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Ridurre le disuguaglianze

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Romania e Albania come luoghi dell’allargamento attraverso lo sfruttamento per l’accumulazione capitalista. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle.

Per stimolare la nuova occupazione sono necessarie diverse azioni politiche e culturali. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

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Anno zero

Credo che questa campagna elettorale sia fra le più brutte che sto osservando, sia per la pochezza morale, culturale e sia per l’assenza di visione politica dei contendenti in gara. L’Italia è un paese diviso in due, un Nord che ha pochi problemi, mentre il mio meridione sprofonda per l’inconsistenza della classe dirigente e per l’egoismo di una parte del Paese. Anziché restare fermi e osservare la decadenza intorno a noi, sarebbe saggio agire per cambiare i paradigmi culturali di una società drammaticamente auto implosa su se stessa. Noi cittadini abbiamo le nostre responsabilità. Lo spirito capitalista ci ha reso inutili e dannosi al Pianeta. Da molti anni svolgendo volontariato politico, ho maturato l’idea che prima di tutto dobbiamo affrontare la nostra ignoranza funzionale e di ritorno, perché da noi stessi dobbiamo ripartire con serietà ed onestà intellettuale. Per questo motivo sperimento percorsi di auto formazione politica partendo dalla volontà dei singoli nello spendere tempo per conoscere, capire e proporre. Non credo nei demagoghi presenti in questa gara elettorale, che mostra pubblicamente il peggio degli individui evidenziando egoismo, arroganza, stupidità, avidità e anche la criminalità organizzata dietro alcuni soggetti politici.

Noi dovremmo vivere eticamente e avere la curiosità di conoscere l’Italia. Dovremmo attivarci per immaginare percorsi politici al fine di affrontare i problemi del territorio e del Paese. La politica è altruismo, mentre la buona politica si sviluppa solo conoscendo e favorendo i meritevoli, e non la massa. Si tratta di fare l’opposto di quello che fanno Forza Italia, Lega, PD e M5S.

La democrazia rappresentativa non c’è più, sostituita da un’oligarchia della classe borghese europea, mentre noi cittadini, in buona parte apatici, favoriamo le divisioni sociali e scegliamo i nostri carnefici di turno. Per ribaltare il tavolo della politica neoliberista e ripristinare un minimo di controllo democratico è necessario un percorso lungo e impegnativo. Partendo dal presupposto che i partiti in gara sono strumenti dell’élite degenerata, oggi la politica vera si può svolgere solo osservando la complessità e proponendo programmi seri ed efficaci grazie all’approccio bioeconomico. Per un’analisi efficace, ovviamente servono professionalità, e indirizzarle verso la visione bioeconomica al fine di elaborare piani industriali. Tali piani devono avere l’ambizione di stimolare l’interesse delle comunità locali, e devono saper comunicare una nuova visione politica. Per restituire dignità agli ultimi e attaccare le disuguaglianze crescenti è necessario un nuovo soggetto politico.

Urbanizzazione

In diversi appunti pubblicati su questo diario on-line, ho più volte espresso idee sul governo del territorio e la necessità di adottare un’unica agenda urbana bioeconomica. L’anno scorso, l’ISTAT pubblica un interessante documento per aggiornare i dati sull’urbanizzazione presente in Italia, e in generale per riconoscere la trasformazione dell’armatura urbana italiana, ormai consolidata, ma non governata. Anche il nostro istituto di statistica riconosce la necessità di una visione sulle nostre aree urbane, e denuncia l’assenza di un’agenda urbana italiana, mentre altri Paesi e organizzazioni discutono e propongono specifiche soluzioni su temi generali legati alle città. Dovrebbe apparire evidente che questa inerzia delle istituzioni politiche produce danni, mentre si ha l’impressione che l’idea dei nostri politici sul governo del territorio, sia la totale deregolamentazione a favore dell’ideologia neoliberale che applica la mercificazione di ogni cosa, e privatizza i processi decisionali politici per favorire gli interessi delle imprese private e degli investitori. Una testimonianza drammatica della linea neoliberale è la recente approvazione della nuova legge urbanistica in Emilia Romagna, che ha profili di illegittimità poiché contra legem (avversa ai principi della legge urbanistica nazionale) e persino incostituzionale. Mentre il ceto politico italiano ignora completamente i temi urbani, e da decenni si è affermata la consuetudine nel rinunciare alla pianificazione urbanistica anziché applicare la Costituzione, accade che gli attori privati sono invitati a fare i propri interessi stimolando processi di accumulazione del capitale ma a danno delle collettività, sia perché si adottano trasformazioni del territorio espressione delle speculazione edilizia, e sia perché tali processi avviano fenomeni degenerativi come la gentrificazione, oltre il consumo di suolo agricolo e lo sprawl. In buona sostanza la maggioranza dei comuni italiani non adotta piani urbanistici ma piani edilizi, la differenza è sostanziale si tratta di scelte politiche che ignorano i problemi delle città per favorire gli interessi speculativi.

