Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Salerno’ Category

Nell’intervento precedente ho affermato che un corretto piano di rigenerazione urbana nasce dall’analisi dell’esistente, cioè misurando la morfologia dell’aggregato edilizio o tessuto urbano. La composizione urbana insegna la costruzione dell’isolato e della cellula urbana, che rappresentano l’elemento principale della progettazione urbana, scegliendo la forma e la corretta distribuzione dei servizi. Nella vecchia Europa, fino a quando si sono costruite le città, il corretto processo di fondazione di un insediamento umano rispondeva alla cellula urbana. Oggi, i principi compositivi dell’urbanistica sono adottati per rigenerare parti delle città esistenti in Inghilterra, Germania, Francia e Svizzera. In questi paesi si è sviluppata un’esperienza significativa sulla rigenerazione urbana, mentre in Italia troviamo esempi di riqualificazione urbana, la differenza si trova nella sostanza dei piani. La rigenerazione urbana si pone l’obiettivo di intervenire dentro le zone consolidate, anche demolendo e ricostruendo volumi esistenti, mentre gli interventi italiani si sono occupati di lottizzare aree abbandonate, come le ex aree industriali. In Italia, veri e propri interventi di rigenerazione urbana sono molto limitati. In Inghilterra, ove la nasce l’urban regeneration, il Governo costruì un’agenzia pubblica per occuparsi di rigenerazione urbana, con programmi di finanziamento e piani specifici al fine di intervenire nell’inner city. Non dobbiamo dimenticare che fra l’Italia e l’Inghilterra esiste un regime giuridico dei suoli differente; nel mondo liberale anglosassone l’interesse pubblico è prevalente, in Olanda è ancora in uso il diritto di superficie. All’estero esiste una maggiora efficacia dell’azione pubblica, una cultura della pianificazione territoriale più forte che garantisce l’interesse della collettività. All’interno di questa tradizione non esiste il famigerato fenomeno dell’abusivismo edilizio e gli interventi privati sono piegati dall’interesse generale favorendo forme insediative e morfologie urbane migliori per risolvere problemi di degrado e disordine urbano. In Italia, esiste ancora l’istituto dell’esproprio per realizzare l’interesse pubblico ma nella pianificazione urbana, la prassi consolidata e più diffusa dagli amministratori politici è stata quella di privatizzazione il disegno urbano, consentendo agli investitori di orientare la perequazione e costruirsi i propri interventi incassando le rendite parassitarie. In Olanda, Inghilterra e Germania è lo Stato che indirizza la pianificazione dei suoli, mentre l’iniziativa privata che genera rendite è tassata, per raccogliere finanziamenti utili a costruire la cosiddetta città pubblica (scuole, ospedali, verde pubblico, biblioteche, teatri, servizi …). Il modello privatistico di agenzie di rigenerazione urbana, sorto in Inghilterra, ha trovato applicazioni diversificate in Francia, in Spagna e in Italia; nel nostro paese non esiste un’agenzia ad hoc, e negli anni ’90 il legislatore introdusse una serie di strumenti giuridici chiamati “programmi complessi” per imitare i processi esistenti all’estero. La cosiddetta città moderna, realizzata fuori dall’Italia, è stata migliore perché i processi politici che coordinavano l’urbanizzazione furono gestiti da uffici competenti con piani urbani di qualità, e la classe dirigente danese, svedese, inglese, olandese abbracciò la cultura urbana e architettonica ispirata dagli utopisti socialisti, ampliandola, basti ricordare il piano Cerdà di Barcellona (1859), il piano della Grande Londra (Abercrombie, 1941), oppure il “piano delle cinque dita” di Copenaghen (1951), o il piano di Amsterdam (Berlage, 1917-40). Piani ben fatti furono presentati anche a Milano, Torino, Firenze e Roma, ma nel corso degli anni vennero edulcorati dal ceto politico e con la ricostruzione post bellica si scelse di avviare interventi speculativi. Inoltre, bisogna sapere che fino alla pubblicazione del DM 1444/68, nella maggior parte dei comuni italiani l’attività edilizia è stata completamente fuori controllo e senza piani. La licenza edilizia fu introdotta nel 1942 e l’obbligo esteso a tutto il territorio comunale avvenne solo nel 1967. Nell’Ottocento e inizio Novecento, le tipologie di intervento più incisive, cioè quelle che ambirono a risolvere problemi di igiene urbana, prevedevano demolizione e ricostruzione, diradamenti e allineamenti, e nacquero a Parigi; nel corso dei decenni successivi molte città europee pianificarono l’espansione della città con queste tecniche. Da un lato la borghesia capitalista richiedeva di vivere in luoghi migliori (Paradise planned), e dall’altro lato si riuscì a migliorare la forma urbana esistente (Londra, Vienna, Berlino, Roma). Quando nacque l’urbanistica per limitare i danni dell’industrialismo, si presentò il problema della rendita (Parigi, Londra, Berlino), e all’estero questo tema fu affrontato diversamente (Amsterdam), per contenerla e impedire che la borghesia nascente creasse altre disuguaglianze economiche e sociali, non ci riuscì in maniera efficace perché la bellezza creata dai piani fece aumentare i valori immobiliari accessibili solo ai ceti più abbienti. Solo un approccio radicale riuscì a contenere la rendita, e cioè lo Stato che condiziona il mercato, attraverso l’acquisto, la costruzione e la concessione, e questo approccio abbinato a un buon piano si è avuto in Olanda, e in Germania, ed ovviamente in Russia, agevolazioni per i ceti meno abbienti si svilupparono nei Paesi scandinavi e in Inghilterra. Fra l’Ottocento e inizio Novecento, Ebenezer Howard sviluppò il modello delle “città giardino” e il piano economico adottava l’approccio delle prime cooperative edilizie, sorte dagli utopisti socialisti. Questo approccio condizionò persino alcuni comuni, ad esempio Ulm in Germania, cedette, a prezzo di costo e con mutui agevolati, le case che aveva costruito.

Tutti i piani della città moderna prevedono un disegno urbano ove il rapporto fra spazio pubblico e privato determina la qualità della città. Le forme sono condizionate dall’orografia del territorio, e sono regolari in zone pianeggianti, e organiche e irregolari in aree collinari e di montagna poiché seguono le curve di livello. Le forme regolari come rettangoli e quadrati consentono flessibilità d’uso, ad esempio Cerdà (piano di Barcellona) riprende la scacchiera ippodamea per disegnare i lotti, e l’uso del suolo prevede densità medie (o alte) con fabbricazioni aperte e chiuse allineate alla strada. Amsterdam, Berlino, Parigi si caratterizzano per la fabbricazione chiusa, cioè blocchi, mentre nei periodi recenti le nuove espansioni hanno aperto il blocco per renderlo anche poroso, cioè attraversabile e più accessibile, ma conservando l’allineamento stradale. Il Movimento Moderno che ha influenzato maggiormente la costruzione della città moderna sviluppò anche insediamenti non allineati alla strada, consentendo una moltitudine di soluzioni e variabilità di forme regolari e irregolari, con densità variabili e usi misti del suolo. Il contro altare di tali sperimentazioni è stato il famigerato zoning funzionale, adottato soprattutto negli USA per agevolare i funzionari pubblici nel preparare piani per determinare in maniera più semplice le agglomerazioni industriali e civili, e le attività da svolgere, e per consentire alla borghesia capitalista di localizzarsi nei luoghi migliori. Lo zoning ebbe anche un’interpretazione razzista. Oggi, gli interventi urbani che si limitano a costruire piccoli isolati progettano palazzine multipiano disposte a forma aperta. Anche nei piani di rigenerazione, spesso si ricorre all’uso delle forme aperte e alla cosiddetta mixité funzionale e sociale per stimolare la compresenza di una varietà di attività.

