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La recente guerra politica interna all’euro zona ha mostrato, ancora una volta, che l’Unione Europea è un’organizzazione oligarchica neoliberista ove il principale strumento di dominio è la religione capitalistica, una credenza che usa ignobili e stupide regole dell’economia ortodossa (la funzione della produzione, l’economia del debito, il rapporto debito/PIL, il patto di stabilità e crescita, e il MES) per rubare risorse ai cosiddetti paesi “periferici” verso i paesi “centrali”. All’interno di questo ignobile piano ideologico i popoli, ma soprattutto la specie umana è assoggettata e schiavizzata dai capricci del WTO che scrive e suggerisce le direttive europee da sottoporre alla Commissione e al Consiglio d’Europa, organi non eletti direttamente dai popoli.

Il recente conflitto fra il popolo greco e la cosiddetta Troika addomesticata dalla volontà germanica, hanno mostrato e ricordato che, al di là della retorica e della demagogia scritta nei diritti universali dell’uomo e nelle Costituzioni, per l’élite la priorità su ogni cosa è la concentrazione dei capitali nelle tasche di pochi gruppi industriali e bancari attraverso l’usura bancaria (debito e usurpazione della sovranità monetaria). Ciò che ha colto di sorpresa non è la rinnovata e rinvigorita avidità dell’élite degenerata che viola i diritti umani, ma l’assenza di una proposta radicale per cambiare i paradigmi culturali di una società e di un’epoca forgiata da un’ideologia ormai giunta al termine. Il fatto che il capitalismo implodesse su stesso è altrettanto noto poiché preconizzato da Keynes, e demolito da Georgescu-Roegen che ne svelò matematicamente tutta la sua fallacia. Nella specifica vicenda greca sono arrivate anche le ammissioni di colpevolezza da parte del FMI, che attraverso la sua fede ha aggravato le condizioni di vita dei greci, e dichiarando sia l’insostenibilità del debito stesso e sia chiedendo la sua ristrutturazione, cioè un taglio. Ciò che ormai è di diffusione popolare è che l’oligarchia usa l’invenzione dell’economia del debito come strumento bellico per impoverire, soggiogare e umiliare i popoli, e come persuasione e violenza psicologica nei confronti di politici che hanno un’autonomia di pensiero rispetto alla religione dominante. All’interno dell’euro zona si tratta di un’evoluzione strategica dell’impero della vergogna, poiché da un lato il “sistema” ha concentrato enormi ricchezze monetarie attraverso il sistema immorale delle società offshore, e dall’altro lato ha avuto la forza e la capacità persuasiva di far credere che esistono democrazia rappresentative e persino un’Unione europea altruista, per il bene dei popoli. Com’è noto l’economia del debito è strumento bellico già usato dagli USA, veri padroni dell’UE, nei paesi Sud americani, basti ricordarsi dell’Argentina, del Cile e altri ancora. In molti hanno creduto e in molti credono ancora a questa favola funzionale all’impero della vergogna. Nessun movimento politico sta pensando di bandire l’immoralità del sistema offshore e di proporre la bioeconomia come nuovo paradigma per avviare una conversione ecologica delle produzioni e del fare impresa. La scelta politica prioritaria è il ripristino della sovrana monetaria in capo allo Stato e l’avvio di processi penali esemplari nei confronti dell’immoralità del sistema offshore e dei famigerati paradisi fiscali, e in fine ripensare tutto il sistema del credito privandolo dell’usura, cioè accumulare soldi attraverso il prestito senza lavorare. Nell’immaginario collettivo quando pensiamo ai paradisi fiscali ci vengono in mente sempre isole sperdute e difficilmente raggiungibili, ma nella realtà vi sono paradisi fiscali in tutta Europa, basti osservare la city di Londra, oltre la famigerata Svizzera che custodisce segreti bancari almeno dal XVIII secolo. «Il sistema offshore è il centro di tutti i giochi di potere. Nel 2008-09, dopo che i leader mondiali hanno avuto dure parole di condanna per i paradisi fiscali, in alcuni media internazionali si è creata l’impressione che il sistema offshore fosse stato smantellato, o quanto meno adeguatamente domato. Come vedremo è successo esattamente l’opposto. Il sistema offshore gode di ottima salute, e sta crescendo rapidamente»[1]. Le caratteristiche del paradiso fiscale sono: la segretezza e un rifiuto a cooperare sullo scambio delle informazioni, il livello basso o nullo delle imposte per attrarre capitali e sottrarli alla tassazione legalmente o illegalmente. Essenzialmente un offshore è una zona di evasione per non residenti, per esempio un’aliquota di imposta nulla per chi trasferisce i capitali in quell’area. Il classico meccanismo utilizzato dalle imprese che usano il sistema offshore è quello dei “prezzi di trasferimento” attraverso i paradisi fiscali, cioè modificando artificialmente i prezzi applicati ai trasferimenti interni, le multinazionali possono trasferire i profitti verso i paradisi fiscali e i costi verso i paesi con una tassazione elevata, dove possono essere dedotti dalla base imponibile. Adesso è svelato anche il segreto di pulcinella del perché i partiti di destra dicono di ridurre la tassazione senza un’aspra e sincera lotta all’evasione, cioè essi demagogicamente inseguono i voti di chi viene tassato troppo – salari – ma propongono il modello del sistema offshore per favorire l’élite degenerata, ed è ciò che sta accadendo anche in Italia affinché gli azionisti possano aumentare i propri dividendi restando a casa propria, e imitando il modello della city londinese, magari proponendo un’area offshore proprio a Milano senza più fare qualche chilometro nella vicina Svizzera. Il numero di imprese che sfruttano tali servizi finanziari è sempre in aumento, mafie comprese che hanno appreso dai banchieri come riciclare e rubare a norma di legge, e il paradosso di questo pensiero criminale è che numerosi media stanno persuadendo i popoli del fatto che tali politiche siano persino giuste, mentre diversi soggetti politici – di destra e di sinistra – tutelano e/o propongono le “giurisdizioni segrete” in diversi Stati.

