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ISTAT grado di urbanizzazione 2001

Grado di urbanizzazione, ISTAT, 2001.

Tutti le istituzioni accademiche e di ricerca evidenziano e mostrano come e quanto sia aumentata la popolazione urbana mondiale. Questa fase di trasformazione è molto importante poiché cambia la vita delle persone, la loro cultura e l’uso delle risorse finite del pianeta. Le città sono il luogo più importante dell’esperienza umana e alcuni governi ne sono consapevoli. L’Italia è ancora priva di una propria agenda urbana, attenta alla propria realtà e sensibile alle disuguaglianze emergenti e ai problemi ambientali innescati da una cattiva organizzazione spaziale e da un’assenza di pianificazione.

LSE cities è un centro internazionale che svolge indagini sulle città globali, monitora e misura le loro attività: popolazione, economia, società, amministrazione, pianificazione,, trasporti e ambiente.

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Fonte immagine LSE cities.

Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

 

 

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Negli ultimi anni si sente parlare di crisi dei partiti e fine delle ideologie, e più inopportunamente di crisi della politica. Sicuramente gli organi intermedi come partiti e sindacati non godono più di tanta fiducia, ma la politica è in ottima salute. La fiducia persa nei partiti e nei sindacati e l’aumento dell’apatia dei cittadini hanno favorito l’influenza di imprese e banche nei confronti delle istituzioni, che di fatto tutelano prioritariamente il profitto dei soggetti privati a danno dell’interesse generale e dei beni comuni. Da un lato l’apatia dei cittadini danneggia l’intera cittadinanza, poiché la rinuncia a capire la politica favorisce l’egoismo delle imprese private, e dall’altro lato, orfani dei partiti, una parte della cittadinanza sperimenta forme civiche auto gestiste. La politica non è mai stata così importante poiché la crisi della rappresentanza democratica è una crisi dell’autonomia e della libertà di pensiero, intensa come la capacità creativa dei partiti nel proporre una società migliore, mentre la politica degli interessi privati guidati dalla religione neoliberale gode di ottima salute.

Mentre crolla la popolarità dei partiti per la loro distanza dai problemi delle persone, si sente l’esigenza di far rinascere gli ideali, e così associazioni e liberi cittadini si mobilitano per organizzare spesso una protesta e a volte una proposta. La gravissima recessione economica figlia della cultura neoliberale moltiplica i problemi delle persone. I temi e i problemi da affrontare richiedono conoscenze e competenze crescenti, e questo è un paradosso poiché la società si ritrova con partiti incapaci di risolvere i problemi. Ancor più grave è il fatto che i cittadini sembrano incapaci di organizzarsi in associazioni (partito) e raccogliere aiuti intorno a valori e ideali per far emergere l’interesse generale. In questa crisi di coscienze e di valori della rappresentanza, la vecchia nomenclatura dei partiti è sostituita da aggregazioni di gruppi di interesse finanziati indirettamente dalle banche e dalle imprese (think tank neoliberal e fondazioni politiche). I partiti non sono più il luogo dove si forma e cresce la classe dirigente politica, ma rimangono come strumento per concorrere alle elezioni. Vecchia nomenclatura e istituzioni sono solo una parte della politica, e negli ultimi vent’anni hanno dimostrato di essere la parte meno intelligente, meno capace di abilità creative per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Il sistema politico influenza la società, ma il reale potere è nelle mani delle imprese e nelle mani dei cittadini. E’ la cittadinanza l’oggetto di interesse sia del sistema politico e sia delle imprese. Come possiamo intuire, il potere nella società moderna, è più nascosto ma altrettanto visibile. Il potere è nella pubblicità. Nella nostra società disciplinata, il controllo sociale è prodotto da una rete complessa di regole (leggi, consuetudini, credenze, internet, pubblicità, scuola), in sostanza il potere scorre nella vita quotidiana all’insaputa delle masse popolari.

In questa complessità la recessione economica innescata dall’implosione del capitalismo da un lato mostra tutte le difficoltà delle comunità, e dall’altro mostra l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società per evolverci in un’epoca migliore.

Una parte del rapporto annuale 2015 dell’Istat è dedicato al nostro patrimonio territoriale. «L’Italia è spesso rappresentata, con uno stereotipo, come un “museo a cielo aperto”, il “Bel Paese”, ricco di attrazioni artistiche e naturali, che si distingue per la sua storia, la tradizione, l’eleganza, lo stile e la qualità della vita. Un paese per il quale la creatività, il turismo e la cultura rappresentano il vero patrimonio nazionale.  […] La vocazione culturale e attrattiva che si proietta su questa rappresentazione territoriale è definita dalla presenza sul territorio di risorse materiali o di attività che incorporano un elevato valore intangibile, cioè una forte componente simbolica di natura estetica, artistica, storica e identitaria. […] Nello specifico, in base alla definizione inclusiva qui assunta, l’insieme delle risorse culturali legate ai territori, che contribuiscono a definire l’attrattività e la competitività – effettiva o potenziale – dei sistemi locali, si articolano secondo due dimensioni principali. La prima è quella del patrimonio culturale e paesaggistico, che si riferisce alla presenza fisica sul territorio di luoghi, beni materiali, strutture, istituzioni e altre risorse di specifico valore e interesse storico, artistico, architettonico e ambientale, che possono essere fruiti attraverso una partecipazione diretta e possono costituire fattori di attrattività del territorio e un elemento competitivo di successo per lo sviluppo dei sistemi locali. La seconda dimensione è quella del tessuto produttivo/culturale. Questa seconda componente riguarda l’insieme composito di attività di produzione, distribuzione e formazione d’interesse culturale e comprende al suo interno: a) le imprese dell’industria culturale in senso stretto, come definite sulla base della classificazione Ateco; b) il meta-settore delle “industrie creative” e delle filiere d’impresa ad esse collegate, che mette insieme le attività economiche e produttive ad elevato contenuto di conoscenza e di innovazione con una forte contaminazione fra creatività e know-how (nei settori dell’architettura, design, moda, pubblicità ecc.); c) le imprese di produzione di prodotti di tradizione locale e di qualità, cioè le aziende agricole con coltivazioni e/o allevamenti Dop e Igp e le imprese dell’artigianato artistico che riflettono ed esprimono la tradizione culturale locale e nazionale; d) le attività di formazione culturale, limitatamente agli istituti di istruzione superiore artistica e musicale, ai corsi delle facoltà universitarie a specifico interesse artistico e culturale e ai corsi privati svolte in forma d’impresa (corsi di musica, di danza ecc.); e) le istituzioni non profit culturali e artistiche, che operano nella gestione di biblioteche, musei, monumenti, siti archeologici o paesaggistici, nella realizzazione di spettacoli di visite guidate, nella conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale ecc».

I contenuti del rapporto Istat rappresentano le pratiche materiali della politica, poiché riguardano l’organizzazione e l’uso delle cose. L’altra parte della politica riguarda le pratiche discorsive cioè il linguaggio, i simboli e i significati. Anche le leggi fanno parte delle pratiche materiali e per comprendere l’azione politica di partiti e istituzioni è sufficiente misurarne la forza e l’efficacia a tutela del nostro territorio.

Diversi decenni orsono, tutti i soggetti politici della vecchia nomenclatura hanno scelto di perseguire un disegno politico chiamato Unione Europea, e la loro guida culturale è la rappresentazione del pensiero neoliberale che sostituisce lo Stato col libero mercato. Tale condotta politica rappresenta un tradimento alla Repubblica italiana poiché i Trattati europei non sono compatibili coi principi della Costituzione, e Parlamento e Governo italiano da decenni hanno rinunciato a promuovere politiche industriali anche per valorizzare il territorio, poiché si è preferito favorire gli interessi privati delle imprese. Il più clamoroso tradimento è sotto gli occhi di tutti, ad esempio l’UE vieta gli aiuti di Stato mentre la Costituzione italiana prevede che lo Stato intervenga per sostenere i ceti meno abbienti al fine di rimuovere gli “ostacoli di ordine economico”, causati proprio dal libero mercato che i Trattati europei sostengono. La rinuncia a una banca centrale pubblica che faccia l’interesse dello Stato è un tradimento incredibile poiché era noto, fra gli economisti, che un sistema politico capitalista neoliberale avrebbe fatto crescere le diseguaglianze fra classi sociali e territori, tant’è che oggi esistono Paesi “periferici” danneggiati dal sistema finanziario europeo, e Paesi “centrali” favoriti da scelte politiche di austerità e da regole finanziarie come il “fiscal compact” e il “patto di stabilità e crescita”.

La Repubblica italiana potrebbe e dovrebbe investire nella rigenerazione del proprio patrimonio, ma Parlamento e Governo anziché riformare lo stupido sistema neoliberale dell’UE, continua a sostenere le scemenze della religione economia neoclassica (pratiche discorsive), contribuendo a danneggiare le generazioni presenti e future.