In Italia, sin dall’Ottocento e inizio Novecento, lo Stato favorì sempre una certa disuguaglianza sociale, tant’è che la borghesia poteva scegliersi i suoli migliori per costruire i propri edifici e localizzare gli alloggi dei ceti più poveri in aree periferiche, poco accessibili e senza servizi. Giunti negli anni ’90 del secolo scorso, la Repubblica decide di fare un altro passo indietro, consentendo ai privati di influenzare i piani e trasformali in piani edilizi, continuando a regalare la rendita alla borghesia capitalista. Sin dal secondo dopo guerra i partiti di maggioranza rifiutarono di adottare regole sull’accumulazione capilista generata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul rapporto fra capitalismo e città, la scuola marxista è l’unica capace di dare un’interpretazione molto efficace (Harvey) che spiega egregiamente le dinamiche economiche, sociali, l’urbanizzazione e la contrazione delle città, e integrando l’analisi con l’approccio ecologico della scuola di Vienna, possiamo interpretare al meglio il modello metabolico delle aree urbane.

I recenti interventi di rigenerazione urbana (inizio del nuovo millennio) presentano soluzioni che hanno caratteristiche comuni, mentre taluni interventi non si integrano alla città esistente poiché presentano una trama autonoma. La letteratura urbana è sterminata, presenta numerose pubblicazioni sui casi studio recenti, e quasi tutti enfatizzano la sensibilità ecologica degli interventi. Osservando questi casi che ambiscono a presentare anche architetture di qualità, ci accorgiamo della profonda distanza fra l’urbanistica realizzata in Europa (i piani urbanistici di Londra, Copenaghen, Amsterdam) e le speculazioni promosse dai piani edilizi (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Milano, Genova …) del ceto politico più inqualificabile, presente nei nostri Consigli comunali. A partire dalla ricostruzione post bellica, i comuni europei (Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, Copenaghen …) hanno voluto realizzare spazi e luoghi urbani ben progettati, rispettando le tecniche di progettazione che prevedono un corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e quartieri a misura d’uomo con i servizi raggiungibili a piedi e coi mezzi pubblici. Dopo diversi decenni tali quartieri ed edifici arrivano a fine ciclo vita, mentre numerose aree abbandonate dall’industria sono trasformate per inserire edifici e servizi da integrare nella città esistente. Le odierne tecnologie consentono di realizzare quartieri auto sufficienti, oltre che alzare i livelli di convivialità aumentando una varietà di attività e funzioni. In Europa, la qualità urbana e architettonica della città moderna è aggiornata dalle innovazioni progettuali. Nella maggioranza delle nostre città l’ingombrante e ignorante ceto politico rallenta l’innovazione progettuale, sottovalutando i danni causati da decenni di politiche speculative e distruttive. In Italia osserviamo l’enorme contrasto fra la straordinaria bellezza di centri storici e le schifezze di periferie costruite dall’inciviltà dei palazzinari, ma col sostegno del consenso politico dei cittadini che hanno favorito quelle maggioranze politiche, realizzando l’odierno disordine urbano. Rimediare a quei disastri è possibile, ma è fondamentale che la cittadinanza si riappropri di una sensibilità civile e civica, e cominci a conoscere l’urbanistica e l’architettura, perché i palazzinari continuano a influenzare le maggioranze politiche locali per accumulare capitali senza lavorare ma sfruttando le rendite parassitarie. Gli esempi virtuosi realizzati ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), Bed ZED (Londra, 250 ab; 1,8 ha), Ecolonia (Alphen aan den Rijn, Olanda, 800 ab; 7 ha), de Bonne (Grenoble, 2.000 ab; 8,5 ha), Bo01 (Malmö, 1.400 ab; 25 ha), Vauban (Friburgo, 5.300 ab; 38 ha), GWL Terrein (Amsterdam, 1.400 ab; 6 ha), Rieselfeld (Friburgo, 11.000 ab; 70 ha), Kronsberg (Hannover, 7.500 ab; 70 ha), Eco-Viikki (Helsinki, 1.700 ab; 23 ha), Solar city (Linz, Austria, 3000 ab; 36 ha) sono l’espressione di una sperimentazione urbana della città moderna. La maggior parte dei nuovi quartieri sono localizzati in aree dismesse industriali o militari, che sono o periferiche, o interne alle zone consolidate. La maggior parte di questi interventi si preoccupa di contenere la domanda di energia fossile utilizzando le migliori tecnologie che sfruttano fonti alternative. Un approccio conservativo della memoria storica di taluni edifici è presente negli interventi a de Bonne (gli edifici della caserma) e GWL Terrein (edifici della Compagnia della municipalità). Solar City, Kronsberg, Rieselfeld ed Eco-Viikki sono quartieri di fondazione che rompono con la trama esistente. GWL Terrein, Vauban e de Bonne sono quartieri realizzati su aree dismesse all’interno della città, mentre Solar City, Kronsberg, CasaNova (Bolzano, 3.000 ab; 10 ha) sono realizzati in aree suburbane. Solar City si caratterizza per essere un insediamento autonomo, una “città satellite”. Gli interventi sono abbastanza eterogenei per dimensione e approccio, ma condividono l’intenzione ecologica e l’applicazione di tecnologie innovative. Nonostante l’intenzione di interpretare la sostenibilità, vi sono delle contraddizioni poiché o non si inseriscono nella trama urbana esistente e non la migliorano, oppure consumano altro suolo agricolo. L’Italia, e i comuni che necessitano di interventi urgenti, possono imparare da queste esperienze europee per avviare processi urbanistici virtuosi, ma è necessario sviluppare un approccio italiano che affronta i problemi storici delle periferie mal progettate, puntando al trasferimento di volumi per riequilibrare le densità e recuperare standard. In Europa si ha il coraggio di adottare piani di grandi di dimensioni, basti pensare ad Hammarby Sjöstad (Stoccolma, 25.000 ab; 160 ha), ma se pensiamo a città come Roma, Napoli, Genova, Bari allora ci rendiamo conto che queste dimensioni sono appena sufficienti per intervenire in un solo quartiere, trascurando gli altri. E’ necessario che un’agenzia pubblica, ad esempio il CIPU, sia ben attrezzata per recepire e coordinare piani attuativi bioeconomici dei Comuni, e intervenire efficacemente nelle nostre aree urbane estese. Ad esempio, trasferire volumi significa demolire e ricostruire edifici altrove ma nel farlo i pianificatori dovranno applicare la regola compositiva della cellula urbana. Osservando i piani e rilevando la corretta composizione urbana, l’agenzia può accordare finanziamenti per i costi di demolizione e ricostruzione, rimuovendo per sempre gli errori commessi nei decenni trascorsi. Nelle periferie italiane vi sono problemi condivisi, come la marginalità sociale e l’aumento delle disuguaglianze, il degrado e disordine urbano, i carichi urbanistici mal distribuiti e l’assenza atavica di standard, servizi, e infrastrutture. Una parte dei pianificatori intende avviare e sperimentare processi di pianificazione partecipata per cominciare a coinvolgere gli abitanti e sviluppare con essi l’identità dei luoghi. Con questo approccio partecipativo, una rigenerazione degli spazi è, certamente, più efficace ma è altrettanto importante avviare un cambio di scala, per elaborare piani bioeconomici nelle città estese, superando gli attuali confini amministrativi poiché obsoleti. Con questo approccio esteso possiamo pianificare correttamente i servizi e contenere la dispersione urbana (lo sprawl) che continua a consumare suolo agricolo nei comuni limitrofi ai centri principali, e recuperare i numerosi vuoti urbani presenti lungo le vie principali, le zone frammentate, e nelle vecchie agglomerazioni industriali. Considerando gli effetti negativi della globalizzazione neoliberista e delle politiche di delocalizzative degli ultimi trent’anni, sarebbe saggio ripensare le agglomerazioni industriali per riterritorializzare attività di manifatture leggere e meccatronica nel meridione d’Italia, per ridurre la disoccupazione e programmare nuovi centri di ricerca e sviluppo di tecnologie socialmente utili.

