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Archive for the ‘Salerno’ Category

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Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

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urbanismi Spinosa 02

Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

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La Città 11 settembre 2017

 

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In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione

Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberale e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento della povertà, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali. Tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

Agglomerati morfologici urbani, ISTAT, 2001.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale.

La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

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Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti

PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

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Gentile direttore Manzi,

innanzitutto la ringrazio per l’opportunità concessami, pubblicando un mio intervento – 14 aprile 2017 – che esprime contenuti di controcultura. Il 9 aprile 2017 La Città apre “i grandi dibattiti” con il governo del territorio e due interventi, di Conte (già Ministro Aree Urbane) e Giannattasio, che ricordano le efficaci programmazioni passate degli anni ’80, poi Amatruda (Forza Italia, pubblicato il 12 aprile), e ancora Lambiase (Consigliere comunale, il 18 aprile) con un’analisi critica sul presente e le previsioni di piano rimaste inattuate, mentre Sangiorgio (Coldiretti, il 16 aprile) suggerisce uno sviluppo delle infrastrutture per favorire l’agricoltura. Il comune denominatore degli interventi di Conte, Giannattasio, Amatruda, Sangiorgio e Lambiase è lo “sviluppo”, oppure la “crescita” (del PIL), la “valorizzazione”, ricordando la centralità di Salerno come centro metropolitano e il fallimento delle scelte urbanistiche degli ultimi mandati elettorali con la carenza di infrastrutture strategiche. Il mio intervento parte da presupposti culturali diversi poiché accenna a politiche urbane bioeconomiche, e suggerisce un cambiamento dei paradigmi culturali nella nostra società svuotata di senso dall’epoca moderna. L’ambizione è quella di stimolare un dibattito pubblico sulla bioeconomia. Condivido le critiche ma intendo far notare che i temi sociali, ambientali, economici e urbanistici di Salerno non trovano soluzione sul piano ideologico che li ha inventati, favoriti e creati. La recessione non è la conseguenza di una mera scelta di politiche urbanistiche sbagliate ma di una cultura politica occidentale costruita sulla crescita costante della produttività, e sull’avidità. In Italia, i processi di trasformazione urbanistica sono sostanzialmente sbilanciati a favore del profitto dei proprietari privati, negando la partecipazione dei cittadini, spesso ignari dei meccanismi complessi, e ignari dei propri diritti e degli scopi costituzionali della pianificazione (tutela del territorio). E’ l’implosione dello “sviluppo” che crea la recessione, perché la crescita del PIL non misura la qualità della vita, mentre l’innovazione informatica e la robotica creano disoccupazione com’era stato pronosticato sin dall’inizio del secondo guerra. Le città secondo l’ideologia della “crescita” sono fallite, e ricordo che le città in contrazione sono 26 (Milano [490.000 abitanti persi fra il 1951 e il 2011], Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo …).

città in contrazione

Crescita e contrazione delle città dipendono dal capitalismo. Quando negli anni ’80 la politica deregolamenta la globalizzazione, accade che le imprese localizzano le produzioni in Europa dell’Est e in Asia, dove ci sono le Zone Economiche Speciali (ZES), luoghi in cui non si pagano tasse e si hanno bassi costi del lavoro. Le città occidentali perdono abitanti (contrazione), mentre il ceto meno abbiente non può pagare i costi degli alloggi nei centri principali a prezzi di mercato, e si sposta nei comuni confinanti alimentando la dispersione urbana, il cosiddetto sprawl. Mercato immobiliare e nuove espansioni determinarono uno sconsiderato aumento del consumo di suolo agricolo. Nell’attuale consuetudine le previsioni dei piani urbanistici sono merce pagata dagli investitori privati, nella speranza di creare profitti attraverso il mercato. In generale, è noto che il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo (Wallerstein) mentre la rinuncia alla sovranità economica e la globalizzazione neoliberale hanno contribuito a impoverire il meridione d’Italia, che registra nel 2016 altissimi tassi di disoccupazione come in Campania con il 42,9% fra i giovani (18-29 anni) e il 30,4% (25-34 anni). Tutto ciò vanifica anche le previsioni degli strumenti urbanistici poiché in un contesto più povero, di periferia economica, gli investitori privati seppur dotati di liquidità, non trovano conveniente costruire merci immobiliari che non possono essere assorbite dal mercato locale. E’ uno degli effetti dell’ideologia liberale, il laissez faire al mercato. In questo contesto, non sorprende che a Salerno solo il 25% dei comparti edificatori sia stato realizzato, mentre tutti i principali Consigli comunali d’Italia continuano a deliberare l’adozione di piani con previsioni di crescita, sempre perché mercificando i suoli si attendono introiti da incassare, che fino a poco tempo fa erano persino slegati dalle urbanizzazioni per essere spesi nei servizi generali.

