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Città fallite

consumo del suolo ISPRA 2015

Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2013. Fonte: ISPRA.

Il fallimento economico finanziario dei piani urbanistici è argomento di dibattito fra gli addetti ai lavori da alcuni anni. Negli anni ’60 il conflitto politico fece prevalere l’ideologia speculativa del capitale, pertanto è consuetudine il fatto che il disegno urbano sia condizionato dagli interessi privati. I Consigli comunali pur avendone la responsabilità politica, o ignorano le motivazioni di tali interessi o lasciano che la soluzione di tali interessi si ritrovi nell’incentivo della rendita, cioè la mercificazione delle superfici. Generalmente i politici locali sono talmente disinteressati alla tutela del territorio fino a favorire l’attività edilizia senza comprenderne sia l’utilità sociale e sia la qualità progettuale, poiché tali iniziative generano introiti che possono essere indirizzati alla spesa corrente. Fino a pochi anni fa, tale opzione non era consentita poiché gli oneri erano vincolati alle opere di urbanizzazione. Questo processo vizioso è imploso su stesso.

Inoltre, osservando il cambiamento dei fenomeni urbani e sociali, possiamo intuire che gli ambiti territoriali e istituzionali, cioè i Comuni, sembrano inadeguati e obsoleti per offrire piani migliori. Sin dagli anni ’70, il capitalismo ha fatto esplodere la cosiddetta città diffusa, pertanto i cittadini vivono aree urbane e territori più ampi di quelli pianificati nei ristretti territori comunali, e spesso usano il suolo percorrendo territori intercomunali. Se in Inghilterra il modello della grande Londra è l’esempio di una pianificazione intenzionale, in Italia la crescita urbana è stata lasciata alla speculazione e oggi paghiamo ancora le conseguenze di quella volontà politica.

Le fonti letterarie e la pubblicistica mostrano un dibattito aperto, dinamico e attento attraverso la sensibilità di determinate analisi e studi di organizzazioni, dipartimenti universitari, professionisti e liberi ricercatori (Russo, Urbanistica per una diversa crescita, 2014; Calafati, Città tra declino e sviluppo, 2014). Per il momento gli argomenti di discussione sono “chiusi” fra accademici, progettisti e costruttori, nel senso che il mainstream non ritiene utile informare i cittadini circa il fallimento delle città secondo l’accezione urbanistica e architettonica.

Da decenni gli urbanisti hanno individuato l’origine della crisi delle città, e tale discussione accesasi durante gli anni ’60, è stata isolata e sopita dalla classe politica e dai mass media sia per nascondere le motivazioni speculative della rendita e sia per favorire la mercificazione del territorio. La recente implosione del sistema capitalistico consente di far riemergere un dibattito ucciso sul nascere, e sarebbe ragionevole e conveniente per tutti, persino per gli speculatori, arrivare ad ammettere che il capitalismo, implodendo su stesso, ha travolto l’indotto industriale più importante dell’economica delle città e dello Stato, ormai smembrato dall’ideologia neoliberale.

Dal punto di vista della pianificazione, è difficile ammettere che la strada suggerita dall’ideologia neoliberale, cioè far prevalere l’interesse dei privati nei processi giuridici ed economici circa le destinazioni d’uso dei suoli, non garantisce più la costruzione delle urbanizzazioni e della cosiddetta città pubblica. Mercificare la città è stata una scelta ideologica che ha favorito la concentrazione di risorse monetarie nelle mani di piccole caste locali, facendo pagare queste scelte egoistiche alla collettività. La crisi attuale ha messo in evidenza che le persone non hanno più i soldi necessari per pagare questi costi, ciò è accaduto attraverso l’inganno della rendita fondiaria e immobiliare che ha illuso persino l’industria immobiliare, forse convinta di poter proseguire i propri profitti con l’ausilio di piani di crescita attraverso l’economia del debito pubblico e privato. La droga finanziaria ha fatto perire il sistema per overdose. Morto il capitalismo c’è l’opportunità di riprendere il tema della municipalizzazione dei suoli e di pianificare un’agenda urbana sostenuta dalla sovranità monetaria con paradigmi bioeconomici e di qualità urbana.

Nell’ultimo decennio l’industria delle costruzioni, a differenza di altri ambiti industriali, ha ridotto i propri danni economici solo grazie agli incentivi fiscali legati alle ristrutturazioni finalizzate all’efficienza energetica, ma anche gli incentivi non hanno retto di fronte all’espandersi della crisi. Dal punto di vista delle politiche urbane, i piani urbanistici espansivi hanno avuto ricadute negative poiché generalmente una parte importante dei piani attuativi non ha recuperato gli investimenti previsti, cioè le superfici costruite non sono state acquistate, mentre taluni piani sono rimasti sulla carta. Le motivazioni sono tante, ma sono due quelle principali: la fede nell’ideologia della crescita continua, e la sottovalutazione della crisi del capitalismo e dell’euro zona che ha intaccato anche il risparmio dei cittadini. Per uscire dalla crisi due sono le soluzioni affrontate dal dibattito; la prima soluzione propone di restare sull’attuale piano ideologico promettendo di ricercare i capitali necessari fra i soggetti privati, sfruttando sempre l’interesse economico della rendita. La seconda soluzione propone una declinazione in due rami: entrambi i rami partano dal presupposto di ripristinare la sovranità monetaria, e il primo ramo non rinuncia alla logica della rendita dei privati, mentre il secondo ramo è quello nuovo, cioè proporre di associare alla recuperata sovranità i nuovi paradigmi culturali figli della bioeconomia per transitare definitivamente su un sistema etico e naturale delle scelte territoriali e garantire risorse alle presenti e future generazioni.

Non ci vorrà molto tempo per capire quale soluzione convincerà chi controlla le istituzioni, poiché l’implosione del capitalismo sta rilasciando i suoi pesanti effetti proprio in questi anni. La crisi innescata da un’industria fuori controllo, quella bancaria e finanziaria, sta fagocitando i risparmi privati, proprio in questo periodo, e se il sistema istituzionale ha risposto salvando se stesso attraverso nuovi poteri e funzioni alla banca centrale europea, gli stessi sanno bene che per impedire una rivoluzione dei popoli dovranno aggiungere e concedere nuovi e potenti strumenti monetari per restituire libertà alle comunità che stanno morendo sotto i colpi di una religione innaturale e diabolica. Il mostro del capitalismo si è trasformato in animale che inventa se stesso a mezzo internet spostando i capitali attraverso le giurisdizioni segrete e facendo apparire gli investimenti pubblici e privati soprattutto nei paesi emergenti. Questo mostro capitalista ha divorato persino parte di se stesso, e uno di questi ambiti comprende anche la cosiddetta old economy delle costruzioni, tant’è che in talune città europee certe trasformazioni urbanistiche sono state finanziate proprio da fondi pubblici e privati sospetti. Tali operazioni, non passate inosservate, hanno evidenziato proprio la crisi del settore che ricorre a rapporti amicali e favori politici globali per realizzare i capricci dei Sindaci, svelando fino a che punto gli interessi delle comunità siano stati rimossi dei processi di governance. Nel restante territorio le trasformazioni urbanistiche escluse dai circuiti dei capitali globali sono fallite per le ragioni sopradescritte.

Presidenti di Regioni e Sindaci sono eletti direttamente dai cittadini e a differenza delle persone nominate nei Governi e nei Parlamenti rispondono direttamente circa il loro operato. Costoro, o recuperano un’autonomia decisionale facendo scelte ascoltando le nuove opportunità politiche, oppure, all’indignazione popolare ampiamente alimentata dalla crisi e dalla stampa che favorisce l’apatia e l’astensionismo, si aggiungerà anche la potente e influente lobby delle costruzioni. In tal senso i piani urbanistici espansivi vanno trasformati in piani di rigenerazione urbana e la difficoltà culturale e tecnica sta nell’avere il coraggio di proporre piani senza gli incentivi volumetrici. Non può essere l’aumento delle superfici da vendere sul mercato, l’incentivo che ripaga i costi delle trasformazioni poiché il mercato stesso non è più capace di assorbire un’offerta che non risponde al desiderio e alle possibilità economiche dei territori. La soluzione è nota: restituire energia allo Stato con moneta sovrana a credito, e non più a debito. Il conflitto culturale è altrettanto noto, e i seguaci neoliberali rappresentano la maggioranza fra le istituzioni pubbliche e private, e non intendono ammettere l’implosione del capitalismo. Ancora una volta la convenienza economica, e in questo caso direi la sopravvivenza di una lobby, agirà nel proprio interesse e influenzerà i politici per cambiare il corso della crisi. Già nell’Ottocento e poi nei primi anni del Novecento, la scelta politica fu quella di aggiustare i luoghi urbani deteriorati dall’industria, e l’impulso partì dagli sia da Stati che battevano moneta sovrana e sia dall’invenzione di istituti bancari ad hoc. Scelte politiche analoghe furono intraprese sia dall’Inghilterra negli anni ’70 che cominciò la moderna rigenerazione urbana con investimenti pubblici, e sia durante gli anni ’50 negli USA che finanziarono programmi di rinnovamento urbano. Adesso le condizioni finanziarie globali sono mutate, e soprattutto è mutata la disponibilità delle risorse naturali, cosa significa? Che l’idea già paventata di tornare alle politiche neokeynesiane contribuirebbe alla distruzione dei sistemi naturali e potrebbe polverizzare i capitali finanziari generati dalle scommesse, per questo motivo l’evoluzione si trova sul nuovo piano, e cioè quello bioeconomico che ci consente di uscire dalla mercificazione dei suoli attribuendo il vincolo di inalienabilità ad ampi territori del pianeta Terra. Tornando alle politiche urbane sappiamo che le risorse per rigenerare le città ci sono, manca la volontà politica di uscire dalla mercificazione per favorire il recupero dei tessuti urbani esistenti a prezzo di costo e introducendo detrazioni e leve fiscali per la ristrutturazione urbanistica e i trasferimenti di volume necessari in alcune aree urbane degradate. Rigenerare seriamente le aree urbane significa abbattere le rendite di posizione, poiché interventi con una regia pubblica possono favorire il coinvolgimento degli abitanti, e ciò potrebbe far emergere l’interesse delle rendite immobiliari palesando pubblicamente il conflitto generato dal capitalismo, e quindi risolverlo a favore dell’interesse generale.

Tornando alla trasformazione del capitalismo in mostro internettiano e virtuale, che crea moneta dal nulla sia attraverso il sistema del prestito e sia attraverso i famigerati strumenti finanziari (le scommesse e fondi speculativi), ecco, sarebbe saggio compiere il salto d’uscita dallo stesso capitalismo. Agli Stati non conviene farsi prestare una moneta a debito, e se teniamo alla sopravvivenza della nostra specie, in un pianeta di risorse finite, l’unico sistema che funziona è quello che copia i processi economici naturali. E’ di moda chiamarla economia circolare in contrapposizione al sistema di produzione capitalista di tipo lineare. Dovremmo cancellare convenzioni e costumi di un sistema economico immorale, inventato dalle caste politiche per tenere i popoli in schiavitù. Il capitalismo dopo avere reso merce ogni cosa che ruota intorno a noi, si sta sganciando dalla merce lavoro travolgendo ampi settori dell’economia reale (old economy). Da alcuni decenni non è più il lavoro la fonte primaria della ricchezza materiale. Cosa significa? La specie umana condizionata dalla religione capitalista ha l’opportunità di liberarsi del lavoro e stabilire un nuovo patto sociale. Finisce un’epoca durata circa trecento anni, può cominciare l’epoca di transizione verso la prosperità. La specie umana ha una grande opportunità: riporre l’invenzione della banca e della moneta nel loro ruolo originario, ma in una veste altrettanto nuova, e cioè usare lo strumento di misura monetario per attività socialmente utili e commisurarlo alla politica delle risorse vincolate dalla legge dell’entropia. I debiti pubblici vanno rimessi e gli Stati rinvigoriti con moneta a credito secondo gli interessi generali: felicità e formazione cultuale dei popoli, innovazione e ricerca, rigenerazione dei territori. L’obiettivo non è più l’aumento della produttività ma lo sviluppo umano rispettando l’uso razionale delle risorse che genera nuova occupazione utile.

Avanti popoli

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite entro il 2030 buona parte della popolazione mondiale vivrà in megalopoli, metropoli, regioni urbane e aree urbane. Il modello culturale predominate è quello economico ove tutto è merce, orientato verso la stupida crescita continua. Tutto ciò nonostante a soli 17 anni si studiano la biologia, la termodinamica e la legge dell’entropia, per la verità tali conoscenze di base sono divulgate solo nei licei; dunque in giovane età scopriamo la fotosintesi clorofilliana, le trasformazioni irreversibili, e banalmente siamo in grado di intuire quanto sia stupido e impossibile per una specie vivente proseguire la propria esistenza distruggendo gli ecosistemi. Le rivoluzioni industriali sono state la conquista di tecnologie sia utili che inutili. Dal punto di vista dei poteri e del controllo sociale ci rendiamo conto che una piccola casta di industriali auto referenziali ha assunto il ruolo di comando e di orientamento delle politiche globali. Questa casta auto referenziale orienta e controlla il complesso sistema di comunicazione e di cattiva educazione influenzando sia tutti i partiti politici e sia le masse degli individui verso l’accumulo di merci inutili. E’ ampiamente noto che diverse organizzazioni sovranazionali finanziate da queste caste di banchieri, manager e industriali perseguono i propri interessi, ed è facile osservare come, prima o poi, i loro indirizzi politici diventano leggi, norme e direttive delle pubbliche istituzioni. E’ altrettanto facile osservare che invece noi cittadini, negli ultimi vent’anni, finora non siamo stati capaci di organizzare e promuovere i nostri legittimi interessi e di trasformarli in consenso politico per costruire una società migliore di questa.

Senza il rispetto delle leggi che ci danno vita (ecologia), siamo stupidamente condannati all’estinzione. Sul pianeta Terra la specie umana è l’unica che ha inventato un complesso sistema convenzionale (monetarismo) e divulgativo innaturale (l’economia neoclassica), che consente a una piccola casta di tenere in schiavitù la maggioranza degli individui, costretti o addomesticati in un sistema di scambio (economia del debito) e di comportamenti irrazionali (pubblicità) e innaturali: consumismo compulsivo, competitività, narcisismo, avidità, egoismo e invidia sociale, mercificazione.

Quando miliardi e miliardi di individui saranno stanziali negli ambienti urbani, l’impatto energivoro degli stili di vita compulsivi all’interno delle megalopoli metterà a rischio la specie umana. Siamo in grado di intuire il nostro destino, e già negli anni ’70 furono pubblicati scenari futuri sugli effetti del capitalismo, poi tali scenari sono stati aggiornati indicando prospettive per ridurre i danni e per tendere a una sostenibilità sociale e ambientale. La maturazione delle nuove tecnologie ci consente di ridurre i danni e offrire prospettive future alle generazioni che verranno; ma questo accadrà solo se nei prossimi anni l’intero sistema istituzionale e culturale sarà riprogrammato secondo la bioeconomia.

La strada per la sopravvivenza delle specie umana passa necessariamente per una decrescita selettiva delle merci, c’è poco da immaginare e discutere, e quindi la sopravvivenza passa per una transizione da stili di vita dannosi a stili di vita sostenibili. Le classi dirigenti politiche, spinte dalla coscienza collettiva dei popoli, dovranno riprendersi una propria autonomia decisionale e colpire le industrie responsabili di questo rischio estinzione, sia programmando una transizione tecnologica per garantire un uso razionale delle risorse limitate e sia programmando investimenti per la rigenerazione dei territori e delle aree urbane ove si concentrerà buona parte della popolazione mondiale.

Il luogo ove cominciare questo cambiamento radicale è proprio la città. Nelle aree urbane si concentrano e si sviluppano le principale relazioni fra individui, e pertanto è d’obbligo concentrare le principale risorse mentali ed economiche nei luoghi ove è necessario sostituire l’uomo economico con le persone, libere e responsabili. Ecco a cosa serve la politica, a determinare programmi che riguardano la polis al fine di vivere in prosperità e in pace.

Le attuali istituzioni pubbliche e private stanno investendo nelle aree urbane ma non secondo precetti realmente sostenibili poiché lo scopo delle imprese è sempre l’aumento dei profitti attraverso la produttività. Negli ultimi dieci anni, in termini di valore di capitalizzazione, la cosiddetta old economy è stata superata dalla new economy finanziaria e internnettiana, entrando di forza nelle stanze della globalizzazione, e orientando gli interessi dell’élite che controlla la Terra. Sono rimasti immutati gli obiettivi bellici per controllare le limitate risorse fossili, così come le attività estrattive legate alle merci delle nuove tecnologie, le sementi, il controllo del cibo, e l’acqua. La morsa sulle risorse che determinano la sopravvivenza umana non viene allentata, e il percorso di privatizzazione del mondo è quasi ultimato.

E’ nelle regioni urbane che le comunità possono e devono unirsi per garantire la propria sopravvivenza ponendo al centro l’interesse generale e costituzionale della tutela dei beni inalienabili, ampliandoli, e individuando aree demaniali da destinare all’uso civico per auto consumo. Sono almeno due le direttrici fondamentali per affrontare una consapevole sopravvivenza della nostra specie: la prima è ripristinare il primato della politica sull’economia, altrimenti, perseverando nel neoliberismo non ci sarebbero più speranza e libertà democratiche, per nessuno. La seconda, è la progressiva uscita dal capitalismo favorendo la bioeconomia, e questo è possibile solo avviando un dibattito pubblico sui nuovi paradigmi culturali condivisi con tutti i popoli che vogliono avviare un sistema di scambio ecologico, e non più di accumulo monetario. E’ implicito che tutto il sistema telematico delle giurisdizioni segrete va abbattuto, così come resi illegali gli strumenti delle scommesse finanziare e riformati il diritto societario e bancario.

Dal basso, cioè fra le persone è importante stimolare la nascita di comunità che decidono di soddisfare alcuni bisogni uscendo dagli scambi monetari per favorire gli scambi reciproci dei beni che non sono merci. E’ necessario favorire processi e percorsi per ogni cittadino che desidera riaffermare lo spazio pubblico e democratico.

E’ nelle regioni urbane che c’è la necessità di conservare il patrimonio storico architettonico e il suo paesaggio, introducendo la bellezza. E’ nelle regioni urbane che c’è la necessità di dare un alloggio al prezzo che giovani coppie possono sostenere, è nelle regioni urbane che bisogna cancellare tutti gli sprechi energetici offrendo l’opportunità delle nuove tecnologie, introducendo nuovi standard e servizi secondo bisogni reali e non secondo i capricci della pubblicità. C’è la necessità di avviare trasferimenti di volumi, riuso e ristrutturazioni urbanistiche ed edilizie favorendo la nascita di nuovi impieghi utili. Nelle regioni urbane è necessario fare bonifiche e riciclare tutti i rifiuti indirizzandoli a progetti di eco-design. C’è la necessità di migliorare il trasporto pubblico con nuove tecnologie e ridurre la mobilità privata, sostituendo le auto con le bici pedelec e i restanti motori a scoppio con quelli elettrici.

Per programmare e finanziare tutte queste azioni politiche è fondamentale trasformare o uscire dall’attuale sistema economico chiamato euro zona poiché tutto l’impianto istituzionale dell’Unione non ha la capacità e la volontà politica di perseguire l’uguaglianza fra i popoli. A meno che di imprevedibili ripensamenti dell’élite europea. Nei pochi anni di sistema SME e della moneta unica, i cosiddetti Paesi periferici hanno danneggiato il proprio patrimonio industriale poiché le forze politiche nazionali, anziché applicare i valori costituzionali, hanno abdicato all’interesse generale e consegnato famiglie e imprese nelle mani diaboliche del famigerato libero mercato, che come tutti sanno, non ha una coscienza civile. Per questo motivo è determinante riaffermare il primato della politica sull’economia e il ripristino di una sovranità nazionale, per promuovere una politica industriale bioeconomica che favorisce la rilocalizzazione delle attività produttive su nuovi paradigmi culturali, e contemporaneamente stabilisce alleanze con altri popoli che riconoscono la necessità di promuovere politiche industriali sostenibili, indipendentemente dal cosiddetto colore politico, ormai etichetta obsoleta e anacronistica. Il vero tema politico è uscire dal neoliberismo della globalizzazione, per favorire una nuova aggregazione culturale, sociale, politica che metta insieme categorie sociali apparentemente divise, secondo le obsolete etichette (divide et impera), ma unite dalla difficile realtà che osserviamo intorno a noi, per ricostruire comunità e Stati, cioè consentire alle persone di scegliere e favorire percorsi di crescita spirituale e materiale. Questo potrà accadere solo applicando i principi e i valori della Costituzione repubblicana, situata al di sopra dei Trattati europei.

Il capitalismo delle rendite immobiliari prima e il neoliberismo dopo, hanno peggiorato le condizioni di vita nelle nostre città e favorito piani urbanistici speculativi che hanno costruito il degrado che osserviamo in diverse città. La deindustrializzazione e la delocalizzazione produttiva hanno innescato un lungo processo di cambiamenti sociali e ambientali. La nostra classe dirigente, anziché favorire programmi per trovare soluzioni e prevenire danni sociali e ambientali, ha scelto di ignorare tale fenomeno. Nonostante la stagione dei “programmi complessi”, le nostre città non offrono luoghi urbani adeguati ai cambiamenti sociali; per aggiustare le aree urbane ci vogliono interventi ben più corposi, poiché bisogna porre rimedio alle cattive espansioni urbanistiche cominciate sin dal secondo dopo guerra. Mentre il paradigma dominate distrugge economie locali e il futuro di diverse generazioni di persone, l’inerzia del legislatore è criminogena. Il territorio è la risorsa principale del Paese, noi dipendiamo dall’energia della campagna e dalle relazioni nelle aree urbane, ma la città è completamente ignorata e assurge all’attenzione dei media solo quando la natura si manifesta con calamità che causano morti e danni ai suoli antropizzati. Il crimine dell’indifferenza è tipico degli idiotes, soprattutto quando l’inerzia politica riguarda la risorsa che ci tiene in vita. Una priorità del genere non dovrebbe neanche essere oggetto di dubbi o discussioni, ma i nostri dipendenti, se fossero persone dotate di un banale buon senso, dovrebbero agire per conservare il nostro patrimonio, unico al mondo, senza fiatare. A questo fenomeno di deindustrializzazione la classe dirigente non ha voluto proporre nuovi paradigmi per governare il territorio e prevenire la disgregazione sociale che assistiamo. La recessione sta facendo abbassare i livelli della qualità di vita.

In quasi trent’anni, le città sono cambiate con una velocità inimmaginabile per i secoli passati. Questa velocità è direttamente proporzionale all’evoluzione del capitalismo che si sta sganciando dal lavoro. La degenerazione culturale dell’Occidente è favorita dall’informatizzazione piegata ai capricci del capitale, basti osservare il fenomeno dell’immorale mondo offshore collegato anche all’attività dei piani di riqualificazione urbana a debito, poiché così si nasconde la corruzione, mentre emergono e si diffondo prezzolati servi e adoratori d’internet. Ovviamente internet è l’ennesima tecnica, e non rimane indifferente di fronte alle ingiustizie sociali e alla fame dei popoli, semplicemente le sfrutta poiché rispecchia il nichilismo dell’epoca moderna. Grazie alle giurisdizioni segrete e l’evoluzione dei sistemi informatici, il sistema bancario ha corrotto persino le mafie, e attrae i peggiori criminali del pianeta che possono compiere le proprie immorali transazioni grazie a internet, e i Governi lo sanno benissimo. I politici preferiscono favorire l’industria del grande fratello – google e facebook – per raccogliere informazioni sugli stili di vita dei cittadini e sfruttarle per l’industria delle merci inutili, piuttosto che cancellare le giurisdizioni segrete e incriminare le banche che spostano capitali generati illecitamente, e comprano e vendono armi.

Il contesto urbano e territoriale che ereditiamo è complesso, contraddittorio. Abbiamo tutte le principali città italiane – ben 26 – che sono in contrazione (perdita di abitanti) e le rendite hanno favorito la crescita della cosiddetta regione urbana, poiché hanno espulso i ceti meno abbienti dai principali centri urbani e si sono trasferiti nei comuni limitrofi. Questi abitanti usano e vivono un territorio più vasto della città, facendo crescere il volume degli spostamenti pendolari, che realizzati con mezzi privati aumentano l’inquinamento. I piccoli e medi comuni sono cresciuti, deliberando piani urbanistici espansivi hanno consumato suolo agricolo. Nonostante i principali centri urbani siano stati coinvolti dal fenomeno della contrazione hanno approvato piani espansivi con la speranza di incassare soldi attraverso gli oneri di urbanizzazione contribuendo a consumare suolo agricolo. In questo contesto drammatico si intuisce che nessun comune italiano, ripeto, nessuno ha deliberato piani urbanistici rigenerativi secondo i paradigmi della bioeconomia. La rigenerazione urbana è auspicata da tutte le categorie professionali che si occupano di urbanistica ma viene proposta una tecnica che ricade nell’obsoleta cultura delle crescita (perequazione e premi volumetrici), anziché compiere un’evoluzione dettata dalla bioeconomia. Esempi di rigenerazione si trovano soprattutto nel mondo anglosassone che ha conservato una propria sovranità monetaria. La letteratura straniera è molto vasta e mostra aspetti contraddittori poiché da un lato si sono favorite le rendite e dall’altro c’è stata una sensibilità a conservare le risorse naturali. Le tipologie insediative sono generalmente caratterizzate da tessuti urbani con densità che imitano la città classica europea. In Italia ci si è limitati, dove è stato possibile, a recuperare le aree industriali dismesse senza avere il coraggio di intervenire nei tessuti urbani esistenti e costruiti male dalla speculazione. Tutti gli urbanisti sanno bene che la soluzione del problema si trova nella proprietà dei suoli e nella rendita immobiliare, tutti sanno che la cosiddetta municipalizzazione dei suoli avrebbe ridotto i rischi della speculazione capitalista ma il legislatore italiano preferì favorire la lobby degli immobiliaristi. Ci sono proposte di riforma che auspicano la separazione fra la proprietà dei suoli e il diritto alla casa, all’alloggio. Separando il suolo dall’alloggio possiamo immaginare di scomporre e ricomporre parti di città per realizzare una corretta morfologia urbana. E’ fondamentale che il disegno urbano si liberi di discipline negative come la finanza e la proprietà. Fatto ciò, bisogna portare l’urbanistica nell’alveo della bioeconomia poiché ci consente di misurare correttamente i flussi di energia e materia. In tal senso l’edilizia è ormai matura, un pò meno l’urbanistica, ma l’approccio della scuola territorialista che fa uso della bioeconomia riempie il vuoto culturale, anche se l’ambito d’intervento è quello territoriale vasto e non la città. L’unico ambito finora rimasto scoperto è quello che riguarda i piani regolatori generali in vigore e gli strumenti giuridici finanziari che valutano i piani. I criteri di valutazione, cioè gli indici finanziari ed economici non servono per giudicare la qualità progettuale, e pertanto le decisioni politiche sono condizionate da orientamenti fuorvianti e persino dannosi. E’ la qualità urbana e dei progetti che bisogna imparare a valutare ed è necessario sostenere criteri bioeconomici, di bellezza e di decoro. E’ necessario partire da un approccio conservativo, partendo da analisi dirette, funzionali, morfologiche, percettive e bisogna avere l’ambizione e l’obiettivo di riportare la bellezza e il decoro nelle città. Dobbiamo abbattere le rendite immobiliari e di posizione, trasformare le leggi introducendo il concetto di bene nell’accezione bioeconomia per togliere dal mercato i valori del nostro patrimonio e poi favorire interventi di trasformazione urbana che hanno il coraggio e la virtù di aggiustare i tessuti urbani costruiti dalla speculazione. Secondo l’economia neoclassica tali trasformazioni che hanno il coraggio di recuperare standard, non sarebbero economicamente sostenibili ma attraverso l’aumento di carichi urbanistici, cioè speculando, potrebbero esser convenienti poiché si offrono al mercato le superfici che ricoprono i costi delle trasformazioni. Questa logica della crescita figlia dell’ossimoro sviluppo sostenibile è fallita anche nelle città, e contraddice il concetto stesso della rigenerazione.

Nel Novecento la città di Ulm tagliò la testa al mostro del capitalismo. L’Amministrazione acquistò i suoli per costruire alloggi e poi li cedette a prezzo di costo ai ceti meno abbienti; “a prezzo di costo“!!! Il Comune di Ulm non fece alcun profitto e agevolò persino le famiglie che non potevano pagare il prezzo di costo, vendendo gli alloggi a rate ma applicando un interesse del 3%. Quando esiste una volontà politica per aiutare le persone più povere, politici seri e civili prendono le giuste decisioni.

Le nostre città, cresciute dagli anni ’50 fino agli anni ’80, hanno costruito anche periferie orrende e anziché prendere le giuste decisioni e aiutare i più poveri, i politici hanno favorito le speculazioni e le rendite di posizione. Bisogna porre rimedio con soluzioni radicali e favorire la rigenerazione urbana bioeconomica che come l’esempio di Ulm ignora il profitto ma favorisce la tutela dei diritti e lo sviluppo umano. Il denaro è un mezzo, un banale strumento di misura, l’obiettivo è rigenerare le aree urbane favorendo nuova occupazione, rilocalizzando servizi e attività. Il punto di partenza sono i progetti secondo l’approccio bioeconomico cioè concentrarsi nelle zone omogenee B, cioè i tessuti urbani esistenti, e studiarli secondo “l’unità di vicinato” (cellula urbana), cioè verificare se sussistono le regole della corretta composizione e inserire le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, raggiungendo una maggiore qualità urbana, la bellezza e il decoro, e una sostenibilità duratura nel tempo. Già negli anni ’70 a seguito del DM 1444/68, i Comuni furono costretti a deliberare piani per recuperare gli standard mancanti, ma il risultato in generale, fu che i consiglieri comunali non si schierarono contro le rendite e vinse il disegno urbano speculativo. Fortunatamente ci furono anche casi ove i Comuni progettarono un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato costruendo i servizi in maniera adeguata, ma ciò avvenne ove esisteva una corretta cultura urbanistica a tutela dell’interesse generale.

In questi anni 2000, le città hanno accelerato la propria crisi poiché il capitale si trasferisce nei Paesi emergenti e innesca la recessione che colpisce il potere d’acquisto dei lavoratori salariati. La soluzione alla recessione è sul piano dei nuovi paradigmi culturali col ripristino della sovranità monetaria. Per avviare questa transizione nelle nostre città, e anche nelle città europee, non servono le mance proposte dal Governo ma una seria riforma del sistema economico europeo. Bisogna cambiare i Trattati e le funzioni della BCE per uscire dall’economia del debito. L’aborto politico chiamato UE è un sistema idiotes che sta danneggiando i popoli e adotta un’agenda urbana fatta di indicazioni e buoni propositi sotto il profilo energetico ma culturalmente carente sotto il profilo urbanistico e territoriale. Lo stesso Governo italiano manifesta una carenza culturale per governare il proprio territorio e i centri urbani, nonostante la creazione del Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane. I documenti pubblicati dalle agenzie istituzionali manifestano diverse carenze circa le forme urbane che si sono sviluppate e trasformate negli ultimi trent’anni. E le proposte legislative, come il DDL sulla riforma urbanistica, sono addirittura pericolose per la tutela del nostro patrimonio poiché lasciano intuire un aumento dei rischi favorito dall’approccio neoliberale. Possiamo comprendere che al di là della carenza culturale chi ha il potere di decidere preferisce favorire un capitalismo da rapina piuttosto che applicare la Costituzione.

Dal punto di vista di una politica urbana seria e responsabile, è necessario ampliare i principi di tutela e conservazione ed estenderli a tutta la progettazione urbana, cioè fare l’opposto di quello fatto finora attraverso i piani espansivi per trasformarli in piani rigenerativi. E’ necessario incentivare il sistema dei parchi e ampliare gli ambiti territoriali circa la tutela della biodiversità, portando il concetto di “bio distretto” nelle aree urbane. Solo per l’Italia servirebbero circa 60 miliardi per intervenire e risolvere definitivamente problemi rimasti insoluti negli ultimi quarant’anni, questo solo nelle 26 città in contrazione. Ovviamente bisogna fissare un orizzonte temporale, ad esempio 20 anni/30 anni, e distribuire la programmazione economica per gli anni che fissano obiettivi intermedi e a lungo termine. Quest’atteggiamento cambia la politica nazionale ed europea, cambia la visione e costruisce un presente e futuro fatto di prosperità poiché rigenerare i centri urbani per i prossimi 20 anni con l’approccio conservativo significa risolvere i problemi occupazionali, riequilibra il rapporto uomo e natura in quanto tutela l’ambiente e favorisce lo sviluppo umano. La cifra di 60 miliardi è solo un’indicazione ricavata da scenari progettuali di rigenerazione (un modello), che tengono conto di una certa quantità demolizioni e ricostruzioni; arredo urbano; conservazione; ristrutturazione; riattamento; servizi (verde pubblico, scuola, teatro, biblioteca); sufficienza energetica e mobilità dolce. La cifra varia rispetto ai singoli progetti, ma l’indicazione è utile a capire le dimensioni della programmazione economica che si discosta dagli spiccioli stanziati da una classe dirigente che si pone altre priorità, ma lascia insoluti i problemi sociali delle aree urbane. E’ fondamentale che i cittadini stabiliscano la priorità di riprendersi le città, poiché sono la nostra casa. Bisogna farlo riportando l’architettura e l’urbanistica al centro della politica, come avvenne nel mondo classico della magna Grecia, nel Rinascimento e nell’Ottocento, e stabilire l’uscita dal becero consumismo sostituendolo con la cultura e la bellezza.

Il 20 dicembre 2015 anche gli spagnoli hanno favorito un partito come Podemos (20% dei voti) [un partito cosiddetto anti sistema], anche senza vincere le elezioni. Il comportamento degli elettori spagnoli rispecchia la crisi dei partiti tradizionali e le scelte austere delle istituzioni nazionali ed europee. L’esito delle urne non crea garanzia di governabilità. La scomposizione del voto decreta la fine del paradigma maggioritario, caratterizzato dal bipolarismo e da un sistema elettorale che premia il partito vincente conferendo maggiori poteri all’esecutivo. Il modello maggioritario è il sistema feudale preferito dagli anglosassoni, ma è stato importato anche dal legislatore Italiano. Negli anni recenti e in diversi Paesi UE, gli elettori distribuiscono i propri voti a una pluralità di soggetti, che non raggiungono quella soglia necessaria per avere la maggioranza parlamentare. In questo contesto politico, il sistema più corretto è quello proporzionale poiché più democratico ma soprattutto spinge i partiti a preferire la democrazia parlamentare per legiferare. In Italia il sistema elettorale era proporzionale, ma l’élite cominciò a influenzare sia l’opinione pubblica e sia i partiti nel cambiare modello, poiché riducendo il numero di politici che partecipano al processo decisionale, le imprese avrebbero avuto maggiore opportunità di controllo sulle decisioni dei Governi e dei Parlamenti. Non è un caso che tutti i media preferiscono il modello maggioritario delle amministrative che crea stabilità nei governi locali. Pochi fanno notare che è semplicemente il modello migliore per favorire la corruzione, in quanto avendo accentrato poteri nelle mani di Presidenti e Sindaci, c’è meno partecipazione e meno trasparenza (imitazione del feudalesimo). Le decisioni più importanti sono prese dai Sindaci in totale autonomia all’insaputa delle proprie maggioranze politiche, che si limitano a schiacciare un bottone nei Consigli, senza conoscere il merito degli atti pubblici. Quando il nostro sistema era proporzionale, i Consigli erano il luogo del conflitto politico, e i partiti erano costretti a formare i propri politici per contendersi il consenso elettorale. Basti osservare i contenuti delle contese, fra gli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, il dibattito politico era molto più accesso e partecipato. La conseguenza fu che nei luoghi ove era maggiore la partecipazione, le comunità seppero tutelare i beni comuni, quando negli anni ’80 ebbe inizio la trasformazione dei partiti italiani, tutti si adeguarono al neoliberismo, ma proprio tutti. Basti osservare la trasformazione del territorio urbanizzato. Oggi buona parte dei politici è più ignorante, infantile e incapace, conta meno in tutti i sensi, perché il legislatore ha ridistribuito poteri e competenze nel solco del pensiero liberale, cioè privatizzando i processi e attribuendo poteri di firma all’apparato burocratico di dirigenti e funzionari. Non è un caso che buona parte dei politici manifesti scarse capacità cognitive, narcisismo, fobie e ossessioni di vario genere, all’élite servono sia ignoranti, idioti, e infantili cioè menti deboli. Dirigenti inseriti nelle istituzioni proprio dall’élite che decide la visione politica delle istituzioni, tutto ciò non è sinonimo di qualità delle decisioni. Basti osservare i bilanci delle Regioni e dei Comuni, e come il diritto privato introdotto in ambito pubblico abbia favorito l’uso della finanza creativa, e come le decisioni degli esecutivi abbiano scaricato i costi dei capricci sulle spalle dei contribuenti, questa è l’economia liberale. Le democrazie liberali tanto decantate nelle letterature di tutto il mondo sono sinonimo di truffa. In una società egoista come la nostra è sembrato facile favorire il modello liberale, altro non è che la somma di tutti gli interessi privati particolari che non corrisponde all’interesse generale, ma un idiotes crede che lo sia. Questo schema esiste sia in ambito locale e sia in ambito nazionale. E’ un modello banale per idiotes per l’appunto; le imprese, rispetto al proprio peso specifico, decidono il burattino da vendere nel mercato politico. Tutti i partiti non sono altro che il polo di attrazione di questi interessi che si contendono l’egemonia e il controllo delle istituzioni. Il peso e la forza di tali interessi si misura col potere finanziario e così le multinazionali dell’informatica, creando profitti dal nulla meglio della “old economy” hanno conquistato il podio del globo. Se vogliamo vedere il volto di chi controlla il mondo, a parte le solite famiglie, è sufficiente accendere internet: google, microsoft, facebook, apple e poi tutti gli altri. Mai come prima nella storia dell’umanità esiste una tale concentrazione di capitali privati nelle mani di pochi che va ben al di là dell’immoralità. Dalle famigerate compagnie del mondo mercantile rinascimentale fino a oggi, il mostro del capitalismo si è evoluto, gli algoritmi delle borse telematiche orientano vizi e capricci, mentre i popoli sono alla fame. La nostra specie è in serio pericolo per l’avidità e l’idiozia di poche persone, ma anche per l’apatia dei popoli.

Il coraggio è una virtù che a noi italiani, in questi decenni, è venuta meno. Siamo bravissimi nel famigerato scarica barile, cioè additare gli altri circa i problemi e le responsabilità che ci riguardano direttamente. Segnali di degenerazione furono ampiamente preconizzati da Pierpaolo Pasolini, il quale spiegò egregiamente gli effetti negativi di una società capitalista, sinonimo di nichilismo; anni dopo Berlinguer scattò una fotografia sui partiti e la questione morale. Abbiamo preferito abbracciare il mostro del capitalismo e delegare il processo decisionale della politica a imprenditori e cialtroni, ignorando completamente il fatto che i politici devono essere formati, autonomi e liberi da conflitti d’interesse. E’ vero che i deliri delle monarchie italiane prima, e del fascismo dopo ci condussero alla guerra, e la conseguente invasione militare dei capitalisti americani ha favorito la degenerazione che osserviamo intorno a noi. E’ altrettanto ragionevole osservare che le attuali e future generazioni non possono pagare per le scelte dei bisnonni. La nostra immaturità ci ha fatto credere che, nella società dei consumi, comprare e vendere merci sarebbe stato sinonimo di libertà. E così abbiamo cancellato la politica dai nostri argomenti di discussione familiare, e l’abbiamo fatto delegando altri attraverso il voto. E’ stata la cosa più facile, secondo schemi mentali irresponsabili e infantili come la simpatia, e così i pochi – delegati – hanno legiferato per sviluppare gli interessi del profitto: vendere, vendere, vendere. In questo schema molto banale: noi italiani abbiamo cercato, egoisticamente, di trarre il nostro vantaggio mettendo in competizione ogni mezzo personale per il profitto. Gli uni contro gli altri. La politica è stata sostituita dal profitto, e come tale abbiamo scelto il becero “tengo famiglia”. Basti osservare come abbiamo costruito le nostre città, dal secondo dopo guerra fino ad oggi, rendendole più brutte e invivibili, tutti a competere sulla rendita immobiliare, facendo danni all’ambiente, alle giovani famiglie che oggi non hanno i denari per comprarsi la casa. L’abbiamo fatto poiché se avessimo usato la parte razionale del nostro cervello, avremmo dovuto compiere un’evoluzione individuale (spirituale e culturale), avremmo dovuto confutare i programmi e l’integrità morale dei politici che ci chiedevano il voto. In una società civile e nelle cosiddette democrazie mature, i cittadini s’impegnano costantemente nella polis. Nei decenni recenti noi italiani abbiamo preferito il disinteresse totale, affidandoci a gruppi ristretti di persone auto referenziali. Il risultato della nostra irresponsabilità è davanti ai nostri occhi ma facciamo finta di non vedere. Sono almeno due gli elementi che hanno governato la nostra inciviltà, sinonimo di stupidità collettiva: l’egoismo e l’ignoranza funzionale. La nostra incapacità di scegliere ha due componenti: l’emotività e l’irrazionalità. L’ignoranza funzionale ci informa del fatto che quasi un italiano su due non comprende ciò che legge. L’altra componente: l’emotiva, è il core business della pubblicità. Partiti, multinazionali, e pubblicità sono la stessa cosa. Psichiatri, psicologi e pubblicitari sono in grado di parlare alle nostre emozioni, alla “pancia”, e condizionarci secondo gli interessi particolari delle imprese. Le loro tecniche sono ampiamente utilizzate da chiunque debba vendere qualcosa: un’auto o un partito, sono la stessa cosa. Se la maggioranza dei cittadini scopre le loro tecniche finisce anche il predominio dei pubblicitari e si incrina ulteriormente il capitalismo. L’instabilità del capitalismo e la fine dell’epoca moderna, aprono spiragli di risveglio delle coscienze addormentate e mostrano l’emergere di forze politiche nuove che attingono ai valori dell’Ottocento, ove le disuguaglianze avevano una manifestazione palese per le gravi condizioni igienico sanitarie, non esistevano i sindacati e lo sfruttamento era chiaro, ma i popoli non erano stati addomesticati dalla scuola e dalla pubblicità. Nell’Occidente a trazione neoliberista, la schiavitù esiste ed ha nomi diversi (posto fisso, precarietà, job act …) e persino un’accettazione sociale (lavorare a qualsiasi condizione e vivere con €1300 al mese). Nel sistema ove tutto è merce, l’élite attraverso la finanza e il sistema offshore accumula risorse sia inventandone dal nulla e sia rubandole contribuendo a togliere speranze di pace e di serenità ai popoli che pagano le tasse. Se il paradigma della nostra società non fosse più il denaro, il castello dell’élite cadrebbe domani mattina; e partendo da questa semplice osservazione, una società veramente civile dovrebbe impegnare risorse mentali su questo: ripensare i paradigmi della società. Le rivendicazioni sociali dei popoli stanno individuando nuovi soggetti politici e stanno scoprendo i valori originari della sinistra, alcuni di questi ponendosi anche il dubbio di superare l’anacronistico divide et impera, il classico schema: “destra e sinistra”. Per l’Italia, Ottocento e Novecento sono stati i secoli della destra cioè l’affermazione del capitalismo, e la sinistra non è stata quasi mai al Governo, e quando l’ha fatto buona parte delle sue decisioni rientravano esattamente nel paradigma materialista e produttivista del capitalismo, illudendosi di poter coniugare i diritti umani con l’avidità e l’egoismo del capitale. La storia è davanti ai nostri occhi, il capitalismo è violenza e prevaricazione, ma siamo stati psico programmati a subire la pubblicità finalizzata a sviluppare il nichilismo e distruggere lo spirito umano. Gli eserciti, le polizie e la magistratura sono stati usati per assecondare il mostro del capitalismo e le malsane teorie neoliberali che governano la globalizzazione, distruggendo gli ecosistemi e schiavizzando la specie umana, trasformata in merce. Nella “cultura” occidentale tutto è merce, e se tutto si può comprare e vendere, si intuisce bene che lo scopo di questo paradigma non è il nostro benessere, non è la felicità, ma garantire potere e controllo ai pochi che lo governano (neofeudalesimo). In questi anni recenti, in diversi Paesi, una parte della cittadinanza attiva sta risvegliando un senso di partecipazione, ma soprattutto rivendica il diritto di cambiare lo status quo poiché le istituzioni non programmano la soluzione dei problemi (tutela degli ecosistemi, uso razionale delle risorse, povertà, disuguaglianze e diritti) ma le leggi che interessano alle multinazionali. Finora nella vecchia Europa, l’unico grande paese che sta facendo da tappo al cambiamento è proprio il nostro. La nostra ignoranza emotiva, la nostra indignazione, e le nostre speranze sono affidate o a soggetti guidati dall’élite o a soggetti non trasparenti e anti democratici, totalmente inaffidabili e incapaci. Nonostante ciò, abbiamo tutto il tempo per capire i nostri errori, e costruire un’alternativa. Dobbiamo darci e farci coraggio sperimentando il dialogo costruttivo. Possiamo cambiare le cose e favorire la rinascita della democrazia partecipativa costruendo concretamente un nuovo soggetto, meritocratico e trasparente, come strumento del cambiamento. E’ necessario formare classe dirigente a servizio dei diritti secondo la visione della bioeconomia. La lezione degli spagnoli è chiara, ci vuole coraggio, autonomia e fiducia in noi stessi per favorire i capaci e i meritevoli. Dovremmo sconfiggere la nostra apatia, l’ignoranza funzionale, mettere da parte l’invidia sociale e sperimentare la democrazia, ancora sconosciuta per buona parte del nostro popolo. Abbiamo l’opportunità di costruire una società migliore, ne abbiamo le conoscenze, ci manca il coraggio e la volontà politica. Tutte le contraddizioni del capitalismo, “crollando” si stanno evidenziando meglio, una dietro l’altra: la mercificazione dell’uomo, la creazione della moneta dal nulla, la finanza “creativa”, il sistema offshore e la crisi del 2008, il sistema del credito, la delocalizzazione delle imprese, l’obsolescenza programmata, l’inquinamento, l’aumento della povertà e le disuguaglianze etc. L’orientamento dell’élite finanziaria e del capitale mondiale, pubblico e privato, è investire nei paesi emergenti. Lavorando su noi stessi possiamo capire tante cose, e sviluppare la creatività per avviare processi di cambiamento che ci consentiranno di raggiungere pace, e serenità, in equilibrio con gli ecosistemi. Dovremmo rivalutare le bellezze del nostro Paese, che nonostante la nostra indifferenza, possiedono un valore straordinario, sono un patrimonio storico architettonico unico al mondo. Dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza, la nostra ignoranza impedisce di amare ciò che abbiamo. Possiamo favorire la nascita di organizzazioni e imprese no profit per costruire il cambiamento che sogniamo, in qualunque ambito. In questi giorni, i fatti di cronaca fanno emergere nuovamente aspetti intrinseci al capitalismo: gli istituti di credito non funzionano come dovrebbero. Anche nella gestione del risparmio servono riforme radicali, ma non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di attuarle. In generale, non esiste il soggetto politico che ha il coraggio di avviare l’uscita dal capitalismo, pertanto è necessario investire in questa direzione poiché nel sistema in cui viviamo, il pianeta terra, le leggi che governano la nostra esistenza non pensano secondo l’opinione dell’economica, ma secondo un sistema circolare di flussi. L’epoca moderna ha inventato le istituzioni che tutti conoscono, ma queste istituzioni sono obsolete poiché sono figlie del capitalismo e seguono gli interessi del denaro, nonostante i documenti chiamati “Costituzioni” millantino di fare gli interessi dei popoli secondo diritti universali. La realtà è diametralmente opposta al racconto delle carte costituzionali poiché anch’esse hanno favorito il materialismo, ed esiste un baratro fra le parole scritte e il comportamento degli individui poiché l’avidità è legale. L’individualismo dell’epoca moderna guida le scelte politiche, e all’interno di questa società non c’è spazio per la democrazia e libertà, per favorire lo sviluppo umano dei popoli, ma solo la crescita e l’accumulazione del capitale, utilizzato secondo interessi egoistici dell’élite che governa da secoli attraverso la schiavitù, evolutasi col tempo in schiavitù volontaria. Il nostro cervello ha una bella caratteristica: è neuroplastico, pertanto senza il mainstream e la psico programmazione della scuola e delle multinazionali possiamo liberarci facilmente, se lo desideriamo. Possiamo auto riprogrammare la società, dando senso e valore alle promesse scritte nelle carte costituzionali, e cominciare un cammino di autonomia e libertà scoprendo le opportunità delle nuove tecnologie e giungendo alla sovranità alimentare ed energetica. I segnali che vengono dall’estero sono chiari, adesso tocca a noi …  riprendiamoci la dignità politica di costruire un’Italia migliore!!!

In questi giorni a causa dell’incontro denominato COP21 si torna a parlare di riscaldamento globale. Al di là delle responsabilità e delle polemiche legate alle cause dei cambiamenti climatici, è facile semplificare e sterilizzare le divergenze, dettate da interessi industriali contrastanti, è sufficiente osservare che la vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dalle leggi della fisica: termodinamica. Tutto lo sviluppo industriale dell’epoca moderna è figlio della termodinamica e gli effetti delle tecnologie sulla natura e la specie umana sono evidenti. La domanda da porci, è se le conoscenze della nostra specie siano in grado di abbandonare determinate tecnologie, ormai obsolete e dannose, e avviare un’epoca di transizione. La risposta è decisamente positiva. Il vero contrasto è insito in questo tema, poiché uscire dalla dipendenza degli idrocarburi significa spostare l’asse degli interessi geopolitici mondiali. I tempi della transizione energetica sono dettati da questo, e non dai cambiamenti climatici.

Le principali multinazionali da decenni stanno sperimentando tecnologie e sistemi energetici alternativi, i prodotti sono ormai maturi. Istituzioni e comunità saranno trasformate, dove il capitalismo globale lo vorrà, ma anche nella vecchia Europa se i cittadini sapranno informarsi e soprattutto organizzarsi, potranno trarre vantaggio da un’evoluzione neotecnica abbinata alla valorizzazione di una cultura  progettuale di valore in campo architettonico e urbanistico.

Nonostante l’Italia sia stata la culla proprio della bellezza architettonica, è il Paese che meno di altri sta aggiustando le proprie aree urbane, mal progettate durante la crescita del periodo chiamato boom economico e durante la spinta neoliberista avviata dagli anni ’80. Siamo l’unico Paese occidentale che si è adeguato alla moda malsana delle famigerate archistar auto referenziali, organizzate come un’associazione acchiappa appalti e poco interessata alla reale soluzione dei problemi locali, e poi, per l’ignoranza e l’arroganza delle classi politiche ha trascurato la principale risorsa del Paese: il patrimonio degli ambienti costruiti. Sembriamo incapaci di rigenerare le nostre città, nonostante queste siano il luogo ove vive la maggioranza degli abitanti e l’ambito ove coesistono enormi problemi socio-economici e soluzioni. Gli esempi di riqualificazione ci sono stati anche da noi, ma spesso sono stati l’espressione dei capricci dell’élite locali e delle rendite di posizione per aumentare la propria avidità, favorendo le diseguaglianze sociali, tant’è che anche da noi, generalmente la finanza ha guidato gli interventi di trasformazione urbana, e i ceti meno abbienti sono stati espulsi dai centri urbani.

La cosiddetta efficienza energetica, ormai introdotta in tutte le norme, è insita nella corretta composizione urbana sin dalla sua nascita, tant’è che i tessuti urbani sono concepiti secondo lo schema dell’isolato che distribuisce lo spazio in maniera proporzionata e dettato dagli spostamenti a piedi, così come un corretto rapporto fra vuoti e pieni, altezze e distanze fra gli edifici. Queste e altre indicazioni progettuali sono ampiamente descritte in tutti i manuali, persino nelle leggi, il problema è l’economia che ha sia condizionato il disegno dei piani e sia edulcorato quelli più sostenibili perseguendo, spesso, obiettivi piegati dall’avidità delle élite locali e dai capricci della rendita.

La fine dell’industrialismo, le rendite fondiarie e immobiliari hanno generato le cosiddette regioni urbani. I sistemi urbani sono stati classificati come “sistemi locali“, ambiti territoriali dettati dalle relazioni e non solo dai confini amministrativi dei Comuni.

L’opportunità che abbiamo è quella di abbandonare il pensiero dominante della crescita che distrugge le nostre ricchezze naturali e patrimoniali per avviare un nuovo sistema figlio della bioeconomia. La risposta ai nostri problemi non è la crescita della produttività, semmai questa è la causa della fine del lavoro e la distruzione degli ecosistemi, ma la rigenerazione delle regioni urbane. E così i sistemi locali possono essere interpretati come “bio regioni urbane“, e le città come ambiti da rigenerare attraverso principi e valori bioeconomici, favorendo la qualità del disegno urbano che affronta i problemi legati allo sviluppo umano, garantendo i diritti dell’uomo, la bellezza e il decoro urbano. L’indirizzo culturale da adottare è l’approccio conservativo della scuola muratoriana per le zone omogenee A (centro storico) e la ristrutturazione per le zone omogenee B (zone consolidate), concedendo trasformazioni finalizzate al riequilibrio di densità e rapporto fra spazi pubblici e privati recuperando gli eventuali servizi mancanti solo nelle zone B.

Priorità:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario.
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.

Avviare il processo sopra descritto significa realizzare un cambiamento radicale nelle nostre città, creare nuova e occupazione utile poiché gli indirizzi culturali della rigenerazione bioeconomica sono concentrati nella riduzione degli sprechi a favore di stili di vita virtuosi, come la mobilità dolce, la rilocalizzazione produttiva e lo stimolo di maggiore vitalità in ambienti urbani più comfortevoli. E’ un processo evolutivo poiché un ripensamento sul modello della nostra società ci consente di individuare gli errori e di rimuoverli, con soluzioni e proposte migliori di quelle precedenti.

Da troppi decenni la regressione sociale delle società occidentali e in modo particolare in Italia, ha prodotto anche un abbandono e un profondo disinteresse nell’organizzazione territoriale delle città, nonostante queste siano i luoghi più vissuti dalla specie umana occidentale, solo in Europa circa il 72% degli abitanti vive proprio nelle aree urbane, mentre in Italia la percentuale è del 51%.

L’anno prossimo anche l’agenzia delle Nazioni unite aggiornerà la propria agenda delle politiche urbane, non che la precedente abbia generato dei miglioramenti, ma è il segnale evidente che anche a livello globale c’è un interesse sulla qualità della vita degli esseri umani. In Europa, la Commissione europea incentiva programmi e linee guida, mentre in Italia da più di trent’anni non esiste un controllo nazionale sulla pianificazione urbana e sin dall’applicazione delle leggi regionali, le nostre città anziché migliorare i propri tessuti urbani, buona parte degli amministratori ha favorito la deregolamentazione e le dannose rendite di posizione aumentando le disuguaglianze sociali, inseguendo le teorie neoliberiste e soprattutto i capricci dei Sindaci che hanno cancellato l’architettura e l’urbanistica sostituite dalle immagini auto referenziali delle archistar, completando quel processo di massificazione mediatica sorta con l’invenzione della televisione e che ha divorato persino discipline nobili come l’architettura piegata al nichilismo del capitalismo.

Buona parte delle nostre città, durante gli anni della ricostruzione fino agli anni 2000 sono l’espressione del nichilismo industriale. Fra gli anni ’50 e gli anni ’80, si è consumato un conflitto politico culturale che ha visto prevalere la destra neoliberale, ed oggi è il suo pensiero dominante che governa la globalizzazione: tutto è merce.

Negli ultimi anni i media parlano solo di crisi dell’economia, quando nella realtà, l’economia ha vinto su tutto, l’economia non è mai stata così in forma come oggi, poiché essa mercifica ogni cosa e il neoliberismo è l’essenza dell’economia. La finanza, branca dell’economia, è messa sotto processo, ma è una recita infantile poiché la storia insegna, fra le tante attività umane, che la Parigi da tutti ammirata fu trasformata da Haussmann proprio attraverso le prime operazioni finanziarie aggregando gli istituti bancari, e usando prestiti e interessi, per favorire le rendite immobiliari e fondiarie. Nell’Ottocento, ove il capitalismo era già maturo, accadeva che il disegno urbano veniva associato agli strumenti finanziari col serio rischio di piegare il disegno urbano ai capricci di chi volesse speculare con la rendita fondiaria e immobiliare. Nei primi decenni del Novecento si pensò di porre rimedio alle facili speculazioni, o ridistribuendo la rendita oppure consegnando la pianificazione allo Stato, la cosiddetta municipalizzazione dei suoli. In Italia si favorì la posizione liberale, e tutt’oggi ne paghiamo le conseguenze sociali ed economiche: il nostro Paese è fra quelli che ha il più basso stock di alloggi pubblici e le periferie sono fra le peggiori costruite. Ci salva solo la bellezza dei centri storici, costruiti prima che il mostro del capitalismo divorasse l’architettura, e il paesaggio naturale che ci ha donato madre natura, ma ugualmente messo a rischio dall’idiozia dei capitalisti e dall’apatia dei cittadini.

Per favorire la ricostruzione di città fatte per gli esseri umani non esistono compromessi: architettura e urbanistica devono sbarazzarsi del capitalismo, o quanto meno il disegno deve tornare a prevalere sull’economia, esattamente come accadeva nel medioevo, ove ogni attività economica era subordinata ai cicli naturali e alla creatività delle persone. La bellezza era un valore, e per favorire la rinascita di questo paradigma culturale dobbiamo rompere una consuetudine immorale, ricacciando la moneta nel suo ruolo, un metro di misura: il denaro non è ricchezza, e non è valore. La creatività è valore, la natura è valore. Il disegno urbano è valore, se e solo se questo favorisce la crescita dello sviluppo umano, se e solo se rompe le rendite di posizione e costruisce servizi per la collettività favorendo la bellezza, il decoro, e riparando ambienti e tessuti urbani mal costruiti. Nel periodo in cui ormai la moneta è creata dal nulla, e basata solo sulla fiducia, esiste l’opportunità concreta di avviare un sistema economico alternativo per uscire dalla speculazione finanziaria e sostenere la rigenerazione urbana bioeconomica. Per far questo c’è bisogno di una volontà politica, affinché le istituzioni siano liberate dai ricatti del famigerato libero mercato. Soprattutto nella vecchia Europa, ove le città sono in crisi poiché deindustrializzate è necessario riscrivere l’impianto dei sistemi di credito così come i principi dell’economia globale, avviando una transizione epocale e mettendo al centro la specie umana e le leggi della natura. Bisogna favorire nuovi sistemi di relazione, e consentire ai cittadini di uscire da un sistema forgiato su rapporti monetari, e approdare a un sistema economico fondato su relazioni dettate dai comportamenti etici e responsabili. La storia dimostra che il capitalismo ha alienato la specie umana, l’ha resa violenza e ha distrutto lo spiritualismo. Se tutti i nostri rapporti sono essenzialmente materiali è evidente che anche l’architettura e l’urbanistica siano conseguenza di questo atteggiamento distruttivo e prevaricatore, e così spariscono le piazze, i teatri e biblioteche ma compaiono i centri commerciali e le insegne pubblicitarie, ovunque anche in internet. La pubblicità coincide con la città, gli esseri umani sono sostituiti dai consumatori, le persone dalle professioni.

Nonostante le difficoltà esistono opportunità per cambiare ogni cosa poiché la coscienza e la conoscenza della specie umana possono piegare alcune tecnologie e indirizzarle in un utilizzo sociale, così come la bellezza e il decoro possono tornare a essere obiettivo degli urbanisti. Si tratta di avviare un percorso cooperativo ove le trasformazioni delle città siano coordinate e sostenute dai cittadini stessi. Essi dovrebbero diventare i committenti della rigenerazione urbana bioeconomica favorendo disegni che rappresentano opportunità di sviluppo umano. E’ necessario osservare e perseguire l’aumento degli spazi pubblici o un loro riequilibrio con lo spazio privato, un corretto uso del suolo attraverso densità medie (mixité sociale) e l’introduzione di servizi culturali richiesti dai cittadini, oltre all’impiego di un mix tecnologico che favorisce l’uso razionale dell’energia per cancellare sprechi e diventare auto sufficienti. Questi e altri indirizzi che trasformano i non luoghi del consumo in città per riallacciare rapporti di comunità e stimolare la convivialità.

Capitalismo ed egoismo

La costruzione identitaria di ogni individuo è una questiona politica. L’attuale società capitalista  ha favorito la disgregazione dei popoli poiché ha distrutto il senso di comunità e di appartenenza. Distruggendo ogni capacità di valutare autonomamente ha distrutto l’animo umano, il nostro io. Che genere di individuo ha costruito il capitalismo? All’interno del capitalismo, qual è il ruolo che gli individui assumono? Mi sembra di osservare che generalmente le persone combattono contro i ruoli che la società ha assegnato a loro. Se vogliamo avere un’idea sul carattere di questa società è sufficiente osservare quali individui sono ricoperti di rispetto e ammirazione. In una società come la nostra, la maggioranza degli individui trova rispetto e ammirazione per le immagini proposte dalla pubblicità e dagli affari. Secondo l’accezione capitalista l’industria delle armi è lavoro produttivo, insegnare a dei bambini come curare un malato è improduttivo, persino la cosiddetta economia sommersa (droga e l’evasione fiscale) è produttiva poiché alimenta denaro, mentre i servizi sociali sono considerati costi e soggetti a privatizzazioni continue secondo logiche di mero bilancio, al pari del pensiero delle imprese. Tutto ciò poiché nella religione capitalista il valore è il denaro, e non si occupa di utilità. Anche un bambino capisce che il capitalismo è sinonimo di violenza, non per gli economisti ortodossi e non per i loro burattini chiamati politici, quelli che ricevono una delega dai cittadini per entrare nelle istituzioni, ma nella realtà amministrano” i capricci di alcune SpA, non governano. La recente evoluzione del capitalismo sgancia il lavoro dal capitale, poiché anche il lavoro non è più l’elemento necessario per l’aumento del valore cioè dell’accumulo di denaro.

In una società come la nostra, dove non esiste una nozione base e condivisa sul carattere è probabile che si favoriscano psico patologie collettive e deliri suggeriti dai pubblicitari delle corporations. Non essendoci accordo sui valori quali la decenza, l’onestà e la moralità tutti i soggetti politici contemporanei sono il frutto di questa dissoluzione in quanto, durante gli ultimi trent’anni ed oggi più di prima, chi ambisce a concorrere per un posto nelle istituzioni è l’espressione dell’egoismo, cioè l’io minimo e l’io narcisista che può avere solo obiettivi personali. L’individualismo è caratteristica di questa società, per tale motivo sono in crisi tutti gli organi intermedi: sindacati, partiti e associazioni, ed è in crisi la vera partecipazione politica fatta di proposte e contenuti, e non di proteste. L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini. Un esempio evidente uscendo dalle nostre case sono le città moderne: non più costruite per favorire la convivialità, la cultura, e la spiritualità ma per il becero consumo.

Questo fenomeno nasce all’interno di una società, dove esiste la crisi delle coscienze e delle proprie identità e si trasporta nello spazio politico, dove sparisce il dibattito pubblico, inteso come dialogo intorno all’interesse pubblico. Se osserviamo il panorama dei soggetti politici, spesso asserviti alle multinazionali, questo è del tutto normale poiché buona parte degli attori che partecipano ai processi decisionali sono espressione del vuoto. Per questo motivo la politica “discussa” nelle istituzioni è espressione dei gruppi di interessi, poiché l’immagine di sé, degli attori politici, è la psico programmazione della società capitalista, cioè l’io minimo e l’io narcisista che si allaccia proprio ai gruppi di interesse, questo accade in ogni ambito sia esso locale oppure nazionale ed è la prerogativa della democrazia liberale, quella di rappresentare l’interesse particolare e mai l’interesse generale. Oggi, e non è un caso, le corporations scelgono i propri galoppini all’interno di quel mondo sociale delle rivendicazioni personali, all’interno delle cosiddette vittime della medesima società capitalista, nel senso che la frantumazione sociale contribuisce a fornire immagini di individui vittime del sistema che possono rappresentare meglio quegli interessi particolari del mondo liberale. Le persone vittime parlano solo per se stesse e sono la base delle rivendicazioni politiche. E’ questo un ulteriore declino del bene pubblico. In questo clima di degrado culturale e morale i soggetti politici sono incapaci di sviluppare proposte universali, ma sono ottimi strumenti di manipolazione e di rappresentanza dell’élite degenerata capace di selezionare e addomesticare gli attori vittime cresciute nell’egoismo e nell’io narcisista. Attori vittime che diventano galoppini quando si pongono sul mercato politico al semplice prezzo delle gratificazioni promesse dai gruppi di potere e dalle SpA; è il ritorno al vassallaggio tipico delle società feudali. All’interno di questo breve discorso è evidente che c’è l’elemento della deresponsabilizzazione politica dei cittadini, della nostra apatia, poiché è più facile non occuparsi di temi universali e/o interessi collettivi, poiché significherebbe aver sviluppato un pensiero autonomo, critico e colto, da comunicare alla polis avviando un dialogo, cioè la democrazia. Negli ultimi trent’anni anziché favorire sistemi democratici ove gli individui potevano e dovevano sviluppare capacità di ascolto reciproco nei confronti dei problemi dei popoli, e capacità di visione per disegnare una società migliore, l’ambiente capitalista ha partorito burattini cinici e nichilisti all’interno del teatro politico espressione della pubblicità. Tali attori non devono avere visioni ma solo amministrare le decisioni prese altrove.

Per rimettere le cose a posto è necessario investire energie mentali su noi stessi, uscendo dalle frustrazioni e abbandonando l’invidia sociale, entrambi effetti della società capitalista costruita sulle merci e sul denaro, figuriamoci se tale società poteva favorire lo sviluppo umano dei popoli. Una soluzione pratica è senza dubbio offerta dalle comunità che si auto governano dove al centro c’è la relazione umana, la convivialità e la cultura del saper fare meno e meglio, attraverso scambi che non sono mercantili. Del resto la stessa implosione del capitalismo mostra che il lavoro non serve a perpetrare le strutture sociali, poiché il capitale in una società informatizzata e digitalizzata si alimenta da solo, a seconda dei capricci delle più influenti multinazionali e banche del mondo. Di fronte a questo sistema innaturale e immorale, è del tutto normale che l’opposto dell’egoismo sia l’altruismo ma per dare valore all’agire etico è determinante che le relazioni siano consapevoli e sincere affinché si sviluppi la fiducia per un mondo più evoluto. La consapevolezza si acquisisce solo attraverso la cultura e la fiducia verso un mondo non più mercantile ma bioeconomico, più umano. E’ necessario decolonizzare l’immaginario collettivo, pulirlo dai pensieri tossici e criminali dell’economia ortodossa.

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