Sono le persone e le relazioni fra di esse a fare la politica; se abbiamo una classe dirigente corrotta e inadeguata, dobbiamo solo guardarci allo specchio e non perché noi siamo gli attori di illeciti e scelte sbagliate ma perché siamo responsabili della nostra inerzia nei confronti della classe politica, chiusi nel nostro egoismo e isolati grazie alla nostra ignoranza.

E’ nostro dovere morale cambiare una condotta indegna e incivile per promuovere azioni strategiche e unirci in quei movimenti che stanno sostituendo la vecchia nomenclatura, ad esempio DiEM25 è senza dubbio uno di questi. Abbiamo il potere di produrre un linguaggio e obiettivi per cambiare i paradigmi culturali e favorire la nascita di classi dirigenti più adeguate discutendo sulle pratiche materiali della politica: auto sufficienza energetica, occupazione utile, rigenerazione urbana bioeconomica, valorizzazione del territorio, sovranità alimentare.

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Tempo fa osservavo due fenomeni rilevanti, entrambi effetto dell’ignoranza e della recessione, il primo è che noi cittadini cominciamo a parlare della cosa pubblica (fatto sicuramente positivo), ed il secondo è che crediamo di parlare di economia (fatto negativo), evitando di entrare nel merito delle argomentazioni. Durante i dibattiti pubblici che ho assistito, spesso non si parla di economia e di politiche economiche, ma di diritti (sovranità monetaria, ristrutturazione del debito, etc.). La cosa strana è che anche gli “esperti” ed i politici dicono di parlare di politiche economiche, ma nella realtà parlano di finanza (spread, interessi, etc.), o parlano di diritti (ristrutturazione del debito), nessuno parla di economia. Se volessimo capire l’economia sarebbe sufficiente leggere un testo di ecologia applicata, solo così potremmo iniziare a comprendere cosa sia l’economia, e poi osservare l’incompatibilità fra le leggi della natura e le opinioni di quella che viene chiamata economia neoclassica, un mucchio di credenze completamente avulse dalla realtà che ruota intorno a noi. E così a causa della recessione i movimenti politici che raccolgono consensi crescenti non lo fanno su una proposta di nuova società, ma sulla richiesta legittima, di rispettare i diritti o di allargarli, ma nessuno di loro mostra chiaramente come potrebbe cambiare la vita per gli esseri umani uscendo dal capitalismo grazie al cambio dei paradigmi culturali attraverso la bioeconomia, che si attua anche con un mix di strategie (organizzazione della comunità) e l’impiego delle migliori tecnologie, oggi persino a buon mercato. In questo modo si troverebbe la soluzione concreta a tre argomenti fondamentali, ma ostaggio della demagogia e della retorica: lavoro, ambiente e democrazia.

E’ il sistema capitalistico a non funzionare, pertanto la soluzione non può essere ricercata rimanendo sul medesimo piano ideologico. Syriza e Podemos propongono un controllo del debito pubblico e privato per conoscerne la natura e gli effetti negativi nei confronti dei popoli, cosa corretta ed auspicabile al più presto. La soluzione suggerita da Syriza e Podemos è il ripristino delle politiche keynesiane per sostenere il potere d’acquisto degli stipendi salariati e stimolare nuovamente i consumi, cioè si ripropone la crescita del PIL, niente di più sbagliato e poco auspicabile. Le posizioni politiche di Syriza e Podemos hanno una virtù di carattere politico e giuridico che si sostanzia nel dire: è lo Stato che deve promuovere una politica industriale e non il libero mercato, una visione socialista a mio avviso corretta ed auspicabile visto che le borse telematiche non hanno un’etica, e tanto meno perseguono un interesse generale. La visione auspicata ha un difetto non trascurabile, e cioè ignorare la storia e la natura profonda della crisi insita proprio nel sistema capitalistico che impedisce lo sviluppo umano, ed i programmi di Syriza e Podemos hanno il difetto culturale di restare nel piano ideologico obsoleto mostrando un limite di penetrazione storica, poiché le politiche keynesiane hanno avviato la distruzione degli ecosistemi promuovendo l’illusione psicologica che la felicità sia insita in un posto di schiavitù, basti pensare all’industria di Stato che ha investito in modelli che hanno generato morte e distruzione, basti pensare agli investimenti bellici, ed altro ancora. L’Ottocento ed il Novecento mostrano i limiti sia delle politiche di Stato che le politiche liberiste, poiché sono la faccia della stessa medaglia, appartengono entrambe all’economia neoclassica che ignora l’entropia, e non bisogna commettere l’ingenuità e l’arroganza, speculando anche sulle difficoltà umane, di credere che se ripristiniamo le politiche keynesiane tutto migliorerà, ma è la storia a dire loro che stanno sbagliando, e non sotto il profilo giuridico, assolutamente condivisibile, poiché è evidente che lo Stato debba tornare ad avere un ruolo primario, ma sotto il profilo culturale e morale poiché non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili, e bisogna smetterla di formare schiavi e consumatori. E’ interessante la proposta post-keynesiana che parte dall’endogeneità della moneta che ribalta la teoria liberale; ecco, introdurre la moneta pubblica a credito significa affrontare uno dei grandi mali della nostra società. Ritengo che bisogna correggere la teoria sull’effettiva domanda aggregata, poiché in un pianeta di risorse finite non è possibile sostenere la domanda aggregata ma solo quella socialmente utile indicata dalla bioeconomia.

E’ necessario compiere un’evoluzione tesa a riconoscere che solo la bioeconomia può programmare un piano di sostenibilità, uscendo dalla religione capitalistica e abbandonare indicatori obsoleti e fuorvianti come il PIL, e il rapporto debito/PIL. E’ noto che gli indicatori politici più importanti sono quelli che valutano l’ambiente, la salute, la cultura e la bellezza del paesaggio. Le difficoltà dei popoli si risolvono mettendo lo sviluppo umano al centro dell’azione politica. I popoli hanno la necessità di ripristinare processi di auto determinazione, e strumenti semplici ed efficaci per prendersi cura dei propri territori, nell’ottica del riuso, del recupero e stimolare un indotto lavorativo immenso. Non solo lo Stato deve riprendersi il suo ruolo, ma deve compiere un’evoluzione culturale rispettando i diritti e promuovendo attività biocompatibili coi limiti delle risorse finite, e scollegando tutti i consumatori dal mondo virtuale dei consumi compulsivi, per mostrare la bellezza della vita e del mondo. Riappropriandosi del controllo della moneta, a credito e non più a debito, è necessario che lo Stato ed i parlamenti vietino i sistemi fiscali occulti, i paradisi fiscali e quant’altro, e siano coerenti con l’etica, la tutela della salute umana e dell’ambiente e si cominci a conservare e tutelare il territorio, rendere l’istruzione libera dai dogmi obsoleti e indirizzare la ricerca verso l’utilità sociale uscendo dal mero profitto. Non si tratta di uscire o entrare nell’euro, si tratta di cambiare la natura giuridica della moneta, e trasformarla in uno strumento di credito, un mero strumento di misura degli scambi, liberandola dalla truffa dello scambio coi Titoli garantiti da un ambiente immorale come quello delle borse telematiche e delle agenzie di rating, in pieno conflitto di interessi. Ci vuole un periodo di transizione per uscire dalla finanza virtuale, approdare nell’economia reale ed entrare nella bioeconomia. Riequilibrare le transazioni accertandone la veridicità giuridica, saldare gli scambi reali e far partire l’economia reale condizionata dalle leggi della natura.

Abbiamo già assistito agli effetti negativi e degenerativi del populismo consapevole ed inconsapevole: aumento dell’apatia dei cittadini e rischio della tenuta sociale di un Paese lasciato allo sbando, facile preda del caos e dei regimi autoritari, e questo può accadere per il doppio effetto sia dell’implosione del sistema capitalistico e sia per l’immaturità e l’irresponsabilità di chi si propone sulla scena politica, ma è incapace di governare i periodi di recessione ed è incapace di avviare una transizione culturale, politica ed economica.