La bioeconomia è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità, poiché partendo da presupposti scientifici (entropia) ed etici, come la misura dei flussi in entrata e in uscita, ci consente di ripensare l’uso del territorio senza depauperare le risorse naturali e creando nuova occupazione partendo dalla conoscenza dei luoghi. In bioeconomia, città e territori sono considerati sistemi metabolici mentre nell’attuale paradigma città e territori sono merci da vendere e sfruttare. Cosa significa tutto ciò per l’urbanistica e il territorio? Se si vuole invertire la rotta per uscire dalla recessione, prima di tutto, dobbiamo riconoscere e ammettere l’implosione del sistema occidentale restituendo autonomia finanziaria alla Repubblica. L’area funzionale salernitana, individuata nel Sistema Locale del Lavoro (SLL) censito dall’ISTAT deve organizzarsi, non più seguendo il pensiero dominante che l’ha impoverita, nel senso vero del termine, non solo economico ma soprattutto culturale. Le risposte ai nostri problemi sociali e ambientali, e di conseguenza economici, si trovano sul piano bioeconomico. Esistono esempi e approcci territorialisti per ripensare il sistema salernitano costituito da circa 22 comuni e 400 mila abitanti, ed è questa l’area da pianificare costituendo un ufficio di piano ad hoc e coinvolgendo i cittadini al processo decisionale. In generale, i sistemi locali meridionali vanno collegati fra loro, ad esempio, quello salernitano con i vicini sistemi lucani, calabresi e pugliesi. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità. E’ necessario rilocalizzare le produzioni e territorializzare. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura pagando i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite. Sono necessari nuovi piani di “quarta generazione”, e nuovi piani attuativi come un Piano Particolareggiato di Rigenerazione Bioeconomica (PPRB), si tratta nuovi strumenti secondo l’approccio bioeconomico che hanno l’obiettivo di costruire un quadro di conoscenza dell’insediamento finalizzato al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente introducendo sistemi di monitoraggio dei flussi in entrata e in uscita al fine di migliorare il benessere dei cittadini. La conoscenza dell’insediamento urbano esistente è la cornice indispensabile per costruire la rigenerazione del tessuto, dal punto di vista sociale, ambientale e morfologico. Osservando l’ambiente costruito rileviamo puntualmente il carico urbanistico e l’affollamento, il degrado, la morfologia urbana, e tutte le informazioni possono essere utilizzate per la futura trasformazione urbana, mentre una vera novità è la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali della politica.

La Città di Salerno 30 aprile 2017

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Usi e coperture del suolo, consumo di suolo, fonte immagine, Atlante dei territori post metropolitani, PRIN-postmetropoli.

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Nel 2011 il Governo italiano decide di istituire i distretti turistici. Cosa sono? Ambiti territoriali che nell’intenzione governativa dovrebbero sviluppare un’economia turistica, cioè insiemi di Comuni che dovrebbero cooperare su piani e progetti condivisi. In Provincia di Salerno sono stati individuati ben 5 distretti (“Cilento blu”, “Costa d’Amalfi”, “Riviera salernitana”, “Sele picentini” e “Golfo di Policastro”). Il fatto che i Comuni decidano di cooperare è senza dubbio un vantaggio politico strategico. La Provincia di Salerno ha già un proprio piano provinciale abbastanza recente, il Ptcp 2012 che individua ambiti territoriali e identitari per sviluppare politiche turistiche e riconosce la forma insediativa policentrica delle aree urbane. Inoltre, la ricerca “PRIN post metropoli” legge le forme insediative delle aree urbane italiane, delle aree interne e costiere, mostrando dati da interpretare. Dietro i termini “riqualificazione” e “valorizzazione” usati dai Sindaci dei Distretti, ci sono gli interessi economici di soggetti privati e i progetti di nuove forme insediative urbane che hanno un impatto ambientale, e che se non correttamente pianificati possono aumentare i fenomeni di dispersione urbana, o addirittura essere foriere di speculazioni edilizie. Per evitare investimenti sbagliati e speculazioni che danneggiano l’ambiente, sarebbe corretto coordinare i distretti con i valori della bioeconomia e soprattutto proporre progetti dentro una bioregione urbana che oggi non esiste. La scuola territorialista italiana ha già predisposto due piani paesaggistici, uno per la Regione Toscana e l’altro per la Puglia. Una corretta pianificazione, cioè un buon investimento si realizza rispettando il Ptcp 2012, e realizzando progetti bioeconomici dentro gli ambiti identitari già individuati, per rispettare le risorse locali e creare nuova occupazione utile nei “sistemi locali del lavoro”.

