Misure e norme per la rigenerazione urbana

In Senato è in discussione un Disegno di Legge denominato “Misure per la Rigenerazione Urbana” N. 1131 con un nuovo testo migliorato (NT1). Al di là del fatto che il nostro legislatore sia, ahimé, incapace di produrre una riforma urbanistica adeguata ai problemi delle nostre aree urbane e rurali, ad esempio adeguando la legge urbanistica nazionale (L.1150/1942), ma bisogna riconoscere che, con grande fatica, sembra voler introdurre programmi di rigenerazione urbana per consentire i Comuni di intervenire dentro le zone consolidate. Sarebbe più corretto e coerente, ad esempio, introdurre nella legge 1150/42 uno strumento attuativo denominato “Piano Particolareggiato di Rigenerazione urbana” e declinarne gli obiettivi e le regole, così come sarebbe saggio modificare gli obiettivi della pianificazione urbanistica adeguandoli alla complessa realtà urbana e rurale. Se il legislatore volesse seriamente migliorare il governo del territorio, allora dovrebbe partire dalle leggi quadro di riferimento e incidere anche e soprattutto su due aspetti economici che condizionano negativamente il disegno urbano e la qualità della vita degli abitanti: la rendita e il regime giuridico dei suoli.

A mio avviso, poiché il legislatore si rifiuta di affrontare il problema della rendita attraverso una matura riforma delle legislazione urbanistica, accade che le norme promesse possano diventare propaganda, e così nelle finalità e obiettivi (art. 1) indicati vi sono alcune ingenuità e velleità che assumono il disvalore di slogan. Due concetti annunciati e importanti come la sicurezza sismica e l’integrazione sociale sono gettati nella mischia normativa sottovalutando la realtà politica, culturale e territoriale, sia della nuova struttura urbana italiana [non esistono più i Comuni entro i vecchi ed obsoleti confini amministrativi ma esistono nuove città estese] e sia dell’inefficienza amministrativa dei Comuni italiani, incapaci di fare bene piani e progetti poiché condizionati dalle rendite, mentre nel Meridione si riscontrano livelli di incapacità a dir poco imbarazzanti e criminogeni.

La proposta [nuovo testo al Nuovo Testo della congiunzione n. 1131 … NT1] prevede di introdurre una “cabina di regia nazionale per la rigenerazione urbana” (art.3), un “programma nazionale” (art.4) con il relativo “fondo” (art.5), poi la formazione di “bandi” e di un “piano comunale di rigenerazione urbana” (artt. 11 e 12) in capo al Consiglio comunale, ed altresì norme di attuazione degli interventi (art. 14).

L’aspetto tecnico più interessante che vorrebbe introdurre il legislatore è l’uso dichiarato dell’unità di vicinato per rigenerare i quartieri esistenti, una pratica compositiva molto nota per i pianificatori e che nasce con la disciplina urbanistica stessa. Dovremmo desumere che tale indicazione tecnica inserita nell’ultima modifica del Disegno di Legge voglia ribadire, per l’ennesima volta, che la qualità urbana dipende dal disegno, dal progetto, e non solo da criteri meramente quantitativi, cioè da numeri inseriti nei piani utilizzati per giustificare il fatto di aver svolto il compitino. La proposta all’articolo 1, comma 1, lettera c) recita: «favorire l’innalzamento del livello della qualità della vista sostenendo l’integrazione sociale, culturale e funzionale mediante la formazione di nuove centralità urbana, nonché la interconnessione funzionale promuovendo la concezione di quartieri residenziali integrati e “compatti”, secondo i criteri dimensionali e spaziali dell’unità di vicinato e l’interrelazione di residenze, attività economiche, servizi pubblici e commerciali, attività lavorative, tecnologie e spazi dedicati al coworking ed al lavoro agile, servizi e attività sociali, culturali, educativi e didattici promossi da soggetti pubblici e privati, nonché spazi ed attrezzature per il tempo libero, per l’incontro e la socializzazione, con particolare attenzione delle esigenze dei soggetti con disabilità». In una legge del genere non è necessario appesantire la norma con l’uso eccessivo e continuo di termini simili, spesso ridondanti e persino anglicismi fuori luogo, non è affatto importante assemblare tanti concetti in maniera disorganica, mentre una norma tecnica è più efficace quando usa il numero corretto di termini, esprimendo pensieri e concetti brevi ma strutturati correttamente. Ad esempio, sarebbe stato sufficiente affermare che per ottenere un’adeguata rigenerazione urbana, prima di tutto, si interviene dentro le zone consolidate e che tali interventi riguardano la morfologia urbana, eventualmente da modificare anche attraverso il progetto dell’unità di vicinato con mixité funzionale e sociale. Nelle definizioni manca proprio il concetto di “morfologia urbana”. E’ interessante il fatto che si istituisce un fondo (art. 5) per pagare tutte le spese sia di progettazione che per le eventuali demolizioni, poi in tale norma si introduce anche uno nuovo strumento attuativo denominato “Piano Comunale di rigenerazione urbana” (artt. 11 e 12), ma il legislatore persevera nei suoi vizi peggiori, alimentando confusione, e cioè anziché ripartire da una legge quadro suggerisce nuovi strumenti tecnico-giuridici in altre leggi, che poi andrebbero collegate alle precedenti. In una direzione analoga, in Italia, negli anni ’90 del secolo scorso furono introdotti i cosiddetti “programmi complessi”, cioè strumenti tecnico-giuridici che sono stati utilizzati come strumenti attuativi per interventi anche di rigenerazione urbana. Cosa vuol dire tutto ciò? Che non bisogna inventare la ruota ogni volta ma adeguare ciò che esiste ai problemi odierni, cercando di semplificare e non di complicare.

Prospettive rigenerative per Salerno

Per riorganizzare complessivamente il territorio della città estesa salernitana, ritengo sia indispensabile proporre con convinzione la prospettiva di una nuova forma urbana, costituita da tante trasformazioni urbanistiche finalizzate a progettare una città migliore affrontando i temi sociali, ambientali ed occupazionali dell’area che oggi riversa in gravi condizioni di marginalità economica.

Una corretta strategia salernitana dovrebbe partire da una profonda e corretta analisi urbanistica perché nella conoscenza del territorio e della struttura urbana estesa c’è la risposta ad ogni problema, compresa la visione politica che può stimolare nuove opportunità di sviluppo umano. L’approccio rigenerativo bioeconomico può suggerire la creazione di nuovi luoghi urbani, luoghi di senso, da inserire dentro un nuovo progetto di suolo, da M.S. Severino passando per Salerno fino a Battipaglia.

La città estesa è costruita dentro un bacino idrografico, nel sistema vallivo e collinare, ed è in questo contesto che bisogna intervenire per ridurre i rischi (idrogeologico e sismico), entro cui rinaturalizzare e costruire i servizi che mancano tutt’oggi dentro le zone consolidate. Tali zone vanno riprogettate, e collegate da servizi ed infrastrutture di mobilità sostenibile. Sarebbe saggio rimettere al centro l’utopia concreta e pensare a scenari di trasformazioni urbanistiche che rigenerano le zone consolidate risolvendo i conflitti ambientali e sociali ancora persistenti, poiché il ceto politico dominante li ha trascurati e sottovalutati. Questi conflitti irrisolti possono diventare opportunità d’impiego per gli abitanti, e così le agglomerazioni di edifici che stanno arrivando a fine ciclo vita e rappresentano degrado, disordine urbano e decadimento possono trasformarsi.

Un piano urbanistico intercomunale appare lo strumento più maturo per avviare un lungo percorso di rigenerazione urbana e territoriale. Il piano dovrebbe definire priorità, tipi di interventi (qualificazione edilizia, ristrutturazione urbanistica, addensamento e sostituzione urbana) e le effettive modalità di trasformazione urbanistica. Adottare la rigenerazione urbanistica come cura prodotta dai vizi e dai capricci della borghesia locale significa offrire una prospettiva di futuro sostenibile, poiché la rigenerazione richiede una complessità di processi e un numero di interventi per molti anni a venire. Dal punto di vista del piano, cioè dello strumento tecnico-giuridico, le priorità possono diventare indirizzi operativi strategici, ad esempio indirizzi tematici, mentre i tipi di interventi possono diventare gli strumenti attuativi dell’indirizzo operativo del piano. Nel caso salernitano, è indubbio che bisogna recuperare i centri storici e bisogna recuperare gli standard mancanti nelle zone consolidate, ed intanto un piano operativo tematico è certamente la qualificazione diffusa dell’edilizia esistente, un altro piano tematico è la rigenerazione del patrimonio pubblico, così come un piano operativo tematico per la rigenerazione delle aree dismesse, un altro piano tematico è la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, delle colline e della fascia litorale costiera. Tutto ciò significa interpretare l’assetto territoriale e produce risvolti sociali ed economici frutto di investimenti e infrastrutture. Le trasformazioni producono cambiamenti che toccano anche interessi contrastanti, che la regia pubblica deve imparare a gestire e normare in maniera efficace al fine di applicare l’interesse generale ed aggiustare una città estesa costruita male. L’obiettivo è tutelare la vita umana (eliminare il rischio sismico e idrogeologico) adottando un piano che riduce/elimina i divari territoriali fra Nord e Sud, e fra zone e zone, fra quartieri e quartieri.

