Povertà, case e quartieri


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.1.1.3       Povertà, case e quartieri

In Italia l’igienista Luigi Broggi, allievo di Camillo Boito, nel 1888 pubblica un manuale Sull’indirizzo artistico e costruttivo dei nuovi quartieri, che raccoglie e suggerisce l’opportunità di usare la tecnica dello zoning per regolare la progettazione delle città, successivamente Gustavo Giovannoni[1], nel 1913, in un suo articolo illustrerà la sua teoria del “diradamento edilizio” per la città esistente, poi esposto nel suo manuale “sull’arte moderna del fabbricare”; nel 1915 Aristide Caccia pubblica un manuale per le esigenze che i piani di ampliamento devono soddisfare, proponendo una zonizzazione morfologica, sociale e funzionale. Negli anni ’20 sarà il fascismo a sostenere la politica dello sventramento nelle città, e fu lo stesso Mussolini a esporre tre obiettivi: no all’urbanesimo industriale tranne per quelle industrie considerate sane[2]; sfollamento delle città; ruralesimo[3]. A seguito della legge per l’edilizia convenzionata del 1903 redatta dal parlamentare Luigi Luzzatti, che creò l’Istituto autonomo case popolari (Iacp), poi fu Alessandro Schiavi, nel 1911, che riuscì a diffondere il modello della città-giardino attraverso la sua pubblicazione. Gli esempi di tale modello saranno pochi e quando avvengono sono villaggi esclusivamente residenziali di case mono e bi-familiari con giardino, come nel caso di Milanino. In Italia, generalmente, è esclusa l’abitazione unifamiliare soprattutto per ragioni economiche, ma anche perché considerata lontana dalla tradizione abitativa italiana. «I quartieri di case popolari e operaie, a inizio XX secolo, sono sempre collocati in aree periferiche rispetto al centro: diviene sempre più evidente la forte differenziazione sociale tra centro e periferia, ma anche la tendenza a pensare la città futura per quartieri, per parti, per pezzi, separando e trattando le sue diverse componenti (case, strade, industrie, verde, ecc.)»[4]. L’esperienza di Schiavi è, probabilmente la più esaustiva esperienza di analisi e di approccio pragmatico per la soluzione dei problemi d’insalubrità rilevati nell’Italia di fine Ottocento ed inizio Novecento. I problemi della casa e della città, che crescevano per lo sviluppo industriale e presentavano diversi problemi legati all’abitare e alla morfologia urbana[5] furono affrontati da Schiavi col modello città giardino. L’oggetto della ricerca di Schiavi fu «”la casa popolare” intesa come “l’abitazione per il lavoratore salariato precipuamente addetto ai lavori manuali” specialista o generico, ma anche specificava, intesa come “l’abitazione per l’impiegato di aziende pubbliche o private nei gradi più bassi della gerachia” o meglio come un’abitazione di tutta una “vera e propria classe di persone” la quale per l’esiguità e la precarietà dei suoi redditi, provenienti esclusivamente dal “lavoro personale”, non era in grado di procurarsi con i propri soldi “un’abitazione proporzionata ai bisogni e alla condizione dell’unità famigliare e rispondente ad un minimo di salubrità e di conforto”»[6]. Dal punto di vista della forma-piano, Schiavi era favorevole al modello howardiano e nell’evoluzione del concetto di città satellite, e negli studi e nelle considerazioni ebbe la lungimiranza di prefigurare attraverso enti sovracomunali anche i prodromi di una pianificazione territoriale ad area vasta per mettere in rete i centri urbani[7].

Possiamo notare quanto le difficoltà economiche dei lavoratori di quel periodo siano analoghe alle difficoltà delle attuali[8] giovani coppie italiane, proprio per lo scarso potere d’acquisto degli stipendi salariati, come accadeva nel secolo scorso. Le difficoltà di inizio Novecento furono affrontate direttamente dallo Stato con forti inziative legislative e fiscali volte ad agevolare i ceti meno abbienti per l’accesso al diritto della prima casa, e tali spinte terminano negli anni ’80 del Novecento. Sintetizzando, fra l’Ottocento ed il Novecento gli Stati sovrani promuovono politiche socialiste finalizzate a costruire città e infrastruttue, interrotte solo dalle due guerre mondiali. Dal secondo dopoguerra, all’interno di un nuovo ordine economico mondiale, gli Stati che hanno perso la guerra cedono sovranità e possono adottare politiche keynesiane per circa un trentennio prima che le istituzioni politiche scelgano il neoliberismo privilegiando l’interesse delle imprese private multinazionali.

Negli anni trenta del secolo Novecento «il settore pubblico affronta il problema degli slums[9]: si verifica un ritorno all’ottica igienista del XIX secolo, che individua i mali dei quartieri degradati nella salute pubblica, nella povertà e nella inadeguatezza della residenza»[10]