E’ chiaro che le intenzioni dei privati sono quelle di creare profitti sfruttando il territorio. Questo è l’impulso pavloviano dell’egoismo liberal che esiste sin dal Settecento. Siamo ancora attaccati all’invenzione dell’economia dove ogni cosa è merce, compresa la natura che ci da vita mentre la distruggiamo. La religione neoliberale sta distruggendo la specie umana e così anche l’identità storica degli insediamenti umani. L’approccio politico dell’età moderna non ha la virtù di avere una visione etica rispetto agli attuali cambiamenti tecnologici e sociali, e soprattutto ha dimostrato di distruggere noi stessi oltre che il territorio. Questa religione crea nuove forme di schiavitù chiamate precariato, e nuova disoccupazione, espropriando le comunità della propria storia, identità sociale e culturale. Per semplificare, un distretto turistico che ha in mente una colata di cemento lungo una fascia costiera, non è un piano di un distretto turistico ma è un disegno criminale. Perché si immaginano disegni criminali? La religione liberale instaurata dalla classe dirigente ha tolto allo Stato la capacità di spendere, e così qualsiasi intervento urbano è sottoposto ai ricatti dei privati che giudicano sull’esclusivo interesse del tornaconto personale. In questo modo lo Stato distrugge il bene comune abdicando a se stesso, e al proprio ruolo di controllo e al dovere di applicare la Costituzione e l’interesse generale. E’ necessario che lo Stato si riprenda il ruolo di investitore per tutelare la collettività. Nel caso specifico, la fascia costiera salernitana ha la necessità di essere rinaturalizzata, sia eliminando le sorgenti inquinanti e sia attraverso interventi di carattere biologico (agro-forestale), regalando benessere a tutti i cittadini. Inoltre, un vero e serio piano di sviluppo turistico è improntato sulla bellezza e sulla manutenzione dell’esistente demolendo gli abusi edilizi, e rigenerando l’ambiente. Solo in questo modo si crea un vero servizio turistico, mentre le eventuali strutture ricettive possono essere realizzate recuperando i volumi abbandonati per contenere il consumo di suolo.

La novità dell’approccio bioeconomico è nella capacità di misurare i flussi di energia creati da piani e progetti, e la capacità di misurare gli impatti sociali. La bioeconomia misura l’analisi del ciclo vita dei materiali e l’analisi dell’impatto sociale. Ciò che manca ancora e fa danni inestimabili, è la formazione culturale della classe politica e imprenditoriale sulle enormi opportunità suggerite dalla bioeconomia che cambia i paradigmi culturali. Ad esempio, mentre taluni dinosauri dell’impero neoliberal distruggono il territorio rispetto al ritorno economico dei progetti; la bioeconomia mostra lo sviluppo umano del progetto attraverso un uso razionale dell’energia. Sempre più il turismo sta cambiando, in meglio per fortuna, non si costruisce un’offerta turistica sulle quantità dei sistemi ricettivi e ma sulla qualità. Un buon turismo non si costruisce con le colate di cemento, mentre la cultura dei turisti si sta alzando. I turisti chiedono bellezza e la conoscenza dell’identità storica dei luoghi; chiedono la qualità ambientale, il cibo, la storia, l’arte con migliori servizi ricettivi partendo proprio dall’accoglienza svolta dalla simpatia delle persone. Il territorio salernitano, per tradizione possiede già molte caratteristiche e servizi di qualità apprezzati da tutto il mondo, esso deve “solo” migliorare il proprio ambiente eliminando le sorgenti inquinanti, ad esempio implementando i sistemi di raccolta delle acque nere dove mancano, e migliorare il trasporto pubblico. Infine educare e formare i propri concittadini alla conoscenza del territorio per favorirne una fruizione sostenibile e intelligente.

