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L’urbanistica moderna nacque alla fine dell’800 per risolvere problemi pratici causati dal capitalismo. Tutti gli urbanisti, almeno una volta, hanno dovuto fare i conti con discipline “negative” e fuorvianti come l’economia e la proprietà privata dei suoli (giurisprudenza). E’ altrettanto onesto riconoscere che una volta messa da parte l’idea egualitaria e socialista dell’800 per stimolare lo sviluppo umano, buona parte degli urbanisti hanno apprezzato e favorito l’idea di città consumista che sviluppa il capitalismo liberista e produce nichilismo. Buona parte delle espansioni delle città costruite dal secondo dopoguerra sono proprio i quartieri del capitalismo nichilista e non dell’urbanistica a servizio della specie umana.

All’interno dell’attuale paradigma il territorio è merce, e come tale i piani sono programmati secondo la logica del profitto ove i soggetti privati sono i beneficiari di tale profitto poiché i Comuni hanno abdicato al proprio dovere di custodi e promotori dei principi costituzionali. Le armi più efficaci della credenza liberista sono state l’invenzione giuridica del debito e l’usurpazione della sovranità monetaria. La matematica finanziaria con l’ausilio delle borse telematiche, sono solo gli strumenti più recenti e più sofisticati di una religione che poggia le sue radici sulla manipolazione psicologica e sulla servitù volontaria costruita con i programmi scolastici e la psico programmazione universitaria.

Se nel ‘900, molti Paesi hanno saputo piegare l’avidità dell’ideologia liberale (capitalismo), attraverso l’esproprio e l’uso del diritto di superficie, per favorire il disegno urbano, oggi in Italia, la speculazione può essere arrestata da un’evoluzione culturale: la bioeconomia. La recessione del sistema capitalistico, la fine dell’epoca industriale nel mondo occidentale, può essere superata solo uscendo dal piano ideologico predominante per approdare, finalmente, sul piano dell’agire etico e razionale: la bioeconomia. Le città concepite come modelli di flusso e il governo del territorio (urbanistica) pianificato valutando le risorse finite (invarianti strutturali dinamiche) possono consentire agli abitanti di creare un sistema prosperoso attraverso la decrescita selettiva degli sprechi e l’uso razionale dell’energia.

metabolismo circolare città

Città a metabolismo circolare (Fonte R. Rogers)

E’ necessario stimolare la partecipazione attiva e far emergere pubblicamente il conflitto culturale: l’avidità dei privati contro l’interesse generale richiesto dalla Costituzione. Solo in questo processo pubblico e trasparente i cittadini potranno conoscere il proprio territorio, e gli aspetti sociali ed economici del percorso che conduce a un disegno urbano razionale e intenzionale per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura e diventare i committenti del nuovo piano regolatore generale partendo da un’attenta analisi della realtà, dei tessuti urbani circa l’uso dello spazio, delle densità ed i servizi. In questo percorso possiamo pensare di puntare alla bellezza, alla valorizzazione dello spazio pubblico e la progettazione dei servizi che mancano, in questo percorso possiamo eliminare le rendite di posizione e sfruttare le opportunità attraverso l’impiego delle nuove tecnologie e il recupero dell’intero patrimonio edilizio esistente.

Tutti i piani di settore, dall’energia alla mobilità, usano un linguaggio chiaro: riusare, riciclare, ridurre; tutti i piani perseguono una decrescita che riduce selettivamente la crescita del PIL, mentre l’evoluzione della vita nei centri urbani suggerisce di conservare i centri storici e di recuperare l’ambiente costruito.

L’esperienza più significativa è l’esempio delle politiche urbane “inner city”, ove negli anni ’70 il Governo inglese investì circa 140 milioni di sterline per rigenerare le città coinvolgendo i cittadini. Da qualche anno diverse città europee stanno recuperando interi quartieri realizzando progetti sostenibili. L’Italia, fra i paesi fondatori dell’UE, è l’unico che non possiede un’agenda urbana adeguata al fenomeno della contrazione (le 26 città più grandi d’Italia hanno perso abitanti). Se il tema delle città fosse al centro delle priorità politiche dei governi italiani, e se si avesse il coraggio di proporre un’agenda secondo i principi della bioeconomia uscendo dalla speculazione edilizia, si potrebbe realizzare il più grande programma di occupazione utile risolvendo anche il problema del lavoro.

città in contrazione

Città in contrazione

All’interno di questo processo rinasce la comunità degli abitanti ed è del tutto naturale riconoscere le leggi della natura che garantiscono la vita della specie umana. In tal senso l’urbanistica riscopre le proprie radici, disegna la cellula urbana e riprogetta gli isolati, risolve problemi pratici secondo i reali bisogni dei cittadini emersi dai processi democratici, e grazie al miglioramento suggerito da una corretta morfologia urbana, un corretto proporzionamento delle densità e delle superfici si migliora la qualità della vita. Se nell’800 non vi erano il solare, l’eolico e la geotermia, oggi abbiamo l’opportunità di realizzare comunità auto sufficienti per cancellare la dipendenza dagli idrocarburi e costruire comunità libere dai ricatti delle SpA. Inoltre la rigenerazione urbana suggerisce un altro tema fondamentale, proporre un modello sociale basato sulla reciprocità e sullo sviluppo di comportamenti etici.

Rigenerare Ginosa

Il 16 maggio, grazie al gruppo MDF di Ginosa, si è svolto l’incontro sul tema “rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia“. Lo scopo dell’incontro è stato quello di mostrare e proporre l’importanza strategica dei principi della bioeconomia all’interno del processo decisionale per il governo del territorio, cioè di proporre un cambio dei paradigmi culturali anche nell’urbanistica per uscire dalle logiche speculative e cominciare a stimolare una partecipazione dei cittadini in maniera consapevole circa le dinamiche sociali e gli interessi privati, che spesso sostituiscono l’interesse generale.

rigenerare GinosaL’ampia partecipazione a un tema apparentemente difficile suggerisce che bisogna essere ottimisti, poiché i paradigmi della società sono fuorvianti e sbagliati. Le persone sentono il bisogno di discutere su proposte radicali, su cambiamenti che riconcettualizzano i processi decisionali proponendo la partecipazione diretta attraverso strumenti che bisogna sperimentare, al fine di giungere a una sintesi politica costruita da tutti i partecipanti.