Proviamo a immaginare un possibile intervento di rigenerazione urbana in una città media italiana e meridionale, cioè un ambiente urbano localizzato nella periferia economica d’Europa, con un alto tasso di disoccupazione e con una carenza di standard e infrastrutture. Salerno risponde a queste caratteristiche. La città assume il ruolo di comune centroide in una struttura urbana determinata dal complessa orografia del territorio, dal rapporto col mare e  con l’entroterra collinare e vallivo. L’area urbana estesa comprende ben 11 comuni, e gli agglomerati urbani si sono sviluppati nella complessità delle colline, dell valli, e della piana del Sele. Salerno vive contemporaneamente la compattezza, la densità del proprio centro con il disordine urbano realizzato nelle periferie, e la dispersione urbana lungo le vie principali di comunicazione, nelle valle dell’Irno e nella direzione dei comuni limitrofi, e collegati al comune centroide. Come tutti i comuni d’Europa, esistono edifici arrivati a fine ciclo vita, e pertanto è necessario valutare il rischio sismico; questi dati possono essere inseriti in un sistema informatico territoriale per avere una corretta gestione e programmazione degli interventi. L’area urbana salernitana soffre di affollamento nell’agglomerato centrale, con un’evidente inadeguatezza dell’armatura stradale e urbana. Questa densità eccessiva determinata da un cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato, è la causa della continua congestione del centro. I quartieri hanno una storica carenza di standard nell’agglomerato urbano più vecchio e nelle ex periferie oggi zone consolidate ma densamente popolate. Questo danno urbanistico, ambientale, economico e sociale emerge dalle scelte sbagliate durante lo sviluppo dell’urbanistica all’inizio del secolo Novecento, mentre nel Nord europa prevalse l’approccio socialista, a Salerno vinse la posizione conservatrice della borghesia locale che ambiva ad accumulare capitali senza lavorare e sfruttando la rendita parassitaria. Oggi rimediare è possibile, anche se complesso e difficile, ma manca la volontà politica. Un intervento di riqualificazione è avvenuto lottizzando parte dei suoli lungo il fiume Irno e realizzando aree verdi. Un disegno urbano più efficace avrebbe coinvolto il letto del fiume stesso, con interventi di rinaturalizzazione e arredo, oltre che spazi attrezzati e demolizioni selettive di edifici arrivati a fine ciclo vita.

Velenje City center pedestrian zone promenada 2012

Riqualificazione nel corso d’acqua di Velenje City (Slovenia)-

Il limite degli interventi di riqualificazione è sempre lo stesso, si occupano delle aree libere senza toccare il degrado e lo squallore delle palazzine esistenti, frutto delle speculazioni trascorse. L’unico modo per ripristinare il corretto rapporto fra spazio pubblico e privato, e modificare l’armatura urbana e stradale della città di Salerno è pensare interventi di diradamento edilizio nei quartieri della speculazione, che presentano problemi d’igiene e assenza di standard. In tutte le città ove si riqualificano i quartieri, e dove esistono corsi d’acque e colline, la progettazione è quella ecologica, cioè si realizzano interventi per ripristinare luoghi prevalentemente naturali, cioè il contrario di ciò che si è realizzato a Salerno che ha lottizzato le proprie colline e cementificato il fiume. Un altro aspetto determinate per la rigenerazione è la costruzione dei servizi per abbattere le disuguaglianze territoriali, progettando i servizi mancanti, come biblioteche e centri culturali finalizzati all’aggregazione di attività indicate dagli abitanti, come le ricerche innovative e sperimentali. Le contraddizioni sono evidenti, da un lato il centro di Salerno ha un verde lungomare completato negli anni ’50 e arredato negli anni ’90, mentre a Sud dell’area orientale troviamo il disordine urbano della speculazione con palazzine costruite sulla battigia, e quartieri carenti di standard. Un’altra contraddizione è la coesistenza della compattezza del tessuto organico medioevale con la prima espansione moderna (Corso) che favorisce gli spostamenti pedonali, e la carenza di standard nella città moderna (via dei Principati, via P. De Granita, zona Carmine, via Dalmazia, via S. Mobilio …), e la dispersione urbana delle zone collinari (Sala Abbagnano, Giovi, Piegolelle, Matierno, Ogliara …) che costringe l’uso dei mezzi privati. Su queste note criticità il ceto politico locale non ha voluto cercare soluzioni sostenibili per cambiare verso, anzi ha favorito la dispersione urbana concedendo altre concessioni edilizie proprio sulle colline aumentando l’inquietudine urbana e la mobilità privata. Un intervento di riqualificazione è indubbiamente il ripristino del verde lungo tutta la fascia costiera (master plan del 1987 e mai realizzato) ma è necessario programmare le demolizioni degli edifici per ricollocarli altrove ma progettati in un corretto insediamento urbano. Questa rigenerazione bioeconomica è possibile all’interno di un piano esteso per tutti gli 11 comuni che fanno parte della stessa struttura urbana. In questo modo si possono pianificare i nuovi standard, i servizi e le infrastrutture per circa 300.000 abitanti della nuova Salerno.

creative-commons

Annunci

Read Full Post »

Le recenti vicende di cronaca politica che coinvolgono la famiglia De Luca mostrano uno squarcio degradante di pezzi delle istituzioni pubbliche, ma ricordano ancora una volta se fosse necessario, cosa sia il potere politico clientelare: il vassallaggio. L’inchiesta di Fanpage mostra molto più delle condotte illegittime dei singoli attori, mostra come agisce la pubblica amministrazione. L’inchiesta ricorda ai salernitani fin dove si sia spinta l’arroganza del potere dinastico feudale, che negli anni ha messo radici a Salerno manipolando l’opinione pubblica. La maggioranza dei salernitani crede che De Luca sia un bravo amministratore, e che non ci sia un’alternativa. Lo scandalo principale ha due volti indegni di una stessa medaglia: l’esistenza in sé di questo potere dinastico e il consenso politico delegato dalla maggioranza degli elettori. In una società sinceramente democratica si sarebbero verificate due condizioni normali della convivenza civile. La prima riguarda il tempo trascorso all’interno dell’istituzione locale, principio affermato persino dalla legge elettorale che limita a soli due mandati consecutivi l’incarico di Sindaco; e la seconda è il giudizio morale dei cittadini, che doveva scattare nei confronti dell’evidente sistema clientelare e il familismo amorale praticato da De Luca. Il sistema di potere deluchiano prende la città di Salerno sin dal 1993, ed oggi Vincenzo ha atteso la crescita dei propri figli per consegnare loro le istituzioni pubbliche, come una volta accadeva durante la monarchia prima dell’avvento della Repubblica. Questo potere indubbiamente malato non trova giustificazioni razionali, ed è pertanto inutile trovarle sul piano politico, ma possiamo trovarle sul piano sociologico, psicologico e culturale collettivo. Salerno nelle mani della democrazia cristiana aveva due facce, un sistema economico industriale crescente grazie alle politiche pubbliche, e la speculazione edilizia per costruire rendite parassitarie nelle mani di pochi. Dal secondo dopo guerra in poi la città è costantemente nelle mani del partito di governo, e Salerno non è ben amministrata. In un breve periodo ancora di politiche pubbliche, alla fine degli anni ’80, la sinistra salernitana riesce a strappare la guida dell’Amministrazione allo strapotere della DC, con la promessa di migliorare la città, e in pochi anni riqualifica parti del centro urbano migliorando la qualità di vita degli abitanti. La magistratura locale interrompe quell’esperienza ma le accuse saranno smentite. In questo modo il potere giudiziario, indirettamente, aprirà la strada al deluchismo, analogamente avvenne per Berlusconi (nonostante il successivo scontro). De Luca approfitterà del nuovo sistema elettorale e dei nuovi poteri del Sindaco per mettere radici nelle istituzioni. Così nacque un nuovo sistema di potere, prima di tutto grazie alla concretezza politica della prima Giunta di sinistra, e poi grazie all’interpretazione feudale del nuovo sistema amministrativo, cioè attraverso il controllo diretto delle società municipalizzate, e indiretto dei media locali. Negli anni ’90, attraverso un’ampia riforma degli Enti locali e del diritto amministrativo nella direzione dell’ideologia neoliberale, in tutta Italia il legislatore sceglie di favorire la privatizzazione dei processi politici, di ridurre il dibattito democratico interno ai Consigli comunali e regionali, e di affidare ampi poteri agli organi esecutivi, Sindaci e Presidenti, mentre i dirigenti pubblici assumono poteri di spesa. Le parole d’ordine sono competitività, efficienza e privatizzazioni. Con queste riforme liberiste il cittadino è completamente esautorato da ogni tipo di controllo democratico, poiché tutti i principali servizi che paga (acqua, rifiuti, energia, trasporti) non sono più nelle mani pubbliche dello Stato, ma possono andare nelle mani di amministratori delegati di società di diritto privato. In diversi casi, gli italiani pagano i servizi pubblici ai privati, sono le famigerate multiutilities SpA. Anche il governo del territorio subisce il medesimo destino di mercificazione e privatizzazione (speculazione edilizia), e così spesso i piani sono l’espressione dei capricci e dell’avidità dei soggetti privati, e della megalomania dei Sindaci, tesi ad assicurarsi un nuovo mandato elettorale sfruttando le trasformazioni urbanistiche firmate dalle archistar. Si tratta di un processo pubblicitario identico a quello della moda. E’ in questo contesto che Sindaci e Presidenti hanno discrezionalità per creare e gestire le proprie clientele senza violare le leggi. Dopo venticinque anni il deluchismo basato sulla prevaricazione e il clientelismo, lascia una città che perde abitanti e favorisce chi desidera speculare, creando nuove rendite parassitarie. I fallimenti sono evidenti ma incredibilmente non toccano l’immagine politica di chi amministra, nonostante siano aumentate le disuguaglianze di reddito e le disuguaglianze sociali.

