Investire per cancellare le disuguaglianze

In numerose riflessioni (verde di prossimità, bioregione urbana, aree ASI e fascia costiera, la valle dell’Irno, il disegno di suolo e l’area urbana estesa, esperienze di arredo urbano, un modello di rigenerazione bioeconomica, le scuole, riprogettazione dell’area ASI, la città rete-meridionale) ho esposto diversi punti di vista per stimolare la creazione di attività utili al nostro territorio, e il punto focale di molte riflessioni è la pianificazione: nel senso più ampio del termine cioè economica, territoriale e urbanistica. Il ceto dirigente, aderendo all’ideologia del famigerato mercato ha rinunciato alla pianificazione istituzionale e lascia che le imprese decidano il futuro economico di un territorio: il risultato è sotto i nostri occhi, in Provincia di Salerno c’è un alto tasso di disoccupazione: 17,2% (2019) contro il 4, 5, o 6% dei territori normali. L’impegno più importante di una comunità consapevole dovrebbe essere quello di portare il tasso di disoccupazione a livelli normali e accettabili, ma il percorso è lungo e tortuoso, e nel percorrerlo è determinante una buona dose di creatività, di capacità dialogo e di apertura mentale, poiché nel corso degli anni è facile intuire che decine di migliaia di persone non potranno mai raggiungere l’auto sufficienza economica senza l’aiuto dello Stato. I Paesi normali e civili hanno sistemi di welfare efficaci perché aiutano tutti, e sono capaci non solo di unire domanda e offerta di lavoro, ma di creare nuovi impieghi e aderenti alle capacità delle persone e alle necessità del territorio. I Sistemi Locali del Lavoro virtuosi, normalmente, programmano corsi di aggiornamento e di formazione per qualunque persona, cioè le istituzioni locali hanno enti di formazione professionale e realizzano corsi per qualsiasi individuo che voglia imparare un mestiere richiesto dalle imprese del territorio. Questa semplice programmazione (formazione-lavoro) unisce domanda e offerta di lavoro. I Paesi normali e civili non hanno mai rinunciato alla pianificazione, anzi è il loro punto di forza ed investono ingenti risorse nei luoghi marginali per condurli a livelli adeguati, cioè al pari dei Sistemi Locali del Lavoro economicamente più forti. I Paesi normali e civili non hanno disuguaglianze territoriali come quelle fra il Nord e il Sud d’Italia, poiché sono ritenute immorali, stupide e dannose per l’economia della Nazione. Nel nostro Mezzogiorno non esiste un sistema di welfare normale e adeguato ai problemi sociali ed economici del territorio. Le istituzioni danno la netta impressione di continuare a ignorare questo problema, scegliendo strade politiche sbagliate e obsolete perché lasciano insoluti i problemi contribuendo ad aumentare il divario fra Nord e Sud. E’ altresì vero che lo Stato programma disuguaglianze territoriali poiché non distribuisce le risorse di tutti in maniera equa, anzi privilegia territori già ricchi a danno degli altri. Inoltre, le disuguaglianze economiche e sociali non sembrano essere un tema prioritario né per le famiglie e né per il ceto politico dirigente del Sud. Le maggioranze politiche condotte al potere dagli elettori non sembrano capaci di risolvere le disuguaglianze, e le forze economiche più agiate continuano a orientare le scelte governative, cioè lo status quo resta immutato, mentre con lo scorrere del tempo aumentano i poveri, perché fu sbagliata la scelta politica di aderire alla religione neoliberista dove le imprese private sono libere di perseguire la propria avidità, e lo Stato rinuncia ad intervenire per correggere gli errori del capitalismo. Quando una società rinuncia a sé stessa, e sceglie il nichilismo capitalista sopravvive solo il mercato, e il potere si concentra sugli individui che possono comprare e vendere una merce, ma questa è la nostra realtà: un’esistenza mercificata dove non esistono diritti e non esistono valori, né umani e né naturali. La Costituzione italiana dice ben altro, ma la classe dirigente ha scelto la religione capitalista: tutto è merce, e servono capitali per ogni intervento sul territorio. Si tratta di un arbitrio, un’invenzione, una convenzione, e l’essere umano, se lo desidera, può creare nuove convenzioni, nuove regole e nuovi accordi commerciali per costruire una società migliore di questa. Senza particolari problemi, lo Stato può intervenire sull’economia (come succede in altri Paesi) e può cominciare a costruire territori ove non esiste solo il famigerato mercato, mentre gli Enti locali possono cominciare a valutare gli investimenti con nuovi criteri, cioè osservando gli impatti sociali e ambientali.

Pensare agli investimenti sul territorio significa pianificare, e una corretta e adeguata pianificazione si basa sulla conoscenza, cioè sulla storia e sulle risorse locali, significa conoscere l’esistente per aggiustarlo, cioè affrontare le disuguaglianze per rimuoverle definitivamente e dare alle persone le opportunità che spettano loro, cioè scegliersi liberamente un percorso di crescita individuale, ed in Italia questa libertà non è consentita a tutti ma solo a coloro i quali nascono in ambienti economicamente già forti, con i servizi adeguati e correttamente distribuiti sul territorio. Il destino di molti meridionali è l’ingiusta e l’immorale condanna all’emigrazione per sopravvivere. Questa ingiustizia è ampiamente nota ma volutamente trascurata poiché il sottosviluppo di un’area è la ricchezza di un’altra, e questo schema capitalista è in corso di realizzazione in tutt’Europa, cioè un’élite degenerata programma le disuguaglianze affinché un’area “centrale” possa arricchirsi sulle spalle di un’area “periferica”.

L’approccio territorialista e bioeconomico è quello che può garantire il più alto numero di impieghi ottenibili perché si basa proprio sulla conoscenza approfondita del territorio, con criteri di sostenibilità ed il coinvolgimento degli abitanti nel costruire un percorso di autocoscienza dei luoghi. Lo Stato ha l’obbligo di rimuovere le disuguaglianze perché non sono previste dalla Costituzione e pertanto usando la cultura bioeconomica, le istituzioni dovrebbero ripensare le agglomerazioni industriali interne ai Sistemi Locali del Lavoro, e riconoscendo le nuove strutture urbane estese si potrebbero pianificare processi di rigenerazione urbana e rurale che coinvolgono anche i territori interni. Un obiettivo importante è ridurre il rischio sismico e idrogeologico degli insediamenti umani, e poi costruire nuove relazioni fra città e territori rurali. Per creare nuovi impieghi è importante territorializzare, cioè aprire attività di manifattura leggera per concentrare l’offerta di lavoro in determinati Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno, e ripensare la relazione e l’uso del territorio degli abitanti, offrendo loro nuove urbanità e tecnologie utili che tendono all’auto sufficiente energetica.

