Superbonus solo a metà

Il Governo italiano e il legislatore scommettono sul provvedimento denominato “superbonus110” per sostenere l’economia delle imprese edili. Secondo il mio modesto parere si tratta di un provvedimento controverso, immaturo e poco responsabile dal punto di vista della pianificazione e della sicurezza sismica. In un paese ad alto rischio sismico ed idrogeologico, la pianificazione territoriale e urbanistica dovrebbe essere la disciplina che guida le scelte politiche ed economiche, nel caso di specie sembra che saggezza e conoscenza non siano caratteristiche che appartengono al ceto politico. Appare del tutto irrazionale e poco responsabile stimolare l’attività edilizia attraverso lo strumento della leva fiscale nelle mani di banche e imprese edili, e non del sapere tecnico. Un provvedimento alla rovescia: si usa la leva fiscale del risparmio energetico per favorire gli interessi delle imprese private anziché favorire la rigenerazione urbana. Il nostro territorio è afflitto da problemi seri e complessi come il disordine urbano e le disuguaglianze territoriali per assenza di corretto governo del territorio. L’intenzione della norma è dare un pò di ossigeno alle imprese edili, ma a danno della collettività poiché si spenderanno milioni per riqualificare anche edifici arrivati a fine ciclo vita, e quindi una parte degli abitanti continuerà a vivere nel rischio sismico e idrogeologico. Il ceto politico dimostra tutta la sua inconsistenza culturale poiché trascura la complessità urbana e territoriale per preferire modeste regalie a settori industriali attraverso nuovi processi di deregolamentazione e deresponsabilizzazione del governo del territorio coinvolgendo attivamente banche e imprese, che hanno il solo interesse nel massimizzare i profitti e non fare bene piani e progetti. La competenza del governo del territorio è di Regioni e Comuni, com’è noto, ma il legislatore resta inerte di fronte all’opportunità di approvare adeguate norme quadro per aggiustare le città fallite sotto i colpi delle speculazioni edilizie, cioè iniziative dei privati che agiscono per il solo tornaconto personale ma aiutati da Consigli comunali ignoranti e distratti. I politicanti si occupano del consenso politico e non dei problemi reali del territorio italiano martoriato da Consigli comunali irresponsabili e dall’industria delle costruzioni, che fra inizio Novecento e secondo dopo guerra ha costruito le peggiori speculazioni, ed oggi quei vecchi quartieri dormitorio sono le zone consolidate di aree urbane estese disordinate e degradate. Le città italiane sono ricche di squallida merce edilizia arrivata a fine ciclo vita o che arriverà a fine ciclo vita, e così nel merito del provvedimento è molto improbabile che un tecnico strutturista suggerirà di usare il sisma bonus per le palazzine multipiano presenti nelle città, perché buona parte di questi immobili andrebbe demolita e ricostruita, pertanto la domanda da porsi è come si affronta tale problema? Ed ancora, vogliamo ricordare il fatto che si trascura l’introduzione dell’obbligo per il fascicolo del fabbricato? Poniamoci di fronte a un caso verosimile: Salerno è una città media costruita soprattutto dai processi speculativi, e tutti i quartieri moderni sono realizzati con squallide palazzine multipiano dentro le zone consolidate della città, anche in zona centrale, semicentrale e periferica; l’analisi di vulnerabilità sismica di uno di questi mostri edilizi potrebbe dirci che le strutture portanti dell’edificio sono prossime al fine vita, cosa si fa? Si sfolla l’edificio? E gli edifici circostanti? Le famiglie? Salerno, come quasi tutte le città italiane, non deve ristrutturare lo squallore ma demolirlo, e per farlo è determinante censire le aree abbandonate e sottoutilizzate presenti in tutta l’area urbana estesa perché quelli sono i suoli per progettare i nuovi quartieri e i trasferimenti di volume per ospitare le nuove urbanità progettate secondo gli standard attuali, ed in questo modo la città potrà rigenerare le zone consolidate recuperando i servizi mancanti. L’incentivo all’adeguamento sismico proposto trascura la realtà urbana e sociale. Il legislatore non ha capito che la leva fiscale non può affrontare la sicurezza sismica delle città. Ancora una volta il ceto politico si dimostra politicante, mentre altri Paesi più civili programmano la sostituzione edilizia attraverso piani di rigenerazione urbana con nuovi disegni urbani (nuove urbanità). Le nostre città sono costituite da migliaia di palazzine multipiano che andrebbero sostituite ma ciò è possibile con piani di rigenerazione attraverso lo strumento del fondo perduto per coprire i costi sociali ed economici dei trasferimenti di volume, pertanto non può essere la sola detrazione lo strumento finanziario a stimolare interventi complessi; oltre al fatto che solo uno strumento urbanistico che prevede una reale rigenerazione urbana, può riprogettare i quartieri. Il rischio sismico non può essere affrontato edificio per edificio, ciò è infantile e irrealizzabile. La parte del provvedimento – superbonus110 – che sarà utilizzata è quella relativa agli interventi di risparmio energetico, ma per l’appunto andranno a qualificare energeticamente anche una merce edilizia desueta dal punto di vista sismico, un vero paradosso tipico della politica politicante all’italiana. Un’altra controversia riguarda le modalità concrete degli interventi, nel caso di cessione del credito, e di “prezzi di mercato” che stimolano speculazioni ad opera di agenzie finanziarie che potranno “ricattare” imprese e tecnici. E’ ragionevole credere che la maggioranza dei cittadini sarà propensa a non pagare un euro (scelta della cessione del credito) per ottenere una riqualificazione energetica del proprio immobile, e questo potrà favorire meccanismi truffaldini che si scaricheranno sulla scarsa qualità degli interventi, a danno prima dei tecnici (costretti a proporre prezzi al di sotto della soglia di mercato, di fatto violando regole e deontologia professionale) e degli stessi ignari proprietari che riceveranno interventi progettati male e con materiali più economici e meno performanti, e messe in opera scandenti. L’intero meccanismo, in realtà, ambisce a superare il problema del ribasso sul prezzo (nel caso della cessione del credito) poiché le prestazioni professionali dovranno essere congrue e rientranti nel limite massimo degli importi. L’auspicio è che la committenza, cioè i condomini che opteranno per la cessione del credito imparino al più presto a scegliere progetti di qualità e professionalità per la direzione dei lavori, perché da questo dipende una buona ristrutturazione. In questa vicenda, ahimé, la voce forte sarà delle banche e delle imprese stesse, e non dei professionisti tecnici che elaborano il progetto. Paesi meglio governati, da decenni, hanno compiuto scelte politiche molto diverse puntando sulla qualità urbana e architettonica, cioè optando per la qualità dei progetti perché è la cultura il motore dell’economia e della civiltà, e mai il contrario.

Regressione e miglioramento

In questi anni di grandi cambiamenti tecnologici continuano a crescere le disuguaglianze che diventano patologie sociali complesse. Nel campo della pianificazione le città europee dotate di una tradizione culturale socialista restano i poli attrattori degli investimenti pubblici e privati, mentre territori che hanno rinnegato, manipolato ed edulcorato la pianificazione diventano spazi controversi poiché in parte vi sono zone degradate con disagio sociale ed economico e in parte vi sono zone riservate ai ceti più agiati e privilegiati.

Nell’UE liberista alcune comunità continuano a compiere scelte socialiste per tutelare i propri abitanti mentre la maggior parte del ceto dirigente occidentale preferisce azioni liberiste che producono danni soprattutto nel Sud d’Europa, dove un capitale sociale carente insegue velleità di mercato utili alle imprese private ma dannose per i diritti degli abitanti economicamente deboli. Una classe dirigente scadente lascia insoluti i problemi fotografati nei drammatici dati economici e sociali (basta leggere i report dell’ISTAT), con alti tassi disoccupazione e aumento degli inattivi, e tutto ciò ha risvolti sociali molto negativi poiché le persone diventano schiave dei capricci del mercato come preconizzò Marx, e la società diventa feudale, basata su relazioni di vassallaggio, le persone diventano merce.