Se da un lato si compie una lotta politica per ripristinare diritti fondamentali, sarebbe altrettanto responsabile ed auspicabile che si presenti una visione sostenibile della società (ed ecco la politica economica), affinché i cittadini possano attivarsi in tal senso e costruire una comunità veramente libera. Una volta che gli Stati si riprenderanno le proprie sovranità in una vera comunità europea, sarà determinante divulgare la visione bioeconomica della società (politica economica). Le imprese, da sole, avranno interesse nell’assumere nuovi occupati impiegati in attività virtuose, poiché è la ricerca e la creatività umana che inventano il lavoro, è l’immaginazione dei progettisti che stimola nuova occupazione, e non i politici che dovrebbero servire e non essere asserviti. I cittadini consapevoli possono investire nell’immaginazione del design e iniziare a prendersi quella parte di responsabilità avviando il cambiamento della società, senza attendere soluzioni che non possono venire dall’inerzia di un corpo incancrenito: l’obsoleta rappresentanza politica. In fin dei conti, è sufficiente capire come funzionano le istituzioni bancarie ed orientare il credito verso progetti sostenibili. Il primo passo è la coordinazione delle azioni, la condivisione dei valori, in sostanza ricostruire il senso di comunità e dialogare intorno a progetti utili all’evoluzione umana riscoprendo la bellezza. In questa visione Syriza e Podemos potrebbero tornare utili se hanno l’umiltà di conoscere ed assecondare una visione politica evolutiva che sostituisce il capitalismo con la bioeconomia. Leggendo i loro programmi citano la “conversione ecologica”, ma la loro comunicazione è priva di soluzioni coerenti con lo slogan, forse dovrebbero indagare e scoprire che la “conversione ecologica” nasce con la bioeconomia di Georgescu-Roegen, così come la decrescita felice. Buona parte della loro comunicazione è concentrata sulla denuncia e la richiesta di una legittima moratoria sul debito, quando queste richieste saranno accolte sarà necessario occuparsi della qualità della vita, e far crescere il PIL non sarà utile, come ricorda egregiamente un discorso di Bob Kennedy del 1968.

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Uno dei punti del programma politico di Podemos è la cosiddetta “conversione ecologica“, un tema recente per il mondo dei politici, ma ben conosciuto nell’ambito accademico, culturale e persino industriale. Il tema affonda le proprie radici e la propria ragione di essere nelle applicazioni e nelle trasformazioni della produzione industriale di merci; sin dal dopo guerra la crescita ha aumentato la produzione del cosiddetto prodotto interno lordo in tutti i paesi occidentali, e questo aumento ha fatto corrispondere un aumento dell’occupazione dagli anni ’50 fino agli anni ’80, e poi con l’informatica, le nuove tecnologie e l’impiego dei robot una crescente riduzione degli occupati, ma una continua crescita della produzione di merci. Dagli anni ’80 la crescita non sempre è coincisa con una migliore qualità della vita, anzi la globalizzazione ha sostenuto e incentivato la delocalizzazione delle produzioni industriali facendo ridurre ulteriormente il numero degli occupati. Mentre accadeva tutto ciò Nicholas Georgescu-Roegen dimostrava con precisione matematica tutto l’impianto truffaldino dell’economia neoclassica, precedentemente criticato da Keynes, Daly, Schumpeter e Marshall. In ambito intellettuale anche i non economisti prefiguravano il fallimento della modernità, Illich, Mumford, Pasolini, prendendo spunto da riflessioni di Aristotele, Platone, Heidegger, Weber, Sombart, Arendt.

Georgescu-Roegen Produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen, produzione fondi-flussi

Georgescu-Roegen correggendo la funzione della produzione prefigurava la bioeconomia e la conseguente decrescita selettiva delle produzioni inutili, proponendo di ristabilire l’equilibrio ecologico con l’analisi dei flussi di energia e materia, abbinata all’etica delle scelte politiche.

Una vera e sincera conversione ecologica dell’attuale modello è possibile solo uscendo dal capitalismo e dagli obsoleti paradigmi dell’economia neoclassica che ignora l’entropia, detesta la democrazia e rinnega l’etica. Il fatto che gli odierni livelli di produzione delle merci, dettati dagli interessi del WTO e assecondati dagli stati occidentali, siano insostenibili e dannosi per la sopravvivenza umana, è ormai, credo, una concezione data per scontata, anche per coloro i quali che affermano il contrario, ma lo fanno poiché sono i prezzolati sostenitori dello status quo. E’ ragionevole credere che sia meno scontato il fatto che bisogna uscire dal capitalismo per arrestare l’autodistruzione e transitare in un’epoca nuova.

La buona notizia è che alcuni ambiti industriali hanno investito nella bioeconomia, altri lo stano facendo anche nella chimica (uscendo dalla chimica petrolifera) e nell’agricoltura per tornare ai ritmi della natura; e persino uno dei settori più impattanti, quello delle costruzioni, possiede conoscenze avanzate e consolidate per avviare una conversione ecologica, garantendo persino la sufficienza energetica di tutto l’ambiente costruito applicando l’uso razionale dell’energia, la rigenerazione urbana figlia della “sostenibilità forte”, e con l’impiego di un mix tecnologico. L’ostacolo a questa ambizione è la corruzione, l’arroganza e l’ignoranza dei politici, il legislatore, e settori di imprese e banche che sostengono l’economia del debito e l’esclusiva dipendenza dagli idrocarburi. Un altro ambito virtuoso è il mondo del riuso e del riciclo totale, così come la mobilità intelligente, e sono tutti rallentati, osteggiati dalle ragioni sopra accennate ed ampiamente note alla cittadinanza, ahimé poco consapevole dell’opportunità di transitare fuori dal capitalismo e dentro la bioeconomica, che crea nuova occupazione utile.

Podemos e Syriza hanno l’opportunità di approfondire e presentare un progetto di bioeconomia per l’Europa e per i propri paesi affrontando e risolvendo, con un unico approccio culturale, tre problemi atavici della modernità: lavoro, ambiente e democrazia.

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Nonostante il tema del governo del territorio, ossia dell’urbanistica, sia ampiamente conosciuto e riconosciuto, studiato, e approfondito nell’ambito accademico e professionale, e nonostante sia noto e sia riconosciuto in tali ambienti il fatto che governare il territorio significa determinare la propria ricchezza, nel senso più ampio del termine, non solo materiale, ma anche culturale e spirituale, nonostante tutto ciò, assistiamo alla presentazione di un decreto immaturo e anacronistico rispetto al contesto della depressione economica nazionale generata da un paradigma culturale del tutto obsoleto. «L’urbanistica viene già individuata come una tecnica della prassi politica», per rimanere ancorati alla legge germanica del 1875 e dirla alla Manfredo Tafuri, e quindi con tutte le conseguenze del caso, noti i conflitti che l’urbanistica genera quando l’interesse generale viene sostituito dalla religione neoliberista. La proposta di nuova legge urbanistica nazionale del Governo nasce da un impianto culturale vecchio ed obsoleto, non affronta in maniera compiuta le esigenze degli abitanti e la complessità della questione urbana determinata da vecchi vizi: rendita e conflitto fra poteri, politica e istituzioni. Mentre da decenni altri Paesi investono in programmi adeguati, sperimentando ed innovando (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel), il mondo dei nostri dipendenti politici va in direzioni sbagliate, oppure è del tutto inerte alle esigenze degli abitanti che vivono nelle città ed è del tutto inerte di fronte alle opportunità di nuovi modelli decisionali dal basso. Spesso si è preferito la strada dei grandi appalti e dei grandi eventi, e spesso dietro questi appalti ed eventi si celava il noto e solito malcostume di politici e imprenditori. Nella sostanza la società civile con le proprie capacità creative ed i suoi bisogni si trovano su di un piano, mentre i dipendenti eletti vivono sul piano ideologico che rappresenta un’élite ristretta, ma non rappresentativa dei problemi veri della società.

Non si ha il coraggio di ripristinare il valore del disegno urbano restituendo dignità alla creazione culturale del piano che “organizza” la città nella sua interezza, uscendo dalla deriva politicizzata dei piani dei Sindaci declinati in interventi puntuali ed elettoralistici. Non si ha il coraggio di affrontare il problema della rendita ed il “regime dei suoli” (l’esperienza dell’ex Ministro Sullo fu significativa), non si ha il coraggio di definire un uso razionale delle risorse, e non si ha il coraggio di proporre una nuova visione culturale partendo dalla resilienza e dalla bioeconomia rispettando l’articolo 9 della Costituzione, sia per pianificare correttamente gli ambienti urbani già costruiti, e sia per conservare l’immenso patrimonio storico, architettonico e archeologico italiano.

