Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT.

«Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord» (Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, 2019, pag. 11).

Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Dalla crisi alla rinascita

Sette anni fa scrivevo, in “Qualcosa che non va”, che i temi della politica contemporanea si sarebbero concentrati sui rapporti di forza e di potere relativi alla moneta, la sua sovranità, e poi sulle forme di partecipazione e sull’energia. Un processo di riforma radicale dell’UE è doveroso ma non penso che ciò accadrà perché la maggioranza dei soggetti politici presenti non hanno valori e idee socialiste.

La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano.

Per evitare errori del passato realizzati anche dallo Stato, oggi possiamo integrare l’approccio post-keynesiano con la bioeconomia, che trasforma l’economia in un sistema di flussi in entrata e in uscita per misurare gli errori della produzione e suggerire la costruzione di un sistema ecologico. In tal senso, le teorie migliori, cioè quelle che leggono e interpretano efficacemente l’attuale capitalismo neoliberista, emergono dalla scuola marxista che ha sviluppato la scuola ecologica, ed è capace di leggere correttamente sia le variazioni spaziali e quindi la circolazione del capitale, ma soprattutto la critica sociale e ambientale sui territori “centrali” e “periferici”.

La crisi economica innescata dalle politiche di destra, dal famigerato neoliberismo, ha favorito le destre estreme, cioè il sepolto nazionalismo con nuove e vecchie immagini. Fra questi temi, l’energia è quello più trascurato, e sostituito dalle migrazioni innescate da guerre e capitalismo. Questi temi oggi polarizzano i voti, e non sono trattati dai partiti e dai media in maniera seria ma sono strumenti di speculazioni per contendersi il consenso. I media, corresponsabili della costruzione del linguaggio politico hanno voluto introdurre il termine “sovranismo” nell’uso corrente, sostituendo ed edulcorando il concetto di “sovranità”. In questo modo i media hanno accelerato la polarizzazione dei voti, favorendo il successo elettorale dei partiti nazionalisti. Un contribuo sostanziale per questa confusione politica, è fornito dalle stesse istituzioni politiche, europee e nazionali, perché occupate da soggetti politici poco responsabili; da un lato c’è l’ottusità dell’élite europea che non vuole ridiscutere regole palesemente sbagliate, e dall’altro gli speculatori nazionalisti che per sete di potere pensano ai propri affari sfruttando il sistema off shore.

I nazionalisti hanno elaborato una semplificazione dei temi ed hanno scommesso su un calcolo elettorale, già usato in passato (Mussoli e Hitler), stimolare rabbia e paure delle comunità concentrandosi su due temi: “attaccare l’UE” e “chiudere i confini” per evitare l’ingresso di altri extracomunitari, “criminali”. Tutto il linguaggio è volto a deresponsabilizzare elettori e ceto politico. La prima paura è volta a narrare il fatto che i problemi economici degli italiani siedono nell’UE e non in Italia, agendo sulla deresponsabilizzazione delle classi politiche locali e dei cittadini, cioè la colpa della tua condizione economica non è tua, ma di Bruxelles. Medesimo schema è stato utilizzato per cavalcare i preesistenti problemi di sicurezza nelle periferie urbane: il tuo problema non è dovuto dall’assenza di politiche socialiste che garantiscono alta istruzione, nuovi impieghi, integrazione e presenza di forze dell’ordine, ma dalla presenza di stranieri arruolati dalla criminalità organizzata. In questo modo, buona parte dei cittadini disinformati, non si è accorta delle politiche delle destre (Lega Nord, Forza Italia e PD) che hanno ridotto i sistemi di welfare e le forze dell’ordine.

Da circa venticinque anni prevale la mediatizzazione coniugata alla personalizzazione della politica, trasformata in show e apparenza, in principio fu Berlusconi con Mediaset (potere mediatico e politico) che oggi incide tantissimo, e questo processo degenerativo di fatto ha svuotato di senso la democrazia rappresentativa, scadendo nell’inciviltà. La carta vincente della Lega è stata quella di costruire un’efficace campagna pubblicitaria agendo sull’immagine del proprio leader, che spesso, attraverso i social non comunica in chiave politica ma si sforza di risultare simpatico a qualunque cittadino. Salvini, forse memore dell’esperienza Grillo, ha usato un linguaggio teatrale, perché la battuta, lo scherno, il dileggio, l’insulto hanno maggiore efficacia nei confronti di milioni di individui privi di un’identità politica, ed usa i social media per esprimere un’opinione su tutto, è un tuttologo. Questa insistenza ha saputo celare un dato politico, la Lega è un partito dell’establishment neoliberale, proprio come il PD, ed ha un grave problema di corruzione interna. Salvini è riuscito a diventare credibile narrando mezze verità sfruttando l’incapacità di milioni di elettori nel capire la realtà, molto più complessa. La sinistra, banalmente, non esiste più ed anche in questo contesto le televisioni e i giornali hanno contribuito in maniera determinante ad aprire autostrade alle destre estreme, in che modo? Continuando a etichettare di sinistra il Partito Democratico, che non è mai stato un partito di sinistra, ma è palesemente espressione dell’establishment neoliberale. Come avvenne nel 2013 per il partito di Grillo, quando tutti i media attaccavano i grillini, l’effetto fu quello di aprire autostrade alla novità del momento. Il contesto è cambiato poiché oggi i grillini sono molto più noti, e questa notorietà messa alla prova del governo, li ha fatti conoscere meglio svelando la loro inconsistenza e cattiva fede.

