Feeds:
Articoli
Commenti

E’ storia recente che una parte dei politici italiani, quelli che hanno l’immagine di essere di sinistra stiano pensando un’operazione riciclo di ampio respiro. Il mio auspicio è che veramente gli italiani possano tornare ad esprimere un voto a sinistra, ma quest’auspicio è ancora molto lontano. Perché? Il mondo sta cambiando, la società è già cambiata, tranne l’atteggiamento ed il pensiero politico di taluni personaggi spinti dall’auto referenzialità e dallo spirito di auto conservazione. Dinamiche e pensieri politici sono rimasti ai modelli degli anni ’50, e in Italia gli attori politici rientrano tutti, ripeto tutti, in modelli degli anni ’50 implementati durante gli anni ’70. I media hanno avuto la capacità di creare uno spartiacque politico, prima del 1992 e dopo il 1992, prima o dopo tangentopoli. Proviamo a vedere la realtà non con gli occhi del giornalista prezzolato ma col raziocinio, proviamo a pensare come fossimo liberi, irriverenti nei confronti del pensiero dominante e nei confronti degli schemi sociali conformisti, e soprattutto curiosi, vivi, ponendoci dubbi e domande. Del resto non ci vuole molta fatica, solo un po’ di genuina curiosità e scopriremo che oggi i partiti hanno i medesimi meccanismi decisionali, le stesse dinamiche sociali (personalismo e auto referenzialità) e persino gli stessi obiettivi. Dal berlusconismo al renzismo, dal grillismo ai salvini, sono tutti schemi della pubblicità politica anglosassone; tutti rappresentano la comunicazione leaderistica fatta negli USA ove conta più l’immagine del candidato leader piuttosto che la serietà e la professionalità di idee, di programmi e soprattutto piuttosto che la squadra di una classe dirigente politica espressione di determinati valori. Sono tutti schemi di modelli autoritari semplificati che emergono dal mondo della pubblicità, cioè della propaganda sorta negli anni ’30, e pertanto la gestione dei burattini risulta molto semplice, è sufficiente che un candidato leader risulti credibile agli occhi dell’opinione pubblica, e non che lo sia realmente per comprovata moralità e capacità. Per scoprire l’acqua calda è sufficiente conoscere un po’ di filosofia politica (Platone, Socrate, Aristotele, Bodin, Hobbes, Rousseau, Locke, Proudhon, Fourier, Marx, Weber, Arendt, Chomsky) e di scienza politica, senza diventare esperti, non c’è bisogno. Tutti i partiti, una volta raggiunto il potere, non deliberano scelte radicali per cambiare lo status quo ma eseguono indicazioni esterne consegnate dai loro think tank (il cosiddetto potere invisibile delle società sovranazionali e delle SpA) e per fare questo, senza che il popolo tolga loro fiducia, esiste un sistema globale di manipolazione della percezione dell’opinione pubblica (regolatori di accesso, gatekeepers), che agisce anche come strumento di controllo dell’azione politica, ma non per l’interesse generale. Tutti i partiti hanno i propri “regolatori di accesso” e le proprie “scatole nere” dove vengono prese le decisioni, tutti usano il modello del comportamentismo, poi evolutosi in altri modelli di analisi (la scelta razionale, la neo-istituzionalista e del culturalismo) ove si misurano i consumatori, le opinioni, le credenze ed i valori per assecondare con più efficacia i bisogni del mercato politico, ma non per migliorarlo secondo un approccio etico e valoriale, ma secondo un approccio di opportunità politica (il dogma è: vendere, vendere, vendere). Secondo la concezione machiavellica, la nostra società è governata da un’oligarchia SpA – corporativismo di gruppi di interesse – che si muove in maniera del tutto indisturbata poiché il popolo, che teoricamente possiede il potere supremo, è ampiamente avviluppato nel proprio nichilismo. Negli ultimi anni, nel silenzio assoluto senza che vi sia stato dibattito pubblico le nostre istituzioni e soprattutto i politici si comportano come fossimo in una democrazia rappresentativa maggioritaria, cioè il modello anglosassone, senza che il popolo sia stato informato e/o chiamato ad esprimersi, di fatto violando la Costituzione italiana. Il cosiddetto modello Westminster prevede la concentrazione del potere esecutivo in governi monopartitici, il predominio dell’esecutivo, il sistema elettorale maggioritario, il sistema bipartitico, il potere legislativo in un’assemblea monocamerale, l’assenza di ricorso a consultazioni referendarie, e flessibilità della Costituzione. Questo elenco, fa venire in mente qualcosa?