Un’osservazione non di poco conto è la constatazione che da diversi anni il Parlamento, che ha il potere legislativo, abdica sistematicamente al proprio ruolo costituzionale lasciando che siano i decreti governativi a far nascere il “dibattito” parlamentare su temi vitali per la Nazione. Tale anomalia si ripercuote in maniera negativa sulla qualità democratica delle decisioni poiché le forze politiche, elette e pagate dai cittadini per legiferare, rinunciano al proprio diritto dovere, e troppe volte i decreti governativi diventano legge grazie al “voto di fiducia” sostenuto dalle maggioranze di turno. In tale maniera viene mortificato anche il diritto costituzionale delle minoranze di turno che intendono apporre emendamenti per migliorare le singole proposte. Sono diversi anni che le maggioranze parlamentari violano il principio di separazione dei poteri.

howard3bEntrando nel merito: I temi della “ricostruzione, recupero e riqualificazione” nascono come risposta alle cattive condizioni igieniche ed ambientali prodotte dalla rivoluzione industriale del XIX secolo. Dal secondo dopo guerra (D.L. 145/1945) nascono i piani di ricostruzione per far ripartire il Paese che diedero vita al famoso boom economico. In Inghilterra si cominciò sin dal 1938 (Green Belt Act), poi gli USA nel 1958 con il Federal Urban Renewal programm. Questi programmi politici furono influenzati dalle teorie utopiste dell’Ottocento ove si progettavano città nuove e sostenibili: garden city, city beautiful, etc. che ambivano a sviluppare una sensibilità ecologista. Una sensibilità che non fu accettata dai politici italiani piegati agli interessi delle lobbies della speculazione edilizia che mercifica i suoli. Negli anni ’60 l’esperienza di Fiorentino Sullo dimostra tutta la cattiva fede dell’ambiente politico, poiché la sua proposta attaccava la rendita attraverso l’introduzione dell’esproprio generalizzato dei suoli, tant’è che se fosse stata introdotta quella norma molti costruttori non avrebbero potuto distruggere e speculare contro gli ecosistemi e contro il diritto alla casa.

In Italia con la legge 457/1978 si avviarono i piani di recupero individuando le “zone di recupero” ed i “piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente”. Negli anni ’90 c’è stata l’esperienza dei “programmi complessi” circa il governo del territorio che ha avuto le sue esperienze sul tema della “riqualificazione urbanistica”.

Il paradigma culturale che ha guidato la ricostruzione delle nostre città prima, e l’espansione urbana dopo, è stato quello del consumismo più sfrenato e la progressiva crescita del nichilismo, e tutt’oggi rimane il paradigma predominante di buona parte degli amministratori pubblici, nonostante la proposta dell’UrBES.

La proposta del Governo ambisce a sostituire la legge urbanistica nazionale, e non c’è alcun dubbio che l’intenzione sia fondata e meritevole, ma la proposta non scalfisce minimamente i problemi del governo del territorio condizionati dall’apatia e dal nichilismo dei cittadini, dalla corruzione, dalla rendita, dalla finanza e dall’obsoleto paradigma culturale della crescita infinita.

Fra le finalità del decreto (art. 1) esiste anche l’insano principio di concorrenza totalmente avverso ad uno dei principi della progettazione sostenibile: l’olismo. In tal modo il decreto avvalora ancor più la distruttiva consuetudine di mercificazione del territorio e dei beni immobili, tutto ciò che finora ha contribuito a distruggere gli ecosistemi e l’identità delle città. Aberrazione feudale: il comma 4 del decreto introduce un potere di mercato incostituzionale affidando ai proprietari degli immobili, non allo Stato e non ai cittadini, il diritto di iniziativa, in tal senso si torna indietro di molti secoli e si suggerisce di conformare una vecchia consuetudine scorretta che consiste nell’accorpare proprietà immobiliari prima dei cambi di destinazione d’uso. E’ con questo sistema che sin dagli anni ’50 in poi si sono create le rendite di posizione, le speculazioni, e si sono pianificati interi quartieri ghetto. Con questo principio feudale le rendite di posizione sono legittimate nel perseguire la propria avidità. Sicuramente il principio del coordinamento fra Enti istituzionali (art. 5 del decreto) aiuta la condivisione di valori e obiettivi strategici territoriali individuati in una Direttiva Quadro Territoriale (QDT), e tale approccio può essere utile per correggere elementi negativi emersi delle leggi regionali, così come cogliere elementi positivi emersi dalle stesse Regioni al fine di ridistribuire conoscenze e pratiche virtuose su tutto il territorio nazionale per tendere ad una maggiore coerenza costituzionale rispetto all’articolo 9 della Carta. Un’altra indicazione corretta è senza dubbio il riconoscimento di ambiti territoriali unitari che possono produrre piani adeguati ai Comuni ricadenti negli stessi ambiti. L’art. 6 sostituisce il DM 1444/68 che individuò lo zoning e la soglia minima attraverso lo standard ab/mq, mc/mq, e se da un lato l’art.6 annuncia lo standard di qualità, è del tutto pericoloso cancellare gli standard quantitativi ed il concetto di limite inderogabile poiché si apre l’opportunità a pianificazioni speculative, anche se di fatto già esistono pratiche speculative generate da conflitti di interesse e rendita. Cancellando il concetto di standard minimo si apre il rischio concreto che i Comuni, cioè lo Stato, non siano più obbligati a garantire servizi minimi quantitativi, e così che gli standard possono essere individuati in maniera soggettiva da ogni Comune rispetto alle esigue risorse che lo Stato centrale fornisce loro, ed inoltre gli amministratori spinti dall’obbligo di pareggiare il bilancio saranno legittimati a tagliare servizi e/o affidare i servizi ai privati secondo il principio di concorrenza con l’evidente conseguenza di escludere classi sociali dallo loro fruizione. Uno scenario inquietante: finora i Comuni erano costretti o ad espropriare o scambiare suoli con gli interessi privati per progettare i servizi minimi misurati con criteri oggettivi (ab/mq). Una volta eliminata questa misura minima (ab/mq) e sostituita con criteri soggettivi (un’opinione) accadrà che i privati potranno cancellare dai bilanci anche questa spesa “inutile”. Quando le Regioni avranno legiferato le proprie norme urbanistiche interpretando l’art. 7 nella direzione neoliberista, accadrà che i Comuni potranno deliberare piani col principio di “concorrenza” e “flessibilità”, il che potrebbe significare contraddire i principi ed i diritti dello Stato sociale previsti dalla Costituzione. L’art. 8 intende illusoriamente affrontare il tema della disparità di trattamento dei suoli (principio di indifferenza dei proprietari) innescato dal mercato delle aree edificabili. Il legislatore ed i Governi italiani preferiscono continuare ad ignorare le buone pratiche di alcuni paesi nordici, che hanno dimostrato l’efficacia di una corretta pianificazione e gestione pubblica attraverso il diritto di superficie che non cancella la proprietà privata degli alloggi, e consente all’Ente pubblico di perseguire una razionale organizzazione delle abitazioni con i servizi raggiungendo l’obiettivo dell’interesse generale.

Il decreto è costruito su convenzionali impianti culturali e tecnici di ordinaria amministrazione, dalla “trasferibilità e commercializzazione dei diritti edificatori” (art.10, 11 e 12) alle «politiche di rinnovo urbano per la rifunzionalizzazione, valorizzazione e recupero del patrimonio e del tessuto esistente, delle periferie, delle aree dismesse e per il ripristino ambientale e paesaggistico delle aree degradate» (art.16). Secondo il decreto il «rinnovo urbano si attua per mezzo della conservazione, della ristrutturazione edilizia, della demolizione, della ricostruzione di edifici e la ristrutturazione urbanistica, di porzioni di città, e di insediamenti produttivi ed è realizzato attraverso un insieme organico e coordinato di operazioni, finalizzate all’innalzamento complessivo della qualità urbana e dell’abitare, alla valorizzazione, alla rigenerazione del tessuto economico sociale e produttivo, nel rispetto delle dotazioni territoriali essenziali di cui all’art. 6, secondo principi di sostenibilità economica sociale e ambientale», questi sono i passaggi più “significativi” del decreto. L’art. 17 prevede strumenti coattivi ed inutili per raggiungere l’obiettivo politico soggettivo del “rinnovo urbano”, e tale processo può innescare dannosi processi di gentrificazione sorti nei paesi anglosassoni attraverso deregolamentazioni e privatizzazioni degli interessi urbanistici e già accaduti anche in Italia. Il decreto anziché copiare ed introdurre modelli partecipativi dal basso preferisce strumenti autoritari e conflittuali. Nell’art. 16 (commi 8,9 e 10) si prefigurano anche le procedure che possono produrre gentrificazione adottando i tradizionali processi amministrativi, per nulla maturi ed idonei a gestire obiettivi che prevedono “abbattimenti e ricostruzioni di porzioni di città”, ignorando completamente le esperienze virtuose dei bilanci partecipativi sorti a Porto Alegre già nel 1989. Il comma 7 dell’art. 16 prevede persino operazioni di rinnovo urbano realizzate in assenza di piano operativo previo accordo urbanistico fra Comune e privati. Tradotto in termini etico sociali si apre alla prospettiva antitetica del concetto generale ed elementare di pianificazione, si legalizza un’idea malsana di organizzare il territorio secondo cui chi dispone delle risorse può trasformare il territorio a suo piacimento e godimento, e pertanto si normalizza la consuetudine già esistente di presentare progetti speculativi avulsi dal contesto e dall’identità dei luoghi col risparmio netto sulla tangente da parte del corruttore.

In sostanza il decreto riprende principi di recupero del patrimonio edilizio esistente e rilancia una politica sull’edilizia popolare oggi chiamata sociale (art. 18 e 19), ma non c’è alcun elemento culturale innovativo. Non bisogna neanche dimenticare che a fronte di tale proposta la volontà concreta nel perseguire il recupero urbano si trova nella politica economica di Governo e Parlamento, ed è noto che queste maggioranze politiche si rifiutano di adottare il principio fiat money e ripensare l’obsoleto sistema bancario e fiscale dell’UE (patto di stabilità e crescita interno). Ad esempio, se confrontiamo Italia e Inghilterra notiamo che entrambi i paesi all’inizio del secolo novecento controllavano la propria moneta e la banca centrale (politiche autarchiche); ed entrambi i paesi investirono in politiche per costruire nuove città (con caratteri culturali diversi). L’Inghilterra costruì città secondo il modello delle garden city ed in misura minore accade anche in Italia, ma il fascismo eresse l’urbanistica a tecnica per imporre la propria ideologia, da un lato facendo danni nei centri storici e dall’altro costruendo nuove città (fra il 1890 e il 1900 accade anche negli USA il potere politico impose la proprie ideologia, ma essi imposero il modello city beautiful). Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia perse la propria sovranità, ed oggi paghiamo ancora il danno politico di quella sconfitta. Dopo 71 anni è evidente a chiunque il profondo cambiamento della società. Nel 1978 in Inghilterra fu elaborato un “libro bianco” denominato Policy for the Inner city, con soldi pubblici, per promuovere politiche di “rigenerazione urbana”. Pochi anni dopo ci fu la svolta neoliberista, e la rigenerazione fu investita dagli interessi privati diminuendo/cancellando gli investimenti pubblici e causando fenomeni di gentrificazione. Dopo anni di politiche pubbliche (il prestito del piano Marshall), anche in Italia si avviarono progetti pubblici/privati con i “problemi complessi” durante gli anni ’90, ma a differenza dell’Inghilterra, senza una banca pubblica che fa gli interessi dello Stato è impossibile investire in politiche industriali di pubblica utilità (dal 1981 il Governo Forlani avviò il percorso di privatizzazione di Banca d’Italia). Dal 1948 al 1971 (fine del gold standard) la lira ebbe un comportamento simile al “cambio costante” col dollaro, e la Repubblica generò il boom economico. Dopo il 1971 cominciarono le politiche inflazionistiche e quando poi si avviò il progetto SME (oggi l’euro), i Governi italiani smisero di produrre politiche industriali nazionali abbracciando l’ideologia globalista e favorendo indirettamente e/o direttamente la crescita della Germania a danno dei cittadini che pagano le tasse. La stessa analisi che mette in luce l’importanza della sovranità monetaria e l’autonomia politica di scegliersi una politica industriale, può essere svolta leggendo le politiche promosse negli USA a favore delle città grazie all’influenza del Congresso verso la FED; ed ugualmente accade in Cina che investe in politiche urbane grazie all’energia della sovranità monetaria; un potere che non hanno i Paesi aderenti all’euro zona condizionati da interessi contrastanti interni (incapacità culturali dei propri Governi e indicatori obsoleti), ed esterni (debito estero, borse telematiche e agenzie di rating). Se l’Italia intende rilanciare le politiche urbane, così sembra attraverso il CIPU (Walter Vitali, Strategia europea 2020 e Agenda urbana nazionale), può farlo in maniera efficace e seria riformando profondamente l’UE cambiandone i paradigmi culturali (uscendo dall’economia del debito), oppure uscendo dal sistema dell’euro zona, poiché l’ideologia neoliberista e l’austerità (fiscal compact) dell’UE danneggiano anche il mondo delle costruzioni: “il Patto di stabilità interno, continua a penalizzare gli investimenti in opere pubbliche più utili al territorio come quelli per la difesa del suolo, per gli edifici scolastici e per la funzionalità della città” (ANCE, Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, 8 luglio 2014, pag.10).

Sul profilo del “rinnovo urbano” l’impianto è condivisibile, ma il decreto che intende far ripartire le costruzioni sembra nascere dallo stesso piano ideologico che le ha fatte crollare: la crescita non finalizzata all’utilità sociale e al bene comune poiché non si coglie alcuna intenzione di uscire dalla speculazione edilizia. Non c’è alcun riferimento a cambiare la fiscalità locale per evitare che i Consigli comunali, pur di fare cassa e perseguire l’obbligo del pareggio di bilancio, rinuncino a mercificare nuovi suoli agricoli. Non c’è alcun riferimento alla resilienza urbana, nessun riferimento alla naturale connessione fra urbanistica ed energia, nessun riferimento all’introduzione di tecniche per il recupero del plusvalore fondiario, e nessun riferimento all’avvio di processi partecipativi popolari.

Sicuramente la pubblicazione del decreto può far nascere e sviluppare un dibattito su un tema fondamentale per l’economia e la qualità di vita degli abitanti della Nazione, e sicuramente il mondo accademico e professionale italiano ha le capacità per migliorare il testo e suggerire al legislatore integrazioni e modifiche per innovare l’indirizzo culturale del decreto. Gli addetti ai lavori sanno come “aggiustare” le città: Istituto Nazionale di Urbanistica, Uscire dalla crisi, le risorse per la rigenerazione delle città e dei territori. Il dubbio legittimo è che Governo e legislatore non abbiano alcun interesse nell’ascoltare le legittime proposte di urbanisti che sanno come governare eticamente il territorio, basti ricordare la storia delle proposta di Fiorentino Sullo.

Priorità:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della sostenibilità forte.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi  attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Considerata l’inadeguatezza della classe politica, è necessario che i cittadini ispirati dalla valida esperienza culturale e imprenditoriale di Andriano Olivetti capiscano di dover fare a meno di certe categorie di individui inutili e dannosi allo sviluppo umano. Ricostruendo le comunità, cittadini possono auto governarsi e proporre le dovute modifiche ai piani comunali copiando le migliori pratiche ed esperienze già svolte nel resto del mondo (Vauban a Friburgo, BedZED a Londra, Solar city a Linz, Hammarby Sjöstad a Stoccolma, eco-viikki ad Helsinki, Loretto e Mühlen a Tubinga, Jonction a Ginevra, Bullinger a Zurigo, Ecoparc a Neuchâtel). I cittadini hanno, la forza e l’energia, se lo desiderano e se si appropriano con consapevolezza, responsabilità e maturità del governo del territorio, hanno il diritto, hanno gli strumenti giuridici (cooperative di comunità), ed hanno l’opportunità di pianificare comunità sostenibili attraverso la scelta di urbanisti dotati di certe sensibilità che attraverso l’approccio adeguato possono promuovere rigenerazioni dei tessuti edilizi con un adeguato disegno della morfologia urbana. I cittadini possono sfruttare gli enormi vantaggi delle odierne tecnologie con l’impiego di un mix tecnologico delle fonti energetiche alternative. Altre comunità nel mondo lo stanno facendo da tanti anni migliorando la propria esistenza verso un’evoluzione della specie umana. L’urbanistica e l’architettura rimangano comunque arti e mestieri testimoni delle capacità umane, siano essi segni che mostrano una regressione (le città nichiliste del consumo e dello spreco) o dell’evoluzione umana (le città della cultura e della tutela ambientale).

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“estratto” da: Dalla resilienza alla rigenerazione.

La bioeconomia ci informa che bisogna tener conto di costi che l’economia classica ignora sempre: gli effetti collaterali di cattive progettazioni e trasformazioni che fanno aumentare l’entropia. Le città costruite stanno facendo pagare i danni ambientali, sanitari, e sociali a tutti i cittadini. Un esempio banale per capire di cosa parliamo è l’effetto di una pessima mobilità, cattiva distribuzione dei servizi che peggiora la nostra qualità di vita poiché trascorriamo ore nel traffico consumando idrocarburi inquinanti. Come misurare il danno economico per l’assenza di biblioteche civiche? Come misurare l’infelicità per l’assenza di teatri? L’assenza di piste ciclabili? Come misurare l’infelicità per l’assenza di parchi, spazi aperti e il mare pulito? Come non tener conto della felicità di coltivare un orto sinergico? Come ignorare l’opportunità di realizzare quartieri autosufficienti energeticamente? L’economia classica ignora questi costi mentre l’approccio multi-criteria considera anche questi aspetti che fanno comprendere l’importanza di rigenerare le città costruite male.