Il teatro di media e partiti ha saputo, ancora una volta, nascondere la complessa realtà italiana divisa in due mondi: la pianura padana industrializzata “semi-periferia” dell’euro zona, strettamente connessa al “centro” cioè Austria, Sud della Germania e Francia; e poi il meridione “periferia economica” con alta disoccupazione destinato a consumare le merci prodotte dal “centro”. La nota disuguaglianza territoriale fra Nord e Sud, forse in pochi l’hanno compreso, ma è una disuguaglianza parassitaria del Nord contro il Sud costretto a consumare merci prodotte dal “centro”. In completa analogia è il medesimo processo capitalista ideato dalla globalizzazione neoliberista in tutto il pianeta. Il modello crea centri di accumulazione del capitale, oggi nelle aree urbane con le cosiddette “capitali mondiali” a danno dei territori depredati, altre aree urbane e rurali, e messi in condizione di non produrre per assenza di investimenti pubblici e privati, e per concorrenza sleale attraverso le famigerate zone economiche speciali, luoghi dello sfruttamento. Inoltre, non bisogna dimenticare il disegno eversivo della Lega Nord con la famigerata “autonomia differenzia”, uno slogan incomprensibile che nasconde l’egoismo della solita vecchia secessione per rubare legalmente risorse pubbliche ai poveri e concentrarle al Nord, ma si tratta di un disegno incostituzionale che oggi è persino “appoggiato” dai voti meridionali concentrati nel M5S, un partito di incapaci, e nella Lega stessa che mette presidi nel Sud, un paradosso incredibile.

Il voto insegna che i meridionali non sono rappresentati, cambiano idea velocemente e risultano esser incapaci di organizzare un proprio strumento politico per fare i propri interessi scegliendo politiche pubbliche socialiste bioeconomiche, capaci di stimolare lo sviluppo umano e favorire attività e funzioni caratteristiche dei propri territori. La realtà italiana dovrebbe insegnare agli elettori che per uscire dalla regressione e dalla crisi, tutti noi dovremmo costruire politiche di sinistra perché sono le uniche che ripristinano un ruolo dello Stato nella programmazione economica, e dovremmo suggerire un salto culturale per condurre tale intervento sul piano della bioeconomia, che suggerisce soluzioni dando priorità agli effetti sociali e ambientali, di programmi, piani e progetti.

La narrazione dei media e dei partiti, espone mezze verità (le regole europee sbagliate) e nessuno ha il coraggio di dire che l’UE o diventa socialista oppure il nazionalismo favorirà lo status quo, quindi non è un cambiamento ma il capriccio di cinici demagoghi. L’UE a trazione neoliberista ha generato il nazionalismo, e la soluzione politica si trova in un lungo percorso di auto determinazione e scambio reciproco di risorse riducendo il ruolo del mercato, perché crea danni, sottosviluppo e sprechi, e poi è necessario aumentare lo spazio delle comunità capaci di auto produrre beni. Aggiustate le regole europee (chissà se saranno capaci di farlo), dobbiamo riconoscere che il capitalismo è il problema politico. Il cambiamento, l’alternativa si produce abbracciando la bioeconomia che interpreta correttamente i territori e di conseguenza ci insegna come investire nelle aree marginali ma imparando a spendere. Si spende meglio valorizzando le caratteristiche dei territori, cioè rimuovendo le disuguaglianze di riconoscimento favorendo le risorse umane capaci di innovare attraverso nuovi processi di partecipazione e creazione del valore circa il capitale umano. Questa visione non appartiene a nessuno dei partiti liberisti: Lega, PD, Forza Italia e M5S. Avere il coraggio di promuovere queste politiche bioeconomiche significa fare l’opposto dei nazionalisti, e cioè responsabilizzare le persone prendendosi cura di promuovere azioni politiche e valorizzare il territorio per creare occupazione. Può apparire strano ma non lo è, questo approccio crea consenso.

Piani e progetti per rigenerare i territori creano occupazione, ciò è noto, ma funzionano solo se tali programmi nascono dal basso coinvolgendo le persone e creano un’efficacie sinergia fra imprese, istituzioni, professionisti e cittadini. Nel meridione, si è riscontrato il problema dell’élites locali, che disperdono risorse o risultano incapaci di spendere e coinvolgere le persone. Consapevoli di ciò, determinate élites vanno rimosse e sostituite, mentre piani e progetti di rigenerazione sono gli strumenti necessari per creare lavoro.

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Il consenso elettorale

Il risultato della gara elettorale ha confermato le previsioni. Adesso, il buon senso dovrebbe suggerire una discussione pubblica circa quanto accade e accadrà. «La costruzione identitaria di ogni individuo è una questione politica», scrivevo in “Capitalismo ed egoismo” il 1 dicembre 2015, e poi «l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali)» in “La ragione contro il nulla” il 19 febbraio 2018. Durante questi ultimi anni, gli elettori hanno confermato il fenomeno della volatilità dei voti, causa di un’evidente assenza di identità e cultura politica della maggioranza degli individui, i quali fanno scelte in base all’umore del momento, come scrivevo circa un anno fà, e non in base alla propria identità politica perché non la possiedono. Questo spiegherebbe i continui cambiamenti, e soprattutto l’evidente contraddizione politica di quell’individuo che in cabina elettorale vota contemporaneamente sia PD e sia Lega, mentre aumentano i meridionali che votano per i propri nemici capeggiati da Salvini, che adesso sfrutterà questo consenso per realizzare la famigerata secessione attraverso la cosiddetta “autonomia differenziata”; un disegno politico eversivo e incostituzionale a danno del Sud. Questo capolavoro politico lo si deve agli “statisti” del M5S, che come ha fatto Forza Italia in passato, hanno condotto la Lega Nord al potere ed ha sfruttato l’ignoranza e l’incapacità politica del ceto politico grillino per raddoppiare il proprio consenso. Osservando l’aumento delle disuguaglianze che si concentrano soprattutto nel meridione d’Italia, possiamo porci domande e perplessità: perché i meridionali sembrano incapaci di costruire un soggetto politico che faccia i propri interessi? Per quarant’anni hanno creduto alle promesse della vecchia Democrazia Cristiana, negli anni ‘90 hanno creduto a Berlusconi, e adesso votano per il M5S ma con la crescita sorprendente e scandalosa della Lega Nord, al Sud. La Lega cresce al Sud perché i notabili meridionali che erano in Forza Italia si sono trasferiti nel partito di Salvini.