Per distruggere questo impero dell’immoralità è necessaria una maggiore e più diffusa informazione; per fortuna le inchieste e le pubblicazioni sono in aumento, ed è sufficiente entrare in una libreria per approfondire l’argomento e farsi un’idea propria. Dal punto di vista politico la soluzione è fornita dalla bioeconomia, poiché implica l’uscita dall’economia ortodossa e quindi anche dai sistemi finanziari. E’ implicito anche il ripristino dei sistemi democratici rappresentativi e diretti. La bioeconomia ci consente di compiere il riequilibrio fra uomo e natura avviando una vera sostenibilità, una prosperità occupazionale, sociale e spirituale. Abbiamo la straordinaria opportunità di liberarci della stupidità contabile ma soprattutto possiamo liberarci dell’invenzione dell’economia neoclassica per approdare all’epoca della razionalità e della scienza naturale, poiché la sopravvivenza dell’umanità non dipende dalla moneta ma dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso razionale delle risorse, e tutto ciò è noto a una popolazione sempre più ampia, tant’è che alcune imprese hanno già avviato il cambiamento bioeconomico.

E’ necessario divulgare e affinare la proposta bioeconomica affinché sempre più persone possano vivere all’interno del sistema naturale. Ad esempio, uno dei punti fondamentali è la rilocalizzazione produttiva delle imprese che lavorano per la sovranità alimentare e per le tecnologie alternative che riducono o cancellano gli sprechi del vecchio sistema produttivo, ormai obsoleto e dannoso per l’ambiente. Si tratta di modelli economici autarchici che fanno aumentare l’occupazione poiché i cittadini colgono la saggia opportunità di consumare merci e beni locali, escludendo le merci insalubri delle multinazionali. Questo è l’approccio culturale per una politica economica che ribalta il dannoso dogma del neoliberismo europeo poiché la priorità non è più la crescita continua attraverso il consumo di merci inutili, ma la costruzione di una rete di comunità che compiono la scelta di rigenerare i propri luoghi attraverso l’etica, la partecipazione diretta al processo decisionale e l’uso razionale dell’innovazione tecnologica che produce un miglioramento della qualità della vita. L’effetto di questo comportamento è la riduzione selettiva del PIL e l’aumento dell’occupazione. L’esempio più noto è l’eco efficienza energetica, in quanto le città che non consumeranno più idrocarburi faranno ridurre il PIL (cancellazione delle bollette energetiche) ma per raggiungere tale obiettivo sarà necessario ristrutturare l’ambiente costruito che necessita di nuova l’occupazione qualificata. Un altro esempio è la conservazione del patrimonio naturale e storico ma non è un investimento produttivo secondo l’economia neoclassica, anche se il nostro patrimonio è l’oggetto della politica economica più importante che l’Italia possa attuare poiché nel nostro paese si concentra il patrimonio artistico più rilevante e importante. Fino a quando gli italiani non avranno coscienza del fatto che la cultura e la bellezza determinano la qualità della vita, allora non sarà possibile invertire la regressione umana innescata dalla psico programmazione delle multinazionali attraverso la pubblica, la scuola e l’università indirizzata dal dogma materialista e nichilista dell’inutile consumismo. La risposta a tutto ciò è la conversione ecologica guidata dalla bieoconomia che rimette al centro dei processi decisionali l’umanità e la democrazia in un piano ideale ove l’etica, la fisica e la biologia guidano la politica.


[1] Nicholas Shaxson, Le isole del tesoro, Feltrinelli, 2012

Da qualche anno si è consolidato l’approccio sistemico nell’analisi dei territori. L’Istat pubblica l’aggiornamento dei sistemi locali del lavoro che forniscono indicazioni territoriali circa le relazioni commerciali, mentre il mondo dell’agricoltura propone i bio distretti, cioè territori legati da relazioni commerciali con specifiche sensibilità culturali per l’economia locale frutto della qualità biologica dei prodotti. Nel campo della pianificazione territoriale si propone la bio regione urbana costituita da comunità rinchiuse in un insieme di relazioni antropiche basate sulle capacità auto rigenerative del territorio. Bio regione urbana, sistemi locali e bio distretti hanno in comune la capacità di individuare uno spazio fisico determinato dalle relazioni umane condizionate dalle risorse del territorio. Questo approccio evolutivo consente di mostrare gli ambienti attraverso le analogie della biologia costituita da relazioni energetiche, pertanto si esce dai vecchi schemi mentali che individuavano il territorio rispetto ai confini politici e si entra nel mondo delle relazioni e degli scambi energetici.

sistemi locali in Provincia di Salerno

Sistemi locali del lavoro nella Provincia di Salerno, ISTAT 2011

Un’economia sostenibile e prosperosa poggia la sua forza proprio sulle capacità energetiche ed auto rigenerative del territorio, e usa razionalmente tali risorse per garantire il medesimo stock di capitale naturale alle future generazioni realizzando scambi, relazioni efficaci e valorizzando il territorio attraverso una conversione ecologica delle imprese.

sistemi locali in Provincia di Salerno auto contenimento offerta di lavoro

Indice di auto contenimento, dell’offerta di lavoro dato dal rapporto fra occupati che risiedono e lavorano e totale occupati all’interno del SLL.

All’interno dell’ideologia della crescita continua, l’economia locale è stata cancellata dal mondo finanziario globalizzato, ma può rinascere creando prosperità per le imprese e gli abitanti del territorio attraverso la rilocalizzazione produttiva e il consumo di prodotti locali generati da processi di qualità. Si tratta di sostituire i prodotti delle multinazionali e di una grande distribuzione organizzata indirizzata solo verso la crescita continua e quindi poco intelligente, con i prodotti trasformati attraverso processi sostenibili, compatibili con la sicurezza alimentare, con prodotti migliori delle sedicenti certificazioni, create ad hoc per favorire le multinazionali. Rilocalizzando le produzioni è possibile aumentare l’auto contenimento dell’offerta di lavoro all’interno dei sistemi locali. Investendo risorse pubbliche e private in questo percorso bioeconomico si riduce la disoccupazione e lo stesso accade investendo nella conservazione e la rigenerazione dei sistemi locali attraverso progetti sostenibili, cioè che coinvolgendo direttamente le comunità nella creazione di politiche abitative, energetiche, sociali e culturali.

sistemi locali in Provincia di Salerno tasso di occupazione

Il cambiamento nasce dalla domanda di qualità frutto di un percorso di consapevolezza culturale circa i reali bisogni umani. Si tratta di uscire delle logiche di profitto, cambiare totalmente il paradigma culturale della società, per consentire l’intera conversione ecologica dei territori sfruttando i modelli biologici che fanno nascere sistemi locali auto sostenibili, di fatto realizzando una piena occupazione e una prosperità duratura della specie umana grazie alla cancellazione dell’inquinamento all’interno dei territori e l’uso razionale delle risorse.

In termini pratici è sufficiente che cittadini ed esercenti la smettano di acquistare prodotti scadenti e “colonizzatori” per consumare i prodotti locali ma trasformati con protocolli sostenibili per l’ambiente e la salute umana. Il consumo consapevole stimola la nascita di una nuova domanda di prodotti e le imprese si adeguano, oppure nascono nuove imprese ma sostenibili che rispondono alla nuova domanda emergente. In tal senso la sensibilità e la cultura dei cittadini è fondamentale per rilocalizzare le produzioni generando nuova occupazione e utile al territorio.

Un’osservazione sulla realtà molto importante per i concetti sopra espressi, dall’analisi dei flussi di materia risulta che l’economia italiana è sostanzialmente autosufficiente solo per i materiali utilizzati soprattutto nelle costruzioni (ISPRA, Uso della risorse e flussi di materia), ciò vuol dire che dipendiamo dall’estero importando materie in altri ambiti, persino quello alimentare generando sprechi evitabili. Osservando la realtà dei reali fabbisogni si comprende che bisogna investire in un’economia più autarchica per generare prosperità sia nell’attività edile nella direzione della conservazione e non più dell’espansione, e sia nella direzione della sovranità alimentare. Nell’ambito edile, non importando materie dall’esterno vuol dire che ogni investimento realizzato genera il 100% dei ricavi per l’economia locale, lo stesso può accadere per l’ambito alimentare, e può accadere anche in altri ambiti come la ricerca e l’innovazione.

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Biodistretto del Cilento

Sono trascorsi molti anni da quando l’evoluzione di determinate tecnologie ha consentito, e consente tutt’oggi di osservare e misurare le attività antropiche con maggiore precisione. Dal punto di vista filosofico sappiamo benissimo che le attività produttive e le trasformazioni di materia hanno un impatto sugli ecosistemi (Aristotele docet), lo sappiamo poiché è la termodinamica che lo insegna, così come sappiamo bene che solo negli ultimi decenni, cioè quando le fonti fossili sono meno reperibili, e/o quando i costi non sono più sostenibili, e/o i conflitti geopolitici non consentono un uso razionale delle fonti fossili, è accaduto che le tecnologie delle fonti rinnovabili sono divenute a buon mercato, e disponibili per chiunque volesse usarle.

L’accresciuta consapevolezza circa l’uso razionale dell’energia ha coinvolto anche il governo del territorio, ma non dal punto di vista della tecnica e della pianificazione, ma dal punto di vista della partecipazione popolare, o per lo meno dal punto di vista dell’attivismo politico contro grandi opere giudicate inutili e persino dannose per salute umana.

In questo clima di sensibilità emergenti circa l’ecologia, cioè l’economia reale, sono sorte metodologie per misurare il consumo del suolo che mostrano gli effetti della politica territoriale sui sistemi urbani e agricoli.

Riassumiamo: da un lato, se lo desideriamo, possiamo vivere in abitazioni alimentate dalle fonti energetiche alternative e addirittura possiamo costruire una rete intelligente per scambiarci i surplus energetici gratuitamente, mentre in ambito territoriale sappiamo quali sono le nostre risorse territoriali che ci donano la vita e misurando l’uso del suolo – il suo consumo – possiamo pianificare una rigenerazione e consentirci di vivere in prosperità.

Da qualche anno è stato finalmente accettato l’approccio circa l’analisi dei sistemi territoriali andando nella direzione, corretta, dei sistemi di rete, imitando i processi naturali. I territori non sono più studiati rispetto ai limiti dei confini politici (comune e provincia) ma sono osservati anche rispetto alle dinamiche delle attività antropiche (basti ricordare la teoria delle località centrali di Christaller), cioè tramite le relazioni. Intrecciando le letture dei sistemi naturali con quelle relazionali dell’uomo (attività produttive, servizi, lavoro, mobilità, etc.) possiamo interpretare più correttamente il territorio per proporre un uso del suolo più sostenibile, eliminare gli sprechi, e proporre persino modelli sociali ecologici e creativi rispetto alle capacità degli ecosistemi uscendo dalle logiche di profitto per tendere all’auto sufficienza dei sistemi locali.

Ritengo sia necessario proporre l’approccio rigenerativo per i sistemi locali individuati dall’ISTAT affinché si arresti lo spreco di risorse, inteso sia come consumo del suolo e sia come drastica riduzione dalla dipendenza degli idrocarburi. Un approccio rigenerativo per consentire lo sviluppo di impieghi virtuosi come la conservazione dei centri storici e il recupero delle periferie, la rigenerazione dei piccoli centri rurali, l’impiego della mobilità dolce nei tessuti urbani e l’avvio di fattorie auto sufficienti per alimentare i sistemi locali stessi. Si tratta di realizzare l’approccio collaborativo uscendo da quello competitivo e prevaricatore stimolato dal desiderio di profitto. Le reti collaborano e non competono. Per realizzare la rigenerazione dei sistemi locali è necessario che sia modificato l’impianto amministrativo liberandolo da malsane logiche prevaricatrici nei confronti del territorio stesso come la mercificazione dei suoli, le rendite di posizione, la perequazione usata dai privati per creare e aumentare le rendite immobiliari, l’assenza di processi popolari per pianificare i luoghi urbani e l’immorale uso degli oneri di urbanizzazione per pagare la spesa corrente. Si tratta di uscire dal governo del territorio speculativo, poiché è questa la consuetudine di decenni di amministrazioni locali che hanno dimenticato i principi della Costituzione. Poiché, ormai, il legislatore ha privatizzato i processi decisionali della politica locale – basti osservare che i servizi locali sono gestiti da SpA – è necessario che siano i cittadini ad organizzare un cambio di paradigma culturale volto a chiedere trasparenza, partecipazione attiva e reale secondo l’etica, quindi fuori dal profitto, secondo l’uso razionale dell’energia che ci consente di vivere in prosperità e in sicurezza per la salute umana.

ISTAT consumo del suolo nei sistemi locali 2011

Istat, consumo di suolo nei sistemi locali, 2011.

Una nuova e immensa onda mediatica e manipolatrice invade i pensieri degli italiani e poiché il mantra dei media difficilmente si divulga per migliorare la società, possiamo stare tranquilli che tutto cambierà per non cambiare nulla. Mi riferisco agli impulsi emotivi generati dalla ridondanza degli scandali nella pubblica amministrazione. Non facciamolo sapere in giro ma la corruzione è un fenomeno che riguarda gli individui e non le istituzioni, questa piccola osservazione di carattere culturale ovviamente esprime un linguaggio e una comunicazione di senso molto diversa dal linguaggio dei partiti politici che raccolgono consenso non per merito proprio ma per demerito altrui. I media stessi aumentano i propri introiti pubblicitari e il proprio reddito solo attraverso l’ampliamento e l’enfasi di racconti scandalosi, che parlano alla pancia dei consumatori.

Non fatelo sapere in giro, ma tutta la pubblica amministrazione è stata riformata negli anni ’90 ed il processo di privatizzazione si è completato nei primi anni del nuovo millennio. Non fatelo sapere in giro ma se oggi sembra che ci sia più corruzione è solo una percezione e la rappresentazione di un sistema relazionale presente in tutte le istituzioni pubbliche e private. Il sistema parte dal Regno d’Italia, si amplifica col regime fascista e si consolida nel secondo dopo guerra. Fu il regime di Mussolini che coniò il motto: “il fascismo si serve non serve” e fu così che le imprese come Fiat, Ansaldo e molte altre poterono ampliare i propri dividendi occupando direttamente i Ministeri, e dopo la fine della guerra la preoccupazione dei politici era quella di evitare che i nuovi occupanti, le imprese americane, decidessero direttamente del destino degli italiani. L’hanno fatto e lo fanno in maniera indiretta e quando hanno deciso che bisognava chiudere i partiti, l’hanno fatto. In buona sostanza i fascisti rubavano direttamente agli italiani mentre fino all’esistenza dei partiti, i politici rubavano agli italiani per ridistribuire secondo gli interessi dei partiti, oggi rubano per interesse personale e per conto delle multinazionali. Possiamo riassumere secondo tali slogan: “la monarchia e il fascismo si servivano e non servivano al popolo“, “i partiti servivano ai gruppi“, “i politici di oggi sono asserviti alle multinazionali“. Se questa può apparire una semplificazione troppo veloce, in effetti lo è, poiché dal secondo dopo guerra, nonostante tutto, ci sono anche buoni esempi di amministrazione ma l’attenzione vuole essere indirizzata su noi stessi, complici di buone e cattive azioni poiché la nostra apatia ha favorito la trasformazione dei fenomeni corruttivi. L’onda mediatica serve a conservare questa apatia per impedire un risveglio delle coscienze, ed i demagoghi e populisti sono funzionali a processi di trasformazione della società verso i regimi autoritari. Fateci caso, i mass media danno ampia pubblicità proprio ai demagoghi.

Non fatelo sapere in giro, ergo la corruzione è un fenomeno che riguarda gli individui, e tali individui quando ricoprono ruoli istituzionali si comportano di conseguenza, dai sistemi medioevali e feudali, passando per la monarchia ed i sistemi rappresentativi. E’ certo che i sistemi gerarchici: feudi, monarchie e regimi siano sistemi viziosi in quanto tali, poiché le decisioni sono auto referenziali, poiché prive di quel carattere democratico tipico dei sistemi parlamentari ove c’è confronto e dialogo, a meno che non siano governate da uomini illuminati e altruisti, condizioni più uniche che rare. Fateci caso, il nostro Parlamento non decide più niente, si limita a ratificare le proposte del Governo.

Non fatelo sapere in giro, ma le democrazie rappresentative stanno per essere cancellate ed il comportamento di numerose istituzioni, apparentemente democratiche rappresentative, mostrano già il passaggio al neofeudalesimo poiché le decisioni sono prese dagli organi esecutivi (mai elettivi) e le stesse istituzioni portano avanti gli interessi delle multinazionali (“i politici di oggi sono asserviti alle multinazionali“). E’ il tipico caso dei Comuni, ormai organizzazioni feudali ove i cittadini delegano a una sola persona il ruolo di gestire i servizi locali. E’ nei Comuni che si presentano le prime occasioni di clientele. In tutti i livelli istituzionali Comuni, Provincie e Regioni, gli eletti non fanno politica ma si limitano ad approvare scelte preparate da dirigenti e funzionari, e le aziende fornendo le linee guida proprio ai dipendenti pubblici possono facilmente guidare la politica, senza alcun disturbo. Il paradosso è che i dirigenti e i funzionari pubblici ricevono premi monetari proprio sul raggiungimento dei risultati, come in un’azienda privata, e spesso gli obiettivi sono gli interessi delle aziende. Questo processo fu preconizzato e scritto in un testo molto eloquente: Strategia del colpo di Stato; Manuale pratico. Non fatelo sapere in giro ma la corruzione è legale!!!

Non fatelo sapere in giro, ma da quando i processi amministrativi sono stati privatizzati gli organi esecutivi locali deliberano secondo criteri privatistici e di massimizzazione dei profitti, ergo la corruzione è stata legalizzata poiché il finanziamento alle attività politiche provengono da imprese private, spesso imprese che gestiscono i servizi pubblici locali in regime di monopolio di fatto, ergo la corruzione è legale, ma non fatelo sapere in giro.

Tutti coloro i quali parlano di scandali e tutti i coloro i quali raccolgono consensi dall’indignazione dei cittadini, non solo non hanno interesse nel proporre cambiamenti circa la pubblica amministrazione (nei loro programmi non esiste alcun punto su questo argomento), ma fremono nel sostituire i politici corrotti per accedere a uno stipendio fisso, nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore saranno i servi degli interessi privati di aziende che si occupano di fare impresa come previsto dal proprio programma elettorale. In tal senso non esiste un politico che sia in grado fare l’interesse generale poiché la formazione e la selezione del politico, come accade negli USA, è frutto di un processo selettivo mediatico guidato direttamente e indirettamente dagli interessi particolari delle aziende. Ergo, non fatelo sapere in giro la corruzione è già stata legalizzata. Non fatelo sapere in giro ma nessun partito si preoccupa e si occupa di applicare processi selettivi interni attraverso il merito e la cultura, la ragione è banale: a nessuna azienda interessa interloquire con persone libere, e soprattutto con persone capaci di interpretare e applicare valori etici universali poiché questo aspetto non rientra nella logica del fare profitto. Non fatelo sapere in giro!!!

Se gli italiani intendono ridurre la corruzione, soprattutto se il primo partito quello del non voto, intende scendere in campo deve creare un soggetto nuovo: un movimento politico culturale che applica il merito e si liberi dell’invidia sociale e dell’avidità, un soggetto che conosca, valorizzi e sperimenti la democrazia interna, un soggetto che formi leaders e che usa la cultura per creare progetti socialmente utili e soprattutto studiare la bioeconomia. In questo modo gli italiani potranno avviare un cambiamento radicale, scevri dalle derive neofeudali e autoritarie che stanno appestando tutti i partiti politici, sempre più simili ai regimi d’inizio secolo Novecento, basti ascoltare il linguaggio, osservare i comportamenti e soprattutto il vuoto culturale che rappresentano. Non fatelo sapere in giro!!!

La democrazia rappresentativa non c’è più. Se volessimo individuare una data come spartiacque è doveroso citare il 1981, anno in cui Berlinguer scattò una fotografia della realtà, ed è lo stesso anno in cui il Governo Forlani avviò il processo di privatizzazione della Banca d’Italia. Per capire perché la democrazia rappresentativa, ormai, non c’è più (la democrazia: governo del popolo, non c’è mai stata) è necessario aprire un dibattito sulla cultura degli italiani, la società e l’influenza psicologica della moneta e del capitalismo sulle persone. Un’indagine sul capitalismo inteso come industrializzazione, lavoro di schiavitù, pubblicità e nichilismo che svuota l’individuo di spiritualità, creatività e senso della vita riducendolo in una condizione di animal laborans, come direbbe Hannah Arendt. Questo non è l’ambito corretto, ovviamente, ma quello ove porre dubbi, domande, riflessioni e osservazioni. Al tema degenerativo dei partiti, aperto da Berlinguer, bisogna aggiungere la trasformazione della società attraverso i sistemi mass mediatici, tema avviato da Pasolini; poi la cultura degli italiani, tema affrontato da Tullio De Mauro, e in fine l’assenza di sperimentazioni democratiche come quelle presenti in Svizzera, che hanno consentito di formare ed educare i cittadini alla democrazia diretta, metodo che responsabilizza gli abitanti rispetto al processo decisionale della politica. Ovviamente non ci si dimentica dei fattori storici, come la sconfitta della seconda guerra mondiale e la colonizzazione dei vincitori attraverso il prestito (Piano Marshall) e il nuovo ordine economico mondiale, il cinema hollywoodiano, l’industria, la pubblicità e l’ideologia del progresso inteso come crescita infinita e sostegno al nichilismo. Per capire la complessità del nostro Paese è necessario studiare l’Ottocento e il Novecento, cioè a partire dagli Stati preunitari (1848 primavera dei popoli), l’industrialismo di inizio secolo e le politiche socialiste, il fascismo e l’inizio del secondo dopo guerra; in quei secoli troveremo molte risposte soprattutto attraverso lo studio delle tecnologie, delle scoperte scientifiche e delle vicende monetarie. Scopriremo che già nell’Ottocento furono soppresse tutte le speranze per creare l’uomo libero e che la monarchia, le rivoluzioni, i regimi autoritari, e le democrazie rappresentative servirono, col senno di poi, a far crescere l’accumulo di capitali per alcune oligarchie e l’invenzione del capitalismo è servito a questo, mentre il comunismo, anch’esso come il capitalismo, ha favorito il materialismo attaccando la spiritualità degli esseri umani. Oggi, possiamo osservare che capitalismo e comunismo si trovano sullo stesso piano ideologico della crescita, mentre l’educazione scolastica ha lasciato credere che fossero filosofie opposte. Esse si sono distinte solo per la gestione monetaria, cioè fra chi preferisce che le decisioni siano lasciate al cosiddetto libero mercato e chi preferisce un controllo dello Stato. Entrambe hanno sbagliato, poiché entrambe ignorano le leggi della natura che governano la vita su questo pianeta. Entrambe le visioni contraddicono una delle virtù indicate da Aristotele, e cioè la crematistica, l’arte di fare gli acquisti per evitare l’accumulo, poiché l’accumulo è il segno del vizio e dell’usurpazione delle risorse, a danno delle future generazione.

Se è vero che gli italiani, durante gli anni ’60 fino agli anni ’80, delegavano e partecipavano in massa ai due grandi partiti, DC e PCI, è altrettanto vero che i partiti stessi non favorivano la libera partecipazione ma la cooptazione controllata. Quando i partiti decisero di aderire alla “terza via”, di introdurre le politiche liberali a sinistra e di privatizzare la Banca d’Italia, e persino i processi decisionali della politica, parallelamente si aprì la stagione “moralizzatrice” (anni ’90) per allontanare i cittadini dai partiti. Si trattò di favorire il nichilismo imperante, operazione riuscita, affinché le SpA potessero diventare i cooptatori dei leaders politici, addomesticati nei think tank inventati dalle stesse SpA, banche e assicurazioni affinché la religione della crescita potesse favorire quel processo di privatizzazione delle decisioni anche nelle pubbliche istituzioni, sorto nell’epoca industriale grazie al pensiero liberale di Adam Smith. Oggi i partiti si trovano in uno stato di degenerazione totale poiché hanno cancellato ogni tipo di relazione umana e ogni tipo di riflessione etica, in quanto decidono e cooptano le persone attraverso consultazioni a mezzo internet, facilmente manipolabili con un click a seconda dei capricci di qualcuno. Pericle avrebbe detto che questi partiti sono inutili; Platone avrebbe detto che sono pericolosi poiché l’agire è privo di etica, e Socrate avrebbe detto che assistiamo al trionfo dei sofisti poiché le opinioni prevalgono sulla razionalità. Heidegger direbbe che oggi è la tecnica (informatica) che controlla le decisioni politiche e non più la ragione umana guidata dall’etica; insomma un sistema profondamente machiavellico che non conduce alla felicità.

La sintesi di questo percorso degenerativo è semplice: sostituire la democrazia rappresentativa con l’oligarchia feudale poiché il sistema gerarchico verticale, è soprattutto non trasparente, ha una struttura decisionale più veloce ed efficace ai fini della redditività degli interessi privati e del controllo delle masse. Basti pensare all’elezione diretta dei Sindaci, che violando il principio di separazione dei poteri consente a una sola persona di decidere sulla gestione dei servizi pubblici locali. Oggi, le istituzioni pubbliche funzionano esattamente come auspicò Luttwak in Strategia del colpo di Stato, Manuale pratico, cioè non pensano ma agiscono sotto l’impulso degli interessi privati, sia attraverso l’uso del diritto privato in ambito pubblico introdotto per favorire la massimizzazione dei profitti, e sia attraverso l’obbligo del pareggio di bilancio, che serve proprio a ridurre la sfera pubblica nella gestione dei servizi per favorire gli interessi dei privati. Il modello sociale italiano funziona attraverso le relazioni personali funzionali a scambio di favori materiali come l’accumulo di risorse e l’avanzamento di carriera senza merito. Le relazioni non sono funzionali all’interesse generale della collettività ma all’interesse privato e particolare. Le riforme della pubblica amministrazione avvenute durante gli anni ’90, anziché scardinare l’immorale modello sociale, hanno consentito che il sistema di relazioni già presente, potesse avere una legittimazione e una serie di strumenti giuridici per agire meglio di prima. Il ritorno al feudalesimo si è già realizzato, è in corso d’opera la privatizzazione dei processi politici, sia selettivi circa le marionette chiamate politici, e sia la trasformazione della specie umana, avete letto bene: la trasformazione della specie umana. La trasformazione non avviene in laboratorio, ma a livello di manipolazione mentale delle masse, pensate non sia possibile?! SpA e Governi l’hanno già fatto diverse volte attraverso la propaganda e lo fanno tutti i giorni con la pubblicità mirando alla regressione mentale degli adulti (infantilizzazione) e l’addomesticamento dei bambini che avviene in ambito scolastico.