Per invertire la regressione sociale, che dura da circa trent’anni, è determinante far crescere il capitale sociale e questo dovrebbe riscattarsi con coraggio abbandonando la teologia capitalista per sperimentare nuovi approcci culturali, ad esempio la cultura bioeconomica con la tradizione europea della corretta pianificazione urbanistica per rigenerare territori e aree urbane estese. Un’adeguata analisi delle strutture urbane e rurali può favorire nuovi investimenti pubblici e privati per creare valore innanzitutto, oltreché ricchezza. Il concetto di valore è diverso da quello di ricchezza materiale, come insegnò egregiamente Marx distinguendo il valore d’uso (bene) dal valore di scambio (merce). Nella nostra Italia il ceto politico locale, spesso indegno, è ancora stupidamente psico-programmato dalla immorale e viziosa religione che mercifica le città, regalando ai proprietari privati enormi ricchezze create per mera scelta politica (senza merito) attraverso dannosi piani edilizi (rendita immobiliare pura), perseguendo pratiche liberiste che risalgono all’Ottocento e inizio Novecento. Pratiche vietate in Germania, Olanda e paesi scandinavi che hanno saputo contrastare il fenomeno della speculazione edilizia attraverso espropri, uso del diritto di superficie e tassazione progressiva delle rendite differenziali.

Ad esempio, molte città nord europee stanno programmando strategie per contrastare il cambiamento climatico aumentando la dotazione di verde pubblico e privato dentro i quartieri esistenti e costruendo infrastrutture per la mobilità intelligente: integrazione fra biciclette e mezzi di trasporto pubblico, e nuovi servizi concentrati presso le stazioni metropolitane per scoraggiare l’uso dell’auto privata. Queste Amministrazioni straniere si occupano soprattutto di miglioramenti tecnologici poiché buona parte delle città eredita un’adeguata morfologia urbana, mentre le città italiane hanno dovuto subire un’espansione fisica moderna spesso disordinata e disomogenea, perché il legislatore italiano (negli anni ‘60) si rifiutò di contrastare le speculazioni edilizie, anzi le favorì. Tutt’oggi il legislatore italiano trascura i fenomeni di abusivismo edilizio e i fenomeni di disomogeneità degli insediamenti urbani, consentendo indirettamente l’edificazione di nuove speculazioni edilizie. In tal senso, in Italia è difficile realizzare la sostenibilità urbana perché questa è figlia della corretta pianificazione urbanistica, oggi carente o assente in numerose Amministrazione comunali, e in talune Regioni i fenomeni degenerativi (disordine urbano e rendite parassitarie) sono una prassi dell’azione politica; di fatto il ceto politico locale risulta essere inadeguato e incapace di svolgere il proprio ruolo, e addirittura compie scelte in contrastato con i principi costituzionali e con la disciplina urbanistica nazionale.

Il risultato di tutto ciò è un aumento significativo delle disuguaglianze territoriali, e queste sono di natura economica, come la famigerata questione meridionale determinata da una concentrazione di capitali in pianura padana ma sottratti al Sud, ma si aggiunge anche la disuguaglianza fra talune città del Nord Europa ben pianificate sin dall’inizio Novecento con quelle italiane, condannate dai processi speculativi; poi vi sono le disuguaglianze dentro le città stesse, con quartieri meglio attrezzati e periferie “dormitorio”. Infine le disuguaglianze territoriali fra aree urbane estese (le nuove città italiane) e quelle rurali in continuo abbandono per effetto dello stesso “capitalismo della conoscenza” (maggiore competitività) che concentra investimenti nelle città a danno di quelli agricoli.

La complessità italiana è ampiamente trascurata dagli investimenti pubblici e dai programmi europei, perché il nostro territorio è diverso dagli altri: abbiamo sia il rischio sismico che quello idrogeologico e le aree urbane estese caratterizzate da fenomeni di disomogeneità degli insediamenti e carenti di servizi (problemi meno presenti in altri Paesi). Dobbiamo contrastare i rischi innescati dai fenomeni naturali e contemporaneamente dobbiamo ricostruire interi pezzi di città per correggere una morfologia urbana sbagliata ed eliminare le speculazioni edilizie (e rendite parassitarie), e ciò può avvenire compiendo un salto culturale.

Un perverso meccanismo burocratico di ispirazione liberista, che rifiuta lo strumento del fondo perduto di ispirazione solidale, consente alle Amministrazioni locali europee di concentrare gli investimenti negli spazi più ricchi e nelle zone economiche speciali per realizzare una concorrenza sleale nei confronti degli altri Paesi. Altre Amministrazioni invece si ispirano alla tradizione socialista ed ecologista, e continuano a migliorarsi mentre la maggioranza dei Comuni italiani, in buona parte incapaci e mal gestiti, continuano a restare inerti recando danno ai propri abitanti che sono indotti ad emigrare. Teologia liberista e cattiva amministrazione stimolano le disuguaglianze territoriali che aumentano anziché esser ridotte o eliminate, mentre in talune città di tradizione socialista si conservano alti standard di qualità di vita che migliorano con le innovazioni tecnologiche.

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Investimenti per la rigenerazione urbana bioeconomica

La natura giuridica della disciplina urbanistica ha le sue radici nella storia e nella Costituzione (art.2, 3 e 9): «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo»; «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale»; la Repubblica «tutela i paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

La legge urbanistica nazionale è persino anteriore alla carta costituzionale, ma è solo con la pubblicazione del DM 1444/68 che si chiarisce, ulteriormente, lo scopo giuridico dell’urbanistica, e cioè garantire i diritti dell’uomo, il decoro e la bellezza delle città, quindi realizzare per gli abitanti una superficie minima di territorio su cui costruire i servizi di cittadinanza: l’istruzione, il verde, i servizi alla persona. Lo standard mq/ab diventa la misura del diritto minimo da garantire per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, e il vincolo urbanistico lo strumento per favorire la tutela del paesaggio, tutelare il patrimonio storico con la conservazione, e difendere il suolo con piani specifici.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentirne un uso corretto e rispondente all’interesse generale. L’attività pianificatoria è discrezionale, libera nei mezzi ma vincolata nel fine, pena l’illegittimità dell’azione stessa e del suo risultato. La funzione propria dei piani è l’interesse pubblico primario, al cui perseguimento rappresenta il parametro preordinato per identificare il legittimo contenuto di tutti i piani.

Circa le politiche urbane con ritardo e discontinuità, solo negli ultimi anni il legislatore ha iniziato a credere sulla cosiddetta “rigenerazione urbana” approvando norme recanti incentivi e finanziamenti, ed in questa legislatura è in discussione un Disegno di Legge denominato “Misure per la rigenerazione urbana”.