Cogliere le opportunità

La città salernitana estesa (11 Comuni) dovrebbe cogliere le opportunità della nuova programmazione economica che riguarda anche il corretto uso delle risorse. Il modo più saggio per stimolare l’uscita dalla marginalità sociale ed economica del territorio salernitano è quello di costruire un’Unione dei Comuni per dar vita a un cambio di scala, e preparare un unico piano urbanistico fra i Comuni che si sono saldati fisicamente, ormai da circa trent’anni. Questa nuova città estesa è attualmente non pianificata correttamente, e riversa in condizioni di marginalità economica, come documenta l’ISTAT. L’uso della disciplina urbanistica, se fosse applicata, è indubbiamente l’approccio corretto per compiere investimenti utili a creare opportunità di sviluppo umano. La responsabilità politica di attrarre questi investimenti programmati è attribuita ai Comuni, si tratta degli stessi Enti che non hanno voluto e saputo fare i piani urbanistici, e questo dato in Campania è a dir poco diffuso e drammatico; poi ci sono Comuni che hanno un piano ma questo strumento è di fatto un piano edilizio e non urbanistico, poiché la consuetudine viziosa è quella di considerare il territorio una merce, anziché costruire diritti a tuti gli abitanti e tutelare un bene non rinnovabile.  La realtà economica e sociale documentata dall’ISTAT lascia intendere che il danno è prodotto, innanzitutto, dalle scelte del ceto politico nazionale e locale, e che al contrario, gli altri Paesi vivono in condizioni migliori poiché il loro ceto politico ha compiuto scelte politiche opposte a quelle italiane: a partire dall’uso della disciplina urbanistica e dalla diffusa cultura circa la qualità architettonica degli interventi.

Miopia e danni sociali, ambientali ed economici: la città estesa salernitana esiste ed è vissuta da circa 300 mila abitanti e/o utilizzatori del territorio, che variano fino ad arrivare a circa 500 mila abitanti ma nonostante la realtà sia questa struttura urbana, accade che la stessa è ignorata/trascurata dalle istituzioni, nel senso che non esiste né una visione e tanto meno un’idea di piano su come aggiustare questo disordine caotico che costringe i viventi a coesistere in condizioni e circostanze che non stimolano un adeguato sviluppo umano. La miopia politica è il punto di vista attuale e pertanto gli utilizzatori del territorio sopravvivono in un contesto disorganico e disorganizzato, ove ogni Amministrazione si illude in maniera anacronistica di poter “pianificare” entro i propri limiti amministrativi, mentre la marginalità economica aumenta e le persone emigrano.

La città estesa salernitana è costituita da due tipi di città contrapposte: la dimensione compatta del comune centroide e la dispersione con insediamenti discontinui e continui, a volte poco riconoscibili e difficilmente distinguibili fra città, aree produttive e rurali determinando conflitti e disordine che incidono negativamente sulla qualità di vita degli abitanti. Coesistono zone con peculiarità e problemi distinti, le zone storiche, talune recuperate e molte altre trascurate e abbandonate, poi osserviamo gli spazi di margine spontanei, irregolari e trascurati con grumi di case e capannoni. Le zone consolidate costruite dai processi speculativi con una grave carenza di standard minimi. Le Amministrazioni hanno trascurato la corretta disciplina urbanistica favorendo i conflitti ambientali e sociali odierni, poiché funzioni e attività incoerenti fra loro coesistono su una struttura territoriale naturale aggredita dalla cementificazione selvaggia e da volgari speculazioni edilizie distruggendo, in talune colline e aree, il valore ambientale del paesaggio naturale fino a sottrarlo alla fruizione pubblica. Un esempio ben visibile di questa incivile e violenta aggressione è osservabile all’interno della città estesa, ed è costituita dalle agglomerazioni edilizie costruite entro gli alvei naturali di fiumi e corsi d’acqua, altri brani violenti sono visibili sulle colline cementificate. Questi sono solo alcuni contesti da aggiustare, da rigenerare.

Nuove norme per la rigenerazione

Il legislatore, il Governo e la Conferenza Stato-Città hanno aggiornato i propri strumenti normativi (DPCM 21 gen 2021; art.7 bis c.2 D. Lgs 243/2016; c.42 e c.43 art.1 L. 160/2019, D.M. 395/2020) per stimolare interventi chiamati di “rigenerazione urbana”, e lo fa stanziando somme programmate nel corso degli anni fino al 2034 e invitando i Comuni (con popolazione sup. ai 15mila ab.) a presentare progetti che un’Alta Commissione per la qualità dell’abitare (c.439 art.1 L.160/2019) valuterà, e stabilendo criteri, priorità, obiettivi e modalità di finanziamento. Il DPCM del 21 gen 2021 (Assegnazione ai Comuni di contributi per la rigenerazione urbana, G.U. n. 56 del 6 marzo 2021) individua ambiti di ammissibilità degli interventi (opere pubbliche…) criteri (ridurre i fenomeni di marginalità…), e il monitoraggio di effettivo utilizzo (D. Lgs. 229/2011) delle risorse da destinare prioritariamente ai Comuni che abbiano nel proprio territorio una densità maggiore di popolazione caratterizzata da condizioni di vulnerabilità sociale e materiale, con conseguenti fenomeni di marginalizzazione e degrado sociale. I contributi previsti sono concessi per singole opere pubbliche o insiemi coordinati di interventi pubblici anche ricompresi nell’elenco delle opere incompiute, volti a ridurre la marginalità sociale e migliorare la qualità del decoro urbano, a sottolineare la priorità pubblicistica dei progetti da presentare. Gli interventi riguardano: a) manutenzione per il riuso e la rifunzionalizzazione di aree pubbliche e di strutture edilizie esistenti pubbliche per finalità di interesse pubblico…; b) miglioramento della qualità del decoro urbano e del tessuto sociale e ambientale, anche mediante interventi di ristrutturazione edilizia di immobili pubblici… c) mobilità sostenibile.

L’art.8 del DM 395/2020 (Procedure per la presentazione delle proposte, i criteri per la valutazione e la modalità di erogazione dei finanziamenti per l’attuazione del “Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare”) individua criteri per la valutazione delle proposte: a) qualità della proposta e coerenza con le finalità di cui al c. 437 art.1 L. 160/2019 (riduzione del disagio abitativo con particolare riferimento alle periferie), capacità di sviluppare risposte alle esigenze/bisogni espressi…; b) entità degli interventi relativamente agli immobili ERP, con preferenza alle aree con maggiore tensione abitativa…; c) recupero e valorizzazione dei beni culturali, ambientali e paesaggistici ovvero recupero e riuso di testimonianze architettoniche significative…; d) risultato del “bilancio zero” del consumo di suolo; e) attivazione di risorse finanziarie pubbliche e private; f) coinvolgimento di operatori privati, anche del Terzo Settore, con particolare coinvolgimento e partecipazione diretta di soggetti interessati…; g) BIM. Le finalità del c. 437 art.1 L. 160/2019 sono: «riqualificare   e incrementare  il  patrimonio  destinato   all’edilizia   residenziale sociale, a rigenerare  il  tessuto  socio-economico,  a  incrementare l’accessibilità, la sicurezza dei luoghi e  la  rifunzionalizzazione di spazi e  immobili  pubblici,  nonché  a  migliorare  la  coesione sociale e la qualità della  vita  dei  cittadini,  in  un’ottica  di sostenibilità e densificazione,  senza  consumo  di  nuovo  suolo  e secondo i principi e  gli  indirizzi  adottati  dall’Unione  europea, secondo il modello urbano  della  città  intelligente,  inclusiva  e sostenibile (Smart City)».

Il combinato disposto di tali norme ci consente di affermare che tali provvedimenti indubbiamente interessanti, mostrano un approccio culturale ancora distante dalle consuetudini europee (città e bellezza, povertà, case e quartieri), ma mostrano un’intenzione di assegnare somme per ridurre i divari territoriali, ad esempio utilizzando valutazioni ex-post caratterizzate da criteri di sostenibilità e misurando l’Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale (ISVM). Ancora una volta, si vuole porre l’accento sul fatto che i piani regolatori generali dovrebbero esser fatti bene, ad esempio rinnovando l’obbligo agli Amministratori locali di applicare il notissimo DM 1444/68 che vincola Sindaci e Consiglieri comunali a costruire gli standard minimi definiti da queste norme anche “equipaggiamento urbano-locale” [se manca va realizzato], oltreché contenere il carico urbanistico nei tessuti urbani esistenti [si intende ridurre l’affollamento urbano]. L’obiettivo dichiarato è favorire il miglioramento delle condizioni ambientali e sociali degli abitanti attraverso interventi sostenibili. Per intervenire all’interno delle zone consolidate, sarebbe saggio adottare un corretto approccio culturale per studiare le strutture urbane esistenti, riconoscendone la forma.

In Italia, diversamente dal resto d’Europa, manca ancora un’organica e matura riforma nazionale circa il corretto il governo del territorio, che conduce i responsabili politici verso una gestione razionale delle risorse limitate, ad esempio ribadendo un concetto tanto semplice quanto ignorato: il territorio non è una merce, mentre l’urbanistica nacque per costruire diritti a tutti gli abitanti e non a regalare rendite parassitarie agli investitori. Questo è il nodo principale che ha costruito i divari territoriali che si intendono rimuovere.

I progetti, prevalentemente di carattere pubblicistico, dovranno esser capaci di affrontare i problemi di marginalità e degrado sociale, con interventi di riuso e rifunzionalizzazione di edifici e strutture edilizie esistenti, anche realizzando servizi culturali, educativi e didattici, e migliorando l’accessibilità esistente dei centri urbani (art.3 DPCM 21 gen 2021).

Gli interventi e le misure dovranno mirare a soluzioni durevoli per la rigenerazione del tessuto socio-economico, il miglioramento della coesione sociale, l’arricchimento culturale, la qualità dei manufatti, dei luoghi e della vita dei cittadini, in un’ottica di innovazione e sostenibilità, con particolare attenzione a quella economica e ambientale, senza consumo di nuovo suolo (art.2 DM 395/2020).

Sono tutte aspettative e obiettivi condivisibili che possono essere perseguiti con maggiore efficacia riformando il regime giuridico dei suoli, come suggerì l’allora Ministro Fiorentino Sullo. Le disuguaglianze territoriali che si vogliono rimuovere furono costruite dall’approccio culturale prevalente di allora: il liberalismo, che è lo stesso di oggi degenerato in processi di “urbanistica contrattata” per offrire ai privati facili guadagni e trascurando i problemi urbani esistenti. L’attuale regime giuridico dei suoli consente l’egoismo dei pochi, poiché le aree sono considerate merce da comprare e vendere ove poter costruire rendite immobiliari attraverso una scelta politica, cioè senza merito. La consuetudine viziosa prevalente di Sindaci e Consigli comunali, è quella di favore prioritariamente gli interessi privati: le rendite. Oggi, lo stesso ceto politico dominante dovrebbe cambiare gestione del territorio per affermare l’interesse generale. L’obiettivo dichiarata di contrastare la disuguaglianza territoriale è pianificata poiché il Titolo V della Costituzione ha attuato il famigerato federalismo ed è stato il grimaldello per assicurare maggiori risorse al Nord a danno del Sud, insieme alla consuetudine viziosa di mercificare i suoli e consentire ai ceti borghesi locali di poter realizzare ambiti urbani diseguali. La pianificazione urbanistica, essendo di competenza regionale fra Lombardia, Toscana, Umbria, Emilia-Romagna e Campania accade che si realizza in maniera profondamente diversa, e così si sono costruiti diritti e servizi diseguali realizzando quell’immorale divario economico e sociale documentato dall’ISTAT. La responsabilità della disuguaglianza non è solo del legislatore che distribuisce male le risorse di tutti, favorendo il Nord, ma anche del ceto politico meridionale che approva “piani” fatti mali inducendo una parte dei propri abitanti ad emigrare per trovare condizioni di vita più dignitose.

Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni – 71 su 550 – hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano), oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale.

Il nuovo Ministero MIMS (Ministero delle Infrastruttura e della Mobilità sostenibili) pubblica le linee programmatiche e dichiara che il Mezzogiorno costituisce una priorità per l’azione del Governo: quindi, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) prevede che il 47% dei fondi sia destinato a progetti a favore di questa area territoriale. In realtà al Sud spetta il 70% delle risorse, secondo i criteri di ripartizione condivisi dall’UE e non il 47%, e ciò produce un danno economico e sociale che conserva i divari territoriali. La bozza del PNRR assegna al MIMS risorse per 48 mld di euro, di cui 32 aggiuntivi. Le assegnazioni riguardano: Missione 2 rivoluzione verde e transizione ecologica: 13,2 mld; Missione 3 infrastrutture per una mobilità sostenibile: 32 mld; Missione 5 infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore: 2,8 mld. Inoltre, il MIMS scrive «le città rappresentano il punto di caduta di tutte le dinamiche territoriali e delle sfide aperte dalla crisi economica e pandemica. […] E’ necessario un ripensamento delle città in funzione di una maggiore presenza di servizi e la pianificazione urbanistica deve divenire strumentale ai bisogni della popolazione, dedicando attenzione ai contesti territoriali sui quali si intende intervenire e avendo come obiettivo il miglioramento della qualità di vita e di lavoro dei cittadini». Si tratta di una considerazione diplomatica utile a ricordare agli Amministratori locali che bisogna fare bene piani e progetti riducendo le disuguaglianze create da una gestione speculativa del territorio.

Cosa servirebbe all’Italia per realizzare programmi, piani e progetti di rigenerazione urbana? Prima di tutto ammettere e riconoscere il fallimento della gestione politica dei Comuni e delle Regioni, poiché la corretta gestione del territorio si è realizzata solo in alcune aree italiane, e che persino in queste, dopo tanti anni di teologia liberista, il buon governo sta cedendo sotto i colpi di un decadimento morale e sotto i colpi dell’avidità (speculazioni edilizie), nella migliore delle ipotesi, mentre la corruzione endemica contribuisce a creare le disuguaglianze economiche e sociali, oltreché danni ambientali.

Il fenomeno urbano italiano è complesso e richiede una nuova gestione del territorio, sotto il profilo politico amministrativo, favorendo sia un cambio di scala e sia un salto culturale, oltreché tecnico-gestionale. Gli ambiti territoriali da pianificare sono i Sistemi Locali del Lavoro poiché entro questi insistono le nuove strutture urbane estese, costruite sui bacini idrografici. Ad esempio, le recenti norme suggeriscono di adottare soluzioni “Nature Based” (ottimo consiglio) che da un punto di visto tecnico è un’aberrazione, se parliamo di piani regolatori generali, poiché un progetto adeguato che vuole realizzare infrastrutture verdi va pensato osservando gli ambiti idrografici (I Piani di Bacino), quindi ben al di fuori degli attuali confini amministrativi, ormai obsoleti.  

Per realizzare seriamente gli interventi previsti bisogna imparare dalle migliori esperienze europee, ove non si immaginano speculazioni organizzate a tavolino, ove non esiste l’abusivismo edilizio e dove la natura pubblicistica dei piani è garantita da strumenti tecnico-giuridici come l’esproprio e il diritto di superficie, tutti strumenti rinnegati dagli italiani al fine di concentrare profitti nelle mani private degli investitori. Nel resto d’Europa gli investitori non sono messi nelle condizioni di influenzare negativamente il disegno urbano, anzi è l’esatto contrario cioè i piani creano le condizioni di sviluppo per tutti, e gli investitori sono regolarmente tassati, anche e soprattutto sulle rendite immobiliari ma investono ugualmente poiché non potrebbero fare diversamente, e perché piani e progetti hanno virtù compositive: qualità architettonica ed urbanistica garantendo anche la sostenibilità economica.

Le Amministrazioni che riconoscono la validità culturale di questi recenti indirizzi, e che sapranno ingaggiare i tecnici capaci (piani e progetti fatti bene), potranno cogliere le opportunità di sviluppo umano suggerite dai recenti provvedimenti. L’approccio bioeconomico che propongo è più maturo ed avanzato rispetto agli indirizzi inseriti nelle norme, ma ciò non toglie che un ceto politico illuminato potrà fare sempre meglio, e avviare un percorso di miglioramento che saprà dare un serio contributo per far uscire la propria comunità dalla marginalità economica e sociale in cui riversa.

Secondo le nuove norme ai Comuni che rientrano nella struttura urbana salernitana estesa, e che presenteranno progetti rispettando i criteri prestabiliti, potrebbero essere assegnati: 20 mln a Salerno; 10 mln a Battipaglia; 5 mln a Baronissi; 5 mln a Pontecagnano Faiano; 5 mln a M.S.Severino. Le risorse finanziarie promesse sono indubbiamente insufficienti per soddisfare i bisogni di queste comunità ma potrebbero rappresentare parti di un unico piano strategico che costruisce adeguati piani di rigenerazione urbana, e potrebbero essere aggiungente ai progetti di mobilità sostenibile gestiti dal MIMS. Prima di tutto, serve un piano secondo l’approccio bioeconomico.

Superbonus110%, luci ed ombre

Prima di commentare il recente provvedimento denominato Superbonus110%, è doveroso accennare alla realtà del territorio italiano costituito da aree urbane estese e rurali con seri problemi determinati da un’assenza di corretta pianificazione urbanistica e territoriale, mentre è drammatica la sottovalutazione del rischio sismico ed idrogeologico da parte del legislatore che non investe correttamente in sani processi di trasformazione urbana per risolvere vecchi problemi, ed eliminare le disuguaglianze territoriali. All’interno delle aree urbane troviamo gli edifici esistenti facenti parte di una determinata morfologia urbana, che andrebbe studiata e modificata seguendo la corretta composizione urbanistica; disciplina poco praticata dagli amministratori locali condizionati da interessi privati e rendite parassitarie. L’ambiente costruito ha numerosi edifici che stanno arrivando a fine ciclo vita, mentre altri andrebbero demoliti, e non è intelligente affrontare questo tema con la leva fiscale. Ad esempio, solo dopo un’attenta analisi urbanistica ed edilizia ci rendiamo conto se quell’isolato, quel quartiere andrebbe modificato per risolvere gravi problemi urbani (carichi urbanistici, sicurezza sismica, mobilità, servizi, energia…), mentre taluni edifici andrebbero sostituiti e quindi: qual è il senso di mettere un “cappotto” ad un edificio che andrebbe demolito? Che fine ha fatto il fascicolo del fabbricato? Nonostante la complessa realtà urbana e rurale richieda approcci culturali frutto della corretta pianificazione e della conoscenza approfondita dell’esistente, il legislatore approva un provvedimento di natura fiscale e finanziaria del tutto fuorviante circa la complessità urbana. Su questo aspetto insistono rischi di riciclaggio poiché “la cessione dei crediti vantati nei confronti dell’erario può essere oggetto di condotte fraudolente, perché aventi ad oggetto crediti di natura fittizia ovvero in quanto, rappresentando allo stesso tempo una modalità di pagamento del corrispettivo, consentono il trasferimento sostanziale di utilità finanziarie mediante il quale si realizza la fattispecie di riciclaggio”; (Fiscal Focus, P. Iaccarino, 18 feb 2021).

Il mercato dell’edilizia privata è consegnato nelle mani di banche e grandi gruppi (assicurazioni e multinazionali) che hanno altri interessi rispetto al corretto governo del territorio. Il combinato disposto fra cessione del credito, 110%, e massimali di costo, può stimolare anomalie di mercato a danno dello Stato e della collettività. Sulla scena delle ristrutturazioni private si presenta la figura del cosiddetto “General Contractor” (GC) che millanta di fare tutto (anticipare i costi, proporre polizze, trovare l’impresa e procacciare tecnici), ma si celano rischi e insidie. In qualunque Paese civile, le professioni tecniche sono determinanti e centrali in buona parte dei processi evolutivi poiché detengono il sapere tecnico, ma nel caso di specie tutto italiano, architetti e ingegneri possono essere messi ai margini dai GC, e chiamati “solo” per le asseverazioni necessarie a certificare i miglioramenti energetici e antisismici. Contrariamente al ruolo prevaricatore dei GC, nel caso del superbonus110%, i tecnici sono determinanti per avviare i processi poiché svolgono la “due diligence”, lo studio di fattibilità sugli immobili ed il progetto, com’è ovvio che sia, oltreché la direzione dei lavori da eseguire. Il GC, inventato dalla cultura liberale per gestire ed intervenire sui grandi appalti relativi alle infrastrutture pubbliche (autostrade e ferrovie), oggi entra nei condomini privati con irruenza e forza, prevaricando il mercato delle ristrutturazioni manutentive al fine di cogliere il profitto derivante dall’allettante 110%. In questo processo finanziario, innanzitutto, il GC punta a fare margine cavalcando il mercato dei crediti finanziari ma tosando tecnici e imprese artigiane. Attraverso la cessione del credito, ovviamente, ci guadagnano le banche private mentre i produttori privati (isolamento termico, infissi, impianti termici) sono favoriti dai massimali di costo poiché taluni hanno soglie superiori ai prezzi di mercato. I produttori stimolati dai massimali di costo possono legittimamente “truccare” il mercato per assecondare i propri interessi, ad esempio aumentando il prezzo di vendita fino alla soglia dei massimali di costo. In condizioni normali lo stesso prodotto (serramento) costa persino la metà, ed anche meno. Un’economia sana non dovrebbe tollerare tali manipolazioni. Questo aspetto sottovalutato dal legislatore inficia la verifica della congruità dei prezzi, compito che spetti ai tecnici abilitati, poiché un mercato manipolato dai massimali di spesa complica la composizione e la veridicità del computo metrico.

La filiera dell’edilizia può essere viziata dai GC poiché acquistano enormi quantità di materiale edilizio a basso costo, poi stoccato nei depositi, e infine tale materiale è imposto a sub appaltatori e tecnici per essere impiegati sui singoli interventi. I GC, in questo modo, fanno crescere il proprio margine già prima di intervenire mentre firmano contratti d’incarico nei condominii, e poi comprano le professionalità di tecnici ed artigiani retribuendole sotto costo per conservare alti margini. Questo approccio di rastrellamento del mercato edilizio va a danno delle ignare committenze che dovranno accontentarsi di ciò che propone il GC. Chi ci perde è lo Stato, cioè la fiscalità generale, poi la proprietà privata che rischia di ricevere interventi poco adeguati; ci perdono anche le libere professioni svilite poiché sotto poste a concorrenza sleale e persino danneggiate e sottopagate se dipendenti dai GC, che assumono il ruolo controverso di controllori e controllati delle ristrutturazioni edilizie, con facoltà di sub appaltare singoli interventi a imprese artigiane.

Un altro aspetto evidente a chiunque è palesemente sottovalutato, e ci fa pensare all’assenza di pianificazione politica: il patrimonio edilizio esistente è così ampio e vasto che non esiste il numero di imprese e di artigiani necessari per affrontare gli interventi agevolati. Così come non ha alcun senso una normativa fiscale-agevolata così differenziata per aliquote e per singolo intervento edilizio, poiché si complicano inutilmente le scelte di vita delle proprietà immobiliari.

Il modello che si sta presentando non è affatto virtuoso come si racconta, anzi nasconde insidie e rischi sottovalutati un po’ da tutti. L’entusiasmo del settore edile non corrisponde a un’offerta di interventi realizzati necessariamente a regola d’arte, mentre la propaganda della “ristrutturazione gratuita” crea aspettative che possono diventare illusioni, e danni difficilmente recuperabili. Dopo l’approvazione del DM 6 agosto 2020 e la possibilità di avviare i lavori, i primi interventi per effetto del superbonus110% si trovano in Veneto e in Lombardia mentre il Sud resta molto indietro per due motivi: al Nord c’è una maggiore capienza fiscale degli abitanti, con una pubblica amministrazione più celere nel rispondere alle domande di conformità urbanistico-edilizia. Poiché l’Italia è un Paese sostanzialmente diviso dalle disuguaglianze (economiche ed amministrative), un provvedimento che non tiene conto della realtà favorisce l’aumento del divario fra Nord e Sud.  

Qual è la luce introdotta dalla norma? I cittadini condizionati dalla pubblicità della ristrutturazione gratuita iniziano a riflettere sulla rivalutazione del proprio immobile; e mentre corrono il rischio di finire sotto un treno travolti dalla stessa propaganda, potrebbero incontrare tecnici e imprese indipendenti.

Un Paese complesso e articolato come l’Italia, che soffre di immorali disuguaglianze territoriali, dovrebbe promuovere la rigenerazione urbana bioeconomica per risollevare il settore dell’edilizia, facendo bene piani e progetti. Il legislatore poteva, e doveva, perseguire l’obiettivo del risparmio energetico e della riduzione del rischio sismico, non attraverso la creazione di un mercato finanziario ma programmando investimenti sui processi di trasformazione urbana, come fanno altri Paesi da molti decenni, e lavorando su una normativa nazionale per introdurre la bioeconomia nel governo del territorio che riduce il consumo di suolo e favorisce nuovi processi industriali finalizzati all’uso razionale dell’energia. Per far ripartire il mercato dell’edilizia servono piani fatti bene basati sulla conoscenza del territorio, e poi programmare ingenti investimenti pubblici-privati per aggiustare le città fallite. Il sapere crea valore e ricchezza diffusa, e non complicati ed opachi giochi finanziari che aiutano un’industria estranea all’edilizia, mentre si celano rischi per le committenze, e possibili danni per la collettività e nuovi debiti per lo Stato senza un miglioramento effettivo per le città, dove continua l’incuria circa gravi problemi urbani (sociali, ambientali ed occupazionali).

Rigenerare Salerno

Il presente lavoro è una piccola parte, rielaborata e aggiornata, della mia tesi di laurea presentata al DIA di Parma. Si tratta di un estratto al tema principale “Rigenerazione a Salerno; la rigenerazione attraverso la bioeconomia” pensata e progettata con scenari dentro una zona consolidata della città Salerno molto compromessa dai processi speculativi.

Questo documento riveduto viene pubblicato per condividere un “singolare” punto di vista circa il governo del territorio, un “nuovo” approccio culturale per amministrare e pianificare la nuova città salernitana costituita da un’area urbana estesa ove quotidianamente gli abitanti si muovono, vivono, usano e consumo il territorio. L’intenzione è sollecitare un dibattito pubblico per realizzare un disegno urbanistico intercomunale capace di costruire un futuro sostenibile per tutta la comunità estesa. Non esiste più la città di Salerno entro i confini amministrativi, ormai obsoleti e persino dannosi, ma esiste da molti anni una “Salerno estesa”.

Rigenerare il territorio correttamente consente di affrontare vecchi problemi quali il disordine urbano esistente causato dall’ignoranza e dall’egoismo dei processi speculativi; consente di affrontare seriamente la riduzione del rischio sismico e idrogeologico, la valorizzazione del patrimonio esistente e la riduzione della disoccupazione e delle disuguaglianze territoriali, permettendo così a un’intera comunità di favorire l’uscita dalla marginalità economica e sociale e programmare un futuro sereno in armonia con la natura, utilizzando correttamente le risorse esistenti.

Il documento ricco di dati e interpretazioni, può stimolare l’interesse di tutti nell’avviare nuove attività utili al territorio suggerendo un salto culturale perché il territorio non è una merce ma un bene.

Appunti per una corretta urbanistica salernitana

La struttura urbana di Salerno non è più la città dentro i propri confini amministrativi, poiché da circa trent’anni esiste un’unica area urbana estesa che va da Mercato San Severino fino a Battipaglia. Dall’alto è ben visibile e riconoscibile la saldatura fisica fra questi Comuni (ben 11), e sono altrettanto noti i flussi quotidiani di circa 300mila abitanti che usano un territorio di area vasta; si stima che solo nel capoluogo, quotidianamente, entrano circa 33 mila abitanti e ne escono 12 mila. E’ questo l’ambito territoriale dove individuare le aree da recuperare e conservare (ambiti storici), dove individuare i vincoli e le tutele ambientali, e dove dimensionare correttamente sia le localizzazioni (opere pubbliche) e sia gli standard entro le nuove zone omogenee; ripensando anche il ruolo delle zone produttive/industriali per valutarne gli impatti ambientali e sociali e riflettere sulle nuove attività di manifattura leggera.

Salerno, l’area urbana estesa

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Gli ambiti identitari della struttura urbana.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo[1].

Salerno, la struttura urbana del comune centroide.

La struttura del comune centroide ha diverse caratteristiche[2] determinate dall’orografia del territorio e dai piani locali che hanno favorito uno sviluppo dell’agglomerato edilizio cresciuto in maniera concentrata in talune zone, e poi in maniera diffusa, dispersiva e disomogenea in altre, con zone in conflitto fra loro poiché le attività, a volte, non sono compatibili fra loro, ad esempio coesistono agglomerati edilizi e produttivi creando conflitti ambientali e socio-sanitari.

Sempre nella struttura urbana del comune centroide coesistono due fenomeni che confliggono fra loro: la “città compatta” e la “città diffusa”, ma senza un’infrastruttura di mobilità intelligente. Due motivi determinano la cattiva circolazione delle persone: l’assenza di una maglia regolare urbana entro la quale aver collocato i servizi (la famosa “unità di vicinato” o “cellula urbana”), e poi l’assenza di un’adeguata armatura stradale e infrastrutturale che favorisca, prima di tutto, l’uso dei mezzi del trasporto pubblico. Questi sono i fattori principali che generano il traffico urbano, amplificato da stili di vita sbagliati per l’assenza di qualità urbana[3]. Sarebbe saggio che le Amministrazioni locali della struttura urbana estesa realizzassero un coordinamento per dar vita ad un ufficio di piano ad hoc[4], che studia un unico strumento: il piano urbanistico intercomunale secondo l’approccio territorialista che interpreta la visione della bioregione urbana[5].

Il livello strutturale[6] di un nuovo piano deve partire da questa consapevolezza: l’area urbana estesa è il reale ambito da pianificare correttamente attraverso l’approccio bioeconomico che osserva le città con il filtro culturale del metabolismo urbano ed è capace di ridurre/cancellare gli sprechi[7], e pianificare correttamente il vasto agglomerato edilizio esistente, che presenta diverse patologie per assenza di corretta pianificazione urbanistica, preferita a dannosi piani edilizi speculativi.

L’Amministrazione dovrebbe realizzare, prima di tutto, un adeguato quadro di conoscenza[8] dell’ambiente costruito, inserirlo in un sistema informatico geografico e cartografico, e poi condividerlo per raccogliere spunti e suggerimenti da tutte le competenze. L’Amministrazione, poi dovrebbe adottare una strategia bioeconomica rivolta alla reale rigenerazione dell’ambiente costruito esistente con un “disegno di suolo” che valorizza la storia e l’identità dei luoghi (riconoscere i caratteri tipologici e identitari), e con talune trasformazioni urbanistiche finalizzate a risolvere i conflitti ambientali e sociali, e recuperare gli standard mancanti nelle zone consolidate, ed anche questo approccio andrebbe integrato con metodi di pianificazione partecipata[9]. L’Amministrazione dovrebbe coniugare la ri-territorializzazione di attività e funzioni (manifattura leggera e mestieri locali) e censire i suoli e gli edifici abbandonati, sottoutilizzati per valutare i possibili trasferimenti di volumi abbinati a un piano rigenerativo bioeconomico che recupera gli standard mancanti nelle zone consolidate ma realizza nuove urbanità[10] [11], sfruttando tutte le nuove tecnologie alternative per tendere all’autosufficienza energetica nei quartieri.

Il livello attuativo del nuovo piano dovrebbe occuparsi di questo, cioè rigenerare l’intero territorio adottando la qualità architettonica e urbanistica, e dovrebbe farlo interpretando l’approccio territorialista capace di valorizzare la storia, l’ambiente e l’economia locale sviluppando la coscienza dei luoghi, ma imitando le migliori esperienze europee dal punto di vista gestionale: uso del diritto di superficie e tasse progressive sulle rendite immobiliari.

I nuovi piani attuativi dovranno costruire l’urbanità nelle zone consolidate sfruttando la corretta pianificazione urbanistica, finora trascurata. Un nuovo disegno urbano dovrà realizzare luoghi urbani accoglienti[12], per favorire lo sviluppo umano (nuovi e migliori spazi di relazione) e restituire diritti agli abitanti, coinvolgendo gli stessi nella definizione delle attività da svolgere sul territorio.

Dal punto di vista dell’urbanistica, nel caso specifico salernitano esistono noti fenomeni di degrado urbano poiché la città fu costruita pensando prioritariamente di sfruttare al massimo la rendita fondiaria e immobiliare parassitaria per concentrare ricchezze senza lavorare nelle mani di poche famiglie[13], ciò si è tradotto in alti ed eccessivi carichi urbanistici[14] negli agglomerati edilizi esistenti poiché la fabbricazione ha previsto alti indici di utilizzazione territoriale e fondiaria. Nell’ambito cittadino questo sfruttamento parassitario si traduce in degrado urbano; vige tutt’oggi uno squilibrio diffuso dei carichi urbanistici, poiché sono stati realizzati agglomerati edilizi disomogenei privi di una corretta morfologia urbana. L’assenza di corretta pianificazione urbanistica favorisce la disomogeneità, e così insistono problemi quali: affollamento (alta densità e traffico), cattiva mobilità, carenza di standard e inquietudine urbana. Questi problemi relativi al cattivo rapporto fra spazio pubblico e privato sono ovunque nelle zone consolidate più vissute (centro, via dei Principati e peri-centro, zona Carmine, Irno, l’incivile e selvaggia cementificazione delle colline). Altre zone compromesse dalla speculazione edilizia e dalla disomogeneità sono Torrione, Pastena e Mercatello. Il disordine urbano abbassa la qualità della vita e impedisce lo svolgimento di un’esistenza normale, e questo enorme limite è evidente un po’ ovunque, a ciò è possibile rimediare con diradamenti e una nuova morfologia urbana, se le analisi consigliano di farlo. Oltre all’inadeguata armatura urbana esistente che andrebbe rigenerata, si ritiene necessario, inoltre, vincolare il periurbano per annullare/limitare l’espansione fisica di nuove lottizzazioni ed eliminare il fenomeno dello sprawl urbano poiché danneggia l’ambiente ed aumenta i costi municipali e sociali della comunità.

Per realizzare il piano rigenerativo bioeconomico, oltre al corretto quadro di conoscenza determinante per intervenire, si suggerisce l’adozione della perequazione urbanistica[15] diffusa e non più quella di comparto, poiché quella diffusa consente di indirizzare meglio i contributi di tutti i privati verso la costruzione della “città pubblica”. Altresì sarebbe saggio introdurre il prelievo dei contributi usando il recupero del plusvalore fondiario delle lottizzazioni[16] [17], così come bisogna considerare lo strumento della tassa di scopo per costruire servizi inesistenti ma necessari per ottenere una pubblica amministrazione adeguata e funzionale rispetto agli standard attuali, e soddisfare i bisogni della cittadinanza in maniera efficace. Ad esempio, la perequazione diffusa può tassare correttamente le nuove urbanizzazioni (solo sui suoli già utilizzati ma abbandonati) e indirizzare i contributi di tutti i privati verso i servizi pubblici mancanti quali ad esempio, il Distretto degli Uffici Comunali (DUC) da costruire dentro la zona consolidata e nei pressi di accessi pubblici ferroviari. Nonostante questa corretta organizzazione sia nota e molte altre amministrazioni l’abbiano già realizzata, un capoluogo di Provincia come Salerno non ha un proprio Distretto recando danno all’erario ed ai cittadini. L’Amministrazione svolge le proprie funzioni in spazi inadeguati e non sicuri, a volte pagando i privati (rendita), e costringendo i cittadini a recarsi in uffici localizzati in quartieri distinti, e ciò si traduce in uno spreco di risorse pubbliche e private abbassando il livello di qualità di vita degli abitanti.