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Cambiare il sistema 2

I temi odierni di politici, politicanti e media, sembrano dire che non vogliamo accettare la realtà, sia perché milioni di individui non la conoscono in profondità e sia perché all’élite non interessa la realtà ma l’opportunità di continuare a vivere di privilegi, rendite parassitarie e l’usurpazione dei diritti altrui (sfruttamento della schiavitù). La conoscenza neotecnica acquisita dalle imprese private è a dir poco straordinaria e fantascientifica, queste possono estrarre materia dal pianeta, trasformarla e distribuirla a costi così bassi, impensabili fino a pochi decenni fa, mentre la combinazione finanza e paradisi fiscali, già noti e presenti da molto più tempo, occultano i profitti privati dai regimi fiscali dei Paesi. Il capitalismo è questo: egoismo, competitività, violenza, guerre, truffe e sistematica violazione dei diritti umani e della dignità delle persone che lavorano, cioè la schiavitù. Anche in questo periodo di epidemia da covid-19, gli imprenditori esplicitano e ricordano a tutti i propri interessi fregandosene della vita umana, come accadeva nel Settecento e nell’Ottocento, e puntano allo sviluppo economico. Sono tre i fattori che determinano lo sviluppo economico: l’ambiente naturale (posizione geografica, il clima e le risorse), lo scambio internazionale (mercato delle merci e flussi migratori) e le istituzioni (assetto socio-politico); ma le istituzioni sono la causa preponderante dello sviluppo economico [è implicito che ciò determina anche il sottosviluppo in determinate aree]. Sviluppo economico e sviluppo umano non sono la stessa cosa, così come non è detto che la democrazia sia uno stimolo per lo sviluppo economico, mentre lo è per lo sviluppo umano. Ad esempio, è abbastanza noto che mentre l’élite è preoccupata del calo PIL mondiale, questo indicatore non ci serve per misurare il benessere delle persone, ed ancora oggi tutto il mainstream divulga e insegue temi e discussioni fuorvianti e inutili, che non aiutano l’evoluzione della specie umana ma perseguono la regressione sociale e il nichilismo.

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La conoscenza neotecnica può essere trasferita dalle imprese private a cittadini e Stati, e decidere di programmare l’uscita dalla stupida e dannosa religione capitalista. Le macchine e l’informatica prenderanno il posto di milioni di lavoratori (ciò è già accaduto ed il fenomeno è in crescita), come è stato preconizzato all’inizio del Novecento, lo dobbiamo accettare e anziché lasciare questo processo nelle mani avide dei sacerdoti capitalisti, è fondamentale che questo processo sia coordinato dalle persone e dallo Stato, non più liberista ma socialista, poiché bisogna affrontare l’idea che milioni di persone non potranno mai lavorare, ma dovranno pur vivere e questo può accadere in una società libera dal debito, sovrana della propria economia. Da questo punto di vista, vi è il cambiamento del sistema che favorisce l’evoluzione della società, lo Stato esce dall’economia del debito e lo strumento monetario torna sotto il controllo della Repubblica oppure dell’UE che diventa Stato repubblicano. E’ un punto complesso poiché oggi c’è conflitto fra i Paesi membri dell’UE che non si mostrano solidali ma sciacalli che si nutrono delle difficoltà altrui. Al di sopra delle pubbliche istituzioni c’è il famigerato mercato finanziario completamente libero di agire come una bestia che si nutre di speculazioni a danno di prede più piccole, e così nei periodi come questi scatta la rincorsa a mangiare le prede più piccole per centralizzare e concentrare il capitale nelle mani di pochi. Cosa significa? L’élite capitalista europea è in competizione per comprare asset strategici, e continuare a vivere di privilegi e rendite parassitarie. Se ci fosse un ceto politico libero e civile allora potrebbe usare la recessione per creare alleanze e convergenze che dovrebbero trovare unione sull’uscita dal capitalismo, ad esempio regolamentare l’immorale mercato finanziario per evitare che gli speculatori continuino a fare profitti scommettendo contro i popoli. Il salto è di carattere culturale, dal becero egoismo che distrugge valori ambientali e sociali alla bioeconomia, sinonimo di razionalità nell’uso delle risorse e di democrazia che sostiene lo sviluppo umano.

Nel nuovo modello, la fiscalità generale dovrà essere utilizzata per costruire i servizi di welfare che oggi non esistono, col sostegno della comunità ma soprattutto con il recupero totale delle somme evase ed eluse, e con l’eliminazione delle disuguaglianze territoriali costruendo nuovi impieghi nelle aree marginali, cioè al Sud. Se restiamo sul piano ideologico sbagliato i non lavoratori saranno poveri e indigenti ma se approdiamo sul nuovo piano, quello bioeconomico, allora lo Stato sarà orientato allo sviluppo umano di tutti, e chiunque potrà accedere a livelli di conoscenza e di competenza per svolgere ruoli e attività utili, mentre altri che non potranno lavorare saranno ugualmente utili poiché non più schiavi del consumismo più becero. In una società non capitalista qualunque persona può trovare il proprio percorso di autorealizzazione perché libero dalla stupida competitività finalizzata al reddito per sopravvivere. Senza la necessità del reddito da lavoro e la costrizione di un impiego che non si desidera, ma dentro una comunità ricca di servizi culturali e sociali, chiunque potrà essere libero di impiegare tempo ed energie per la crescita culturale e spirituale. Le persone creative e colte sono quelle che creano nuove opportunità di lavoro ma libere dalla crescita continua della produttività, potranno utilizzare le conoscenze neotecniche per aggiustare i danni realizzati dalla religione capitalista e rigenerare le aree urbane estese per renderle luoghi in armonia con la natura e con noi stessi.