Rispetto alla situazione culturale, sociale e urbanistica, precedentemente accennata, un’interessante e valida interpretazione della crescita urbana fra l’Ottocento e inizio Novecento – «massive espansioni post unitarie 1870 – 1914» – è resa da Caniggia e Maffei: «l’improvvisa esigenza di espansione postunitaria, unita al plusvalore aggiunto delle aree non edificate ai margini del costruito antecedente, già trasformate in giardini e ville, e che, rende disponibile l’edificazione, simultaneamente, una vasta porzione di territorio, obbliga a piani di grandi dimensione. Il progettista deve quindi affrontare un tema di scala non usuale, ed è impreparato mancandogli non soltanto la logica di produzione del tessuto, ma anche, e ancora più, quella necessaria a produrre un quartiere, un suborganismo urbano nella complessità delle relazioni tra tessuti, polarità e antipolarità. Mentre sembra cogliere dalla città com’era l’estensione modulare di un quartiere, non sempre riesce a prefigurare l’interrelazione tra quartieri, o tra questi e i quartieri preesistenti, come pure la collocazione e il ruolo delle nodalità lineari e puntiformi interne al quartiere stesso»[11]. All’interno delle difficoltà culturali appena accennate, all’inizio del Novecento sorgono una serie di proposte per governare lo sviluppo urbano, manifesti, linee guida e questi indirizzi culturali e tecnici si succederanno, con altre sempre più o meno aggiornate, per tutto il secolo.

Nel 1931 Gustavo Giovannoni[12] pubblica Vecchie città ed edilizia nuova, un trattato sull’arte di costruire la città. Secondo Françoise Choay, Giovannoni è una figura chiave per la tutela del patrimonio storico, insieme a Ruskin e Sitte, per superare la dicotomia tra conservazione e innovazione poiché dalla città che ha valore di memoria possiamo trarre insegnamenti progettuali per il nuovo[13].

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[1] A Gustavo Giovannoni (1873-1947) si deve l’inizio di una pratica per la rigenerazione urbana con particolare attenzione alle tecniche di restauro e di conservazione. La tecnica del diradamento è tesa al recupero dei centri storici rimuovendo le causa dell’insalubrità e stabilire un equilibrato rapporto tra monumenti e architettura minore. In tal senso affrontò il tema delle preesistenze in rapporto col nuovo.
[2] Un tema analogo – le città giardino – in altri paesi europei è l’urbanizzazione del territorio rurale e in Italia ha visto la nascita di 12 nuove città: Littoria, Pontinia, Sabaudia, Aprilia (bonifica delle paludi pontine); Fertinia e Carbonia (in Sardegna) e Arsia in Istria. Nel 1899 il riformista Ebenezer Howard fondò la Garden City Association e nel 1904 cominciò la costruzione di Letchworth.
[3] Barattucci, Zoning/mixitè alle radici dell’urbanistica italiana e francesce 1820-1945, Roma, 2013.
[4] Ivi, pag. 124.
[5] «La morfologia urbana definisce gli aspetti aggregati dell’insediamento, cioè quelli riferiti all’insediamento nel suo insieme, sia che si tratti di un sistema policentrico complesso o di una qualsivoglia altra area urbanizzata. La morfologia urbana studia la forma dell’insediamento analizzandola nel suo intero, nei suoi elementi costitutivi – strade, aree edificate, vuoti, pieni ecc.- e nelle relazioni reciproche fra essi» (Fonte: E. Piroddi & F. Rubeo, Sistemi urbani e territoriali, in Manuale di Ingegneria civile Vol. 3, 2002, pag. 412). «La morfologia urbana è lo studio delle forme della città. La tipologia edilizia è lo studio dei tipi edilizi. Ambedue queste discipline studiano due ordini di fatti omogenei; inoltre i tipi edilizi che si concretano nelle costruzioni, sono quelli che costituiscono fisicamente la città» (A. Rossi, “Considerazioni sulla morfologia e la tipologia edilizia”, in M. Biraghi & G. Damiani, Op. cit., 2009).
[6] Bianciardi, Op. cit., 2005, pag. 91.
[7] Ibidem
[8] Nel 2017 la diseguaglianza economica – misurata dal rapporto fra il totale del reddito equivalente ricevuto dal 20 per cento della popolazione con i redditi più alti e dal 20 per cento della popolazione con quelli più bassi – raggiunge un livello di 6,4 (6,3 nel 2016). La povertà assoluta, secondo la stima preliminare, riguarda nel 2017 poco meno di 1,8 milioni di famiglie, con un’incidenza del 6,9 per cento (dal 6,3 del 2016).10 Essa aumenta anche in termini di individui coinvolti (circa 5 milioni), con un’incidenza dell’8,3 per cento (dal 7,9 del 2016). […] Dal punto di vista territoriale, la povertà assoluta aumenta nel Mezzogiorno e nel Nord mentre scende nel Centro. L’aumento delle famiglie in povertà assoluta è sintesi di una diminuzione in quelle in cui la persona di riferimento è occupata e un aumento in quelle in altra condizione (ISTAT, Rapporto annuale, 2018).
[9] Gli slums sono insediamenti umani auto costruiti ai margini delle città, in essi sono raggruppati i ceti meno abbienti e sono costruiti con l’impiego di materiali e tecnologie “povere”. Questa crescita urbana non pianificata rappresenta evidenti problemi di degrado sociale e d’igiene urbana. Si stima che circa 1,5 miliardi di persone vivano negli slums.
[10] Calabi, Op. cit., 2005, pag. 204.
[11] Caniggia & Maffei, Op. cit. , 1984, pag. 229.
[12] Giovannoni ingegnere romano, dal 1913 ebbe la cattedra di architettura generale nella Regia scuola di applicazione per ingegneri ed è grazie a lui che dal 1923 si ebbe il primo insegnamento di “edilizia cittadina e arte dei giardini” che dal 1934 prenderà il nome di “urbanistica”.
[13] Gaeta, Rivolin, Mazza, Governo del territorio e pianificazione spaziale, 2013.

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