L’Amministrazione dovrebbe adottare un Piano di Recupero per il centro storico, e dovrebbe introdurre il “fascicolo del fabbricato” per stimolare un corretto mercato urbano attraverso un’adeguata informazione degli edifici esistenti, cosicché da stimolare indirettamente azioni quali la riduzione del rischio sismico e idrogeologico. Il medesimo approccio va assunto per tutta l’edilizia pubblica, cioè ridurre il rischio sismico adeguando i volumi esistenti e programmando la costruzione di nuovi servizi, costruiti ex-novo per stimolare la rigenerazione urbana dentro le zone consolidate coinvolgendo gli abitanti.

Infine, in maniera semplificata si potrebbe immaginare come ottenere un unico obiettivo strategico del piano facendo un elenco dei servizi pubblici mancati (la “città pubblica”) e capire quale parte far costruire dal mercato con la perequazione diffusa e quale parte attribuirla alla fiscalità generale, ad esempio coniugando la tassazione prevista dal piano (aliquota sui contributi da sommare all’aliquota progressiva sulla rendita immobiliare, una vera novità per l’Italia) ed i Trasferimenti nazionali, o persino una tassa di scopo locale. Ecco un breve elenco di servizi mancanti che possono migliorare la qualità di vita degli abitanti: il Distretto (DUC); ri-naturalizzare il fiume Irno e rigenerare la merce edilizia che costeggia alcuni tratti del corso d’acqua con nuove urbanità e servizi turistici, costruire biblioteche di quartiere[18] annesse alle scuole innovative (demolizione e ricostruzione di alcune); una biblioteca centrale[19] (ancora inesistente) e un nuovo teatro moderno (ancora inesistente) per soddisfare le numerose scuole teatrali che svolgono attività in spazi non funzionali ed inadeguati; una cittadella dello sport per la pallavolo, il basket, il nuoto, con piscina olimpionica e pista di atletica coperta; una fiera per promuovere le attività locali; un museo archeologico e moderno. Questi servizi pubblici rappresentano un costo ma producono sviluppo umano e reddito, e potrebbero essere finanziati con metodi diversi, sia attraverso il piano stesso con la perequazione diffusa capace di tassare e indirizzare le risorse, e sia attirando investimenti privati e pubblici/privati, o con altre risorse provenienti dai Trasferimenti nazionali e locali, utilizzando anche il recovery fund.

L’elenco di opere sopra accennato rappresenta anche il valore economico della città pubblica (l’interesse generale), che in maniera del tutto trasparente e pubblica può essere discussa e poi legittimata da scelte politiche. La localizzazione delle opere genera un mercato urbano che attrae investitori privati e pubblici. E’ una scelta dell’Amministrazione decidere come gestire e realizzare questi interventi, e se fossimo una comunità di tradizione europea, il processo avrebbe una forte regia pubblica con il coinvolgimento attivo degli abitanti, ove gli operatori privati sono consapevoli delle aliquote previste sulle rendite differenziali (solitamente sono tasse elevate) ma investono ugualmente per l’alta qualità dei progetti urbanistici dei piani attuativi, e dove il vincolo contrattuale è la costruzione dei servizi pubblici, prima di tutto, e poi la realizzazione degli interventi privati entro una tempistica ben definita.

Le aree già urbanizzate ma sottoutilizzate per realizzare strutture pubbliche importanti sono note, e non è difficile pensare che le migliori localizzazioni per il DUC e la biblioteca centrale corrispondono all’attuale scalo ferroviario, nonostante sia stato individuato per favorire lottizzazioni private ma questo è un errore, poiché quell’area centrale connessa alla stazione può e deve essere sfruttata per soddisfare, prima di tutto, bisogni collettivi rispondenti all’interesse generale. Esistono altre aree già urbanizzate e abbandonate, sia nei confini amministrativi del comune centroide e sia in tutta l’area urbana estesa, ed in maniera analoga bisogna riflettere pubblicamente come utilizzarle per rigenerare l’agglomerato edilizio esistente costruendo servizi mancanti e migliorando la forma urbana.

Le eccellenze europee si distinguono per la capacità pubblica di coordinare, ascoltare e far interagire interessi diversificati e persino contrastanti, tutti uniti dall’interesse generale consapevoli dei conflitti stimolati dalle rendite (per tale motivo sono tassate) e del fatto che l’architettura e l’urbanistica generano sviluppo umano e crescita economica durevole e sostenibile, se si rispettano principi e regole della disciplina urbana. Fra le comunità urbane più preparate e consapevoli è noto che il disegno urbano piega l’economia e non il contrario.


[1] Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

[2] Il centro storico abbarbicato sul monte Bonadies con un impianto organico intricato e compatto a grana grossa che ricorda gli insediamenti orientali; poi a valle la crescita lineare lungo la costa e la parte moderna (il Corso, via dei Principati, via Nizza, via Dalmazia) con forme reticolari, e la parte orientale (Torrione, Pastena, Mercatello) disomogenea con le forme aperte. La storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

[3] La stragrande maggioranza delle persone che usano il territorio salernitano si muove con mezzi privati e la frustrazione è legata a due evidenze: le persone non hanno a disposizione un mezzo di trasporto pubblico efficace e la città non è stata costruita per ospitare le automobili. Chi ha la fortuna di muoversi a piedi è altrettanto frustrato poiché la città non è costruita per i pedoni e neanche per i ciclisti, e quindi subisce l’inquinamento dell’affollamento automobilistico. La realtà crea inquietudine urbana per l’assenza di qualità urbanistiche e architettoniche. Da queste evidenze abbastanza facili da riconoscere, i cittadini possono mobilitarsi per chiedere un disegno dello spazio pubblico e favorire la mobilità dolce e sostenibile, partendo proprio dai tragitti casa-studio e casa lavoro. Un modello di ricostruzione della città, già avviato da molti anni nel mondo anglosassone e statunitense è quello chiamato TOD (Transict Oriented Development), ed è usato anche in Europa. Molte aree urbane europee hanno realizzato sistemi di trasporto pubblico efficienti e le persone sono invogliate a spostarsi con la bicicletta; e lungo questi percorsi è stato ben curato il disegno urbano con servizi e luoghi di convivialità.

[4] Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale.

[5] L’approccio bioeconomico prevede di interpretare i valori patrimoniali, elabora forme di rappresentazione identitaria e le regole che definiscono il rapporto fra insediamenti e invarianti strutturali, crea scenari strategici per la costruzione sociale del progetto di territorio e poi individua gli elementi costitutivi del progetto stesso. La bioregione urbana realizza un approccio integrato (co-evoluzione fra luogolavoro e abitanti) e sostenibile fra insediamenti umani e natura, ad esempio, fra le varie opportunità dell’approccio territorialista vi è quella di realizzare la tutela dei servizi ecosistemici e la progettazione di reti ecologiche polivalenti ponendo attenzione al territorio agri-urbano definendone i confini e la fruizione per i cittadini.

[6] Cosa significa strutturale? E’ l’indirizzo culturale del piano; individua le linee guidae gli obiettivi generalidel piano.

[7] La bioeconomia nasce con Nicholas Georgescu-Roegen che trasforma la funzione della produzione economica in un modello di fondi-flussi. Il modello bioeconomico propone un sistema circolare che considera l’entropia e l’equilibrio con la natura, subordinando le scelte agli impatti ambientali e sociali per stimolare lo sviluppo umano. Cosa significa questo per le città? Le aree urbane possono essere viste come modelli metabolici di flussi con ingressi e uscite. In questi flussi possiamo individuare sia gli sprechi evitabili e sia gli impatti ambientali e sociali.

[8] Il quadro di conoscenza è costruito con le analisi urbanistiche che determinano sia il livello strutturale del piano che quello operativo.

[9] In tutto il mondo, ormai, esistono esperienze e prassi consolidate di processi partecipativi popolari che rappresentano esempi di buona amministrazione finalizzati all’inclusione sociale e la corretta progettazione ambientale ed urbanistica.

[10] Esiste un indicatore soggettivo della morfologia urbana, e cioè il carattere dei luoghi urbani determinato non solo dalla forma, dai volumi, dall’armonia ma dalla qualità degli spazi e dell’estetica degli edifici. Per cogliere il senso del carattere è utile passeggiare nei nostri centri storici. Da questo punto di vista è importante individuare criteri per un’analisi degli spazi urbani scegliendo il punto di vista dell’uomo e il suo movimento e rilevando la presenza degli elementi per formaidea (valore/significato)funzione (uso, attività), tutto ciò è fondamentale per descrivere la realtà. Si utilizza il punto di vista dell’individuo che si muove in uno spazio in un determinato tempo ed in un determinato contesto socio-economico. I sensi attribuiscono un significato/valore allo spazio creando una percezione soggettiva dell’ambiente costruito che si svolge in tre fasi: la selezione degli stimoli, il giudizio e l’assegnazione di significato. Quindi c’è un’azione “meccanica” di riconoscimento di una sollecitazione e un’azione di “valutazione”, e ciò determina un condizionamento. Si tratta di un’interpretazione [l’analisi dal punto di vista dell’utente] determinante per il progetto al fine di immaginare luoghi idonei per le persone. I progettisti sanno che la percezione soggettiva della forma dello spazio condiziona la qualità della vita, e alcuni elementi che creano il condizionamento sono: la distanza percepita; la varietà dei luoghi; la definizione dei tragitti preferenziali; la percezione di barriere; la conoscenza dei luoghi; i punti di riferimento; il rapporto fra pieni e vuoti; il rapporto fra figura e sfondo; le visuali chiuse o aperte. Sono tutti elementi del disegno urbano che contempla il concetto di urbanità, cioè la corretta rappresentazione fra spazio urbano e volumi edificati, quindi fronti urbanipiazze, e strade.

[11] Dal punto di vista dell’urbanistica, le regole compositive sono dettate dal famoso concetto di “cellula urbana”, e tutt’oggi questo è il modello per costruire una città sostenibile. Su una determinata area si costruisce una densità media di edifici con mixitè funzionale e sociale, e gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi grazie al fatto che i servizi sono tutti collocati entro un raggio di 400 mt, mentre i servizi di rango superiore sono tutti raggiungibili dai mezzi di trasporto pubblico. Queste semplici regole di proporzionalità, armonia e bellezza determinano la sostenibilità di un ambiente urbano ma spesso sono state disattese perché la borghesia italiana ha preferito costruirsi i propri privilegi sfruttando le rendite, ma usurpando il bene comune e trascurando i diritti di tutti. Una strategia di rigenerazione urbana per le zone consolidate mal costruite nei decenni precedenti, è quella di cominciare a riprogettare gli isolati considerando le regole compositive della cellula urbana. I progettisti urbanisti: architetti, pianificatori e ingegneri, sono capaci di leggere la forma urbana, sono capaci di esprimere un adeguato disegno urbano osservando e interpretando il territorio, ed è questo che crea la sostenibilità delle città, nient’altro. Oggi vi sono criteri d’interpretazione e valutazione più complessi rispondenti a esigenze più ampie. Alle conoscenze tecniche compositive molto note (il dimensionamento dei quartieri e della cellula urbana), oggi si aggiungono altre conoscenze tecnologiche che rendono possibili obiettivi preconizzati nell’Ottocento dagli utopisti socialisti, e cioè l’auto sufficienza energetica delle città e il riciclo di “materie prime seconde”.

[12] Dal punto di vista della tecnica urbanistica (piano, progetti e regole) e soprattutto del disegno urbano, è determinante declinare in maniera puntuale non solo l’impianto urbano (parametri tecnici e caratteristiche morfo-tipologiche) ma anche l’atterraggio del piano (cioè quando il piano diventa architettura), e la qualità dei prodotti finali poiché questi determinano la qualità degli spazi. In assenza di ciò (cioè di regole ben definite) cosa che accade spesso, costruttori e progettisti dei piani attuativi possono consegnare spazi di scarsa qualità. Gli abitanti vivono proprio gli spazi dell’atterraggio del piano, ed è il livello della dimensione pubblica condizionata dalle regole [o l’assenza di esse], cioè le norme tecniche di attuazione, ossia il regolamento urbanistico. Sono numerosi i casi ove non esistono regole dettagliate e questa assenza favorisce il degrado urbano, nonostante la qualità del disegno urbano e la scelta di adeguati parametri tecnici.

[13] A Salerno, come in molte altre città, l’approccio prevalente è stato, ed è tutt’ora, quello di favorire l’accumulazione capitalistica attraverso le rendite marginali, cioè la proprietà perde il significato di valore d’uso (un bene) per essere meramente valore di scambio (merce) e in questo modo la rendita differenziale diventa rendita immobiliare pura, spinta dagli interessi privati che trascurano le modalità produttive tradizionali (industria e manifattura) per scegliere quelle delle speculazioni edilizie. Una grave carenza culturale del capitale sociale ha creato, come in molte altre città italiane, una crisi della città come luogo della produzione, determinando un aumento della disoccupazione e degli inattivi, e questa crisi è rafforzata da scelte politiche liberiste come la deregolamentazione della proprietà privata che aumenta le disuguaglianze ed espone la comunità e il territorio ad alti rischi per le possibili operazioni illecite come il riciclaggio attraverso le urbanizzazioni. In assenza di attività produttive tradizionali e terziarie, le città diventano prede dell’accumulazione capitalista parassitaria come le rendite immobiliari, e quando questo è il mercato prevalente si crea un corto circuito sociale ed economico poiché la ricchezza si concentra e può essere esportata all’estero, ed è un tipico effetto della globalizzazione liberista.

[14] Cos’è il carico urbanistico? E’ una definizione tecnica utilizzata in urbanistica. Esprime un concetto che indica la misura dell’attività urbanistico-edilizio sul territorio. Il carico urbanistico si misura con le densità e l’utilizzazione territoriale. La densità si misura in ab/ha, mc/mq e in mq/mq. Maggiore è il carico e più il tessuto urbano può essere sovraffollato, indice di degrado. Per avere un cattivo uso del suolo devono sussistere anche altre condizioni come il non rispetto dei limiti delle distanze minime tra edifici, il non rispetto dei limiti di altezza, l’inesistenza degli standard e un disequilibrio fra spazio pubblico e privato.

[15] Per evitare o ridurre disparità fra i suoli edificabili e i diritti edificatori, l’esperienza inventa la cosiddetta perequazione urbanistica per «riconoscere ai proprietari un valore della proprietà commisurato alla tipologia, alla localizzazione, all’urbanizzazione, alla classificazione delle aree rispetto al contesto territoriale nel quale si collocano», ma una certa dose di diseguaglianza è connaturale alla pianificazione urbanistica. La perequazione costituirebbe un modo alternativo di attuazione della zonizzazione» (Urbani, in Fiale, Diritto Urbanistico, XV Ediz. 2015, pag. 74). Le modalità di attuazione della perequazione sono due: 1) «perequazione di comparto» si realizza concentrando la cubatura afferente a una certa zona in una specifica sua parte: il mezzo tecnico è quello della creazione di una “zona a trasformazione unitaria”, che costringe i proprietari della zona medesima ad accordarsi tra loro se vogliono evitare la paralisi di qualsiasi iniziativa; 2) «perequazione diffusa» consiste in una tecnica di scissione tra conformazione della proprietà e la distribuzione su tutto il territorio comunale di una “edificabilità uniforme meramente potenziale”, avente rilevanza sotto il profilo economico. Può costruire chi possiede un’area edificabile prevista dal piano.

[16] In Italia, la rendita fondiaria è stata incassata, senza merito, dalla borghesia liberale recando un danno economico allo Stato; quanto vale il danno? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati Istat e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. E’ stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19). Con questa stima abbiamo un ordine di grandezza verosimile della ricchezza incassata da poche famiglie, e questo valore costituisce la base delle disuguaglianze economiche e sociali ottenute sfruttando il potere politico e non il merito personale, tutto ciò a danno dello Stato sociale e dell’ambiente. Questa è la base della disuguaglianza determinata da reddito del capitale, che nel caso specifico si tratta di reddito attraverso rendite parassitarie.

[17] Per gli economisti urbani, per i quali il valore dei suoli è strettamente legato allo sforzo di costruzione collettiva della città, in virtù di questo assunto, è legittimo proporre forme di recupero dei plusvalori fondiari in grado di recuperare parte degli incrementi di valore dei suoli sotto forma di servizi e altre dotazioni collettive. Quindi si prospetta una “tassazione” della rendita che non si realizza in termini fiscali, ma più genericamente come “recupero del plusvalore”. Si riportano in sintesi, alcune caratteristiche precipue che ne contraddistinguono l’applicazione:

  • La stima diretta del plusvalore determinato dalla decisione pubblica di trasformazione/rigenerazione delle aree (valutata in termini economici, o parametrici);
  • La definizione preventiva dell’aliquota del plusvalore oggetto di recupero a cui assoggettare tutti i progetti;
  • L’applicazione dell’aliquota a progetti di trasformazione/rigenerazione di attuazione privata, orientati da una forte regia pubblica.

[18] Nonostante Salerno abbia il rango di capoluogo di Provincia, e centroide di un’area urbana di circa 300mila abitanti, è una citta ancora oggi priva di funzioni culturali determinati per lo sviluppo umano; mancano centri culturali, biblioteche e musei moderni che possano essere riconosciuti come tali. In città esiste una cosiddetta “biblioteca provinciale” ma ha due enormi difetti: è poco accessibile poiché male localizzata e sottodimensionata rispetto ai bisogni della collettività; ristrutturata può diventare una piccola biblioteca di quartiere. La prima e vera importante biblioteca è localizzata all’interno del campus universitario sito a Fisciano, quindi ben lontana e isolata dai centri abitati.