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Cambiare il sistema

Per cambiare un sistema è necessario conoscerlo, ed è ciò che sappiamo dalla psicologia ma non solo, questo è anche un approccio matematico che idealizza e studia le regole di un fenomeno per interpretarlo e riscriverlo diversamente. La contraddizione della nostra specie è che vive in un pianeta determinato dalle leggi della chimica e della fisica ma negli ultimi tre secoli ha adottato comportamenti indotti da una credenza: il capitalismo che si è evoluto in fede, in istituzione teologica: una chiesa con sacerdoti addomesticati nelle università pubbliche. I preti si fanno chiamare economisti ma non sanno nulla di economia perché ignorano l’ecologia e l’entropia, piuttosto sono esperti di manipolazione di dati numerici che non hanno alcuna attinenza con la realtà, e nessuna attinenza con la felicità e il benessere delle persone, quanto piuttosto con l’avidità, l’egoismo, la violenza e la competitività. Il prete economista conosce bene tutti gli strumenti dell’inganno proprio come Lucifero, egli tenta e inganna l’uomo qualunque al fine di procurare un profitto al suo padrone: il prenditore capitalista. Pochi amano ricordarlo ma questi preti economisti sono stati usati per colonizzare territori, e indurli a una dipendenza costante, anche attraverso i fallimenti di comunità e Nazioni, ad esempio gli USA e non solo loro, li utilizzano come “sicari dell’economia”. Le principali istituzioni bancarie hanno piani di colonizzazione e dipendenza (da debito) dei Paesi in via di sviluppo e in Occidente, nell’UE. Ad esempio, la schiavitù è essenziale per la chiesa capitalista.

Mentre cresceva la chiesa capitalista, contemporaneamente aumentavano le scoperte scientifiche e tecnologiche e la consapevolezza dei danni irreversibili creati dall’industrialismo. Gli ecologi misurano il tasso di estinzione delle specie fino a 1000 volte maggiore rispetto all’Ottocento (perdita di biodiversità), quando cominciò la rivoluzione industriale a livello globale. E’ degli anni ’80 la teoria circa il rischio dell’estinzione di massa delle specie causata dalla distruzione degli habitat (Norman Myers), ed il fatto che l’uomo abbia invaso queste aree ha come naturale conseguenza la trasmissione e lo scambio di virus da specie a specie, in maniera reversibile, dall’uomo alle altre e viceversa. In natura esistono le cosiddette piramidi ecologiche ove una specie preda l’altra per sopravvivere, mentre noi siamo l’unica specie che preda tutto, e non lo facciamo per sopravvivere ma perché la chiesa capitalista ci ha detto farlo, per mero profitto, concetto sconosciuto alle altre specie viventi. Inoltre, in natura esistono le catene alimentari, cioè un flusso di energia per sostenere le specie, è una gerarchia nutrizionale degli habitat, ed anche in questo caso noi siamo l’unica specie che non segue una legge logica fisica, poiché l’industria estrae risorse in tutto il pianeta in maniera irrazionale, distruggendo in maniera irreversibile gli ecosistemi, e lo facciamo sempre per assecondare la chiesa capitalista: vendere, vendere, vendere. Oggi più di prima, sappiamo che siamo tutti interconnessi, e che esiste una vasta rete di processi chimici-fisici-biologici fra piante e animali, ed è questa rete che rende possibile gli scambi energici in maniera equilibrata, e gli animali ci insegnano che essi hanno persino un comportamento adattativo, influenzati da cibo e temperatura. La chiesa capitalista non si adatta: distrugge e basta, poiché la sua funzione della produzione è una curva in costante crescita, non prevede altro. La Terra è un super organismo vivente e muta quotidianamente, mentre la fede capitalista fa credere che le risorse siano illimitate anche perché sono rubate, e questa arrogante illusione crea danni reali all’economia, cioè all’ecologia, ad esempio gli insediamenti umani e l’agricoltura dipendono ancora dalle fonti fossili, e questo è un errore enorme sotto tutti i punti di vista, sia perché l’immissione eccessiva di gas crea inquinamento e sia perché le comunità non sono auto sufficienti, non sono libere. Da molti anni abbiamo le tecnologie per abbandonare l’impiego di massa delle fonti fossili ma non lo facciamo, mentre il comportamento umano dettato dalla chiesa capitalista è socialmente pericoloso, oltre che palesemente violento e stupido. L’inganno più grande è stato quello di aver mercificato tutto, perché in questo modo gli individui sono stati costretti a comprare tutto attraverso il denaro. Le società pre-capitaliste non compravano tutto perché auto producevano, ed il vero valore era dettato dal saper fare le cose, e questo sapere era alla base dei rapporti di comunità, poiché ognuno aveva bisogno dell’altro per scambiarsi qualcosa. In maniera analoga, impiegando le tecnologie delle fonti alternative possiamo scambiarci energia e conoscenze per rigenerare i territori danneggiati dalla chiesa capitalista. Questa attività rigenerativa crea occupazione utile e ristabilisce rapporti di comunità che possono indurre processi evolutivi di crescita civile.

