Paesaggi della rigenerazione e della trasformazione urbana


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.3     Paesaggi della rigenerazione e della trasformazione urbana

Tentare un parallelismo fra stili architettonici e urbanistica sembra un’impresa ardua, ma è indubbio che fra architettura e urbanistica ci siano relazioni strette legate dal semplice fatto che sono entrambe figlie della cultura umana e quindi di volta in volta sono espressione dello spirito del tempo. Ripercorrendo il fare di urbanisti e architetti si tenta di individuare uno “stile” e gli elementi di un approccio culturale per il concetto di rigenerazione urbana. È uno sforzo necessario per capire come pianificare la rigenerazione stessa. La critica architettonica espressa nei manuali di storia compie una “selezione” delle opere secondo la cultura, secondo l’immagine di “processi” e lo “sviluppo” d’individualità personali, secondo il carattere “ideografico” e il “contesto”, cioè i rapporti che legano l’opera al mondo; mentre per la morfologia urbana non esiste un ragionamento analogo, ciò che troviamo in analogia è l’analisi storica della morfologia rispetto all’evoluzione delle forme dettata delle condizioni culturali, economiche, tecnologiche e sociali (“contesto”), la “periodizzazione” e l’individuazione dello “spirito del tempo”.

Secondo Ludovico Milesi, «lo stile di un piano urbanistico si riconosce essenzialmente dalla forma delle strade e piazze tematizzate, e dalla sequenza con cui sono composte. Una sequenza è in primo luogo individuata dai temi collettivi fisici che vi si affacciano e in secondo luogo dal tipo di strada tematizzata che li connette simbolicamente»[1]. La preferenza formale di temi (consistenza fisica delle strade, le piazze …) determina lo stile del piano secondo logiche razionali e utilitaristiche figlie di scelte arbitrarie che appartengono al mondo delle forme e delle preferenze estetiche. Tali preferenze possono essere raggruppate in famiglie morfologiche per agevolare la comprensione delle città, e pertanto vi sono piani simmetrici, asimmetrici, neo-medioevali e paesistici. Il piano simmetrico è il tipico piano ottocentesco in cui ricorrono piazze geometriche e sequenze che formano complessivamente figure regolari[2].  La bellezza del piano asimmetrico viene riscoperta con la pubblicazione di Camillo Sitte[3]. «Alcuni requisiti che le piazze devono avere, primo fra tutti che siano costruite da tutti i lati e che le strade siano sempre concluse da una prospettiva chiusa. Il piano neo-medievale raccoglie il suggerimento della bellezza delle antiche città storiche. Chiamiamo neo-medievali i progetti, realizzati soprattutto in Germania, che riproducono l’aspetto delle piazze e strade medievali con tutte le loro irregolarità, che quindi presentano strade rigorosamente curvilinee e intersezioni sempre sfalsate per interrompere le visuali»[4].

Nella storiografia architettonica la nozione di stile è legata allo “spirito del tempo” e all’epoca; l’arte di un periodo è visto come il riflesso dello spirito dell’epoca. Sino alla metà del Settecento il termine stile indicava un modo personale di fare, senza che ciò avesse particolare valenza espressiva. Invece, secondo J.-G. Legrand «i diversi stili altro non sono che accezioni particolari di questo o quel popolo, legate ad abitudini e per niente vincolate alla rispondenza formale nei confronti dello spirito del tempo»[5].

L’Ottocento è il periodo in cui nascono le basi culturali della rigenerazione, e secondo De Fusco, «coesistono stili diversi e tutti facenti capo a differenti periodi storici precedenti; così il neoclassico, il neogotico, il neorinascimento, il neobarocco, ecc. costituiscono altrettanti ritorni. […] Si tratta “dell’eclettismo storicistico” cioè uno stile nel suo complesso unitario come quello della nascita dell’urbanistica moderna mentre tutta la produzione del periodo riflette cause ed esigenze comuni a tutto il mondo occidentale industrializzato»[6].