Il contenuto tecnico di un piano regolatore generale (piano strutturale comunale, piano urbanistico comunale) attribuisce a ciascun suolo (zona) particolari destinazioni d’uso e particolari quantità e tipologie di edificazione, espresse in indici e parametri di carattere sintetico e analitico. La città è percepita come prodotto d’un processo economico ed i soggetti che interagiscono misurano gli scambi di questo processo con la moneta. Una volta lo Stato forniva la moneta necessaria per soddisfare gli obiettivi dei piani regolatori – costruzione degli standard minimi necessari – attraverso l’istituto dell’esproprio, e il finanziamento diretto. Da qualche decennio è consuetudine cercare la moneta necessaria nel libero mercato, pertanto mercificando i suoli saranno i soggetti privati a finanziare gli standard minimi necessari previsti per legge. Pertanto, circa il governo del territorio i Comuni applicano un paradigma materialista e si comportano come i soggetti privati cercando un profitto attraverso le logiche del mercato per pagare i servizi pubblici. In questo processo i Comuni attribuiscono un prezzo ai suoli edificabili – generando una rendita – ed i privati per realizzare i propri interessi pagano quel costo e la costruzione dei servizi pubblici. Di recente i proventi dell’attività edilizia (oneri di urbanizzazione) possono essere usati persino per le “spesa corrente” dei comuni, di fatto incentivando il consumo di suolo agricolo per conseguire l’obbligo del pareggio di bilancio.

Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, e prezzo e costo. I piani, nonostante debbano garantire la realizzazione di standard minimi, possono distruggere valore – paesaggio, ambiente, patrimonio architettonico – ad un determinato prezzo e smentire il principio costituzionale della tutela del paesaggio, dei patrimoni e del diritto alla salute. Per questo motivo l’espansione urbanistica che produce un aumento dei capitali non è di per se un valore, se questa operazione danneggia l’ambiente, il paesaggio e la qualità morfologica della città. Nei piani regolatori generali tutto ciò che riguarda indici e superfici edificabili (carico urbanistico) rappresenta una merce, ma non è certo che questa merce sia un valore per la collettività e per l’interesse pubblico. I piani dovrebbero distinguere i beni dalle merci e pensare in un modo diverso. Le tecniche di scambio come la perequazione dovrebbero riflettere un cambio di paradigma poiché i premi volumetrici (aumento dell’entropia) generano una rendita che probabilmente non è necessaria per l’interesse pubblico. Bisognerebbe comprendere che i valori, i beni, sono prioritari rispetto alle merci, e quindi bisognerebbe puntare al bene sociale, all’eco-efficienza e alla sufficienza energetica, alla sovranità alimentare, alla prevenzione del rischio sismico, alla tutela del patrimonio storico-architettonico poiché sono beni e non merci.

Le pubblicazioni di Kevin Lynch[1] e Gordon Cullen[2] ci insegnano che oltre alle analisi funzionali le città possono essere studiate attraverso le emozioni, le percezioni soggettive che ci consentono di aggiungere qualità all’idea di città. Si tratta di dare maggiore attenzione ai valori percettivi della forma urbana dando valore agli interessi locali e sociali. L’economia ortodossa e l’estimo non contemplano le interpretazioni suggerite da Lynch e Cullen, e questo aspetto suggerisce il fatto che ragionando in termini di costi non potremmo avere indicazioni utili e corrette.

In generale si tratta di usare le tasse per un interesse pubblico: rigenerare. Lo Stato deve promuovere una politica economica espansiva associata alla bioeconomia, progetti di qualità compatibili con le risorse finite. Il legislatore può modificare il “patto di stabilità e crescita” interno e liberare investimenti, aumentando la spesa pubblica (il deficit) per l’obiettivo della rigenerazione. Governo e Parlamento possono coordinare una nuova politica economica insieme ai paesi “periferici” e far modificare/cancellare il “patto”, e creare nuovi investimenti utili per creare nuova occupazione verso strategie virtuose. L’euro può diventare moneta sovrana a credito. Possiamo immaginare un finanziamento pubblico diretto tramite Cassa Depositi e Prestiti controllata dal Governo e quindi usata come banca pubblica, poiché la maggioranza delle quote azionarie di Banca d’Italia sono nelle mani dei privati. Possiamo usare la Banca Europea degli Investimenti (BEI) poiché ha strumenti finanziari ad hoc per politiche di efficienza energetica degli edifici.

I Comuni potrebbero adottare una “tassa di scopo” (un referendum decide se finanziare l’intervento con una tassa ad hoc). Un’altra soluzione per finanziare la rigenerazione urbana è la costituzione di “aree libere da tasse” o “aree di federalismo fiscale” (le tasse di cittadini e imprese non vanno allo Stato centrale, ma finanziano il costo dell’intervento). La prima ipotesi, “aree libere da tesse” è regolarmente usata per attrarre imprese che possono proliferare pagando poche tasse, e niente IVA. Si tratta di uno scambio, e lo scopo è far costruire i servizi pubblici alle imprese. La seconda circa “aree di federalismo fiscale” è l’ipotesi di versare direttamente le tasse agli Enti locali, al Comune, per finanziare la rigenerazione. La prima ipotesi è di ispirazione liberista poiché le imprese private condizionano i progetti, la seconda è nel solco dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. Già nel progetto “piani città” erano previste le “aree libere da tasse”. Il legislatore può immaginare di aprire una finestra temporale per cambiare il regime fiscale in quelle città che hanno deliberato l’obiettivo: rigenerazione urbana.

Lo Stato, attraverso Governo, Parlamento e Comuni, può avviare un processo virtuoso di responsabilizzazione delle comunità locali, poiché se la cittadinanza intende cogliere l’opportunità straordinaria di “aggiustare” la propria città, deve incentivare un comportamento civile ed equo affinché tutti, in maniera progressiva al reddito, paghino le tasse agganciate all’obiettivo della rigenerazione e questo può avvenire con l’uso di strumenti di democrazia partecipativa ampiamente usati in diversi paesi, ormai maturi in processi standardizzati. L’Italia è uno dei quei Paesi che li ha usati meno, ma alcuni Comuni hanno usato la “pianificazione partecipata” per migliorare l’organizzazione territoriale e pianificare interventi ad hoc di riqualificazione urbanistica. In Europa, fuori dall’Italia, Vienna ha un’esperienza di ben 35 anni di processi partecipativi per osteggiare il degrado urbano e riqualificare centro storico e città moderna[3].

Inoltre per evitare processi speculativi sarebbe saggio che lo Stato imponesse la rigenerazione rispetto al costo di costruzione (progettazione, demolizioni, ricostruzione) senza l’utile, anziché ricorrere all’uso tradizionale della rendita attraverso la stima del prezzo di mercato. In questo modo si avrà un ingente risparmio rispetto alle operazioni effettuate tramite il “libero mercato”. Rimarrà solo la verifica circa la congruità dei prezzi per il costo di costruzione, controllo abbastanza semplice da svolgere. Una cabina di regia nazionale è in grado di misurare il gettito delle tasse rispetto all’area considerata, e distribuire le risorse conservando il costo dei servizi pubblici locali, coprendo il costo di costruzione della rigenerazione valutando le proposte progettuali dando vita all’equilibrio sociale, ecologico ed economico dell’intero percorso.


[1] Kevin Lynch, The image of the city, 1960
[2] Gordon Cullen, Townscape, 1961; traduzione italiana di Roberto D’Agostino, Il paesaggio urbano. Morfologia e progettazione, Calderini, Bologna, 1976
[3] Diego Caltana, “35 anni di progettazione partecipata”, in Il giornale dell’Architettura, dicembre 2009 n.79, Umberto Alemanni & C, pag. 26

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In biologia l’autopoiesi è la capacità di riprodurre sé stessi che caratterizza i sistemi viventi in quanto dotati di un particolare tipo di organizzazione, i cui elementi sono collegati tra loro mediante una rete di processi di produzione, atta a ricostruire gli elementi stessi e, soprattutto, a conservare invariata l’organizzazione del sistema (dizionario Treccani). Il termine resilienza viene usato in meccanica, in ingegneria per indicare la capacità dei materiali a resistere, mentre in psicologia indica la capacità umana ad adattarsi e di affrontare le avversità della vita.

Mentre per rigenerazione si intende nel senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: rigenerazione moralecivilepolitica di un popolodi una nazionedella società (dizionario Treccani). Il termine “rigenerazione urbana” appare nel lessico della pianificazione urbanistica inglese alla metà degli anni settanta. Nel 1993 fu istituita un’agenzia a livello nazionale, Urban Regeneration Agency (URA) con competenze nel tema della “rigenerazione urbana”. In ambito urbanistico è possibile individuare una periodizzazione del concetto di “rigenerazione urbana” che parte dal dopoguerra – piani di ricostruzione – fino agli anni novanta, cioè dalla ricostruzione dei centri storici ed urbani promossa dallo Stato fino alla nascita delle agenzie pubbliche-private degli anni ottanta.