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Riflettere

L’esperienza che stiamo vivendo insegna che di fronte al pericolo della morte, il ceto dominante rinuncia ai dogma della chiesa capitalista (patto di stabilità e crescita, debito pubblico, chiusura delle attività produttive) e lascia il passo alla scienza per evitare il peggio. Una delle conseguenze più note quando il capitalismo è sospeso, cioè quando la famigerata crescita rallenta accade che il pianeta respira con beneficio per tutte le specie viventi. L’intenzione del ceto politico dominante (imprese e politici) è quella di immettere liquidità (soldi) in assenza di produzione, come debba avvenire è una tema aperto. Torniamo al concetto di economia («amministrazione della casa») reale e poniamoci una domanda: se non ci fosse la pandemia potremmo vivere in armonia con la natura? La domanda esprime un’idea nascosta, e cioè che la produzione inquina distrugge, aprendo a temi politici finora sottovalutati (nonostante le contraddizioni del capitalismo siano note da secoli). La risposta è: si, possiamo vivere in armonia con la natura. Il dramma dell’epidemia dovrebbe suggerire una seria riflessione sulla religione capitalista per immaginare e programmare l’uscita da un sistema dannoso e obsoleto, e ripensare l’intera società per approdare a stili di vita sostenibili e intelligenti. Si tratta di ripensare i modelli di produzione e garantire risorse alle future generazioni. Il linguaggio del mainstream lascia intendere che la volontà del ceto dominante è riprendere la crescita così com’era prima dell’esplosione dell’epidemia, ripercorrendo gli stessi errori per tenere in vita la chiesa capitalista. L’intenzione del ceto dominante non è riflettere su come migliorare la società, ad esempio eliminando le disuguaglianze territoriali, ma come conservare profitti e privilegi attraverso lo sfruttamento delle risorse limitate e la violazione dei diritti civili e umani. L’esperienza attuale dovrebbe far notare ai cittadini che la scienza salva la vita delle persone, mentre la chiesa capitalista crea enormi disuguaglianze, concentrazione dei profitti privati mentre uccide le specie viventi e distrugge il pianeta. Esempi in tal senso sono numerosi nella storia (le rivoluzioni industriali) e nel presente, oggi cambia solo la dimensione geografica del cattivo rapporto fra uomo e natura, ma senza la pandemia da virus, il capitalismo uccide tutti i giorni, basti pensare a Taranto, o la pianura padana così inquinata, solo per citarne un paio. Marx ci ricorda che i cambiamenti sociali possono avvenire solo attraverso una coscienza di classe, e pertanto lo status quo non muterà fino a quando la maggioranza dei popoli non avrà imparato la lezione socialista ed ecologista. E’ possibile una società migliore di questa? Certo lo è, e possiamo ripensare il concetto di relazione, non più esclusivamente materialista (il denaro) ma una relazione di reciprocità rispetto all’utilità sociale (e la compatibilità ambientale). Possiamo osservare che c’è una distinzione netta fra valore d’uso e valore di scambio, come insegna Marx, e noi possiamo aggiungere che esistono beni (acqua, energia, cibo) che non sono merci, e merci (le automobili, uno smartphone…) che non sono beni, poiché prive di utilità sociale. Su questi presupposti possiamo creare una società che riduce l’uso di merci (inutili) che non sono beni, mentre i beni (acqua, energia, cibo..) possono essere auto gestiti dalla comunità e possono essere sottratti al famigerato mercato. Questo semplice ragionamento implica una strategia politica fondamentale: ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, basata su relazioni di reciprocità, utilità sociale e sostenibilità. Se fossimo già una società basata su queste caratteristiche (reciprocità, utilità sociale e sostenibilità), molto probabilmente non avremmo i rischi sanitari dei “nuovi” virus ed anche se ci fossero, le nostre istituzioni sarebbero preparare con tutti i materiali e le tecnologie (la sanità pubblica è un bene, non una merce), e le persone non avrebbero i problemi di approvvigionamenti poiché ci sarebbero comunità resilienti. Quando una comunità non dipende esclusivamente dal denaro, questa è più libera e auto sufficiente di altre che dipendono dalla finanza e dal mercato. Le tecnologie odierne possono creare sistemi sociali liberi dall’influenza delle imprese multinazionali che predano i territori e tengono in schiavitù le persone economicamente più deboli. Attraverso l’impiego delle odierne tecnologie si possono costruire reti di comunità auto sufficienti per ridurre l’influenza del famigerato libero mercato e aumentare la sfera dei beni comuni. Ad esempio, i cittadini delle aree urbane possono diventare produttori e consumatori di beni e asset strategici eliminando il ruolo di SpA private che oggi traggono profitti sfruttando la famigerata privatizzazione dei servizi locali ma usurpando i beni comuni. Inoltre, numerosi impieghi socialmente ed economicamente utili si realizzano territorializzando attività e funzioni assenti nelle aree urbane e rurali, dalla rigenerazione urbana fino alla tutela delle risorse agricole e forestali, dalla conservazione del patrimonio alla riduzione del rischio sismico e idrogeologico. Sono tutte attività vitali per la specie umana ma si potranno realizzare in tutto il territorio nazionale uscendo dal paradigma culturale sbagliato (la chiesta capitalista) e approdando su quello della bioeconomia, che predilige la scienza e l’utilità sociale alla becera avidità del profitto privato caratterizzato da crescita illimitata (produttività) e una costante competitività, che calpesta i valori della solidarietà e della cooperazione.

La bellezza della natura e i rapporti di comunità che stiamo riscoprendo possono diventare il valore di una nuova società, quella bioeconomica. Per farlo dobbiamo accettare l’idea di cambiare stile di vita, e scoprendo l’opportunità di nuovi impieghi, più utili e più intelligenti. Una prima opportunità evidente è quella della mobilità sostenibile, alla nostra portata se aumentiamo l’uso dei mezzi di trasporto pubblico, se costruiamo infrastrutture adeguate e se riduciamo drasticamente l’uso dei mezzi privati inquinanti, come accade in questi giorni. Un’altra evidenza è il telelavoro per buona parte delle professioni intellettuali, mentre è fondamentale che lo Stato riprenda il controllo della salute pubblica auto producendo tutto ciò che serve, facendo l’opposto di quello fatto finora e cioè investire in ricerca, in brevetti pubblici, e produzione di materiali e tecnologie per il sistema sanitario affinché la Repubblica non sia più condizionata dal famigerato mercato, ma abbia le scorte e le tecnologie per intervenire in casi emergenziali. Tutti questi cambiamenti producono opportunità di lavoro utile che vanno agglomerate ove non ci sono occasioni di impiego, cioè il nostro Sud. Ripensando le attività produttive è legittimo riconfigurare le agglomerazioni industriali presenti nei Sistemi Locali del Lavoro con attività di manifattura leggera e tecnologie ad alto valore aggiunto nei settori della mobilità dolce, e della sanità pubblica, così come le tecnologie dell’architettura per prevenire e ridurre il rischio sismico e la qualificazione energetica per ridurre la domanda di energia da fonti fossili.

Per quanto riguarda l’attuale conflitto politico fra i Governi dell’UE circa il tema eurobond si o no, comunque vada le immorali disuguaglianze resteranno dove sono poiché i problemi del meridione non dipendono esclusivamente dalle forme di governo ma dal capitalismo che nega investimenti pubblici in determinati territori, poiché sfruttati e predati. Questa recessione economica sarà utilizzata dagli speculatori dei mercati finanziari come arma di competizione per aumentare la centralizzazione dei capitali nelle mani di imprese sempre più grandi, cioè produrrà una gara dell’élite degenerata per acquisire asset strategici nei Paesi periferici. Il ceto politico dirigente non farà nulla per fermare la speculazione finanziaria mentre le scelte acconsentiranno l’aumento dell’indebitamento pubblico, altra arma di conquista del capitale finanziario, a danno delle presenti e future generazioni. La recessione economica innescata dal contagio di un virus letale partito dalla Cina sarà scaricata sui ceti economicamente più deboli, un classico esempio di ingiustizia sociale. Il capitalismo instaura relazioni violente e materialiste, tutto diventa merce da comprare e vendere, mentre il ceto dominante (i capitalisti) assume per se aree centrali e per altri aree periferiche da sfruttare destinate al sottosviluppo, è ciò che è accaduto al meridione per scelta politica. Ad esempio, resterà il razzismo di Stato che toglie risorse ai cittadini meridionali attribuendone maggiori al Nord, resteranno i problemi delle università meridionali poco attrattive e poco collegate con le imprese sui territori, così come resteranno i ceti dominanti che vivono di rendite parassitarie e così via… La strada del cambiamento è lunga ma solo percorrendola si risolveranno i problemi: prima di tutto abbandonare la fede capitalista! Una priorità strategica è ripristinare la pianificazione osservando le aree urbane e disegnare i sistemi urbani e territoriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ciò produce grandi indotti lavorativi.