La rigenerazione urbana è un tema ormai “contemporaneo” ma esistono diverse accezioni della rigenerazione. Per MDF è importante rigenerare attraverso la bioeconomia, cioè proporre una città secondo il modello dei flussi poiché ci consente di riconoscere le risorse naturali e di usarle in maniera razionale; oltretutto è possibile associare a tale modello, il valore del disegno urbano secondo l’approccio conservativo e introdurre un’evoluzione culturale secondo la distinzione fra beni e merci, per sottrarre i beni dalle logiche mercantili.

Lo sforzo culturale dei cittadini è quello di riconoscere il rischio speculativo dall’economia e dalla giurisprudenza a danno del disegno urbano, e di approdare su un nuovo piano concettuale determinato dalle leggi della natura (fotosintesi clorofilliana, termodinamica, etc.). Solo nel nuovo piano, quello bioeconomico, riusciamo a piegare l’economia e la proprietà privata ai principi della Costituzione che tutela prioritariamente la salute, l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio storico. Spetta ai cittadini riconoscere il valore del disegno urbano che rigenera la città partendo dall’analisi della realtà, dall’accurata osservazione dei tessuti urbani e propone una morfologia secondo la corretta composizione (cellula urbana) e secondo i bisogni reali, non più secondo i capricci e l’avidità, non più secondo il consumismo compulsivo. Un disegno urbano che propone la bellezza, il comfort urbano, l’uso razionale dell’energia, l’economia locale, il riuso e il riciclo, e la città a misura d’uomo. Ginosa ha bisogno di un Piano di Recupero del centro storico secondo l’approccio conservativo e di riutilizzare volumi e superfici esistenti ma abbandonati. Attività e vitalità spettano ai cittadini che vivono e conoscono il territorio, ma sono importanti l’uso razionale delle risorse naturali, le auto produzioni, e l’artigianato poiché sono espressione di un valore. Ginosa ha il vantaggio di essere stata costruita in un ecosistema unico, una bellezza naturale e antropica che rientra nel modello delle gravine; le sue origini, l’artigianato locale e l’impiego di nuove tecnologie sono la strada che può costruire valore grazie alla saggezza dei suoi cittadini.

Civismo attivo

In passato avevo già condiviso informazioni relative alla partecipazione attiva nel senso più ampio del termine, e soprattutto sulla partecipazione intelligente e consapevole al fine di abbandonare il becero qualunquismo e capire come funziona la pubblica amministrazione pagata con le tasse dei cittadini. Per invertire la regressione incivile è necessario studiare il funzionamento della macchina e successivamente entrare nel merito delle scelte rispetto ai principi Costituzionali. Un popolo saggio e maturo dovrebbe essere in grado di giudicare l’operato dei politici rispetto agli obblighi costituzionali e un popolo consapevole e visionario è capace di indicare la giusta strada per migliorare la società.

Dal 2009 i cittadini possono e devono giudicare l’operato di dipendenti eletti, dirigenti e funzionari i quali hanno l’obbligo di condividere sui siti istituzionali piani, bilanci e strategie affinché i cittadini possano controllare il loro comportamento. I cittadini devono poiché dal loro giudizio dipende la qualità della PA.

I cittadini, a metà del mandato elettorale o per dissesto economico, sono chiamati a giudicare le promesse elettorali e votare l’eventuale revoca. I cittadini, non il partito, giudicano il lavoro del dipendente eletto attraverso criteri ben precisi. E’ possibile misurare l’attività del singolo parlamentare poiché gli atti sono pubblici e si trovano sul sito internet del Parlamento. Ad esempio l’attività parlamentare è composta di atti concreti (disegni di legge, mozioni, emendamenti) e verbali (interrogazioni) e lavori nelle Commissioni. E’ possibile misurare l’attività di un intero partito politico e capire quali interessi sta portando avanti. Sulla base degli atti un cittadino ha le informazioni necessarie per misurare l’impegno di un dipendente pubblico, e giudicarlo rispetto ai principi costituzionali (uguaglianza, libertà, partecipazione, tutela del patrimonio, ambiente, salute, democrazia economica), rispetto al programma elettorale, e sia alle proprie sensibilità culturali, le priorità, constatando quali temi sta portando avanti quel dipendente.

Mentre la Svizzera rimane la più grande e originale tradizione democratica in Europa con un’esperienza di ben 150 anni, il resto dell’Europa è palesemente governata da un sistema feudale che si regge soprattutto sulla manipolazione mentale attraverso la televisione ed i programmi scolastici governativi, ed oggi con internet ed i sistemi mobili si cerca di migliorare il controllo sulle masse. In questo contesto cominciano a proliferare sperimentazioni di followership, cioè di condizionamento dei partiti attraverso il sistema di sondaggi continui attraverso l’impiego di algoritmi informatici. Così come gli algoritmi informatici elaborano informazioni delle borse telematiche e tali informazioni condizionano multinazionali, banchieri, giornalisti e politici, in un modo analogo gli stessi sistemi condizioneranno i “leaders” politici attraverso i suggerimenti delle masse e della società nel suo insieme. Ma se i sondaggi vanno ad ascoltare gli umori di masse immature, quale sarà la qualità delle opinioni espresse? Quale sarà la qualità delle decisioni politiche? E’ del tutto evidente che in questo modo i leaders politici abdicano al loro ruolo di rispettare le Costituzioni, e di tutelare i diritti, poiché si andrà ad affermare una nuova consuetudine plebiscitaria controllata dai vizi delle masse immature che potranno suggerire norme inadeguate.

Nonostante le difficoltà che tutti noi possiamo riscontrare, associazioni e istituzioni hanno aperto un varco poco conosciuto. Il lavoro migliore viene svolto da open polis tramite open bilanci, mentre le istituzioni hanno creato soldipubblici.gov.it ed opencoesione sui flussi finanziari europei.

E’ fondamentale che i cittadini conoscano la Costituzione e sviluppino sensibilità civiche rispetto a valori universali, solo in questo modo potrà cominciare un processo civile autentico ove la società potrà migliorare grazie alla partecipazione consapevole, e si potranno effettuare cambiamenti radicali per introdurre l’etica nella politica. Se i cittadini continuano a tacere sui fatti della politica e continuano a rifiutarsi di partecipare con consapevolezza, avremo sempre politici che esprimono tutta la nostra inadeguatezza e incapacità, e spesso l’immoralità dei nostri atteggiamenti e del nostro nichilismo.