Prima della “rigenerazione”, l’urbanistica conobbe un concetto simile: il “rinnovamento urbano” (urban renewal) che nacque in Inghilterra come reazione alle cattive condizioni igieniche degli abitanti nel periodo della rivoluzione industriale del XIX secolo. In Francia dopo l’epidemia di colera, nel 1849 viene emanata una legge  che disciplina le caratteristiche degli alloggi e consente l’esproprio di case malsane, ed a Parigi nel 1852 avvenne una ricostruzione di parti della città guidata da Haussmann. In Italia venne approvata la legge 2359/1865 che riguardava l’espropriazione per pubblica utilità ed intervenire per risanare le città, poi la legge 2892/1885 per risanare Napoli. In quel secolo Ildelfons Cerdà nel 1854 pubblicò la teoria dell’urbanizzazione prima, e nel 1867 la teoria generale dell’urbanizzazione. Dello stesso secolo la pubblicazione di Camillo Sitte, Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen (1889), L’arte di costruire la città. Ebenezer Howard pubblica nel 1898 Tomorrow, a peaceful path to real reform, nel 1902 sarà ristampato col titolo Garden cities of tomorrow. Lo scopo di Howard è limitare la crescita delle città in modo da ridurne il loro affollamento e migliorarne le condizioni edilizie e sanitarie. Negli USA, nel 1958 venne approvato un programma per il rinnovamento urbano (Federal Urban Renewal programm) e favorire le trasformazioni urbanistiche per migliorare le condizioni ambientali nelle città. In Italia, ci furono i piani di ricostruzione – D.L. 145/1945 – per soddisfare il fabbisogno abitativo (dagli anni ’50 fino agli anni ’70), poi ci fu la L.457/1978 con le zone di recupero ed i piani per il recupero del patrimonio edilizio esistente, poi vennero i “programmi complessi” e la “programmazione regionale”, cioè “interventi di recupero” e “riqualificazione” urbana attraverso diversi strumenti tecnico-giuridici.
Cittadini e istituzioni hanno la grande opportunità di rigenerare le città. Si potrebbe ri-adottare il metodo ideato da Saverio Muratori per i centri (Lettura per l’edilizia di base), e la “scienza della sostenibilità” per quelle parti di città ove sono stati costruiti edifici pubblici INA e PEEP. Alcuni spunti di analisi per le città e di ispirazione possono essere forniti da Kevin Lynch, L’immagine della città e da Ivan Illich, Elogio della bicicletta.

Nel 2000 Peter Roberts e Hugh Sykes pubblicano il “Manuale della rigenerazione urbana” (Urban regeneration, a handbook). Attualmente, in Inghilterra il legislatore promuove Agenzie di Rigenerazione Urbana (URCs) per fornire una rigenerazione sostenibile e stimolare gli investimenti nelle città, mentre negli USA il Metropolitan Istitute at Virginia Tech promuove ricerche e programmi concreti sulla “rigenerazione urbana”: Vacant Property Research Network Background (VPRN). Nella ricerca emerge il tema del giusto dimensionamento delle città abbandonate, o di parti di esse che sono diventate obsolete rispetto ai cambiamenti in corso: recessione e crisi energetica.

Nel 2008 Path Murphy pubblica Plan C per chiunque sia interessato a vivere con un consumo energetico più basso, più sano ed uno stile di vita più sostenibile. Nel 2010 la Società dei Territorialisti presieduta da Alberto Magnaghi pubblica un manifesto: “a partire dalla metà degli anni ’80 molti di noi hanno sviluppato le loro ricerche e i loro progetti  facendo riferimento all’approccio territorialista o dialogando con esso. Questo approccio ha posto al  centro dell’attenzione disciplinare il territorio come bene comune nella sua identità storica, culturale, sociale, ambientale, produttiva e il paesaggio in quanto sua manifestazione sensibile.” Nel 2012 il Metropolitan Istitute Virginia Tech pubblica una guida per i pianificatori: Cities in Transition: a guide for practicing planners, mentre Robin Ganser e Rocky Piro pubblicano Parallel patterns of shrinking cities and urban growth. Spatial planning for sustainable development of City Regions and rural areasKarina Pallagst, Thorsten Viechmann e Cristina Martina-Fernandez pubblicano Shrinking cities, International perspectives and policy implications in uscita per il 2014.

Nell’ottocento affari ed igiene furono le forze che suggerirono di rinnovare le città; oggi la recessione causa emigrazioni e svuota le città. Il fallimento di un’ideologia costruita sull’economia del debito ha prodotto l’aumento delle povertà con l’evidente conseguenza che le istituzioni pubbliche non riescono a gestire se stesse e le città, mentre una ristretta élite privata ha visto moltiplicare le proprie ricchezze come non era mai accaduto nella storia.

Nel mondo professionale esiste una competenza, una strategia per uscire dalla recessione, e ci sono numerosi casi studio che mostrano buoni e cattivi esempi, buoni e cattivi modelli. La sperimentazione e gli errori hanno consentito di migliorare le proposte progettuali, così come migliorare i modelli gestionali, amministrativi, economici e politici. Il patrimonio edilizio italiano che va dagli anni ’50 sino agli anni ’80, dimostra che non c’è tempo da perdere, e bisogna intervenire per prevenire danni (rischio sismico, idrogeologico) e sprechi evitabili (efficienza energetica), e ripensare l’ambiente costruito di quelle città e di quei quartieri ove la qualità di vita è ancora bassa (servizi, comfort, ambiente e mobilità sostenibile).

Dal punto di vista della resilienza urbanisti, sociologi, agronomi, biologi e fisici, possono informarci sul fatto che le città e le loro istituzioni non stanno governano luoghi e risorse in maniera responsabile ed equilibrata, poiché abitanti ed ambiente si trovano in condizioni di forte disarmonia dal punto vista ecologico, sociale ed economico. E’ necessario pensare ed organizzare le istituzioni in maniera resiliente per affrontare correttamente i momenti di crisi, ed attivare risorse utili a raggiungere l’equilibrio: ecologico, sociale, ed economico. Una progettazione resiliente, tramite l’approccio olistico, si occupa di stimolare l’organizzazione necessaria per realizzare città sostenibili e prosperose, non più dipendenti da minacce esterne o interne (crisi morale, d’identità, culturale, alimentare, energetica, ambientale ed economica). Dal punto di vista della decrescita, una progettazione resiliente è l’opposto dell’obsolescenza pianificata. Una città o una società progettata male spreca risorse e fa aumentare il PIL quando non sarebbe affatto necessario, una città resiliente è una comunità del buon senso, una città “durevole” ed equilibrata, poco energivora e riduce il PIL selettivamente poiché non prevede gli sprechi della città progettate male. Le città progettate male durante le speculazioni edilizie, quelle del boom economico degli anni ’60 e le espansioni urbanistiche degli anni recenti dal 1996 al 2007, sono poco resilienti, fanno aumentare il PIL poiché sprecano risorse e peggiorano la qualità della vita. Ripensare quelle espansioni in maniera resiliente significa prevedere una riduzione del PIL nel luogo periodo e garantire una qualità della vita alla future generazioni. Una comunità è resiliente quando l’intero patrimonio culturale, storico, artistico, architettonico non subisce gravi danni dall’azione del sisma e dal rischio idrogeologico poiché la comunità ha saputo realizzare un adeguato piano di conservazione e riuso. Rigenerare pensando alla resilienza significa che i cittadini insieme alle istituzioni diventano produttori e consumatori di energia grazie alla “generazione distribuita” che sfrutta le fonti energetiche alternative, significa che gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi, con bici pedelec o con i mezzi pubblici, significa che una parte del cibo è auto prodotta, o proviene dall’ambito regionale grazie all’agricoltura sinergica, significa che le città hanno giacimenti di risorse regionali provenienti dalle demolizioni selettive e che tutte le materie prime seconde (i rifiuti) sono riciclate e riutilizzate; significa che l’acqua è pubblica. Una comunità resiliente è equilibrata, e pertanto si cancellano le disuguaglianze dando un’opportunità a tutti gli abitanti. Ecco un esempio pratico di processo resiliente, creativo e razionale: scuole, università, cittadinanza ed istituzioni si concentrano a sviluppare “competenze specifiche forti” negli individui circa il tema dell’eco-efficienza (scienza della sostenibilità), mentre istituzioni, imprese e associazioni sviluppano “competenze traversali” attraverso un’organizzazione e un metodo di lavoro per processi, sui progetti; il risultato sarà una facile rigenerazione territoriale. Tutte le energie mentali si concentrano sui progetti, e si attivano modalità di lavoro condivise per tendere all’obiettivo comune: prosperità attraverso la rigenerazione.