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Realtà e credenze

Il ceto politico dirigente italiano, tutto, da trent’anni insegue due credenze: la prima è la religione capitalista liberale/liberista e la seconda è più una caratteristica padana/egoista, e cioè la famigerata secessione per applicare meglio gli interessi delle imprese localizzate al Nord. La prima credenza ha forgiato le menti del ceto dirigente di tutto l’Occidente, creando aree ricche e aree povere, mentre la seconda ha prodotto e produce i danni incostituzionali sempre più evidenti durante questa emergenza pandemica. Il ceto politico, per assecondare i capricci dei razzisti padani, partorì la famosa riforma del titolo V della Costituzione (art. 117) che concesse numerose competenze alle Regioni ma senza prevedere una clausola di supremazia per lo Stato centrale. L’emergenza covid-19 mostra i conflitti normativi fra i Decreti dei Presidenti di Regione e quelli del Governo, costretto a un coordinamento delle scelte politiche circa i provvedimenti da prendere, ma se ci fosse stata la clausola di supremazia questi problemi che riverberano sulla vita delle persone non ci sarebbe stati (incongruenze, divergenze e illegittimità). Anche su altre competenze vi sono problemi concreti, anche senza alcuna emergenza, e si tratta del governo del territorio ed dell’ambiente. In più di vent’anni dall’applicazione delle autonomie locali abbiamo un’Italia federale, nel senso che ogni Regione auto determina i propri servizi costruendo disuguaglianze territoriali sostenute dal famigerato “calcolo diseguale” inventato dallo Stato, che concentra le risorse della fiscalità generale a sostegno delle aree già ricche sottraendole a chi ne ha più bisogno, e poi gli Enti locali sono recintati dal patto di stupida e crescita dell’UE perché limita la spesa pubblica proprio dove è necessaria per eliminare le disuguaglianze, vietate dalla nostra Costituzione.

Il nostro ceto politico trascura la realtà territoriale italiana perché psico programmato dalla religione capitalista e spinto dagli impulsi egoisti delle imprese; fra ignoranza, stupidità e avidità, le istituzioni compiono scelte incostituzionali e immorali poiché una parte importante del Paese è stata lasciata indietro, al fine di condurla al sottosviluppo previsto dal capitalismo stesso. Il Nord, da decenni, è alimentato da risorse umane del Sud di ogni categoria sociale. Le nostre istituzioni funzionano male poiché sono il disegno di una religione molto precisa: creare disuguaglianze per favorire un ceto sociale localizzato al Nord, privilegiato in tutti i sensi, ed è lo stesso che sin dal Regno d’Italia, durante la dittatura fascista, e la Repubblica riesce a orientare la classe politica al fine di utilizzare le risorse di tutti per fini privati, conservando il proprio status quo. Ancora oggi, nonostante la pandemia mostra tutta la debolezza delle istituzioni di fronte a un fenomeno inaspettato e così veloce, le forze politiche di destra, oggi più razziste di prima, strumentalizzano i problemi delle persone per raggiungere il potere, sempre per fini privati.

L’altro campo politico, semplicemente, non esiste poiché sono pochissimi i cittadini con principi politici costituzionali, e non riescono a catalizzare l’attenzione del popolo sui valori della sinistra che potrebbero ridurre o eliminare le disuguaglianze, se fossero riscoperti e adottati. In Italia, gli ultimi sono svuotati di una propria cultura e identità politica, votano per i propri carnefici, mentre i problemi del territorio restano insoluti e col trascorrere del tempo si aggravano. Basti ricordare come il diritto a una vita serena è negato, soprattutto ai meridionali, dall’assenza di servizi adeguati grazie al disordine delle aree urbane estese (non pianificate), il dissesto idrogeologico, il rischio sismico, il sottosviluppo nel meridione e le bonifiche ambientali da fare. Questa è la realtà, molto più complessa e difficile di come viene sintetizzata, mentre il ceto dirigente insegue le credenze della religione capitalista.

La pandemia di covid-19 spinge i teologi del liberalismo a sospendere il dogma del “patto di stabilità e crescita” per favorire l’immissione di moneta nel mercato, ciò dovrebbe mostrare alle persone tutta la cattiva fede dei guardiani di questa religione, che per molti anni hanno imposto limiti ai Paesi dell’euro zona, e che all’occorrenza rinunciano al proprio credo per tenere in vita il capitalismo. Un altro dogma è rimesso in discussione il famigerato “debito pubblico”, e lo fa uno stimato cardinale della chiesta capitalista, Mario Draghi, che invita l’UE a trascurare il limite del debito per tenere in vita il capitalismo. La pandemia ha messo in crisi i dogma della religione capitalista e i cardinali sono costretti a rivedere i propri precetti al fine di dare ossigeno al libero mercato. Nonostante le evidenze non si ha il coraggio di abbandonare le religione capitalista, nonostante tutto non si vuole usare la saggezza e la civiltà per rimuovere le immorali disuguaglianze e lasciare che il pianeta guarisca dalle pesanti ferite inferte dall’idiozia economicista.

Un’altra triste evidenza emerge col trascorrere del tempo: l’Occidente liberista è meno resiliente della Cina, questo è un fatto. Un popolo saggio, alla luce di questa ulteriore esperienza (non bastava l’evidenza dei danni ambientali e delle disuguaglianze) dovrebbe ripensare il paradigma culturale dominante per superarlo poiché dannoso e obsoleto. Nel ripensare il paradigma di riferimento, sembra che alcuni (imprese private) intendano spingersi nel ridurre le libertà individuali attraverso controlli di massa e questo rischio va scongiurato ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, sminuito durante gli ultimi trent’anni, per investire in ricerca scientifica, prevenzione e ripristino della sanità pubblica.