In buona sostanza nessun partito si occupa di portare avanti valori etici universali, nessuno si occupa di stimolare e incrementare la partecipazione popolare, e nessuno ha la priorità di cambiare lo status quo per favorire la nascita di una società che consenta alle persone di accedere a livelli d’istruzione e di conoscenza per tendere alla libertà e alla felicità. Fatto questo, scopriremo che non esiste un partito di sinistra in Italia, e se vogliamo spingerci oltre la sinistra, scopriremo che nessuno dei partiti presenti sulla scena politica si pone l’obiettivo di realizzare una visione nuova della società e soprattutto la visione adeguata per noi esseri umani. Ad esempio, chiunque si ponga l’obiettivo di perseguire la bioeconomia uscendo dal capitalismo è in buona sostanza un rivoluzionario, o per dirla col linguaggio dei politologici è un riformista, oppure un progressista. Rivoluzionario, riformista, progressista tutti termini usati e abusati dai giornalisti e dai politici, e che oggi sembrano aver perso senso e significato. Chi oggi porta avanti valori di cambiamento conformi a valori e idee bioeconomiche non trova un’adeguata rappresentanza perché questa rappresentanza semplicemente non esiste, il problema innanzitutto è culturale, poi è di fiducia politica. Non sono solo i partiti, che non desiderano cambiare lo status quo da cui essi traggono benefici economici e sociali, in tal senso il concetto di “casta“, tanto amato dai giornalisti, andrebbe allagato e meglio specificato perché dalla conservazione dello status quo hanno un ritorno economico soprattutto le SpA che lavorano con la pubblica amministrazione e le multinazionali. Non è difficile trovare politici “trombati” in queste SpA, come non è difficile notare che manager e banchieri siano “scesi in politica” per ricoprire ruoli istituzionali di primo piano. Tutti personaggi forgiati e formati dal pensiero dominante: neoliberismo.

Per migliorare la società e le condizioni di vita degli abitanti è necessario investire in un percorso di ampio e lungo respiro, non sarebbe ragionevole, a breve termine, investire energie in dispendiose gare elettorali, ove è accaduto il risultato è stato deludente. Una priorità è il progetto culturale perché oggi non ci sono politici con l’adeguata visione, nel senso che solo una piccolissima fetta della popolazione è consapevole delle enormi potenzialità della bioeconomia, e per questo motivo, prima di tutto, sarebbe saggio realizzare modelli sociali bioeconomici ben radicati sul territorio prima di investire in una rappresentanza politica che potrebbe far sfumare ogni aspettativa. Sotto quest’aspetto i cittadini hanno un’enorme responsabilità poiché solo la cittadinanza ha il potere di cambiare ogni cosa attraverso piani, e progetti bioeconomici e percorsi partecipativi efficaci. La sinistra nasce e rinasce in questi piani e progetti, basti ricordare l’inizio del secolo XX ove lo sviluppo dell’industrialismo creò condizioni igieniche e sociali difficili, e gli Stati sovrani programmarono politiche socialiste a favore dei ceti meno abbienti. La sinistra nacque in antitesi al capitalismo per consentire agli ultimi di migliorare le proprie condizioni di vita. In Italia, esiste oggi una rappresentanza parlamentare che abbia portato un progetto di società prosperosa (senza il capitalismo)? E’ una domanda retorica, ovviamente, non c’è e non può esserci visto che il nichilismo governa la società. Oggi la società è cambiata, è stata psico programmata, è più servile, e non c’è più l’aiuto di uno Stato sovrano, per questo motivo bisogna ripartire dal senso di comunità usando conoscenze e competenze più avanzate sia nelle tecnologie sia nelle dinamiche di squadra con l’uso di strumenti creativi e partecipativi ove ognuno può dare il proprio contributo. In questi percorsi rinasce concretamente la sinistra, ove gli “ultimi” – il cosiddetto 99% – ribaltando gli schemi si riappropriano dei mezzi (conoscenze, processi, tecnologie, risparmi, investimenti) per rigenerare parti di città, e comunità intere. Queste virtù non esistono nei partiti, non si possono trovare in quelle organizzazioni degenerate come testimoniò Berlinguer, e poiché oggi agiscono per ridurre gli spazi democratici e portare avanti altri interessi, quelli dell’1%, è necessario mobilitare gruppi, comitati e associazioni verso nuove esperienze, genuine, e libere dalle influenze dei cosiddetti uomini degli apparati di partito. A questo percorso concreto di rigenerazione sociale dovrebbero partecipare le imprese che operano nella bioeconomia poiché sono l’esempio esistente di un interesse e di una società diversa e sostenibile. In Italia, c’è un estremo bisogno dell’esempio virtuoso di Adriano Olivetti, che si replichi in ogni luogo, in ogni comunità. Ciò di cui abbiamo bisogno, possiamo costruirlo da soli e fare massa critica con gli Olivetti italiani per mettere in pratica la bioeconomia, le nuove abilità, e le conoscenze per migliorare la nostra condizione di vita.