Osservando il nostro territorio, e soprattutto le strutture urbane, oggi sappiamo che non esistono più le città che tutti noi consideriamo, ma esistono nuove città costituite da comuni centroidi saldati alle loro conurbazioni. Il problema amministrativo è che tali strutture urbane non sono governate da un unico comune, ma dai comuni costituiti dal centroide e dagli altri limitrofi. Infine, il problema culturale del ceto politico che non adotta piani regolatori generali bioeconomici capaci di vedere le strutture urbane come sistemi metabolici, e i suoi territori come bio regioni urbane, secondo le indicazioni della scuola territorialista; ma si continua a stimolare sia il consumo di suolo, la dispersione urbana e l’aumentano dei carichi urbanistici anche negli spazi dove non è affatto necessario, tutto ciò perché è sparita l’urbanistica.

ISTAT popolazione per tipologia di località abitativa

ISTAT, 2017

L’urbanizzazione viene in genere definita principalmente in relazione a due categorie interpretative: da un lato quella demografica, legata a fenomeni quali l’aumento della popolazione nella aree definite urbane e la proportion urban, dall’altro quella territoriale, basata su indicatori quali il consumo di suolo, la diffusione e la concentrazione. Su queste due direttrici si e sviluppato gran parte del dibattito teorico che, nel tempo, ha cercato di definire, misurare e interpretare le dinamiche dell’urbanizzazione, dando luogo alle diverse accezioni con cui viene descritto l’urbano. Sebbene questa impostazione sia in fase di superamento, spesso l’urbanizzazione è stata associata al processo di trasformazione del territorio da rurale a urbano, allo sviluppo dei centri abitati e alla concentrazione della popolazione nelle aree urbane. Il tasso di urbanizzazione infatti si può misurare calcolando il rapporto tra popolazione urbana e popolazione rurale, anche se va distinto dalla crescita urbana (urban growth), che invece si riferisce solo alla crescita demografica della popolazione che risiede in aree urbane, e non all’espansione fisica. Il grande interesse nei confronti dell’urbanizzazione e, più in generale, dell’urbanità, è dovuto alle dimensioni del fenomeno su scala globale, dato che il 50 percento della popolazione vive nelle città e il trend è in costante crescita. Si prevede infatti che da adesso al 2030 ci saranno più di 41 mega-city (città con più di 10 milioni di abitanti) e che il 64 percento della popolazione mondiale vivrà in aree urbane nel 2050 (Un 2015). Praticamente si assisterà a un totale ribaltamento delle proporzioni rispetto al 1950, quando la popolazione urbana costituiva un terzo di quella globale.

Massima confusione

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La campagna elettorale che ci apprestiamo a subire è la plastica rappresentazione di una società culturalmente regredita e psicologicamente debole, in totale balia della propria  apatia, ignoranza e stupidità proiettando soggetti politici totalmente irresponsabili che esprimono il peggio e/o il nulla. E’ l’onda lunghissima che nacque dalla denuncia di Berlinguer circa la questione morale del 1981, e gli eventi successivi non hanno prodotto un’evoluzione ma una regressione, che sta trasformando la società da democrazia rappresentativa a quella feudale e autoritaria con rigurgiti fascisti. I partiti di massa non esistono più, la partecipazione politica attiva è scomparsa, sostituita da algoritmi ove gli individui sono chiamati a seguire la dittatura della maggioranza psico programmata dalla pubblicità. Gli effetti combinati di apatia e ignoranza dovrebbero essere evidenti, un Paese di straordinaria bellezza non governato, ma predato da multinazionali e imprese private. Una parte importante di italiani si astiene dal voto, non partecipa attivamente alla politica, delega e favorisce incapaci e corrotti alla guida delle istituzioni. I mediocri sono al potere e i risultati negativi sono evidenti. A mio modesto parere è necessario focalizzare un aspetto noto ma ignorato dalla propaganda: esistono due Italie, il Nord che produce con tassi di disoccupazione normali, e poi il meridione d’Italia, in totale abbandono con tassi di disoccupazione che superano la soglia di preoccupazione, e rientrano nel degrado sociale che favorisce l’incertezza, la povertà relativa e assoluta. A tali drammi non esistono programmi seri e strutturali della classe dirigente.