Programmi e piani della moderna rigenerazione urbana nascono negli anni ’80 in Inghilterra, e riguardano interventi di rinnovo urbano dentro le zone consolidate (inner city), cioè i quartieri moderni degradati con ricostruzione degli isolati (demolizioni di edifici esistenti finalizzate a realizzare nuove morfologie urbane), distinguendosi dai piani di recupero che riguardano i centri storici, e dagli interventi di riqualificazione urbana che si sono caratterizzati con nuovi arredi urbani e nuove lottizzazioni su aree libere e sotto utilizzate, ma senza toccare gli edifici esistenti. Gli esempi e i modelli di rigenerazione urbana in ambito europeo (anni ’90 e inizio ’00) riprendono le tecniche impiegate durante l’Ottocento utilizzando il diradamento edilizio per realizzare nuove urbanità (riprogettare interi isolati e quartieri), mentre in taluni casi, sbagliando, si sono realizzati nuovi quartieri nelle zone periurbane e rururbane. Il centro di studi per le politiche urbane Urban@it e la Società Italiana degli Urbanisti (la SIU comprende i Dipartimenti universitari) documentano e pubblicano studi, proposte ed esperienze; ad esempio ci informano del fatto che in Inghilterra, Canada, Francia e Germania, in generale, è determinante il ruolo attivo dello Stato nel finanziare programmi e piani di rigenerazione urbana per rimuovere parti di città in declino, e affrontare le disuguaglianze sociali ed economiche, il disagio abitativo, la costruzione di servizi nei quartieri, intervenire nella mobilità e per aumentare la qualità della vita. In Italia per imitare i processi di rigenerazione che si stavano realizzando in Europa, durante gli anni ’90 furono introdotti i cosiddetti “programmi complessi” (strumenti tecnico-giuridici).

Urban@it, al fine di finanziare la rigenerazione urbana, suggerisce di adottare strumenti di finanza attiva e derivata; ad esempio come finanza attiva il Comune potrebbe introdurre una tassa di scopo, potrebbe introdurre un contributo aggiuntivo (oneri per la rigenerazione urbana…), mentre la seconda (finanza derivata) di competenza di Governo, Parlamento e Regioni riguarda la revisione delle imposte sugli immobili. Secondo lo scrivente è determinante prevedere fondi perequativi per i costi delle progettazioni e utilizzare il fondo perduto per coprire i costi dei trasferimenti di volume (demolizioni e ricostruzioni) previsti dai progetti bioeconomici poiché lo strumento della leva fiscale è del tutto insufficiente; si tratta di imparare a leggere e interpretare correttamente territori, città, piani e progetti seguendo l’approccio bioeconomico e adottando nuovi criteri di valutazione, e indirizzare gli interventi nel riprogettare correttamente pezzi di città.

Ad anticipare l’ambito di intervento della rigenerazione urbana fu la legge n.457/78 introducendo le «norme generali per il recupero edilizio e urbanistico esistente». L’articolo 27 della legge del 5 agosto 1978 introdusse l’individuazione della «zona di recupero del patrimonio edilizio esistente» con interventi rivolti alla conservazione, risarcimento, ricostruzione e alla migliore utilizzazione del patrimonio stesso. Il piano individua le unità minime d’intervento, cioè l’insieme di edifici e di aree libere su cui è possibile intervenire in modo unitario e contestuale. L’individuazione delle zone può comprendere immobili singoli, complessi edilizi, isolati, aree e edifici da destinare ad attrezzature. Il piano può essere d’iniziativa pubblica o privata. L’articolo 31 alla lettera e) individua l’intervento di ristrutturazione urbanistica per il tessuto urbanistico-edilizio esistente che verrà ripreso dal cosiddetto Testo Unico dell’edilizia (D.P.R. n.380/2001) all’articolo 3, I comma e lettera f) definisce «gli interventi di ristrutturazione urbanistica come quelli rivolti a sostituire l’esistente tessuto urbanistico-edilizio con altro diverso, mediante un insieme sistemico di interventi edilizi, anche con la modificazione del disegno dei lotti, degli isolati e della rete stradale».

L’articolo 27 della legge n. 166 del 1 agosto 2002 introduce i «programmi di riabilitazione urbana volti alla riabilitazione di immobili ed attrezzature locali e al miglioramento dell’accessibilità e della mobilità urbana e sono ricompresi interventi di demolizione e ricostruzione di edifici e delle relative attrezzature e spazi di servizio finalizzati alla riqualificazione di porzioni urbane degradate sotto il profilo fisico e socio-economico. L’iniziativa spetta al Comune, ma se aderisce un numero di proprietari, che rappresentano la maggioranza assoluta del valore degli immobili secondo il valore dell’imponibile catastale, si può costituire un consorzio, cui è affidata la realizzazione del programma».

Qui l’elenco dei “programmi complessi”:

  • programmi integrati di intervento (art. 16 L. n. 179/1992) finalizzati alla riqualificazione del tessuto urbanistico, edilizio ed ambientale;
  • i programmi di recupero urbano (P.R.U. art. 11 D.L. n. 398/1993 convertito in L. n. 493/1993) prevalentemente rivolti alla realizzazione di interventi di completamento e di integrazione degli insediamenti di edilizia residenziale pubblica, localizzati sia all’interno degli insediamenti stessi che nelle aree contigue, ed eventualmente anche in aree esterne per la realizzazione di alloggi-parcheggio da destinare a lavoratori ed a categorie sociali deboli;
  • i programmi di riqualificazione urbana (art. 2 della L. 179/1992) si propongono di avviare il recupero edilizio e funzionale di ambiti urbani identificati mediante proposte unitarie che riguardano opere di urbanizzazione primarie e secondarie, edilizia non residenziale che contribuiscono al miglioramento della qualità della vita ed edilizia residenziale; trattasi di piani attuativi riguardanti interventi che devono ricadere all’interno di zone in tutto o in parte già edificate;
  • i contratti di quartiere disciplinati dal D.M. 22 ottobre 1997 destinati all’attuazione di interventi sperimentali nel settore dell’edilizia residenziale sovvenzionata e annesse urbanizzazioni e si pongono obiettivi non solo di recupero edilizio e urbanistico, ma anche di recupero sociale.

La rigenerazione urbana si “ritrova” in tutti gli obiettivi progettuali sparsi negli strumenti legislativi sopra citati: tutela del patrimonio, piani di recupero e “programmi complessi”. In senso stretto un piano di rigenerazione urbana dovrebbe occuparsi di: aree industriali dismesse; fabbricati di tipo civile un tempo destinati a funzioni pubbliche; parti di città degradate per obsolescenza fisica e funzionale; quartieri di edilizia residenziale pubblica in stato di avanzato degrado urbanistico, edilizio e sociale; capannoni industriali chiusi per cessata attività; immobili non utilizzati nei centri storici; e l’invenduto a seguito della crisi.

La strada intrapresa dal Parlamento (investimenti per il periodo 2021-2034 a sostegno della rigenerazione urbana) appare corretta ma da migliorare poiché le strutture urbane italiane, a differenza di quelle europee, soffrono di fenomeni urbani degenerativi caratterizzati da abusivismo, rischio sismico e idrogeologico, e disomogeneità, cioè insediamenti urbani spontanei dettati da iniziative speculative, oltreché una carenza di coordinamento pubblico (perequazione, regime dei suoli e rendita) per catturare le rendite e indirizzarle verso la costruzione dei servizi mancanti (la città pubblica). Con l’eccezione dei grandi centri ove convivono numerosi conflitti, generalmente i nostri Enti locali non hanno dimostrato di saper fare bene i piani, e di conseguenza non tassano correttamente i processi di urbanizzazione (recupero dei plusvalori, imposta di scopo, contributo aggiuntivo…). In Italia vi sono competenze professionali inutilizzare che sono importanti per ripristinare la corretta pianificazione urbanistica e per far capire quanto sia necessario un cambio scala amministrativa al fine di perimetrare le strutture urbane estese, e considerare la rigenerazione urbana come piani attuativi secondo l’approccio bioeconomico per evitare lo spreco di risorse pubbliche e private con investimenti sbagliati e dannosi (i piani edilizi speculativi). La realtà territoriale e urbana italiana è complessa perché coesistono fenomeni eterogenei: speculazioni, disomogeneità degli agglomerati e degli insediamenti con carenza degli standard, degrado fisico degli ambienti costruiti, rischio sismico e idrogeologico, e marginalità economica e sociale.

