono espressi negli artt. 2, 3, 9 e 42. «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità»; «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana»; «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»; «la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale». Negli ultimi 70 anni sono pochi i Comuni che hanno interpretato correttamente il mondato costituzionale dell’urbanistica, spesso ha prevalso la speculazione e pertanto ereditiamo aree urbane degradate.

Oggi mediocri arroganti, votati dai cittadini, occupano le istituzioni continuando a distruggere il territorio italiano. Anche se nelle istituzioni ci sono persone elette ma mediocri, costoro non possono prendere decisioni contro la Costituzione e contra legem. Fra pettegolezzi da bar, polemiche infantili e commenti da cabaret, l’avidità dei più forti economicamente decide le sorti del Paese. E così da Roma a Firenze, ancora una volta la rendita immobiliare consuma suolo solo per generare accumulazione di capitale. I politicastri che occupano le istituzioni ignorano i problemi sociali delle città, alimentano il famigerato fenomeno di gentrificazione e ghettizzano i ceti economicamente più deboli; tutto ciò attraverso il sostegno elettorale. Sembra assurdo ma non lo è, poiché la classe operaia non esiste più mentre i poveri votano per i propri carnefici, che una volta al potere eseguono gli ordini di coloro i quali hanno millantato di combattere.

Ancora oggi le città sono considerate merce e le trasformazioni urbane sono realizzare per aumentare la produttività delle imprese, e non per sostenere lo sviluppo umano. Le città sono merce, nonostante questo non sia neanche il dettato costituzionale e neanche della legge urbanistica nazionale. Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita.

Edoardo Salzano, Anna Marson ed Enzo Scandurra: «quanto sta accadendo a Roma – il caso della realizzazione del nuovo stadio – evidenzia in modo eclatante come l’urbanistica sia ormai relegata, dall’ideologia neoliberista dominante da tempo, a un ruolo subalterno e quindi miseramente perdente, rispetto alla centralità che un tempo possedeva nella progettualità riformista».

Scrive Vezio De Lucia: «l’imprudenza di Paolo Berdini non può trasformarsi in un viatico per l’approvazione dello Stadio. Il progetto che va sotto il nome Stadio della Roma è forse la più grossa speculazione fondiaria tentata a Roma dopo l’Unità d’Italia. Un milione di metri cubi a Tor di Valle, in una fragile ansa del Tevere non lontana dall’Eur, località difficilmente accessibile, servita solo dalla Roma-Lido, la peggiore ferrovia d’Italia. Un milione di metri cubi equivale a dieci volte il volume dell’Hilton, l’albergo su Monte Mario della Società generale immobiliare contro il quale, a metà degli anni Cinquanta, si mobilitò l’Espresso (che aveva pochi mesi di vita). «Capitale corrotta, nazione infetta» è il titolo dell’articolo di Manlio Cancogni che dette il via a una memorabile campagna giornalistica, politica e morale, contro il malgoverno urbanistico. All’Espresso si affiancò Il Mondo dove scriveva Antonio Cederna che nell’occasione coniò l’hilton, unità di misura della speculazione edilizia: un hilton = centomila metri cubi. […] Questo modo di fare politica si chiama trasformismo. Fu definita così la pratica politica sostenuta dal presidente del Consiglio Agostino De Pretis che, in un famoso discorso a Stradella nel 1882, si rivolse agli esponenti della destra affinché si trasformassero e diventassero progressisti. Da allora, il trasformismo, da De Pretis a Mussolini a Matteo Renzi al M5S, è diventata la più funesta malattia non solo della sinistra ma di tutta la politica italiana».

Giuliano Santoro: «non c’è ancora un via libera ufficiale alla cittadella che sorgerà a Tor di Valle col viatico del nuovo impianto, ma poco ci manca. Tanto che dopo giorni di attesa, l’assessore all’urbanistica Paolo Berdini annuncia le sue «dimissioni irrevocabili». «Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo Stadio della Roma», è il grido di dolore dell’ormai ex assessore».

A Firenze si presenta un progetto analogo, informa Ilaria Agostini: «un nuovo stadio. E a fianco una Cittadella Viola che fa gonfiare volumetrie e proventi. Metri cubi da costruire in project financing nei pressi dell’aeroporto in espansione (quello di Carrai e Eurnekian) che, a sua volta, scalza una vecchia lottizzazione oggi in mano alla Unipol. In un clima di land grabbing all’argentina. Tutto, o quasi, fuori dalla pianificazione generale».

Paolo Berdini si dimette a seguito del dialogo aperto fra la Giunta e i privati, e nel dare le dimissioni accusa l’organo politico di aver cambiato idea circa il progetto speculativo,«mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo Stadio della Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto, ha provocato immensi danni a Roma».

Cos’è l’urbanistica contrattata? Nell’urbanistica contrattata la contrattazione tra i soggetti che hanno il potere di decidere delle operazioni di trasformazione urbana sostituisce un sistema di regole valide per tutti e definite dagli strumenti della pianificazione urbanistica. Si manifesta quando l’iniziativa delle decisioni sull’assetto del territorio non viene presa dagli enti che esprimono gli interessi della collettività, ma in seguito alla pressione diretta o con il condizionamento, di chi possiede consistenti beni immobiliari: quando insomma comanda il proprietario degli immobili e non il Comune. Poiché il potere di decidere sull’assetto del territorio spetta, sulla carta, ai Comuni, allora quando i proprietari vogliono incidere sulle scelte sul territorio devono almeno fingere di contrattare le scelte con i rappresentanti di quegli enti. Si tratta di una questione di facciata.

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Ridimensionare i Comuni

Osservando la trasformazione dell’armatura urbana italiana, appare chiaro che i Comuni attuali non rappresentano più i luoghi istituzionali efficaci per governare il territorio. Le aree funzionali (sistemi locali del lavoro), le reti di città e il policentrismo sono le interpretazioni territoriali e urbane che mostrano l’armatura urbana.

Oltre a ripensare i confini amministrativi dei Comuni è necessario ripensare i paradigmi culturali dei finanziamenti pubblici e privati favorendo l’approccio bioeconomico che offre opportunità e prosperità.

Distretti turistici

Nel 2011 il Governo italiano decide di istituire i distretti turistici. Cosa sono? Ambiti territoriali che nell’intenzione governativa dovrebbero sviluppare un’economia turistica, cioè insiemi di Comuni che dovrebbero cooperare su piani e progetti condivisi. In Provincia di Salerno sono stati individuati ben 5 distretti (“Cilento blu”, “Costa d’Amalfi”, “Riviera salernitana”, “Sele picentini” e “Golfo di Policastro”). Il fatto che i Comuni decidano di cooperare è senza dubbio un vantaggio politico strategico. La Provincia di Salerno ha già un proprio piano provinciale abbastanza recente, il Ptcp 2012 che individua ambiti territoriali e identitari per sviluppare politiche turistiche e riconosce la forma insediativa policentrica delle aree urbane. Inoltre, la ricerca “PRIN post metropoli” legge le forme insediative delle aree urbane italiane, delle aree interne e costiere, mostrando dati da interpretare. Dietro i termini “riqualificazione” e “valorizzazione” usati dai Sindaci dei Distretti, ci sono gli interessi economici di soggetti privati e i progetti di nuove forme insediative urbane che hanno un impatto ambientale, e che se non correttamente pianificati possono aumentare i fenomeni di dispersione urbana, o addirittura essere foriere di speculazioni edilizie. Per evitare investimenti sbagliati e speculazioni che danneggiano l’ambiente, sarebbe corretto coordinare i distretti con i valori della bioeconomia e soprattutto proporre progetti dentro una bioregione urbana che oggi non esiste. La scuola territorialista italiana ha già predisposto due piani paesaggistici, uno per la Regione Toscana e l’altro per la Puglia. Una corretta pianificazione, cioè un buon investimento si realizza rispettando il Ptcp 2012, e realizzando progetti bioeconomici dentro gli ambiti identitari già individuati, per rispettare le risorse locali e creare nuova occupazione utile nei “sistemi locali del lavoro”.

E’ chiaro che le intenzioni dei privati sono quelle di creare profitti sfruttando il territorio. Questo è l’impulso pavloviano dell’egoismo liberal che esiste sin dal Settecento. Siamo ancora attaccati all’invenzione dell’economia dove ogni cosa è merce, compresa la natura che ci da vita mentre la distruggiamo. La religione neoliberale sta distruggendo la specie umana e così anche l’identità storica degli insediamenti umani. L’approccio politico dell’età moderna non ha la virtù di avere una visione etica rispetto agli attuali cambiamenti tecnologici e sociali, e soprattutto ha dimostrato di distruggere noi stessi oltre che il territorio. Questa religione crea nuove forme di schiavitù chiamate precariato, e nuova disoccupazione, espropriando le comunità della propria storia, identità sociale e culturale. Per semplificare, un distretto turistico che ha in mente una colata di cemento lungo una fascia costiera, non è un piano di un distretto turistico ma è un disegno criminale. Perché si immaginano disegni criminali? La religione liberale instaurata dalla classe dirigente ha tolto allo Stato la capacità di spendere, e così qualsiasi intervento urbano è sottoposto ai ricatti dei privati che giudicano sull’esclusivo interesse del tornaconto personale. In questo modo lo Stato distrugge il bene comune abdicando a se stesso, e al proprio ruolo di controllo e al dovere di applicare la Costituzione e l’interesse generale. E’ necessario che lo Stato si riprenda il ruolo di investitore per tutelare la collettività. Nel caso specifico, la fascia costiera salernitana ha la necessità di essere rinaturalizzata, sia eliminando le sorgenti inquinanti e sia attraverso interventi di carattere biologico (agro-forestale), regalando benessere a tutti i cittadini. Inoltre, un vero e serio piano di sviluppo turistico è improntato sulla bellezza e sulla manutenzione dell’esistente demolendo gli abusi edilizi, e rigenerando l’ambiente. Solo in questo modo si crea un vero servizio turistico, mentre le eventuali strutture ricettive possono essere realizzate recuperando i volumi abbandonati per contenere il consumo di suolo.