Non ho idea di quanto tempo ci voglia per favorire il ritorno della democrazia, ma sono sicuro che per affermare questo modello di libertà sia necessario coltivarlo e praticarlo. A mio avviso il problema è prima di tutto culturale, cioè riguarda l’ignoranza funzionale di coloro i quali si fanno chiamare cittadini ma non lo sono poiché vivono come vassalli, servi e feudatari. Fino a quando la maggioranza degli individui continua a vivere fregandosene della polis, e vota di pancia o inseguendo un tornaconto personale, i modelli immorali come quelli dei De Luca troveranno sempre terreni fertili per mettere radici a danno del bene comune. Uno dei terreni fertili per l’immoralità dei politicanti, non è solo l’avidità di ceti locali organizzati per occupare le istituzioni, ma una spinta forte verso l’apatia politica è fornita dal capitalismo neoliberista che ha accresciuto le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Quando la collettività non riconosce il valore delle persone oneste e meritevoli, crea molti danni perché i talenti emigrano attirati da contesti più favorevoli, mentre sul territorio rimangono altri sistemi di potere, a volte immorali, che assumono il controllo le istituzioni pubbliche. La crisi della politica non può addebitarsi a pochi personaggi, perché non risponde alla realtà, ma è una crisi profonda che riguarda l’intera società nichilista e individualista. Ritengo che a Salerno, così come in molte altre realtà, si siano verificate queste condizioni: la classe dirigente locale, il ceto politico, ha favorito le disuguaglianze sociali e di riconoscimento allontanando direttamente e indirettamente persone che erano risorse. L’immorale ceto politico locale prevarica i capaci e i meritevoli al fine di controllare risorse pubbliche e conservare lo status quo, è uno schema sociale presente ovunque. La speranza è che le nuove generazioni trovino curiosità e stimolo nel fare politica. Ritengo che la priorità politica per i salernitani, sia l’apertura di luoghi fisici ove le persone possano svolgere volontario politico. Sono i cittadini che dovrebbero avere l’opportunità di cominciare a dialogare e pensare di donare una parte del proprio tempo alla comunità. Chi oggi ha cultura politica di sinistra dovrebbe organizzare corsi di auto formazione, e stimolare le persone a promuovere programmi, piani e progetti politici utili al bene comune. E’ un percorso lungo ma creativo e civile, fondamentale per ricostruire un’azione politica sincera e genuina, per favorire la formazione di una classe dirigente locale e regionale capace di rigenerare le istituzioni e il territorio. E’ l’individualismo il cancro della nostra comunità, la maggioranza di noi è egoista e cinica tesa a strappare vantaggi personali dal sistema di potere locale, questa degenerazione avviene in quasi tutti i comuni d’Italia. A questa realtà degenerata bisogna opporsi con la democrazia, costituita da altruismo e merito per favorire i capaci e talentuosi. Non ho alcun dubbio che i salernitani abbiano le capacità e le risorse umane disponibili per cambiare lo status quo, ma se finora non c’è stato alcun cambiamento, e qualche percorso precedente non sia riuscito nell’intento, forse è necessaria una riflessione. Penso che per ripristinare la democrazia e creare soggetti politici capaci di amministrare gli Enti locali siano fondamentali i valori, i percorsi e le persone.

Read Full Post »

paul-citroen-metropolis-1923-leiden-university-library

Paul Citroen, Metropolis, 1923.

Spesso ho scritto quanto le discipline giuridiche ed economiche influenzino negativamente l’urbanistica e il disegno urbano fino a far scomparire i diritti dei cittadini ed edulcorare gli scopi della pianificazione. Le rendite urbana e fondiaria favoriscono una costruzione della città che risponde ai capricci degli immobiliaristi e dei proprietari privati. La conseguenza di ciò è la violazione sistematica dei principi costituzionali, che impongono la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia. A questo punto ci si è arrivati con una scelta consapevole della classe dirigente politica, che ha preferito dare libero sfogo alla spirito liberale presente nella Costituzione stessa, ma a danno dell’ambiente e dei diritti dei cittadini, soprattutto di quelli più poveri, emarginati dal razzismo insito nel capitalismo. Inoltre, scrivo da tempo quanto l’urbanistica sia una disciplina difficile e poco comprensibile per le persone, poiché usa un linguaggio tecnico. Dietro i piani urbanistici ci sono gli interessi economici particolari, che possono essere assecondati attraverso la giurisprudenza amministrativa e la rinuncia dei Consiglieri a svolgere il proprio ruolo di rappresentanti dell’interesse generale. Un tipico esempio di tutto ciò si consuma a Salerno, ma è ciò che accade in tutti i comuni d’Italia, all’insaputa della popolazione che ignora i propri diritti e doveri, e ignora completamente i meccanismi e le dinamiche che formano i piani urbanistici locali.

Nei giorni passati La Città pubblica – 23 settembre 2017 – un intervento del Consigliere Lambiase elenca le “novità” della variante al PUC con alcuni cambi di destinazione d’uso circa i comparti edificatori, transitati da servizi ad alloggi. L’accusa è che il piano regala nuove rendite ai privati mentre le superfici ottenute destinate a standard rimangono inutilizzate. Il 21 ottobre 2016 sulle pagine de La Città intervenni scrivendo che la legge urbanistica campana andrebbe cambiata, poiché adotta una perequazione edulcorata e inefficace. Com’è noto, per i Comuni vige l’obbligo di costruire standard minimi a tutti i cittadini pena l’illegittimità del piano. E’ altresì noto che nel corso degli anni nacque la perequazione urbanistica per consentire allo Stato di ottenere i suoli senza ricorrere all’istituto dell’esproprio. L’intenzione e il principio perequativo sono quelli di applicare un’uguaglianza di mercato, per ridurre la discriminatorietà economica dei piani circa i suoli edificabili. La perequazione urbanistica non è un modello unico introdotto da una legge nazionale, ma una pratica giuridica ed ogni Regione la interpreta diversamente, fino ad arrivare a snaturarla del tutto come accade in Campania. Non è una sorpresa osservare che i Comuni campani non riescano a ottenere gli standard minimi, perché qui non esiste una “perequazione diffusa” vincolata alla costruzione preventiva degli standard ma una “perequazione di comparto” che addirittura si stabilisce in fase attuativa contraddicendo il principio di uguaglianza perequativa. Non solo non c’è una “perequazione diffusa” ma è possibile costruire lo standard in una fase successiva, col rischio concreto di ricadere nelle difficoltà riscontrate a Salerno, e non solo. In Campania si preferisce l’urbanistica “contrattata” nel solco dell’ideologia liberale di Adam Smith e il suo “laissez faire” (lascia fare al mercato). Nella storia della borghesia italiana, ha prevalso l’idea di sfruttare la rendita fondiaria e immobiliare per accumulare capitale privato senza lavorare, ma a danno del bene comune. Tale ricchezza copre il 32% del PIL ed è più del doppio di quella che viene considerata come fisiologica in un sistema economico equilibrato, secondo Paola Bonora (Fermiamo il consumo di suolo, 2015). Nel corso dei decenni si è consolidata la prassi viziosa di ignorare i problemi esistenti relativi agli standard mancanti nelle zone consolidate, e non si è avuto il coraggio di proporre nuovi approcci. Escludendo alcuni interventi di rinnovo e recupero urbano realizzati durante la breve parentesi della sinistra, oggi l’ideologia neoliberale continua a negare diritti e servizi ai cittadini, e continua a distruggere le risorse limitate del territorio.

Ciò che la maggioranza dei cittadini probabilmente ignora, è che l’urbanistica nacque per rimuovere i problemi ambientali e sociali causati dal capitalismo. La tecnica urbanistica insegna come progettare forme urbane in armonia con la natura e sostenere la coesione sociale. Nel corso del Novecento, più di una volta le classi dirigenti locali scelsero di costruire la città del capitalismo negando la realizzazione di insediamenti urbani che favorivano l’armonia con la natura e l’uguaglianza sociale (piani Donzelli-Cavaccini e Guerra), ed anche dopo aver realizzato male gli ampliamenti, le classi politiche ignorarono i problemi ereditati dal passato. Quando si rilevò l’enorme danno sociale di piani sbagliati poiché influenzati dalle rendite di posizione (anni ’70), si scelse di continuare ad ignorare i problemi urbanistici presenti in città. L’aspetto grottesco è che la soluzione ai problemi odierni si scopre leggendo la storia, poiché furono gli utopisti socialisti a inventare la progettazione ecologica e l’uguaglianza spaziale. Amministratori responsabili dovrebbero risvegliare temi come il regime dei suoli per applicare i valori costituzionali mortificati da classi dirigenti incapaci e neoliberali, anche a loro insaputa.

La Città 04102017

Read Full Post »

urbanismi Spinosa 02

Urbanismi, fonte immagine Spinosa.

Negli interventi passati sulla questione urbanistica, proponevo la necessità di aprire un dibattito pubblico su progetti bioeconomici, capaci di pensare gli insediamenti urbani come sistemi metabolici per eliminare sprechi e finalizzare le attività verso l’efficienza creando nuova occupazione utile. La scommessa è porre al centro del piano l’identità culturale del territorio. Osservavo che la realtà urbana da pianificare riguarda la “nuova” struttura urbana della città salernitana, che comprende ben 11 comuni, dalla conurbazione Nord esistente nella valle dell’Irno, fino a quella a Sud verso Battipaglia. In questa città salernitana estesa vivono circa 300 mila abitanti, in un ambiente urbano che soffre di degrado degli edifici esistenti (rischio sismico), affollamento e congestionamento del traffico, abbandono e non governabilità dei processi di agglomerazione e decentramento (rischio idrogeologico). Ricordiamoci che l’obiettivo dell’urbanistica è progettare diritti a tutti i cittadini tutelando il territorio, mentre la consuetudine sbagliata è favorire il profitto. I Consigli comunali, adottando piani che favoriscono prioritariamente le rendite dei privati, non si sono preoccupati di attuare gli scopi dell’urbanistica che indicava di progettare bene gli insediamenti urbani, non solo rispettando gli standard minimi ma realizzando una corretta morfologia delle città. Nell’area urbana estesa salernitana non ci sono né le quantità minime e tanto meno esiste una corretta forma urbana. La scelta politica è preferire processi privatizzati con la famigerata “urbanistica contrattata” e la perequazione di comparto, cioè ignorare l’intero territorio e intervenire solo in quelle aree più appetibili per soddisfare l’interesse economico dei privati, prima di tutto. I nostri processi urbanistici sono tutti viziati dallo scandalo urbanistico italiano, quando nel 1962 fu evitata la riforma del regime dei suoli, e oggi stiamo pagando le conseguenze politiche di quella scelta scellerata. Decenni di non corretta pianificazione hanno costruito l’area estesa salernitana, gravemente ammalata di dispersione urbana (sprawl), assenza di standard (verde di quartiere, parcheggi, servizi culturali), assenza di qualità architettonica, carichi urbanistici mal distribuiti, affollamento nelle aree centrali e assenza di mobilità sostenibile. L’economia reale della nostra specie dipende esclusivamente dal territorio, e l’area urbana non può continuare a crescere. La realtà territoriale indica la necessità di rigenerare i tessuti esistenti arrestando la dispersione urbana che alimenta danni ambientali, economici e sociali. Per rimediare ai disastri realizzati è necessario ripensare i paradigmi della società per favorire l’adozione di piani bioeconomici seguendo le indicazioni della scuola territorialista.

Nei paesi ove si è realizzata e diffusa una migliore pratica urbanistica, i piani sono centralizzati sull’interesse generale affinché il sapere tecnico possa indirizzare i soggetti attuatori nel realizzare, prima di tutto, i diritti per tutti i cittadini e risolvere i problemi esistenti, e non il contrario com’è nella prassi italiana. E’ noto che in Olanda, paesi scandinavi, Germania e Spagna le rendite sono tassate, e che addirittura si recupera il plusvalore fondiario per costruire la cosiddetta città pubblica (standard e servizi). Questi sono alcuni nodi politici, abbastanza noti in Italia, che impediscono di favorire una corretta pianificazione urbanistica secondo i dettami dei principi costituzionali come la rimozione degli ostacoli economici, e la realizzazione dello sviluppo umano rispettando le risorse limitate. Su questi temi, le nostre istituzioni politiche, anziché imitare le migliori esperienze sinceramente socialiste, hanno preferito inseguire l’ideologia liberale e neoliberale regalando facili profitti ai soggetti privati, che ancora oggi vivono e si alimentano di vecchie e nuove rendite senza dare un contributo allo sviluppo umano. Questa prassi politica italiana, cioè lasciar fare solo al mercato è divenuta normale, ma se pensiamo ai diritti e al territorio, ciò è sia immorale e sia illegale se osserviamo le regole di altri Paesi. Se ancora oggi non riusciamo a finanziare una corretta programmazione di manutenzione del territorio e di rigenerazione delle aree urbane, la motivazione è insita nell’approccio culturale delle istituzioni politiche e della maggioranza dei cittadini. Tutti immersi nel mondo economico liberale e neoliberale che ha favorito il nichilismo, la competitività, l’egoismo e di conseguenza la regressione culturale, che oggi mostra la decadenza di una società profondamente sbagliata e stupida poiché distruggendo il territorio elimina se stessa, la propria storia e la propria identità. La risposta culturale alla corretta pianificazione è altrettanto nota, persino scritta nella nostra Costituzione; manca la consapevolezza collettiva della maggioranza delle persone, manca una classe politica responsabile, seria e capace, manca un movimento politico che riconosca la priorità vitale per la nostra specie di tutelare le risorse naturali da cui prendiamo l’energia per vivere.

creative-commons

La Città 11 settembre 2017

 

Read Full Post »

In diverse riflessioni condivise attraverso il mio diario ho espresso l’opinione e la necessità di creare politiche urbane bioeconomiche, e di favorire la nascita di una “quarta generazione” di “piani intercomunali bioeconomici“. E’ un nuovo approccio per disegnare il governo del territorio all’interno dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL), e soprattutto per le 26 città in contrazione presenti l’Italia; praticamente per tutti i centri urbani più importanti, da Milano che ha perso 490.000 abitanti fino a Vicenza che a perso 5.190 abitanti.

città in contrazione

Elenco città in contrazione, elaborazione di Giuseppe Carpentieri.

Attraverso la geografia urbana sappiamo che gli abitanti utilizzano e si relazionano in un territorio che non si limita ai confini amministrativi dei comuni, ma è un’area funzionale, chiamata Sistema Locale del Lavoro (SLL) individuata e perimetrata dall’ISTAT. Gli utilizzatori del territorio che corrispondono agli stili di vita dei pendolari e dei residenti sono ormai consolidati, da rendere del tutto obsoleti gli attuali livelli amministrativi e di conseguenza rendono persino inadeguati i piani regolatori generali adottati dai Comuni. La maggior parte dei problemi ambientali, sociali ed economici nelle 26 città in contrazione, che sono centri dei SLL, è da imputarsi all’incapacità culturale delle classi dirigenti nel governare il sistema, nonostante fosse noto sin dagli anni ’70 che le città sarebbero state trasformate dal capitalismo. Due fattori hanno agito contemporaneamente: la globalizzazione neoliberista e l’inadeguatezza delle classi politiche locali (sottovalutazione del neoliberismo), entrambi hanno favorito l’aumento dell’inquinamento e l’aumento delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento, che insieme abbassano i livelli di qualità della vita, generando insicurezza e inquietudine urbana. L’inquietudine nelle città è una patologia sociale (una condizione psicologica) che può insorgere nei quartieri quando ci sono bassi livelli di istruzione, basso reddito e generalmente condizioni svantaggiate, decadenza, criminalità e disordini. Altre criticità sociali tipiche delle città moderne condizionate dalla mentalità mercantilista, sono influenzate da fattori quali la dimensione, la densità e l’eterogeneità della popolazione. La dimensione se eccessiva può favorire alienazione e impersonalità, mentre densità ed eterogeneità se sono equilibrate possono favorire opportunità e coesione, uno squilibrio può far insorgere effetti opposti: isolamento, omologazione culturale ed eccesso di conformismo.

Dal punto di vista della geografia urbana, il capitalismo ha creato una variazione spaziale fra imprese e uso del territorio, e poi uno sfruttamento eccessivo delle risorse finite del pianeta. Per l’Occidente, la variazione ha prodotto danni sociali poiché ha creato nuova disoccupazione, ha dilatato le aree urbane, e procurato danni ambientali nei paesi emergenti, sfruttati dall’avidità delle multinazionali nelle zone economiche speciali. In Occidente, tale variazione ha favorito la nascita delle aree funzionali urbane estese. Si tratta di nuovi spazi relazionali ove i centri principali rimangono poli attrattori mentre i comuni confinanti sono scelti dalle imprese piccole e medie per localizzare le attività produttive (agglomerazione), costituendo una nuova distribuzione spaziale tipica delle città-regione. In questo contesto politico e culturale, buona parte delle aree urbane non può competere con le regole della globalizzazione neoliberale, poiché le imprese inseguono l’aumento della produttività sfruttando spazi che consentono di ridurre i costi (le famigerate Zone Economiche Speciali), comprimendo i diritti e sfruttando l’ambiente, si tratta di condizioni inaccettabili per la specie umana e per qualunque società che vuole definirsi civile.

ISTAT agglomerati morfologici urbani 2001

Agglomerati morfologici urbani, ISTAT, 2001.

Fra gli anni ’70 fino all’inizio del nuovo millennio, il capitalismo ha di fatto favorito la formazione di una nuova armatura urbana italiana, oggi molto energivora e complessa, che può essere governata attraverso l’approccio culturale della bioeconomia utilizzando il modello della “bioregione urbana“, sviluppato dalla scuola territorialista. Attraverso questo approccio possiamo favorire la nascita e la diffusione di usi razionali del territorio migliorando la qualità di vita degli abitanti, e creando nuove opportunità di lavoro. La città attuale figlia del capitalismo favorisce malattie sociali come l’inquietudine urbana, e per invertire la rotta è necessario ridurre lo spazio del mercato per aumentare quello della comunità. Ad esempio, sappiamo che i tratti culturali sono legati ai rapporti di territorialità, pertanto sarebbe saggio favorire le attività locali che si sviluppano in un raggio d’azione interno all’area funzionale, e sono le attività di sussistenza sostenute dalla bioeconomia, che invece sono ridotte e persino cancellate dal sistema globale neoliberista che produce e alimenta dipendenza e sottosviluppo. L’esempio più noto riguarda le risorse agricole e l’energia necessaria per sostenere le aree urbane, pertanto applicando la bioeconomia le città si trasformano in sistemi metabolici misurando i flussi in entrata e in uscita, in maniera tale da tendere all’auto sufficienza sfruttando un mix di tecnologie alternative.

Nell’attuale sistema urbano italiano è necessario governare i processi di centralizzazione (sono le forze e le attività economiche che attraggono popolazione nei quartieri centrali), decentralizzazione (è l’opposto della centralizzazione) e agglomerazione (è la raccolta di attività in un’area). Tali processi non sono governati razionalmente poiché nascono e si sviluppano attraverso la consuetudine della famigerata “urbanistica contratta” con varianti e piani attuativi deliberati da Consiglieri comunali, spesso sprovveduti e inadeguati, e grazie a uno scarso controllo dell’attività urbanistica-edilizia. Abbiamo osservato che abitanti e imprese vivono e consumano un territorio molto più ampio dei confini amministrativi attuali, pertanto gli attuali livelli amministrativi andrebbero aggiornati con un cambio di scala (rescaling). L’armatura urbana si è trasformata da un sistema gerarchico a un sistema di rete interconnesso e policentrico, che suggerisce di studiare e adeguare le infrastrutture pubbliche che collegano i centri. Buona parte della classe dirigente attuale, politica e imprenditoriale, insegue ancora i dogmi della religione neoliberale, per ignoranza e per avidità, convinti di aumentare i propri profitti continuando a depauperare le risorse limitate della natura, e sottovalutando i problemi sociali degli italiani e il patrimonio culturale del territorio.

E’ la territorialità che aiuta lo sviluppo locale e crea sovranità per le persone, mentre l’attuale pensiero dominate, il neoliberismo, scrive e determina gli atti politici locali contribuendo a far crescere il potere delle imprese private, e far crescere la dipendenza degli abitanti dal sistema globale. La nostra classe dirigente, politici e imprenditori, ha scelto il modello capitalista che ha costruito tutti i programmi politici favorendo la costituzione della periferia economica che stiamo subendo: dipendenza dal sistema globale, aumento della disoccupazione, danni ambientali, insicurezza e malattie sociali.

Secondo Alberto Magnaghi, la bioregione urbana è uno strumento interpretativo e progettuale della pianificazione territoriale e paesaggistica di area vasta. Il piano deve fondare le proprie strategie sulla valorizzazione delle peculiarità identitarie del territorio, secondo la dimensione ecologica, sociale e di autogoverno (“municipalista”). Secondo i criteri della bioregione, i caratteri ambientali aiutano a definire l’identità dei luoghi riconoscendo la complessità del sistema insediativo, e il rapporto fra uomo e natura. Questo approccio aiuta a costruire il milieu locale, cioè mettere insieme le risorse fisiche, ecosistemiche, e socioculturali di lunga durata, e costruire il valore aggiunto territoriale aprendo l’opportunità di creare sostenibilità nei sistemi locali, definendo indicatori di benessere finalizzati a creare prosperità, equilibrio sociale, economico e ambientale per le presenti e future generazioni.

Per porre rimedio al disordine e al degrado urbano che troviamo nelle città-regione (o reti di città), possiamo applicare i principi della corretta composizione urbanistica e riequilibrare il rapporto città-campagna. Studiando la morfologia urbana, gli aggregati e i tessuti urbani esistenti osserviamo se sono rispettate le regole della cosiddetta “cellula urbana“, e successivamente intervenire disegnando spazi con criteri di qualità urbana e architettonica, sia puntando alla conservazione e sia alla rigenerazione. Un piano regolatore intercomunale bioeconomico è in grado di pianificare la rinascita di comunità umane per favorire lo sviluppo umano, sia creando luoghi e servizi culturali necessari per uscire dalla recessione e sia restituendo opportunità alle persone nella ricerca di un proprio percorso di crescita spirituale e culturale.

piano-delle-identita

Provincia di Salerno, “estratto” dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, 2012.

Nell’immagine qui riportata si legge l’ambito identitario del sistema salernitano. Possiamo osservare la forma insediativa, con l’area di gravitazione urbana costituita dal centro del capoluogo, con l’unità di paesaggio area urbana di Salerno e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata Pendici occidentali dei Picentini. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio Valle dell’Irno con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rurbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud, la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio Piana del Sele, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle piana nell’unità di paesaggio fluviale del Picentino, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rurbani inseriti nell’unità di paesaggio dei Picentini: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

Ptcp 2012, ambiti identitari e unità di paesaggio.

La realtà della forma urbana insediata mostra la dispersione urbana (sprawl) che favorisce spreco di risorse mentre potevano essere risparmiate. Incoscienza e incapacità amministrativa sull’attività urbanistico-edilizia hanno favorito consumo dei suoli agricoli, congestione, traffico, inquinamento e inquietudine urbana, danneggiando la collettività. La crescita disordinata degli aggregati edilizi deliberata da sprovveduti Consigli comunali, che hanno assecondato i capricci dei proprietari dei suoli, mostra sia i danni irreversibili e sia la cattiva distribuzione degli insediamenti produttivi e delle abitazioni. Il complicato contesto urbano mostra interazioni e usi del territorio di imprese e utilizzatori (city users) convivendo fra inquinamento, insicurezza e conflitti sociali. E’ questa la dimensione che va governata attraverso un piano intercomunale bioeconomico per tutelare il territorio come prescrive la Costituzione, localizzare opere pubbliche, servizi e vincolare il patrimonio naturale, storico e valorizzare le risorse agroforestali. L’esperienza amministrativa insegna che i politici locali non hanno saputo coniugare Costituzione e corretto uso del territorio, pertanto sarebbe saggio affidare il compito a una struttura sovracomunale (rescaling) capace di coordinare sapere tecnico e partecipazione attiva dei cittadini nel processo decisionale. Per le zone urbanizzate sono necessari strumenti attuativi di conservazione dei centri storici e di rigenerazione urbana della aree consolidate, mentre è inutile pensare a un’espansione urbana, piuttosto è più saggio ridistribuire densità e carichi urbani (fermare il consumo di suolo agricolo), pianificando eventuali trasferimenti di volumi, sfruttando le aree sottoutilizzate e abbandonate, per recuperare gli standard mancanti nelle aree consolidate. Il piano dovrebbe essere incentrato sull’analisi della morfologia urbana e l’adozione di criteri di qualità urbana e architettonica. Analisi della morfologia urbana e partecipazione dei cittadini ai processi decisionali influenzano gli interventi di trasformazione urbana per migliorare l’ambiente urbano esistente. Una volta censiti gli immobili (pubblici e privati) inutilizzati, con questo approccio rigenerativo sarebbe più utile una “perequazione diffusa” capace di identificare meglio l’interesse pubblico (la costruzione della città pubblica), di rispettare una maggiore eguaglianza rispetto a quella di “comparto”, e di attrarre gli investitori pubblici e privati. Il piano intercomunale bioeconomico, nel periurbanorurbano punta alla tutela e alla valorizzazione dell’agricoltura, favorisce e mantiene la relazione paesaggio agrario e città, progettando reti ecologiche e la diversificazione colturale. Ciò può accadere con una maglia agraria e paesaggistica di scala medio-ampia; altro obiettivo è il mantenimento della funzionalità e dell’efficienza del sistema di regimazione idraulico-agrario.

Ptcp 2012 tipologia insediamenti

PTCP Salerno 2012, classificazione degli insediamenti per tipologia.

creative-commons

Read Full Post »

Gentile direttore Manzi,

innanzitutto la ringrazio per l’opportunità concessami, pubblicando un mio intervento – 14 aprile 2017 – che esprime contenuti di controcultura. Il 9 aprile 2017 La Città apre “i grandi dibattiti” con il governo del territorio e due interventi, di Conte (già Ministro Aree Urbane) e Giannattasio, che ricordano le efficaci programmazioni passate degli anni ’80, poi Amatruda (Forza Italia, pubblicato il 12 aprile), e ancora Lambiase (Consigliere comunale, il 18 aprile) con un’analisi critica sul presente e le previsioni di piano rimaste inattuate, mentre Sangiorgio (Coldiretti, il 16 aprile) suggerisce uno sviluppo delle infrastrutture per favorire l’agricoltura. Il comune denominatore degli interventi di Conte, Giannattasio, Amatruda, Sangiorgio e Lambiase è lo “sviluppo”, oppure la “crescita” (del PIL), la “valorizzazione”, ricordando la centralità di Salerno come centro metropolitano e il fallimento delle scelte urbanistiche degli ultimi mandati elettorali con la carenza di infrastrutture strategiche. Il mio intervento parte da presupposti culturali diversi poiché accenna a politiche urbane bioeconomiche, e suggerisce un cambiamento dei paradigmi culturali nella nostra società svuotata di senso dall’epoca moderna. L’ambizione è quella di stimolare un dibattito pubblico sulla bioeconomia. Condivido le critiche ma intendo far notare che i temi sociali, ambientali, economici e urbanistici di Salerno non trovano soluzione sul piano ideologico che li ha inventati, favoriti e creati. La recessione non è la conseguenza di una mera scelta di politiche urbanistiche sbagliate ma di una cultura politica occidentale costruita sulla crescita costante della produttività, e sull’avidità. In Italia, i processi di trasformazione urbanistica sono sostanzialmente sbilanciati a favore del profitto dei proprietari privati, negando la partecipazione dei cittadini, spesso ignari dei meccanismi complessi, e ignari dei propri diritti e degli scopi costituzionali della pianificazione (tutela del territorio). E’ l’implosione dello “sviluppo” che crea la recessione, perché la crescita del PIL non misura la qualità della vita, mentre l’innovazione informatica e la robotica creano disoccupazione com’era stato pronosticato sin dall’inizio del secondo guerra. Le città secondo l’ideologia della “crescita” sono fallite, e ricordo che le città in contrazione sono 26 (Milano [490.000 abitanti persi fra il 1951 e il 2011], Torino, Napoli, Genova, Roma, Bologna, Catania, Venezia, Firenze, Trieste, Cagliari, Bari, Palermo …).

città in contrazione

Crescita e contrazione delle città dipendono dal capitalismo. Quando negli anni ’80 la politica deregolamenta la globalizzazione, accade che le imprese localizzano le produzioni in Europa dell’Est e in Asia, dove ci sono le Zone Economiche Speciali (ZES), luoghi in cui non si pagano tasse e si hanno bassi costi del lavoro. Le città occidentali perdono abitanti (contrazione), mentre il ceto meno abbiente non può pagare i costi degli alloggi nei centri principali a prezzi di mercato, e si sposta nei comuni confinanti alimentando la dispersione urbana, il cosiddetto sprawl. Mercato immobiliare e nuove espansioni determinarono uno sconsiderato aumento del consumo di suolo agricolo. Nell’attuale consuetudine le previsioni dei piani urbanistici sono merce pagata dagli investitori privati, nella speranza di creare profitti attraverso il mercato. In generale, è noto che il capitalismo crea dipendenza e sottosviluppo (Wallerstein) mentre la rinuncia alla sovranità economica e la globalizzazione neoliberale hanno contribuito a impoverire il meridione d’Italia, che registra nel 2016 altissimi tassi di disoccupazione come in Campania con il 42,9% fra i giovani (18-29 anni) e il 30,4% (25-34 anni). Tutto ciò vanifica anche le previsioni degli strumenti urbanistici poiché in un contesto più povero, di periferia economica, gli investitori privati seppur dotati di liquidità, non trovano conveniente costruire merci immobiliari che non possono essere assorbite dal mercato locale. E’ uno degli effetti dell’ideologia liberale, il laissez faire al mercato. In questo contesto, non sorprende che a Salerno solo il 25% dei comparti edificatori sia stato realizzato, mentre tutti i principali Consigli comunali d’Italia continuano a deliberare l’adozione di piani con previsioni di crescita, sempre perché mercificando i suoli si attendono introiti da incassare, che fino a poco tempo fa erano persino slegati dalle urbanizzazioni per essere spesi nei servizi generali.

La bioeconomia è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità, poiché partendo da presupposti scientifici (entropia) ed etici, come la misura dei flussi in entrata e in uscita, ci consente di ripensare l’uso del territorio senza depauperare le risorse naturali e creando nuova occupazione partendo dalla conoscenza dei luoghi. In bioeconomia, città e territori sono considerati sistemi metabolici mentre nell’attuale paradigma città e territori sono merci da vendere e sfruttare. Cosa significa tutto ciò per l’urbanistica e il territorio? Se si vuole invertire la rotta per uscire dalla recessione, prima di tutto, dobbiamo riconoscere e ammettere l’implosione del sistema occidentale restituendo autonomia finanziaria alla Repubblica. L’area funzionale salernitana, individuata nel Sistema Locale del Lavoro (SLL) censito dall’ISTAT deve organizzarsi, non più seguendo il pensiero dominante che l’ha impoverita, nel senso vero del termine, non solo economico ma soprattutto culturale. Le risposte ai nostri problemi sociali e ambientali, e di conseguenza economici, si trovano sul piano bioeconomico. Esistono esempi e approcci territorialisti per ripensare il sistema salernitano costituito da circa 22 comuni e 400 mila abitanti, ed è questa l’area da pianificare costituendo un ufficio di piano ad hoc e coinvolgendo i cittadini al processo decisionale. In generale, i sistemi locali meridionali vanno collegati fra loro, ad esempio, quello salernitano con i vicini sistemi lucani, calabresi e pugliesi. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità. E’ necessario rilocalizzare le produzioni e territorializzare. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura pagando i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite. Sono necessari nuovi piani di “quarta generazione”, e nuovi piani attuativi come un Piano Particolareggiato di Rigenerazione Bioeconomica (PPRB), si tratta nuovi strumenti secondo l’approccio bioeconomico che hanno l’obiettivo di costruire un quadro di conoscenza dell’insediamento finalizzato al riuso e al recupero del patrimonio edilizio esistente introducendo sistemi di monitoraggio dei flussi in entrata e in uscita al fine di migliorare il benessere dei cittadini. La conoscenza dell’insediamento urbano esistente è la cornice indispensabile per costruire la rigenerazione del tessuto, dal punto di vista sociale, ambientale e morfologico. Osservando l’ambiente costruito rileviamo puntualmente il carico urbanistico e l’affollamento, il degrado, la morfologia urbana, e tutte le informazioni possono essere utilizzate per la futura trasformazione urbana, mentre una vera novità è la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali della politica.

La Città di Salerno 30 aprile 2017

consumo-del-suolo

Usi e coperture del suolo, consumo di suolo, fonte immagine, Atlante dei territori post metropolitani, PRIN-postmetropoli.

Read Full Post »

Nel 2011 il Governo italiano decide di istituire i distretti turistici. Cosa sono? Ambiti territoriali che nell’intenzione governativa dovrebbero sviluppare un’economia turistica, cioè insiemi di Comuni che dovrebbero cooperare su piani e progetti condivisi. In Provincia di Salerno sono stati individuati ben 5 distretti (“Cilento blu”, “Costa d’Amalfi”, “Riviera salernitana”, “Sele picentini” e “Golfo di Policastro”). Il fatto che i Comuni decidano di cooperare è senza dubbio un vantaggio politico strategico. La Provincia di Salerno ha già un proprio piano provinciale abbastanza recente, il Ptcp 2012 che individua ambiti territoriali e identitari per sviluppare politiche turistiche e riconosce la forma insediativa policentrica delle aree urbane. Inoltre, la ricerca “PRIN post metropoli” legge le forme insediative delle aree urbane italiane, delle aree interne e costiere, mostrando dati da interpretare. Dietro i termini “riqualificazione” e “valorizzazione” usati dai Sindaci dei Distretti, ci sono gli interessi economici di soggetti privati e i progetti di nuove forme insediative urbane che hanno un impatto ambientale, e che se non correttamente pianificati possono aumentare i fenomeni di dispersione urbana, o addirittura essere foriere di speculazioni edilizie. Per evitare investimenti sbagliati e speculazioni che danneggiano l’ambiente, sarebbe corretto coordinare i distretti con i valori della bioeconomia e soprattutto proporre progetti dentro una bioregione urbana che oggi non esiste. La scuola territorialista italiana ha già predisposto due piani paesaggistici, uno per la Regione Toscana e l’altro per la Puglia. Una corretta pianificazione, cioè un buon investimento si realizza rispettando il Ptcp 2012, e realizzando progetti bioeconomici dentro gli ambiti identitari già individuati, per rispettare le risorse locali e creare nuova occupazione utile nei “sistemi locali del lavoro”.

E’ chiaro che le intenzioni dei privati sono quelle di creare profitti sfruttando il territorio. Questo è l’impulso pavloviano dell’egoismo liberal che esiste sin dal Settecento. Siamo ancora attaccati all’invenzione dell’economia dove ogni cosa è merce, compresa la natura che ci da vita mentre la distruggiamo. La religione neoliberale sta distruggendo la specie umana e così anche l’identità storica degli insediamenti umani. L’approccio politico dell’età moderna non ha la virtù di avere una visione etica rispetto agli attuali cambiamenti tecnologici e sociali, e soprattutto ha dimostrato di distruggere noi stessi oltre che il territorio. Questa religione crea nuove forme di schiavitù chiamate precariato, e nuova disoccupazione, espropriando le comunità della propria storia, identità sociale e culturale. Per semplificare, un distretto turistico che ha in mente una colata di cemento lungo una fascia costiera, non è un piano di un distretto turistico ma è un disegno criminale. Perché si immaginano disegni criminali? La religione liberale instaurata dalla classe dirigente ha tolto allo Stato la capacità di spendere, e così qualsiasi intervento urbano è sottoposto ai ricatti dei privati che giudicano sull’esclusivo interesse del tornaconto personale. In questo modo lo Stato distrugge il bene comune abdicando a se stesso, e al proprio ruolo di controllo e al dovere di applicare la Costituzione e l’interesse generale. E’ necessario che lo Stato si riprenda il ruolo di investitore per tutelare la collettività. Nel caso specifico, la fascia costiera salernitana ha la necessità di essere rinaturalizzata, sia eliminando le sorgenti inquinanti e sia attraverso interventi di carattere biologico (agro-forestale), regalando benessere a tutti i cittadini. Inoltre, un vero e serio piano di sviluppo turistico è improntato sulla bellezza e sulla manutenzione dell’esistente demolendo gli abusi edilizi, e rigenerando l’ambiente. Solo in questo modo si crea un vero servizio turistico, mentre le eventuali strutture ricettive possono essere realizzate recuperando i volumi abbandonati per contenere il consumo di suolo.

La novità dell’approccio bioeconomico è nella capacità di misurare i flussi di energia creati da piani e progetti, e la capacità di misurare gli impatti sociali. La bioeconomia misura l’analisi del ciclo vita dei materiali e l’analisi dell’impatto sociale. Ciò che manca ancora e fa danni inestimabili, è la formazione culturale della classe politica e imprenditoriale sulle enormi opportunità suggerite dalla bioeconomia che cambia i paradigmi culturali. Ad esempio, mentre taluni dinosauri dell’impero neoliberal distruggono il territorio rispetto al ritorno economico dei progetti; la bioeconomia mostra lo sviluppo umano del progetto attraverso un uso razionale dell’energia. Sempre più il turismo sta cambiando, in meglio per fortuna, non si costruisce un’offerta turistica sulle quantità dei sistemi ricettivi e ma sulla qualità. Un buon turismo non si costruisce con le colate di cemento, mentre la cultura dei turisti si sta alzando. I turisti chiedono bellezza e la conoscenza dell’identità storica dei luoghi; chiedono la qualità ambientale, il cibo, la storia, l’arte con migliori servizi ricettivi partendo proprio dall’accoglienza svolta dalla simpatia delle persone. Il territorio salernitano, per tradizione possiede già molte caratteristiche e servizi di qualità apprezzati da tutto il mondo, esso deve “solo” migliorare il proprio ambiente eliminando le sorgenti inquinanti, ad esempio implementando i sistemi di raccolta delle acque nere dove mancano, e migliorare il trasporto pubblico. Infine educare e formare i propri concittadini alla conoscenza del territorio per favorirne una fruizione sostenibile e intelligente.

piano-delle-identita

Provincia di Salerno, estratto dal Ptcp 2012.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: