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L’anno scorso mi ero espresso così: “Vota stomaco” e abusivismo edilizio, per definire i politicanti criminali che compiono scelte contro la Costituzione, contro le leggi e contro la sicurezza. Oggi la maggioranza parlamentare composta da razzisti e grullini, si mostra nuovamente per quello che è, una accozzaglia di spregiudicati ignoranti, incapaci di applicare la Costituzione ma favorevoli al cinico calcolo elettoralistico, favorendo l’introduzione di norme che adottano l’ennesimo condono edilizio, una volgarità assoluta contra legem. La demagogia del cambiamento è l’ennesimo imbroglio contro la legalità, contro gli onesti che hanno costruito un alloggio rispettando le regole. Solo un manipolo di dilettanti e cialtroni poteva pensare di scrivere norme che creano favoritismi, e futuri ricorsi per la confusione insita nelle norme stesse, e dalle interpretazioni paralizzanti di azzeccagarbugli e imbroglioni. Nell’intenzione di voler accelerare le procedure nelle zone terremotate, la maggioranza parlamentare favorisce l’illegalità e viola la Costituzione, oltre che le leggi sull’abusivismo. Questo accade tutte le volte che imbroglioni e/o incompetenti si inventano politici dall’oggi al domani. La firma dell’emendamento (DL 55/2018) e del DDL 435 è dei senatori di Forza Italia: Mallegni, Picchetto Fratin, De Siano, Malan, Gasparri, Modena, Pagano, Cangini, Gallone, Rizzotti, Fazzone, e con relatore della Commissione il sen. Stefano Patuanelli, del M5S. Il disegno di legge prevede di condonare gli abusi realizzati prima del terremoto, e che non superano il 5% della superficie, dell’altezza e della cubatura. L’articolo 39 legge della 724/94 richiamato nell’emendamento, consente una sanatoria non superiore al 30% della volumetria esistente, e l’opportunità di sanare nuove costruzioni che non superano i 750 mc. L’emendamento a firma di Forza Italia, per ora precluso, vorrebbe sanare gli interventi realizzati senza il permesso di costruire o in difformità da esso, cioè pretende di sanare un reato penale, ma l’emendamento della Lega (prima firma Arrigoni, poi Briziarelli, Pazzaglinsi, Bagnai, Fusco, Tesei, Bonfrisco, Rivolta, Vallardi, Borghesi, Tosato) approvato si ispira ai condoni precedenti, e prevede la possibilità della domanda di sanatoria edilizia per gli edifici abusivi costruiti prima del sisma (l’emendamento si rifà alla legge 47/85 che prevede la sanatoria di opere costruite senza concessione edilizia, proprio come l’emendamento precluso scritto da Forza Italia, e si rifà anche all’art. 39 della legge 724/94), e delega tutto ciò al tecnico che assevera l’idoneità statica dell’edificio costruito contra legem. La sanatoria coinvolge anche le aree sottoposte a vincolo paesaggistico, entro il 2% delle superfici. Il provvedimento è in continuità col Governo precedente, attraverso il famigerato DDL Falanga. Per la precisione è lo stesso Commissario di Governo alla ricostruzione, De Micheli, che ammette l’immoralità del provvedimento: «ci sarà sempre qualcuno che storcerà la bocca, è normale. Una regolarizzazione ce la saremmo evitata. Ma di fronte alla prospettiva di non poter ricostruire il 90 per cento delle case distrutte dal sisma, forse possiamo sacrificare un pezzetto delle nostre ideologie. Comunque è chiaro che il problema delle difformità gravi c’è…».

L’Ordine dei geologici riporta quanto stabilito dalla Cassazione: “l’abuso edilizio in zona sismica che compromette la stabilità di un edificio va abbattuto anche se è stato oggetto di condono”. Ovviamente il provvedimento ha allarmato anche l’Istituto Nazionale di Urbanistica, che riporta l’articolo di Sergio Rizzo.

condono edilizio Lega-M5S

Nella nostra legislazione esiste un’ampia gamma di illeciti e  reati (inosservanza delle norme, assenza del permesso di costruire, difformità, variazioni essenziali, lottizzazione abusiva, interventi in zone vincolate) in campo urbanistico ed edilizio, si tratta di sanzioni amministrative (ammenda) e reati che prevedono anche la reclusione su condotte non consentite dalle norme (arresto fino a due anni). L’oggetto dei reati urbanistici sono il rispetto formale degli strumenti urbanistici e l’ordinato sviluppo del territorio. Nel diritto amministrativo e urbanistico il tema è il diritto dell’Amministrazione di governare l’assetto del territorio comunale reprimendo gli illeciti edilizi, e facendo rispettare la normativa e le prescrizioni, attuando un controllo preventivo mirato a tutelare il territorio.

Le norme contemplano anche il potere-dovere di vigilanza (art. 27, comma 1 T.U. 380/2001) delle nostre istituzioni (Sindaco e uffici, art. 31 T.U. 380/2001) e l’obbligo di applicare le sanzioni (l’ingiunzione a demolire), mentre oggi ci ritroviamo con le istituzioni politiche che propongono di venire meno ai propri obblighi suggerendo l’ennesimo condono a danno della collettività.

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Le recenti cronache giudiziarie romane, ancora una volta mostrano un modello classico della speculazione. Se sono stati commessi reati, sarà la magistratura ad accertarlo. L’attenzione dei cittadini dovrebbe concentrarsi sul governo del territorio e sull’interesse generale che gli amministratori pubblici devono perseguire. Questo caso dovrebbe insegnare ai cittadini che la scelta politica di non applicare l’interesse generale, e di favorire l’interesse dei privati, andando contro il proprio PRG e la legge urbanistica, ricorda il vecchio conflitto politico-culturale sull’urbanistica, conflitto vinto dai liberali. La vicenda fa emergere come l’imprenditoria privata si lega al potere. Cronache giudiziarie mostrano che il costruttore Parnasi pagava la Lega, e il M5S una volta al governo della città veniva “avvicinato” dagli imprenditori. La cronaca sembra mostrare che non c’è indipendenza del ceto politico, ma il solito asservimento anche in violazione delle leggi. Il caso è da manuale, ed è in replica in quasi tutti i capoluoghi di provincia e regione, ove speculatori privati annunciano di voler costruire un nuovo stadio, o ristrutturare quello esistente, ma in realtà è un’operazione immobiliare per sfruttare la notissima rendita. Questi progetti, com’è il caso romano, o pretendono una deroga alle norme, o devono rimettere in discussione il piano urbanistico. Nella consuetudine italiana, queste operazioni sono continuamente sostenute dal ceto politico peggiore d’Italia, e cioè Sindaci e Consiglieri, totalmente privo di cultura urbanistica e architettonica. Questi Sindaci e Consiglieri sono solo meri esecutori degli interessi privati, che nel nostro Paese significa neoliberismo e aumento delle disuguaglianze. Da circa 60 anni la maggioranza degli amministratori locali ha favorito rendite, e distrutto il territorio, ed oggi continua a farlo col sostegno elettorale. L’urbanistica non nacque per creare profitti ma per ridurre le disuguaglianze, risolvere problemi ambientali e costruire servizi e diritti per tutti i cittadini.

Enzo Scandurra: La «questione stadio» nasce quando l’ultimo governo Berlusconi lancia un disegno di legge che considera «urgente e indifferibile» costruire nuovi stadi. Ma è un cavallo di Troia, perché autorizza intorno agli stadi la costruzione di vere e proprie new town.

Il tutto in barba alla tutela del paesaggio: per velocizzare «le necessarie varianti urbanistiche e commerciali» le garanzie di legge venivano annullate mediante il teatrino di una conferenza dei servizi e la «dichiarazione di pubblica utilità e indifferibilità e urgenza delle opere».

Quella norma non fu mai approvata come legge autonoma, ma venne riversata con un colpo di mano dal governo Letta nel comma 304 della legge di stabilità 2014: è su questa base che le procedure per lo stadio furono avviate, e la giunta Marino le dichiarò di pubblica utilità e urgenza: lo sport come cavallo di Troia per rilanciare la cementificazione del paesaggio.

stadio Roma arresti e corruzione

Miserabili

schiavitù mondiale 2017

Fonte: indice della schiavitù globale.

Il tema dei migranti è argomento di speculazione dei politicanti, che si dividono fra razzisti e borghesia imprenditoriale. I razzisti, banalmente, hanno un loro partito, e come accadeva nei secoli scorsi sfruttano i problemi sociali della mancata integrazione, facendo leva sull’intolleranza delle persone per raccogliere consensi elettorali. Le imprese richiedono l’ingresso di un esercito di riserva, nuova merce da sfruttare. In Europa, cosa che quasi nessuno dice, esiste la schiavitù, ed è stimata in 1,2 milioni di individui, e di questa cifra, in Italia si stima che ci siano 129.600 schiavi. I dati sulla schiavitù nel mondo offrono numeri molti più inquietanti, perché secondo l’Unicef esistono 150 milioni di bambini da liberare, mentre per Globalslaveryindex sono 40,3 milioni gli schiavi adulti.

La tratta degli schiavi ha diverse sfumature e complicazioni perché è difficile l’identificazione, mentre è più chiara l’origine dei flussi, come Romania, Bulgaria, Lituania e Slovacchia, e poi Nigeria, Eritrea, Guinea, Costo d’Avorio, Gambia, Senegal, Cina e Brasile. Questa schiavitù si caratterizza per lo sfruttamento sessuale, e per impieghi con lavori forzati legati all’agricoltura, silvicoltura, pesca, edilizia, ristorazione, industria tessile, lavoro domestico e altri settori. Le vittime principali di questa tratta sono donne e bambini, e se fino al 2015 quasi il 70% dei migranti era costituito da uomini, l’anno successivo quasi il 60% erano donne e bambini. Nonostante i Paesi europei abbiano firmato impegni per contrastare la schiavitù moderna, ad oggi questo fenomeno non è affatto diminuito. Com’è altrettanto noto, le recenti crisi nel 2015 innescate dai conflitti in medio-Oriente (Siria, Afganistan, Iraq) hanno provocato migrazioni di massa verso l’Europa. In un Rapporto del 2017 si spiega perché le persone sono spinte a migrare e attraversare il mediterraneo.

Ecco il paradosso sociale e politico. In Europa e in Italia esiste la schiavitù, e quindi non esiste una piena integrazione ma una realtà sociale complessa e contraddittoria. Ad esempio, negli altri Paesi esiste una diversa integrazione sociale attraverso le attività. Dipende degli interessi e dall’immagine, esiste il caso dello sport in Francia, Inghilterra, Germania, oppure lo sfruttamento col modello gig economy per un’efficace ingresso del mercato del lavoro (caso tedesco e inglese). Contemporaneamente esiste sia lo sfruttamento degli immigrati regolari e irregolari, perché fanno comodo quando sono impiegati dalle imprese per ridurre i costi, dalla logistica all’agricoltura e sia la propaganda dell’integrazione sportiva. A partire dal secondo dopo guerra, questo processo di integrazione sociale nella società occidentale moderna ha avuto molte contraddizioni, e non si è ispirata affatto all’integrazione sociale che inventò l’impero romano, ove al potere riuscì a sedere chiunque. Gli immigrati salariati sanno di essere sfruttati, e dove questi si concentrano vivono anche in condizioni ignobili. Imprese e ceto politico utilizzano questo disagio in tutti i modi: il degrado sociale è utilizzato come mercato politico sia per guadagnare dalla gestione delle emergenze e sia come forma di controllo politico sul territorio. Non è un caso che questo consenso politico abbia favorito razzismo e soggetti politici di destra, un esempio clamoroso sono i programmi televisivi dei network privati, studiati per rappresentare i disagi nelle periferie delle città e alimentare odio e razzismo fra i poveri. L’integrazione non avrebbe favorito i partiti di destra. La scelta politica di attuare politiche neoliberiste, con l’austerità, ha favorito i disagi sociali nelle periferie italiane, abbandonate da Sindaci e Governi che non hanno programmato l’integrazione ed hanno ridotto i trasferimenti per le politiche sociali e di welfare state. Il paradosso italiano è questo: gli abitanti italiani che hanno visto crescere o hanno percepito un aumento dell’insicurezza, e dei disordini urbani, anziché votare e richiedere politiche sociali, si sono affidati e fidati proprio dei partiti razzisti e populisti, che hanno scommesso sul disagio sociale pur di raggiungere un posto di potere. Come ho già scritto più volte, in Italia la comunicazione politica è identica alla pubblicità (dimmi cosa vuoi che te lo vendo), e i partiti scelgono personaggi ignobili per vendere la loro merce, oggi costituita dagli istinti più beceri della maggioranza degli aventi diritto al voto, da circa trent’anni questa maggioranza desidera essere presa in giro. I noti problemi di insicurezza dentro le nostre periferie dipendono dalla riduzione del welfare state, dalla riduzione dei costi nella polizia giudiziaria (austerità) e dalla disoccupazione. I flussi migratori dipendono dal capitalismo e dalle guerre. In Italia, la stupidità e i razzisti hanno fatto credere che l’insicurezza dipende dai migranti perché vedono extracomunitari commettere violenze e reati, cioè guardano il dito e non la luna. La micro criminalità è un fenomeno notissimo che si elimina banalmente attraverso la repressione, ma si tratta di micro criminalità stimolata dai bianchi che sfruttano gli extra-comunitari anche per la vendita di stupefacenti. L’ordine pubblico dipende dalla capacità dei nostri dipendenti pubblici e dalla programmazione economica predisposta dal Parlamento.

La maggioranza parlamentare, nel suo famigerato contratto di governo, non cita neanche le disuguaglianze innescate dalla globalizzazione neoliberista, pertanto ignora il problema, e si limita a chiudere i confini, imitano altri Paesi europei. Com’è noto l’ondata di migrazioni dall’Africa subsahariana è l’effetto normale del capitalismo occidentale, da un lato, e dall’altro è l’effetto di guerre, l’altra faccia del capitalismo. La maggioranza politica formatasi in Parlamento non ha un’idea o un piano preciso sull’enorme problema delle migrazioni. Il tema delle migrazioni è grande perché riguarda milioni di persone che vivono in stato di povertà assoluta e di sfruttamento, e paradossalmente è semplice da interpretare proprio perché è l’effetto della globalizzazione inventata dal WTO, sotto l’influenza delle note multinazionali e degli imperi economici asiatici che sfruttano Africa e Asia. Per essere più chiari, non è in corso un’invasione, ma si tratta di un fenomeno abbastanza noto che esiste da secoli e che subisce condizionamenti dalle guerre.

Il nostro ceto politico anziché avere il coraggio di aprire un serio dibattito attaccando la globalizzazione neoliberista, e anziché offrire soluzioni applicando la Carta dei diritti dell’uomo, preferisce sfruttare e speculare le disgrazie degli ultimi, sia di quelli che vivono in Italia sfruttati dalle imprese, evitando un’integrazione sociale, e sia lasciando i poveri nelle mani dei mercanti di uomini. Il livello di infamia, ignominia e regressione è molto alto poiché si affermano e si divulgano banalità del tipo “non possiamo ospitarli tutti” e allora “aiutiamoli a casa loro”, quando è noto a tutti che l’Occidente, o attraverso i governi o attraverso le imprese, abbia prima destabilizzato diverse regioni asiatiche e africane, e poi ancora sta sfruttando territori e risorse. È evidente che l’ONU e i paesi europei hanno capacità e mezzi per arrestare la tratta della schiavitù, così come abbiano capacità e mezzi per integrare gli extracomunitari che vivono in Italia. Governi e imprese non vogliono integrare e fermare la tratta poiché o conviene lasciare tutto com’è, oppure richiede un certo impegno per affrontare il tema che sposterebbe il consenso elettorale da destra a sinistra. Una recente inchiesta di Report, costruita da Michele Buono, mostra che il governo della Costa d’Avorio ha ritenuto utile coinvolgere l’Istituto di Tecnologia italiano per rigenerare la costa con un intervento di bonifica e recupero urbano, e l’utilizzo degli scarti vegetali per creare nuova occupazione costruendo materiali bio degradabili. La Costa d’Avorio è uno dei paesi coinvolti nella tratta degli schiavi,  e con questo progetto si sfavorisce la tratta, cioè se c’è volontà politica i problemi si affrontano.

schiavitù mondiale 2017_02

Fonte: indice della schiavitù globale.