Nel contesto decadente della nostra società capitalista ove le disuguaglianze sono immorali, è evidente l’assenza della sinistra politica, e proprio come accadeva nel Novecento, la destra sfruttò paure e debolezze dei poveri per conquistare il potere; ciò avvenne con l’incapacità della sinistra di leggere la società, e questo favorì la destra razzista e nazionalista. La storia non si ripete mai come nel passato, ma ci sono chiare analogie che dovrebbero suggerire riflessioni serie e approfondite in chi fa politica attivamente nei partiti. Gli interessi degli ultimi, e dei meridionali si dovrebbero coagulare in un partito sinceramente di sinistra perché uguaglianza, ambiente e lavoro sono identità e valori delle utopie socialiste. Oggi, questo strumento partito di sinistra non esiste perché a differenza delle destre che governano l’UE e l’Italia, chi è parte dei partiti di sinistra, sembra non avere quelle capacità di lettura e di comunicazione efficace; oltre al fatto che queste strutture non aggregano cittadini e talenti. Questo vuoto politico si concentra in maniera particolare in Italia, mentre altre comunità europee e persino negli USA, queste sono dotate di risorse umane migliori e pertanto raccolgono consensi elettorali. La polarizzazione dei consensi non è solo il merito della comunicazione politica dei capi: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini e dei loro staff ma contestualmente è per demerito degli altri, Occhetto, D’Alema, Prodi, Di Maio incapaci di comunicare efficacemente.

All’interno della nostra società, l’assenza di valori politici e di sistemi democratici maturi conferma la prevalenza del leaderismo, ormai consolidato, e innesca la volatilità dell’elettorato facendo pesare molto caratteristiche come empatia, simpatia e antipatia nei confronti delle figure che sono espressione dei partiti. Nel nostro mercato politico, ormai degenerato, questo aspetto è attuale e reale; chi non lo capisce e non lo interpreta correttamente risulta incapace di attrarre consensi. Quando ci sarà la capacità e l’intelligenza di compiere queste semplici analisi, e l’ego di chi tira le fila verrà rimosso per fare spazio al nuovo e alla partecipazione, allora nascerà una sinistra capace di coniugare teoria e pratica politica, e questa sinistra avrà imparato a comunicare, coinvolgendo le persone in maniera creativa e propositiva.

Europee 2019

Domenica 26 maggio, i cittadini aventi diritto al voto sono chiamati a dare fiducia con una preferenza nella scheda elettorale, per eleggere i membri italiani nel Parlamento europeo. In questa campagna elettorale che dura dall’anno scorso, i partiti italiani, tuttiLega Nord, M5S, PD, Forza Italia, La Sinistra, Fratelli d’Italia -, dichiarano di esser critici nei confronti dell’UE, l’istituzione cattiva che crea problemi al Paese Italia. Nella narrazione dei partiti si distinguono solo i toni, alti o meno alti, ma sono concordi nel voler cambiare l’UE per risolvere taluni problemi politici, c’è chi ha costruito un’alleanza con altri partiti europei (Lega Nord) e c’è chi è già alleato (PD, Forza Italia), infine c’è chi è isolato (M5S). L’alleanza a destra, della Lega Nord con taluni partiti, è quella più anomala poiché cerca accordi con quei partiti che hanno interessi opposti all’Italia. Per avere peso politico nel Parlamento, le regole impongono alleanze politiche per promuovere azioni legislative, e pochissimi cittadini italiani conoscono le idee e i valori politici di questi partiti europei che includono anche quelli italiani. Secondo il sottoscritto, la maggioranza dei cittadini italiani voterà alla cieca, come ha sempre fatto nel passato seguendo i propri umori, le simpatie o le antipatie, e non le proprie idee. E’ questo il nostro vulnus culturale, sembriamo elettori incapaci di fare i nostri interessi per aggiustare le istituzioni politiche e ridurre le disuguaglianze. Dalla narrazione dei partiti, durante questa campagna elettorale, possiamo trarre un’opinione veritiera e cioè che questa UE va cambiata, ma gli elettori essendo in buona parte disinformati, saranno ingannati ancora una volta poiché i partiti europei che hanno costruito questa UE, in maniera consapevole, hanno applicato un’ideologia politica ben precisa: il liberalismo evolutosi nel neoliberismo. L’altra lezione veritiera che possiamo trarre, se fossimo informati, è che la narrazione di buona parte dei partiti è falsa, sia perché condividono la responsabilità politica delle politiche liberiste e sia perché talune proposte (Lega) sono contrarie ai valori della nostra Costituzione. L’UE è l’istituzione politica più influenzata dalle lobbies, che hanno sedi sparse nei pressi del Parlamento, ed è quella più inefficiente, persino incapace di controllare correttamente il proprio bilancio per evitare sprechi. L’UE ha persino due edifici separati come Parlamento, mentre gli organi esecutivi: Commissione e Consiglio, hanno più poteri decisionali dell’unico organo eletto dai cittadini. L’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, che si concentrano soprattutto nel meridione d’Italia e poi nelle aree urbane estese, sono state favorite da scelte politiche suggerite dalla religione neoliberista, applicata dalla maggioranza politica che guida l’UE. In Italia, le disuguaglianze hanno una radice storica ben precisa, e sono state programmate e realizzate dalle maggioranze politiche che si riconoscono nella religione capitalista: riduzione del ruolo dello Stato nella programmazione economica e riduzione dei servizi di welfare. In analogia, nel corso degli ultimi vent’anni si sono favorite nuove disuguaglianze nell’euro zona attraverso le regole capitaliste: sleale concorrenza salariale e zone economiche speciali, cioè aree con una speciale giurisdizione.

