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Premessa necessaria: tutto il pensiero politico del mondo Occidentale è succube di una religione, nel senso proprio del termine, cioè succube di una credenza delle teorie economiche liberali, veri dogmi al pari del corano, della bibbia e dei dodici comandamenti, e su questa alchimia si decidono le linee politiche globali e dell’UE. Fatta questa premessa è evidente che fuori dalle credenze, e dentro una visione razionale sia il debito e sia le pensioni non sono affatto un problema. Il debito è una questione giuridica e le pensioni sono un problema aritmetico inventato dall’economia liberale che nasce dalle teorie monetariste del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. Nell’attuale sistema i Governi stampano Titolo di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprare tali Titoli di debito/credito, è una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperta dalla fiducia degli acquirenti. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà dello Stato non esiste.

Poiché l’UE è un’organizzazione inventata dalle imprese, per affrontare il problema delle pensioni l’élite programma l’ingresso di nuova schiavitù sul territorio europeo. Tale schiavitù assolve a due compiti: competitività interna (svalutazione salariale) che favorisce anche una certa rilocalizzazione delle produzioni di merci inutili e poi contribuisce a immettere risorse monetarie nella contabilità pubblica. E’ evidente che questo genera enormi conflitti sociali e culturali poiché nuova schiavitù interna al territorio europeo non è integrazione ma deportazione. Buona parte degli osservatori, con un sottile linguaggio razzista, crede che la nuova schiavitù sarà indirizzata negli impieghi che i giovani italiani non vogliono fare, in realtà la nuova schiavitù entrerà anche negli impieghi di ufficio attraverso la svalutazione salariale che consente maggiori profitti ai dirigenti. E’ una politica razziale dell’élite dei colletti bianchi che testimonia la regressione culturale della società moderna, riprendendo la divisione di classe che nacque nel mondo classico, si diffuse nella Roma imperiale e proseguì per l’Inghilterra vittoriana fino alla nascita della borghesia.

In un sistema normale, dove lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria, il debito è un’invenzione fittizia e non è necessario ripagarlo, poiché lo Stato è indebitato con se stesso, ed è quindi solo una soglia virtuale per controllare il mercato. Fuori dal mondo Occidentale, gli Stati agiscono proprio in questo mondo. Basti osservare che per alcuni Paesi il debito alto non è un problema e i livelli di disoccupazione sono più bassi rispetto all’Italia, non è un caso.

In un sistema ottimale, non c’è alcuna necessità della convenzione dei Titoli di Stato scambiati con una moneta debito, poiché la creazione della moneta avviene a credito. Si supera la credenza liberale che racconta la favola della neutralità della moneta, poiché così non è nella realtà, in quanto la creazione della moneta è figlia dell’attività creditizia, cioè endogena al sistema e non esogena. In questo momento, in Italia e non solo, circola poca moneta rispetto alla realtà economia, cioè rispetto agli scambi di servizi e beni per le attività che si devono svolgere per soddisfare necessità: rigenerazione urbana, bonifiche dei territori, agricoltura, conservazione, prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico etc.  Lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria rispetto alla reale attività economica e decide gli investimenti pubblici per tutelare il benessere dei cittadini e non per assecondare i capricci degli interessi privati spinti dalla propria avidità. In questo contesto culturale è evidente che anche il ciclo di pagamento delle pensioni condizionate dalla demografia di un paese, dal numero degli occupati e dal numero dei pensionati, non esiste più, poiché la differenza coperta dalla fiscalità generale, che aumenta il debito pubblico nel sistema esogeno, invece nel sistema endogeno il “problema” è già risolto.

E’ evidente che nel sistema endogeno si risolve anche il problema dell’occupazione e della povertà, creata proprio dalle teorie monetariste liberali che si basano proprio sulla disuguaglianza dei poteri sottratti agli Stati. Un esempio evidente è proprio l’UE, cioè il paradiso degli ultraliberisti.

La moneta non è né di destra e né di sinistra. La moneta è solo uno strumento e nel corso dei secoli è stata usata, e ancora oggi viene considerata, sbagliando, come un elemento di ricchezza ma è solo un inganno, poiché la moneta non è ricchezza ma lo strumento dell’élite e del potere per addomesticare e schiavizzare i popoli. La conoscenza è ricchezza. La moneta è un’invenzione dell’uomo ma soprattutto di una categoria particolare di individui che non intende lavorare, nel senso fisico del termine, ma attraverso questo strumento crea ricchezza dal nulla, nella concezione moderna di ricchezza, cioè accumulando e prestando danaro, sia attraverso la finanza, il sistema del prestito e l’espansione monetaria. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana ma la stupidità dell’uomo economico è utile per assoggettare e schiavizzare milioni di persone costrette in un sistema sociale dotato di istituzioni pubbliche che non funzionano secondo le leggi della natura, ma secondo l’influenza di un regime giuridico autoritario scritto dal cosiddetto legislatore e costringe le persone a sviluppare competitività, odio reciproco, distruzione degli ecosistemi e accumulo di merci inutili. All’interno del sistema economico tutto è merce, le persone sono merce, il territorio è merce e l’obiettivo non è la felicità delle persone ma l’accumulo continuo, cioè la crescita continua che ignora l’entropia e distrugge l’ecosistema indispensabile per la sopravvivenza umana. Tutto ciò accade attraverso lo scambio e l’accumulo di moneta prestata a debito, sia alle istituzioni e sia ai cittadini, privati di uno strumento che dovrebbe solo misurare gli scambi piuttosto che essere percepita come ricchezza. In un sistema economico come il nostro, stiamo diventando poveri poiché i nostri bisogni necessari sono divenuti merce quindi fruibili solo con la moneta. Il contadino che soddisfa i propri bisogni auto producendoli è molto più ricco di noi schiavi economici poiché non dipende dal mercato ma dalla natura. E’ necessario orientare le città copiando il modello economico della natura uscendo dal monetarismo.

Oggi il mondo è diviso fra il mondo Occidentale ove la moneta è prestata agli Stati facendoli indebitare nei confronti di soggetti privati, SpA, e il resto del mondo ove il debito non è verso le banche private ma con gli Stati stessi. Un’ulteriore divisione all’interno del mondo Occidentale è determinata dall’idiozia del sistema euro, ove oltre all’usurpazione della sovranità monetaria si aggiungono criteri economici che danneggiano il sistema produttivo dei cosiddetti paesi periferici, impoveriti dal sistema stesso e spinti a delocalizzare le fabbriche per inseguire maggiori profitti.

Il problema dell’euro zona è sia l’usurpazione della sovranità monetaria e sia la stupidità dei criteri economici inadeguati per i periodi di recessione come quello innescato, nel 2008, dall’industria finanziaria fuori controllo: le banche e il mondo offshore. O la moneta torna ad essere strumento a servizio degli Stati, e cioè dei popoli, oppure le schifose diseguaglianze fra l’élite degenerata e le persone salariate, condurranno i popoli stessi a una disgregazione sociale ancora più forte che favorirà un’instabilità sociale tale da creare una ribellione incontrollata. La moneta non è né di destra o né di sinistra, e la decisione di sviluppare un sistema europeo così ignobile è stata una volontà politica sia delle destre e sia delle cosiddette sinistre, che guardando con maggiore attenzione di sinistra non hanno proprio niente, poiché nell’Ottocento quando nacque la sinistra le sue origini culturali proponevano di tutelare i popoli, cioè gli ultimi, sfruttati dal capitalismo e dall’industrialismo. La sinistra che abbiamo visto negli ultimi trent’anni ha voltato le spalle agli ultimi per frequentare i salotti dei banchieri e sposare l’ideologia del pensiero dominate: il neoliberismo. E’ indubbio che una moneta debito come l’euro e le politiche europee siano l’espressione delle idee liberali di Ricardo, Smith, e von Hayek cioè la vittoria delle destre.

Pertanto l’euro zona dovrebbe ripristinare la sovranità monetaria e avviare un nuovo sistema economico basato sulla bioeconomia per uscire dall’accumulo di merci inutili e offrire una prospettiva di felicità ai popoli ponendo l’obiettivo dello sviluppo umano e non più la stupida crescita continua, impossibile in un pianeta dalle risorse finite.

Per semplificare la complessità della società spesso si usano etichette a sostegno di teorie e analisi. Negli ultimi trent’anni caratterizzati dall’esplosione del nichilismo liberale si sono etichettate ben due generazioni di giovani, la generazione X (i nati fra gli anni ’64 e ’80) e Y (i nati dopo gli anni ’80 e l’inizio nuovo millennio) spesso connotandole di giudizi dispregiativi e negativi. L’evoluzione dell’industrialismo, l’impiego della finanza per creare denari dai denari e la sostanziale vittoria della cultura liberale ha ridotto, nei decenni, il numero degli operai e di conseguenza annullato il peso dei sindacati, spesso piegati sulle posizioni dei padroni. Nel Novecento e all’inizio del nuovo millennio c’è stata una lotta di classe ed è stata vinta dai padroni.  Nel Novecento c’è stata, all’insaputa di una generazione, una vera e propria lotta generazionale, i nati fra gli anni ’30 e ’60, nonostante il peso di due guerre e la ricostruzione del Paese, abbracciando l’egoismo della religione liberale, hanno distrutto il presente e futuro dei propri figli e nipoti (generazioni X e Y). E’ evidente che questo ragionamento è una generalizzazione finalizzata a selezionare all’interno del conflitto generazionale un collegamento, un ponte per riformare il pensiero e progettare una società migliore. La stranezza è che proprio dalla storia si potrebbero estrarre i giusti insegnamenti, basti osservare l’inizio del Novecento. Si sbagliò per ben due volte poiché alla risposta di recessione economica si fecero emergere due regimi autoritari. I regimi furono utili al capitale. Oggi l’idiozia dell’élite europea promuove le politiche di austerità e i venti dei regimi autoritari soffiano forte, nuovamente per favorire il capitale.

Le ragioni per cui non accade nulla, alludendo al fatto che la popolazione italiana nonostante sia capace di percepire un malessere comune non abbia fatto alcun che per migliorare il proprio Paese, di fatto favorendo lo status quo, tali ragioni sono veramente profonde e una leva determinante per il cambiamento è l’energia delle generazioni XY, oggi inutilizzata e canalizzata in sedicenti movimenti politici “rivoluzionari”, un inganno perfetto per lo status quo.

In quest’ottica sarebbe fondamentale un “sindacato” delle generazioni XY, cioè un movimento culturale che sappia analizzare la società e rappresentare le istanze di due generazioni stroncate dalle politiche liberali, neoliberali e ultraliberiste che oggi guidano l’UE e che sono alla base di tutti i partiti politici italiani di maggioranza e di opposizione.

Giacche costituzione italianaUn contenitore culturale per far crescere e sviluppare i nuovi paradigmi culturali è senza dubbio il nascente movimento DiEM25, che nel suo manifesto pone l’accento sul cambiamento dei Trattati europei poiché sono lo strumento giuridico usato dall’élite per governare 500 milioni di cittadini. I Trattati di fatto contrastano e/o cancellano la Costituzione repubblicana, che da un lato va difesa nei principi e nei valori (artt. 1 – 12), ma la stessa Carta va adeguata all’epoca che verrà nella parte riguardante i “rapporti economici”. Quella parte della Costituzione ha favorito il capitalismo nichilista e materialista. Inutile sottolineare che l’articolo 81 è alieno ai principi costituzionali, e solo una classe politica moralmente corrotta ha potuto vendere un popolo intero sull’altare della stupida religione neoliberale. Il limite culturale della Carta costituzionale si intuisce, essa fu scritta dai partiti otto-novecenteschi inventati dall’industrialismo, e così dopo 68 anni la società che ereditiamo è praticamente nichilista, sia a danno della spiritualità umana e sia a danno dell’ambiente in cui viviamo.

Lo slogan di DiEM25 è democratizzare l’Europa altrimenti si disintegrerà. Non c’è dubbio che questa UE, che non è l’Europa, è un’organizzazione mostruosa inventata per l’avidità delle imprese e delle banche private, non c’è dubbio che le regole fiscali europee stiano distruggendo comunità e popoli (disparità fra Paesi “centrali” e “periferici”). DiEM25 e il dibattito che vuole sviluppare dovrà avere maggiore onestà intellettuale e coraggio morale per programmare una vera transizione politica ed economica e per uscire dal capitalismo, la religione che sta distruggendo la specie umana. Non si tratta solamente, come raccontano i post-keynesiani di restituire la sovranità monetaria per sostenere l’effettiva domanda aggregata, ma si tratta di cominciare a vivere come esseri umani poiché è la fotosintesi clorofilliana che consente di vivere su questo pianeta. Sperare di sostenere l’effettiva domanda aggregata è persino sbagliato, visto che i limiti fisici del pianeta sono noti e la distruzione degli ecosistemi è sotto gli occhi di tutti. L’Occidente deve ammettere i propri limiti culturali che hanno radici lontane sin dalle ideologie illuministe, l’evoluzione del capitalismo, la costruzione della società moderna e il determinismo, fino alla religione finanziaria liberale che stacca completamente l’uomo dalla natura.

Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

Le generazioni XY possono trovare le proprie legittime aspirazioni di una vita migliore nella bioeconomia, che consente di proiettare la nostra società fuori dal capitalismo ma in un futuro prosperoso per le presenti e future generazioni, e diversamente dalle generazioni dei nostri nonni e bisnonni, potremmo costruire un piano di occupazione utile grazie all’evoluzione culturale. E’ grazie alla bioeconomia che possiamo osservare il nostro patrimonio e valorizzarlo col giusto approccio dove il ben-essere coincide con lo sviluppo delle proprie aspirazioni individuali. Il capitalismo ha costruito una società del sopravvivere, cioè ha condannato la popolazione al sotto-vivere favorendo un malessere psichico. La bioeconomia favorire l’arte del vivere poiché uscendo dal materialismo economico, uscendo dalla competitività e dall’accumulo di merci inutili, tutta la società potrà orientarsi verso lo sviluppo umano, e osservando il nostro patrimonio, la bellezza e i tesori del paesaggio, potremmo finalmente investire nelle conoscenze che ci aiuteranno a bonificare, conservare, valorizzare i beni comuni. Per far questo abbiamo bisogno di filosofia cioè della saggezza del saper vivere, e della comprensione umana che richiede apertura, empatia e simpatia; tutte caratteristiche che non appartengono all’economia capitalista poiché è la misura dei costi e dei prezzi, una religione totalmente priva di etica. Un percorso per le generazioni XY, come potrebbe suggerire Edgar Morin è composto di “tappe” la comprensione, il riconoscimento dell’errore e la riforma del pensiero per cambiare i paradigmi culturali della società, in questo modo potremmo scoprire la nostra condizione umana.