Se Mattarella abbia travalicato il ruolo di Capo dello Stato, lo accerteranno i costituzionalisti. Ecco cosa scrissero i costituenti, il 9 gennaio 1947, circa questo passaggio istituzionale molto importante: «è ormai universalmente accettato il sistema di procedere in primo luogo alla designazione del Presidente del Consiglio dei Ministri, lasciando a questi di condurre le trattative per la scelta dei Ministri, ed è assurdo pensare che il Presidente della Repubblica possa presumere di scegliere egli stesso i Ministri», lasciando intuire che il Presidente anche se firma il decreto di nomina, non può opporsi alla volontà politica di una maggioranza parlamentare costituitasi in Parlamento, quindi eletta dal popolo. Il professore Massimo Villone, interrogato sul meccanismo di nomina del Primo Ministro specifica qual è il ruolo del Capo dello Stato: «Professore, quali sono i margini di manovra del Presidente Mattarella? Limitati. L’architettura costituzionale si fonda sull’art. 92 (potere di nomina) e sull’art. 94 (voto di fiducia). L’equilibrio è dato dal sistema politico: se i partiti si accordano su una maggioranza che può garantire la fiducia, lo spazio del presidente della Repubblica si riduce. Non può rifiutare la nomina di un primo ministro perché non gli piace, né imporre un suo indirizzo politico. E dunque bene ha fatto a conferire a Conte l’incarico». In un intervento successivo il prof. Villone afferma che Mattarella, sul caso Savona, abbia commesso un errore rischiando persino «la fragilità sul piano costituzionale» che «si traduce in errore politico, e rischi per l’istituzione presidenza. Che potrebbe domani essere attaccata per aver difeso poteri forti e padroni occulti del paese che nel proprio interesse ci impediscono di decidere il nostro destino». E Villone ha ragione da vendere poiché è ciò che stanno affermando Salvini e Di Maio, dando il via alla campagna elettorale. Valerio Onida: «il Presidente della Repubblica può evidentemente esercitare una sua influenza, un magistrato di persuasione e di influenza, può dare suggerimenti, può dare consigli, può dare avvertimenti, può esprimere preoccupazioni, non ha un potere di decisione definitiva sull’indirizzo politico e quindi anche sulla scelta delle persone che devono andare a realizzare l’indirizzo politico di maggioranza» (ex presidente della Corte Costituzionale, Radio Radicale, 27 maggio 2018)L’Associazione Giuristi Democratici pubblica un comunicato che afferma l’errore di Mattarella dal titolo una grave sconfitta della democrazia. La costituzionalista Lorenza Carlassare, ricorda che la nostra Repubblica è parlamentare e non presidenziale, pertanto il Capo dello Stato non può imporre veti politici.

Paul Krugman (premio nobel dell’economia) afferma: «questo è realmente orribile», perché la scelta di Mattarella esclude dal potere chi non gli piace, nonostante gli euroscettici abbiano la maggioranza parlamentare.

Krugman su Mattarella

Krugman si dichiara inorridito per la scelta di Mattarella.

La mia personale opinione è che il Capo dello Stato, Mattarella, scegliendo di opporsi al nome di Savona, partecipa in maniera decisa alla crescita del sentimento di rabbia contro l’establishment, regalando altri consensi ai partiti definiti populisti. Perché Mattarella è stato certo sul fatto che Savona avrebbe causato problemi ai risparmiatori italiani? Mattarella ha detto: «la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari», e che quel ruolo politico debba essere occupato da una persona che «non sia vista come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro». Mattarella ha giustificato il suo veto perché preoccupato dell’opinione dei risparmiatori e degli operatori economici, preoccupato dell’aumento dello spread, e che tutto ciò è coerente col suo dovere di porre attenzione alla tutela del risparmio. Nelle sue conclusioni il Presidente ha espresso un invito a discutere pubblicamente della permanenza nell’euro zona «con un serio approfondimento». Secondo l’Associazione Giuristi Democratici: «quando il Presidente dichiara che: “la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari”, facendone da ciò discendere il rifiuto della nomina di Paolo Savona, attribuisce agli “operatori economici e finanziari” un potere di interferenza nei meccanismi della democrazia costituzionale che non ha ragione di essere. Secondo il nostro ordinamento sono le scelte degli elettori che determinano la nascita del Governi, non le reazioni dei mercati finanziari». Il Governo della maggioranza parlamentare Lega-M5S non è nato per questo motivo. Una breve considerazione sullo spread: dopo l’episodio del 2011 (575 spread BTp-Bund), proprio per evitare speculazioni finanziarie e politiche, la BCE attraverso il famoso quantitative easing anestetizza la crescita del differenziale fra BTp-Bund. Mattarella, dopo Conte, incarica Cottarelli, economista di chiara collocazione neoliberista, per formare un governo che dovrà ricevere una fiducia dal Parlamento. Curiosità, chi scrisse una lettera pubblica a Napolitano per far dimettere Berlusconi a causa dello spread? Beppe Grillo, il 30 luglio 2011, scriveva: «lei ha il diritto-dovere di nominare un nuovo presidente del Consiglio al posto di quello attuale. Una figura di profilo istituzionale, non legata ai partiti, con un l’unico mandato di evitare la catastrofe economica e di incidere sulla carne viva degli sprechi», cioè il leader del M5S per opportunismo politico evocava il commissariamento; poi arrivò Monti. È già accaduto nel 2011, in Italia un indicatore finanziario licenziò il Presidente del Consiglio, Berlusconi, che fu eletto in Parlamento e sostenuto da una maggioranza politica, poi sostituito dall’uomo della Trilaterale, Monti; accadde in Grecia per Syriza e Varoufakis che dovette dimettersi nonostante fu eletto dal popolo greco per ristrutturare il debito pubblico. Oggi il popolo greco grazie ai piani strutturali neoliberisti stanno peggio di prima poiché è stato demolito il welfare state.

Il voto degli italiani e la maggioranza parlamentare costituita dopo il voto hanno fatto emergere nuovamente il conflitto politico all’interno dell’euro zona. Una istituzione come la Presidenza della Repubblica, dopo anni di recessione che ha cambiato il quadro politico italiano, dovrebbe stimolare il dibattito pubblico e il dialogo democratico, anziché limitare la volontà popolare.

È da molto che scrivo, convintamente, come il capitalismo neoliberista abbia restaurato un sistema sociale feudale basato sul vassallaggio; così come scrivo da molto tempo che i problemi politici non trovano soluzione votando PD, Forza Italia, Lega e M5S, ma ricostruendo una sincera e vera partecipazione democratica per cambiare i paradigmi culturali della società. Noi italiani siamo ancora lontani dalla soluzione perché abbiamo scelto di farci condizionare dalla rabbia e dalla paura, ascoltando o ragazzini auto referenziali, oppure i razzisti. Niente di più sbagliato e auto-lesionistico nell’affidarsi a soggetti politici non democratici.

La sostanza di questo conflitto politico è fra capitalismo e democrazia rappresentativa. Avevo già riportato un interessante dibattito su Capitalismo finanziario e democrazia, con le osservazioni di Galbraith: «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello stato democratico». I nostri politicanti sembrano incapaci di avviare un dibattito, anche acceso, ma che enfatizzi la sospensione della democrazia rappresentativa per effetto del neoliberismo, e la risposta è il socialismo condotto sul piano bioeconomico, null’altro. Razzisti e grillini parlano di sovranità e autonomia, mai di neoliberismo contro socialismo, dimostrando di lottare su fronti politici inefficaci e fuorvianti, e confermando l’ipotesi che in realtà sono interessati al potere e non a risolvere i problemi. La congettura che la Lega abbia fatto un calcolo politico elettorale confermando Savona, può stare in piedi se e solo se Mattarella fosse stato d’accordo con Salvini nel recitare questo ruolo teatrale, perché l’unica maggioranza parlamentare finora trovata per formare un governo è stata quella fra M5S e Lega. Una simulazione dell’Istituto Cattaneo rivela che un’alleanza politico-elettorale fra Lega-M5S consentirebbe loro di avere quasi il 90% (ammesso che gli elettori del 4 marzo facciano le medesime scelte) dei seggi uninominali nelle due Camere. Infine, è difficile trovare un parlamentare nominato (della Lega e del M5S) dal proprio segretario che voglia tornare ad elezioni, dopo aver lottato per quel posto così redditizio. La conseguenza del conflitto Mattarella Salvini-Di Maio fa pensare a nuove elezioni politiche. Ahimè, pochi italiani faranno auto critica sul proprio voto espresso in precedenza, perché l’intera vicenda è stata condotta molto male da coloro i quali hanno ricevuto i maggiori consensi elettorali. Il potere mediatico ha avuto la meglio sui dilettanti grillini, che hanno mostrato la solita arroganza, superbia e narcisismo in diverse occasioni a favore di telecamere, cercate continuamente. Il peggio è emerso con la trovata pubblicitaria del famigerato “contratto di governo del cambiamento”, scritto male nella forma e nei contenuti, con le anticipazioni che hanno messo in preallarme i famigerati mercati, e sia i razzisti che hanno schiacciato il piede sull’acceleratore per aumentare visibilità e consensi. In tal senso sono appropriati i termini demagogia e populismo per un ceto politico che non ha un’adeguata strategia per il bene del Paese, sembrano elefanti in un negozio di cristalli. Stiamo pagando l’enorme danno politico, e quindi economico e sociale, di non avere un partito di sinistra, propriamente socialista condotto sul piano bioeconomico, capace di fare analisi politiche e interpretazione dei problemi suggerendo soluzioni concrete. Come ho scritto altre volte: il nulla governa.

Sul tema dell’euro zona, si riscontrano aperture sul dibattito, persino inaspettate, e così scrive l’economista Deaglio, marito di Elsa Fornero : «i dubbi di Savona sull’Europa sono in realtà molto diffusi. Savona li esprime spesso in forma polemica, pungente ed estrema ma questo non vuol affatto dire che nell’eventuale programma di ministro ci sarà l’attivazione di una procedura di uscita dall’euro o dall’Unione Europea. In ogni caso, tale procedura, come dimostra l’esperienza inglese, è lunga, incerta, pericolosa e costosa. Che Savona sia chiamato o no in campo, un processo di profonda revisione e rifondazione dell’Unione Europea è alle porte». Andrea Del Monaco spiega in maniera dettagliata com’è cambiata la situazione finanziaria circa il sistema Target 2, dal 2009 al 2018, fra i debiti e i crediti, e come l’Italia passa dall’avere un credito ad un debito. In conseguenza di ciò, secondo Del Monaco, alla Germania potrebbe convenire uscire dall’euro zona per incassare i debiti. Mattarella ha accusato la maggioranza parlamentare di voler uscire dall’euro zona con un “piano B”; il prof. Brancaccio rivela che un eventuale “piano B”, è già sul tavolo di discussione: «bisognerebbe ricordare che una proposta ufficiale di “piano B” era già stata resa pubblica diversi anni fa: è la soluzione di uscita della Grecia dalla moneta unica che venne avanzata dall’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble e che l’Eurogruppo fece propria nel 2015. In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona. Come a denti stretti riconosce persino il Presidente della BCE, sono problemi che restano in gran parte irrisolti e che inevitabilmente riaffioreranno alla prossima recessione, indipendentemente dal successo politico delle cosiddette forze anti-sistema. La questione, semmai, è “quale piano B”: ad esempio, quello di Schauble per la Grecia era da strozzinaggio, poiché pretendeva che i greci mantenessero i loro debiti in euro anche dopo aver abbandonato la moneta unica».

In questo contesto politico, anziché sfruttare l’opportunità di un ipotetico Governo euroscettico, le scelte di Mattarella mettono un freno al dibattito politico per riformare l’euro zona. Il Capo dello Stato, da un lato afferma che l’Italia deve restare nell’euro zona, e dall’altro lato invita a parlane pubblicamente. Nella sostanza, se esiste una maggioranza parlamentare e politica che vuole ridiscutere i Trattati o l’euro zona, il Presidente Mattarella pone veti sui ruoli ministeriali contro persone che hanno espresso opinioni diverse dalle sue. L’ipotesi secondo la quale Salvini volesse tornare al voto, resta tale poiché i Governi si giudicano dai fatti e non dalle intenzioni, o dalle congetture senza prove. Questo è un modo infantile per scaricare le proprie responsabilità nell’aver condotto male dall’inizio alla fine la trattativa per formare un Governo.

Il dramma culturale è tutto italiano, poiché negli altri Paesi si parla di crisi dell’euro zona, di socialismo e di neoliberismo, qui da noi, i politicanti sono ammalati di narcisismo ed egocentrismo traendo forza e sostegno sfruttando i problemi sociali ed economici degli italiani, i quali rispondono dando loro maggior consenso. È un noto meccanismo pubblicitario: vendere ciò che vuole il consumatore inconsapevole. È un processo di imbarbarimento incivile che dura da molti decenni, ed ha svuotato di senso compiuto il dibattito politico pubblico, che invece dovrebbe cambiare radicalmente affrontando l’ingiustizia che crea l’euro zona, così come una politica industriale italiana per creare nuova occupazione affrontando le disuguaglianze territoriali.

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È ormai matura l’analisi politica, persino condivisa negli ambienti responsabili dell’aumento delle disuguaglianze, che la cosiddetta crisi economica in realtà non è una vera crisi ma la normale conseguenza del capitalismo neoliberista che ha invaso il mondo intero. La globalizzazione dei capitali finanziari, del mondo off shore e delle zone economiche speciali, cioè degli spazi dello sfruttamento, ha trasformato la società occidentale eliminando le conquiste sociali del socialismo europeo, e riducendo al minimo i diritti civili e dei lavoratori. È assurdo ma sembra che il ceto politico abbia rimosso la lezione di Marx, favorendo i sogni più proibiti di un élite avida e incivile.

All’interno del cambiamento epocale, la maggioranza dei cittadini italiani è nichilista, individualista e di conseguenza usa il momento del voto come sintomo di uno sfogo. Milioni di italiani e la maggioranza dei meridionali delusi, hanno votato per questi due partiti: la Lega (che resta Nord) e il M5S. Entrambi, durante cinque anni di opposizione politica al PD, hanno attaccato i governanti con un linguaggio politico al limite della violenza verbale. Il linguaggio adottato si basa su un preciso ed elementare calcolo politico, promettere qualunque desiderio dei cittadini. Il linguaggio, come nella pubblicità fa leva sulle emozioni delle persone economicamente più deboli, soprattutto il M5S attraverso il famigerato “reddito di cittadinanza”, che non è un “reddito di cittadinanza” ma “condizionato”, una proposta ideata dai liberisti della scuola di Milton Friedman, e già in uso in Germania; mentre la Lega (Nord), sempre nel solco liberista, promette la famigerata “flat tax”, cioè una “tassa piatta” composta da una sola aliquota, palesemente incostituzionale, che consente ai ricchi di aumentare l’accumulo di capitali e di ridurre lo Stato sociale. Infine la cosiddetta “pace fiscale” che si traduce in un condono fiscale, ennesimo provvedimento immorale a favore di chi non ha pagato tributi allo Stato, confermando che in Italia sicuramente pagano le tasse i dipendenti salariati, mentre per gli altri, la collettività deve affidarsi alla civiltà altrui. Questi partiti sono diversi fra loro per come sono nati, ed hanno condiviso una feroce opposizione politica all’establishment, come si dice in gergo, contro l’UE, contro il “sistema”. La fotografia del M5S è stata fatta da due giovani giornalisti, Federico Mello e Jacopo Iacoboni, che in tempi diversi hanno pubblicato due saggi sul reale funzionamento dell’ex partito di Grillo, Il lato oscuro delle stelle e L’Esperimento. Entrambi sono utili per capire l’inganno che si cela dietro a determinati partiti apparentemente “nuovi”, che ricalcano schemi del comportamentismo degli anni ’50, ricalcano schemi televisivi, berlusconiani e non democratici ma utilizzano le nuove tecnologie per gestire l’azienda (il partito). La Lega Nord (già lombarda) è il partito razzista che nasce dall’antimeridionalismo per proporre la secessione dall’Italia contro Roma ladrona. Il linguaggio dei leghisti è costituito da decenni di propaganda razzista contro i meridionali. Nel corso degli anni la cronaca giudiziaria ha evidenziato la realtà dei fatti: i ladroni erano dentro quel partito e nelle istituzioni politiche del Nord da loro amministrate, dalle truffe nel partito razzista, passando per i Consigli regionali sino alle banche venete gestite dall’imprenditoria vicina ai razzisti. Il dramma culturale del nostro ceto politico è che un partito così ignobile abbia ricevuto una legittimazione dagli altri partiti, come Forza Italia e l’estrema destra, che l’hanno condotto persino al governo del Paese. In una comunità civile nessuno si sognerebbe di dare legittimità politica a chi propaganda il razzismo e l’egoismo più becero.

In tutto l’Occidente chiunque abbia svolto un ruolo politico all’opposizione del “sistema”, poi ha ricevuto un aumento dei propri consensi politici. Negli USA, come tutti sanno è diventato Presidente un imprenditore sfruttando temi legati alla crisi economica che ha fatto aumentare la povertà. In questa fase ove gli elettori cambiano i propri governanti, c’è un elemento a dir poco grottesco e contraddittorio. La cosiddetta crisi economica è innescata dal capitalismo neoliberista, e in Italia, anziché stimolare una mobilitazione di massa a favore del socialismo, gli elettori si affidano a una coppia di partiti che millantano di non essere né di destra e né di sinistra ma promettono politiche neoliberiste, cioè di destra con elementi di welfare di dubbia valenza.

Sintetizzando al massimo, negli ultimi anni, i partiti che hanno governato il Paese sono stati esecutori delle politiche neoliberiste, cioè di destra, e gli elettori hanno deciso di sostituirli con i soggetti che hanno millantato un cambiamento. Le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, innescando e stimolando la crescita dei disagi sociali, favorendo rabbia e insoddisfazione nei confronti del ceto politico occidentale. Il contesto politico e sociale si caratterizza per la fine della partecipazione popolare e di massa nei partiti, e mentre accadeva ciò, i cittadini italiani, in una prima fase durante l’inizio del millennio, si mobilitarono nei cosiddetti “girotondi”, senza organizzare un partito democratico nuovo ma consegnando la legittima protesta al vecchio establishment. Fallisce l’opportunità di realizzare un’alternativa politica al liberismo, mentre col trascorrere degli anni la scelta di ridurre il ruolo pubblico dello Stato fa crescere l’insoddisfazione nei confronti della “casta”, poiché si riducono contemporaneamente e progressivamente sia il potere d’acquisto degli stipendi salariati e sia il welfare state, creando disagi sia alla media borghesia e sia ai ceti più deboli che aumentano di quantità. È nel ventennio berlusconiano, con i governi elitari sostenuti dai Tremonti, Bossi, Dini, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi che si realizza la svendita del patrimonio pubblico, la “liberal revolution”, meno Stato più mercato, con norme e provvedimenti ad edulcorare il principio della democrazia economia e favorire l’azionariato elitario nel controllo, e quindi nel profitto, dei servizi. Tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, privatizzando tutto quello che c’è da privatizzare, di fatto usurpano la sovranità popolare, attraverso la creazione dei mostri multiutilities S.p.A. che firmano contratti di gestione dei servizi pubblici locali con la falsa promessa di migliorare le infrastrutture esistenti costruite con le tasse degli italiani (acqua, energia, autostrade, telecomunicazioni, poste, ferrovie). E’ negli Enti locali che si realizza la famosa austerità, dalle mani del più ignorante e incapace ceto politico italiano, rimbalzato alle cronache giudiziarie grazie ai reati contro la pubblica amministrazione e ai tagli dei servizi locali. Nel frattempo continua la privatizzazione dei profitti attraverso le rendite fondiarie e immobiliari, sottovalutando i problemi reali legati al rischio simico e idrogeologico, così da aggiungere altri danni alla collettività attraverso l’adozione di piani speculativi che aumentano le disuguaglianze sociali e il consumo di suolo agricolo.

Osservando la struttura capitalista italiana possiamo cogliere il senso delle politiche di tutti gli ultimi governi, che hanno favorito l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, cioè i soliti pochi, le solite famiglie, sia quelle note al pubblico e sia quelle poco note ma presenti in tutti i centri urbani. Il capitalismo italiano è costituito soprattutto da rendite, finanziarie e immobiliari, controllate dalle solite famiglie di ricchi, capaci di influenzare il credito. Il fatturato delle imprese è generato soprattutto da rendite e attività terziarie. Parlamento e Governi italiani, anziché rimuovere ostacoli di ordine economico per favorire lo sviluppo umano, e dare a tutti le possibilità di cercare percorsi di evoluzione sociale, hanno aumentato drasticamente la differenza fra ricchi e poveri. Sempre più famiglie sono entrate nella soglia di povertà relativa e assoluta.

I disagi creati dal mercato hanno una dimensione territoriale precisa, e sono le periferie che hanno smesso di votare per i partiti filo establishment. Contestualmente si è ampliato il fenomeno della spoliticizzazione delle masse e la crescita della frustrazione collettiva, poiché gli individui non si sentono in grado di cambiare le scelte politiche italiane. Durante il ventennio berlusconiano, il legislatore contribuisce ad allontanare i cittadini dal processo decisionale della politica sia con la riforma degli Enti locali e sia con i processi di privatizzazione che favoriscono gli interessi delle imprese. Nel 2009, dopo cinque anni di tour seguitissimi, il comico Grillo catalizza la frustrazione e la rabbia popolare in un partito da lui fondato, il M5S. Dal 2005 al 2009, Grillo usa l’arte del teatro a servizio di un disegno politico, ed è la sua capacità di interpretare i problemi degli italiani a raccogliere milioni di voti nel 2013, consentendo a diversi sconosciuti, e anche taluni impresentabili e squallidi personaggi di entrare nel Parlamento italiano senza alcun criterio di merito politico. Mentre si realizzava un enorme trasferimento di consensi dai partiti del pensiero unico al partito liquido italiano, ancora una volta, nonostante le evidenze circa l’aumento delle disuguaglianze, nessun soggetto politico ha avuto la maturità di compiere un’auto analisi critica mettendo in discussione le politiche economiche neoliberiste, e la totale inefficienza politica dell’UE, costruita per soddisfare il mercato e non i bisogni delle persone. Di questa incapacità riflessiva, ovviamente, se ne approfitta chiunque critica l’euro zona e la “casta”, senza dover dimostrare alcuna capacità politica. Nel 2013, il risultato delle urne rompe lo schema del cosiddetto bipolarismo e non consegna un reale vincitore, perché esiste un terzo polo che ha lo stesso peso politico del PD e di Forza Italia. Le coalizioni si sfaldano, e nascono nuove maggioranze parlamentari sul modello chiamato grande coalizione per consentire la formazione di un Governo, in quanto il terzo polo strategicamente sceglie l’opposizione. Nel 2013, nonostante milioni di italiani sfiduciano l’establishment, quel voto non è utilizzato per cambiare lo status quo, e fra le tante conseguenze politiche, lo scontro fra il M5S e il PD ebbe quella di sostituire la classe dirigente politica nel PD, favorendo l’ascesa di un nuovo capo politico: Renzi, in continuità col liberismo. La nuova direzione del PD sposta l’asse del partito tutto a destra, e in una prima fase, il nuovo leader eletto attraverso le primarie aperte del partito, aumenta i consensi alle elezioni europee del 2014 toccando la soglia del 40%. Nel 2015 durante le elezioni regionali, il PD continua la crescita dei consensi ma sarà l’ultima volta, poiché da quel momento in poi, il partito di governo perderà milioni di voti arrivando a dimezzare il proprio consenso sul territorio nazionale. I 5 anni di legislatura saranno utilizzati dalla nuova maggioranza politica per approvare altre riforme neoliberiste togliendo diritti ai lavoratori, e cercando di cambiare la Costituzione per ampliare l’ideologia capitalista neoliberale attraverso una proposta di riforma costituzionale, Renzi-Boschi. Proposta bocciata dal referendum consultivo, il 4 dicembre 2016. In tutto ciò le disuguaglianze crescono, osservando l’aumento della povertà per effetto del mercato lasciato libero di agire secondo la propria avidità. L’assurdità del ceto politico consiste nel fatto che mentre aumentano le disuguaglianze, chi governa accresce le opportunità per alcune imprese multinazionali, anziché ripristinare politiche pubbliche socialiste.

Nel 2018, il risultato delle urne dice che la maggioranza degli italiani crede alle promesse di chi ha svolto un ruolo di opposizione, e sfoga la propria rabbia contro i vecchi partiti consegnando il Paese, sia al partito razzista italiano, la Lega (Nord), e sia al partito inventato da un ex comico e da una piccola azienda privata di social marketing, che oggi detiene il controllo diretto del primo partito italiano. Dopo circa 70 giorni di trattative politiche, agli italiani viene presentato un cosiddetto contratto di governo. Il linguaggio adottato ricalca lo schema di un programma elettorale, e non è un serio programma politico. Secondo i giuristi, del calibro di Zagrebelsky, si tratta di un contratto di potere fra alleati di governo che presenta caratteri di incostituzionalità, con possibili derive autoritarie. Questo nuovo programma elettorale chiamato contratto di governo è composto da un mix di elementi retorici dei due partiti, e così ritroviamo un po’ di razzismo, una visione securitaria dello Stato, posizioni euroscettiche, una visione più o meno assistenzialista, elementi ecologisti, ma soprattutto promesse molto complicate sul welfare circa la riforma Fornero e il reddito condizionato poiché insieme creano la banca rotta dello Stato. Un linguaggio più concreto si riscontra solo sui punti dedicati alla sicurezza.

Anche il cosiddetto “governo del cambiamento”, così chiamato come desidera la propaganda, appare come un governo della continuità nonostante l’euroscetticismo, poiché ignora la lezione di Marx e non compie un’analisi politica matura facendo riferimento ai mutamenti sociali innescati dal capitalismo neoliberista. Nonostante un legittimo euroscetticismo raccolto dalla pancia degli elettori, non c’è alcun piano industriale su specifiche attività industriali, ma la promessa generica di una banca pubblica a sostegno delle imprese, come insegna la scuola liberista. Non c’è un piano di investimenti su specifici territori deindustrializzati. C’è un’ambigua e superficiale riflessione circa il “sovranismo” etichettato dal giornalismo embedded, che rischia di rendere vana qualsiasi possibilità di restituire un potere economico alla Repubblica. Persino in Germania, che ha tratto i maggiori vantaggi dell’euro zona, si parla degli errori del sistema monetario unico, si parla di come ristrutturare i debiti pubblici, di come riformare i Trattati o come uscire dall’euro. In Italia, ci siamo dimenticati che il PCI fu contrario allo SME, e ci siamo dimenticati della visione romantica del manifesto di Ventotene. Questa rimozione dalla memoria collettiva, come gli slogan né destra e né sinistra, hanno contribuito a sostenere il nichilismo e aprire strade alle destre. Il tema della sovranità economica è senza dubbio cruciale per la ripresa economica del nostro Paese ma questo argomento è stato regalato ai partiti populisti, anziché essere argomentato seriamente dai partiti di governo, del resto proprio la Germania ha potuto fare investimenti utilizzando due leve, il surplus commerciale – violando le regole europee – e un sistema del credito pubblico secondo un programma industriale, che in Italia non c’è più, grazie alle scelte degli ultimi governi democristiani e dei primi governi neoliberali post tangentopoli, applicando il mantra del laissez faire al mercato, la famigerata rivoluzione liberale promessa da Berlusconi e condivisa dal razzismo leghista.

Nel contratto elettorale, ci sono le promesse elettorali che aiutano i ceti ricchi danneggiando la collettività tutta, dando un serio colpo allo Stato sociale previsto dalla Costituzione. Il voto di protesta della maggioranza degli italiani consegnato ai partiti anti-sistema può essere utilizzato per aiutare l’élite ristretta dei capitalisti italiani; infatti adottando un’aliquota massima del 20% si realizza un enorme trasferimento di ricchezza rubando alle casse pubbliche dello Stato, che non potrà più garantire determinati servizi soprattutto ai ceti meno abbienti. È noto da decenni che l’area più povera del Paese, il meridione, è deindustrializzata con carenza di servizi adeguati. Nel contratto fra M5S e Lega Nord non c’è una sola riga sulle disuguaglianze territoriali da affrontare con un piano industriale di investimenti, proprio nei luoghi più svantaggiati, per ridurre il tasso di disoccupazione e per stimolare la nascita di impieghi utili. In questo accordo di governo non c’è un piano o una politica economica che osserva la difficile realtà italiana, in questo nuovo programma elettorale non si dice concretamente come si agisce per migliorare il Paese e aiutare i ceti deboli. A seguito di questo contratto i partiti che hanno formato una maggioranza parlamentare si accordano di presentare al Capo dello Stato, un tecnico come Presidente del Consiglio, nel senso che è sconosciuto alle cronache politiche.

Con l’assenza di un’alternativa politica seria e preparata si conferma la crisi morale della società italiana. Fino agli anni ’80 il nostro Paese esprimeva una rilevanza autorevole mondiale grazie al più grande partito di sinistra presente nel blocco occidentale. Dopo il 1989, quando tutto il mondo scelse il neoliberismo, sparirono sia il PCI e sia l’autorevolezza dei nostri sindacati, che abdicarono al loro ruolo. Negli altri Paesi ove si lotta contro l’abuso dell’élite capitalista, i cittadini si ispirano palesemente al socialismo, in Spagna addirittura esiste un partito come Podemos che si ispira ad Antonio Gramsci, negli USA patria dell’imperialismo e del neoliberismo selvaggio, aumenta il consenso per le proposte socialiste suggerite da Bernie Sanders, in Grecia ove la recessione è violenta si stanno diffondendo forse concrete di mutualismo, di chiara ispirazione socialista, e persino in Inghilterra, raccoglie consensi anche nei concerti da stadio un signore come Jeremy Corbyn che parla pubblicamente di politiche socialiste. Fino ad oggi questi movimenti politici di sinistra sono all’opposizione di maggioranze che rappresentano l’establishment del neoliberismo che ha inventato questa globalizzazione totalmente deregolamentata e deresponsabilizzata.

Durante questo periodo sembra emergere una crisi di civiltà democratica per l’incapacità collettiva di costruire un sincero partito di sinistra, adeguato ai cambianti sociali e tecnologici che stiamo subendo. Questo enorme vuoto politico si traduce in un danno sociale, economico e politico ampiamente visibile nel meridione d’Italia ove si concentrano in maniera particolare e drammatica le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Negli ultimi decenni queste disuguaglianze hanno raggiunto tutte le aree urbane e le periferie, ove certi quartieri sono in un degrado urbano e sociale. Attraverso le politiche neoliberiste, anche i territori interni e rurali sono costretti alla marginalità sociale.

Le persone oneste che si riconoscono nei valori costituzionali hanno l’obbligo di agganciarsi a una speranza futura, e augurarsi che il nuovo Governo sia composto da persone rispettose della Costituzione, dotate del senso dello Stato; appare incredibile viste le premesse, ma è rimasta solo la speranza. Dobbiamo augurarci che quel famigerato contratto sia solo l’ennesima trovata pubblicitaria, l’ennesima caduta di stile, come fu per la presentazione dei ministri M5S prima del voto, e che quindi legislatore e Governo, osservando la complessa realtà italiana affrontino le intollerabili disuguaglianze territoriali, la disoccupazione, la vulnerabilità del territorio e delle aree urbane, e la crisi ambientale con un approccio culturale nuovo: quello bioeconomico. Durante questi anni, dovremmo ricostruire una civiltà politica, con saggezza e democrazia.

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La sinistra in Parlamento non è rappresentata, ma non è un caso. Questa assenza non è la semplice conseguenza dell’ultima e recente gara elettorale, ma come molti dicono è la conseguenza di un lento e lungo processo di disgregazione, cominciato col tradimento degli ideali politici, quando la classe dirigente degli ex partiti di sinistra scelse, in maniera consapevole, i programmi della religione neoliberista. Sulla base di questa religione tutti i partiti, destra e sinistra, hanno costruito il mostro chiamato Unione europea, ed hanno scelto di favorire l’aumento della produttività delle multinazionali, sempre secondo il modello macro economico neoliberista che favorisce l’accumulazione dei capitali in maniera molto veloce rubando legalmente la ricchezza (off shore) e sprecando risorse (usurpazione dei beni comuni). Tutti dicono, ed è vero, che i ceti più deboli non sono più rappresentati politicamente, e così votano seguendo i propri umori e il proprio disagio.

In questo discorso sulla scomparsa della sinistra ci sono opinioni differenti, c’è chi pensa che la sinistra abbia commesso errori non vedendo i cambiamenti in corso (M. Fana & L. Zamponi); c’è chi crede che esista un popolo di sinistra che vota per il M5S (S. Borghese, V. Fabbrini, L. Newman) e c’è chi suggerisce di spezzare il legame fra lavoro e reddito (E. Ferragina). Studiosi raccolti nel “Forum Disuguaglianze Diversità” fotografano i luoghi ove il consenso populista ha fatto il pieno dei voti, cioè nelle periferie delle città e nei luoghi rurali abbandonati. Altri intellettuali, da molti anni, sanno bene che è stato il neoliberismo ad annientare la sinistra, ma non perché gli ideali socialisti non fossero giusti, ma perché nel ceto politico hanno prevalso sia l’illusione di cavalcare il mercato sottovalutando la lezione di Marx (praticamente tutti i governi di centro sinistra), e sia la corruzione morale e materiale (i governi di centro durante gli anni ’70, e di centro destra degli ultimi vent’anni). Durante la crescita degli anni Sessanta e poi negli anni Settanta cominciano i guai politici, soprattutto con gli ultimi governi Andreotti, con l’ingresso nello SME, e la lenta e progressiva distruzione dello Stato sociale, le delocalizzazioni, le privatizzazioni e la rifeudalizzazione degli Enti locali. Dall’obiettivo della piena occupazione quasi raggiunta durante gli anni Sessanta e Settanta (tasso di disoccupazione intorno al 6%), si passa alla fase liberista, e così si interrompe il ruolo pubblico dello Stato. Oggi viviamo proprio nell’epoca in cui il rischio della tecnica descritto da Heidegger guida i politici, e il nichilismo è ampiamente diffuso.

Il mio modesto parere è che innanzitutto non esiste un vero e proprio popolo di sinistra, o per lo meno sono rimasti solo pochi reduci. Gli italiani non possono votare più per il PCI dal 1989. In Italia, i comunisti non esistono, e come ormai si comincia ad osservare e scoprire, le politiche socialiste sono sparite dall’agenda politica di Parlamento e Governo, a partire dall’inizio degli anni ’80, e questa scelta politica è una delle ragioni dell’aumento delle disuguaglianze di reddito, sociali e di riconoscimento che ritroviamo nelle aree urbane e nei territori rurali.

Esistono due generazioni di giovani che non sanno cosa sia la sinistra, e votano o per i populisti razzisti o per la nuova democrazia cristiana, cioè il M5S, organizzata come Forza Italia. Il problema culturale e politico è ricostruire una cultura politica di sinistra fra gli italiani, e come direbbe Marx è fondamentale che ci sia una coscienza di classe. La maggioranza dei ceti più deboli, senza rendersene conto, quando si reca alle urne vota ingenuamente per i loro carnefici: Forza Italia, PD, Lega ed M5S. La mia modesta esperienza mi racconta che la maggioranza delle persone, che oggi si attiva in politica, non distingue la destra dalla sinistra, non ha mai letto Marx, non conosce il liberalismo; alcuni non hanno mai letto la Costituzione, e non sanno neanche quali siano i valori della carta costituzionale. La categoria degli attivisti, così sono chiamati i cittadini che si organizzano nelle liste civiche o nel cosiddetto M5S, è una categoria eterogenea, c’è di tutto, dallo studente al laureato, ma spesso lo stimolo che li aggrega è la rabbia condivisa, o la frustrazione, spesso dichiarano di sentirsi vessati dallo Stato, oppure non hanno un impiego sicuro e desiderano prendersi una rivincita contro la classe dirigente italiana. Disagio sociale, povertà e rabbia uniscono gli ultimi contro chi li governa, ma tale energia è sfruttata dai partiti, non per migliorare la loro condizione ma per sostenere il peggior ceto politico che si possa immaginare: narcisista, egocentrico, vanesio, a volte psicotico ma utile all’élite. Anche in quelle poche occasioni ove persone istruite si siano attivate, l’hanno fatto per tornaconto personale, e insieme ai frustrati hanno adoperato pratiche di delazione per delegittimare meritevoli e capaci. Nelle dinamiche collettive dei gruppi di politicanti, l’invidia sociale aggrega i cialtroni che aggrediscono i più capaci. Il comportamento sociale adottato spesso dagli attivisti politici, che criticano chi li governa, è identico a quelle famigerate correnti dei vecchi partiti. I politicanti si organizzavano per la presa del potere secondo il tornaconto personale, non per altruismo, adottando qualsiasi mezzo possibile, a volte anche illegale. Sono rare le occasioni ove gli attivisti diventano altruisti, propositivi e costruttivi, e sempre più spesso sono i notabili locali che facilmente prendono il controllo delle liste civiche e dell’elettorato, inserendo nelle istituzioni locali personaggi che rappresentano l’establishment. Se l’Italia funziona male, a mio modesto parere la responsabilità è, prima di tutto, di noi italiani, e poi dell’ignobile ceto politico. Questa confusione culturale e politica è la naturale conseguenza di tre processi: l’assenza di un partito di sinistra, lo sviluppo della globalizzazione neoliberista, e la crescita del nichilismo nella cosiddetta società liquida. La combinazione dei tre processi ha costruito questa nuova società, che secondo lo scrivente ha caratteristiche neofeudali poiché, buona parte dei rapporti sociali ed economici coincidono col vassallaggio. In questo contesto, è normale avere Comuni amministrati da burattini che applicano logiche speculative assecondando gli interessi delle imprese private, e un Parlamento di persone nominate dai partiti. Lo scopo dei partiti è tutelare l’establishment, secondo i dogmi della religione dominante: il neoliberismo.

Un soggetto politico di sinistra, che finora non esiste, deve ripartire dall’altruismo insito nel processo democratico per favorire i talentuosi, i meritevoli e i capaci. Attraverso l’approccio socratico del dialogo e la sperimentazione dei processi creativi possiamo stimolare forme assembleari di democrazia partecipativa, al fine di includere le persone che desiderano attivarsi in politica per occuparsi del bene comune. Insomma bisogna fare l’opposto dei partiti populisti, oggi fra i più votati dagli italiani, anche se millantano la soluzione dei problemi, agli occhi attenti degli osservatori sono palesemente auto referenziali, non democratici e prevaricatori. Dobbiamo avere la pazienza e la saggezza di formare una nuova classe dirigente praticando la democrazia. E’ l’unico modo civile per avviare processi che stimolano soluzioni sostenibili aiutando le comunità locali nel riprendersi il controllo delle risorse pubbliche. Alla rabbia e alle frustrazioni bisogna rispondere con spirito creativo, per stimolare interesse e curiosità nelle persone che vogliono partecipare, e organizzare gruppi di civiltà che usano la cultura per rigenerare sé stessi, progettando un futuro migliore e prosperoso per tutti. In che modo? Innanzitutto partendo dal proprio territorio, osservando le istituzioni, il loro “pensiero” e stimolando un senso critico. Sono necessari luoghi e incontri organizzati per auto formarsi. La complessità della nostra società interconnessa ci costringe a studiare e interpretare la globalizzazione e il mondo locale. Alcune proposte politiche emergono dalle indicazioni del “new deal” proposto da DiEM25, che suggerisce di trovare le risorse tassando la grande ricchezza accumulata dalle imprese. Una proposta innovativa è tassare il rendimento dei capitali per finanziare il cosiddetto “dividendo universale di base”, cioè le risorse non provengono dalla fiscalità generale. Secondo DiEM25 solo i più ricchi al mondo dovranno partecipare alla costruzione di un fondo per aiutare i più poveri, e non gli Stati. Un’altra proposta è programmare investimenti nei processi produttivi chiamati “green”, ma dovrebbero essere i processi tecnologici suggeriti dalla bioeconomia, che riducono l’impatto ambientale delle trasformazioni; così come la rigenerazione urbana e territoriale secondo la scuola territorialista, capace di creare occupazione utile e osservare gli insediamenti umani come sistemi metabolici per ridurre gli impatti e usare razionalmente l’energia. Partendo da questi temi si mettono al centro il lavoro, l’ambiente e lo sviluppo umano.

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Scoprire i dati sui programmi di finanziamento europei è come scoprire il famoso “ufficio complicazioni affari semplici”, un mondo opaco e stupido che rispecchia la disuguaglianza del mondo liberista. Chi ha costruito questa Unione europea dovrebbe subire un trattamento sanitario obbligatorio. Osserviamo i dati sul programma 2014-2020: in valori assoluti chi finanzia di più l’UE non è la ricca Germania che versa 44,7€ mld con l’1,5% del PIL tedesco, ma la Polonia con 104,9€ mld, che contribuisce col 13,6% del proprio PIL.

Se osserviamo la classifica dei Paesi che contribuiscono in rapporto alla propria capacità produttiva, la ricchezza economica, scopriamo che i poveri pagano l’UE e non i ricchi. L’Estonia è il Paese che contribuisce più di tutti col 21,3%, poi seguono la Lettonia col 18,7%, la Croazia col 17,6%, la Slovacchia col 16%, l’Ungheria col 15,4%, il Portogallo col 14,2%, la Polonia col 13,6%, la Grecia col 12,6%, la Repubblica Ceca col 12%. Chi contribuisce meno in rapporto al proprio PIL è l’Olanda con appena lo 0,6%, poi seguono il Lussemburgo con l’1%, la Danimarca con l’1,1%, l’UK con l’1,3%, la Germania con l’1,5%. L’Italia contribuisce col 4,5% del proprio PIL.

UE indice del progresso sociale Eurostat

UE, indice di progresso sociale, Eurostat.

La classifica cambia per chi contribuisce in valori assoluti: è la Polonia che contribuisce più di tutti con 104,9€ mld, poi seguono Italia con 76,1€ mld, Spagna 56,1€ mld, Francia 45,6€ mld, Germania 44,7€ mld, Romania 37,5€ mld, Portogallo 32,7€ mld, Repubblica Ceca, Ungheria, UK, Grecia, Slovacchia e gli altri Paesi. In termini di utilizzo dei fondi, la classifica cambia nuovamente, è la Finlandia il Paese che sfrutta di più i fondi strutturali europei assegnati e ne spende il 41%, poi seguono Austria 36%, Irlanda 35%, Lussemburgo 32%, Grecia 28%, Svezia 26%, Portogallo 25%, Francia 23%, Estonia 22%, Lituania 22%, Danimarca 21%. La Polonia, primo contribuente assoluto, utilizza solo il 17%. L’Italia è l’ultimo paese con l’11% di utilizzo dei fondi assegnati. In questa classifica c’è già un fallimento evidente dell’UE, poiché nessuno dei 28 Paesi spende il 100% dei fondi disponibili, e la migliore prestazione della Finlandia ci dice che spende meno della metà. Perché un Paese come l’Italia, che ha enormi disuguaglianze fra Nord e Sud, e fra le aree urbane e territoriali, non utilizza i soldi assegnati?

Chi riceve più fondi in valori assoluti è la Polonia con 86,1€ mld, poi seguono Italia 44,6€ mld, Spagna 39,8€ mld, Romania 30,8€ mld, Germania 27,9€ mld, Francia 26,8€ mld, Portogallo 25,8€ mld, Ungheria 25€ mld, Repubblica Ceca 23,8€ mld, Grecia 21,3€ mld, UK 16,4€ mld, Slovacchia 15,2€ mld e poi tutti gli altri. Abbiamo visto che solo in pochi sono capaci di utilizzare i fondi e la Finlandia, la più capace, ne spende meno della metà. I criteri di utilizzo dei fondi sono sbagliati?

Calcolando il totale fra i miliardi versati dai singoli Paesi all’UE 645,7€ mld, e i miliardi assegnati ai Paesi stessi €460,2€ mld, c’è un saldo negativo di 185,4€ mld che molto probabilmente contribuisce a pagare il costo dell’istituzione UE. Facendo la differenza fra i miliardi versati all’UE e quelli assegnati scopriamo che l’Italia è il Paese che paga più di tutti il costo dell’UE, con 31,4€ mld, poi seguono Polonia con 18,8€ mld, Francia 18,7€ mld, Germania 16,8€ mld, Spagna 16,3€ mld, UK 10,3€ mld e gli altri.

I dati mostrano che il costo dell’UE e il suo criterio di prelevare soldi dai singoli Paesi per finanziare la programmazione economica, non tiene conto degli effetti sociali della recessione economica. Nell’euro zona sussistono pesanti disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento e i criteri di finanziamento dovrebbero corrispondere a questi temi, e non ad altri. Se da un lato l’UE rileva le disuguaglianze per aree geografiche regionali, e certifica le disuguaglianze delle aree “centrali” e quelle “periferiche”, poi non correggere gli errori sulla spesa perché i luoghi marginali restano tali, mentre quelli più ricchi continuano a concentrare capitali. Un esempio, come mai un paese come la Polonia contribuisce (104,9 mld) più del doppio della Germania (44,7 mld)? In termini di flussi, i poveri pagano l’UE.

In valori assoluti, il buget di spesa di 645,7€ mld nel periodo 2014-20 è ridicolo rispetto ai reali bisogni. Per renderci conto della presa in giro, l’UE propone di spendere appena 3,2€ mld all’anno per ognuno dei 28 Paesi. Tornando alla politica vera, considerando gli enormi problemi che si concentrano nelle aree periferiche, servirebbero investimenti di almeno 100€ mld e non 3,2€ mld, se le istituzioni volessero affrontare temi come il rischio sismico, idrogeologico, la conservazione del patrimonio e la rigenerazione urbana e territoriale, includendo i problemi sociali (disoccupazione) e ambientali (inquinamento e bonifiche). L’enorme problema culturale e politico all’interno dell’euro zona è che la sua natura neoliberista preferisce il laissez faire del mercato, per scoraggiare gli investimenti a fondo perduto e vietare gli aiuti di Stato, secondo la religione della libera concorrenza. E’ necessario un cambiamento culturale e politico per applicare il più saggio socialismo, che investe direttamente nei territori più svantaggiati e programma opere pubbliche che non producono un ritorno economico nel senso capitalistico, ma generano un ritorno sociale ed ambientale, caratteristiche fondamentali per lo sviluppo umano. L’UE osserva e pubblica la geografia delle aree funzionali, cioè dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL); questi territori esprimono meglio le attività e le funzioni presenti sui territori. In Italia esistono 611 SLL, e la programmazione politica e finanziaria dovrebbe rispecchiare queste forme di agglomerazione urbana e territoriale, e non più i vecchi Comuni, ormai obsoleti. Sono due gli errori dell’euro zona: il primo è l’assenza del potere pubblico, cioè di uno Stato che interviene nell’economia per aggiustarla; e il secondo finanziare le Regioni, quando invece bisogna finanziare i Sistemi Locali osservando i loro piani bioeconomici che riterritorializzano attività e funzioni. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza sui territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Il capitalismo misura la produttività, e i criteri per finanziare un piano sono tutti basati sul ritorno economico, ma esistono investimenti che non producono alcun ritorno: l’educazione, l’assistenza sanitaria e sociale, la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, la conservazione del patrimonio naturale. Secondo il capitalismo questi sono costi da ridurre, ma secondo la ragionevolezza umana, determinati temi sono priorità per un’esistenza normale, dignitosa e civile, che possono essere finanziati cambiando i paradigmi culturali dell’economia. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

Fondi strutturali 2014-20

Fonte dati sito della Commissione, elaborazione personale.

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