Decrescita e lavoro

Il dibattito del lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. L’equivoco nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato un limite culturale mostruoso poiché in Italia si sono diffusi posti di schiavitù, e l’obiettivo di una società sana non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha fatto di tutto per violare i principi dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto proprio dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che va dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

Tempo fa osservavo due fenomeni rilevanti, entrambi effetto dell’ignoranza e della recessione, il primo è che noi cittadini cominciamo a parlare della cosa pubblica (fatto sicuramente positivo), ed il secondo è che crediamo di parlare di economia (fatto negativo), evitando di entrare nel merito delle argomentazioni. Durante i dibattiti pubblici che ho assistito, spesso non si parla di economia e di politiche economiche, ma di diritti (sovranità monetaria, ristrutturazione del debito, etc.). La cosa strana è che anche gli “esperti” ed i politici dicono di parlare di politiche economiche, ma nella realtà parlano di finanza (spread, interessi, etc.), o parlano di diritti (ristrutturazione del debito), nessuno parla di economia. Se volessimo capire l’economia sarebbe sufficiente leggere un testo di ecologia applicata, solo così potremmo iniziare a comprendere cosa sia l’economia, e poi osservare l’incompatibilità fra le leggi della natura e le opinioni di quella che viene chiamata economia neoclassica, un mucchio di credenze completamente avulse dalla realtà che ruota intorno a noi. E così a causa della recessione i movimenti politici che raccolgono consensi crescenti non lo fanno su una proposta di nuova società, ma sulla richiesta legittima, di rispettare i diritti o di allargarli, ma nessuno di loro mostra chiaramente come potrebbe cambiare la vita per gli esseri umani uscendo dal capitalismo grazie al cambio dei paradigmi culturali attraverso la bioeconomia, che si attua anche con un mix di strategie (organizzazione della comunità) e l’impiego delle migliori tecnologie, oggi persino a buon mercato. In questo modo si troverebbe la soluzione concreta a tre argomenti fondamentali, ma ostaggio della demagogia e della retorica: lavoro, ambiente e democrazia.

E’ il sistema capitalistico a non funzionare, pertanto la soluzione non può essere ricercata rimanendo sul medesimo piano ideologico. Syriza e Podemos propongono un controllo del debito pubblico e privato per conoscerne la natura e gli effetti negativi nei confronti dei popoli, cosa corretta ed auspicabile al più presto. La soluzione suggerita da Syriza e Podemos è il ripristino delle politiche keynesiane per sostenere il potere d’acquisto degli stipendi salariati e stimolare nuovamente i consumi, cioè si ripropone la crescita del PIL, niente di più sbagliato e poco auspicabile. Le posizioni politiche di Syriza e Podemos hanno una virtù di carattere politico e giuridico che si sostanzia nel dire: è lo Stato che deve promuovere una politica industriale e non il libero mercato, una visione socialista a mio avviso corretta ed auspicabile visto che le borse telematiche non hanno un’etica, e tanto meno perseguono un interesse generale. La visione auspicata ha un difetto non trascurabile, e cioè ignorare la storia e la natura profonda della crisi insita proprio nel sistema capitalistico che impedisce lo sviluppo umano, ed i programmi di Syriza e Podemos hanno il difetto culturale di restare nel piano ideologico obsoleto mostrando un limite di penetrazione storica, poiché le politiche keynesiane hanno  avviato la distruzione degli ecosistemi promuovendo l’illusione psicologica che la felicità sia insita in un posto di schiavitù, basti pensare all’industria di Stato che ha investito in modelli che hanno generato morte e distruzione, basti pensare agli investimenti bellici, ed altro ancora. L’Ottocento ed il Novecento mostrano i limiti sia delle politiche di Stato che le politiche liberiste, poiché sono la faccia della stessa medaglia, appartengono entrambe all’economia neoclassica che ignora l’entropia, e non bisogna commettere l’ingenuità e l’arroganza, speculando anche sulle difficoltà umane, di credere che se ripristiniamo le politiche keynesiane tutto migliorerà, ma è la storia a dire loro che stanno sbagliando, e non sotto il profilo giuridico, assolutamente condivisibile, poiché è evidente che lo Stato debba tornare ad avere un ruolo primario, ma sotto il profilo tecnico: non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili, e bisogna smetterla di formare schiavi e consumatori. E’ necessario compiere un’evoluzione tesa a riconoscere che solo la bioeconomia può programmare un piano di sostenibilità, uscendo dalla religione capitalistica e dell’inutile crescita del PIL. Le difficoltà dei popoli si risolvono col dialogo e dando loro strumenti semplici ed efficaci prendendosi cura dei propri territori, in quest’ottica del riuso, del recupero esiste un indotto lavorativo immenso. Non solo lo Stato deve riprendersi il suo ruolo, ma deve compiere un’evoluzione culturale rispettando i diritti e promuovendo attività biocompatibili coi limiti delle risorse finite, e scollegando tutti i consumatori dal mondo virtuale dei consumi compulsivi, per mostrare la bellezza della vita e del mondo. Riappropriandosi del controllo della moneta, a credito e non più a debito, è necessario che lo Stato ed i parlamenti vietino i sistemi fiscali occulti, i paradisi fiscali e quant’altro, e siano coerenti con l’etica, la tutela della salute umana e dell’ambiente e si cominci a conservare e tutelare il territorio, rendere l’istruzione libera dai dogmi obsoleti e indirizzare la ricerca verso l’utilità sociale uscendo dal mero profitto. Non si tratta di uscire o entrare nell’euro, si tratta di cambiare la natura giuridica della moneta, e trasformarla in uno strumento di credito, un mero strumento di misura degli scambi, liberandola dalla truffa dello scambio coi Titoli garantiti da un ambiente immorale come quello delle borse telematiche e delle agenzie di rating, in pieno conflitto di interessi. Ci vuole un periodo di transizione per uscire dalla finanza virtuale, approdare nell’economia reale ed entrare nella bioeconomia. Riequilibrare le transazioni accertandone la veridicità giuridica, saldare gli scambi reali e far partire l’economia reale condizionata dalle leggi della natura.