Un’altra chiave di lettura e di comprensione è fornita dall’indagine semiotica di De Fusco che premette di individuare le analogie segniche – linguistiche – fra architettura ed urbanistica, partendo dalle dicotomie utilizzate nella definizione del segno architettonico. «Lo spazio interno equivale al “significato” e quello esterno al “significante” distinguendo lo spazio esterno della architettura dallo spazio esterno alla architettura. Per quest’ultimo proprio dell’urbanistica, vale la stessa logica, ma capovolta: ora si tratta di definire il vuoto esterno come invaso “significato” e di ricercare il “significante” che abbia analoga funzione conformativa dell’involucro “significante” dell’architettura. […] Assodato che l’invaso di una piazza o di una strada è la componente “significato” del segno urbanistico, scopriamo che l’urbanistica non può prescindere dall’architettura in quanto la componente “significante” di ciascun suo segno si realizza solo in un sistema di segni architettonici. […] La formula semiotica connotativa, ovvero questo legame che unisce in un solo sistema urbanistica e architettura ci sembra di risolvere in modo abbastanza soddisfacente la vexata quaestio del rapporto fra le due discipline»[7].

Fra le visioni utopiste dell’Ottocento e la visione modernista dei CIAM che ha influenzato l’architettura e l’urbanistica per oltre un secolo ci sono diverse interpretazioni di linguaggio architettonico e di morfologia urbana.

Il Novecento è il secolo ove l’urbanistica, come la conosciamo oggi, si declina in diversi approcci morfologici frutto delle condizioni politiche ed economiche. Patrizia Gabellini in Cinquant’anni di urbanistica, ci offre una lettura storica e culturale attraverso le biografie degli urbanisti più influenti: Luigi Piccinato, Plinio Marconi, Giuseppe Samonà, Ludovico Quaroni, Giancarlo De Carlo, Giovanni Astengo, Giuseppe Campos Venuti e Bernardo Secchi. Nel racconto di Gabellini emerge una considerazione culturale che ha un notevole peso, soprattutto dal punto di vista della rigenerazione ecologica. I personaggi sopra citati hanno sviluppato una “conoscenza creativa” ed una “mentalità progettuale” in «un paese nel quale non è riuscita ad affermarsi l’idea di territorio come bene pubblico e i modi del suo uso sono stati subordinati a politiche di distruzione della ricchezza tra regioni, settori economici, gruppi sociali e politici, dove l’urbanistica non ha potuto consentirsi il lusso di coltivare la propria dimensione tecnica, diventando prassi ordinaria nell’attività di governo quotidiano delle trasformazioni territoriali». Piccinato lavora per delineare i connotati di una professione che deve occuparsi della città e della società; a questo scopo cerca alcuni punti fermi, individua alcune certezze che si coagulano attorno all’idea guida che la città sia un organismo fisico e sociale e come tale vada interpretata e progettata. Plinio Marconi ha un approccio tecnicista e oggettivo al fine di mettere a punto una forma di piano ripetibile e attuabile. Le indagini preliminari devono fornire conoscenza oggettiva poggiata su scienze positive come la matematica e la statistica per costruire una premessa al progetto non più arbitrario. Il campo di applicazione dell’urbanistica secondo Samonà, Quaroni e De Carlo: Giuseppe Samonà riconosce come oggetto proprio dell’intervento urbanistico la forma materiale dell’insediamento umano, la morfologia dell’insieme e delle sue parti cui si ancorano la cultura e la memoria collettiva; Ludovico Quaroni lo identifica nella città fisica, in ciò che resta come “figura” specificamente connotata di processi storici sfuggenti e stratificati; De Carlo ribadisce che compito dell’urbanistica è dare organizzazione e insieme forma allo spazio fisico. Samonà, Quaroni e De Carlo problemizzano la critica all’urbanistica fascista cui si imputa il disinteresse per la sfera sociale ed economica, e pertanto si aprirà il dibattito e la ricerca di ridefinire il concetto di forma, il rapporto fra la forma insediativa e la struttura economica e sociale e tra la forma e la storia, la specificità dei luoghi e la loro relazione con la memoria.