L’Inghilterra, ed anche Olanda, Germania, e paesi scandinavi hanno avuto una continuità nel finanziare le politiche urbane ed hanno maturato prassi, strumenti e politiche molto efficaci per realizzare interventi di rigenerazione urbana poiché non hanno mai rinunciato al ruolo attivo dello Stato che regola lo ius edificandi, ed hanno sviluppato capacità per contenere i processi speculativi coniugando correttamente disegno urbano, azione perequativa diffusa e tassazione delle rendite differenziali (gestione dei piani). In Italia c’è stata una discontinuità delle politiche urbane ed abbiamo fatto l’opposto: la maggioranza delle istituzioni locali ha rinunciato alla corretta pianificazione urbanistica ed ha rinunciato al controllo dell’attività urbanistico-edilizia per sostenere la famigerata urbanistica contrattata, cioè farsi suggerire dalle imprese private operazioni speculative per concentrare capitali attraverso le rendite parassitarie, e trascurare la corretta disciplina urbanistica che fu inventata per risolvere problemi d’igiene urbana e costruire diritti per tutti. Negli attuali processi di urbanizzazione vi sono due vizi che sono estranei alla corretta pianificazione: l’uso ingiustificato di premi volumetrici (cattivo dimensionamento del piano) e l’invasione del mondo off-shore nei processi di trasformazione urbana che impedisce di sapere i reali beneficiari che sono titolari di diritti edificatori; questa assenza di trasparenza è molto pericolosa.

Il comma 42 dell’articolo 1 della legge di stabilità N.160/2019 programma una serie di investimenti per il periodo 2021-2034 a sostegno della rigenerazione urbana che intende “ridurre i fenomeni di marginalizzazione sociale, nonché al miglioramento delle qualità del decoro urbano e del tessuto sociale ed ambientale”. Secondo il legislatore bisogna individuare le aree che riversano in uno stato di degrado urbanistico ed edilizio, ambientale e socio-economico e intervenire con piani attuativi rigenerativi.

Il legislatore non ha una cultura bioeconomica e in Italia i processi di trasformazione urbana hanno una triste tradizione speculativa, dunque per eliminare il rischio che tali interventi producano nuove disuguaglianze territoriali, oppure che taluni Enti locali, mal gestiti, non sfruttino l’opportunità di migliorare la qualità della vita dei propri abitanti, è fondamentale costruire un paradigma operativo condiviso secondo l’approccio territorialista, e secondo la corretta tradizione della pianificazione urbanistica che nasce per costruire diritti a tutti gli abitanti e risolvere problemi ambientali e sociali. Chi studia i fenomeni urbani ricorda il nodo irrisolto del regime giuridico dei suoli, e chiede di perseguire obiettivi sociali ed ambientali per limitare interventi speculativi, ed eliminare il continuo consumo di suolo agricolo. Bisogna riflettere sulla convenienza economica e sociale di superare la teologia liberista poiché il famigerato libero mercato non ha risolto problemi ma li ha acuiti, e trascura gli scopi della disciplina urbanistica. In maniera altrettanto onesta è corretto ricordare i limiti culturali degli Enti locali, che spesso o non adottano piani urbanistici, oppure ne adottano taluni fatti mali lasciando insoluti vecchi problemi (recupero degli standard mancanti e tutela dei ceti economicamente più deboli). Su questa tema è necessario introdurre nuovi strumenti che garantiscano entrate fiscali a sostegno della rigenerazione urbana bioeconomica.

Ad esempio, nel caso specifico salernitano è determinante adottare una visione e una strategia intercomunale, favorendo la nascita di un ufficio di piano ad hoc con cultura territorialista e redigere uno strumento urbanistico intercomunale bioeconomico per governare il territorio dell’area urbana estesa che va da M.S. Severino fino a Battipaglia, e che coinvolge 11 comuni, compreso il capoluogo di Provincia: Salerno. La realtà urbana estesa salernitana è una struttura nella quale convivono circa 300 mila abitanti, che usano un territorio di area vasta molto disomogeneo e compresso in numerose zone. La saldatura urbana dei Comuni uniti fra loro non è governata con un unico strumento urbanistico che risponde ai loro bisogni ed a quelli della Pubblica Amministrazione. Le Amministrazioni dovrebbero costruire un’efficace quadro di conoscenza per stimolare la rigenerazione urbana attraverso un censimento, e utilizzando il sistema informatico territoriale (GIS), di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzate, oltreché censire gli edifici esistenti col “fascicolo del fabbricato”. Questo quadro di conoscenza è determinante per il disegno urbano rigenerativo, oltreché ovviamente, per stimolare investimenti pubblici e privati, e favorire un corretto mercato urbano. Dentro l’area urbana estesa vi sono i fenomeni urbani da correggere: disordine urbano, dispersione urbana da fermare; affollamento che produce degrado; aree in declino da censire e rigenerare; il fine ciclo vita degli edifici; tutela del patrimonio storico e ambientale; carenza di standard nei quartieri e pendolarismo quotidiano che condiziona la vita degli abitanti; aree industriali da ripensare e nuovi servizi da costruire (verde di quartiere, sanità, pubblica amministrazione, sociale, cultura e sport di base) utilizzando processi partecipativi popolari.

Questi sono solo alcuni temi pubblici da stimolare e coordinare in una regia pubblica attraverso nuovi strumenti di partecipazione coinvolgendo università, imprese, professionisti e cittadini, che legittimamente possono immaginare di costruire nuove urbanità per migliorare le proprie condizioni di vita. Salerno, riconoscendo i problemi e le opportunità dell’area estesa, può avviare un proprio percorso di rigenerazione territoriale e urbana leggendo le proprie peculiarità ambientali, storiche e le questioni urbane ereditate dal passato (carenza di standard), e potrebbe, finalmente, imitare i processi virtuosi europei sfruttando piani ben fatti e le nuove tecnologie che offrono soluzioni adeguate. Si tratta di compiere un salto culturale e approdare sul piano bioeconomico, rimuovere convenzioni e abitudini amministrative viziose, e costruirsi opportunità per le presenti e future generazioni che potranno vivere in luoghi urbani rigenerati.

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Imparare a investire

Il tema degli investimenti, a causa della recessione economica pandemica, sembra assumere un ruolo importante nel dibattito pubblico odierno ma appare altrettanto difficile ascoltare dal mainstream un discorso serio ed efficace. Nella vita quotidiana di ognuno di noi sembra ovvio che le scelte siano dettate da raziocinio per soddisfare bisogni reali, ma non è affatto evidente perché la maggioranza delle scelte che facciamo sono dettate dalle emozioni e condizionate dalla nostra cultura individuale (o dell’ignoranza), e questo processo cognitivo che implica incertezza è analogo in ambito istituzionale, oltreché condizionato da possibili condotte illecite di politici, dirigenti e funzionari. Nel campo della pianificazione e della progettazione tali errori sono quasi assenti, poiché le scelte sono dettate dall’analisi della realtà, ad esempio un efficace piano urbanistico si può realizzare solo attraverso analisi approfondite grazie ai dati scientifici, e lo stesso accade in edilizia su interventi di ripristino negli edifici esistenti per sostituire singoli elementi ammalorati e degradati. Questo approccio scientifico sembra mancare in talune istituzioni, soprattutto se osserviamo la realtà sociale ed economica del nostro Mezzogiorno e le immorali disuguaglianze fra Nord e Sud dell’Italia che iniziano circa 150 anni fà.

La sostanza del discorso è semplice e complessa allo stesso tempo; è semplice poiché un Paese normale e civile programma investimenti nei luoghi marginali per consentire a quegli abitanti di avere le stesse opportunità economiche e sociali degli altri territori, ed è complesso poiché un tale obiettivo si raggiunge nel tempo migliorando la capacità decisionale delle istituzioni e rimuovendo tutti gli ostacoli di ordine economico.