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Provincia di Salerno, estratto dal Ptcp 2012.

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La sfida della nostra società è cambiare il paradigma culturale che guida gli stili di vita degli abitanti nelle città esistenti. Una sterminata letteratura straniera parla di rigenerazione urbana, e spesso tali interventi di trasformazione non hanno cambiato gli stili di vita delle persone, ma hanno solo cambiato l’aspetto di alcuni quartieri. Viviamo nell’epoca urbana e le città italiane continuano ad essere luoghi ignorati dalla classe dirigente e mal pianificati. Nei pochi interventi urbani che si realizzano, i meccanismi economici delle trasformazioni escludono i ceti più poveri preferendo quelli economicamente più forti, mentre le città continuano a sprecare energie contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta, e lasciando un pianeta peggiore alle future generazioni. Abbiamo una sola certezza: l’aumento degli individui nelle aree urbane che condurranno stili di vita consumistici.

Il territorio italiano si caratterizza con insediamenti urbani vulnerabili: disordine urbano; densità; scarsa accessibilità; carenza di servizi; disoccupazione ed esclusione sociale; dipendenza dagli idrocarburi; rischio sismico e idrogeologico; ciclo vita degli edifici.

Le comunità esistenti nelle aree urbane stanno perdendo la sfida di rigenerarsi per ragioni culturali. La popolazione non conosce l’urbanistica e non partecipa alla vita di comunità, è psico programmata dalla religione capitalista che ha saputo diffondere egoismo, apatia, nichilismo, ignoranza funzionale e di ritorno, favorendo la regressione della specie umana, oggi facilmente guidata dai capricci indotti dalla pubblicità.

Inoltre le istituzioni locali, Comuni e Regioni, sono del tutto obsolete ad affrontare i cambiamenti sociali consolidatisi negli ultimi trent’anni. L’industrialismo abbandonava le città mentre i politicanti locali deliberavano obsoleti piani in crescita urbana attraverso le speculazioni per inseguire i capricci delle imprese, e in questo modo hanno fatto esplodere le città italiane favorendo la cosiddetta dispersione urbana (sprawl) e consumando inutilmente suolo agricolo. Eleggere Sindaci e Consigli comunali è inutile. sia perché gli individui vivono e consumano in un’area più vasta chiamata “sistema locale”, cioè un’area funzionale dove si sviluppano le relazioni sociali ed economiche, e sia perché la religione liberale ha esternalizzato la gestione dei servizi a società di profitto. I veri Sindaci delle città sono amministratori delegati di SpA. Una seria riforma dovrebbe eliminare poltrone politiche inutili osservando l’esistenza dei “sistemi locali”, introdurre e sperimentare forme di partecipazione popolare diretta, e riorganizzare la pubblica amministrazione per deliberare piani urbanistici bioeconomici e sviluppare bioregioni urbane da rigenerare. Cittadini e pianificatori dovrebbero sperimentare la democrazia per costruire le bioregioni urbane dentro i sistemi locali per rigenerarli. Gli attuali strumenti di pianificazione, frutto di Enti obsoleti, sono previsioni inutili sia perché sono ancora pensati nella speranza di far crescere l’area urbana convinti che un mercato possa assorbire un’offerta di immobili non richiesti, e sia poiché rispecchiano un limite territoriale amministrativo ormai anacronistico. Anche per questo motivo stiamo perdendo la sfida urbana.

Nella migliore delle ipotesi, politici illuminati potrebbero proporre piani intercomunali bioeconomici fra i comuni ricadenti nei sistemi locali. E’ un processo fattibile poiché i Comuni possono consorziarsi per seguire il bene comune. E’ difficile che gli egoismi di una classe politica inadeguata rinsanisca senza una mobilitazione popolare. Finora non è accaduto. E’ più probabile avviare un percorso più lungo, dove le persone in maniera consapevole avviano processi di rigenerazione morale, politica e quindi urbana.