Per Astengo e Campos Venuti la cultura senza la politica è solo tecnicismo e il piano urbanistico è uno degli strumenti che regolano la convivenza nelle società moderne, quindi corollario di ogni forma statuale. L’urbanistica di Campos Venuti prende origine dalla critica del regime dei suoli e degli immobili. Il piano può riformarsi nei suoi contenuti, metodi e strumenti solo aderenti a una strategia di trasformazione economica e sociale, introducendo considerazioni di ordine morale, economico e politico che in parte reinterpretano l’eredità dei pionieri dell’urbanistica moderna. Al centro la rendita, i suoi riflessi economici e sociali che diventano una vera e propria minaccia alla sopravvivenza e allo sviluppo della collettività quando lo spreco si generalizza e altera equilibri ecologici. I requisiti fondamentali del piano, perfino quelli morfologici, sono desunti dall’analisi delle forme attraverso le quali la rendita si manifesta nel tempo e nello spazio; una tecnica conseguente con gli assunti è costruita combinando l’uso di strumenti giuridici e disciplinari di volta in volta ritenuti più utili[8]. Nel 1978 Campos Venuti pubblica Urbanistica e austerità e pone l’accento su alcune priorità: una pianificazione democratica puntando alla difesa del suolo, l’agricoltura, il recupero del patrimonio edilizio e un piano che sappia coniugare austerità e qualità abitativa; dopo 36 anni i temi sono ancora di attualità e rappresentano alcuni elementi della rigenerazione urbana. L’urbanistica di Bernardo Secchi, ha importanti assonanze con quelle di Samonà, Quaroni e De Carlo e riprende il discorso sulla città fisica rispetto alle condizioni generali degli anni ’80. La forma costituisce il deposito fisico dei processi economici e sociali e pertanto ritiene che bisogna ristabilire un rapporto diretto con le pratiche sociali per non perdere identità, credibilità ed efficacia. Per Secchi è importante l’egemonia dell’operatore pubblico come capacità di organizzare l’interazione tra i soggetti (interessi contrapposti dei privati) ed a suo avviso è il tecnico (l’urbanista) che ha le capacità di produrre una sintesi fra gli interessi contrapposti, è l’urbanista che costruisce il piano per la città.

Integrando l’elenco e l’approccio biografico proposto da Gabellini possiamo aggiungere altri urbanisti che si caratterizzano per dare valore al territorio come un bene comune, cioè un’esperienza progettuale opposta agli urbanisti citati in precedenza. Sono Edoardo Detti, Pier Luigi Cervellati, Edoardo Salzano ed Alberto Magnaghi. Detti e Cervellati per la loro sensibilità alla tutela del centro storico; Detti per il piano di Firenze del 1962 e Cervellati per l’applicazione dell’analisi tipologica (scuola di Muratori) nel centro storico di Bologna, mentre Salzano e Magnaghi per l’approccio territoriale volto alla tutela dell’ambiente. Magnaghi svilupperà la scuola territorialista stimolando percorsi di auto sostenibilità con la partecipazione dei cittadini. Questi ultimi urbanisti produrranno proposte, piani, e intuizioni che si possono riscontrare nelle caratteristiche della rigenerazione urbana: l’attenzione alla conservazione della città storica, il recupero delle periferie e la pianificazione territoriale individuando bioregioni urbane[9] per governare il policentrismo.

Un altro approccio è quello biologico-resiliente, ossia scientifico. «Le scelte stilistiche e tipologiche influiscono sul comportamento degli edifici in termini di sostenibilità e resilienza, e a dimostrazione di ciò è disponibile una sempre maggiore serie di evidenze. Consideriamo ora il contributo della scienza riguardo alla bontà di un tale approccio nel campo dell’architettura. La scienza ci porta a concludere che la visione modernista dell’ambiente costruito appare di per sé non moderna e insostenibile»[10]. La standardizzazione dei processi industriali ha consentito lo sviluppo delle idee moderniste con diversi risultati estetici, funzionali e tecnologici, anche contradditori.

Se il desiderio di rigenerare le città nasce come risposta agli squilibri sociali ed ecologici causati nelle città dal capitalismo industriale del XIX secolo, e possiamo individuare in Ebenezer Howard il riferimento principale come proposta progettuale per riequilibrare il rapporto città campagna; dal punto di vista dell’architettura esistono due visioni. La prima – postmodern[11] – s’ispira al mondo classico e rinascimentale da cui molti progettisti attingono ispirazioni valoriali e forme del disegno urbano, mentre la seconda – decostruttivismo – non si pone limiti culturali, identitari, tipologici e formali ritenendo inutile riproporre gli schemi geometrici provenienti dal mondo classico e rinascimentale. Entrambe le visioni e gli stili ritengono che l’urbanistica deve costruire nel costruito, cioè nelle città, e che sia giunto il momento di “abbandonare” l’espansione urbanistica per occuparsi degli ambienti già costruiti: territori, città, quartieri, singoli edifici e pertanto rilanciano il rinnovo urbano e la rigenerazione. «Il postmodernismo rifiuta il concetto di un’interpretazione della realtà reazione e complessiva, concentrandosi sulla natura frammentata della crescita, dello sviluppo e della vita della città»[12], questo approccio è definito dal termine sociologia urbana critica e la novità insiste nell’applicazione delle teorie di economia politica applicate alla vita urbana[13].