Abbiamo già assistito agli effetti negativi e degenerativi del populismo consapevole ed inconsapevole: aumento dell’apatia dei cittadini e rischio della tenuta sociale di un Paese lasciato allo sbando, facile preda del caos e dei regimi autoritari, e questo può accadere per il doppio effetto sia dell’implosione del sistema capitalistico e sia per l’immaturità e l’irresponsabilità di chi si propone sulla scena politica, ma è incapace di governare i periodi di recessione ed è incapace di avviare una transizione culturale, politica ed economica.

Se da un lato si compie una lotta politica per ripristinare diritti fondamentali, sarebbe altrettanto responsabile ed auspicabile che si presenti una visione sostenibile della società (ed ecco la politica economica), affinché i cittadini possano attivarsi in tal senso e costruire una comunità veramente libera. Una volta che gli Stati si riprenderanno le proprie sovranità in una vera comunità europea, sarà determinante divulgare la visione bioeconomica della società (politica economica). Le imprese, da sole, avranno interesse nell’assumere nuovi occupati impiegati in attività virtuose, poiché è la ricerca e la creatività umana che inventano il lavoro, è l’immaginazione dei progettisti che stimola nuova occupazione, e non i politici che dovrebbero servire e non essere asserviti. I cittadini consapevoli possono investire nell’immaginazione del design e iniziare a prendersi quella parte di responsabilità avviando il cambiamento della società, senza attendere soluzioni che non possono venire dall’inerzia di un corpo incancrenito: l’obsoleta rappresentanza politica. In fin dei conti, è sufficiente capire come funzionano le istituzioni bancarie ed orientare il credito verso progetti sostenibili. Il primo passo è la coordinazione delle azioni, la condivisione dei valori, in sostanza ricostruire il senso di comunità e dialogare intorno a progetti utili all’evoluzione umana riscoprendo la bellezza. In questa visione Syriza e Podemos potrebbero tornare utili se hanno l’umiltà di conoscere ed assecondare una visione politica evolutiva che sostituisce il capitalismo con la bioeconomia. Leggendo i loro programmi citano la “conversione ecologica”, ma la loro comunicazione è priva di soluzioni coerenti con lo slogan, forse dovrebbero indagare e scoprire che la “conversione ecologica” nasce con la bioeconomia di Georgescu-Roegen, così come la decrescita felice. Buona parte della loro comunicazione è concentrata sulla denuncia e la richiesta di una legittima moratoria sul debito, quando queste richieste saranno accolte sarà necessario occuparsi della qualità della vita, e far crescere il PIL non sarà utile, come ricorda egregiamente un discorso di Bob Kennedy del 1968.