[19] Salerno necessità di una biblioteca di grandi dimensioni superiore ai 12.000 mq e 800mila volumi, che sia un centro culturale integrato (cultura, creatività, tempo libero, studio), catalizzatore della vita quotidiana e capace di rispondere ai bisogni primari di conoscenza, informazione, formazione e convivialità per tutti gli abitanti: bambini, studenti, professionisti e anziani.

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La progettazione urbana 2

Il disegno urbano, come detto in precedenza, si occupa dello “spazio” collettivo ed un adeguato progetto trasforma lo “spazio” in “luogo” di senso, ma cosa significa? Nei secoli scorsi gli architetti hanno potuto e saputo progettare luoghi urbani rispondenti all’identità culturale, ambientale e sociale delle comunità, anche perché esistevano comunità organizzate in un certo modo, ed i sovrani esprimevano chiaramente valori e desideri. Testimonianze di ciò [città e comunità] si trovano ovunque in Europa, ed è sufficiente passeggiare in qualunque centro storico italiano, grande o piccolo che sia, per ritrovare i caratteri dei luoghi: piazze e monumenti (edifici di potere e culto), strade, viali e vicoli. Può apparire controverso e non lo è, ma un’odierna progettazione urbana, cioè un progetto di trasformazione urbana più corretto e rispondente ai bisogni, riprende immagini e proporzioni classiche che si ritrovano anche nel Rinascimento; in che senso? Un adeguato punto di vista della città è quello dell’uomo che cammina, che la attraversa a piedi, e questo è sempre stato un corretto modo di leggere lo spazio urbano per interpretarlo e riprogettarlo; un punto di vista che si è perso durante la modernità (modernista) ed è stato ignorato dai piani edilizi degli speculatori approvati da Consigli comunali ignoranti e senza scrupoli. In realtà, abbiamo avuto una trasformazione completa della società (capitalista e materialista) e le città (nelle zone più recenti e moderne) sono diventate lo spazio delle automobili (e del consumo fine a se stesso), prima di tutto, e non sono più il luogo delle e per le persone (biblioteche, teatri, aree verdi e sportive); nell’attuale complessità la progettazione urbana cerca di coniugare “prossimità” (quartieri) e “dilatazione” (aree urbane estese, città di città).

Distanza percepita, varietà dei luoghi, definizione dei tragitti, percezione delle barriere, vedute e cono visuale, punti di riferimento, rapporto fra pieni e vuoti cioè relazione fra il costruito e gli spazi aperti, sono tutti caratteri formali dello spazio che lo condizionano e lo definiscono rispetto al movimento delle persone dentro le città. Dalla psicologia della forma sappiamo che le città influenzano le persone e determinano la qualità della vita, in senso positivo o negativo e nonostante ciò sia noto, questo tema fondamentale è ampiamente trascurato da buona parte dei decisori politici locali, i quali appaiono più preoccupati di soddisfare i capricci di chi usa il territorio per accumulare profitti privati, piuttosto che applicare la Costituzione e scegliere piani ben fatti.

Attraverso la progettazione urbana è possibile migliorare la qualità di vita degli abitanti, ed è possibile rigenerare zone in declino e degradate, purtroppo ampiamente diffuse e presenti in tutta Italia, e probabilmente in maniera particolare in talune città del Sud che da decenni hanno trascurato la disciplina urbanistica. Anche le città più compromesse dai processi speculativi possono e devono essere rigenerate per rimuovere le disuguaglianze territoriali, e favorire la costruzione di luoghi di senso per tutti gli italiani, affinché tutte le persone abbiano le stesse opportunità di sviluppo umano, ovunque esse si trovino ed è ciò che ordina la Costituzione.

Ad esempio, gli architetti sono in grado di leggere perfettamente la struttura urbana (rete stradale, tessuto urbano, il paesaggio, le densità…) e coglierne gli elementi negativi da rimuovere per riprogettare l’ambiente costruito in maniera adeguata dando priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e offrire nuove opportunità di impiego attraverso nuove funzioni e attività previste dal progetto. Quali funzioni e attività? L’approccio che prediligo è quello di coniugare l’urbanistica (assente in numerose scelte amministrative) con le indicazioni della scuola territorialista. Ad esempio, sarebbe corretto ricostruire i luoghi osservando il loro carattere distintivo riconoscendo le relazioni sinergiche fra le attività antropiche con l’ambiente perché a questi sono attribuiti valori concettuali, simbolici, identitari. Numerose espansioni urbane moderne (le attuali zone consolidate), realizzate fra gli anni ’50 e anni ’90 del secolo scorso non hanno le caratteristiche sopra citate poiché sono state costruite dai processi speculativi, e spesso tali agglomerati edilizi hanno distrutto, coperto luoghi storici, naturali ed ambientali, che avevano la virtù di essere identitari. Un processo virtuoso rigenerativo può essere quello di far riemergere ciò che il capitalismo ha sepolto per restituire una coscienza dei luoghi agli abitanti. Tali interventi producono nuova e utile occupazione offrendo nuove attività produttive che coinvolgono settori diversi: agricoltura, cultura, e manifattura leggera.

La progettazione urbana 1

La progettazione urbana è una disciplina multi-disciplinare di estrema importanza per la vita quotidiana delle persone, e negli ultimi decenni ha assunto un livello di priorità assoluto poiché la maggior parte della popolazione mondiale vive nelle aree urbane. Da un lato alcune istituzioni europee hanno saputo rinnovare e costruire luoghi urbani consentendo un adeguato sviluppo umano, mentre molte altre hanno preferito trascurare la disciplina urbanistica recando danni sociali, ambientali ed economici. L’Inghilterra è indubbiamente un Paese guida sulla corretta pianificazione urbanistica e negli ultimi trent’anni ha saputo sviluppare processi e buone pratiche di rigenerazione urbana perché ha preteso di usare architettura e qualità urbana nel ridisegno dei tessuti urbani esistenti. Le istituzioni politiche italiane che ne riconoscono il valore [progettazione urbana] sono ancora troppo poche, e questa grave carenza culturale è evidente dalla pessima gestione delle città, nonché dalla pessima fama che i Consiglieri comunali e regionali italiani si sono costruiti attraverso la teologia capitalista, i fenomeni corruttivi, la scarsa capacità culturale del ceto politico e l’aver preferito costruire agglomerati edilizi speculativi piuttosto che ascoltare il sapere tecnico che suggerisce di usare l’urbanistica per progettare e costruire città a misura d’uomo. Generalmente, il ceto politico locale, trascurando l’importanza vitale del corretto disegno urbano, ha scelto di lasciare campo libero agli interessi privati che di conseguenza hanno costruito città a misura degli speculatori anziché rispettare norme, regole e Costituzione.

Ancora oggi vi sono una serie di ostacoli da superare per tendere a una corretta progettazione urbana e fra questi sono: la scarsa consapevolezza che l’urbanistica è una materia multi-disciplinare e quindi si rende necessario armonizzare le varie discipline (architettura, ingegneria…); poi vi è la scarsissima consapevolezza circa l’importanza del ruolo attivo del pubblico che deve pretendere i più alti livelli di qualità urbana oltreché saper coinvolgere le persone, acquisire le aree e attrarre gli investimenti; poi vi è il problema dell’approccio conservativo degli Enti locali che trascurano il proprio ruolo di garante dei diritti di tutti per lasciare agli speculatori campo libero; poi ancora il problema della scelta che consente l’edificazione di edifici monofunzionali frutto di un atteggiamento mentale passivo anziché propositivo e costruttivo legato a standard qualitativi, e infine l’assenza di linee guida e procedure credibili che chiedono la qualità urbana.

La progettazione urbana, come accennato dall’inizio, coinvolge tutti ed un aspetto molto importante è il coinvolgimento e l’ascolto degli abitanti per realizzare un “luogo” urbano di senso, e non più uno “spazio”. Per ottenere risultati positivi, solitamente si costruisce una squadra di specialisti provenienti dalle diverse discipline che dialogano con gli abitanti, gli investitori e amministratori, fino a raggiungere soluzioni condivise. I principi chiave per una buona progettazione urbana sono: realizzare luoghi confortevoli, sicuri ed attraenti, e ciò si ottiene incidendo sul carattere del luogo interpretando correttamente la sua identità (caratteristiche fisiche, sociali e culturali…); correggere gli errori esistenti e arricchire il quartiere definendo bene e distinguendo tra spazio pubblico e privato, ad esempio ponendo attenzione ai fronti stradali ed ai marciapiedi facilitando il movimento pedonale, ed in tal senso è possibile incentivare la leggibilità del luogo (un’immagine chiara ed una struttura facile da comprendere); il progetto realizza nuove ed efficaci connessioni affinché i luoghi siano facili da raggiungere; l’intervento realizza un corretto equilibrio con la natura; mentre si predispone una varietà di funzioni e attività (mixité funzionale e sociale) ed infine l’impiego e l’uso razionale dell’energia e delle risorse per garantire la sostenibilità ambientale. Tutti questi principi chiave si concretizzano attraverso un adeguato disegno urbano frutto del quadro di conoscenza dell’agglomerato edilizio da rigenerare, ed infine la corretta interpretazione della forma urbana.