Secondo Renato De Fusco in questo «particolare momento della storia contemporanea si possono collegare tutte quelle opere più recenti in cui classico e razionale s’identificano: si pensi ad alcune fabbriche di Asplund, di Kahn, di Rossi, di Grassi, di Botta e di Krier, ecc»[14]. «Il nuovo classicismo razionale di Kahn inizia o coincide con analoghe ricerche europee: in particolare con quelle di Aldo Rossi e la sua scuola […] più che descrivere il codice-stile […] ci preme far cenno alla sua particolare attitudine all’inserimento nel preesistente […] in pari tempo rientra nella tematica del “costruire nel costruito”»[15]. Questa capacità di “costruire nel costruito” descritta da De Fusco è senza dubbio una specificità della rigenerazione urbana.

Sotto l’aspetto tipologico e formale durante il Novecento si sviluppa il movimento culturale postmodern, elaborato da Charles Jencks, in antitesi al razionalismo «e legittima la ripresa di elementi e conformazioni tratte dall’architettura di ogni tempo e paese»[16].

«Il movimento neorazionalista italiano, la Tendenza, è chiaramente un tentativo di strappare dal pericolo la disciplina architettonica dal rischio di venire scalzata dalle forze onnipervadenti della tecnica e dell’economia delle megalopoli. A dare il via a questo ci sono due pubblicazioni L’architettura della città di Aldo Rossi, nel 1966, e La Costruzione logica dell’architettura di Giorgio Grassi del 1967»[17].

Alcuni esempi stilistici di architetture che “rigenerano i luoghi” urbani sono il Centro Pompidou a Parigi di Renzo Piano ed il Guggenheim Museum a Bilbao di Frank O. Ghery. Col Beaubourg Piano rientra nell’architettura high-tech mentre Ghery nel decostruttivismo, anche Rem Koolhaas con la pubblicazione S,M,L,XL del 1985 manifesta la sua opposizione al movimento post-modern.

Una lezione particolare viene dall’esperienza di Robert Venturi e Denise Scott Brown ove essi stessi parlando di Las Vegas dichiarano: « […] questa è un’architettura di stili e di segni intesi come l’elemento principale della conformazione architettonica ed ambientale». I coniugi Venturi comunicano un legame tra la Pop Art e la Pop architecture manifestando l’esigenza di un’architettura sempre più simbolica e comunicativa. Nonostante il loro desiderio è stato affermato che fra Pop Art, il caso Las Vegas e la lettura data da Venturi e Scott Brown, non esiste alcun ragionevole legame; che essi hanno fatto della cattiva semiologia, cogliendo l’occasione di screditare questa disciplina; che il tema affrontato dalla coppia era puramente formalistico e che queste divagazioni facevano il gioco del capitalismo. Tomás Maldonado include gli autori nel «nihilismo culturale che, consapevolmente o meno, esalta lo status quo»[18].

Dal punto di vista della morfologia urbana la trasformazione dei luoghi ha avuto diverse esperienze partendo dalla trasformazione delle città attraverso i programmi di riqualificazione urbana. Paolo Colarossi ha individuato temi, regole ed elementi ove concentrare l’attenzione per ottenere le qualità morfologiche adeguate. Prima di tutto individuare gli elementi dei valori morfologici e ambientali già presenti nelle aree di intervento per la loro conservazione e valorizzazione, che possono essere panorami, visuali, patrimonio storico e archeologico, naturalistico e paesaggistico. Inoltre è necessario individuare e interpretare le relazioni funzionali da stabilire tra l’intervento e il suo contorno urbano, i tracciati di percorso e raccordo, gli ingressi all’area di intervento, la visibilità e l’evidenza dell’intervento esterno. Lo spazio pubblico è uno dei fattori decisivi per la qualità urbana e quindi è necessario individuare i tipi (piazza, giardino, parco, viale …), i margini che lo contengono e le forme dell’invaso spaziale, le articolazioni e l’arredo. Per gli edifici è necessario avere indicazioni sugli attacchi a terra (accessi, uso dei piani terra, porticati …). Christopher Alexander ha tentato di mettere appunto una teoria del disegno urbano circa l’importanza del processo, tenendo conto del carattere continuo della trasformazione partendo proprio dal disegno urbano. Alexander propone sette regole riconducibili ad una sola regola principale: cioè la città organica, assumendo l’organicità dell’insieme come il luogo di nascita, l’origine, e il creatore continuo del suo sviluppo in corso. Ad esempio, la regola 4 di Alexander per la costruzione dello spazio pubblico chiede che ogni costruzione debba creare intorno a sé uno spazio pubblico coerente e ben formato. Ogni volta che viene costruito un elemento edilizio, questo deve essere progettato e collocato in modo tale da delineare un’area pedonale ben organizzata; ad intervalli di edifici, devono essere previsti giardini che vanno studiati con cura tenendo presente l’area pedonale[19].