La pandemia ridefinisce l’economia reale, chiunque lo intuisce, lo percepisce e lo vive ma il pensiero dominante non è in grado di produrre soluzioni sostenibili per tutti, lo può fare solo secondo gli interessi del ceto dominante, poiché è lo stesso ceto che crea danni economici, e nei luoghi già marginali le scelte politiche andranno a trascurare le realtà territoriali più difficili, lasciando insoluti i danni sociali ed economici creati dalla pandemia. Tutto ciò si può intuire già oggi, perché il ceto politico italiano ha smesso di creare politiche industriali vere e proprie; da molti anni non si ripensano le agglomerazioni industriali già esistenti e non si pianificano attività produttive nei Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno d’Italia. Questo lavoro di programmazione è complesso e coinvolge università, centri di ricerca, imprese e cittadini, e nel Meridione non si fa più da molti anni. Dovrebbe esistere un coordinamento fra cittadini e ceto dirigente, intorno a una visione culturale e politica, ad esempio quella bioeconomica che ha la virtù di progettare sistemi territoriali sostenibili stimolando nuova e utile occupazione.

Critiche e proposte sull’UE circa le scelte economiche prese intorno all’emergenza covid-19 sono raccolte in un appello co-firmato da diversi accademici italiani.

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Imparare dall’esperienza

L’esperienza è ciò che dovrebbe stimolare lo sviluppo umano, nel senso che dovrebbe produrre un miglioramento nel proprio stile di vita. L’emergenza pandemica innescata dal covid-19 ci fa vivere momenti di angoscia, amplificati dai media, mentre i provvedimenti restrittivi hanno modificato gli stili di vita di milioni di persone. Per ragioni emergenziali, e per un determinato periodo le persone sono sottoposte a stress psicologici poiché viene tolta la libertà di muoversi e relazionarsi con gli altri. Le relazioni sono collegamenti affettivi, cioè emozioni, e scambi commerciali. Tutti noi crediamo che l’isolamento porterà alla soluzione dell’emergenza e ci auguriamo che questo comportamento contenga il contagio mentre, ahimé, migliaia di famiglie stanno affrontando gli effetti drammatici del virus, ma ricordiamolo attivato da un salto di specie a causa dell’uomo (qui l’articolo che dimostra lo studio circa il salto di specie), ed anche se fosse vera l’ipotesi della diffusione attraverso un’esercitazione militare, o la “distrazione” in un laboratorio di Wuhan, sarebbe comunque responsabilità dell’uomo. Una responsabilità che crea morte e immensi danni economici e sociali. I danni economici, non si capisce il motivo, sono scaricati sui singoli Stati e quindi sui ceti economicamente più fragili.

Diverse inchieste giornalistiche hanno mostrato gravi responsabilità delle istituzioni politiche regionali perché non hanno implementato il piano pandemico predisposto dallo Stato. Nessuna azienda sanitaria locale ha predisposto l’acquisto preventivo di scorte degli strumenti di protezione sanitaria per il proprio personale, e tanto meno l’acquisto di strumenti necessari per le terapie intensive. Mancano macchine per le analisi, mancano test, e persino i reagenti. L’insieme di tutte queste negligenze e il mancato rispetto di protocolli efficaci sono la ragione della morte di numerosi medici, infermieri e di operatori sanitari. Le istituzioni politiche non hanno attuato la prevenzione, e da decenni Governi e Parlamento hanno scelto l’ideologia di mercato che prevede la riduzione del ruolo pubblico dello Stato con tagli per la sanità pubblica, mentre è sono state favorite le imprese private attraverso convenzioni per svolgere un’attività sanitaria, che poteva svolgere ugualmente lo Stato. Le maggioranze politiche, addomesticate dall’ideologia del mercato, hanno preferito indirizzare le tasse degli italiani verso il profitto privato attraverso rendite parassitarie (le convenzioni), e contemporaneamente è stato smantellato il sistema sanitario pubblico, trascurando persino la prevenzione primaria.

L’isolamento imposto modifica le relazioni, e ciò implica anche una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico che notoriamente innesca patologie anche mortali. Tutto ciò potrebbe insegnare qualcosa?

In questi giorni stiamo sperimentando sentimenti contrastanti, cioè paura e angoscia, e l’influenza positiva della natura; chi vive in famiglia si sta riappropriando di stili di vita con auto produzioni e spirito di comunità, mentre si riduce l’impatto ambientale sul pianeta. Stiamo scoprendo ciò che molti ecologisti dicono da decenni, e cioè che il capitalismo produce danni ambientali e che l’inquinamento urbano sono le industrie e siamo noi stessi quando usiamo un mezzo privato, e in questi giorni osserviamo un cielo terso e ascoltiamo i suoni della natura. Fiumi e corsi d’acqua tornano a esser puliti, e di conseguenza anche il mare. Adesso, se fossimo realmente sapiens, dovremmo capire che lo spazio pubblico liberato e l’aria pulita sono valori che possono restare tali se le istituzioni che paghiamo fossero capaci di spendere le nostre tasse obbligare l’industria a non inquinare e per organizzare un efficace mezzo di trasporto pubblico, adeguato e intermodale, aiutandoci a lasciare l’auto e preferire biciclette, autobus, tram e metropolitane. Il trasporto pubblico può esaudire, tranquillamente, la domanda di tutte le classi sociali e di tutte le categorie: studenti, anziani e lavoratori. Il telelavoro è la vera novità, favorita dai provvedimenti restrittivi, ed è tipico delle professioni intellettuali, e consente a chi lo sperimenta di recuperare ore per sé stesso, cioè si tratta delle ore che si sprecano nel traffico.

Per quanto riguarda l’area salernitana, solitamente affollatissima e quindi molto rumorosa e inquinata dagli smog di scarico, in questi giorni osserviamo quest’aria straordinariamente pulita, si ascoltano il silenzio e il cinguettio degli uccelli, si ascoltano le foglie mosse dal vento, possiamo osservare e godere di un orizzonte marino più profondo e più bello sul golfo di Salerno. La natura ci restituisce un senso di pace e sollievo, in buona sostanza benessere, e questa ricchezza, questa bellezza potrebbe diventare la normalità grazie a un servizio di trasporto pubblico adeguato coniugato a un nostro di stile di vita più saggio. Tutti dovremmo riflettere su questo, prima di tutto le istituzioni che paghiamo, e poi la cittadinanza che deve comprendere un’ovvietà: noi siamo il traffico.