Negli ultimi anni si sente parlare di crisi dei partiti e fine delle ideologie, e più inopportunamente di crisi della politica. Sicuramente gli organi intermedi come partiti e sindacati non godono più di tanta fiducia, ma la politica è in ottima salute. La fiducia persa nei partiti e nei sindacati e l’aumento dell’apatia dei cittadini hanno favorito l’influenza di imprese e banche nei confronti delle istituzioni, che di fatto tutelano prioritariamente il profitto dei soggetti privati a danno dell’interesse generale e dei beni comuni. Da un lato l’apatia dei cittadini danneggia l’intera cittadinanza, poiché la rinuncia a capire la politica favorisce l’egoismo delle imprese private, e dall’altro lato, orfani dei partiti, una parte della cittadinanza sperimenta forme civiche auto gestiste. La politica non è mai stata così importante poiché la crisi della rappresentanza democratica è una crisi dell’autonomia e della libertà di pensiero, intensa come la capacità creativa dei partiti nel proporre una società migliore, mentre la politica degli interessi privati guidati dalla religione neoliberale gode di ottima salute.

Mentre crolla la popolarità dei partiti per la loro distanza dai problemi delle persone, si sente l’esigenza di far rinascere gli ideali, e così associazioni e liberi cittadini si mobilitano per organizzare spesso una protesta e a volte una proposta. La gravissima recessione economia figlia della cultura neoliberale moltiplica i problemi delle persone. I temi e i problemi da affrontare richiedono conoscenze e competenze crescenti, e questo è un paradosso poiché la società si ritrova con partiti incapaci di risolvere i problemi. Ancor più grave è il fatto che i cittadini sembrano incapaci di organizzarsi in associazioni (partito) e raccogliere aiuti intorno a valori e ideali per far emergere l’interesse generale. In questa crisi di coscienze e di valori della rappresentanza, la vecchia nomenclatura dei partiti è sostituita da aggregazioni di gruppi di interesse finanziati indirettamente dalle banche e dalle imprese (think tank neoliberal e fondazioni politiche). I partiti non sono più il luogo dove si forma e cresce la classe dirigente politica, ma rimangono come strumento per concorrere alle elezioni. Vecchia nomenclatura e istituzioni sono solo una parte della politica, e negli ultimi vent’anni hanno dimostrato di essere la parte meno intelligente, meno capace di abilità creative per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Il sistema politico influenza la società, ma il reale potere è nelle mani delle imprese e nelle mani dei cittadini. E’ la cittadinanza l’oggetto di interesse sia del sistema politico e sia delle imprese. Come possiamo intuire, il potere nella società moderna, è più nascosto ma altrettanto visibile. Il potere è nella pubblicità. Nella nostra società disciplinata, il controllo sociale è prodotto da una rete complessa di regole (leggi, consuetudini, credenze, internet, pubblicità, scuola), in sostanza il potere scorre nella vita quotidiana all’insaputa delle masse popolari.

In questa complessità la recessione economica innescata dall’implosione del capitalismo da un lato mostra tutte le difficoltà delle comunità, e dall’altro mostra l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società per evolverci in un’epoca migliore.

Una parte del rapporto annuale 2015 dell’Istat è dedicato al nostro patrimonio territoriale. «L’Italia è spesso rappresentata, con uno stereotipo, come un “museo a cielo aperto”, il “Bel Paese”, ricco di attrazioni artistiche e naturali, che si distingue per la sua storia, la tradizione, l’eleganza, lo stile e la qualità della vita. Un paese per il quale la creatività, il turismo e la cultura rappresentano il vero patrimonio nazionale.  […] La vocazione culturale e attrattiva che si proietta su questa rappresentazione territoriale è definita dalla presenza sul territorio di risorse materiali o di attività che incorporano un elevato valore intangibile, cioè una forte componente simbolica di natura estetica, artistica, storica e identitaria. […] Nello specifico, in base alla definizione inclusiva qui assunta, l’insieme delle risorse culturali legate ai territori, che contribuiscono a definire l’attrattività e la competitività – effettiva o potenziale – dei sistemi locali, si articolano secondo due dimensioni principali. La prima è quella del patrimonio culturale e paesaggistico, che si riferisce alla presenza fisica sul territorio di luoghi, beni materiali, strutture, istituzioni e altre risorse di specifico valore e interesse storico, artistico, architettonico e ambientale, che possono essere fruiti attraverso una partecipazione diretta e possono costituire fattori di attrattività del territorio e un elemento competitivo di successo per lo sviluppo dei sistemi locali. La seconda dimensione è quella del tessuto produttivo/culturale. Questa seconda componente riguarda l’insieme composito di attività di produzione, distribuzione e formazione d’interesse culturale e comprende al suo interno: a) le imprese dell’industria culturale in senso stretto, come definite sulla base della classificazione Ateco; b) il meta-settore delle “industrie creative” e delle filiere d’impresa ad esse collegate, che mette insieme le attività economiche e produttive ad elevato contenuto di conoscenza e di innovazione con una forte contaminazione fra creatività e know-how (nei settori dell’architettura, design, moda, pubblicità ecc.); c) le imprese di produzione di prodotti di tradizione locale e di qualità, cioè le aziende agricole con coltivazioni e/o allevamenti Dop e Igp e le imprese dell’artigianato artistico che riflettono ed esprimono la tradizione culturale locale e nazionale; d) le attività di formazione culturale, limitatamente agli istituti di istruzione superiore artistica e musicale, ai corsi delle facoltà universitarie a specifico interesse artistico e culturale e ai corsi privati svolte in forma d’impresa (corsi di musica, di danza ecc.); e) le istituzioni non profit culturali e artistiche, che operano nella gestione di biblioteche, musei, monumenti, siti archeologici o paesaggistici, nella realizzazione di spettacoli di visite guidate, nella conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale ecc».

I contenuti del rapporto Istat rappresentano le pratiche materiali della politica, poiché riguardano l’organizzazione e l’uso delle cose. L’altra parte della politica riguarda le pratiche discorsive cioè il linguaggio, i simboli e i significati. Anche le leggi fanno parte delle pratiche materiali e per comprendere l’azione politica di partiti e istituzioni è sufficiente misurarne la forza e l’efficacia a tutela del nostro territorio.

Diversi decenni orsono, tutti i soggetti politici della vecchia nomenclatura hanno scelto di perseguire un disegno politico chiamato Unione Europea, e la loro guida culturale è la rappresentazione del pensiero neoliberale che sostituisce lo Stato col libero mercato. Tale condotta politica rappresenta un tradimento alla Repubblica italiana poiché i Trattati europei non sono compatibili coi principi della Costituzione, e Parlamento e Governo italiano da decenni hanno rinunciato a promuovere politiche industriali anche per valorizzare il territorio, poiché si è preferito favorire gli interessi privati delle imprese. Il più clamoroso tradimento è sotto gli occhi di tutti, ad esempio l’UE vieta gli aiuti di Stato mentre la Costituzione italiana prevede che lo Stato intervenga per sostenere i ceti meno abbienti al fine di rimuovere gli “ostacoli di ordine economico”, causati proprio dal libero mercato che i Trattati europei sostengono. La rinuncia a una banca centrale pubblica che faccia l’interesse dello Stato è un tradimento incredibile poiché era noto, fra gli economisti, che un sistema politico capitalista neoliberale avrebbe fatto crescere le diseguaglianze fra classi sociali e territori, tant’è che oggi esistono Paesi “periferici” danneggiati dal sistema finanziario europeo, e Paesi “centrali” favoriti da scelte politiche di austerità e da regole finanziarie come il “fiscal compact” e il “patto di stabilità e crescita”.

La Repubblica italiana potrebbe e dovrebbe investire nella rigenerazione del proprio patrimonio, ma Parlamento e Governo anziché riformare lo stupido sistema neoliberale dell’UE, continua a sostenere le scemenze della religione economia neoclassica (pratiche discorsive), contribuendo a danneggiare le generazioni presenti e future.

Sono le persone e le relazioni fra di esse a fare la politica; se abbiamo una classe dirigente corrotta e inadeguata, dobbiamo solo guardarci allo specchio e non perché noi siamo gli attori di illeciti e scelte sbagliate ma perché siamo responsabili della nostra inerzia nei confronti della classe politica, chiusi nel nostro egoismo e isolati grazie alla nostra ignoranza.

E’ nostro dovere morale cambiare una condotta indegna e incivile per promuovere azioni strategiche e unirci in quei movimenti che stanno sostituendo la vecchia nomenclatura, ad esempio DiEM25 è senza dubbio uno di questi. Abbiamo il potere di produrre un linguaggio e obiettivi per cambiare i paradigmi culturali e favorire la nascita di classi dirigenti più adeguate discutendo sulle pratiche materiali della politica: auto sufficienza energetica, occupazione utile, rigenerazione urbana bioeconomica, valorizzazione del territorio, sovranità alimentare.

In letteratura esiste una sterminata documentazione, persino commerciale, che può informare e formare qualunque persona interessata e curiosa per farsi un’idea propria circa l’uso razionale dell’energia. A partire dai libri scolastici sulla termodinamica fino ai corsi universitari. Nelle biblioteche c’è tutto!

A mezzo internet possiamo conoscere la situazione di partenza, è facile, basta cliccare sul sito Agenzia internazionale dell’energia e conoscere sia il bilancio energetico e sia gli usi finali.

In Italia la prima legge è stata la n.10/91, rimasta inapplicata per anni. Oggi siamo giunti alle norme nZEB (Nearly Zero Energy Building) per gli edifici a energia quasi zero. Per l’energia basta poco. Ciò vuol dire che nonostante una inadeguata classe politica esistono leggi e norme che favoriscono il risparmio energetico e tutta la progettazione è orientata dall’uso razionale dell’energia. Il peso di una classe politica inadeguata produce danni economici per il Paese, poiché ostacola e rallenta le opportunità di migliorare la qualità di vita dei cittadini e non favorisce l’occupazione utile.

Partendo da un ragionamento di pura sostenibilità col fine di evitare lo spreco di risorse non rinnovabili e garantendo un futuro alle prossime generazioni, e per un’analisi in chiave di “decrescita felice” bisogna tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica previa analisi del reale fabbisogno energetico. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono attraverso l’analisi degli edifici esistenti, cioè valutandone le caratteristiche progettuali e tecnologiche. Intervenendo su questi aspetti è possibile sfruttare l’opportunità di ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Come si evince dei digramma dei flussi di energia dell’IEA, l’Italia dipende dagli idrocarburi e il dovere delle istituzioni è ridurre drasticamente tale dipendenza attraverso politiche industriali e strumenti finanziari ad hoc. Le motivazione sono banali, gli idrocarburi sono fonti non rinnovabili, oltre inquinanti e con scarsa capacità di produrre occupazione utile rispetto all’indotto delle fonti energetiche alternative che possiedono anche la virtù di non inquinare durante il loro esercizio.

 

IEA Balance Italia energia

Italia, bilancio energetico, fonte IEA.

 

 

IEA usi finali Italia energia

Italia, usi finali, fonte IEA.

Dal diagramma degli usi finali si osserva che una buona parte degli idrocarburi è impiegata nei trasporti e negli edifici. L’aspetto “curioso” è che sia nei trasporti e sia per gli edifici, da anni, le tecnologie per migliorare l’impiego finale ci sono. L’inerzia politica che conserva la dipendenza energetica dagli idrocarburi produce danni economici.

Gli edifici potrebbero diventare persino piccole centrali di energia, e messe in rete rappresentano una grande centrale realizzando in maniera efficace la cosiddetta rete distribuita.

E’ un interesse pubblico primario programmare l’auto sufficienza energetica, conservare la dipendenza dagli idrocarburi è un interesse privato delle imprese e rappresenta un danno economico per il Paese e per i cittadini, che pagano inutilmente una dipendenza resa obsoleta grazie all’innovazione tecnologica, che attraverso l’impiego di un mix tecnologie ci rende liberi da poteri privati sovranazionali.

Età degli edifici e consumi energetici

 

batti quorum

Il 17 aprile il popolo italiano sarà chiamato ad esprimere il proprio potere sovrano, direttamente, per abrogare una parte di una legge inserita nel famigerato sblocca Italia. L’azione referendaria è partita da 9 Consigli regionali che ci chiedono di dire SI per fermare l’estrazione di idrocarburi presso alcune piattaforme poste entro le 12 miglia marine delle nostre coste. Il quesito è finalizzato a rivedere la concessione estrattiva per evitare che le piattaforme svolgano la propria attività senza limiti di tempo, caso unico al mondo, dove uno Stato concede le proprie risorse illimitatamente, pertanto se si raggiunge il quorum e vince il SI viene abolito questo privilegio. Oltre all’aspetto delle concessioni, c’è il problema ambientale dello smaltimento, se vince il SI a fine concessione le imprese dovranno smaltirle correttamente le piattaforme, se vince il NO c’è il rischio del danno ambientale per il mancato smaltimento, in quanto le imprese difficilmente dichiareranno la fine vita del giacimento.

Gli idrocarburi estratti diventano di proprietà delle compagnie private. Il gas estratto all’interno delle 12 miglia è poco meno del 3% del gas necessario al fabbisogno nazionale e il petrolio è solo lo 0,95%. Questo significa che la sostituzione di questo piccolo quantitativo di idrocarburi si copre con l’efficienza energetica negli edifici e l’innovazione tecnologica dei mezzi di trasporto privati e l’uso del trasporto pubblico.