La metodologia scientifica di Alexander proposta per la progettazione, «con l’uso di modelli per l’analisi dei fenomeni urbanistici nasce da un atteggiamento avalutativo»[20], e fa nascere dubbi sulla validità, Einstein affermava: «I principi decisivi e necessari alle nostre azioni e ai nostri giudizi di valore non possono essere dedotti seguendo la sola via scientifica. Il metodo scientifico non può insegnarci altro che l’intelligenza concettuale delle reciproche relazioni tra i fatti […] è chiaro che nessun cammino porta alla conoscenza di ciò che è alla conoscenza di ciò che dovrebbe essere. Qualunque sia la chiarezza, la perfezione delle nostre cognizioni sull’esistenza presente, non potrebbe esserne dedotto nessun fine per nostre aspirazioni umane […] la ragione c’insegna l’interdipendenza tra i fini ultimi, i più essenziali, secondo cui si orientano i secondari […], i principi essenziali delle nostre aspirazioni e del nostro apprezzamento dei valori ci sono dati dalla tradizione religiosa del giudeo-cristianesimo».

Un altro aspetto determinate per cogliere lo stile è comprendere il metodo che costruisce le forme. Un metodo diffusissimo usato nell’arte, nell’architettura e anche nell’urbanistica è l’addizione e la ripetizione di elementi semplici geometrici, di qualsiasi forma. Ad esempio la ripetizione di elementi uguali con intervalli determina la struttura e diventa la strategia per forme insediative, si tratta di un metodo aggregativo di elementi ripetuti che formano infinite sequenze. È un metodo semplice e flessibile. Quest’approccio, non solo consente di progettare ma anche di interpretare la realtà leggendo per addizione o sottrazione le forme degli intervalli, ad esempio lo spazio pubblico e privato fra gli edifici.

Uno degli ambiti della rigenerazione urbana riguarda proprio la trasformazione di questi spazi (volumi sparsi, volumi sovrapposti, interstizi) che sono conseguenza del metodo dell’addizione e costituiscono un’enorme varietà di luoghi urbani.

forme degli intervalli
Forme degli intervalli. Fonte immagine: Spirito, In-between places, 2015

È in questi spazi che si sviluppa la cosiddetta mixitè funzionale e sociale attraverso tre categorie: il luogo della residenza, il luogo del lavoro e il luogo dello svago. «L’ambito spaziale in cui tale interazione si manifesta potrebbe essere individuato tra la quota +6,00 e la quota -6,00»[21]. In tal senso si sviluppano tre modalità progettuali: la gerarchia dei percorsi; la messa a punto di una sezione complessa; la separazione fisica degli spazi con funzioni differenti[22]. E così il tessuto urbano può essere strutturato attraverso le modalità fra edifici e suolo.

Il cosiddetto Mat-Buildings, è la proposta progettuale del Team X, che reinterpreta modelli offerti dalla città storica: lo schema ippodameo della polis, il castrum delle città romane, i modelli delle città Vedis giapponesi e la struttura urbana tra gli isolati ottocenteschi della città europea[23].

Freie Universität progetto Candalis
Freie Universität; progetto Candalis, Josic e Woods, Berlino, 1963.

Modelli insediativi sperimentano i volumi concentrici, come Aldo van Eyck attraverso il Centro congressi di Gerusalemme del 1958, «uno spazio che si espande in varie direzioni formando un organismo policentrico e multidirezionale, che permette percezioni molteplici»[24].

Aldo van Eyck
Aldo van Eyck, schema Centro congressi di Gerusalemme, 1958. Fonte immagine: Gaetano Ginex <https://arkeginex.files.wordpress.com/2015/06/i-disegni-di-aldo-van-eyck.pdf&gt; (consultato il 1 maggio 2016).

Gli esempi qui riportati si occupano di progettare lo spazio aperto sia esso pubblico o privato, e negli ultimi anni numerosi interventi di rigenerazione urbana hanno ampliato il dizionario degli interventi sviluppando temi e progettualità proprio sugli spazi aperti urbani per migliorare la qualità abitativa delle città. Negli ultimi anni, il dizionario si è arricchito di termini come junkspace (Rem Koolhaas)[25], diversità urbane (Gilles Clément)[26], agopuntura urbana (Jaime Lerner e Manuel de Solà-Morales)[27], porosità (Bernardo Secchi e Paola Viganò)[28], rammendo (Renzo Piano)[29].