Uno dei condizionamenti più paralizzanti di questa recessione, o crisi, come la volete chiamare, è senza dubbio la granitica credenza verso istituzioni obsolete come le organizzazioni sovranazionali, le banche ed i soldi. La radice del problema è di natura psicologica, è l’estrema fiducia e reverenza nei confronti di questi organismi incancreniti, e quindi è la nostra struttura mentale a favorire lo status quo, un dogma religioso e timoroso verso il mito, e il Dio danaro. La storia dell’umanità non è fatta di queste istituzioni moderne poiché i popoli non hanno mai avuto questa convinzione, cioè aver timore e rispetto del Dio danaro, la ricchezza si misurava nel saper fare e dall’economia reale. Gli scambi commerciali si sviluppavano nella ricerca e nella distribuzione delle risorse, nella costruzione di città e villaggi, nella capacità di auto produrre e commerciare a breve distanza, fiere e mercati servivano a scambiare le proprie merci e spesso lo strumento di misura era la fiducia, e le convenzioni che di volta in volta si stabilivano, come il baratto, oppure le monete. Buona parte dei popoli trovavano sconveniente l’uso delle monete e la vita degli individui ruotava sulle proprie capacità di costruire, coltivare, tessere, lavorare il legno, il ferro etc. Persino i feudi e le città Stato riuscivano a vivere grazie alle capacità dei sui abitanti nel dissodare e fertilizzare i terreni, e costruire gli edifici, queste conoscenze e capacità erano la ricchezza delle comunità, fra l’impero romano, il medioevo ed il rinascimento l’umanità è stata in grado di costruire le più straordinarie architetture, e tutt’oggi sono ammirate per l’immensa bellezza. Le tasse erano molto basse e soprattutto erano commisurate alla capacità del reddito. Dai sumeri ai popoli aztechi, passando per gli egizi, poi l’impero romano fino ad arrivare al XVI secolo, l’umanità ha vissuto senza il capitalismo. Tutto cominciò con la nascita delle banche, con l’invenzione dei primi titoli di debito e di credito, e l’arbitrio truffaldino di compagnie e banche che dichiaravano di possedere determinate riserve auree utili a finanziare guerre, e tali eventi servivano ai sovrani per espandere i propri interessi, reperire risorse e valori. Tutto il capitalismo moderno nasce su questi presupposti cioè i crimini monetari, alias l’invenzione della ricchezza dal nulla millantando di possedere determinate riserve, e far circolare più moneta rispetto alle riserve stesse. Il capitalismo moderno riesce persino, nel suo intento più maligno, costruire una propria immagine credibile forgiata sulla teoria della domanda e dell’offerta, la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” facendo credere di essere una scienza esatta, nonostante sia in sostanza una credenza, una scienza sociale con tutti gli evidenti limiti di un’opinione che ignora la vera scienza: la fisica e la biologia. L’umanità per tanti secoli ha basato la propria esistenza sulla fotosintesi clorofilliana e lo sviluppo della meditazione, tutto cambiò con l’inizio dell’epoca industriale e la produzione di massa di merci inutili. Questa truffa, cioè l’economia neoclassica, nel 1971, con la fine del gold standard si è evoluta, liberando la matematica finanziaria e telematica dal proprio limite – l’equivalente contro valore in oro, cioè il kg – così da consentire agli operatori finanziari delle borse telematiche di distribuire le risorse monetarie delle proprie scommesse a seconda dei capricci e degli interessi dell’élite finanziaria e delle più influenti corporations. Questi truffatori contemporanei hanno il potere di far apparire e scomparire moneta elettronica creata dal nulla, ovunque lo desiderano e nei cosiddetti paradisi fiscali.

Se è vero che i fattori della produzione: capitale, lavoro e natura sono determinanti per trasformare le risorse in merci, è altrettanto vero che di questi fattori solo la natura ha un limite ben preciso, e questo aspetto è palesemente ignorato dall’economia neoclassica e dalle borse telematiche, che operano in maniera illogica ed immorale. Se intacchi in maniera irreversibile il capitale naturale non rinnovabile è ovvio che la produzione si arresta. Questo limite è notorio, ma a politici, corporations e istituzioni bancarie non interessa affatto, poiché questo limite è un ostacolo al loro tornaconto dell’avidità, e quindi hanno sviluppato un insieme di elementi necessari a nascondere questa ovvietà, e far regredire mentalmente le masse fino allo stato infantile, affinché buona parte dei popoli non si interessi di questo argomento, e l’hanno fatto con tutti i mezzi di manipolazione e persuasione più efficaci: scuola, università, televisione, pubblicità, lavoro, incentivi e premi. Lo stesso indicatore della crescita, il PIL, è funzionale al tornaconto delle corporations, e di quella categoria di burattini senz’anima, chiamati politici, che hanno saputo costruire persino un sistema selettivo dei cialtroni, la casta, ove una volta entrati nel circo, questi burattini possano essere ben retribuiti dal cosiddetto sistema affinché tutto rimanga immutato, la chiamano democrazia rappresentativa.

Se riconosciamo che la ricchezza è insita nella conoscenza, ed oggi questa è maggiormente distribuita rispetto ai secoli precedenti, allora possiamo focalizzare ove sia il nostro limite: la paura. La paura di mettere in discussione una società profondamente immorale e stupida, la paura di realizzare la nostra libertà cominciando a costruire la civiltà della sostenibilità. Per secoli i danari sono stati creati dal nulla, anche quando si faceva credere che ci fosse il limite dell’oro, ed oggi le amenità dell’economia neoclassica condite con la matematica finanziaria sono quelle maschere del potere, che si ripetono ossessivamente in tutti i media, a tutte le ore, poiché gli esseri umani non devono ricordare che la vita su questo pianeta dipende dalla fotosintesi clorofilliana, le persone non devono ricordare che l’energia è gratis, e non devono sapere che attraverso il proprio lavoro possono investire tempo e danari per diventare auto sufficienti.

E’ vero che le attuali istituzioni sono obsolete e dannose, ma possiamo concentrare conoscenze e risparmi in progetti sostenibili ed efficaci, se noi fossimo una vera comunità, non avremmo limiti alla nostra immaginazione e capacità creativa, ma la paura è un nostro limite che possiamo rimuovere, se lo desideriamo. Ad esempio, alcune amministrazioni locali europee hanno pianificato la rigenerazione di una parte dei propri tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita, per sostituirli con quartieri autosufficienti, e stanno favorendo i mercati agricoli locali per auto produzioni di cibo, inoltre stanno sviluppando una certa autarchia economica, ciò significa che di fronte ad una crisi energetica e/o dei mercati le comunità possiedono una certa resilienza, che consente loro di non rimanere colpiti dalle prossime crisi e/o recessioni. Vi raccomando non fatelo sapere in giro, perché il problema sono i soldi!!! Quelli che la finanza crea dal nulla per mantenere alta la corruzione e le guerre  per l’energia degli idrocarburi. E’ altrettanto ovvio che se lo Stato tornasse ad essere sovrano …