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Fonte immagine, Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

 

Il referendum ha una valenza politica e culturale straordinaria poiché sancisce l’opportunità di esprimere un giudizio politico sull’azione di Governo, e mostra una guerra politica interna al Partito democratico che alle ultima elezioni europee è stato il partito più votato nella sua coalizione europea, guida la Repubblica italiana, guida quasi tutte le Regioni d’Italia e la maggioranza dei comuni italiani.

Il primo enorme scoglio è il raggiungimento dell’anti democratico quorum, e se questo fosse raggiunto il popolo boccerà la posizione politica di Renzi, che non solo sostiene le lobbies degli idrocarburi ma è contro l’uso del referendum. Un giudizio anticipato circa l’azione di Governo, che potrà subire un’ulteriore bocciatura circa il successivo referendum consultivo costituzionale. Renzi è premier senza esser passato dalle urne, come tutti sanno, ma soprattutto è colui che ha scalato il PD con la promessa di rottamare la vecchia politica, ma sta dimostrando di esser in linea con la vecchia direzione facendo gli interessi dell’élite europea e accelerando riforme costituzionali feudali per consentire alle imprese di tutelare adeguatamente i propri interessi privati a danno dell’interesse generale del Paese e dei cittadini (il referendum contro gli idrocarburi e gli scandali circa le dimissioni del Ministro Guidi sono la prova di tutto ciò, senza dimenticare i favori fatti alle banche). Il PD è il partito che non solo è il potere in Italia, ma dimostra tutta la sua contraddizione nell’epoca che volge al termine. La cronaca politica mostra che il suo segretario nazionale e primo ministro preferisce farsi scrivere gli atti politici da imprese obsolete, piuttosto che favorire un cambiamento epocale. In sostanza il PD non esprime una propria opinione politica, è l’antitesi di un partito. In molti evidenziamo che l’immagine di questo Governo è quella di Renzi, furbo, arrogante, autoritario, come i precedenti Governi degli ultimi vent’anni, in perfetta continuità verso il progetto europeo che si priva della democrazia e della trasparenza per rifeudalizzare la società.

Il PD non è l’unico “partito” a soffrire d’identità politica, poiché i movimenti d’opposizione prendono voti per non avere una propria identità e soffiano sull’apatia per raggiungere ruoli istituzionali. La fine degli ideali politici ha inventato i finti partiti e favorito la società capitalista dove il profitto è il fine e le democrazia liberali sono l’ambito entro il quale gli interessi privati prevalgono sull’interesse generale.

Questo referendum è molto più potente e importante di quanto i media, sostenitori di Renzi, vogliono far credere poiché parlare di energia significa fare politica con la P maiuscola.

L’Italia può diventare realmente auto sufficiente!!! Le città possono diventare reti intelligenti dove gli edifici si scambiano energia attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti alternative. Non è utopia, SI può fare, esistono le tecniche costruttive per realizzare quest’obiettivo.

L’Italia può transitare da un sistema centralizzato a un sistema decentralizzato controllato e di proprietà dei cittadini.

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Un’interessante approccio analitico può essere la scomposizione degli elementi (la cultura individuale, le istituzioni e le leggi, le abitudini, i limiti naturali, la produzione …) che caratterizzano la società, e la loro ricomposizione orientati verso l’evoluzione. Non c’è dubbio che esistono elementi più incisivi rispetto ad altri, ed elementi che frenano il processo evolutivo. La cultura delle persone è senza dubbio l’elemento determinante che costruisce una società, mentre le teorie economiche e le istituzioni limitano i processi evolutivi. Le teorie sociali si “dividono” fra quelle che ritengono la società il risultato di una fusione tra le coscienze individuali (Durkheim), quelle che ritengono la società il risultato di un contratto fra individui a partire dagli interessi (Hobbes, Rousseau), e in fine quelle che pensano alla società come l’effetto dell’interazione tra uomini (Marx, Weber). Tutte queste teorie presuppongono che l’azione dell’individuo sia attivata da un soggetto auto cosciente e razionale. I limiti delle teorie sono che tendono ad autoescludersi creando dualismi, e che l’ordine sociale non può essere condotto esclusivamente all’intenzione soggettiva. Ad esempio, se osserviamo le recenti indagini sulla cultura delle persone, si intuisce che il soggetto auto cosciente e razionale non corrisponde alla maggioranza della società. Sapendo che le società sono dotate di strutture semantiche e cognitive possiamo intuire che senza un’adeguata crescita culturale di una parte importante della popolazione è difficile compiere evoluzioni sociali per migliorare la qualità di vita di tutta la società. Al di là dei livelli di istruzione, bisogna anche riconoscere l’involuzione di parti culturali della società che si muovono solo per interessi personali, e lo fanno a danno di una maggioranza di individui appositamente esclusi dall’opportunità di sviluppo umano.

L’ala capitalista americana post-keynesiana propone modelli economici per tenere in vita il capitalismo quando il sistema riduce la domanda (quando calano i consumi). Le ricette suggerite dagli economisti sono abbastanza note e scontate, in caso di recessione si attiva una politica espansiva per fronteggiare la deflazione del sistema capitalista. Fu un allievo di Keynes, Minsky a spiegare matematicamente l’instabilità del capitalismo, e in funzione di questa instabilità emerse la proposta della scuola post-keynesiana, che si distingue dalle posizioni neo-keynesiane rimaste legate ai modelli teorici neoclassici. I post-keynesiani ritengono che l’offerta di moneta risponde alla domanda (ribaltando la tesi della teoria neoclassica), mentre il fondamento teorico di questa corrente di pensiero poggia sulla domanda effettiva, cioè la produzione è influenzata dalla domanda aggregata (domanda di beni e servizi). I post-keynesiani osservano che il mercato non può raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, per tale motivo suggeriscono l’intervento dello Stato, di fatto transitando dalla destra liberale, che sostiene il primato del libero mercato, verso soluzioni socialiste che ridistribuiscono le risorse attraverso la tassazione e le politiche industriali.

Poiché le teorie economiche influenzano le azioni delle istituzioni, e le leggi sono coercitive nei confronti dei cittadini, e poiché gli ambienti istituzionali e la pubblicità determinano il comportamento degli individui si conferma il fatto che l’intenzione soggettiva non può costruire un ordine sociale. E’ anche vero che un insieme di azioni di gruppo (associazioni, gruppi di opinione) può cambiare l’ordine sociale (logica della relazione sociale), e persino influenzare gli ambienti istituzionali (elezioni) e del mondo produttivo (boicottaggio di marchi e prodotti). Durante gli ultimi trecento anni di diffusione della religione capitalista la declinazione che ha avuto più successo è quella liberale, oggi ne paghiamo tutta la sua stupidità, che produce guerre, disuguaglianza e povertà. Se nel corso della storia umana avesse prevalso la parte culturale orientale, indiana (in riferimento ai nativi d’America) e aborigena, cioè se avesse prevalso quella cultura umana che ha una prevalenza animista e responsabile verso la natura, non saremmo a dubitare per l’estinzione dei popoli della Terra, ma vivremmo in pace e prosperità.

Le teorie economiche che si rifanno ancora all’obiettivo della crescita della produttività, non riescono a migliorare i loro modelli teorici poiché ignorano le leggi dell’entropia. La dimostrazione matematica della fallacia della funzione della produzione mostra che l’unica via percorribile è la bioeconomia di Georgescu-Roegen. Inoltre, la recente evoluzione del mostro capitalista che aumenta l’accumulo del capitale grazie al valore fittizio delle azioni e l’evoluzione robotica e informatica, conferma l’ipotesi del crescente distacco del capitale dal lavoro, e conferma l’aumento dei rischi dell’esistenza della nostra specie, poiché i capricci di una ristretta élite degenerata, di banchieri e manager, perseguendo la crescita continua distrugge le risorse indispensabili per la nostra specie, e influenza la vita e la morte di intere comunità ridotte in schiavitù attraverso la gabbia psicologica dell’economia e la violenza degli eserciti.

La recessione aiuta a riflettere circa l’incompatibilità fra capitalismo e specie umana. Lasciamo morire la religione più stupida del mondo e cogliamo l’opportunità dell’evoluzione sociale avviando la transizione sociale, ecologica e politica. La religione della crescita della produttività insita in quella capitalista non è la soluzione, poiché lo scopo della nostra specie non è produrre all’infinito e tanto meno consumare merci inutili. E’ fondamentale decolonizzare l’immaginario collettivo dall’economia che ha mercificato la natura e annichilito le persone, rendendole robot, apatiche, ciniche e violente. L’intero impianto giuridico e costituzionale che ereditiamo dall’epoca industriale favorisce relazioni di mera mercificazione; per questo motivo c’è un grande lavoro giuridico e culturale per ricostruire il senso di libertà, e di comunità, tipico della specie umana che si basa su relazioni di reciprocità e non di mero profitto. Per favorire l’evoluzione sociale è necessario investire in un percorso di conoscenza che porta alla felicità. Dobbiamo costruire una società, un modello sociale, che si ispira ai principi auto poietici, come la rigenerazione dei territori e delle aree urbane attraverso piani e progetti ispirati alla bioeconomia. Per favorirlo dobbiamo agire sul processo di auto coscienza delle persone. Interpreti di una sinistra più vicina al cambiamento furono André Gorz, Jacques Ellul, Ivan Illich, e Pier Paolo Pasolini, furono critici e precursori della società dei consumi, e del ruolo negativo della pubblicità televisiva. Pasolini intuì subito il ruolo negativo che i nuovi media avrebbero assunto per psico programmazione le persone in consumatori passivi, fotografando l’inizio della regressione culturale. Proprio questo è l’elemento chiave, poiché i dati (rilevati da Tullio De Mauro) mostrano l’incapacità di una parte importante della popolazione di comprendere ciò che legge, e l’ignoranza funzionale rallenta il processo di auto coscienza determinante per misurare la libertà degli individui. Lo schiavo perfetto è colui che non sa di esserlo.

Gli USA, che hanno innescato la recessione del sistema capitalista, sono un sistema federale con poteri e ruoli diversi rispetto all’obsoleta UE, e il Congresso americano deliberò proprio politiche espansive per ridurre i rischi della recessione. Se da un lato tali scelte hanno sicuramente ridotto i rischi sociali, queste hanno solo spostato in avanti l’agonia dei ceti meno abbienti. Lo stupido modello produttivo della crescita è stato salvato dalle mance del Congresso per sostenere la domanda interna mentre le risorse del pianeta subiscono il saccheggio degli ecosistemi a danno di tutta la popolazione mondiale che paga gli stili di vita indotti dalla pubblicità che favorisce i capricci degli occidentali. Le differenze sostanziali fra USA e UE è che i debiti pubblici non sono un problema negli USA, se il Congresso lo desidera più stanziare aiuti di Stato, anche se la prevalente cultura liberale non lo preferisce. L’UE è semplicemente il paradiso per gli ultraliberisti poiché non solo esiste il “patto di crescita e stabilità” che limita gli investimenti, ma sono vietati gli aiuti di Stato. L’UE è un sistema propriamente feudale poiché le decisioni più importanti sono determinate da organi non eletti dal popolo, e condizionate dalle lobbies. Se in Europa si rimuovesse la stupidità staremo molto meglio.

Dal punto di vista della struttura i modelli UE ed USA coincidono poiché sono strutture politiche di potere basate sul vassallaggio. Il modello americano non è affatto invidiabile per diverse ragioni banali: lo strapotere della Fed e di Wall Street, lo strapotere dell’industria della guerra e delle armi, le enormi disuguaglianze sociali, la povertà degli slums, il razzismo, la pena di morte, la scarsa partecipazione al voto, la sanità privata, l’agri industria che produce merda, la corruzione legalizzata attraverso i finanziamenti delle corporations, che selezionano i candidati, e possiedono i partiti con elezioni primarie truffa. In poche parole il predominio dell’avidità capitalista delle multinazionali americane è il virus che ha contaminato il globo, ha dissolto il comunismo russo, e inoculato la Cina. Il cancro ha colpito anche l’India che in prospettiva supererà la Cina, e queste società orientali, le più grandi al mondo, hanno già programmato l’imitazione degli stili di vita degli occidentali nei loro paesi, di fatto contribuendo a dare un colpo micidiale agli ecosistemi naturali che non potranno sopportare l’aumento della domanda aggregata. Per avere un’idea è sufficiente osservare che la somma della popolazione statunitense ed europea è di circa 820 milioni di abitanti, mentre la somma di Cina e India è di 2,5 miliardi di persone.

Le famigerate politiche espansive (la crescita della produttività) sono la causa della crisi ambientale, sociale ed economica, e l’Europa dovrebbe avere gli elementi culturali per ammetterlo proponendo un nuovo modello sociale e programmando l’uscita dal capitalismo. A mero titolo esemplificativo basti ricordare: l’estrazione di coltan per l’industria delle nuove tecnologie, la pesca industriale dove il 2% dei pescherecci cattura tutto il pescato mondiale (il tonno pinna blu è vicino all’estinzione), l’aumento globale del calcestruzzo per la costruzione di megalopoli, la deforestazione per l’allevamento di carni, la produzione globale di jeans che si realizzano su quattro continenti causando un enorme impatto ambientale. Le resistenze culturali sono grandi, ovviamente, prima di tutto poiché si crede alla scemenza che senza capitalismo non si possa costruire una società, e che tale società, si pensa demagogicamente, debba essere fondata sul lavoro, celando il desiderio recondito di un salario certo e sicuro e nulla di più, mentre altri ambiscono ad accumulare denari ritenendo che questo sia il fine della società. E’ proprio questo il castello psicologico da demolire: l’egoismo indotto dal capitalismo. Poi, una società senza il capitalismo è senza dubbio più serena, e il lavoro, banalmente, continuerà ad esistere poiché c’è molto da trasformare e aggiustare, soprattutto gli errori dell’industrialismo finalizzato alla mera produzione continua (prevenzioni dei rischi idrogeologici e sismici, bonifiche, piani di conservazione e recupero, agricoltura naturale, auto sufficienza energetica …).