Altri modelli sperimentano i volumi disposti anche in maniera sparsa o sovrapposta.

Figura 76 – Insediamento con volumi sparsi. Sauerbruch Hutton, concorso per TV world ad Amburgo, 2000. Figura 77 – Insediamento con volumi sovrapposti. Herzog & de Meuron, museo Barranca di arte moderna e contemporanea a Guadalajara, 2009.

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Milesi, Estetica della città, <http://www.esteticadellacitta.it/pdf/Il%20progetto%20della%20citta%20aperta.pdf&gt;,  (consultato il 18 giugno 2015).
[2] Ibidem.
[3] L’arte di costruire le città, 1889.
[4] Milesi, Op. cit.
[5] Pigafetta, Parole chiave per la storia dell’architettura, Milano, 2003, pag. 124.
[6] De Fusco, Storia dell’architetttura contemporanea, Bari, 2007, pag. 5.
[7] De Fusco, Op. cit., 2005, pag. 172.
[8] Gabellini, “Figure di urbanistici e programmi di urbanistica”, in G. Campos Venuti, Cinquant’anni di urbanistica in Italia. 1942-1992, Bari, 1993.
[9] «La bioregione urbana è il riferimento concettuale appropriato per un progetto di territorio che intenda trattare in modo integrato le componenti economiche (riferite al sistema locale territoriale), politiche (auto governo dei luoghi di vita e di produzione) ambientali (ecosistema territoriale) e dell’abitare (luoghi funzionali di vita di un insieme di città, borghi e villaggi) di un sistema socio-territoriale che persegue un equilibrio co-evolutivo fra insediamento umano e ambiente, ristabilendo in forme nuove le relazioni di lunga durata fra città e campagna, verso l’equità territoriale» (Magnaghi, La regole e il progetto. Un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, Firenze, 2014, pag. 6).
[10] Mehaffy & Salingaros, Verso un’architettura resiliente, 2014, pag. 2.
[11] A metà degli anni ’80 è la scuola di Los Angeles, in opposizione a quella di Chicago, e con Rayner Banham a identificare quattro modelli ecologici: le sufurbe (le città balneari lungo la costa), le colline pedemontane, le pianure e autopia (superstrade). La teoria è che la città sia un prototipo di frammentazione e differenziazione sociale in un’economia globale e in una cultura postmoderna (Macionis & Parrillo, 2014).
[12] Macionis & Parrillo, Prospettive urbane. Un approccio sociologico e multidisciplinare, Milano, 2014, pag. 121.
[13] Ibidem.
[14] De Fusco, Mille anni di architettura in Europa, Bari, 2001, pag. 577.
[15] Ivi pag. 581.
[16] Ivi pag. 573.
[17] Frampton, Storia dell’architettura moderna, Bologna, 1982, pag. 342.
[18] De Fusco, Op. cit. , 2005, pag. 98.
[19] Gabellini, Op. cit. ,  2002.
[20] De Fusco, Op. cit. , 2005, pag. 146.
[21] Salsa, La dimensione del comfort urbano, 2015, pag. 43.
[22] Ibidem.
[23] Spirito, Op. cit., 2015.
[24] Ivi, pag. 109.
[25] Koolhaas intende occuparsi della qualità del costruito partendo dal degrado degli spazi spazzatura.
[26] Si riferisce alla biodiversità ecologica come potenziale per trasformare gli spazi aperti urbani. L’approccio è quello delle pratiche urbane quotidiane di cura degli spazi pubblici con micro trasformazioni.
[27] Agopuntura urbana nacque come slogan in Brasile, ed oggi si intende un agire in modo puntuale ma diffuso dentro la città.
[28] La porosità indica l’idea di un tessuto permeabile capace di adattarsi, cambiare e rigenerare la città. Si tratta di una progressiva sostituzione dei dispositivi urbani per tendere ad una sufficienza energetica, e a stili di vita efficaci nel senso dell’ecologia profonda.
[29] L’intervento di Piano si riferisce alla riqualificazione delle periferie urbane ove si concentra la marginalità e l’esclusione sociale partendo dagli spazi interstiziale al fine di non consumare più suolo. Il disegno si occupa del singolo spazio-area-edificio prevedendo azioni semplici e puntuali.

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