Attraverso l’astensionismo crescente, un altro primato è raggiunto poiché le persone che hanno un interessate personale hanno maggiore peso rispetto al voto d’opinione, ormai cosa rara. Nella misura in cui i cittadini rinunciano a delegare, questi favoriscono gli interessi delle lobbies poiché in un sistema di democrazia rappresentativa i pochi voti raccolti consentono ugualmente all’oligarchia di decidere per tutti, compresi i non votanti. E’ altrettanto vero che a causa del clima di sfiducia e soprattutto di profonda immoralità riscontrabile in tutti i partiti sarebbe difficile dare torto al primo partito d’Italia, quello del non voto. Nessun cittadino responsabile dovrebbe sentirsi tranquillo nel dare una delega in bianco a personaggi che non hanno dimostrato alcuna capacità circa la gestione della cosa pubblica, secondo i principi della Costituzione. Ciò accade poiché non esiste alcun processo formativo e selettivo della classe politica, sia locale e sia nazionale, ma è tutto delegato ai partiti, gli stessi che non meritano fiducia alcuna, e qui riscontriamo il corto circuito fra elettori ed eletti, fra cittadini e casta. Nessun partito ha interesse nel legiferare una norma che consenta ai cittadini di selezionare la futura classe dirigente attraverso il merito, e così i cittadini allontanati dai partiti (anni ’90), adesso si allontanano dalle urne elettorali (anni ’10 del nuovo millennio). Il numero di cittadini che non vota ha raggiunto percentuali così alte da far “tremare” il sistema istituzionale, basti osservare le recenti regionali in Emilia Romagna e in Calabria nell’anno 2014, e poi nelle Marche e in Toscana poiché le rispettive assemblee non rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto, ma la minoranza. In altre Regioni è rimasto a casa un elettore su due (Campania e Puglia). A mio modesto parere si tratta di un fenomeno chiamato “dissenso consapevole”, ed è ormai un fenomeno di massa contro tutti questi partiti, compresi quelli che si spacciano come anti-sistema, anzi nei loro confronti l’analisi politica è più drammatica poiché in un periodo di crisi essi non raccolgono consensi, anzi li perdono.

L’imbroglio del sistema auto referenziale di partiti inutili può finire se e solo se l’indignazione dei cittadini si trasforma in un progetto politico culturale, facendo l’opposto di quello che fanno i partiti, e cioè usare la democrazia come metodo per attrarre talenti e stimolare la partecipazione dal basso, e la cultura come virtù per selezionare una classe dirigente più preparata e più capace. Il corto circuito rimane poiché promuovere un’azione politica sincera e genuina c’è bisogno di un sostegno economico di lungo periodo, e qui sorge la complicazione dell’autonomia, risolvibile se il finanziamento venisse offerto direttamente dai cittadini, gli stessi che ormai hanno perso fiducia nei partiti. I cittadini hanno il dovere morale di abbandonare il nichilismo e l’apatia poiché è questa l’energia da cui trae forza l’oligarchia che governa il sistema stesso. Manca il coraggio di sperimentare e di cambiare, poiché questo cambiamento è funzione dell’energia dei cittadini stessi che dovrebbero riprendere a sognare un mondo migliore e avviare un percorso democratico, sinonimo di altruismo. La storia insegna che nei momenti di crisi, chi ha tratto vantaggio, sono sempre le solite oligarchie poiché questi nuclei di individui organizzati posseggono le risorse finanziarie sia per finanziare i cambiamenti, e sia per gestire i processi, in quanto i capitali accumulati consentono loro di non avere fretta nell’indirizzare i cambiamenti verso i propri interessi. Per spezzare definitivamente queste catene della schiavitù i cittadini dovrebbero cogliere poche regole e semplici: investire le proprie risorse in progetti di sovranità energetica e alimentare, e prendersi il controllo diretto dei territori rilocalizzando le produzioni, e formare politici che sostengono questi progetti. E’ fondamentale l’aspetto psicologico e culturale, cioè liberarsi dell’invidia sociale e dell’avidità per condurre i talenti verso la leadership dei progetti sopra descritti poiché consentiranno di costruire comunità libere e indipendenti. E’ altrettanto interessante ciò che accade in Spagna attraverso Podemos e le assemblee cittadine chiamate piattaforme di unità popolare, poiché torna e si stimola una passione politica dal basso, l’opposto di ciò che accade in Italia. Attraverso la conoscenza di alcune tecnologie i cittadini possono decidere di liberarsi della dipendenza dagli idrocarburi e possono, finalmente, accrescere la consapevolezza di stili di vita più sostenibili che conducono alla serenità di rapporti e relazioni sociali basate su valori universali, non più sulle merci e sul nichilismo. Nella sostanza se cambia il nostro comportamento circa i consumi, la spesa e gli stili di vita, cambia anche il modello sociale e allora avremo istituzioni che rispondono a nuovi paradigmi culturali. Noi possiamo realizzare quel sistema di rete sinergica interpretando correttamente la bioeconomia e favorire la creazione di una nuova società, e da questa “estrarre” una nuova classe dirigente.

Nutrire il pianeta

E’ noto che le multinazionali del cibo e del farmaco, da diversi decenni, stiano sferrando un vero e proprio attacco alla specie umana attraverso l’ingegnerizzazione dei processi produttivi partendo dalla genetica e dai farmaci che agiscono come droghe; riprogettando il DNA e le molecole secondo logiche di obsolescenza pianificata e quindi la sostituzione dei semi naturali con merci a scadenza programmata. Il fine è sempre lo stesso, massimizzare i profitti inventando nuovi consumatori di merce-cibo e di farmaci per cronicizzare i problemi causati dalla merce-cibo.

L’attacco alla nostra specie è ampiamente denunciato, sono state pubblicate diverse inchieste, reportage e documenti. Nel mondo dell’associazionismo e dell’attivismo civico troviamo in prima fila il fisico Vandana Shiva, e il progetto Terra madre di Carlo Petrini che propone soluzioni concrete attraverso percorsi che conducono alla sovranità alimentare dei popoli.