Una strategia molto nota e ampiamente utilizzata in Occidente riguarda i processi di rigenerazione urbana, cioè le città che sviluppano capacità di intervento nelle zone in declino con programmi e piani di trasformazione urbanistica per migliorare la morfologia urbana e creare nuove opportunità per gli abitanti. Nel corso dei decenni queste esperienze si sono affinate fino a produrre risultati sempre più soddisfacenti per tutti. In questa fase storica i processi di progettazione e costruzione hanno raggiunto standard e livelli molto elevati, soprattutto in termini di tecnologie impiegate, tant’è che nel mondo si realizzano quartieri avveniristici mentre nel nostro Mezzogiorno, per assenza di investimenti, i territori restano legati a problemi vecchi lasciati insoluti e le aree urbane sono ancora coinvolte dai famigerati processi speculativi che distruggono l’economia locale.

Appare evidente che il ceto politico e istituzionale deve lasciare il paradigma culturale sbagliato: il capitalismo liberista, e deve imparare a studiare e conoscere l’approccio bioeconomico poiché aggiusta gli errori creati da una teologia sbagliata, che ha annichilito la specie umana.

Gli investimenti corretti sono quelli inseriti in un programma vasto che ripensa le agglomerazioni industriali presenti nei Sistemi Locali del Sud, di fatto stimolando l’apertura di nuove attività produttive leggere che aggregano nuove risorse umane; e ripensa le aree urbane estese meridionali attraverso piani di rigenerazione urbana bioeconomica, ma tali strutture andrebbero collegate in una rete per favorire scambi e relazioni umane con mezzi pubblici ed ecologici. Questi processi vanno coordinati da una regia pubblica ma con un coinvolgimento partecipativo attivo e creativo di tutti: università, imprese e cittadini. I processi partecipativi sono fondamentali per costruire identità e auto coscienza dei luoghi al fine di tutelare e valorizzare al meglio le risorse territoriali e predisporre piani efficaci e durevoli, ove gli abitanti possono conoscere e adottare stili di vita più consapevoli e compatibili con la natura e il patrimonio esistente. L’approccio bioeconomico e il ripristino della corretta pianificazione vale per tutte le attività e funzioni che si svolgono sul territorio e nelle aree urbane estese.

Coerentemente con i gravi problemi delle disuguaglianze territoriali, tutti gli investimenti previsti andrebbero ampliati e dovrebbero concentrarsi per risolvere le difficoltà delle persone che vivono nei luoghi marginali, sia con il sistema del fondo perduto e sia sviluppando capacità di partenariato fra pubblico e privato attraverso gli strumenti di rigenerazione urbana, progettando gli standard mancanti nelle aree urbane e riprogettando isolati e quartieri. Continuando a utilizzare il paradigma sbagliato: capitalismo e debito, i territori marginali resteranno tali o cresceranno le difficoltà economiche e sociali poiché, in numerosi Sistemi Locali meridionali, non esistono le risorse private per fronteggiare gli interventi rigenerativi necessari a rimuovere le disuguaglianze, mentre le famigerate città globali (New Tork, Tokyo, Londra, Parigi, Barcellona, Milano..) accentrano capitali anche attraverso l’immorale mondo off-shore. Il criterio del fondo perduto, molto utilizzato ai tempi delle politiche keynesiane, deve essere ripreso e agganciato ai piani bioeconomici poiché sono virtuosi e non speculativi. La pubblica amministrazione dovrà compiere un salto culturale riconoscendo il valore dell’approccio territorialista e bioeconomico, e stimolare progetti e studi di fattibilità tecnica ed economica. La progettazione è lo strumento culturale determinante per attrarre investimenti pubblici e privati, mentre assenza di progettazione e cattiva politica sono gli ostacoli principali per qualunque territorio. Il ripristino di capacità creative collettive che interpretano la realtà per aggiustare gli errori del capitalismo è determinante per favorire lo sviluppo civico di una comunità e interi territori, ad esempio favorendo l’autorealizzazione delle persone.

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Immaginare una Salerno migliore

All’interno del laboratorio politico “Salerno Partecipa” si sperimentano processi creativi e costruttivi dell’azione politica, ed il tema dell’ultimo incontro svolto (24 giu 2020) è stato quello di raccontare un’idea, un’immagine della Salerno che desideriamo, ogni partecipante ha espresso il proprio immaginario collettivo.

L’immagine collettiva, più o meno la somma dei desideri espressi, ci dice che i partecipanti nell’esprimere la percezione soggettiva della città, riscontrano carenze e difficoltà, e sognano una politica diversa per trasformare la città in un luogo più conviviale attraverso la risoluzione dei problemi esistenti, ad esempio: migliorare la mobilità, svolgere la manutenzione degli spazi e del patrimonio pubblico ed affrontare le disuguaglianze territoriali fra i vari quartieri ove mancano ancora i servizi. Questa convivialità passa attraverso una corretta progettazione dello spazio pubblico al fine di avere più luoghi pensati per gli abitanti e non più per le automobili, ad esempio. L’immagine collettiva di questa città migliore, si ritiene possa essere realizzata anche attraverso il recupero del senso di comunità degli abitanti, ad esempio con azioni civiche e di gestione di spazi pubblici oggi trascurati dalla normale manutenzione. Un altro problema molto importante è l’emigrazione della fascia di età più creativa e produttiva, cioè i laureati che abbandonano il comune capoluogo; alcuni si sono trasferiti nei comuni limitrofi ove gli immobili hanno un prezzo ridotto, mentre altri hanno lasciato la Regione per cercare un impiego più soddisfacente. Infine si osserva che la città non è più dentro i confini amministrativi ormai obsoleti ma si è trasformata in un’area urbana estesa, ed è questa l’area vasta, lo spazio urbano che gli abitanti vivono quotidianamente, e che andrebbe pianificata correttamente con l’approccio bioeconomico. Se ci fossero più attività e funzioni creative e produttive, Salerno potrebbe diventare una città più aperta e inclusiva attraendo persone dall’estero, e questo incontro di culture diverse aiuterebbe lo sviluppo umano della nostra comunità, oggi poco dinamica e chiusa in sé stessa.

I temi posti all’attenzione sono complessi ma estremamente interessanti poiché l’esercizio di “Salerno Partecipa” stimola i partecipanti ad attivare una funzione intellettiva molto importante: la creatività e la progettazione, cioè questo laboratorio politico sperimenta modelli creativi di partecipazione attiva e proietta nel nostro cervello l’immagine di una città diversa, pensata anche dagli abitanti per gli abitanti. Questo processo è determinante per costruire una visione futura condivisa.

Le persone si incontrano, ognuna con il proprio bagaglio culturale, con le proprie idee, intorno a un tema, ed ognuno ha l’opportunità di intervenire per esprimere la propria visione. Conclusa la fase di condivisione è possibile aggregare le idee e costruire una visione comune. Le capacità analitiche e propositive, e la qualità delle stesse idee dipendono esclusivamente dalle competenze personali, ed ove manchi una conoscenza specifica un partecipante all’interno del gruppo, un esperto, può intervenire per correggere gli errori creando un percorso virtuoso di auto correzione. Nel tempo, idee e partecipanti possono trasformare l’utopia e l’immaginario in visione politica creativa e costruttiva tesa a diventare opportunità di sviluppo umano, sociale, economico ed ambientale. La Politica con la “P” maiuscola.