La via per l’evoluzione

Una città come Salerno non può permettersi il lusso di attendere un cambiamento calato dal cielo, e tanto meno può permettersi un nuovo “messia” che faccia il proprio tornaconto personale. Gli ultimi vent’anni hanno mostrato e credo dimostrato che il male di Salerno, come spesso accade quando la democrazia sparisce, è rappresentato dall’apatia dei cittadini nei confronti della polis. La maggioranza dei cittadini ha sviluppato una ceca fiducia nella delega a dir poco sconveniente e patologica, poiché quando i cittadini rinunciano alla partecipazione e si affidano al singolo accade che emergano regimi feudali, autoritari, favoritismi di ogni genere, corruttele, clientele, sprechi, malversazioni e danni ai servizi pubblici. E’ del tutto difficile, forse è impossibile, trovare un cittadino che sappia esprimere in maniera precisa, chiara ed esaustiva un giudizio politico amministrativo nei confronti del proprio Sindaco che risponda al vero, nel senso obiettivo del giudizio, quello che si può costruire solo leggendo gli atti della pubblica amministrazione, i bilanci del Comune e l’organizzazione della città rispetto ai principi della Costituzione italiana e all’etica politica. A dire il vero è difficile per qualsiasi cittadino italiano nei confronti del proprio amministratore politico, poiché negli ultimi trent’anni è accresciuta la patologia del nichilismo italiano e la regressione culturale degli individui; pertanto Salerno non è immune, anzi il livello di apatia politica forse è maggiore rispetto ad altri territori.

andamento_spese_cultura_Com_Saleno

Per la cultura, biblioteche e musei il Comune spende €0

Negli ultimi vent’anni i salernitani hanno preferito delegare il destino della città all’uomo che più li ha rappresentati, e quest’aspetto ha le sue radici nella storia della città che per quarant’anni è stata male amministrata, e nell’assenza di un’alternativa politica più valida. L’affermazione più diffusa è “meglio Salerno com’è oggi rispetto agli anni precedenti” (ci si riferisce agli anni della DC). Come dare torto a tale convincimento? L’artificio mediatico che ha consolidato un dominio assoluto è fondato sull’immagine e sulla comunicazione ossessiva e pervasiva di una visione politica, indipendentemente se fosse vera o meno, se fosse giusta o meno per i cittadini. Vent’anni senza alcun contraddittorio e con i media a proprio favore, in questo modo si convince qualsiasi cittadino distratto, poco accorto alla cosa pubblica e per nulla partecipe. Un aiuto importante e indiretto, è fornito dall’inconsapevolezza diffusa circa la reale provenienza della visione politica, poi edulcorata, e poi sconfessata e contraddetta dallo stesso “messia”. Una verità storica circa il ciclo ventennale del periodo che si chiude può emergere solo dagli atti della pubblica amministrazione, e dai comportamenti dei protagonisti di un periodo storico determinante, quello che parte dagli anni 70 fino agli anni ’90, poiché è in quel periodo che la Sinistra costruisce la visione politica della città futura, e quella visione sarà premiata dai cittadini. Buona parte di questa verità non è stata comunicata alla cittadinanza e la responsabilità è anche dei protagonisti del mondo culturale politico e professionistico che non ha saputo raccontare quel periodo.

bilancio_comune_Salerno_01

Non esiste altra strada per migliorare la qualità della vita se non quella dell’educazione civica e politica dei cittadini. Spetta alle persone sensibili avviare un percorso genuino che sviluppi conoscenze e sperimentazioni democratiche volte a informare e formare le persone al fine di avviare quel processo democratico che manca, e senza non sarebbe possibile sviluppare una comunità più civica e consapevole delle opportunità virtuose che il territorio può cogliere.

Una nuova visione politica si può costruire con i processi partecipativi e con una corretta selezione dei propri dipendenti eletti che prevede, per la prima volta a Salerno, il far prevale il bene  comune rispetto agli interessi privati, sarebbe un’evoluzione sociale che i cittadini meritano, ma è un’evoluzione dal basso, cioè sono i cittadini stessi che dovrebbero rinunciare alla propria avidità, ed all’invidia sociale di prevaricare gli altri, imparando per la prima volta a giudicare rispetto al merito con altruismo, per sostenere una visione politica forgiata dalla bioeconomia introducendo così valori finora mai messi in pratica.