L’attuale maggioranza politica europea è costituita dal PPE (Partito Popolare Europeo), dai S&D (Alleanza progressisti e socialisti) e l’ALDE (Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa), mentre l’opposizione è costituita dal ECR (Conservatori e Riformisti europei), G-EFA (gruppo dei Verdi), GUE/NGL (Sinistra), EFDD (Europa della libertà e della Democrazia Diretta), ENF (Europa delle Nazioni e della libertà) e infine il gruppo NI cioè il gruppo misto dei non iscritti che non posso promuovere iniziative. Quali sono i partiti europei che si riconoscono nell’ideologia liberale e liberista? Si trovano sia in maggioranza che in opposizione: e sono PPE, ALDE, ECR, ed anche EFDD e ENF ove sono iscritti M5S e Lega che condividono i gruppi con altri partiti di destra liberale e liberista. L’S&D è il gruppo del PD che essendo in maggioranza ha accettato di guidare un’UE liberista, insieme a Forza Italia, iscritta nel PPE, cioè il partito che più di tutti ha costruito questa UE che tutti dicono di voler cambiare, ed è di chiara ispirazione liberale di destra. Concludendo, se si vuole attribuire una responsabilità politica a determinati partiti, gli elettori dovrebbero conoscere la storia politica dell’UE e sapere che i responsabili non sono più presenti per “limiti di età”, tranne Forza Italia che candida ancora Berlusconi, mentre gli altri gruppi politici che ereditano idee liberiste sono PD, Lega, +Europa. Fratelli d’Italia non ha rappresentanti, ma vuole confluire insieme alla Lega in un gruppo nazionalista che notoriamente ha interessi opposti all’Italia. Il M5S è una vera e propria anomalia, poiché pur di assecondare il proprio capriccio di irresponsabilità politica, crea gruppi politici coi liberisti. Per l’Italia, fu la Democrazia Cristiana a costruire questa UE, mentre il PCI era contrario allo SME, cioè al Sistema Monetario Europeo. Oggi in Italia, il partito che assomiglia alla vecchia DC è il M5S, cioè un partito trasversale e opportunista, non democratico che propugna la religione del web, cioè il campo degli ultraliberisti che non pagano tasse agli Stati.

Sul pianeta del capitalismo neoliberale credo sia un errore di ingenuità raccontare che se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa staremmo tutti meglio, perché? Perché le disuguaglianze non dipendono dal sistema istituzionale ma dalla religione capitalista che ha creato una “società” a sua immagine.

Per contrastare le immorali disuguaglianze favorite da questi partiti liberali di destra, un elettore maturo e consapevole dovrebbe sostenere un soggetto politico europeo a trazione socialista, per favorire una seria riforma dell’UE e renderla uno Stato sociale e sovrano. E’ un percorso lungo poiché è necessario che i cittadini europei votino, ognuno nel proprio Paese, per un vero partito di sinistra che intende cambiare la natura delle istituzioni europee al fine di democratizzarle e costruire politiche industriali bioeconomiche, per eliminare le disuguaglianze presenti nell’euro zona e stimolare uno sviluppo umano per tutte le persone.

Nell’attuale linguaggio politico narrativo che scorre nei media è passata l’idea di un nuovo schema per semplificare la politica ma non aiuta la comprensione della realtà, oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), ma gli ultimi votano per i propri carnefici che sono Lega, M5S, Forza Italia e PD. Una corretta interpretazione è quella di riconoscere e distinguere fra liberalismo e socialismo, e solo in questo modo gli ultimi scopriranno che nel Parlamento, chi si ispira veramente al socialismo non ha molti consensi, e questo dato politico impedisce di mettere al centro del dibattito pubblico le immorali disuguaglianze create dalle scelte politiche compiute da tutti per favore la borghesia capitalista e conservare lo status quo.

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Abbandonare la follia del capitalismo

 