La novità dell’approccio bioeconomico è nella capacità di misurare i flussi di energia creati da piani e progetti, e la capacità di misurare gli impatti sociali. La bioeconomia misura l’analisi del ciclo vita dei materiali e l’analisi dell’impatto sociale. Ciò che manca ancora e fa danni inestimabili, è la formazione culturale della classe politica e imprenditoriale sulle enormi opportunità suggerite dalla bioeconomia che cambia i paradigmi culturali. Ad esempio, mentre taluni dinosauri dell’impero neoliberal distruggono il territorio rispetto al ritorno economico dei progetti; la bioeconomia mostra lo sviluppo umano del progetto attraverso un uso razionale dell’energia. Sempre più il turismo sta cambiando, in meglio per fortuna, non si costruisce un’offerta turistica sulle quantità dei sistemi ricettivi e ma sulla qualità. Un buon turismo non si costruisce con le colate di cemento, mentre la cultura dei turisti si sta alzando. I turisti chiedono bellezza e la conoscenza dell’identità storica dei luoghi; chiedono la qualità ambientale, il cibo, la storia, l’arte con migliori servizi ricettivi partendo proprio dall’accoglienza svolta dalla simpatia delle persone. Il territorio salernitano, per tradizione possiede già molte caratteristiche e servizi di qualità apprezzati da tutto il mondo, esso deve “solo” migliorare il proprio ambiente eliminando le sorgenti inquinanti, ad esempio implementando i sistemi di raccolta delle acque nere dove mancano, e migliorare il trasporto pubblico. Infine educare e formare i propri concittadini alla conoscenza del territorio per favorirne una fruizione sostenibile e intelligente.

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Provincia di Salerno, estratto dal Ptcp 2012.

Agenda urbana? Consigli …

Avevo già accennato al percorso dell’UE circa l’elaborazione di una cosiddetta agenda urbana europea (Patto di Amsterdam), così come l’inevitabile inefficacia di tale approccio politico. Cos’è l’agenda urbana europea? Un insieme di buone pratiche e consigli dove le stesse amministrazioni politiche decidono cosa conviene realizzare rispetto al consenso politico. L’approccio è quello del politico che si parla addosso, mentre sceglie i temi che conviene proporre escludendo quelli più scomodi. Sono presenti argomenti che attirano l’attenzione come la sostenibilità, l’energia e la mobilità, ma manca la pianificazione urbana. Sembra assurdo ma nell’agenda urbana europea manca proprio la pianificazione e lo storico conflitto innescato dalle rendite. Sull’agenda urbana anche l’ONU ha le sue linee guida da suggerire (Conferenza Habitat III di Quito). Il tema della cosiddetta agenda urbana rispecchia il paradigma neoliberale attuale, e così l’agenda è declinata come l’ennesimo modello competitivo fra città e territori, tutti tesi a individuare temi e progetti da far competere per attrarre investitori privati e risorse finanziarie.

Problemi culturali e amministrativi dell’approccio sono proprio i meccanismi decisionali chiamati governance multilivello. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo). Non solo l’agenda europea è praticamente immatura, e appare come strumento di propaganda politica, ma distribuisce risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Siamo entrati nell’era urbana, e la classe politica sembra non essere interessata a cambiare le politiche urbane, sembra incapace di riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica. Le istituzioni fanno fatica a riconoscere la necessità di un cambiamento radicale, nonostante sia chiaro che le politiche urbane neoliberali distruggono risorse, territori e creano disoccupazione. Inoltre le classi dirigenti appaiono incapaci di ascoltare e valorizzare le voci autorevoli che propongono un cambiamento culturale anche nell’urbanistica. La scuola territorialista, molto nota all’estero, ha le capacità per proporre un cambiamento attraverso la proposta progettuale della bioregione urbana, così come la corretta interpretazione delle aree funzionali riclassificate nei sistemi locali del lavoro.

Ancora oggi le città sono considerate merce e le trasformazioni urbane sono realizzate per aumentare la produttività delle imprese, e non per sostenere lo sviluppo umano. Le città sono merce, nonostante questo non sia neanche il dettato costituzionale e neanche quello della legge urbanistica nazionale. Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita.

L’Italia ancora non ha sviluppato una propria agenda urbana, nonostante sia nota la crisi delle città, nonostante degrado e sottosviluppo creati dal capitalismo neoliberale sono ampiamente diffusi e realizzati dagli Enti locali, a danno della collettività e dei ceti meno abbienti. Solo un’organizzazione politica stupida e immorale può pensare di distribuire risorse prestandole secondo logiche di profitto. Le aree urbane italiane sono vulnerabili per una serie di motivi: rischio sismico e idrogeologico, ciclo vita degli edifici. Se fossimo cittadini ragionevoli saremmo capaci di selezionare una normale classe dirigente, per realizzare un cambiamento di scala amministrativa leggendo le aree urbane estese, le nuove città italiane, e poi utilizzeremo la bioeconomia per pianificare città e territorio.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista:
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.
rischio idrogeologico La Repubblica 18112019
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