Bisogna ammettere che in questi giorni abbiamo nuovi ed importanti sostenitori del cambiamento, persino il premier italiano torna a fare battute da cabaret, anziché prendersi la responsabilità delle proprie azioni di governo, e così il 7 febbraio 2014 Renzi dichiara: «io credo che siamo a un passo da un 2015 in cui l’Italia riprenderà a crescere. Ci sono tanti teorici della decrescita felice. Io ho visto gli ultimi 3 anni in Italia. Direi che come decrescita felice ci è bastato», ha proseguito Renzi, rilevando che: «c’e’ stata molta decrescita e poca felicità» (IlSole24ore radiocor). Nel suo modo di comunicare Renzi compie almeno due danni; ma quello più sostanziale è che vorrebbe far credere che la crisi sia colpa della decrescita felice e dei suoi sostenitori, un’operazione mediatica quasi da trattamento sanitario obbligatorio, poiché è lui che governa il Paese. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. L’Italia è l’unico paese che negli ultimi trent’anni ha sottovalutato la contrazione dei principali centri urbani, semplicemente ignorandola nonostante fosse state osservata già negli anni ’70, e tale inerzia politica ha consentito un peggioramento della qualità vita per inseguire un’ideologia, il neoliberismo, che stava distruggendo ecosistemi ed identità culturali. La maggioranza delle città costruite dal dopo guerra in poi, non sono le città dell’urbanistica, ma sono le città del capitalismo. Tutto ciò è noto e mentre l’implosione del capitalismo genera opportunità per ricostruire e ripensare le città, finalmente progettandole con gli abitanti e per gli abitanti, l’Italia è l’unico Paese che sta ignorando questa opportunità poiché non ha una politica urbana adeguata, e non ha strumenti giuridici ad hoc per farlo, e questo il comico Renzi o non lo sa, oppure se lo sa: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» Ciò che ha partorito il Governo Renzi sul governo territorio, è la proposta indecente del suo Ministro Lupi.

Osservazioni: I termini crescita e decrescita non hanno accezioni positive o negative in se; ad esempio è sufficiente osservare che la crescita di una malattia non è un fatto positivo ma negativo, la decrescita della malattia è positiva. In ambito politico economico la crescita del PIL non è un fatto positivo in se, com’è noto. Il termine decrescita non è sostituibile poiché viene usato negli anni ’60-’70 in ambito economico in opposizione alla crescita del PIL; non esiste altro termine migliore per qualificare la critica del PIL, che per l’appunto decrescita del PIL. La questione comunicativa che alcuni fanno notare è figlia del fatto che si confonde facilmente la crescita col miglioramento, mentre in ambiti divulgativi sinceri, la questione della decrescita selettiva del PIL trova un’ampia gamma di vocaboli che declinano gli effetti virtuosi del cambio dei paradigmi culturali; il più popolare è sostenibilità (non l’ossimoro sviluppo sostenibile), poi resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità, poi altri ancora ma più tecnici come conversione ecologica e bioeconomia. Con estrema onestà intellettuale, tutti questi obiettivi – sostenibilità, resilienza, rigenerazione, transizione, prosperità – per essere perseguiti, necessariamente, partono dal cambio di paradigma, che concretamente si attua solo attraverso un periodo tecnicamente denominato decrescita selettiva del PIL, poi adeguato in decrescita felice. Chiunque interpreti male il senso del termine, in buona fede o in cattiva fede, nella realtà comunicativa e percettiva non compie un vero danno, poiché non sta dicendo la verità del suo messaggio (decrescita selettiva del PIL), e volontariamente o involontariamente aiuta a far emergere comunque una verità insita nella decrescita stessa, già rilevata circa trent’anni fa, ma tenuta nascosta: bisogna uscire dal capitalismo applicando la bioeconomia. Rispetto agli anni ’60 quando si svilupparono aspre critiche al modello di sviluppo capitalista non c’erano tutte le ricerche e le pubblicazioni culturali inerenti alla decrescita, provenienti da tutto il mondo, come le abbiamo oggi, non c’erano le tecnologie della decrescita e gli strumenti di misura ampiamente in uso in diversi ambiti. E’ solo una questione di tempo e di volontà politica; non bisogna crearsi paure che non hanno motivo di esistere. Se la crescita del PIL non dimostra un miglioramento, perché tutti partiti sostengono la crescita del PIL? Perché con la crescita del PIL aumenta il gettito fiscale che viene gestito da tutti partiti, i quali possono distribuirlo dando priorità al proprio tornaconto, se diminuisce il PIL diminuisce anche il budget del loro tornaconto. Ma le tasse non servono a mantenere i servizi pubblici? Certo, ma all’interno di una società con un nuovo paradigma e con una forma di Governo federale tendente all’autogestione e la democrazia partecipava i cittadini ed i parititi dovrebbero preoccuparsi della felicità, e potrebbero co-decidere come destinare le risorse, riducendo e proporzionando correttamente le tasse e la funzione stessa dei partiti, privilegiando l’interesse generale.

Lettera aperta a Concita De Gregorio,

innanzitutto La ringrazio per avere il coraggio di condurre trasmissioni televisive che parlano di libri, in Italia come Lei converrà noi cittadini leggiamo poco e questa scarsa sensibilità è probabilmente la principale causa della nostra crisi, che prima di tutto è la crisi di un paradigma culturale dominante abbastanza obsoleto e dannoso.