In generale, il capitalismo contemporaneo è una religione che sta distruggendo la cosiddetta società moderna. Gli Stati liberali sorsero con nobili intenzioni per diffondere i diritti umani, ma non sono stati capaci di controllare il capitalismo, anzi l’hanno diffuso in tutto il pianeta. La visione economica che trasforma tutto in merce sta convertendo l’esistenza umana in un inferno vero e proprio, costituito da guerre, schiavitù e distruzione degli ecosistemi. Ancora oggi il capitalismo, abilmente studiato da Marx ci racconta come la sua funzione della produzione riesca a ridurre i costi per mero interesse del capitale, per avidità. Nella riduzione dei costi sono contemplati anche gli esseri umani. In questi ultimi decenni, a danno dei diritti dei lavoratori e dei sindacati, il capitale ha saputo imporre una forte accelerazione grazie all’innovazione tecnologica e alle famigerate zone economiche speciali ove si localizza lo sfruttamento dei salariati a basso costo. Il cosiddetto libero mercato ha saputo aggregare i bassi costi di manifattura, tecnologia e salario. Fu Marx a predire il fatto che l’operaio sarebbe diventato un costo superfluo per favorire l’accumulazione della borghesia capitalista, e che era necessaria un’espansione della produzione per sistemare l’accumulazione del capitale riducendo i prezzi delle merci, tutto grazie all’innovazione e alle nuove tecnologie. Il superamento della stagnazione e della stagflazione nelle regioni capitaliste centrali è accaduto grazie alla globalizzazione liberista, cioè la deregolamentazione del mercato. In questo contesto le regioni centrali operano una variazione spaziale sfruttando quelle periferiche. Il capitalismo produce queste contraddizioni, cioè favorisce crisi sociali e logora le comunità locali trattate come periferia economia. La società moderna è determinata dalla circolazione del capitale, e i cambiamenti indicati dalla globalizzazione liberista stanno distruggendo intere comunità. Comprendere la circolazione del capitale ci aiuta ad adottare misure per contrastare la creazione di sottosviluppo nelle periferie economiche, cioè ci aiuta a contrastare la disoccupazione nel meridione d’Italia. Ad esempio, sappiamo che il capitalismo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano. La concorrenza sleale chiamata competitività, crea aree di sottosviluppo da sfruttare, cioè le odierne città globali e i Sistemi Locali del Lavoro più produttivi sfruttano le aree periferiche per attrarre risorse umane e continuare l’accumulazione di capitale. Successivamente, le élites decidono ove spendere gli eccessi di questa accumulazione, che spesso si concretizzando in nuove urbanizzazioni e/o trasformazioni urbane. Un esempio noto di accumulazione, concentrazione e urbanizzazione, è la Cina con le sue nuove città. La Cina è l’esempio più vistoso di crescita capitalista nel più breve tempo possibile, ed usa questa enorme crescita sia per costruire gli insediamenti urbani più grandi al mondo e sia per urbanizzare altri continenti, ad esempio l’Africa.

In definitiva, il neoliberismo dovrebbe insegnarci una lezione, e cioè che il capitalismo così com’è non è utile alla specie umana, e fino a quando le persone non saranno disposte a cambiare i rapporti sociali, il rapporto con la natura, e dare valore a comportamenti etici e democratici, continueremo a subire la follia della religione capitalista. La povertà crescente in Occidente, e nelle regioni meridionali, è il frutto di una scelta politica molto chiara ma è ancora del tutto incompresa dalla maggioranza delle comunità poiché nichiliste e allevate nell’epoca moderna. Ad esempio, possiamo osservare il corto circuito economico in molti Sistemi Locali del Lavoro meridionali: in quelle strutture urbane persiste una nota carenza di imprese con alti tassi di disoccupazione, e soprattutto l’assenza di una pianificazione economica secondo l’interesse pubblico. In questo contesto le élites locali, anziché ripensare le agglomerazioni produttive, immaginano di accumulare capitale attraverso le rendite finanziarie e immobiliari, peggiorando i sistemi urbani esistenti. Il paradosso è noto: domanda e offerta non si possono incontrare, per la progressiva perdita di capacità di acquisto delle famiglie che si avvicinano alla soglia di povertà in assenza di opportunità di lavoro. Le persone, cioè imprese e istituzioni, dovrebbero avviare un percorso inverso al capitalismo liberista, e cioè dovrebbero dare valore a programmi, piani e progetti di interesse pubblico e sociale osservando il territorio, osservando la realtà e studiando le innovazioni tecnologiche utili allo sviluppo umano. L’approccio innovativo, razionale e responsabile, è quello bioeconomico che cambia i processi produttivi introducendo la scienza, e quindi snaturando l’economia stessa, ma tale processo può essere avviato solo cambiando le regole istituzionali ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, attivo nel mercato per correggere le immorali disuguaglianze innescate da una religione fuori controllo.

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L’isola che non c’è

Da circa vent’anni nei media si ascoltano e si leggono commenti politici ironici sulla sinistra, e spesso i giornalisti e politici accusano la sinistra, in quanto tale, di dividersi continuamente. E così gli osservatori si chiedono il perché delle divisioni, continuando con discussioni a volte inutili: perché la sinistra si divide? Secondo il sottoscritto è impossibile dividere qualcosa che non esiste. Nel 2018, la domanda è mal posta, quella corretta dovrebbe essere: c’è sinistra in Italia? E la risposta dovrebbe essere: in Italia non c’è sinistra; e allora: perché? Secondo il mio modesto parere, in Italia la cultura politica di sinistra è rimasta nelle menti di generazioni passate, che non hanno voluto e saputo trasmettere alle presenti e future generazioni. Dal 1989 in poi, la classe dirigente di sinistra ha avviato il processo di abbandono della lettura sociale attraverso il marxismo per abbracciare le idee liberiste. I politici cresciuti con Marx hanno commesso due enormi errori: il primo fu quello di rinnegare la critica sociale di Marx, e il secondo di ignorare la cultura ecologista nata proprio a sinistra. Quella classe dirigente scelse di abbracciare l’ideologia della finanza, convinta di poter cavalcare la globalizzazione neoliberista. Se osserviamo la svolta a destra della classe dirigente di tutti i politici, da un punto di vista del pragmatismo materialista, essi avevano ragione poiché attraverso il famigerato mondo off shore, le imprese private – banche e multinazionali – hanno potuto comprarsi e possedere l’intera classe dirigente occidentale retribuendola all’oscuro, senza dar conto ai cittadini e aggirando il sistema democratico rappresentativo, reso impotente. Se osserviamo la svolta a destra dal punto di vista della razionalità umana, allora ci accorgiamo che il sistema capitalista è semplicemente il modello sociale più stupido e irrazionale che si possa accettare, poiché aumenta le disuguaglianze e distrugge le specie viventi. Inoltre bisogna aggiungere che, mentre la classe dirigente tradiva i propri valori svoltando a destra, la scuola marxista non si è esauriva, anzi sviluppava due filoni per leggere la società attuale, uno cresciuto integrando economia, sociologia e geografia per avere una lettura più scientifica delle disuguaglianze, e una scuola ecologica per osservare meglio gli effetti del capitalismo e cambiare i processi produttivi. Se oggi possiamo capire la società attuale, lo dobbiamo a questi sviluppi culturali, che hanno prodotto la visione territorialista bioeconomica e quindi il metabolismo urbano. Ricordiamo che il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è stata più militante di un partito, mentre le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Viviamo in una società capitalista e milioni di italiani non sanno chi furono Marx ed Engels, e le nuove generazioni che si dichiarano di sinistra non hanno mai letto Il Capitale. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La Democrazia Cristiana era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994.