La cosa che “sorprende” è l’assenza di una “fiera” per nutrire il pianeta; l’Expo, si intuisce, ha l’obiettivo di “ammalare” il pianeta e non di aiutare i popoli a nutrirsi correttamente. Nella logica della privatizzazione del pianeta la psico programmazione mentale attraverso l’Expo è una vera operazione di disinformazione di massa creata dai think tank e dai media del WTO. Non sorprende che l’Expo sia la cattedrale religiosa ove i consumatori possano ritrovare i grandi marchi e la merce-cibo che dovranno ingerire, e non sorprende che la comunicazione sia soft per raggiungere non gli adulti ma i bambini. Il Governo Renzi, che organizza Expo, tramite il famigerato decreto sblocca Italia consente di stuprare il territorio, e il paesaggio (nuove attività estrattive per favorire gli idrocarburi e aumentare i rischi d’inquinamento irreversibili) e aumentare i rischi sanitari attraverso “incentivi” all’incenerimento dei rifiuti.

Se organizzatori e italiani fossero stati a servizio del bene comune non avrebbero mai scelto Milano, non avrebbero mai realizzato una speculazione edilizia a debito, e non avrebbero optato per la modalità classica della fiera, ma avrebbero potuto concentrarsi sul contenuto: nutrire il pianeta, attraverso la cultura e le culture del cibo rispettando le identità dei popoli, e parlando di bioeconomia. Si poteva cogliere un’opportunità per promuovere la sovranità alimentare nei luoghi caratteristici in una logica di rete sinergica, proprio come i processi autopoietici della biologia. E così Pollica (SA), sede della dieta mediterranea, per discutere sull’alimentazione equilibrata e più sana; Foggia, sede della borsa del grano e discutere sui prezzi e il reale fabbisogno di grano (inchiesta Terra e cibo di Presa diretta); Siena, quale provincia che ospita i più antichi frantoi d’olio d’Italia; Favignana (TP), come luogo simbolo delle tonnare e discutere sulla pesca sostenibile, e San Marino per la banca delle sementi a tutela della biodiversità.

Il fatto che, per il momento, non sia stata programmata una vera “fiera” per discutere come nutrire il pianeta senza distruggere gli ecosistemi, non vuol dire che non se ne discuterà in futuro. In diversi ambiti l’argomento della sostenibilità alimentare è abbastanza dibattuto, e l’Expo poteva essere il momento ove informare i cittadini circa il problema dello sfruttamento del pianeta ben oltre le sue capacità autorigenerative a danno degli ecosistemi. E’ altrettanto noto il fatto che il problema della fame nel mondo è piena responsabilità del WTO e degli eserciti, e che il mondo occidentale produce più cibo di quanto tutta l’umanità abbia realmente bisogno, mentre una parte importante del globo è mal nutrita, l’altra è obesa. E’ noto anche che la ricchezza monetaria accumulata dalle SpA può finanziare programmi per la corretta nutrizione per tendere a un equilibrio globale, e nutrire correttamente sia chi ha fame e sia chi è obeso; se tutto ciò non accade le ragioni sono banali: l’interesse non è far bene. Se all’Expo si fosse acceso un focus su questi argomenti, è chiaro che il WTO avrebbe perso la sua credibilità, e che le multinazionali della merce-cibo avrebbero messo a rischio la propria immagine nei confronti dei clienti nei paesi emergenti ove il capitalismo ha programmato la crescita della religione neoliberista dei prossimi decenni.

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Fonte: Wuppertal Institut

Per affrontare il tema in maniera seria, è sufficiente che gli Stati tornino a comportarsi come Nazioni sovrane e sequestrino gli illeciti e gli immorali accumuli monetari inventanti con le tecniche finanziarie tramite il sistema delle società off shore e la segretezza bancaria, oppure che gli Stati si riprendano la sovranità monetaria per investire a tutela delle biodiversità, della salute e della sovranità alimentare.

Un’altra soluzione molto nota, sta nel fatto che alle multinazionali sia proibito occuparsi di cibo poiché il cibo non è merce, mentre le Nazioni programmano un’educazione alimentare nel rispetto delle proprie culture locali producendo e consumando i propri alimenti donati dalla natura. Il punto è che il cibo non è merce, e questo principio non è oggetto di dibattito. Altro punto, la delirante concezione delle multinazionali secondo cui è possibile apporre un brevetto sulle sementi è un atto criminogeno contro l’umanità. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi».

Spirito del tempo

La società che vediamo rispecchia esattamente lo spirito del tempo. Se abbiamo l’impressione che la società sia governata male e buona parte dei governanti appaiono come personaggi immorali, è proprio perché essi rappresentano lo spirito del tempo: il capitalismo. In tal senso possiamo anche affermare che la società non è governata male, ma addomesticata secondo le regole e il costume del tempo: usurpare, prevaricare, uccidere, violentare, mentire, rubare, ignorare e regredire. Sia chiaro che, se gli italiani sembrano essere campioni di autolesionismo e disistima propria, è lo spirito del tempo di tutto il mondo occidentale presente in tutti Paesi “avanzati” che si manifesta in ogni decisione politica, uno spirito che sorge a partire dall’età barocca e giunge al termine nel secondo Novecento, creando il caos che stiamo assistendo poiché il capitalismo si sposta nei territori dei paesi “emergenti”. L’ultima usurpazione espressione dell’idiozia capitalistica è la famigerata Expo milanese, ove un tema vitale come “nutrire il pianeta” è divenuto il brand foraggiato dalle multinazionali della “merda”, come direbbe l’oncologo Franco Berrino, che ha mostrato come la prevenzione dei tumori si attua attraverso il cibo. All’interno dello spirito del tempo è giusto che McDonald, Cocacola siano i padroni del tema “nutrire il pianeta”, anche se ogni essere umano sa bene che si tratta solo di un’idiozia funzionale al mantra: vendere, vendere, vendere. Nell’era di internet ove in tanti si rendono conto del vero obiettivo dell’iniziativa, promuovere una fiera globale sponsorizzata dal diavolo è solo l’ultimo affronto di un’élite degenerata e arrogante. Per fortuna un tema fondamentale come nutrire il pianeta viene affrontato dai contadini e dall’impiego delle conoscenze frutto di tecnologie naturali utili a sfamare i popoli, mentre proprio le famigerate multinazionali di Expo disseminano rischi per la salute umana attraverso merci figlie dell’ingegneria genetica. L’aspetto più ridicolo per gli italiani ospitanti della fiera, è che nel mondo globalizzato si è sviluppato il luogo comune secondo cui l’Italia e gli italiani siano i detentori del corretto life style grazie al cibo, e lo sponsor principale di Expo non è la dieta mediterranea ma McDonald. Ed anche questa contraddizione se osservata sotto la lente del capitalismo è un’azione corretta, poiché secondo lo spirito dominante i rapporti si misurano attraverso il capitale e non secondo valori universali, quindi basta pagare per avere visibilità. Persino Carlo Petrini, presente ad Expo con Slow Food, non lascia spazio all’immaginazione: «abbiamo accettato di stare dentro l’Expo, ma ci stiamo in maniera critica: l’Expo non ha anima, deve mettercela altrimenti non serve al sistema Paese. Da quando l’hanno presentato, si è trasformato in un evento che non ha nulla a che fare con il cibo, con la nutrizione e con il pianeta». Luca Chianca su Expo, inchiesta Report Grasso che cola. L’obiettivo sembra chiaro: formare nuovi consumatori attraverso le “droghe” del cibo ed offrire un assist all’industria del farmaco per “guarire” i nuovi consumatori obesi.

In Italia, in maniera confusa si può scorgere una reazione alla patologia cancerosa del capitalismo nichilista attraverso la lettura sia del rito sporadico del voto elettorale che manifesta un chiaro dissenso consapevole e sia osservando l’economia reale, cioè quelle attività volontarie dei cittadini che si organizzano in consumi critici e consapevoli, e in forme di auto produzione. Non c’è dubbio che queste attività economiche siano l’espressione più seria e più forte di un cambiamento radicale e sostenibile espressione di un nuovo spirito del tempo, quello che verrà. Il Movimento per la Decrescita Felice prova a dare il proprio contributo attraverso i circoli territoriali, espressione di cittadini organizzati in numerose attività di auto produzione proprio come il cibo, ma non solo, incontri e dibattiti culturali che suggeriscono lo sviluppo di stili di vita sostenibili e programmi politici sulla decrescita selettiva del PIL. Mi soffermerò solo sul dato elettorale. Alle elezioni europee del 25 maggio 2014 gli elettori erano 49.256.169, i votanti 28.908.004, cioè il 58,69% degli aventi diritto al voto, una percentuale decisamente in calo rispetto alle elezioni politiche del 24 febbraio 2013 ove parteciparono il 75,2% (35.270.926 votanti) degli aventi diritto al voto. Sei mesi fa, il 23 novembre 2014, in Emilia-Romagna i cittadini disgustati si sono comportati in questo modo: elettori 3.460.402; votanti 1.304.841, solo il 37,71%; mentre in Calabria: elettori 1.897.729, votanti 836.531; cioè solo il 44,08% ha votato. Traduzione, nessun partito rappresenta la maggioranza degli elettori e l’Assemblea legislativa regionale rappresenta solo una ristretta minoranza, svuotando di senso democratico l’elezione regionale stessa che governa senza legittimazione popolare della maggioranza degli aventi diritto al voto. L’alta percentuale dell’astensionismo (che supera il 50%+1) è il segnale politico più forte contro tutti i partiti. Sia chiaro che i non votanti non hanno espresso un dissenso al capitalismo ma una sfiducia ai partiti. Il segnale politico di maturità è quello di trasformare il dissenso in progetto politico figlio della decolonizzazione dell’immaginario collettivo dominante, cioè uscire dall’omologazione planetaria creata dal capitalismo. Il percorso è ancora lungo ma ci sono segnali incoraggianti nel resto d’Europa ove i cittadini hanno espresso un dissenso nei confronti di tutti i partiti che hanno costruito il sistema neoliberista europeo indirizzando il proprio consenso a forze nuove, e cosiddette di anti-sistema. Per il momento, all’appello di una rinascita mancano solo gli italiani, ma c’è la possibilità che anche nel nostro Paese nasca un movimento simil Podemos espressione di un’alternativa politica al neoliberismo, ma lo stesso Podemos deve offrire una soluzione politica e culturale figlia della bioeconomia. La bioeconomia è antitetica allo spirito del tempo che volge al termine, e ciò si realizza se e solo se i cittadini escono dall’inganno psicologico costruito negli ultimi secoli. Gandhi disse che «sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi». In questa affermazione viene sintetizzata una visione sociale e politica fondamentale per ribaltare il paradigma culturale dello spirito del tempo e proporre nuovi paradigmi culturali che ci consentiranno di vivere in prosperità osservando le leggi della natura. La bioeconomia è la soluzione ormai nota, e si percorre in un periodo di tempo chiamato decrescita felice che ci consente di indicare la decrescita selettiva del PIL grazie a investimenti mirati in attività virtuose. Nel 2013 il Perù approva un programma per installare pannelli fotovoltaici per i ceti meno abbienti, nel 2015 è la California a seguire l’esempio. L’obiettivo è rendere le persone libere uscendo dal nichilismo della crescita e puntare allo sviluppo umano che si può manifestare in numerosi impieghi utili: l’auto produzione di energia sfruttando le fonti alternative, la sovranità alimentare, la conservazione del patrimonio esistente e la prevenzione dai rischi idrogeologici e sismici, il riciclo totale delle materie prime seconde, etc.

Domani milioni di italiani saranno chiamati a votare per rieleggere il Presidente e l’Assemblea regionale. Domani milioni di italiani decideranno di andare al mare o trascorrere la giornata in altri modi poiché disgustati dal comportamento di tutti i partiti. Chi vive in Italia può comprendere questo clima di sfiducia, ma ciò che non si capisce da diversi decenni, è perché questo dissenso non si trasforma in qualcosa di positivo, come prendersi cura del proprio Paese attraverso la partecipazione diretta. Se non ci si sente rappresentati è legittimo non esprimere una delega in bianco, ma se a questo comportamento comprensibile non corrisponde una partecipazione attiva, diventa meno legittimo indignarsi poiché si è complici del problema politico. Si tratta di trasformare l’indignazione da comportamento irresponsabile a comportamento responsabile, facendo nascere e stimolare una passione politica nel senso proprio e puro del termine e riprendendosi dignità all’interno di un nuovo percorso.

Come accennato prima il cambiamento radicale si esprime con azioni concrete sui consumi, eliminando l’acquisto di merci inutili vendute dalle multinazionali e favorire la rilocalizzazione delle produzioni. Con questo semplice gesto si favorisce il lavoro e l’economia locale e con una guida sui principi della bioeconomia e della sostenibilità si raggiunge il massimo risultato producendo beni e merci di qualità.

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