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Coscienza?!

L’emergenza dettata dal covid-19 è creata dal cattivo rapporto dell’uomo con la natura, e la relazione scelta è suggerita principalmente dalla religione capitalista. Forse qualche politicante capirà che la globalizzazione è questa, non solo l’immorale realtà virtuale della finanza che crea e nasconde ricchezze agli Stati (il sistema off-shore) ma le abitudini alimentari. Siamo tutti interconnessi, considerando il fatto che le scelte alimentari di alcuni individui in una parte del pianeta possono determinare l’esistenza di altri, nella parte opposta. Non è la prima volta che la natura cerca di liberarsi dell’uomo, altre volte in passato la macellazione degli animali ha trasmesso virus che hanno compiuto il salto di specie (qui l’articolo scientifico che dimostra l’evoluzione del virus attraverso lo studio del genoma), e in altre occasioni processi industriali hanno innescato rischi sanitari alla popolazione, così come l’industrializzazione violenta dell’uomo sta eliminando specie viventi. Da questo punto di vista, dovrebbe essere noto che una seria e convinta riduzione dei consumi di carne può giovare alla salute umana. Esiste anche un’altra ipotesi della diffusione del covid-19, e cioè quella politica relativa a un’esercitazione militare svoltasi a Wuhan a settembre 2019 circa una simulazione/esercitazione di un contagio batteriologico. Un notiziario del Tg Leonardo della RAI (16 nov 2015) denuncia i rischi di una produzione di coronavirus in laboratorio, sperimentazioni già presenti negli USA ma sospese. La comunità scientifica ci informa del fatto che il covid-19 è naturale poiché classificato dal suo genoma, confermando il salto di specie.

Analogo ragionamento vale per tutta l’economia globalizzata liberista che sfrutta centri di produzione distribuiti sul pianeta, sia per non pagare tasse e sia ridurre i costi affinché gli azionisti possano trarne un maggiore profitto: ad esempio, per produrre gli smartphone si estraggono minerali preziosi sfruttando gli schiavi, così come per la produzione di capi d’abbigliamento firmati: schiavitù e inquinamento. Greenpeace informa sul fatto che «le aziende agrochimiche come Bayer e Syngenta continuano a immettere sul mercato pesticidi chimici di sintesi, potenzialmente dannosi per le api e gli insetti impollinatori. E se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo».

Il cattivo rapporto dell’uomo contro la natura non si arresta, e così altri virus attaccheranno la nostra specie. L’industrializzazione ci sta auto distruggendo, e l’assurdità sta nel fatto che noi ci auto definiamo: sapiens … se lo fossimo realmente abbandoneremo la religione capitalista per salvare noi stessi, il pianeta che ci consente di vivere, ed affronteremmo le immorali disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento per restituire dignità umana a tutti e stimolare opportunità di sviluppo umano per chiunque lo desidera. Se usciamo dal capitalismo possiamo garantire le risorse finite alle future generazioni e risolveremo anche i problemi di cattiva alimentazione: la povertà in Africa, in Sud America, in Asia e l’obesità in Occidente.

 

E’ il capitalismo baby!

Lo spreco delle risorse naturali è una conseguenza di una nota religione chiamata capitalismo, com’è noto da molti secoli, la nostra società è psico programmata da questa credenza ma non riesce ancora a liberarsene poiché il ceto politico dirigente e la cittadinanza fanno fatica a riconoscere contraddizioni e danni sociali e ambientali. Fino ad oggi, ogni “soluzione” proposta è emersa esattamente dallo stesso paradigma culturale dominante e di conseguenza, ovviamente, è risultata fuorviante, inefficace o una presa in giro. Circa sette anni fa, il 12 luglio 2013 a Milano, ho partecipato come relatore per conto del Movimento per la Decrescita Felice ad un incontro promosso dal “Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i territori” sul tema “consumo di suolo” (Le proposte di legge sul contenimento di suolo a confronto). In quell’occasione riscontrai ottime intenzioni ma gli stessi limiti culturali sopra descritti, poiché si è voluto affrontare un problema politico gestionale di carattere etico e morale con l’approccio scientifico; un punto di vista legittimo e persino corretto ma ingenuo poiché si è voluto raccontare, forse in maniera presuntuosa, che se il ceto politico fosse correttamente educato all’informazione scientifica allora quest’ultimo prenderebbe decisioni migliori. Secondo la mia modesta opinione, questo è un approccio perfetto in ambito scolastico ma del tutto ingenuo e inefficace in ambito pubblico e politico, infatti non si sono avuti risultati. Il ceto politico dominante è perfettamente consapevole dell’esistenza dell’entropia ma se ne frega poiché per le imprese più influenti e potenti sul pianeta conta, prima di tutto, il profitto: la loro avidità. E’ prerogativa delle democrazie liberali fare la banale somma degli interessi privati, anziché far valere i principi morali, e nel nostro caso far prevalere l’interesse generale descritto nella Costituzione. In una società capitalista, la somma degli interessi privati, spesso, si traduce in prevaricazione del ceto economicamente più forte. E così la conseguenza è stata scontata: nulla di fatto; perché non si vuole riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a qualunque persona ragionevole: il problema è la religione capitalista che ha mercificato ogni cosa: territorio e persone, e nelle città si declina con la famigerata rendita e il regime giuridico dei suoli. Nel merito del governo del territorio, inoltre si trascura completamente un’altra evidenza, nota soprattutto a urbanisti, geografi urbani, paesaggisti, e cioè che l’armatura urbana italiana è cambiata radicalmente, e che gli attuali confini amministrativi dei Comuni sono del tutto obsoleti e persino dannosi, e poi ancora, l’ormai consolidata riforma sulle autonomie locali ci consegna un’Italia federale che ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali anche a causa dall’esistenza di circa 8000 comuni e leggi regionali tutte diverse che producono disuguaglianze di welfare urbano e standard minimi da realizzare. Da un lato si trascurano evidenze di carattere politico, culturale ed etico, e dall’altro si ignora la complessità dell’armatura urbana italiana che necessita di un cambio di scala amministrativo: una riforma degli Enti locali su base territoriale leggendo le strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro (sono 611 quelli rilevati dall’ISTAT). In buona sostanza, il consumo di suolo è l’effetto del capitalismo e non la causa! Parlare pubblicamente “di stop al consumo” è un esercizio demagogico fuorviante, così come credere che nei Consigli regionali e comunali, sieda un ceto politico capace di interpretare uno strumento complesso come un piano regolatore (ovviamente esistono eccezioni di politici che sono architetti, ingegneri oppure sono formati/informati da professionisti), significa credere alle favole poiché è lo stesso ceto politico che favorisce la corruzione morale e materiale proprio attraverso i piani regolatori generali che regalano rendite parassitarie agli immobiliaristi.