Le classi dirigenti politiche occidentali non hanno l’autorevolezza morale per indicare un’evoluzione della specie umana, ma alcune istituzioni culturali, dall’America all’Europa, e anche in Asia hanno gli strumenti teorici e pratici per indicare l’evoluzione. Esistono anche gli strumenti giuridici e finanziari per programmare, pianificare e progettare la transizione. Oltre al necessario riequilibrio del rapporto fra uomo e natura, l’aspetto più straordinario attraverso l’uscita dal capitalismo è l’aumento dell’occupazione utile; si favorirà lo sviluppo umano risolvendo anche i crescenti problemi psicologici degli occidentali costretti in schiavitù in impieghi inutili e sottopagati.

Vi ricordate la famosa frase il lavoro nobilita l’uomo? Oppure il mantra dei sindacati il lavoro produce ricchezza? Sono slogan che appartengono a un’epoca che sta terminando. L’inizio della fine fu preconizzato dai romanzi sui robot con Isaac Asimov nel 1950, poi è proseguito con le prime automazioni nelle fabbriche durante gli anni ’70, e poi le prime linee produttive informatizzate durante gli anni ’80. Oggi le macchine sostituiscono tutti gli operai nelle linee produttive e di assemblaggio, i prossimi licenziamenti ci saranno in tutta la logistica, sostituiti da umanoidi e anche nell’esercito, successivamente troveremo umanoidi anche nell’industria delle costruzioni, e nell’assistenza medica e sociale (lo so sembra un ossimoro robot sociale). Il film l’uomo bicentenario non è utopia.

Nei prossimi vent’anni i computer potranno ridefinire il mondo dell’occupazione. E rendere obsoleto il 47% dei posti di lavoro. Le macchine stanno imparando a guidare e a riconoscere le emozioni dalle espressioni facciali. I droni effettuano consegne e il robot Brett è in grado di imparare le operazioni ripetitive delle catene di montaggio. I computer ormai sanno interpretare i contesti e a valutare le informazioni.

Entro i prossimi cinque anni, rivela uno studio del Forum economico mondiale, 5 milioni di persone rischiano di essere sostituiti da automi governati da sofisticati algoritmi.

Francamente sapere che un uomo non venga più sfruttato come un robot, ritengo sia un’evoluzione e un impiego corretto delle macchine, ma come preconizzò Heidegger l’uomo non sembra essere in grado di controllare la tecnica, col serio rischio che la tecnica prenderà il sopravvento sulla specie umana. Il fatto che le macchine sostituiscano le persone in impieghi troppo faticosi trova il favore anche di Chomsky, il più importante linguista del Novecento. Pallante direbbe che sarebbe utile «ridefinire il significato del lavoro nella sua complessità, superando la sua riduzione alla dimensione dell’occupazione, cioè della partecipazione alla produzione di merci in cambio di un reddito monetario, per ridare diritto di cittadinanza al lavoro finalizzato ad autoprodurre beni, all’economia del dono e al lavoro creativo».

Dal punto di vista economico l’aspetto inquietante è che la classe politica è del tutto inerte di fronte alla prospettiva di nuovi milioni di disoccupati, poiché il sistema che hanno inventato non prevede l’opportunità della fine della schiavitù. E pertanto dovrebbero pensare di accettare il fatto di ripensare il cosiddetto sistema sociale, sia ripristinando il potere di emettere moneta a credito nelle mani dello Stato, e sia partendo dalla teoria endogena della moneta, di fatto ribaltando l’obsoleto modello economico neoclassico su cui è costruita la religione neoliberale.

Che la tecnica abbia preso il sopravvento, in parte è già accaduto con la stupida finanza e la pubblicità che controllano l’economia globale e schiavizzano i popoli. Inoltre che il capitale si stia separando dal lavoro, è ampiamente documento da Piketty nel suo Il capitale nel XXI secolo, e inoltre basta osservare le borse telematiche e il valore di capitalizzazione rispetto alla tipologia delle imprese. E qui ricorro a un altro famoso film, Matrix, utile a osservare che viviamo già in una realtà virtuale e il software si chiama invenzione dell’economia. Il governo globale non è controllato dalla saggezza delle specie umana ma dai capricci delle imprese private, che fanno un ampio uso della telematica e dell’informatica per manipolare e nascondere. Il capitalismo è la peggiore religione che si possa ideare per schiavizzare i popoli facendo credere loro di dover vivere per lavorare, di dover rubare risorse alla natura per costruire e vendere merci inutili. L’evoluzione robotica delle imprese ha poi sostituito gli schiavi umani con le macchine. Creati nuovi disoccupati per la perdita degli schiavi, il problema per la religione capitalista è non ridurre i consumi di merci inutili. La risposta ha diversi titoli: “assegno universale di sostegno”, “assegno di disoccupazione”, o “reddito di cittadinanza”. Nel mondo privatizzato dal capitalismo che ha mercificato ogni cosa, la risposta è sempre banale, cioè distribuire mance alla servitù entro la soglia di sopravvivenza sostenendo i consumi che interessano alle imprese e alle multinazionali. Fateci caso, chi chiede questa mancia al sistema immorale capitalista sono le cosiddette forze politiche di opposizione, ma tale idea di dare la mancia al popolo nacque nei pensatoi neoliberal consapevoli del fatto che prima poi le macchine avrebbero creato nuovi disoccupati. Ciò dimostra, se fosse ancora una volta necessario, che i soggetti politici che osserviamo nel teatro politico, non solo sono inutili allo sviluppo umano ma favoriscono la regressione culturale dei popoli.

Presentata ingenuamente o abusivamente da alcuni attivisti con le connotazioni di un’idea di “sinistra”, questa rivendicazione sembra, in realtà, totalmente trasversale allo spartiacque tradizionale. Così l’assemblea costituente del “Movimento francese per un reddito di base” si è svolta sotto la direzione congiunta di una personalità come Patrick Viveret, classificato tra gli intellettuali alter-mondialisti, e quella di Christine Boutin, presidente del “Parti chrétien-démocrate (Partito Cristiano-democratico), di destra. In effetti, questo progetto di reddito incondizionato ha le sue radici molto più nel pensiero liberale e ultra-liberale, come vedremo. Recentemente, Laurent Joffrin, il famoso (in Francia) direttore del quotidiano Libérationsi è entusiasmato per questa idea di “reddito incondizionato”, sotto l’influenza di una stella ascendente dell’ultra-liberalismo in Francia, Gaspard Koenig, che è il creatore delthink tank liberale “GenerationLibre”(Generazione libera).

Il 22 luglio 2015, Laurent Joffrin ha spiegato nel suo giornale che la proposta è stata“originariamente concepita da Milton Friedman e destinata non solo a eliminare la grande miseria, ma anche di riformare da cima a fondo uno Stato-provvidenza che questi intellettuali considerano obeso e inefficace”. Ricordiamo che Milton Friedman è uno dei più famosi esponenti del liberalismo economico. È il fondatore della Scuola di Chicago, che ha diffuso le idee ultraliberali in tutto il mondo.