Pensiamo ad un esempio concreto: il sistema locale salernitano. La città capoluogo (comune centroide) ha una popolazione di circa 135.000 abitanti, mentre il SLL salernitano è costituito da 22 comuni con circa 500.000 abitanti. La nuova struttura urbana, la nuova città, è costituita dal comune centroide e le sue conurbazioni, e conta 11 comuni con circa 300 mila abitanti; ed è l’ambito territoriale da amministrare e gestire con un piano regolatore generale bioeconomico. I Piani urbanistici di questi comuni sono del tutto obsoleti di fronte agli stili di vita degli abitanti, e così c’è una sistematica carenza di servizi, dalla mobilità ai servizi di quartiere, dal consumo del suolo agricolo all’inquinamento, dalla disoccupazione alla qualità di vita. Per conoscere le difficoltà di un’area del Sud come Salerno, dobbiamo osservare e pensare in funzione del cambiamento culturale, e cosi non solo conoscere e analizzare il territorio con gli occhi della bioeconomia, ma possiamo anche osservare i nuovi indicatori come il Benessere Equo e Sostenibile.

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« … fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. » (vv. 112-120)

Anche quest’anno a Salerno non mancherà la manifestazione dell’effimero feudale, cioè le famigerate “luci d’artista” che di artistico hanno poco o nulla, e che accompagneranno il periodo natalizio dei salernitani favorendo l’aumento del consumo di merci. L’evento rientra nel famigerato fenomeno di “Dysneificazione” della società post-moderna che ambisce a “tematizzare” gli spazi del tempo libero per bambini e adulti. “Tematizzare” significa associare a un luogo un modello “routinizzato” di divertimento, le cui caratteristiche sono definite in una prospettiva globale. Uno degli effetti della “Dysneificazione” della società è l’omogeneizzazione degli stili di vita furieri dell’alienazione e del nichilismo. Chi non conosce la città e chi è stato allevato dall’ideologia consumista crede ingenuamente che tale evento debba essere considerato positivamente. L’idea in sé, come ogni festa, dovrebbe produrre benefici. Solo i residenti non esercenti subiscono disagi e inconvenienti poiché l’affollamento che si realizza durante l’evento riduce la vivibilità della città e soprattutto del centro, si blocca la mobilità dei residenti, mentre il traffico automobilistico favorisce l’aumento dell’inquinamento atmosferico incidendo negativamente sulla salute umana.

Sono le 17 quando le luci si accendono, tra gli applausi, in un centro cittadino dove il traffico pedonale ha già raggiunto livelli da record. In fila indiana, stretti in via Mercanti, centinaia di visitatori camminano a passo d’uomo per raggiungere Il giardino incantato della Villa comunale e piazza Flavio Gioia. Anche il traffico è paralizzato.

Il periodo natalizio è il momento dell’anno dove le persone consumano di più, e tutte le città italiane programmano eventi per favorire il consumo di merci. E’ in quest’ottica che gli attori politici programmano eventi ad hoc per gestire il consenso elettorale e rafforzare la propria immagine. I politicastri hanno gioco facile poiché l’ignoranza funzionale galoppante fra le masse favorisce le disuguaglianze e i danni sociali. Secondo il Presidente della Regione Campania, De Luca: «… l’evento è l’attrattore turistico più importante di Salerno e della Campania, ed è un motore economico straordinario …»; i politicanti riducono la politica a questo, cioè chiacchiere di pubblicità del nulla che, dette da chi ricopre un importante ruolo istituzionale, mortificano e cancellano l’identità culturale e la storia di un territorio. E’ del tutto assurdo, ridicolo e sorprendente che un’istituzione dia priorità e inviti le persone a Salerno per guardare il nulla delle luci, piuttosto che la Cattedrale salernitana, i suoi importanti e unici avori, la sua cripta il complesso archeologico di San Pietro a Corte e molto altro ancora.

Dal punto di vista politico e mediatico l’evento “luci d’artista” è stato appositamente caricato di simboli, e questo innesca una serie di critiche sociali ed economiche. Nell’epoca del nichilismo urbano un evento del genere è perfettamente in linea col cinismo tipico delle classi dirigenti decadenti, pronte a specchiarsi nel nulla mentre la recessione corrode anno dopo anno, il presente e il futuro delle generazioni che sognano di migliorare la propria condizione di vita.