Osservando la comunicazione dei nostri politicanti, i verbi più utilizzati sono abolire e ridurre, modificare qualcosa (ovviamente si parla di norme e leggi), mentre i più triviali vorrebbero abolire proprio qualcuno. Tutti promettono di ridurre le tasse, chi soprattutto ai ricchi oltre che ai poveri, e tutti promettono di aiutare i poveri con qualche sostegno. E’ incredibile ma non c’è alcuna differenza fra i politicanti in gara, tranne per il tema migranti che per la destra estrema vanno per l’appunto “aboliti”. La promessa più ridicola, forse spetta a Berlusconi, condannato per frode fiscale promette di promulgare norme severe per chi evade il fisco. Tutti sono critici con l’euro zona e la distinzione è insita solo sulle misure da cambiare, anche chi parlava di uscire dall’euro, poi si rimangia la promessa, vedesi l’M5S, mentre i razzisti della Lega che vorrebbero uscire dall’euro, per “coerenza” si coalizzano con Berlusconi che tutela grandi imprese e lo status quo dell’euro zona. Tutti hanno già cambiato idea diverse volte sui temi che discutono, e durante la propaganda aggiustano il tiro delle promesse, i propri annunci, utilizzando i sondaggi, al fine di intercettare il maggior consenso elettorale. Molti cambiano idea più volte su temi come lo ius soli, l’aiuto ai ceti meno abbienti (il famigerato reddito di cittadinanza) e la riduzione delle tasse. Insomma il periodo post ideologico con la morte dei partiti si traduce in mera pubblicità, dimmi cosa vuoi che te lo vendo! Un’altra menzione particolare va al M5S, un partito non democratico che ha raggiunto grandi consensi elettorali non per meriti propri ma per demeriti altrui, e che alla sua seconda gara elettorale, si presenta con estrema arroganza proponendo un vero salto nel buio, poiché guidato da individui culturalmente inadeguati e scelti attraverso pratiche di delazione interne a quel partito. Tale partito senza identità copia incolla le proposte altrui, raccogliendole in un elenco. Questo elenco presenta temi di stampo liberale e liberista, con qualche accorgimento ecologista. Costoro si focalizzano più sulla comunicazione retorica cercando di attrarre i consenti di tutti, degli ultimi e dei ricchi (Di Maio:«Io non ce l’ho con i ricchi: non faremo una patrimoniale»).

Visto che l’attuale propaganda è pubblicità, e i politicanti sono commedianti, dal punto di vista della filosofia politica, tutti i contendenti più popolari – Forza Italia, PD, Lega e M5S – avanzano proposte liberali e neoliberali. Tutti questi liberali e liberisti sono presenti in ogni partito, nella coalizione reazionaria berlusconiana vi sono due partiti razzisti come Fratelli d’Italia – persino nostalgici del fascismo – e Lega di tradizione persino antimeridionalista; mentre in altri partiti ritroviamo altre forze reazionarie e collaborazioniste del berlusconismo che hanno partecipato al disfacimento della Repubblica italiana, come gli ex democristiani che guidano l’attuale PD, tutti liberisti, e gli ex di sinistra raccolti in LeU, fra liberali e liberisti. Discorso particolare spetta per la lista di Grasso, LeU, che sembra dare l’impressione di essere nata con l’obiettivo di far perdere la gara elettorale a Renzi, allo scopo di sostituirlo alla segreteria del PD. Insomma i fuori usciti dal PD vorrebbero riprendersi la “ditta”. Nessuno di questi prevede riforme strutturali socialiste per applicare la Costituzione e ridistribuire la ricchezza che si concentra nelle mani di pochi, e nessuno ha avanzato politiche industriali presentando investimenti in settori specifici e diversificati, per favorire nuova occupazione. Com’è noto e banale la ridistribuzione si può favorire e avere solo tassando la concentrazione della ricchezza che si trova nelle mani dei pochi, e poi investendo attività nelle aree geografiche più povere creando nuova occupazione, e ampliando i diritti dei lavoratori; questo è il socialismo che tutti i contendenti disprezzano. Inoltre è noto che gli ultimi Governi di stampo neoliberale hanno favorito la delocalizzazione produttiva e ignorato il famigerato fenomeno off shore, di fatto favorendo l’elusione e l’evasione fiscale. Tutti i soggetti politici propongono di restare nell’attuale paradigma culturale neoliberale, e consigliano aggiustamenti attraverso incentivi e leva fiscale come fossero amministratori di condominio, anziché veri e propri politici che dovrebbero dettare una linea politica. In buona sostanza tutti i politicanti si pongono l’obiettivo di conservare lo status quo, e di agire su piccoli aggiustamenti per garantire continuità ai profitti privati delle imprese controllate dall’élite degenerata occidentale.