Sempre Pallante: «per migliorare il benessere dei bambini e dei genitori, per migliorare il benessere sociale derivante dal benessere delle famiglie, occorre ridurre il tempo che si dedica alla produzione di merci e aumentare il tempo che si dedica alle relazioni uma­ne. Il miglioramento del benessere individuale e sociale passa attraverso una decrescita del pil. Ma una decrescita selettiva, che distingua le merci in base alla loro utilità e al loro impatto ambientale». Se usciamo dalla schiavitù del produttivismo possiamo agevolmente comprende che al concetto di lavoro dobbiamo associare il concetto di utilità. La sopravvivenza della specie umana dipende dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso razionale delle risorse finite, non dalla finanza e tanto meno dal consumo di merci inutili. Il software della religione capitalista, inserito come credenza nei nostri programmi scolastici e universitari sta distruggendo la nostra specie. La tecnica, da un lato mostra opportunità e dall’altro lato mostra seri rischi. Per individuare percorsi evolutivi dobbiamo ricorrere a due teorie molto valide, la prima è notissima, scritta nei primi capitoli del Capitale di Marx  e riguarda la distinzione fra valore d’uso (beni) e valore di scambio (merci), aggiornandolo alla distinzione fra beni e merci, e suggerendo il fatto che i beni vanno sottratti dalle logiche di mercato. La secondo teoria riguarda i sistemi sociali, cioè la società, che può evolversi imitando i processi auto poietici, cominciando a diffondere e praticare nuovi valori (la tutela dei beni, l’auto sufficienza energetica, la sovranità alimentare) e contaminare il resto della società per liberarla dalla religione capitalista. Possiamo usare le tecnologie (auto sufficienza energetica sfruttando le fonti alternative) per ridurre lo spazio del mercato capitalista e aumentare quello della comunità (scambio dei surplus energetici). Si tratta di un nuovo sistema sociale capace di auto regolarsi e auto gestirsi in maniera consapevole per tutelare le risorse locali e offrire prosperità. Il valore di questo sistema sociale non si misura col valore di scambio, e tanto meno con i soldi, ma si misura col valore d’uso che non si può comprare e vendere col denaro. E’ l’utilità sociale la misura delle azioni ma soprattutto è l’infrastruttura rigida del nuovo modello sociale auto poietico. In questo sistema la prosperità è garantita poiché le limitate risorse naturali sono fuori dal mercato, non si possono comprare e vendere e sono a disposizione delle comunità nella misura delle capacità auto rigenerative dettate dalle leggi naturali, dalla fisica. In questo tipo di società non si vive per lavorare, ma il contrario. Chi vuole lavorare lo fa per utilità sociale e per dare un contributo all’evoluzione della comunità attraverso la propria creatività, il lavoro è una forma di altruismo, cioè l’opposto della società capitalista dove si vive per lavorare, e si lavora per accumulare denaro come forma egoistica. Nella società prosperosa esiste ancora la moneta, ma non è ricchezza, non è lo scopo, ma è solo il metro di misura delle azioni di scambio, ed occupa un ruolo marginale. Nella società prosperosa non esiste l’economia del debito, non esistono titoli di stato da comprare e vendere, non esiste la speculazione finanziaria, e tanto meno i famigerati mercati borsisti telematici, è stato tutto cancellato e arrestati i criminali che truffavano i popoli attraverso l’invenzione di sistemi bancari occulti e offshore. La moneta è di proprietà dello Stato e viene creata per pubblica utilità, non esiste rischio di speculazione poiché la quantità è commisurata ai limiti delle risorse e alle esigenze di bisogni reali (non per i bisogni indotti), e non dei capricci delle imprese per favorire consumi inutili, e una parte viene bruciata dallo Stato in caso di eccesso, in questo modo i prezzi si tengono stabili poiché non c’è competitività o rincorsa alle vendite, nessuno produce per aumentare le vendite ma per offrire servizi e merci utili. Anche in questa società esiste l’effimero ma è contenuto, occupa un ruolo marginale ed è l’opposto del capitalismo dove l’effimero occupa un ruolo strategico per sostenere la produttività.

La premessa fondamentale alla teoria sociale è che l’uomo sia razionale e auto cosciente. In questa premessa c’è il nostro problema. La maggioranza degli uomini non è affatto auto cosciente poiché manipolata e psico programmata dalla religione capitalista. La recessione che stiamo subendo per l’implosione del sistema offre spunti di riflessione, e libera le persone dalla schiavitù poiché vanno in conflitto con se stesse e col sistema. Il serio rischio è che le forze politiche trovino soluzioni per tenere in vita il cancro capitalista attraverso vecchi sistemi come le politiche espansive per sostenere la crisi della domanda (politiche di destra cosiddette keynesiane), anziché cogliere l’opportunità di programmare la transizione e uscire dal capitalismo per approdare sul piano della bioeconomia.

Nella società della prosperità non esistono disoccupati, poiché non c’è la necessità di cercare un posto di schiavitù come accadeva per la religione capitalista. Qui le persone sono libere di scegliere i propri percorsi di crescita spirituale e materiale, e sono stimolate a scoprire i propri talenti, poiché ognuno ha il suo talento e deve solo investire il proprio tempo per scoprirlo e mostrarlo. L’intero sistema educativo, una volta ideato dall’industria per favorire la produttività, è stato ripensato per favorire lo sviluppo umano, non esistono più classi dove le persone irregimentate e divise per età, ma si incontrano per sviluppare i propri interessi e le potenzialità creative. Sono gli stimoli e gli interessi che formano i corsi di studio e si avanza per idoneità su gradi di conoscenza e di consapevolezza; non esistono voti o punteggi. Con questo sistema le persone accedono a livelli di conoscenza in maniera più veloce.

Vogliamo vedere un esempio di corretto uso delle tecnologie per favorire impieghi utili? Oltre alla rigenerazione urbana bioeconomica, esiste un altro indotto straordinario, è la mobilità privata che dovrebbe perseguire diversi obiettivi parallelamente per prevenire l’inquinamento: pubblicizzare la vendita di biciclette, migliorare i trasporti pubblici, ridurre il numero di auto circolanti (sono decisamente troppe) e in fine sostituire tutti i motori a scoppio con quelli elettrici. La sostituzione dei motori favorisce gli artigiani meccanici e non l’industria delle auto mobili, che invece riduce le vendite attraverso una saggia politica di sostenibilità.

La descrizione di questa nuova società si può realizzare pianificandola. I sistemi locali del lavoro sono gli ambiti territoriali idonei a questa trasformazione del pensiero, e possiamo colpire il distruttivo sistema capitalista modificando i poteri dello Stato e la natura giuridica della moneta, programmando la rigenerazione dei territori e delle aree urbane. Lo scopo della nostra specie non è l’accumulo compulsivo di denaro e merci, questo è noto a chiunque, ma ci vuole il coraggio di prendere una decisione epocale. Se ai decisori manca questo coraggio, e questo coraggio manca altrimenti avrebbero già avviato la transizione, allora vanno sostituiti al più presto, senza perdere altro tempo. Parallelamente bisogna creare movimenti e raccogliere aiuti finanziari per costruire la transizione realizzando comunità auto sufficienti.

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