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Correggere la disciplina urbanistica regionale

La disciplina urbanistica è giovane e complessa ma chiara nei suoi principi e nelle sue regole compositive; e allora c’è da chiedersi: perché in Campania non si costruiscono gli standard minimi previsti dalle leggi? E perché i Comuni non adottano piani fatti bene? Le ragioni sono note e drammatiche: in Italia il ceto dirigente scelse di favorire l’avidità degli interessi privati stimolati dai soldi delle rendite fondiarie, mentre nel corso dei decenni, sotto i colpi della speculazione, la disciplina urbanistica lentamente sparisce per essere sostituita da dannosi piani edilizi caratterizzati da privilegi e rendite parassitarie. Solo in alcune Regioni italiane, con una cultura urbanistica più radicata nella tradizione europea, si è potuto contenere il danno di piani fatti male ma l’indirizzo generale è la privatizzazione dei processi urbanistici, cioè sfruttare i piani locali per creare profitti privati con scelte politiche, senza merito. Tutto ciò negli altri Paesi è considerato stupido poiché i processi di urbanizzazione sono un’occasione dello Stato per incassare tasse utili a costruire la città pubblica, con criteri fiscali ben studiati e progressivi, cioè criteri più equi e corretti che indirizzano le rendite differenziali verso l’interesse generale. Gli altri Paesi non hanno rinunciato all’esproprio e all’uso del diritto di superficie, anzi questo criterio molto noto e vecchio, è tutt’oggi utilizzato nei processi di rigenerazione urbana mentre in anni recenti si sono sviluppate anche tecniche di tassazione delle rendite differenziali generate dai processi di trasformazione urbana.

Il piano urbanistico, preferibilmente attraverso la perequazione diffusa e non quella di comparto, crea un valore economico (rendita) per chi investe ma viene tassato affinché quel contributo generato dal processo di trasformazione urbana creato per scelta politica costruisca l’interesse generale (standard e servizi pubblici) prefigurato nel piano stesso e indicato dalla Costituzione. Il principio di questa tassa è noto e antico: i valori economici sono creati dal nulla per mezzo di una scelta politica e non dal merito individuale, pertanto è logico che lo Stato incassi questo valore da redistribuire attraverso servizi sul territorio previsti dal piano (standard). In Italia, in generale, oltre alla rinuncia dell’uso del diritto di superficie che impedisce di incassare la rendita fondiaria, nei processi di urbanizzazione, i privati pagano gli oneri di costruzione/urbanizzazione (una tassa) mentre non esiste una tassa sulla rendita differenziale. La scelta politica italiana è nota: favorire la privatizzazione di un profitto parassitario togliendolo allo Stato attraverso la deregolamentazione del mercato edilizio rinunciando alla corretta pianificazione urbanistica.

Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Le istituzioni italiane, i cittadini e il ceto dirigente possono sempre imparare, maturare e applicare la corretta disciplina urbanistica per aggiustare gli errori del capitalismo, e quindi si possono adottare piani ben fatti per restituire diritti a tutti come indicano la Costituzione e i principi generali della legge urbanistica nazionale, entrambe rimaste inapplicate in molte aree del territorio italiano.

Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni – 71 su 550 – hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano), oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale.

Ad esempio, la Regione Campania potrebbe approvare una corretta legislazione urbanistica imparando dalla storia e dall’approccio bioeconomico. La storia insegna quanto sia importante il ruolo pubblico nei processi di pianificazione, sia intervenendo con l’istituto dell’esproprio abbinato all’uso del diritto di superficie e sia proponendo aliquote progressive nei processi di rigenerazione urbana finalizzate a catturare adeguatamente le rendite differenziali create dalle scelte localizzative e dagli indici urbanistici. Inoltre, all’interno degli stessi piani, nei Paesi normali sono previste quote di mercato per i ceti economicamente più deboli (mixité sociale) dentro le zone consolidate e non ai margini delle aree suburbane o addirittura rururbane, come spesso accade in Campania, e non solo in Campania. Infine, sarebbe saggio adottare l’approccio bioeconomico che trasforma il modo di vedere le città, non più come merci di mera accumulazione capitalista ma sistemi metabolici costituiti da flussi di energia e materia in ingresso e in uscita, per correggere gli errori del capitalismo ed eliminare gli sprechi. L’approccio bioeconomico consente di stimolare la nascita di nuovi impieghi utili al territorio, dall’uso razionale dell’energia fino alla mobilità intelligente, dalla conoscenza scientifica delle risorse locali e il loro utilizzo, fino ai percorsi di autocoscienza dei luoghi per gli abitanti per scoprire e valorizzare il patrimonio storico e naturale (approccio territorialista).

Una seria legge urbanistica campana, oltre a creare efficaci sistemi fiscali per catturare la rendita, dovrebbe contrastare fenomeni sociali degeneranti molti noti: abusivismo e speculazioni edilizie. La Regione dovrebbe riconoscere i limiti culturali dei Comuni poiché spesso non adottano gli strumenti urbanistici, e intervenire con maturità per pianificare correttamente le aree urbane estese perché i confini amministrativi sono obsoleti mentre il ceto politico locale appare incapace di applicare le leggi. La Regione dovrebbe abbracciare il cambio di paradigma culturale e promuovere piani intercomunali bioeconomici favorendo un nuovo approccio, per far incontrare progettisti pianificatori con abitanti ponendo al centro, non solo la tutela del territorio che significa valorizzare le risorse locali, ma la rigenerazione urbana bioeconomica con processi di partecipazione popolare. E’ questa la direzione della maturità, fra l’altro in parte già avviata in alcune città europee che stanno realizzando ed hanno realizzato efficaci trasformazione urbanistiche con nuovi processi economici.

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Critica e autocritica della cittadinanza

Cittadini?! Cosa si intende quando ci si definisce cittadini? Non mi riferisco al significato giuridico (cittadinanza e diritto di voto) ma al significato più ampio che riguarda la propria condotta di vita, il proprio stile di vita (amicizie, attività, lavoro, svago, e consumi…). Il cittadino è una persona istruita e formata sui propri diritti e doveri costituzionali, Platone direbbe è la persona uscita dalla caverna, in grado di partecipare in maniera matura al processo decisionale della politica. Il cittadino, dunque, ha un adeguato livello di istruzione, ha una propria cultura politica e sa rapportarsi con le istituzioni esprimendo un giudizio critico e consapevole, e grazie all’insieme di queste caratteristiche, cultura e civismo, riesce a dare il proprio contributo politico alla comunità affrontando temi e problemi, per migliorarla. Chiarito il senso dell’ampio significato che si attribuisce al termine “cittadino”, allora: quanti sono i “cittadini” italiani?

Detto ciò, secondo la mia modesta opinione, bisogna tener presente della realtà socio-culturale degli italiani fotografata egregiamente da Tullio De Mauro, circa l’alta percentuale di individui incapaci di capire ciò che leggono, e poi bisogna osservare che le istituzioni politiche italiane non amano la partecipazione popolare dei cittadini anzi la scoraggiano, oppure, in presenza di strumenti e istituti di partecipazione, gli Enti locali edulcorano i processi partecipativi affinché le scelte ricadano verso obiettivi preconfezionati secondo i capricci e gli interessi delle élites locali e nazionali. In Italia, le persone sono isolate e sganciate dal processo decisionale della politica, o perché ignoranti e incapaci di comprendere e di partecipare, o perché non esistono efficaci strumenti di partecipazione popolare. Infine, non esiste un partito politico che si occupi di ciò e cioè stimolare la partecipazione politica, quella vera ove si affrontano i problemi di ignoranza funzionale e di ritorno delle masse e si propongono efficaci strumenti di partecipazione popolare dove i processi non sono edulcorati da un guida o da un’idea precostituita dal potere. Un grande e profondo cambiamento della nostra società, e della sua reale trasformazione, è l’avvio di percorsi civici che aiutano le persone a uscire dall’auto isolamento culturale, cominciando dalla cultura di base: scientifica, filosofica e storica per conoscere i territori e comprendere sé stessi. Laboratori politici costruiti in tal senso, cioè dove ci sono momenti di conoscenza e di approfondimento, con modelli sperimentali sui processi di partecipazione, consentirebbe, in breve tempo, a milioni di italiani di diventare cittadini attivi e creativi, socialmente utili per i processi di sviluppo umano delle comunità. Si tratta di un enorme processo creativo che trasforma la società per renderla responsabile e capace di affrontare qualunque problema e risolverlo. Questo tipo di approccio possiede in sé lo scopo di affrontare l’autorealizzazione delle persone attraverso un percorso nuovo, mentre in una società capitalista si creano disuguaglianze, e le opportunità sono concesse prioritariamente a chi  appartiene a una determinata casta di famiglie che vivono di rendite. L’autorealizzazione, oppure eudemonia, è possibile rimuovendo le disuguaglianze e sviluppando la conoscenza in maniera condivisa e cooperativa, e utilizzare il sapere in maniera saggia, per esempio favorendo le persone meritevoli che intendono migliorare la società.