Alcuni casi studio circa interventi di “recupero edilizio e sostenibilità“: in Francia (Operation Programmée d’Amelioration de l’Habitat, fine anni settanta) con il quartiere Perseigne nel Comune di Alençon in Normandia con un intervento di recupero di un quartiere di edilizia sociale con le teorie della partecipazione, il quartiere Bethoncourt intervento di recupero con piccole demolizioni e ricostruzioni, il complesso residenziale Quai de Rohan a Lorient con un intervento di rimodellazione con aggiunta e sottrazione di volumi; in Germania (Istitut fur Erhaltung und Moderniieung von Bauwerken, primo progetto del 1991 su Berlino Est): edifici residenziali in Büchnerstrasse a Leinefelde in Thüringen; e in Danimarca (Urban Renewal Company, 1994): blocco residenziale Hedebaygade sito in Outer Vesterbro a Copenaghen. Questi casi studio rappresentano un miglioramento della qualità funzionale e spaziale con strategie di riqualificazione alla scala di quartiere, dell’edificio e dell’alloggio e l’impiego di tecnologie con sfruttamento dell’energia solare con sistemi passivi ed attivi.

Esempi concreti sono presenti in diverse città europee. Le rivoluzioni industriali hanno trasformato le nostre città in ambienti per le automobili, adesso bisogna ridisegnare i luoghi urbani partendo dall’uomo e quindi notiamo l’aumento delle aree pedonalizzate, e delle piste ciclabili. Quando i motori a combustione saranno sostituiti con i più efficienti motori elettrici avremo anche un’aria più pulita. Gli edifici hanno le forme che gli architetti preferiscono ma sembrano prevalere rapporti e forme “classiche”. Densità ragionevoli affinché si prevenga la sovrappopolazione. Uso del suolo, acqua, rifiuti, energia, biodiversità, mobilità, sociale e morfologia urbana sono i paradigmi di una città sostenibile.
Citiamo alcuni esempi: Hammarby Sjöstad (Stoccolma): un quartiere per 25 mila abitanti che recupera un’area industriale e portuale,  Hafen city (Amburgo): prevede anche la realizzazione di aree a tutela della biodiversità, Rieselfeld (Friburgo), GWL (Amsterdam): recupero di un’area urbana precedentemente occupata da un’azienda, Bo01 (Malmo); recupero di una vasta area portuale. A San Jose, California nel 1995 sorge un progetto di rivitalizzazione di un’area produttiva dismessa (30 ettari) e si interviene con alta densità e mixitè funzionale e sociale; in località Brementon Dowtown, Washington si recuperano quartieri (“città della marina e centro culturale”) con alta densità, mix di funzioni e spazi pubblici di qualità; a Parigi su un’area di 50 ettari nel quartiere Bercy (realizzazione 1988-1992) intervenendo con mixitè sociale, social housing e nuovi spazi pubblici; in Scozia a Glasgow nel quartiere Gorbals di progettazione funzioni miste (realizzazione: 2002): abitazioni, attività direzionali e commerciali, residenze per studenti, usi alberghieri, attività artigianali e verde pubblico; fra il 1998 ed il 2006 in Germania a Friburgo nel quartiere Vauban su un’area di 34 ettari si riqualifica un’area militare dismessa e si insediano 5000 abitanti con servizi pubblici, verde pubblico, attività commerciali, artigianali e industriali. Un altro esempio paradigmatico è la rigenerazione del quartiere francese nella cittadina di Tübingen in Baden-Württemberg (Germania), un’area di 60 ettari riprogettata da cooperative edilizie puntando alla densità edilizia con mixitè funzionale, uso di energie rinnovabili e filiera corta.

Ci sono state diverse esperienze e buone pratiche di recupero urbano, dal punto di vista energetico ed urbano, con l’obiettivo di migliorare la qualità tecnologica delle abitazioni e la qualità urbana degli spazi aperti. Anche in Italia, metà anni ’90 (“programmi complessi”), abbiamo avuto casi di recupero nei centri storici attraverso specifici piani e strumenti legislativi, e riqualificazione delle aree urbane degradate.

Verso la fine del 2010, Legacoop lancia una suggestione denominata “cooperative di comunità” per affrontare l’attuale recessione e tentare di soddisfare i bisogni dei cittadini. Lo scopo è mantenere vive e valorizzare comunità locali a rischio di deperimento, quando non di estinzione. Alcune per far fronte alla mancanza o al venir meno di servizi basilari per la comunità, come scuole, negozi, servizi socio-assistenziali. Altre da motivazioni ambientalistiche e di valorizzazione delle risorse del territorio. Altre ancora dalla necessità di rispondere a crisi occupazionali determinatesi nelle aree circostanti.

Come abbiamo potuto leggere il mondo professionale ha soluzioni, mentre in questa fase del dibattito politico, sembra che l’approccio italiano al tema sia alquanto immaturo ed anacronistico: “stop al consumo di suolo” (auspicio condivisibile, ma strano e tardivo), poiché il consumo indiscriminato del suolo c’è già stato, ed ha visto l’apice della battaglia negli anni ’60 con la sconfitta della proposta dell’allora Ministro Fiorentino Sullo, che mirava a risolvere il problema della speculazione edilizia legata alla rendita ed al “regime dei suoli”. Oggi sono i costruttori stessi che hanno dei dubbi sul consumo del suolo per ovvie ragioni: recessione economica e nessuno compra le nuove case, com’era prevedibile. Siamo nel 2013, parlare di stop al consumo di suolo non serve, poiché la recessione ha fatto implodere il sistema delle costruzioni, e le città italiane presentano molti problemi: alcuni omogenei come la consuetudine a deliberare piani urbanistici sovradimensionati, e molti altri problemi eterogenei (cattiva progettazione degli spazi urbani, assenza di standard e servizi, lo sprawl urbano, alta densità, bassa densità, etc.), grazie a cattive decisioni politiche del passato, e all’obsoleta cultura della crescita per la crescita, fine a se stessa. La religione della finanza, non solo ha distrutto il capitalismo, ma anche la democrazia rappresentativa favorendo una recessione legata ad obsoleti paradigmi: PIL, petrolio ed espansione monetaria (rapporto debito/PIL e spread). E’ giunto il momento di distinguere il concetto di lavoro dal concetto di utilità. Per creare lavoro utile bisogna ridurre gli sprechi, e questa idea di buon senso entra anche nel campo urbanistico ed edilizio. Si tratta di finalizzare il lavoro in obiettivi precisi ed utili.

La scelta politica di puntare sulla bellezza dell’Italia è un insieme di strategie che vanno nella direzione di migliorare la qualità della vita, e per farlo bisogna agire parallelamente in tanti ambiti finora sottovalutati o ignorati. Esistono diverse linee politiche in ambito europeo: “Patto dei Sindaci”, “rete rurale nazionale”, “smart cities“, “european green capital” che possono essere adottate, queste vanno nella direzione giusta, ma l’UE è un blocco giuridico, poco democratico, e burocratico molto lento rispetto alle esigenze di cambiamento dei Paesi periferici che abbisognano di piani nazionali urgenti, con moneta sovrana libera dal debito immediatamente disponibile, come fanno USA e Giappone.

E’ evidente che le città italiane presentano ancora diversi problemi che non sono stati risolti e possono avere soluzione solo con un cambio di paradigma culturale, attraverso il ripristino della sovranità degli Stati, mentre le attuali ricerche e strategie messe in campo negli altri paesi sembrano andare nella direzione giusta, visti i risultati nei casi studio.

Abituati a credere che le città siano il centro dell’universo abbiamo commesso l’errore di trascurare i piccoli centri e la campagna. Se ci pensiamo bene negli ultimi quarant’anni abbiamo trascurato e danneggiato un immenso patrimonio culturale ed ambientale.
La crisi industriale innescata dai processi di globalizzazione e dall’assenza di piani e di politiche monetarie adeguate ai cambiamenti in corso, la disoccupazione creata dalle imprese che preferiscono delocalizzare per massimizzare i profitti (violando palesemente la Costituzione), la crisi della manifattura e dall’artigianato suggeriscono che bisogna ripartire dai piccoli centri e da piani città per riusare e recuperare quartieri e luoghi urbani aumentando il comfort e la qualità della vita. Un’adeguata politica agricola a sostegno delle tecniche naturali e della qualità dei prodotti, ed un riuso dei luoghi urbani abbandonati con l’inserimento di servizi culturali, e la qualità degli spazi urbani, potrebbero rappresentare una strategia efficace per nuova occupazione e migliorare le condizioni di vita per circa dieci milioni di italiani che vivono nei piccoli comuni.

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