La disciplina urbanistica è giovane, poco compresa e spesso edulcorata o assente nei cosiddetti piani regolatori generali che il ceto politico locale utilizzata come piani edilizi per favorire l’accumulazione capitalista privata e non come piani urbanistici per costruire servizi a tutti gli abitanti.

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Dall’inciviltà alla politica

Negli ultimi decenni i livelli di inciviltà e irresponsabilità politica hanno toccato quote altissime, colpa non solo del ceto politico: arrogante, ignorante, prevaricatore, incompetente e autoreferenziale ma soprattutto per colpa nostra, di noi cittadini altrettanto incivili e irresponsabili poiché la maggior parte di noi non ha né una cultura politica e né un’identità politica, e spesso usiamo il voto come gesto di inciviltà. Il nostro sport si svolge prevalentemente nei bar per parlare di temi che non conosciamo, ed esprimere giudizi non richiesti con atteggiamenti a dir poco cialtroni, e così in egual modo deleghiamo ad altri cialtroni la guida delle istituzioni, che di conseguenza sono lo specchio dell’inciviltà espressa dalla maggioranza degli elettori. Viviamo un corto circuito politico che si inverte attraverso percorsi di civiltà. All’inciviltà si risponde con umiltà, cultura e capacità nostre [da sviluppare formandoci una cultura politica] rimuovendo i cialtroni dalle istituzioni ma favorendo persone meritevoli capaci di produrre valore sociale, ambientale ed economico per tutti.

Se abbiamo il coraggio di lamentarci circa il ceto politico poiché è autoreferenziale e prevaricatore (spesso lo è ma non sempre), ebbene abbiamo tutta la libertà per cambiarlo ma per farlo con maturità e consapevolezza sarebbe saggio favorire la crescita di una classe dirigente diversa, aderente ai valori della Costituzione, colta, e capace; tutte caratteristiche che la maggioranza degli elettori non pretende perché compie scelte in base alla simpatia o all’antipatia, senza misurare il merito dei candidati.

Ad esempio, il mainstream è pieno di talk politici ove i politicanti possono svolgere la propria propaganda, cioè i media si limitano a riportare le opinioni degli invitati, e raramente fanno divulgazione colta e informata per aiutare i cittadini in percorsi di comprensione e conoscenza. Un’eccezione sono Presa Diretta e Report, che non influenzano il pubblico poiché occupano uno spazio mediatico ininfluente rispetto all’enorme massa di spazzatura chiamata infotainment (divulgazione e intrattenimento) e dal mero intrattenimento.

Il Governo italiano, dopo molti anni, grazie alla spinta personale del Ministro Provenzano, pubblica un piano politico per il Sud al fine di ridurre le disuguaglianze fra Nord e Sud. Intenzioni ottime e condivisibili, viene da scrivere: meglio tardi che mai…

Dalle intenzioni politiche governative, i meridionali dovrebbero cogliere tutte le opportunità che si presentano per migliorare e implementare il piano stesso studiando i modelli di rigenerazione territoriale e urbana già attuati e programmati nel mondo. La pubblicazione del piano è l’occasione pubblica/politica per smetterla di lamentarsi ma di innescare processi critici (riflessivi) per scoprire, conoscere e studiare programmi, piani e progetti che possono stimolare opportunità di sviluppo umano. Non si tratta di credere alle promesse di politici [sarebbe un errore di ingenuità] ma di avviare processi civili di azione politica partendo dalla riflessione e dalla condivisone di giusti obiettivi: ridurre le disuguaglianze territoriali.

Secondo il Forum DD, il piano del Governo sui temi della “Rigenerazione dei contesti urbani” dovrebbe essere affrontato «con maggiore decisione e con adeguati investimenti i temi ambientali e concentrando in modo più efficace le azioni nelle periferie e nelle aree marginali»; inoltre continua il Forum DD, «non si intravede il nesso, che è invece decisivo, con le azioni su scuola, salute, energia e abitazione prima richiamate. Né si intravede la volontà di affidare, come è indispensabile, la responsabilità di promuovere e di indirizzare tale nuovo intervento a un centro unico di competenza a livello nazionale, che assicuri un coordinamento fra Ministeri di settore e con le Regioni».

In buona sostanza, si riscontrano carenze politico-gestionali sugli annunci circa i processi di rigenerazione urbana che andrebbero coordinati dallo Stato [suggerisce il Forum DD], ad esempio, secondo la mia opinione attraverso il CIPU (Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane), per assicurarsi modalità omogenee e trasparenza sugli stessi processi amministrativi e di pianificazione. Il CIPU dovrebbe presentare una propria agenda urbana e rurale bioeconomica, secondo il punto di vista della matura scuola territorialista da un lato, e dall’altro avanzare strumenti attuativi bioeconomici con la capacità di rigenerare le aree urbane e rurali realizzando l’approccio del metabolismo urbano, al fine di ridurre/eliminare sprechi energetici ma sfruttando le tecnologie innovative per creare occasioni di lavoro e realizzare la sostenibilità forte. Una regia e un coordinamento nazionale, servirebbe anche per far capire agli Enti locali la necessità impellente e saggia di promuovere piani intercomunali bioeconomici, poiché non esistono più le città dentro gli attuali e obsoleti confini amministrativi ma esistono, da anni, le nuove città estese che andrebbero governate con un cambio di scala amministrativa. Dentro queste dinamiche complesse bisogna stimolare la partecipazione politica ma attiva degli abitanti, affinché la maggioranza degli italiani smetta di lamentarsi in maniera cialtrona, e si inneschi un processo civico e civile dell’azione politica osservando il territorio, interpretandolo correttamente sui valori propri (storici, ambientali, sociali, economici e tecnologici), sui problemi di ogni località, e interrogando le nostre capace creative al fine di vivere meglio i nostri luoghi, cooperando per favorire lo sviluppo umano di tutti. Tutto ciò è responsabilità politica singola e collettiva perché noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

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