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Programmare, pianificare e progettare

Nella storia dei Paesi occidentali, i più bravi hanno saputo coniugare adeguatamente programmazione economica con progettazione urbana e territoriale. Questa efficienza politica e amministrativa non è un’abilità complessa e segreta ma la cultura dei ceti dirigenti locali e nazionali, al fine di costruire bene città e territori, e poi gestirli attraverso una manutenzione ordinaria. E’ una tradizione che appartiene a tutti i popoli sin dal mondo classico greco-romano, e con la nascita dello Stato moderno questa prassi diventa processo istituzionale. Buoni esempi di questo modello sono in Germania, in Svezia, in Inghilterra, in Olanda e in Finlandia, oltreché evidentemente in Russia dopo la famosa rivoluzione bolscevica (1917) che favorì processi di pianificazione centralizzata improntati proprio sulla coniugazione di crescita economica con sviluppo urbano. Nell’attuale contesto urbano europeo non esiste più la necessità di un’espansione fisica delle città ma di una loro rigenerazione interna. I Paesi che hanno accumulato esperienze e competenze di pianificazione ormai considerano normali i processi di rinnovo urbano, ma in determinati territori italiani non esiste questa consuetudine virtuosa, o quanto meno si sono sviluppati processi viziosi nelle istituzioni locali che negano processi decisionali normali. Un dato inquietante rilevato dall’ANAC nel Rapporto 2020 dice che fra i settori più colpiti dalla corruzione il 74% riguarda gli appalti pubblici. La normalità comporterebbe un approccio più trasparente e democratico della gestione pubblica, e quindi un cambiamento nella direzione più corretta vorrebbe dire rinunciare ai privilegi e ai vantaggi che, nel corso decenni, il ceto dirigente dominante ha ottenuto usurpando i diritti altrui e trascurando la Costituzione italiana.

In Italia, l’assenza di corretta pianificazione ha due significati precisi: il primo è di carattere storico cioè la concentrazione di investimenti e capitali nella pianura padana che ha costruito la questione meridionale conducendo il Sud al sottosviluppo; e questa disuguaglianza di carattere politico amministrativo è la ricchezza di un’area a danno dell’altra. Per decenni, il ceto dirigente ha voluto usare una buona pianificazione solo in una determinata macro area. Pertanto è una disuguaglianza che ha radici nella storia, e ormai la maggioranza degli individui non sente il bisogno di affrontarla per rimuoverla, alimentando un cortocircuito sociale ed economico molto doloroso perché questa ingiustizia crea rancori e frustrazioni.

Per quanto riguarda la disuguaglianza per eccellenza, e cioè la famosa questione meridionale, è l’ISTAT che certifica la realtà storica: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano». (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi. «[…] All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. […]» (estratto da Francesco Saverio Nitti: “L’Italia all’alba del XX secolo (1901) Discorso Quarto”)

Nel 2016 lo Stato italiano ha speso 15.062 euro pro capite al Centro-Nord e 12.040 euro pro capite al Meridione. In altre parole, ciascun cittadino meridionale ha ricevuto in media 3.022 euro in meno rispetto a un suo connazionale residente al Centro-Nord. […] Dal 2000 al 2007 le otto regioni meridionali occupano i posti più bassi della classifica per distribuzione della spesa pubblica. Per contro, tutte le Regioni del Nord Italia si vedono irrorate dallo Stato di un quantitativo di spesa annua nettamente superiore alla media nazionale (Eurispes, Rapporto Italia 2020).

Il secondo significato, legato al primo, è più drammatico poiché l’assenza di un’adeguata pianificazione toglie libertà ai meridionali di potersi scegliere percorsi di autorealizzazione. Le disuguaglianze territoriali sono: economiche, sociali e di riconoscimento. Non solo mancano investimenti pubblici e privati perché lo Stato adotta criteri iniqui di ridistribuzione della fiscalità generale, ma i ceti dirigenti locali tolgono opportunità alle generazioni più giovani attraverso un giudizio negativo circa le loro capacità di esprimersi e di costruirsi attività economiche. La disuguaglianza di riconoscimento è voluta ed ha una caratteristica feudale tipica del vassallaggio, poiché il ceto dirigente non riconosce il merito e il valore delle persone esterne alla propria cerchia di potere clientelare, e così le persone libere sono spinte ad emigrare verso i Sistemi Locali del Lavoro del Nord o esteri, contribuendo a costruire valore altrove. La prevaricazione clientelare del ceto di potere autoreferenziale distruggere il tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno. In Italia esiste un contrasto politico caratterizzato da una doppia discriminazione sociale contro le comunità meridionali: il razzismo dei padani fattosi partito politico e la prevaricazione dei ceti dirigenti locali, entrambi sono sistemi sociali feudali costruiti sull’usurpazione e l’egoismo (e l’autoreferenzialità), cioè usano il potere capitalistico e il ruolo istituzionale per continuare a vivere di rendite. Le istituzioni politiche sono usate come strumenti di controllo sociale e di potere per escludere persone meritevoli, ma questa condotta politica dannosa emerge dal basso, cioè la maggioranza degli elettori (apatica e senza un’identità politica) impedisce un miglioramento economico, sociale e ambientale dei territori marginali perché continua a scegliere un ceto politico dirigente prevaricatore, autoreferenziale e incapace di applicare la Costituzione.

L’approccio clientelare, ovviamente, non è prerogativa dei ceti dirigenti del Sud ma appartiene alla cultura politica occidentale, a partire dal mondo anglosassone e dei suoi paradisi fiscali fino alla privatizzazione americana dei partiti politici, passando per la disorganizzazione dell’UE che programma disuguaglianze economiche seguendo i capricci delle lobbies presenti presso le istituzioni. L’evidente differenza ben visibile sta nei luoghi urbani: per l’élite europea è importante vivere in spazi ben progettati, mentre per altri territori non è così, ma questo incivile disinteresse produce danni alle persone che vivono nei contesti urbani disordinati alimentando degrado su degrado, perché si tolgono opportunità agli individui sin dalla nascita. Il meridione ha il privilegio di ereditare centri urbani storici costituiti da una bellezza straordinaria ed unica per la loro orografia e per il loro contesto ambientale naturale, ogni insediamento umano appare diverso e originale, mentre l’espansione urbana moderna non pianificata ha recato danni ambientali, sociali ed economici. Questi errori si possono correggere. Una strada poco praticata nel Sud è quella di investire nelle bellezze naturali, panoramiche, morfologiche, architettoniche per rigenerare e valorizzare l’esistente, cioè preparare piani paesaggistici per recuperare e rigenerare il territorio. Conservando il patrimonio esistente è possibile valorizzare la storia e il patrimonio esistente, sia i beni culturali e sia quelli naturali. Tutti i Comuni necessitano di piani di recupero con l’approccio conservativo e di rigenerazione urbana con l’approccio bioeconomico.

Un’efficace programmazione politica contrasta anche queste discriminazioni sociali che hanno forti risvolti negativi economici territoriali, e si preoccupa di stimolare il rinnovo delle classi dirigenti dando valore a piani e progetti capaci di migliorare l’economia locale, ad esempio investendo nei processi bioeconomici perché hanno molteplici virtù, sia in termini occupazionali che in termini ambientali e sociali. Nel nostro Mezzogiorno assumere l’approccio della normale pianificazione, com’è tradizione europea, significa rivoluzionare l’Italia poiché si cancellano le immorali disuguaglianze territoriali fra Nord e Sud e si consente alle persone, tutte, di perseguire percorsi di autorealizzazione contribuendo alla felicità e al benessere delle comunità.

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Investire per cancellare le disuguaglianze

In numerose riflessioni (verde di prossimità, bioregione urbana, aree ASI e fascia costiera, la valle dell’Irno, il disegno di suolo e l’area urbana estesa, esperienze di arredo urbano, un modello di rigenerazione bioeconomica, le scuole, riprogettazione dell’area ASI, la città rete-meridionale) ho esposto diversi punti di vista per stimolare la creazione di attività utili al nostro territorio, e il punto focale di molte riflessioni è la pianificazione: nel senso più ampio del termine cioè economica, territoriale e urbanistica. Il ceto dirigente, aderendo all’ideologia del famigerato mercato ha rinunciato alla pianificazione istituzionale e lascia che le imprese decidano il futuro economico di un territorio: il risultato è sotto i nostri occhi, in Provincia di Salerno c’è un alto tasso di disoccupazione: 17,2% (2019) contro il 4, 5, o 6% dei territori normali. L’impegno più importante di una comunità consapevole dovrebbe essere quello di portare il tasso di disoccupazione a livelli normali e accettabili, ma il percorso è lungo e tortuoso, e nel percorrerlo è determinante una buona dose di creatività, di capacità dialogo e di apertura mentale, poiché nel corso degli anni è facile intuire che decine di migliaia di persone non potranno mai raggiungere l’auto sufficienza economica senza l’aiuto dello Stato. I Paesi normali e civili hanno sistemi di welfare efficaci perché aiutano tutti, e sono capaci non solo di unire domanda e offerta di lavoro, ma di creare nuovi impieghi e aderenti alle capacità delle persone e alle necessità del territorio. I Sistemi Locali del Lavoro virtuosi, normalmente, programmano corsi di aggiornamento e di formazione per qualunque persona, cioè le istituzioni locali hanno enti di formazione professionale e realizzano corsi per qualsiasi individuo che voglia imparare un mestiere richiesto dalle imprese del territorio. Questa semplice programmazione (formazione-lavoro) unisce domanda e offerta di lavoro. I Paesi normali e civili non hanno mai rinunciato alla pianificazione, anzi è il loro punto di forza ed investono ingenti risorse nei luoghi marginali per condurli a livelli adeguati, cioè al pari dei Sistemi Locali del Lavoro economicamente più forti. I Paesi normali e civili non hanno disuguaglianze territoriali come quelle fra il Nord e il Sud d’Italia, poiché sono ritenute immorali, stupide e dannose per l’economia della Nazione. Nel nostro Mezzogiorno non esiste un sistema di welfare normale e adeguato ai problemi sociali ed economici del territorio. Le istituzioni danno la netta impressione di continuare a ignorare questo problema, scegliendo strade politiche sbagliate e obsolete perché lasciano insoluti i problemi contribuendo ad aumentare il divario fra Nord e Sud. E’ altresì vero che lo Stato programma disuguaglianze territoriali poiché non distribuisce le risorse di tutti in maniera equa, anzi privilegia territori già ricchi a danno degli altri. Inoltre, le disuguaglianze economiche e sociali non sembrano essere un tema prioritario né per le famiglie e né per il ceto politico dirigente del Sud. Le maggioranze politiche condotte al potere dagli elettori non sembrano capaci di risolvere le disuguaglianze, e le forze economiche più agiate continuano a orientare le scelte governative, cioè lo status quo resta immutato, mentre con lo scorrere del tempo aumentano i poveri, perché fu sbagliata la scelta politica di aderire alla religione neoliberista dove le imprese private sono libere di perseguire la propria avidità, e lo Stato rinuncia ad intervenire per correggere gli errori del capitalismo. Quando una società rinuncia a sé stessa, e sceglie il nichilismo capitalista sopravvive solo il mercato, e il potere si concentra sugli individui che possono comprare e vendere una merce, ma questa è la nostra realtà: un’esistenza mercificata dove non esistono diritti e non esistono valori, né umani e né naturali. La Costituzione italiana dice ben altro, ma la classe dirigente ha scelto la religione capitalista: tutto è merce, e servono capitali per ogni intervento sul territorio. Si tratta di un arbitrio, un’invenzione, una convenzione, e l’essere umano, se lo desidera, può creare nuove convenzioni, nuove regole e nuovi accordi commerciali per costruire una società migliore di questa. Senza particolari problemi, lo Stato può intervenire sull’economia (come succede in altri Paesi) e può cominciare a costruire territori ove non esiste solo il famigerato mercato, mentre gli Enti locali possono cominciare a valutare gli investimenti con nuovi criteri, cioè osservando gli impatti sociali e ambientali.

Pensare agli investimenti sul territorio significa pianificare, e una corretta e adeguata pianificazione si basa sulla conoscenza, cioè sulla storia e sulle risorse locali, significa conoscere l’esistente per aggiustarlo, cioè affrontare le disuguaglianze per rimuoverle definitivamente e dare alle persone le opportunità che spettano loro, cioè scegliersi liberamente un percorso di crescita individuale, ed in Italia questa libertà non è consentita a tutti ma solo a coloro i quali nascono in ambienti economicamente già forti, con i servizi adeguati e correttamente distribuiti sul territorio. Il destino di molti meridionali è l’ingiusta e l’immorale condanna all’emigrazione per sopravvivere. Questa ingiustizia è ampiamente nota ma volutamente trascurata poiché il sottosviluppo di un’area è la ricchezza di un’altra, e questo schema capitalista è in corso di realizzazione in tutt’Europa, cioè un’élite degenerata programma le disuguaglianze affinché un’area “centrale” possa arricchirsi sulle spalle di un’area “periferica”.

L’approccio territorialista e bioeconomico è quello che può garantire il più alto numero di impieghi ottenibili perché si basa proprio sulla conoscenza approfondita del territorio, con criteri di sostenibilità ed il coinvolgimento degli abitanti nel costruire un percorso di autocoscienza dei luoghi. Lo Stato ha l’obbligo di rimuovere le disuguaglianze perché non sono previste dalla Costituzione e pertanto usando la cultura bioeconomica, le istituzioni dovrebbero ripensare le agglomerazioni industriali interne ai Sistemi Locali del Lavoro, e riconoscendo le nuove strutture urbane estese si potrebbero pianificare processi di rigenerazione urbana e rurale che coinvolgono anche i territori interni. Un obiettivo importante è ridurre il rischio sismico e idrogeologico degli insediamenti umani, e poi costruire nuove relazioni fra città e territori rurali. Per creare nuovi impieghi è importante territorializzare, cioè aprire attività di manifattura leggera per concentrare l’offerta di lavoro in determinati Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno, e ripensare la relazione e l’uso del territorio degli abitanti, offrendo loro nuove urbanità e tecnologie utili che tendono all’auto sufficiente energetica.

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