Dalla religione che sta distruggendo il pianeta e la specie umana non può emergere la soluzione ai problemi culturali, sociali ed economici delle persone. Secondo l’ISTAT, nel 2011 a Salerno il tasso di disoccupazione giovanile è al 53% (il tasso di disoccupazione è al 17%), e solo questo dato drammatico dovrebbe far saltare l’attuale classe politica locale, che invece amministra da un periodo ininterrotto più lungo del fascismo. Da circa 11 anni una manifestazione dell’effimero come quella delle “luci d’artista” è il momento che gli esercenti salernitani attendono per raccogliere soldi. E’ questa un’evidente rappresentazione di una società meno umana che si sta spegnendo, poiché il suo paradigma culturale: soldi e capitalismo, l’ha trasformata nei secoli, e la sta cancellando attraverso l’evolversi della fede neoliberale che suggerisce di aprire Zone Economiche Speciali (ZES) anche a Salerno, portando lo sfruttamento del lavoro tipico delle aree asiatiche in casa propria (è ciò che viene previsto nel Documento Unico di Programmazione del Comune di Salerno).

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Giovanni da Modena, L’inferno, cappella bolognini nella Basilica di San Petronio, Bologna.

L’attuale classe dirigente è totalmente incapace di mettere in discussione se stessa e i propri dogmi che hanno fatto scappare il 18% della popolazione salernitana (dagli anni ’80 fino all’inizio del millennio). In questi ultimi vent’anni, oltre all’aumento della disoccupazione, c’è stato l’aumento del consumo di suolo agricolo, l’aumento dell’inquinamento, l’aumento della dispersione urbana, e l’assenza di programmazione dei servizi che mancano ancora oggi a Salerno. L’attuale classe dirigente ha assistito passivamente alla trasformazione del capitalismo che chiude le aziende per delocalizzarle, ed ha suggerito la mercificazione del territorio per contrastare la disurbanizzazione, provocando l’effetto di contribuire alla distruzione delle risorse limitate della comunità. L’incapacità di governare correttamente il territorio è la debolezza di tutta la classe dirigente poiché ci troviamo alla fine di un’epoca e all’inizio di una nuova fase. Chi amministrata la cosa pubblica è stato psico programmato dalla medesima religione neoliberale che guida le più alte istituzioni. La recessione offre momenti di riflessione e alcuni, una minoranza, escono dal piano ideologico obsoleto del neoliberismo per sperimentare modelli bioeconomici. Purtroppo, tutta la classe politica è convinta che la crescita produca lavoro, quando i dati ISTAT mostrano che non c’è alcuna relazione diretta fra crescita del PIL e lavoro, anzi.

relazione PIL popolazione occupazione

L’aspetto ridicolo è che da decenni sappiamo benissimo che non c’è relazione fra crescita del PIL e benessere, tant’è che sono stati elaborati altri indicatori socio-demografici (coeff. di Gini, il BES) per suggerire una migliore programmazione delle scelte politiche, per alzare il tasso di alfabetizzazione, migliorare la salute, l’ambiente, e favorire lo sviluppo umano costruendo servizi culturali per tutti. Ecco, chi si trova ad amministrare nel meridione d’Italia, cioè la periferia economica dell’Europa, dovrebbe avere la sensibilità e il dovere di applicare la Costituzione rimuovendo gli ostacoli di ordine economico che impediscono alle persone di realizzarsi nella vita, e di costruire servizi educativi adeguati per cancellare l’ignoranza funzionale degli adulti, e per rigenerare i territori da decenni di politiche colonialiste sbagliate. Se la classe dirigente locale composta da politicastri non possiede quell’indispensabile prerogativa dei politici, cioè avere una visione del mondo, può legittimamente copiare; ad esempio  suggerire un festival della creatività come hanno fatto a Sarzana, la letteratura a Mantova, la filosofia fra Modena-Carpi-Sassuolo, in buona sostanza c’è l’opportunità di creare eventi utili allo sviluppo umano piuttosto che programmare eventi di regressione e decadenza, ma probabilmente ciò è voluto visto che producono consenso elettorale.

Visitate Salerno non per le luci d’artista ma per la sua storia e per il suo territorio, essa fu un principato fiorente durante il periodo longobardo e sede della prima università medica. Salerno ha la fortuna di possedere un insediamento storico originale grazie all’orografia del territorio, e alla sua posizione “centrale” fra due costiere straordinarie e uniche – quella amalfitana e quella cilentana. A Sud di Salerno, a pochi chilometri troverete Paestum e Velia, un patrimonio archeologico della classicità greca, unico al mondo.

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