Diversi osservatori hanno già rilevato l’inconsistenza delle proposte politiche dei soggetti candidati alla guida del Paese, sia per le evidenti incongruenze, se non addirittura per i loro aspetti ridicoli, poiché le proposte riproducono numeri e cifre a caso, senza alcuna attinenza alla realtà del bilancio dello Stato (il programma del PD: disavanzo di 56 mld, il programma del M5S: disavanzo di 63 mld; Forza Italia e Lega: disavanzo per 130 mld). L’impressione è che i candidati siano consapevoli dell’ignoranza funzionale della maggioranza degli italiani votanti, cioè circa 30 milioni di individui, e che quindi non sia affatto necessario presentare programmi seri, ma promesse da marinaio credili e convincenti in termini di comunicazione, parlando alla pancia delle persone e non alla loro testa, tanto non capirebbero, proprio come accade nella pubblicità. Stiamo assistendo a una gara di bugie e probabilmente ciò che spinge i politicanti a dirle sempre più grosse, forse sono due condizioni: la prima è che aumentano apatia e non voto, e la seconda è che, probabilmente, nessuno raggiungerà la maggioranza necessaria per formare un Governo. Un risultato di pareggio non obbligherebbe i partiti a mantenere le promesse, costretti a formare la maggioranza all’interno del Parlamento, e quindi potrebbero rimangiarsi le promesse mettendo in discussione i propri programmi con quelli altrui. In questo contesto di recessione e di incertezza i politicanti e gruppi in gara non esprimono il meglio ma il peggio, e così premono sulle emozioni e sui vizi degli italiani, meno tasse, condoni fiscalievasione, razzismo, e persino su temi delicati come la povertà anziché presentare programmi industriali per creare lavoro, promettono soldi in cambio di voti.

E tutto ciò osservando solo gli inconsistenti programmi elettorali, mentre il peggio è dentro le dinamiche dei soggetti in gara, tutti occupati a scegliere galoppini e personaggi inadeguati ma utili agli interessi del proprio capo e/o degli interessi particolari delle imprese. Queste dinamiche immorali, che durano ormai da troppi decenni, esistono e si rinnovano poiché in Italia, come annunciò Berlinguer c’è carenza di condotta morale all’interno delle organizzazioni di partito. Tali soggetti sociali spesso sono privi di approccio e cultura democratica, e non coltivano classe dirigente attraverso il merito. Le forze politiche attuali preferiscono selezionare individui fedeli e incapaci poiché addomesticati. Nel nostro Paese, non esistono né scuole politiche pubbliche e tanto meno una legge che obblighi i partiti ad usare la trasparenza per la selezione dei candidati attraverso le primarie utili a stimolare il merito e l’inclusione. Infine non esiste una selezione che stimoli l’indipendenza e l’autonomia dei politici dai cosiddetti poteri forti (imprese, banche …). Secondo Bobbio, il Parlamento italiano era diventato un luogo di registrazione delle decisioni prese altrove, mentre il cosiddetto potere invisibile (i poteri forti), invece era molto visibile, riferendosi alla progressiva erosione dello Stato sociale e alla appropriazione delle risorse pubbliche a vantaggio delle imprese private. Infine la cancellazione dei partiti massa, cosicché il ceto politico è sostituito con personale più ignorante e incapace rispetto al passato; e in questo modo consorterie e potere invisibile governano con maggiore efficacia.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

ISTAT, BES 2017.

Fascismo?!

Consultando il manuale di Storia di Banti, L’età contemporanea, al capitolo sull’avvento del fascismo si leggono le “leggi fascistissime” che istituzionalizzavano il mutamento del sistema politico, fra gli anni 1925 e 1926. Una legge riprendeva la regola dello Statuto Albertino, ove il Parlamento non aveva più il potere di dare fiducia al Governo, poiché questo rispondeva al Re e non più al Parlamento. Un’altra norma consentiva al Governo di emanare leggi; un’altra aboliva le istituzioni elettive degli Enti locali per introdurre Podestà e Consulte; un’altra reintroduceva la pena di morte per chi attentava la vita dei regnanti o del capo del Governo, e istituiva i Tribunali speciali per i processi politici come emanazione del partito fascista. Un’altra norma ancora prevedeva che le associazioni sindacali fossero riconosciute solo dal Governo e vietava gli scioperi; mentre l’ultima, annullava l’opposizione politica, dichiarandone decaduti i deputati eletti dal popolo. I regimi autoritari hanno sempre avuto la prerogativa di gestire il potere per conto proprio con la degenerazione di favorire gli interessi dei pochi, e nascondere le responsabilità delle proprie azioni per ovvie ragioni, cioè evitare di dar conto ai popoli circa la gestione delle risorse pubbliche. Il regime fascista fu un modello di corruzione esemplare, in quanto la dittatura servì ad accumulare ingenti capitali per tutti coloro i quali governavano o erano vicini al Duce. Già nel 1920, il partito di Mussolini, Fasci di combattimento, fu scelto dagli industriali padani e dai proprietari terrieri come strumento politico da finanziare per esprimere i propri interessi. In questo modo nacquero le prime squadre d’azione che usavano violenza contro le organizzazioni sindacali e contro i socialisti. La borghesia italiana scelse il partito fascista. Ancora oggi possiamo osservare analogie e forti legami fra il mondo delle imprese private, il capitale, e l’organizzazione dei soggetti politici come mezzi per osteggiare i diritti umani, contro i principi di uguaglianza sociale ed economica. Rispetto agli anni ’20 il mondo è cambiato: il capitalismo è la religione che guida tutte le istituzioni, e tutti i partiti (di governo e di opposizione) concorrono a realizzare un mondo orwelliano più sofisticato, dove la violenza (fascista) assume strategie e forme nuove (psico programmazione, programmi scolastici, pubblicità, consumismo).

E’ sempre vera la frase che la Storia è maestra di vita, ovviamente se fosse studiata. Se riflettiamo sull’andamento del nostro sistema politico degli ultimi venticinque anni potremmo porci dubbi, domande e perplessità e osservare diverse analogie fra fascismo e le scelte politiche dei nostri partiti. Prima di tutto, dubbi e perplessità sul sistema maggioritario che non coincide col fascismo, ma possiede alcuni aspetti che lo rendono simile per la sua attitudine nel concentrare poteri in un solo partito di minoranza. E’ altrettanto vero che oggi il Parlamento intende ripresentare un sistema misto fra maggioritario e proporzionale, sicuramente più democratico.

Poi, l’anomalia circa il conflitto politico fra Unione europea e Costituzione repubblicana. L’Unione è un’istituzione politica anomala poiché non è uno Stato democratico rappresentativo, in quanto non rispetta il principio di separazione dei poteri fra organo esecutivo e legislativo. L’UE non è neanche una Repubblica federale. L’UE è un’organizzazione feudale caratterizzata da una forte gerarchia, da una scarsa trasparenza e una cattiva gestione del proprio bilancio. Il potere è nelle mani di un’oligarchia di individui non eletti, come la BCE, il MES, l’euro gruppo, il Consiglio e la Commissione, in maniera tale che gli interessi del capitale privato siano garantiti ma a danno dei popoli. Com’è noto, Governo e Parlamento italiano aderirono volontariamente firmando i Trattati. Leggendo i Trattati europei emergono conflitti con i principi Costituzionali. I più grandi conflitti politici riguardano gli elementi essenziali circa l’autonomia di uno Stato democratico: la sovranità monetaria, il controllo del credito e l’interesse generale circa le politiche industriali nazionali. L’UE è un’istituzione politica volutamente condizionata dal mercato, mentre la Repubblica italiana ha il dovere di attuare uno Stato sociale, non solo liberale. Le direttive europee valgono per tutti i cittadini e il Parlamento italiano ha il dovere di applicare prioritariamente la Costituzione, e non le regole imposte da un’organizzazione sovranazionale. Per questo ruolo esiste una commissione speciale che armonizza le norme. Come potremmo intuire e osservare ci sono profonde analogie e continuità fra regime fascista e interesse del capitale. Nel ventennio fascista, grazie al regime, determinate imprese private riuscirono ad occupare i Ministeri per accumulare capitali privati. Oggi le imprese non hanno più la necessità di occupare direttamente Ministeri poiché ricattano tutta l’euro zona attraverso il debito e i mercati telematici.

Le analogie più evidenti col fascismo circa l’agire politico sono riscontrabili nell’azione di Governo degli ultimi anni. In Italia, spesso il Parlamento abdica al proprio ruolo di legislatore affidandosi al Governo per produrre leggi attraverso il famigerato voto di fiducia posto sui decreti.

Voti di fiducia

Fonte immagine Openpolis, Il Governo al tempo della crisi, mini dossier, feb 2015.

Questa scelta divenuta consuetudine viola la Costituzione Repubblicana, e coincide con l’auspicio fascista nel prevedere che sia l’esecutivo a scrivere le leggi e non più gli eletti dal popolo. Oltre a ciò, è impressionante osservare i dati raccolti da Openpolis circa le leggi approvate e notare che l’80% sono d’iniziativa del Governo e non del Parlamento. E’ proprio grazie a questa consuetudine fascista che i Governi italiani hanno introdotto norme incostituzionali riducendo la sovranità della Repubblica italiana, garantendo l’interesse delle imprese – proprio come accadde durante il fascismo – togliendo certezze al lavoro, e privando i cittadini di poter coltivare il proprio sviluppo umano (come accadeva nel fascismo), tali norme hanno aumentato le disuguaglianze, e la povertà che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia. Uno dei principi fondamentali della Repubblica italiana è la rimozione degli ostacoli economici per favorire lo sviluppo umano. Dopo vent’anni di autoritarismo imposto dalle stupide regole europee, i meridionali sono più poveri di prima, e milioni di italiani sono a rischio povertà, mentre talune imprese localizzate nelle solite aree geografiche hanno aumentato i profitti. E’ in questo processo di rifeudalizzazione “fascista” della società che si riscontra nuovamente il disancoramento del cittadino che non riesce a partecipare al processo decisionale della politica. Negli ultimi anni, si riscontrano due reazioni negative al disancoramento legate all’inciviltà in aumento: l’astensionismo, e i nuovi partiti populisti incapaci di affrontare i problemi del paese.

Un’altra tendenza contemporanea che coincide col fascismo è l’annullamento dell’azione politica dei Sindacati, ampiamente avvenuta sia escludendo o riducendo drasticamente la partecipazione dei Sindacati all’interno delle aziende, e sia infiltrando i Sindacati stessi attraverso rappresentanti che assecondano l’ideologia neoliberale preferita dalle imprese. Sotto questo aspetto l’atteggiamento di alcune multinazionali e talune imprese locali è abbastanza chiaro: applicare la teoria fascista che vieta il diritto di sciopero ed eliminare la presenza sindacale. E infine, in un certo senso anche i Tribunali speciali sono realtà contemporanea, poiché da diversi anni si hanno processi politici attraverso i media, a completamento di un desiderio o di una profezia fascista che annullava la contesa politica con la violenza, e oggi si può raggiungere lo stesso obiettivo ma con mezzi diversi. Oggi si consuma un’altra forma di violenza: l’insulto, lo sfottò, la denigrazione e la calunnia contro i politici scomodi.

La dittatura fascista fu introdotta dalla monarchia italiana e agiva in maniera indisturbata senza alcuna possibilità di contraddittorio. In maniera del tutto analoga l’Unione europea si è appropriata di sovranità attribuitagli dai Governi nazionali, ma durante questo decennio di recessione sembra che essa agisca proprio come i fascisti contro l’interesse e la felicità dei popoli, resi più poveri e più fragili dal capitalismo e dall’autoritarismo europeo.

Alla luce di queste osservazioni è “strano” che in Italia riemergano movimenti politici fascisti che millantano un’opposizione al regime europeo dato che fu proprio il nazi-fascismo ad alimentare le disuguaglianze sociali, oltre alle inutili e sanguinose guerre che tutti ricordano. L’altra anomalia culturale italiana è che non esistono più comunisti che si oppongono alle disuguaglianze, ormai i partiti sono tutti liberali e neoliberali. Poiché gli italiani sono sempre più fragili economicamente non sorprende osservare i movimenti estremisti occupare spazi sociali, ma sorprende l’inerzia dei Governi che li favorisce lasciandoli liberi nel gestire i disagi e speculare sulle disgrazie altrui. E’ altrettanto noto che Hitler e Mussolini costruirono il proprio consenso sfruttando la recessione economica e millantando prosperità per tutti. Poiché tali fenomeni non sono nuovi, osservando la conduzione del potere in Italia, i partitini neofascisti dovrebbero esseri fieri dei Governi neoliberali, anziché contestarli con osservazioni palesemente socialiste. Probabilmente queste contraddizioni sono possibili poiché viviamo nell’epoca della decadenza, e dove i mediocri sono classe dirigente. Oggi insistono almeno due i fattori che alimentano partiti anacronistici: il primo è l’ignoranza funzionale delle masse, e il secondo è il capitalismo neoliberale poiché aumenta le diseguaglianze che servono ai partiti di destra come elemento sociale trainante dei ceti più fragili e meno abbienti. Il maggior consenso si realizza nelle grandi città come Roma, Napoli e Milano ove esistono gravi problemi sociali e di degrado delle periferie. Questo clima di incertezza e fragilità economica è il fiume che alimenta frustrazioni che spesso si traducono in invidia sociale e odio. Le emozioni negative guidano le scelte della maggioranza degli italiani, sia col non voto e sia votando partiti guidati da demagoghi. Dove c’è l’assenza dello Stato sociale prevale il disagio mentre grazie all’ignoranza, taluni partiti hanno capito che, in determinati contesti, possono lucrare consensi elettorali e fomentare l’odio razziale. E’ altrettanto evidente che dove c’è cultura di base, lavoro e Stato sociale tali speculazioni politiche non possono esistere.

L’aspetto più grottesco di noi italiani è che, insieme ai greci, siamo fra i più colpiti dalla recessione, e nel nostro Paese dovrebbe nascere il più grande partito socialista a trazione bioeconomica per programmare l’uscita dal capitalismo, ma siamo fra i più inutili in assoluto, poiché abbiamo gettato la nostra frustrazione o nel populismo, o nell’astensionismo. In altri paesi si parla apertamente di crisi del capitalismo, e persino negli USA sono più avanti di noi su questa consapevolezza, mentre qui non sappiamo neanche cosa sia perché ignoriamo Marx.

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Fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato, mini dossier, apr 2015.

 

Ottimismo?!

Nel contesto sociale decadente in cui viviamo, è d’obbligo essere ottimisti se intendiamo alzarci al mattino e vivere in maniera serena. Detto ciò non dobbiamo cadere nelle facili illusioni o farci abbindolare dagli imbonitori. Possiamo contrastare le illusioni ingannevoli solo con una coscienza sveglia e con la curiosità da saziare con la cultura. La recessione che stiamo subendo grazie all’inconsistenza di una classe dirigente e la nostra ignoranza funzionale ha reso le comunità meridionali ancora più fragili. Buona parte del Nord Italia non si è neanche accorta della recessione, e continua a trarre vantaggi economici e sociali dalla disparità geografica, costruita a partire dalla guerra di annessione. La maggior parte delle agglomerazioni industriali sono allocate al Nord – è una volontà politica storica – e le merci sono acquistate dal Sud. Il numero di famiglie fragili è decisamente aumentato nel mezzogiorno, ed è aumentato il numero di famiglie in povertà relativa che corrono il rischio di ricadere nella soglia di povertà assoluta individuata dall’ISTAT. Di fronte a questa catastrofe sociale i nostri Governi non hanno fatto assolutamente niente, così come le classi dirigenti locali. L’aspetto più drammatico è che non esiste un soggetto politico autorevole, libero, e capace di immaginare un piano industriale per uscire dalla recessione, per stimolare e creare occasioni di lavoro aggiustando i danni causati dal capitalismo. Al dramma culturale e politico si aggiunge quello delle associazioni di impresa, poiché neanche Confindustria ha la capacità di promuovere una politica industriale nazionale visto che sfrutta la delocalizzazione neoliberale. Le ragioni dovrebbero essere ovvie, osservando gli interessi economici delle imprese, esse accumulano capitali riducendo i costi (salari e tasse) e suggerendo le scelte a Parlamenti e Governi, che adottano leggi e regole neoliberali sulle zone economiche speciali e sull’immorale mondo off-shore per non pagare le tasse. Quando si fa una scelta di campo molto precisa, come ha fatto la classe dirigente occidentale a favore della religione capitalista, allora si cancellano anche le identità dei popoli, e l’agire degli individui si orienta all’avidità, lasciando spazio al nichilismo che inebria le persone trasformandole in individui, in merce.

Quando un popolo smarrisce se stesso delega la conduzione delle istituzioni a individui altrettanto nichilisti e corrotti. Le istituzioni politiche esprimono i capricci dello spirito del tempo: il capitalismo, che oggi orienta le scelte globali di tutto il pianeta. Il fatto che la maggioranza della popolazione mondiale sia povera e che viva in condizioni di degrado e disagio, è solo la conseguenza della religione capitalista che si nutre del sottosviluppo forzato di alcune comunità da sfruttare (risorse, aree periferiche).

Da sempre le tecnologie hanno modificato la società e l’uso delle risorse. Il vero paradosso è che la nostra società millanta di essere democratica quando nella realtà è divenuta neofeudale, ove i rapporti sono prevalentemente neomercantili e di vassallaggio, innescando un aumento immorale di diseguaglianze sociali ed economiche. La contraddizione è che di fronte a una società feudale, i cittadini potrebbero utilizzare le tecnologie per ribaltare lo status quo ma non lo fanno. La struttura sociale gerarchica neofeudale è evidente: l’élite finanziaria (banchieri, manager e taluni imprenditori) accumula ingenti capitali senza lavorare e sfruttando la schiavitù, mentre usurpa le risorse limitate del pianeta. Osservando l’aumento della concentrazione della popolazione nelle aree urbane e valutando le tecnologie a disposizione, le comunità potrebbero ridurre e persino annullare la dipendenza dal sistema globale neoliberale orientato dall’élite degenerata, ma non lo fanno. Ignoranza funzionale delle masse e l’assenza di una coscienza di classe sono due fattori che favoriscono lo status quo, e per invertire la tendenza decadente sono necessarie risorse umane e culturali specializzate ma sostenute economicamente.

Da alcuni decenni i robot, sostituendo l’uomo, costituiscono le fasi di trasformazione, assemblaggio e produzione delle merci. Oggi l’evoluzione robotica e l’intelligenza artificiale consentono ai manager delle multinazionali di controllare i sistemi produttivi e sostituire l’uomo in ogni attività lavorativa (eliminando altri costi come i salari) non solo manuale, ma anche intellettuale. Stiamo vivendo l’epoca ove la tecnica avvia il processo di sostituzione dell’uomo in ogni attività, e di fronte a ciò non esiste un soggetto politico che si ponga dubbi, limiti e cambiamenti per favorire lo sviluppo umano risolvendo le disuguaglianze crescenti anziché inseguire l’avidità dell’élite degenerata. Probabilmente ancora non ce ne siamo accorti ma col trascorre del tempo e con l’aumento dell’astensione durante le gare elettorali, le istituzioni politiche hanno perso il loro significato democratico rappresentativo, sia nella forma e sia nella sostanza, in quanto le decisioni sono spesso a sostegno del capitale e non della felicità dell’essere umano. Il capitalismo ha già eliminato la democrazia, ma fingiamo che non sia vero cadendo in una società illusoria, una finzione. Di fatto l’innovazione tecnologica e la religione capitalista, entrambe invenzione dell’uomo, hanno cancellato la politica e l’umanità stessa. Sembra che i presagi dei romanzi di Isaac Asimov e dei film come Terminator e Matrix, ove le macchine controllano l’umanità, rappresentino il presente di oggi. Ciò è riscontrabile persino nel mondo finanziario visto che gli algoritmi matematici orientano le sorti delle borse telematiche, e le loro scelte condizionano le sorti dei popoli, a vantaggio delle scommesse e dei giocatori.

Tutto ciò, ovviamente, non ha alcun senso visto che la vita sul nostro Pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’uso delle risorse, ma nonostante questa osservazione banale, la nostra classe dirigente esegue ordini dalla religione capitalista, convinta che non esista un piano ideologico migliore. E’ una credenza espressione di opportunismo e convenienza, poiché nello status quo c’è chi ha potere e sta meglio rispetto agli altri, che sono sfruttati e tenuti in ignoranza e povertà.

I media nostrani si limitano a riportare le idiozie rilasciate dalla classe dirigente decadente, ma dovrebbero discutere di fine e uscita dal capitalismo per programmare la prosperità per tutti i popoli. Per uscire dall’epoca della stupidità è necessario stimolare la saggezza ma soprattutto risvegliare la coscienza umana per tornare a essere liberi di creare bellezza e armonia, e fermare il nostro declino.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, e con una miriade di capannoni vuoti e la disoccupazione crescente. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Negli USA, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, I Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché hanno prevalso, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone sono spariti. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane amministrate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio, la realizzazione di questo approccio e di questo processo produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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