Questo è il paradosso dell’Italia e degli italiani, cioè all’interno di un Paese periferia economica dell’Europa, con un altissimo tasso di disoccupazione nel meridione, non esiste la sinistra politica, mentre questo spazio è occupato abusivamente da due partiti di destra il Partito Democratico e il M5S. Nel contesto politico italiano, la borghesia capitalista italiana è sempre rappresentata, sia quando sceglie Forza Italia e Lega Nord, e sia quando sceglie PD e M5S. Nel 2018, poveri e ceto medio non possono essere rappresentati. Invece, dal dopo guerra fino agli anni ’80, in Italia poveri e ceto medio potevano scegliere per il più grande partito di sinistra in Occidente, al quale veniva negato il diritto di governare, sia perché non riuscì mai a raggiungere la maggioranza dei voti, e sia perché l’Italia, perdendo la guerra, divenne colonia americana controllata e influenzata attraverso la Democrazia Cristiana, talune forze dell’ordine, e i servizi segreti. Non bisogna dimenticare fatti gravissimi come l’attentato a Togliatti, e poi l’omicidio Moro. La cultura di sinistra è vista come una minaccia dai capitalisti, da reprimere anche con la violenza. Dalla ricostruzione post bellica fino agli anni ’80, per accordi politici, lo Stato interveniva sul mercato e questo avvenne per due ragioni: costruire infrastrutture utili alle imprese e per coordinare la ricostruzione affinché l’Europa, e anche l’Italia, potessero acquistare le merci prodotte. Contestualmente, la scelta di favorire una maggiore concentrazione di imprese al Nord acuì la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. Il ceto politico italiano compì due scempi: si concesse completamente all’alienazione consumista e creò la periferia economica nel meridione. Il nichilismo capitalista liberale influenzato dalle idee di Keynes utilizzava il ruolo pubblico dello Stato nel mercato e aiutare le imprese, in Italia localizzate soprattutto in pianura padana. Alla fine degli anni ’80 il pensiero dominante liberale convinse la Russia ad abdicare a se stessa, e questa scelta politica contribuì a distruggere anche i partiti socialisti europei, perché anch’essi scelsero il liberismo per costruire l’euro zona e la globalizzazione neoliberista. Anche gli americani abbandonarono il capitalismo alla Keynes, e l’Europa colonia yankees si adeguò andando oltre. Scelte politiche ed eventi storici hanno trasformato il mondo in un pianeta capitalista, mentre l’Occidente è il paradiso dei liberisti, e in maniera particolare l’euro zona. La globalizzazione neoliberista si è consolidata, totalmente indisturbata mentre cresce la disuguaglianza raggiungendo livelli mai visti prima. Il tema non è se ci sia o meno politica costruita sull’etica, perché è evidente che le più alte cariche istituzionali siano occupate e governate da scelte immorali e irrazionali, basti osservare la povertà nel mondo. Il tema è: quand’è che gli italiani avranno il coraggio di risvegliare le proprie coscienze addormentate? Quand’è che i neuroni riprenderanno a connettere pensieri della specie umana, per liberarsi dalle catene mentali della religione capitalista? Le leggi che governano tutte le specie viventi sono la biologia e la fisica, e in base a queste la nostra specie potrebbe vivere in armonia con la natura, poiché le risorse sono abbondanti ma oggi sono usurpate dalle multinazionali che sfruttano le finte democrazie rappresentative e le pubbliche istituzioni come paravento, schermi, e maschere illusorie.

Nel 2018, e soprattutto per i prossimi anni, è necessario ricostruire la cultura politica di sinistra che non c’è più per le ragioni sopra esposte. In tal senso è necessaria una scuola, aggiornata e adeguata alla bioeconomia perché non possiamo costruire lavori e impieghi inutili ma attività e funzioni produttive rispettando la natura e i diritti umani. Un’evoluzione è già avviata, in silenzio, da quelle poche imprese che hanno riconvertito o stanno riconvertendo i processi produttivi adottando la cosiddetta chimica naturale e decarbonizzando gli usi energetici. Un’altra evoluzione già matura si è avuta nell’edilizia, capace di costruire edifici auto sufficienti dal punto di vista energetico, mentre grandi passi in avanti vanno ancora compiuti sul governo del territorio condizionato dal capitalismo. Su questo tema è fondamentale la costruzione di un partito di sinistra, che abbia il coraggio di riprendere l’argomento del regime dei suoli e di programmare l’uscita dal capitalismo per favorire la gestione bioeconomica dei territori e della aree urbane. Attraverso la riterritorializzazione delle attività è possibile creare opportunità di sviluppo sfruttando le nuove tecnologie ma ciò è possibile con politiche pubbliche socialiste costruendo servizi dove non esistono. Ad esempio, osservando le immorali e intollerabili disuguaglianze territoriali scopriamo che numerose aree urbane meridionali non hanno servizi sanitari, non hanno biblioteche e non esistono scuole adeguate e sicure. La risposta politica è la ridistribuzione delle risorse, cioè il socialismo, e quindi costruire nei quartieri: servizi sanitari, sociali, biblioteche e scuole adeguate, solo in questo modo si crea sviluppo umano e lavoro utile.

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Famigerata Crescita

istat sll tasso di disoccupazione e occupazione 2017
ISTAT, Annuario statistico 2018.

La crescita dell’economia, della produttiva è il mantra utilizzato da media e politici sin dai tempi della nascente modernità. Crescita è il termine chiave utilizzato da tutti: di destra, di sinistra, dai populisti, dai dittatori, dai politicanti per promettere benessere, sviluppo, posti di lavoro e miglioramento. Entrando nel merito della crescita, il mantra si misura con l’indicatore economico più famoso al mondo, il Prodotto Interno Lordo (il PIL) osservato dall’ISTAT. Se leggiamo i dati dell’ISTAT, cosa scopriamo? Il PIL cresce sempre, forse non come vorrebbe la classe politica, ma cresce sempre. Qualunque individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda molto semplice: perché alla crescita costante del PIL non corrisponde un miglioramento? Uscendo dalla demagogia ossessiva compulsiva dei media, chiunque studia l’economia e la politica, sa bene che questo indicatore è notoriamente fuorviante, semplicemente perché non misura il benessere ma la crescita della produttività, cioè la crescita del capitale. Se parliamo di miglioramento o di progresso, il PIL è un indicatore inutile perché lo sviluppo umano si misura con indicatori che fanno decrescere il PIL. La crescita è chiaramente una delle contraddizioni del capitalismo. In generale, il capitalismo contemporaneo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano.

L’esempio più noto a tutti, circa l’inutilità della crescita costante del PIL, è la salute umana. Ragionando per assurdo: immaginiamo che domani mattina tutta la popolazione italiana si trovi in buona salute, cosa accadrebbe? Il PIL avrebbe una decrescita immediata poiché nessuno consumerebbe farmici determinando la chiusura dell’industria farmaceutica e quindi la perdita di posti di lavoro. All’improvviso gli italiani non si spostano più in auto a combustione, e nessuno compra e consuma più armi, accade che l’industria dell’automobile, l’industria petrolifera e delle armi subiscono forti contrazioni e perdite di posti di lavoro, quindi il PIL decresce. Un’altra famosa decrescita del PIL si realizza applicando l’uso razionale dell’energia per gli edifici e favorendo l’auto produzione di cibo per auto consumo. Questo discorso, con questi esempi, esprime concetti e dibattiti molto noti fra chi conosce le basi dell’economia, e negli ultimi decenni persino premi nobel hanno pubblicato studi e ricerche per convincere la classe politica, al fine di ridurre l’influenza dell’indicatore PIL sia nella comunicazione politica ma soprattutto nella programmazione economica. Ad oggi, non ci sono riusciti poiché le principali istituzioni globali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, e Nazioni Unite) danno prevalenza ai soliti indicatori economici, e meno a quelli sociali. Il fatto che nulla cambi, è noto; tutto il mondo è capitalista e l’Occidente è la culla della religione neoliberista con istituzioni politiche addomesticate da questa credenza. In Italia, l’ISTAT ha adottato un indicatore complessivo chiamato BES (Benessere Equo e Sostenibile) frutto degli studi economici che integrano il PIL, e questo dovrebbe influenzare le scelte politiche per riequilibrare gli investimenti al fine di ridurre le disuguaglianze economiche e sociali. Nonostante ciò, media e programmazione economica continuano a millantare la crescita del PIL. Durante questo periodo di confusione politica, tutti i media, come un mantra ripetitivo compulsivo, usano ancora la famigerata crescita come argomento di acceso dibattito politico. Nel corso degli anni, i media accusano i Governi col medesimo linguaggio: poca crescita con questa manovra, il Paese non cresce perché non ci sono investimenti, bisogna ridurre il debito. Il linguaggio compulsivo ossessivo intende abituare gli individui a tali termini, e i media sono rassicurati dal fatto che mai la maggioranza degli elettori avrà la curiosità di aprire il dizionario, un manuale, per scoprire il significato dei termini e svelare l’inganno. Nel nostro Paese, fra gli addetti ai lavori, è ben noto l’altrettanto problema diffuso fra la maggioranza degli italiani, e cioè l’ignoranza funzionale e di ritorno. In un contesto del genere, i talk politici presenti nei media sono funzionali affinché nulla cambi per il bene del Paese e degli italiani stessi, che a ogni gara elettorale scelgono i propri carnefici (Forza Italia, PD, Lega e M5S). La complessità e la realtà italiana richiedono una programmazione economica politica molto diversa dai piani politici dei nostri carnefici, i quali ovviamente non esprimono né competenze adeguate e né una volontà politica nuova, figlia di un cambiamento dei paradigmi culturali. Per ottenere un reale miglioramento, i cittadini dovrebbero costruire un soggetto politico bioeconomico, che realizza un programma politico rispetto a una nuova cultura politica capace di distinguere i beni dalle merci, mentre per affrontare la realtà italiana, le soluzioni dovranno nascere osservando con attenzione il territorio, le complessità sociali ed economiche, fra l’altro ben note, e documentate nei rapporti dell’ISTAT; ed oggi interpretate anche dal “Forum Disuguaglianze Diversa” che sta dando un aiuto concreto nel capire la complessità sociale del Paese.

Per quanto riguarda la disuguaglianza per eccellenza, e cioè la famosa questione meridionale, è l’ISTAT che certifica la realtà storica: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano». (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi. «[…] All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. […]» (estratto da Francesco Saverio Nitti: “L’Italia all’alba del XX secolo (1901) Discorso Quarto”)

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l’Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali.

Ancora oggi, il legislatore realizza un assurdo politico favorendo l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, sia attraverso il federalismo che ha modificato il Titolo V della Costituzione e sia perché la spesa procapite è maggiore al Nord rispetto al Sud. Il legislatore e i Governi adottano un criterio che cronicizza le disuguaglianze territoriali quello della spesa storica, cioè chi ha di più [il Nord] può ad avere di più. Tutto ciò accade nonostante si sia promesso di fare il contrario e cioè, sia L’UE (i fondi europei) e sia i Governi (investire il 34%) hanno promesso si spendere di più nel mezzogiorno per ridurre le disuguaglianze ma questo non è avvenuto.

L’attuale sistema capitalista neoliberista costituitosi con lo sviluppo dello sfruttamento dei lavoratori nelle famigerate zone economiche speciali, è riuscito a favorire l’aumento della concentrazione dei capitali della borghesia imprenditoriale, rendendola più ricca in tempi più brevi rispetto ai decenni precedenti. Questa accelerazione è avvenuta applicando meglio il paradigma capitalista che prevede la riduzione dei costi (costo del lavoro e accesso alle risorse naturale). La borghesia capitalista ha ridotto il ruolo della cosiddetta old economy grazie alle disuguaglianze di riconoscimento, al progresso informatico degli algoritmi, alla robotica e all’intelligenza artificiale, che hanno influenzato il valore di capitalizzazione delle aziende, cioè attraverso la finanza, un mondo fittizio. I casi famosi sono rappresentati dall’industria informatica e tecnologica, i cosiddetti giganti del web, che non pagano tasse agli Stati, e accumulano capitale grazie alla pubblicità e alla profilazione degli utenti. Questa è la crescita, questo è il capitalismo: sfruttamento, aumento delle disuguaglianze, avidità, distruzione degli ecosistemi e annichilimento dello Stato sociale. Tutto il mondo moderno è capitalista, cioè di destra, perché? Nell’applicare la funzione della produzione capitalista, la religione neoliberista è stata, ed è, l’approccio più efficace per favorire la crescita, poiché si pone l’obiettivo di rimuovere ogni limite all’auto produzione di capitale, dal sistema finanziario bancario (il mondo off shore) sino all’eliminazione di ogni costo. Nel corso della storia moderna, socialismo e comunismo, snaturando la propria natura, sono state applicazioni capitaliste che limitavano la crescita, poiché conservavano taluni costi nella funzione della produzione capitalista, cioè socialismo e comunismo conservavano i costi sul lavoro (diritti e salari adeguati), e a volte hanno posto limiti al capitalismo nell’uso delle risorse naturali (impatto ambientale), di fatto limitando la crescita. L’intero processo economico è costituito da un solo aspetto inumano, irrazionale e innaturale: trasformare tutto in merce per ridurre i costi affinché il capitale, come fosse un algoritmo, possa crescere all’infinito dentro un sistema, cioè il pianeta Terra che è un sistema chiuso con risorse limitate. Nel processo economico le persone sono trattate come merci, da usare e gettare quando non servono più al capitale. Siamo l’unica specie di questo Pianeta che ha inventato un modello sociale irrazionale per misurare gli scambi e accumulare “ricchezza” (per pochi) ma distruggendo tutto, se stessi e altre specie. Le famigerate disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento esistenti in Europa e in Italia, sono la normale conseguenza di scelte politiche ormai storiche e il frutto del pensiero capitalista dell’epoca moderna, che si nutre proprio di disuguaglianze, cioè consentire l’accumulazione del capitale a una ristretta borghesia altamente specializzata e non ridistribuire gli eccessi del capitale nei territori sfruttati. Queste disuguaglianze innescate dalla crescita sono divenute croniche in Italia, poiché la maggioranza degli elettori meridionali continua a disprezzare la politica e delega l’amministrazione di questa a soggetti politici sempre più impreparati (Forza Italia, PD, Lega e M5S).

Tornando alla questione meridionale, rileggendo Marx scopriamo le ragioni delle disuguaglianze territoriali, ed è noto che la pianura padana sfrutta il Sud e può continuare a farlo grazie alle agglomerazioni volute dal ceto politico, durante i decenni precedenti, ed oggi l’area padana gode di mezzi e sistemi consolidati che creano un sistema virtuoso di produzione di merci. Nel meridione è accaduto l’esatto opposto: cioè fù smantellato un sistema produttivo per creare aree periferiche da sfruttare. Questo modello è ampiamente diffuso in tutto il mondo e stimola le migrazioni economiche, proprio come accade in Italia da decenni. Oggi, il Sud non riesce a invertire questo processo auto distruttivo, per due motivi: il ceto politico non vuole eliminare le disuguaglianze, e le imprese non desiderano rilocalizzare le attività, mentre la cittadinanza è educata a una condizione psicologica di svantaggio e di sfruttamento innescando l’emigrazione di studenti e laureati. Per ridurre le disuguaglianze è necessario costruire una rete intelligente cooperativa fra università, ricerca applicata e imprese per rilocalizzare attività e funzioni nelle agglomerazioni produttive meridionali. Questo processo deve essere coordinato da investimenti pubblici e privati per creare le condizioni infrastrutturali, di fatto eliminando le disuguaglianze territoriali. Si può avviare questo processo virtuoso solo attraverso la pianificazione, oggi trascurata dagli Enti locali per favorire gli interessi privati delle aziende. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, se lo desiderano, possono ripensare il paradigma culturale circa il governo del territorio per riconoscere e valorizzare i Sistemi Locali del Lavoro e le strutture urbane estese. Osservata la realtà è necessario approdare sul piano culturale bioeconomico per costruire opportunità di sviluppo umano applicando la sostenibilità.

rapporto pil occupati popolazione

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