Dice il proverbio: «a lavar la testa all’asino ci rimetti il ranno e il sapone». Il sofista imbonitore come ogni teatrante in tour ripete le proprie battute imparate a memoria, a volte le modifica ma ripete sempre gli stessi slogan pubblicitari, e così nel denigrare una filosofia politica aggiunge anche la gratuita offesa personale «se qualcuno parla di decrescita felice, bisognerebbe farlo vedere da gente brava». Secondo il centro studi di Intesa Sanpaolo la bioeconomia (da cui nasce la filosofia politica della decrescita) in Italia vale 241 miliardi di euro. «Secondo il report curato da Stefania Trenti, responsabile Industry & Banking della direzione centrale Studi e Ricerche, la bioeconomia riveste una grande importanza anche in termini di impiego: nei cinque Paesi oggetto della ricerca gli occupati del settore sono 7,5 milioni, di cui 1,6 milioni in Italia. Il numero salirebbe a 18 milioni se si includessero nel calcolo tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea».

peso della bioeconomia

Riporto qui alcune risposte già pubblicate sul mio diario:

17 settembre 2014. Metti un pubblicitario al Governo è ottieni un linguaggio composto da slogan, gag, battute, ottieni un linguaggio privo di contenuti e privo di verità. Non si tratta solo di come Matteo Renzi si esprime, ma si tratta del linguaggio politico contemporaneo di tutti i politici che smanettano su internet, divulgano opinioni poco colte; si tratta di politici che scimmiottano la società per entrare in empatia con l’uomo qualunque. La società liquida costruita nel corso dei decenni, ideata proprio dal mondo della pubblicità, è una società nichilista e apatica che esprime giustamente il “meglio” del mondo politico creato dalla televisione, dalle serie televisive e dall’immaginario politico costruito dalle SpA che controllano il mondo mediatico, e che hanno inventato l’attuale linguaggio dei politici. Sono diversi decenni che la scuola non è più il luogo ove si formano cittadini, non è più la scuola a creare il linguaggio dei cittadini. Oggi c’è un’arma distruttiva dell’essere umano ancora più efficace: twitter di natura orwelliana, come sarà stato già detto da molti altri. Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

E’ così il premier italiano, Matteo Renzi, crede che la ricetta giusta per l’Italia sia la crescita mentre la decrescita felice sia la strada sbagliata, opinione del tutto legittima, ma espressa a suo modo con battute e slogan poiché così ci si esprime nelle pubblicità. Se bisogna vendere questo prodotto adotto un linguaggio efficace, per stimolare l’interesse di chi vuole comprare. Secondo Renzi «l’Italia ha interrotto la caduta, ma non basta. L’obiettivo è tornare a crescere” e le riforme sono “lo strumento per farlo», affermazioni di un premier che non ha la visione giusta per aiutare il popolo. Si può non condividere la filosofia politica della bioeconomia dai cui nasce la decrescita, che suggerisce semplicemente di non basare le scelte politiche sull’andamento del PIL, e quindi la decrescita selettiva del PIL stesso, cioè ridurre e cancellare il consumo di merci inutili; si può non condividere, ma non si può far credere che la proposta della decrescita non aiuti l’operaio e l’imprenditore, soprattutto quando nella realtà è vero il contrario, e cioè grazie all’applicazione delle tecnologie della decrescita felice sorge nuova occupazione. […]

6 febbraio 2015. Se oggi siamo in grado di confutare e comprendere che il capitalismo sia sbagliato o meno, è grazie agli studi di economisti, matematici, biologici e filosofi che preconizzarono questo momento di crisi con estrema precisione. Fra questi Nicholas Georgescu-Roegen riuscì a dimostrare matematicamente la fallacia dell’economia neoclassica, poiché la “funzione della produzione” e la “funzione del profitto” ignorano l’entropia, e Georgescu-Roegen propose una nuova “funzione della produzione” basata sul modello di flussi di energia e di materia. Da molti anni, grazie ai contributi di Keynes, Marshall, Schumpeter, Daly e Georgescu-Roegen sappiamo perché il capitalismo sia insostenibile, e soprattutto abbiamo le teorie alternative per uscirne ed entrare in un sistema economico equilibrato. Il sistema passa necessariamente attraverso un periodo di transizione chiamato “decrescita felice”, tecnicamente è la decrescita selettiva del PIL, cioè la riduzione e cancellazione di sprechi e merci inutili, che ci aiuta a migliorare la qualità della vita, perciò la decrescita è felice, poiché ci consente di decolonizzare l’immaginario collettivo dall’idea errata che la crescita del PIL coincida col benessere, e di avviare un reale sviluppo umano grazie al modello suggerito dalla bioeconomia ideata da Georgescu-Roegen. […] Per fortuna, la decrescita felice è sempre più popolare e affascina accademici, cittadini, e imprese che stanno anticipando e realizzando l’epoca che verrà (Una strategia per una bioeconomia sostenibile in Europa), e speriamo sia sinceramente sostenibile grazie alla transizione chiamata proprio “decrescita felice”. “La bioeconomia – basata sull’utilizzazione sostenibile di risorse naturali rinnovabili, in gran parte vegetali – già vale 2mila miliardi di euro e 22 milioni di posti di lavoro“.

8 febbraio 2015. Bisogna ammettere che la migliore sintesi politica e comunicativa sul cabarettista premier italiano l’ha realizzata un altro comico: «cari italiani, se sono riuscito a fottere uno come Berlusconi; a voi che siete gente semplice, avete idea di come possa ridurvi? State sereni!!!» (cit. Matteo Renzie/Maurizio Crozza, in “Dì Martedì”, 3 feb 2014)

Dal punto di vista macro economico l’Italia non è in decrescita, ma grazie all’implosione del capitalismo preconizzata da Keynes, l’Italia è entrata prima in un periodo di deflazione, e poi è iniziata la recessione. Tornando alla decrescita selettiva del PIL, magari fosse così, vorrebbe dire che la classe dirigente politica ha predisposto un piano per affrontare correttamente la recessione, e garantire un futuro di prosperità ai suoi abitanti. Entrando nel merito, ricerca e imprese stanno realizzando nuovi modelli di trasformazione e produzione delle merci, più sostenibili rispetto al passato, di fatto realizzando quei processi bioeconomici preconizzati dal padre della decrescita: Nicholas Geogescu-Roegen. Queste imprese stanno dimostrando come e quanto sia possibile un’altra economia uscendo dai modelli neoclassici che ignorano l’entropia e la biologia. Compiere trasformazioni sostenibili è un processo complesso ed è in corso d’opera l’evoluzione industriale, mentre esiste un ambito già maturo e che rappresenta un’opportunità straordinaria per aiutare il nostro Paese e realizzare comunità più conviviali migliorando la qualità della vita: la progettazione e l’industria delle costruzioni che ha sensibilità nella conservazione del patrimonio esistente e l’uso razionale dell’energia. L’Italia è l’unico grande paese dell’UE che non ha un’adeguata politica urbana e territoriale per affrontare il fenomeno delle città in contrazione, ed l’unico che non sta cogliendo l’opportunità di rendere le proprie città auto sufficienti e più sostenibili attraverso la rigenerazione dei tessuti edilizi arrivati a fine ciclo vita ed attraverso la rigenerazione dei centri storici. Sono 26 le città in contrazione con una perdita stimata di 2.414.770 di abitanti; buona parte di loro è andata a vivere nei comuni limitrofi ai grandi centri aumentando la complessità del governo territoriale. Gli effetti negativi di tale inerzia sono noti agli urbanisti, ma ricordiamone alcuni: la gentrificazione, un aumento dell’inquinamento e dello spreco di risorse energetiche, aumenta il consumo del suolo, un peggioramento generalizzato della qualità della vita poiché gli spostamenti non programmati fanno aumentare i carichi urbanistici, e quindi fanno congestionare nuovi centri urbani privi degli adeguati servizi sociali, culturali ed ambientali, con la conseguenza generalizzata dell’aumento di sprechi per la spesa pubblica e privata, che intacca i risparmi degli italiani. […]

E’ storia recente che una parte dei politici italiani, quelli che hanno l’immagine di essere di sinistra stiano pensando un’operazione riciclo di ampio respiro. Il mio auspicio è che veramente gli italiani possano tornare ad esprimere un voto a sinistra, ma quest’auspicio è ancora molto lontano. Perché? Il mondo sta cambiando, la società è già cambiata, tranne l’atteggiamento ed il pensiero politico di taluni personaggi spinti dall’auto referenzialità e dallo spirito di auto conservazione. Dinamiche e pensieri politici sono rimasti ai modelli degli anni ’50, e in Italia gli attori politici rientrano tutti, ripeto tutti, in modelli degli anni ’50 implementati durante gli anni ’70. I media hanno avuto la capacità di creare uno spartiacque politico, prima del 1992 e dopo il 1992, prima o dopo tangentopoli. Proviamo a vedere la realtà non con gli occhi del giornalista prezzolato ma col raziocinio, proviamo a pensare come fossimo liberi, irriverenti nei confronti del pensiero dominante e nei confronti degli schemi sociali conformisti, e soprattutto curiosi, vivi, ponendoci dubbi e domande. Del resto non ci vuole molta fatica, solo un po’ di genuina curiosità e scopriremo che oggi i partiti hanno i medesimi meccanismi decisionali, le stesse dinamiche sociali (personalismo e auto referenzialità) e persino gli stessi obiettivi. Dal berlusconismo al renzismo, dal grillismo ai salvini, sono tutti schemi della pubblicità politica anglosassone; tutti rappresentano la comunicazione leaderistica fatta negli USA ove conta più l’immagine del candidato leader piuttosto che la serietà e la professionalità di idee, di programmi e soprattutto piuttosto che la squadra di una classe dirigente politica espressione di determinati valori. Sono tutti schemi di modelli autoritari semplificati che emergono dal mondo della pubblicità, cioè della propaganda sorta negli anni ’30, e pertanto la gestione dei burattini risulta molto semplice, è sufficiente che un candidato leader risulti credibile agli occhi dell’opinione pubblica, e non che lo sia realmente per comprovata moralità e capacità. Per scoprire l’acqua calda è sufficiente conoscere un po’ di filosofia politica (Platone, Socrate, Aristotele, Bodin, Hobbes, Rousseau, Locke, Proudhon, Fourier, Marx, Weber, Arendt, Chomsky) e di scienza politica, senza diventare esperti, non c’è bisogno. Tutti i partiti, una volta raggiunto il potere, non deliberano scelte radicali per cambiare lo status quo ma eseguono indicazioni esterne consegnate dai loro think tank (il cosiddetto potere invisibile delle società sovranazionali e delle SpA) e per fare questo, senza che il popolo tolga loro fiducia, esiste un sistema globale di manipolazione della percezione dell’opinione pubblica (regolatori di accesso, gatekeepers), che agisce anche come strumento di controllo dell’azione politica, ma non per l’interesse generale. Tutti i partiti hanno i propri “regolatori di accesso” e le proprie “scatole nere” dove vengono prese le decisioni, tutti usano il modello del comportamentismo, poi evolutosi in altri modelli di analisi (la scelta razionale, la neo-istituzionalista e del culturalismo) ove si misurano i consumatori, le opinioni, le credenze ed i valori per assecondare con più efficacia i bisogni del mercato politico, ma non per migliorarlo secondo un approccio etico e valoriale, ma secondo un approccio di opportunità politica (il dogma è: vendere, vendere, vendere). Secondo la concezione machiavellica, la nostra società è governata da un’oligarchia SpA – corporativismo di gruppi di interesse – che si muove in maniera del tutto indisturbata poiché il popolo, che teoricamente possiede il potere supremo, è ampiamente avviluppato nel proprio nichilismo. Negli ultimi anni, nel silenzio assoluto senza che vi sia stato dibattito pubblico le nostre istituzioni e soprattutto i politici si comportano come fossimo in una democrazia rappresentativa maggioritaria, cioè il modello anglosassone, senza che il popolo sia stato informato e/o chiamato ad esprimersi, di fatto violando la Costituzione italiana. Il cosiddetto modello Westminster prevede la concentrazione del potere esecutivo in governi monopartitici, il predominio dell’esecutivo, il sistema elettorale maggioritario, il sistema bipartitico, il potere legislativo in un’assemblea monocamerale, l’assenza di ricorso a consultazioni referendarie, e flessibilità della Costituzione. Questo elenco, fa venire in mente qualcosa?

In buona sostanza nessun partito si occupa di portare avanti valori etici universali, nessuno si occupa di stimolare e incrementare la partecipazione popolare, e nessuno ha la priorità di cambiare lo status quo per favorire la nascita di una società che consenta alle persone di accedere a livelli d’istruzione e di conoscenza per tendere alla libertà e alla felicità. Fatto questo, scopriremo che non esiste un partito di sinistra in Italia, e se vogliamo spingerci oltre la sinistra, scopriremo che nessuno dei partiti presenti sulla scena politica si pone l’obiettivo di realizzare una visione nuova della società e soprattutto la visione adeguata per noi esseri umani. Ad esempio, chiunque si ponga l’obiettivo di perseguire la bioeconomia uscendo dal capitalismo è in buona sostanza un rivoluzionario, o per dirla col linguaggio dei politologici è un riformista, oppure un progressista. Rivoluzionario, riformista, progressista tutti termini usati e abusati dai giornalisti e dai politici, e che oggi sembrano aver perso senso e significato. Chi oggi porta avanti valori di cambiamento conformi a valori e idee bioeconomiche non trova un’adeguata rappresentanza perché questa rappresentanza semplicemente non esiste, il problema innanzitutto è culturale, poi è di fiducia politica. Non sono solo i partiti, che non desiderano cambiare lo status quo da cui essi traggono benefici economici e sociali, in tal senso il concetto di “casta“, tanto amato dai giornalisti, andrebbe allagato e meglio specificato perché dalla conservazione dello status quo hanno un ritorno economico soprattutto le SpA che lavorano con la pubblica amministrazione e le multinazionali. Non è difficile trovare politici “trombati” in queste SpA, come non è difficile notare che manager e banchieri siano “scesi in politica” per ricoprire ruoli istituzionali di primo piano. Tutti personaggi forgiati e formati dal pensiero dominante: neoliberismo.

Per migliorare la società e le condizioni di vita degli abitanti è necessario investire in un percorso di ampio e lungo respiro, non sarebbe ragionevole, a breve termine, investire energie in dispendiose gare elettorali, ove è accaduto il risultato è stato deludente. Una priorità è il progetto culturale perché oggi non ci sono politici con l’adeguata visione, nel senso che solo una piccolissima fetta della popolazione è consapevole delle enormi potenzialità della bioeconomia, e per questo motivo, prima di tutto, sarebbe saggio realizzare modelli sociali bioeconomici ben radicati sul territorio prima di investire in una rappresentanza politica che potrebbe far sfumare ogni aspettativa. Sotto quest’aspetto i cittadini hanno un’enorme responsabilità poiché solo la cittadinanza ha il potere di cambiare ogni cosa attraverso piani, e progetti bioeconomici e percorsi partecipativi efficaci. La sinistra nasce e rinasce in questi piani e progetti, basti ricordare l’inizio del secolo XX ove lo sviluppo dell’industrialismo creò condizioni igieniche e sociali difficili, e gli Stati sovrani programmarono politiche socialiste a favore dei ceti meno abbienti. La sinistra nacque in antitesi al capitalismo per consentire agli ultimi di migliorare le proprie condizioni di vita. In Italia, esiste oggi una rappresentanza parlamentare che abbia portato un progetto di società prosperosa (senza il capitalismo)? E’ una domanda retorica, ovviamente, non c’è e non può esserci visto che il nichilismo governa la società. Oggi la società è cambiata, è stata psico programmata, è più servile, e non c’è più l’aiuto di uno Stato sovrano, per questo motivo bisogna ripartire dal senso di comunità usando conoscenze e competenze più avanzate sia nelle tecnologie sia nelle dinamiche di squadra con l’uso di strumenti creativi e partecipativi ove ognuno può dare il proprio contributo. In questi percorsi rinasce concretamente la sinistra, ove gli “ultimi” – il cosiddetto 99% – ribaltando gli schemi si riappropriano dei mezzi (conoscenze, processi, tecnologie, risparmi, investimenti) per rigenerare parti di città, e comunità intere. Queste virtù non esistono nei partiti, non si possono trovare in quelle organizzazioni degenerate come testimoniò Berlinguer, e poiché oggi agiscono per ridurre gli spazi democratici e portare avanti altri interessi, quelli dell’1%, è necessario mobilitare gruppi, comitati e associazioni verso nuove esperienze, genuine, e libere dalle influenze dei cosiddetti uomini degli apparati di partito. A questo percorso concreto di rigenerazione sociale dovrebbero partecipare le imprese che operano nella bioeconomia poiché sono l’esempio esistente di un interesse e di una società diversa e sostenibile. In Italia, c’è un estremo bisogno dell’esempio virtuoso di Adriano Olivetti, che si replichi in ogni luogo, in ogni comunità. Ciò di cui abbiamo bisogno, possiamo costruirlo da soli e fare massa critica con gli Olivetti italiani per mettere in pratica la bioeconomia, le nuove abilità, e le conoscenze per migliorare la nostra condizione di vita.

Decrescita e lavoro

Il dibattito del lavoro all’interno della bioeconomia assume una valenza importante e innovativa rispetto al paradigma predominante che usa la parola “lavoro” per nascondere un posto di schiavitù in un mondo di consumatori passivi. L’equivoco nasce dalla stessa Costituzione ove c’è scritto che “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Sappiamo bene che i dati sull’occupazione mostrano che l’obiettivo non è mai stato raggiunto, sia sotto il profilo della democrazia, poiché la forma adoperata è la democrazia rappresentativa degenerata in oligarchia, quindi mai verso il governo del popolo; e sia perché non si è mai raggiunta la piena occupazione. Dal punto di vista culturale l’articolo uno ha generato un limite culturale mostruoso poiché in Italia si sono diffusi posti di schiavitù, e l’obiettivo di una società sana non dovrebbe essere quello di alimentare le diseguaglianze ma di porsi l’obiettivo della felicità. Il paradosso grottesco della nostra malsana società è che nonostante la Costituzione indica con estrema chiarezza che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e si pone l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà, uguaglianza e lo sviluppo della persona umana; il legislatore dagli anni ’80 in poi ha fatto di tutto per violare i principi dello Stato sociale introducendo una giungla di norme che hanno aumentato le disuguaglianze, favorito l’accumulo di capitale privato in maniera immorale e impedito a fasce di popolazione sempre più ampie di vivere in maniera serena e soddisfacente. Questo meccanismo vizioso è sostenuto proprio dall’apatia dei cittadini, pisco programmati dalla pubblicità che ha creato la servitù volontaria.

Sappiamo bene che i fattori della produzione: capitale, natura e lavoro all’interno del paradigma obsoleto sono sfruttati per far crescere il capitale, indirizzato e custodito in banche e paradisi fiscali. Lavoro e natura sono compressi e resi infinitamente piccoli, e com’è ormai evidente, le incongruenze di questo sistema stanno portando al collasso il capitale naturale, mentre la schiavitù (il lavoro salariato) si è spostata dall’Occidente verso tutti i paesi emergenti innescando la recessione e la riduzione della domanda interna. Un allievo – Jeremy Rifkin – di Georgescu- Roegen scrisse un famoso best seller dal titolo, La fine del lavoro, riferendosi proprio alla fine dei posti di schiavitù che l’industria ha inventato per avviare una prima fase di massimizzazione dei profitti. Oggi il profitto è accelerato sostituendo gli schiavi con i robot e poi delocalizzando le produzioni ove la schiavitù è a costi più bassi (facendo aumentare i margini di contribuzione), ove la schiavitù non è condizionata da principi delle Costituzioni occidentali, e dove non ci sono obsolete organizzazioni sindacali che potrebbero rallentare le catene produttive. Del resto, se non fossimo distratti, la storia insegna che le principali potenze economiche hanno costruito le proprie ricchezze proprio sulla schiavitù: USA e Inghilterra. Quando gli operai hanno saputo promuovere efficienti organizzazioni sindacali, le imprese hanno saputo eliminare alcuni aspetti violenti, e camuffare le loro intenzioni sotto mentite spoglie, inventando persino un pensiero “filosofico” persuasivo da insegnare a scuola e nelle università: economia neoclassica e capitalismo. La storia di queste potenze è tutta costruita su violenze, omicidi, furti, usurpazioni e guerre, modus operandi abbondantemente accettato da tutti i popoli occidentali.

Se le classi politiche e sindacali credono ancora nella lotta al posto di lavoro, ma in realtà si tratta del posto di schiavitù, allora tali classi sono del tutto anacronistiche, inutili e dannose allo sviluppo umano. Multinazionali e industrie sono a un livello di conoscenze e di produttività che questi signori, o non conoscono, oppure potremmo ascriverli nella categoria “utile idiota”. Ciò non vuol dire eliminare i sindacati, ma compiere un’evoluzione anche nell’organizzazione sindacale trasformandoli in movimenti a servizio dei diritti umani per liberare gli individui dalla schiavitù SpA. Organizzazioni con un profilo culturale dell’epoca che verrà; pertanto è necessario che i loro rappresentati facciano un corso approfondito sulla bioeconomia per immaginare il lavoro del presente futuro, e non più sull’impiego di schiavitù. Prima di tutto bisogna smetterla di puntare alla crescita del PIL, poiché la crescita tramite l’innovazione tecnologica ha distrutto posti di lavoro, ha favorito la globalizzazione e le accumulate risorse monetarie attraverso la distruzione degli ecosistemi. E’ sufficiente consultare il sito dell’Istat per controllare l’aumento costante dei valori assoluti del PIL e confrontarlo col numero pressoché costante degli occupati. Non c’è da meravigliarsi, Georgescu-Roegen aveva già dimostrato la fallacia delle teorie neoclassiche. Una stima dell’associazione taxjustice.net circa i capitali generati dalla finanza.

Pensare di usare le logiche delle lotte sindacali all’intero di apparati incancreniti, equivale a compiere il ruolo del criceto dentro la ruota. Le soluzioni sono solo radicali, non esistono vie di mezzo. Durante anni ’50 e ’70 il tasso di alfabetizzazione e specializzazione era talmente basso che gli operai difficilmente avrebbero potuto controllare le produzioni. All’inizio del nuovo millennio, come sappiamo, i laureati ambiscono a scappare dall’Italia per far crescere le multinazionali che hanno avviato la distruzione della nostra industria manifatturiera. Il lato positivo di questa vicenda è che le conoscenze che consentono di liberare l’uomo dalla schiavitù sono ampiamente disponibili, e questo consente ai laureati e agli operai di appropriarsi direttamente delle produzioni (un sogno prefigurato negli anni ’60, oggi è possibile). Secondo aspetto caratteristico: il tema qualitativo del lavoro, non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili. I Sindacati, sbagliando, hanno sempre difeso qualsiasi tipo di lavoro senza alcuna distinzione di carattere ambientale. Ormai dovrebbe essere noto che la bioeconomia apre opportunità a impieghi che si distinguono dagli altri per l’aspetto qualitativo ed etico, e per questa ragione chi propone una decrescita selettiva del PIL fa un discorso che ha due aspetti importanti uno morale e l’altro pragmatico, perché consente di eliminare dalla società tutti i consumi inutili, generati propri dagli impieghi che fanno regredire l’essere umano. Il lato pragmatico dovrebbe essere abbastanza facile da capire, un processo produttivo che elimina gli sprechi energetici è più efficiente, e se le trasformazioni sono programmate tutelando la capacità auto rigenerativa del capitale naturale, accade che il processo produttivo sarà destinato a durare per sempre. E’ implicito che tale processo ignora l’avidità, ignora la crescita del PIL, ignora la pubblicità e tutte le strategie inventate dall’epoca moderna delle multinazionali che stanno conducendo l’Occidente all’auto distruzione.

Le privatizzazioni d’infrastrutture e servizi strategici hanno rappresentato un attacco alla libertà e all’auto determinazione della sovranità popolare. Stato, operai e cittadini devono riappropriarsi di settori e indotti fondamentali per l’interesse generale, e devono espropriare fabbriche e industrie dotate di mezzi e tecnologie strategiche per la sopravvivenza del Paese, dalla meccanica all’informatica, dalla manifattura alle telecomunicazioni. La libertà e la capacità di restituire dignità agli italiani passa attraverso la piena applicazione della Costituzione italiana, prima che questa sia cancellata, e sotto il profilo pragmatico passa attraverso l’ampliamento del concetto di “bene comune” affinché le comunità di cittadini possano riprendersi il controllo dei servizi pubblici locali (acqua, energia, mobilità, riciclo dei rifiuti).

Nell’ambito della recessione che stiamo subendo le uniche attività produttive che hanno retto all’impatto della crisi economica, sono quelle ad alta innovazione tecnologica impiegata nell’uso razionale dell’energia, questo indotto ha persino frenato la crisi delle costruzioni edilizie, anche grazie agli incentivi delle detrazioni fiscali associate agli interventi di risparmio energetico. Sotto il profilo del pragmatismo vuol significare una sola cosa, all’interno della globalizzazione la risposta occupazionale più efficace proviene dalle politiche di bioeconomia in quanto garantisco processi produttivi ad alta efficienza e sostenibilità economica.

Un altro ambito che cerca di riprendersi è l’agricoltura capace di tutelare il territorio dandosi l’opportunità di produrre secondo cicli e regole naturali (agricoltura sinergica), capace di comunicare un messaggio fondamentale per vita umana: alimentarsi in modo sano vuol dire prevenire malattie e migliorare la qualità della vita.

Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle emerge l’opportunità di un cambiamento radicale della società ove le persone non dovranno più essere irreggimentate, ma potranno scegliere una vita più serena. Per consentire questa evoluzione lo Stato deve uscire dal capitalismo, riprendersi il controllo dello strumento monetario, introdurre la meritocrazia nella pubblica amministrazione (Enti pubblici, scuola, università) e consentire alle persone più capaci di formare una società che va ripensata partendo dalle fondazioni. E’ sufficiente osservare che intere comunità possono diventare auto sufficienti per cogliere il cambiamento radicale, e solo per realizzare questo obiettivo ci sarà bisogno di nuova occupazione utile. Stato e imprese devono appropriarsi dei mezzi tecnologici per tendere a questo obiettivo: liberare le famiglie dalla dipendenza degli idrocarburi e creare le condizioni culturali per sviluppare la creatività necessaria per tendere alla sovranità alimentare.

Una delle strade più concrete e alla portata degli italiani è proprio la rigenerazione dei centri urbani. Poiché le conoscenze per una conversione ecologica delle città sono quelle più diffuse, e contemporaneamente più osteggiate giacché le famigerate rendite di posizione e una giungla di leggi immorali e sbagliate non aiuta i percorsi di pianificazione partecipata; ma ciò non vuol che non ci si riesca, vuol dire che bisogna rimuovere gli ostacoli costruendo una massa critica fra gli abitanti, e usare le corrette progettazioni e le corrette tecnologie per migliorare la qualità della vita.

In questo discorso intorno a “decrescita e lavoro” c’è sempre un filo conduttore “nascosto” e molto importante per tendere alla felicità: la riduzione delle ore di lavoro per liberare l’individuo dalla schiavitù. In società ove l’uomo controlla le tecnologie queste servono a garantirgli vantaggi sociali, cioè coltivare relazioni umane di qualità, in famiglia e per dedicarsi ai propri interessi culturali ed artistici. La riduzione di ore di lavoro non significa un minore salario, cioè minore potere d’acquisto, ma al contrario lo Stato deve intervenire e riprendersi anche il potere di condizionare i prezzi e realizzare l’equilibrio fra salario, prezzi ed offerta. Facciamo un esempio: vivere in una casa autosufficiente significa auto prodursi l’energia, quindi eliminare i costi delle bollette e quindi ridurre posti di lavoro inutili. I posti “persi” vanno spostati verso la realizzazione dell’efficienza energetica e la bonifica di siti inquinati, ciò vuol dire investire in formazione e accettare il fatto di dover retribuire persone che probabilmente non potranno svolgere altri impieghi. Le tasse dei cittadini dovranno esser utilizzate per gestire meglio le risorse umane, garantire un sostegno e un’opportunità di inserimenti lavoratori in ambiti diversi da quelli precedenti attraverso la formazione. Sotto questo profilo le organizzazioni sindacali hanno un ruolo decisivo poiché il progetto – rigenerare le città – richiede manodopera maggiormente qualificata rispetto al passato, grazie all’uso di strumenti di misura più sofisticati che va dal rilievo per la conservazione del patrimonio esistente sino all’uso razionale dell’energia, fino all’impiego di materiali biocompatibili con la vita, tutto passando per l’analisi del ciclo vita che ci consente di capire l’impatto di piani e progetti. Altri due ambiti che stanno sviluppando progetti bioeconomici sono la manifattura del tessile e la mobilità intelligente. Per evitare che queste opportunità rimangano sogni irrealizzabili all’interno di un ambiente ostile poiché la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di servitù volontaria, è necessario che, chi ha i mezzi culturali ed economici si convinca di fare massa critica, e concentrare le proprie energie in territori favorevoli, compatibili per concretizzare una società libera e sostenibile. Uno o più modelli realizzati sono gli elementi che generano il cambiamento per il resto della società.

Tempo fa osservavo due fenomeni rilevanti, entrambi effetto dell’ignoranza e della recessione, il primo è che noi cittadini cominciamo a parlare della cosa pubblica (fatto sicuramente positivo), ed il secondo è che crediamo di parlare di economia (fatto negativo), evitando di entrare nel merito delle argomentazioni. Durante i dibattiti pubblici che ho assistito, spesso non si parla di economia e di politiche economiche, ma di diritti (sovranità monetaria, ristrutturazione del debito, etc.). La cosa strana è che anche gli “esperti” ed i politici dicono di parlare di politiche economiche, ma nella realtà parlano di finanza (spread, interessi, etc.), o parlano di diritti (ristrutturazione del debito), nessuno parla di economia. Se volessimo capire l’economia sarebbe sufficiente leggere un testo di ecologia applicata, solo così potremmo iniziare a comprendere cosa sia l’economia, e poi osservare l’incompatibilità fra le leggi della natura e le opinioni di quella che viene chiamata economia neoclassica, un mucchio di credenze completamente avulse dalla realtà che ruota intorno a noi. E così a causa della recessione i movimenti politici che raccolgono consensi crescenti non lo fanno su una proposta di nuova società, ma sulla richiesta legittima, di rispettare i diritti o di allargarli, ma nessuno di loro mostra chiaramente come potrebbe cambiare la vita per gli esseri umani uscendo dal capitalismo grazie al cambio dei paradigmi culturali attraverso la bioeconomia, che si attua anche con un mix di strategie (organizzazione della comunità) e l’impiego delle migliori tecnologie, oggi persino a buon mercato. In questo modo si troverebbe la soluzione concreta a tre argomenti fondamentali, ma ostaggio della demagogia e della retorica: lavoro, ambiente e democrazia.

E’ il sistema capitalistico a non funzionare, pertanto la soluzione non può essere ricercata rimanendo sul medesimo piano ideologico. Syriza e Podemos propongono un controllo del debito pubblico e privato per conoscerne la natura e gli effetti negativi nei confronti dei popoli, cosa corretta ed auspicabile al più presto. La soluzione suggerita da Syriza e Podemos è il ripristino delle politiche keynesiane per sostenere il potere d’acquisto degli stipendi salariati e stimolare nuovamente i consumi, cioè si ripropone la crescita del PIL, niente di più sbagliato e poco auspicabile. Le posizioni politiche di Syriza e Podemos hanno una virtù di carattere politico e giuridico che si sostanzia nel dire: è lo Stato che deve promuovere una politica industriale e non il libero mercato, una visione socialista a mio avviso corretta ed auspicabile visto che le borse telematiche non hanno un’etica, e tanto meno perseguono un interesse generale. La visione auspicata ha un difetto non trascurabile, e cioè ignorare la storia e la natura profonda della crisi insita proprio nel sistema capitalistico che impedisce lo sviluppo umano, ed i programmi di Syriza e Podemos hanno il difetto culturale di restare nel piano ideologico obsoleto mostrando un limite di penetrazione storica, poiché le politiche keynesiane hanno  avviato la distruzione degli ecosistemi promuovendo l’illusione psicologica che la felicità sia insita in un posto di schiavitù, basti pensare all’industria di Stato che ha investito in modelli che hanno generato morte e distruzione, basti pensare agli investimenti bellici, ed altro ancora. L’Ottocento ed il Novecento mostrano i limiti sia delle politiche di Stato che le politiche liberiste, poiché sono la faccia della stessa medaglia, appartengono entrambe all’economia neoclassica che ignora l’entropia, e non bisogna commettere l’ingenuità e l’arroganza, speculando anche sulle difficoltà umane, di credere che se ripristiniamo le politiche keynesiane tutto migliorerà, ma è la storia a dire loro che stanno sbagliando, e non sotto il profilo giuridico, assolutamente condivisibile, poiché è evidente che lo Stato debba tornare ad avere un ruolo primario, ma sotto il profilo tecnico: non tutti i lavori sono utili, non tutte le imprese sono utili, e bisogna smetterla di formare schiavi e consumatori. E’ necessario compiere un’evoluzione tesa a riconoscere che solo la bioeconomia può programmare un piano di sostenibilità, uscendo dalla religione capitalistica e dell’inutile crescita del PIL. Le difficoltà dei popoli si risolvono col dialogo e dando loro strumenti semplici ed efficaci prendendosi cura dei propri territori, in quest’ottica del riuso, del recupero esiste un indotto lavorativo immenso. Non solo lo Stato deve riprendersi il suo ruolo, ma deve compiere un’evoluzione culturale rispettando i diritti e promuovendo attività biocompatibili coi limiti delle risorse finite, e scollegando tutti i consumatori dal mondo virtuale dei consumi compulsivi, per mostrare la bellezza della vita e del mondo. Riappropriandosi del controllo della moneta, a credito e non più a debito, è necessario che lo Stato ed i parlamenti vietino i sistemi fiscali occulti, i paradisi fiscali e quant’altro, e siano coerenti con l’etica, la tutela della salute umana e dell’ambiente e si cominci a conservare e tutelare il territorio, rendere l’istruzione libera dai dogmi obsoleti e indirizzare la ricerca verso l’utilità sociale uscendo dal mero profitto. Non si tratta di uscire o entrare nell’euro, si tratta di cambiare la natura giuridica della moneta, e trasformarla in uno strumento di credito, un mero strumento di misura degli scambi, liberandola dalla truffa dello scambio coi Titoli garantiti da un ambiente immorale come quello delle borse telematiche e delle agenzie di rating, in pieno conflitto di interessi. Ci vuole un periodo di transizione per uscire dalla finanza virtuale, approdare nell’economia reale ed entrare nella bioeconomia. Riequilibrare le transazioni accertandone la veridicità giuridica, saldare gli scambi reali e far partire l’economia reale condizionata dalle leggi della natura.

Abbiamo già assistito agli effetti negativi e degenerativi del populismo consapevole ed inconsapevole: aumento dell’apatia dei cittadini e rischio della tenuta sociale di un Paese lasciato allo sbando, facile preda del caos e dei regimi autoritari, e questo può accadere per il doppio effetto sia dell’implosione del sistema capitalistico e sia per l’immaturità e l’irresponsabilità di chi si propone sulla scena politica, ma è incapace di governare i periodi di recessione ed è incapace di avviare una transizione culturale, politica ed economica.

Se da un lato si compie una lotta politica per ripristinare diritti fondamentali, sarebbe altrettanto responsabile ed auspicabile che si presenti una visione sostenibile della società (ed ecco la politica economica), affinché i cittadini possano attivarsi in tal senso e costruire una comunità veramente libera. Una volta che gli Stati si riprenderanno le proprie sovranità in una vera comunità europea, sarà determinante divulgare la visione bioeconomica della società (politica economica). Le imprese, da sole, avranno interesse nell’assumere nuovi occupati impiegati in attività virtuose, poiché è la ricerca e la creatività umana che inventano il lavoro, è l’immaginazione dei progettisti che stimola nuova occupazione, e non i politici che dovrebbero servire e non essere asserviti. I cittadini consapevoli possono investire nell’immaginazione del design e iniziare a prendersi quella parte di responsabilità avviando il cambiamento della società, senza attendere soluzioni che non possono venire dall’inerzia di un corpo incancrenito: l’obsoleta rappresentanza politica. In fin dei conti, è sufficiente capire come funzionano le istituzioni bancarie ed orientare il credito verso progetti sostenibili. Il primo passo è la coordinazione delle azioni, la condivisione dei valori, in sostanza ricostruire il senso di comunità e dialogare intorno a progetti utili all’evoluzione umana riscoprendo la bellezza. In questa visione Syriza e Podemos potrebbero tornare utili se hanno l’umiltà di conoscere ed assecondare una visione politica evolutiva che sostituisce il capitalismo con la bioeconomia. Leggendo i loro programmi citano la “conversione ecologica”, ma la loro comunicazione è priva di soluzioni coerenti con lo slogan, forse dovrebbero indagare e scoprire che la “conversione ecologica” nasce con la bioeconomia di Georgescu-Roegen, così come la decrescita felice. Buona parte della loro comunicazione è concentrata sulla denuncia e la richiesta di una legittima moratoria sul debito, quando queste richieste saranno accolte sarà necessario occuparsi della qualità della vita, e far crescere il PIL non sarà utile, come ricorda egregiamente un discorso di Bob Kennedy del 1968.

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