Nella puntata di Pane quotidiano del 4 febbraio 2015, ove Lei ospita Naomi Klein per discutere del suo libro, Una rivoluzione ci salverà – Perché il capitalismo non è sostenibile, ha ritenuto, legittimamente, di lasciare intendere che la cosiddetta decrescita felice non sarebbe desiderabile.

Chi le scrive è socio dell’Associazione di promozione sociale che si chiama proprio Movimento per la Decrescita Felice. Lei è una giornalista fin troppo attenta per non sapere quale sia il senso del termine decrescita adoperato in ambito economico, e sorto in antitesi al termine crescita, con l’esplicito riferimento al prodotto interno lordo (PIL), e quindi non penso le sarà sfuggito che nel dibattito economico si parla di crescita del PIL e/o decrescita del PIL. Come lei sa bene, Bob Kennedy, nel 1968 sostenuto dalle tesi economiche di Galbraith fece quel celeberrimo e stupendo discorso di critica sul PIL, poiché dal suo valore monetario non è possibile capire se siamo degni di vivere correttamente la nostra vita. Il PIL è un indicatore quantitativo e non qualitativo.

Intuisco che per l’opinione pubblica e per questioni di “marketing”, quindi non di merito, il termine decrescita nell’immaginario collettivo, non suscita pensieri positivi, ma poiché Lei parla a milioni di italiani ed è sempre attenta a come e cosa comunica, Le vorrei chiedere di specificare il senso del termine decrescita adoperato in campo economico.  Se oggi siamo in grado di confutare e comprendere che il capitalismo sia sbagliato o meno, è grazie agli studi di economisti, matematici, biologici e filosofi che preconizzarono questo momento di crisi con estrema precisione. Fra questi Nicholas Georgescu-Roegen riuscì a dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, poiché la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” ignorano l’entropia, e Georgescu-Roegen propose una nuova “funzione della produzione” basata sul modello di flussi di energia e di materia. Da molti anni, grazie ai contributi di Keynes, Marshall, Schumpeter, Daly e Georgescu-Roegen sappiamo perché il capitalismo sia insostenibile, e soprattutto abbiamo le teorie alternative per uscirne ed entrare in un sistema economico equilibrato. Il sistema passa necessariamente attraverso un periodo di transizione chiamato “decrescita felice”, tecnicamente è la decrescita selettiva del PIL, cioè la riduzione e cancellazione di sprechi e merci inutili, che ci aiuta a migliorare la qualità della vita, perciò la decrescita è felice, poiché ci consente di decolonizzare l’immaginario collettivo dall’idea errata che la crescita del PIL coincida col benessere, e di avviare un reale sviluppo umano grazie al modello suggerito dalla bioeconomia ideata da Georgescu-Roegen.

Credo che Lei sia una giornalista critica su questo capitalismo, e pertanto Le chiedo di evitare di creare equivoci e/o disinformare i suoi ascoltatori, poiché i soci del Movimento per la Decrescita Felice come Lei immagina non conducono affatto uno stile di vita «penitenziale, un pò monastico per sottrazione», ma al contrario il nostro stile di vita ci consente di sviluppare nuove abilità, e di usarne di nuove per applicare quella riduzione selettiva del PIL prevista dalla bioeconomia, ideata da Georgescu-Roegen. Solo applicando la bioeconomia è possibile tendere ad obiettivi di sostenibilità che il capitalismo non può contemplare, come ormai dovrebbe essere ovvio per chiunque intenda indagare le ragioni profonde della nostra crisi. Ad esempio, la decrescita felice prevede l’uso di tecnologie più avanzate per cancellare gli sprechi energetici degli edifici arrivati a fine ciclo vita; prevede l’impiego della cosiddetta agricoltura sinergica attenta alle leggi della natura; prevede il riciclo totale e la progetttazione con regole di eco-design; prevede le auto produzioni di beni realizzati in casa propria o nei circoli MDF sviluppando abilità in gruppo, e distribuendo conoscenze “gelosamente” conservate dalle multinazionali, ma una volta patrimonio di un saper fare di moltissimi italiani; prevede la ricostruzione di comunità capaci di sviluppare relazioni al di fuori delle logiche mercantili; e si spinge fino alla rigenerazione delle città attraverso nuove forme di governo del territorio, e così via. L’insieme di tutte queste conoscenze, filosofie politiche, applicazioni, pensi un pò, sarebbero persino la soluzione di tre temi e problemi che affligono il nostro amato Paese da decenni: lavoro, ambiente e democrazia. Se Lei in televisione, parlando  a milioni di italiani, lascia intendere, sbagliando, che la decrescita felice preferisce stili di vita «penitenziali, un pò monastici per sottrazione» non fa informazione, e non ci aiuta a cambiare un paradigma culturale ormai dannoso, anzi lo rafforza.

Per fortuna, la decrescita felice è sempre più popolare e affascina accademici, cittadini, e imprese che stanno anticipando e realizzando l’epoca che verrà (Una strategia per una bioeconomia sostenibile in Europa), e speriamo sia sinceramente sostenibile grazie alla transizione chiamata proprio “decrescita felice”. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.517 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: