Rigenerare i centri storici


1.5.1.3       Rigenerare i centri storici

Il tema del restauro come azione tesa a curare le opere architettoniche del passato trova i suoi fondamenti teorici in E. Viollet Le Duc e in J. Ruskin che propongono due approcci distanti; il primo come reintegrazione dell’immagine e l’altro come conservazione dell’unità inscindibile di forma e materia a sua volta legata alla vicenda storica. Bisognerà attendere il 1883 per avere “direttive guida”[1] circa l’intervento di restauro grazie all’opera di Camillo Boito. Nel 1931, con la promulgazione della Carta di Atene si ottiene un primo documento di valore internazionale attraverso la “Conferenza Internazionale di esperti per la protezione e la conservazione dei monumenti d’arte e storia”. Nel 1932, Gustavo Giovannoni sarà il principale artefice delle “Norme per il restauro dei monumenti”, alias la “Carta italiana del restauro“, sostituita nel 1964 dalla Carta internazionale del Restauro” (Carta di Venezia). Nel 1975 al Convegno di Amsterdam verrà approvata la “Carta europea del patrimonio architettonico” adottata dal Consiglio d’Europa.

Nel 1993 Piero Rosselli e Andrea Pacchiarini pubblicano un interessante “quaderno”[2] sugli interventi dei centri storici elencando ben 228 piani di recupero secondo la legge 457/78, un vero e proprio censimento che riguarda il decennio 1980-1990. Le riflessioni di Rosselli mostrano come la normativa [L.457/78] abbia cambiato la visione culturale e l’approccio operativo poiché a partire dagli anni ’50 si prediligeva intervenire in maniera coerente all’interno dei centri storici riconoscendo l’unitarietà delle strutture urbane e dei tessuti edilizi, ma a seguito della L. 457/78 si è potuto interpretare e presentare nuove modalità operative realizzando anche interventi su singoli edifici, operando in deroga agli strumenti urbanistici. Un’altra criticità, secondo Rosselli, è il riconoscimento sommario delle “zone di recupero” poiché la norma si riferisce a una generica “condizione di degrado”. L’insieme di tali interpretazioni ha creato confusioni ed equivoci arrivando a confondere il recupero col restauro (conservativo). Secondo Rosselli il danno più grave è stato l’avvio di «un processo di trasformazione incontrollata delle città»[3]. Si ricorda egregiamente quanto e come la norma sui piani di recupero abbia condizionato i successivi interventi poiché già i precedenti provvedimenti legislativi[4] sottolineavano quanto fosse importante tutelare adeguatamente l’insediamento storico agevolando interventi di restauro e risanamento, facendo sempre riferimento alla strumentazione urbanistica generale[5].

Dal punto di vista degli architetti che si occupano di conservazione e restauro è noto che bisogna produrre piani e programmi volti a tutelare il patrimonio esistente attraverso la prevenzione[6] che consente di fare interventi puntali poco costosi ma efficaci (minimo intervento) che consentono di prolungare la vita degli edifici e di continuare a godere dei beni pubblici e privati evitando i danni e i costi d’interventi drastici. Un Paese come l’Italia non può permettersi di non programmare la tutela della propria ricchezza che determina l’identità stessa del nostro territorio.

Sin dal secondo dopo guerra è emerso il tema circa l’approccio culturale e metodologico per intervenire nei centri storici. Da un lato la tesi di Cesare Brandi circa il fatto che il nuovo non deve alterare l’antico e la tesi secondo la quale è impossibile una crescita urbana che non modifichi l’antico in modo più o meno marcato. Da questo punto di vista emerge la tesi sostenuta da Aldo Rossi, che se non si vogliono realizzare città-museo è inevitabile sacrificare le vecchie case d’abitazione cui manca il requisito di monumento[7].

«La fase di transizione che stiamo vivendo non poteva non polarizzare l’interesse culturale e operativo sulla pianificazione dei centri storici e dei nuclei di antica formazione. Infatti, l’attenuazione delle spinte alla crescita urbana ha spostato gradualmente l’interesse pianologico dalle consuete zone di espansione alle zone già edificate, in particolare alle aree centrali urbane, con crescente attenzione alle specifiche problematiche che le concernono: recupero edilizio, riqualificazione ambientale, rigenerazione socio-economica, riuso compatibile. Nel frattempo si è venuta formando e affermando una cultura del centro storico, la quale reclama per l’area di antica formazione un recupero d’identità, quale condizione ineludibile per migliorare la qualità urbana e accrescere la vivibilità complessiva della città»[8].

Per intervenire nei centri storici esistono diversi approcci e scuole di restauro che adottano strumenti e obiettivi diversi dalla rigenerazione urbana che interviene nei tessuti costruiti dagli anni ’40 e nelle periferie, ad esempio la Carta di Gubbio del 1960 mira alla conservazione piuttosto che alla trasformazione. Il piano di recupero[9] è lo strumento urbanistico volto a recuperare i centri storici che mira a restituire all’uso un edificio degradato o fatiscente.

Al fine di favorire l’edilizia popolare anche nei centri storici «nel 1965, un gruppo di studio formato dagli istituti di urbanistica e di storia dell’architettura dell’Università di Firenze, coordinato da Leonardo Benevolo, elaborò uno studio sul centro storico di Bologna, per incarico del Comune che, su questa base, sviluppò nel 1969 un piano di intervento. La legge per la casa (867 /71), che riguarda anche il risanamento conservativo degli agglomerati urbani ed estende i Piani di zona alle aree edificate, fornì la base per l’attuazione del piano, condotta da Pier Luigi Cervellati, assessore all’edilizia popolare e già componente del gruppo di studio universitario. Il momento economico (rallentamento dell’espansione) e culturale (teoria della “crescita zero”) favorì l’esperimento. Fu presentato nel 1972, e adottato nel 1973, il Peep-Centro Storico, in cui «oggetto della conservazione non è un insieme di manufatti, ma un organismo abitato»[10]. Vi trovarono applicazione operativa l’analisi tipologica derivata dagli studi di Saverio Muratori, il principio di conservare l’ambiente sociale della città antica, la nuova tendenza a indirizzare l’intervento dell’ente pubblico non più soltanto verso le aree inedificate delle periferie ma verso il centro»[11]. «C’è molta lungimiranza, e c’è un grande equili­brio culturale oltre che urbanistico, nell’accosta­re l’oggetto principale della tutela architettonica allo sviluppo urbano. Sviluppo, non espansione: si riconosce, dunque, che la città deve crescere, ma secondo un modello progettato sapientemente, non per semplice progressiva dilatazione dei suoi confini»[12]. Negli anni ’60 l’analisi tipologica fu svolta a Roma, Firenze, Como, Bologna e Venezia. Due allievi di Muratori, in particolare, riuscirono a diffondere l’approccio dell’analisi tipologica, Paolo Maretto e Gianfranco Caniggia. «L’analisi tipologica ha consentito di stabilire che, fino all’epoca del cemento armato, le costruzioni sono state realizzate non inventando ogni volta un nuovo oggetto, ma seguendo determinate regole, generalmente non scritte, concernenti la collocazione del lotto, la dimensione frontale della cellula elementare della costruzione, il numero delle cellule nelle due direzioni planimetriche, la posizione della scala e la funzione di ciascuna delle cellule, la partizione delle finestre, la posizione del camino e così via»[13].

Per l’intervento nei centri antichi il rilievo urbano assume un ruolo determinante e le finalità sono molteplici, ma essenzialmente sono due: la conoscenza ed il progetto. Ogni rilievo dovrebbe essere il supporto al progetto utile a pianificare gli interventi su una città, perché non è auspicabile intervenire sull’ambiente antropico senza conoscere in maniera approfondita la città storica. In tal caso è da ricordare l’esperienza di ‘Napoli in Assonometria’ dove sono stati analizzati alcuni dei temi squisitamente urbani che erano possibili e necessari studiare nella città partenopea in un dato momento storico: architettura, archeologia, parchi e giardini, assi viari e tessuti edilizi. Tutti i dati che sono serviti per redigere il rilievo sono stati poi inseriti in un database relazionale che agevola la consultazione sia dei dati catalogati che degli elaborati prodotti. Un discorso simile, anche se a scala inferiore, vale per Strada Nuova a Genova (riconoscimento e rappresentazione dei caratteri delle architetture, che si affacciano sul percorso, riguardo alle peculiarità morfologiche del terreno e al modo di disporsi, rispetto agli edifici contigui), ed ancora per i centri storici della Liguria (analisi del rapporto edificio-territorio-paesaggio, ad eccezione di Varese Ligure il cui studio era finalizzato a una proposta di risanamento e conservazione del borgo), per il tessuto di villa di Albaro (riconoscimento delle qualità esistenti e graficizzazione di tali qualità in una cartografia d’insieme) e, infine, per Pietrasanta, Castelfranco e Firenze (le cui analisi tendono alla ricostruzione delle matrici geometriche che sono alla base della loro forma urbana, della logica che in sintesi sottende il disegno di queste città che furono soggette ad interventi di pianificazione preordinati). Nel secondo caso sono da annoverare gli studi realizzati per Venzone, San Sepolcro e Firenze da Gianfranco Caniggia, finalizzati alla comprensione della struttura urbana dell’insediamento e alla conoscenza per il progetto (negli esempi citati, utili alla redazione dei PRG); quelli per il centro storico di Torino, tesi alla scoperta dei caratteri del tessuto edilizio storico anche in questo caso, rivolti alla stesura della normativa di piano; quelli per il centro storico di Genova, etc.

«È indispensabile che il rilevatore sia in grado di riconoscere le varianti e le costanti che caratterizzano un insediamento, quegli elementi cioè che sono riscontrabili in tutte le città e quelli che invece la caratterizzano, la distinguono e, pertanto, la identificano rispetto alle altre. Ma la città, e soprattutto la città storica, presenta una tale complessità dovuta alle molteplici stratificazioni, da rendere necessari degli studi approfonditi in grado di districare l’insieme composito di segni da cui è formata. Diventano fondamentali, pertanto, le analisi delle fasi urbane di crescita della città e la conseguente redazione di mappe filologico-congetturali (per dirla alla Cavallari Murat) dal cui raffronto è possibile dedurre i principali cambiamenti avvenuti in seno al tessuto edilizio»[14].

Nel corso delle evoluzioni tecnologiche il rilievo urbano si è arricchito di tecniche per le analisi dei centri storici e dei tessuti urbani; oggi il governo del territorio si avvale di strumenti molto efficaci come i sistemi territoriali informatici (GIS) ed i sofisticati rilievi tridimensionali. I dati quantitativi misurati (volume, forme, rilievo geometrico) possono diventare anche qualitativi e dipende dall’analisi utilizzata. I livelli di analisi, cioè di conoscenze finalizzate allo studio della città, possono essere metriche sull’oggetto fisico visibile con la misurazione delle quantità e le rappresentazioni iconiche; figurative con la descrizione di presenze e di assenze; per elementi attraverso il linguaggio grafico e verbale e la costruzione di modelli percettivi; e modali. Nella fase conclusiva del rilievo le analisi sono utilizzate per creare una sintesi concettuale.

Cittadini e istituzioni hanno la grande opportunità di rigenerare le città. Si potrebbe ri-adottare il metodo ideato da Saverio Muratori per i centri storici[15], e la “scienza della sostenibilità” per quelle parti di città realizzate durante l’espansione urbana che va dagli anni della ricostruzione post bellica fino agli anni ’80, in special modo per gli edifici pubblici INA e PEEP. Inoltre non bisogna sottovalutare la priorità legata alla sicurezza e alla tutela della vita, poiché per l’Italia sarebbe determinante finanziare un piano di prevenzione nazionale circa il rischio sismico e intervenire sul patrimonio storico-artistico con interventi di miglioramento e adeguamento[16], poiché si rende necessario applicare la prassi della manutenzione, presupposto primario della prevenzione.

«Nei programmi di rigenerazione urbana, il centro storico non è più solo una “riserva di storia”; esso invece è un pezzo di territorio da restituire ai processi produttivi e riproduttivi dei suoi abitanti. Proprio nell’integrazione di tali processi, impossibili da rappresentare attraverso modelli statici, risiedono nello stesso tempo la dinamicità e l’originalità dell’approccio della rigenerazione urbana. Le stesse dinamicità e originalità che sono contenute in ciò appaiono molto simili a un vero e proprio atto ri-creativo, compiuto non già dal progettista/pianificatore, ma da un soggetto locale e plurale che, pure attraverso il contributo di saperi esperti, tuttavia non rinuncia a esercitare in prima persona la fondamentale facoltà dell’abitare, intesa come processo complesso e integrato d’identificazione in un luogo, di costruzione di un immaginario e, in fine, di auto riconoscimento di una visione di futuro. Lo strumento della rigenerazione urbana è sicuramente future-based nella misura in cui esso stabilisce, attraverso la partecipazione degli attori sociali, un modello per mezzo del quale prendersi nuova cura di quella parte del patrimonio territoriale oggetto d’intervento, perché possa essere trasmesso alle generazioni future, arricchito eppure integrato»[17].

Dal punto di vista della cosiddetta urbanistica italiana, cioè della cultura urbana, secondo Paolo Ceccarelli, l’assetto territoriale italiano e le strutture urbane storiche costituiscono una risorsa identitaria che ci rende punto di riferimento culturale nel contesto mondiale, e che quindi sarebbe saggio capitalizzare la nostra dimensione e le nostre caratteristiche. In un mondo sempre più omologato le nostre città sono ancora luoghi in cui sono fondamentali le relazioni sociali, gli atti di solidarietà, il senso della misura, il rispetto della storia, e le condizioni di sostenibilità non si sono del tutto perse[18].

caniggia maffei analisi tessuti storici
Saverio Muratori e Gianfranco Caniggia, analisi dei tessuti edilizi.

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] III Congresso degli Ingegneri e degli Architetti italiani, Roma.
[2] Dieci anni di recupero in Italia, Alinea editrice, Firenze, 1993.
[3] Rosselli & Pacchiarini, Dieci anni di recupero in Italia, 1993, pag. 13.
[4] Articolo 3 della legge 6 agosto 1967 n. 765 introduce come condizione necessaria per l’approvazione del Piano Regolatore Generale la tutela del paesaggio e dei complessi storici, monumentali, ambientali ed archeologici”, mentre il quinto comma dell’articolo 17 stabilisce che “qualora l’agglomerato urbano rivesta carattere storico, artistico o di particolare pregio ambientale sono consentite esclusivamente opere di consolidamento o restauro, senza alterazione di volumi. Le aree libere sono inedificabili fino all’approvazione del piano regolatore generale”.
[5] Rosselli & Pacchiarini, Op. cit. ,1993.
[6] Carbonara, Avvicinamento al restauro, Napoli, 1997, pag. 597.
[7] Severino, Op. cit. , 2003.
[8] Colombo, et al., Op. cit. , 2013, pag. 677.
[9] Fonti giuridiche: L. n. 457/1978, L. n. 179/1992, D.P.R. n. 42/2004, D. Lgs. n. 152/2006, D. Lgs. n. 163/2006.
[10] Benevolo, Op. cit. , 2011.
[11] Bobbio, <http://arch.unige.it/per/doc/bobbior/020301.pdf&gt;, (consultato il 25 luglio 2014).
[12] Orlandi, <http://in_bo.unibo.it/article/viewFile/2161/1551&gt;, (consultato il 25 luglio 2014).
[13] Salzano, Op. cit. , 2003, pag. 133.
[14] Merlo, Le scuole di rilievo urbano, Firenze, 2012.
[15] Caniggia e Maffei, Lettura dell’edilizia di base, Firenze, 2008.
[16] D.M.24/01/1986. La migliore ipotesi di intervento è la verifica statica e la relativa manutenzione del costruito valutando caso per caso. Pertanto, per gli edifici in muratura si opera una diagnosi dei dissesti ed i conseguenti metodi di bonifica controllando i singoli elementi strutturali effettuando il maggior numero di verifiche possibili.
[17] Patrizio, “Interventi di rigenerazione urbana: criteri di recupero sostenibile dei centri storici”, in Il progetto sostenibile N.29, Monfalcone (GO), 2011, pag. 88.
[18] Ceccarelli, “Giochi di sponda (1959-2014)”, in Balducci e Gaeta, L’urbanistica italiana nel mondo, Roma, 2015.