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La sfida urbana

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La sfida della nostra società è cambiare il paradigma culturale che guida gli stili di vita degli abitanti nelle città esistenti. Una sterminata letteratura straniera parla di rigenerazione urbana, e spesso tali interventi di trasformazione non hanno cambiato gli stili di vita delle persone, ma hanno solo cambiato l’aspetto di alcuni quartieri. Viviamo nell’epoca urbana e le città italiane continuano ad essere luoghi ignorati dalla classe dirigente e mal pianificati. Nei pochi interventi urbani che si realizzano, i meccanismi economici delle trasformazioni escludono i ceti più poveri preferendo quelli economicamente più forti, mentre le città continuano a sprecare energie contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta, e lasciando un pianeta peggiore alle future generazioni. Abbiamo una sola certezza: l’aumento degli individui nelle aree urbane che condurranno stili di vita consumistici.

Il territorio italiano si caratterizza con insediamenti urbani vulnerabili: disordine urbano; densità; scarsa accessibilità; carenza di servizi; disoccupazione ed esclusione sociale; dipendenza dagli idrocarburi; rischio sismico e idrogeologico; ciclo vita degli edifici.

Le comunità esistenti nelle aree urbane stanno perdendo la sfida di rigenerarsi per ragioni culturali. La popolazione non conosce l’urbanistica e non partecipa alla vita di comunità, è psico programmata dalla religione capitalista che ha saputo diffondere egoismo, apatia, nichilismo, ignoranza funzionale e di ritorno, favorendo la regressione della specie umana, oggi facilmente guidata dai capricci indotti dalla pubblicità.

Inoltre le istituzioni locali, Comuni e Regioni, sono del tutto obsolete ad affrontare i cambiamenti sociali consolidatisi negli ultimi trent’anni. L’industrialismo abbandonava le città mentre i politicanti locali deliberavano obsoleti piani in crescita urbana attraverso le speculazioni per inseguire i capricci delle imprese, e in questo modo hanno fatto esplodere le città italiane favorendo la cosiddetta dispersione urbana (sprawl) e consumando inutilmente suolo agricolo. Eleggere Sindaci e Consigli comunali è inutile. sia perché gli individui vivono e consumano in un’area più vasta chiamata “sistema locale”, cioè un’area funzionale dove si sviluppano le relazioni sociali ed economiche, e sia perché la religione liberale ha esternalizzato la gestione dei servizi a società di profitto. I veri Sindaci delle città sono amministratori delegati di SpA. Una seria riforma dovrebbe eliminare poltrone politiche inutili osservando l’esistenza dei “sistemi locali”, introdurre e sperimentare forme di partecipazione popolare diretta, e riorganizzare la pubblica amministrazione per deliberare piani urbanistici bioeconomici e sviluppare bioregioni urbane da rigenerare. Cittadini e pianificatori dovrebbero sperimentare la democrazia per costruire le bioregioni urbane dentro i sistemi locali per rigenerarli. Gli attuali strumenti di pianificazione, frutto di Enti obsoleti, sono previsioni inutili sia perché sono ancora pensati nella speranza di far crescere l’area urbana convinti che un mercato possa assorbire un’offerta di immobili non richiesti, e sia poiché rispecchiano un limite territoriale amministrativo ormai anacronistico. Anche per questo motivo stiamo perdendo la sfida urbana.

Nella migliore delle ipotesi, politici illuminati potrebbero proporre piani intercomunali bioeconomici fra i comuni ricadenti nei sistemi locali. E’ un processo fattibile poiché i Comuni possono consorziarsi per seguire il bene comune. E’ difficile che gli egoismi di una classe politica inadeguata rinsanisca senza una mobilitazione popolare. Finora non è accaduto. E’ più probabile avviare un percorso più lungo, dove le persone in maniera consapevole avviano processi di rigenerazione morale, politica e quindi urbana.

Pensiamo ad un esempio concreto: il sistema locale salernitano. La città capoluogo ha una popolazione di circa 135.000 abitanti, ma gli abitanti che usano e consumo le risorse sono circa 400.000 dentro un insieme di 22 Comuni. I Piani urbanistici di questi comuni sono del tutto obsoleti di fronte agli stili di vita degli abitanti, e così c’è una sistematica carenza di servizi, dalla mobilità ai servizi di quartiere, dal consumo del suolo agricolo all’inquinamento, dalla disoccupazione alla qualità di vita. Per conoscere le difficoltà di un’area del Sud come Salerno, dobbiamo osservare e pensare in funzione del cambiamento culturale, e cosi non solo conoscere e analizzare il territorio con gli occhi della bioeconomia, ma possiamo anche osservare i nuovi indicatori come il Benessere Equo e Sostenibile.

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Capitalisti

Mi sembra di averlo scritto tante volte quanto e come la religione capitalista sia una credenza dannosa alla specie umana. Tutto l’Occidente è gravemente contagiato da questa credenza e il resto del mondo ne sta pagando le conseguenze sociali e ambientali.

Da circa trent’anni tale religione è cresciuta anche in Asia, ma soprattutto ha conseguito enormi successi per i suoi sacerdoti liberali. Nella nostra società è facile ascoltare slogan contro lo Stato, contro il pensiero socialista e comunista nonostante tali ideali non abbiano trovato alcuna affermazione in Italia, dal secondo dopo guerra in poi. Il Novecento è senza dubbio il secolo di Adam Smith. Oggi, le diseguaglianze sociali ed economiche sono fra le più grandi di sempre. Un grande successo dei liberali è proprio questo aspetto culturale e psicologico, far imprecare le menti deboli su argomenti inventati, carichi di pregiudizi e ignoranza; e mentre i poveri imprecano contro lo Stato, le imprese, grazie alle politiche liberali, possono aprire i propri stabilimenti nei luoghi dove non si pagano tasse. La messa in scena delle forze politiche indignate perché aumenta la disoccupazione in Italia, è solo una rappresentazione teatrale, poiché le leggi italiane suggeriscono agli imprenditori di fare profitto sfruttando i paradisi della religione liberale. Ad esempio, localizzarsi in Polonia dentro una Zona Economica Speciale (ZES).

In Italia, gli attori politici recitano i propri sermoni con termini come crescita, competitività, riduzione della spesa pubblica per ridurre la disoccupazione (come se questa fosse la soluzione), mentre lo stesso Governo italiano spinge gli imprenditori privati nel localizzare le imprese nei territori con agevolazione fiscali per aumentare i profitti, ma a danno della collettività poiché licenziano in Italia. Da molti anni il Governo italiano coordina, attrae e assiste le imprese verso le Zone Economiche Speciali.

La diabolica classe politica europea, serva delle grandi imprese, propone di introdurre le ZES anche in Italia, per legalizzare la svalutazione salariale, cioè la schiavitù anche qui, e spostare nuovamente le imprese dall’Oriente verso l’Occidente in luoghi dove, o non si pagano le tasse o si versa un’aliquota forfettaria, e dove non ci sono diritti sindacali.

In Italia, da molti anni sono individuate forme analoghe alle ZES, e si chiamano Zone Franche Urbane (ZFU).

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

tasso di disoccupazione giovanile 2015, fonte ISTAT.

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A partire degli anni ’90, si è sviluppato il dibattito dei meccanismi decisionali chiamato governance multilivello per ragioni che possono essere ovvie: l’affermazione dell’UE e il rapporto con gli Stati membri. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo).

La visione dominante è sempre quella globalista neoliberale, cioè la distribuzione delle risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Possiamo osservare che gli Enti locali (Regioni e Comuni), negli ultimi trent’anni hanno deliberato e normato scelte politiche suggerite dai think tank liberal che sono opposte alle politiche di coesione territoriale e sociale. Le politiche urbane di crescita continua deliberate dalle classi dirigenti hanno peggiorato le dimensioni (salute, istruzione e formazione, ambiente, benessere economico, paesaggio e patrimonio culturale …) misurate nel Rapporto BES 2016. In che modo? Applicando una miscela “esplosiva” capitalista, sia facendo scelte frutto degli egoismi privati e sia dell’ignoranza (danni ambientali e biologici). Facendo prevalere l’ideologia capitalista le classi dirigenti hanno favorito un diffuso nichilismo e svuotato di senso l’identità e la spiritualità umana. La cosiddetta “società liquida” raccontata da Bauman è ampiamente diffusa in tutto l’Occidente. Il paradigma neoliberale è stato interpretato da tutti i Governi e Parlamenti tant’è che il risultato è stato il peggioramento delle condizioni sociali e lavorative attraverso le famigerate privatizzazioni, le svalutazioni salariali (abolizione articolo 18 e job act), la distruzione di interi ecosistemi e la negazione di servizi e standard minimi (welfare urbano), lo spreco delle risorse energetiche e la delocalizzazione delle specificità di manifatture italiane. La scelta di un investimento non può essere influenzato dalla crescita, cioè del PIL, ma dovrebbe seguire le indicazioni del BES (Benessere Equo e Sostenibile).

Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriali e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche.

Inoltre è indispensabile sperimentare la partecipazione dei cittadini e avviare piani urbanistici intercomunali di “quarta generazione” uscendo dalla commercializzazione dei suoli e introducendo la bioeconomica in ambito urbano. E’ necessario costruire cluster del cambiamento culturale oltre che rilocalizzare la manifattura leggera. In sostanza, bisogna cambiare le politiche urbane poiché quelle recenti forgiate nell’ideologia della crescita hanno contribuito a deperire il territorio italiano e reso le persone più povere. Ci vuole un’agenda urbana bioeconomica che sappia leggere e interpretare le aree urbane italiane, e rigenerare l’ambiente costruito valutando gli impatti sociali e ambientali. Bisogna avere il coraggio di predisporre piani non sulla base del ritorno economico degli investitori privati, ma sulla base di progetti che favoriscono lo sviluppo umano, poiché l’economia neoclassica utilizzata dalle istituzioni per compiere scelte non è utile alla specie umana.

Il Rapporto BES 2016 indica le dimensioni da migliorare nel Mezzogiorno d’Italia poiché le prestazioni misurate mostrano un peggioramento delle dimensioni stesse, dopo decenni di politiche neoliberali; e pertanto è necessario migliorare: la soddisfazione per la vita; l’occupazione; il reddito; l’istruzione e la formazione; le condizioni economiche; le relazioni sociali e la qualità del lavoro.

Il miglioramento può essere favorito applicando l’interesse generale di uno Stato sovrano e con una riorganizzazione amministrativa degli Enti locali nei sistemi locali, elaborando il progetto bioeconomico che genera occupazione utile. Le aree urbane sono contemporaneamente il motore della vita e i luoghi del fallimento. Concentrarsi nella rimozione del fallimento, ad esempio risolvendo l’esclusione sociale, le crisi ambientali, il rischio sismico, il recupero dei centri storici e delle periferie si potranno innescare processi virtuosi, poiché affrontare i problemi nelle aree urbane crea opportunità di lavoro utile.

Le scelte di investimento vanno compiute sulla base di piani bioeconomici nei sistemi locali per migliorare le dimensioni osservate nei Rapporti BES e sulla base di peculiarità che sono bene comune come il patrimonio culturale, la riduzione del rischio sismico e idraulico. Una saggia riforma delle istituzioni, osserva i sistemi locali e aggrega i Comuni per promuovere piani intercomunali bioeconomici, e in funzione di tali piani è possibile concentrare gli investimenti per lo sviluppo umano.

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Fonte immagine, Rapporto BES 2016.

L’era urbana è già in corso di sviluppo e gli abitanti che ci vivono subiscono un’esistenza passiva per una serie di motivi culturali, politici ed economici. Gli abitanti non partecipano ai processi di pianificazione, mentre le classi politiche dominate dal dogma liberale laissez faire anziché applicare l’interesse generale, lasciano la pianificazione a chiunque possa trarne un tornaconto economico. Solitamente sono le élite locali economiche più forti che determinano i processi pianificatori.

L’epoca che sta arrivando trasforma nuovamente i nostri stili di vita, e in parte questo processo è già consolidato, mentre le nuove tecnologie informatiche accelerano processi degenerativi della specie umana inconsapevole del sé. Per una parte importante degli esseri umani di questo pianeta (1,4 miliardi di persone), e la crescita urbana capitalista è nel solco del vecchio paradigma neoliberale, che li costringe a vivere nel degrado (slums) come accadeva nell’Ottocento; ma i numeri sono diversi per dimensione, e più schifosamente ingiusti, per il fatto che oggi esistono tecnologie e opportunità per estinguere la fame e offrire occasioni di sviluppo umano a chiunque lo desidera. I poveri aumentano, e le città non pianificate correttamente sprecano energia. Ancora una volta, l’invenzione del mostro capitalista manovra tutto: sia lo sviluppo tecnologico e sia la distruzione delle risorse comprimendo i diritti umani.

L’epoca di urbanizzazione dove i cittadini vivono nelle aree urbane ha forme e caratteristiche diverse: la crescita urbana in Asia, in Africa, e la contrazione urbana negli USA e in Europa con la dispersione (sprawl). In alcuni casi, le élite medio orientali e asiatiche sperimentano per conto proprio le nuove tecnologie e programmano la costruzione di nuove città a basso consumo.

In Europa, i gruppi economicamente più forti stanno già trasformando le aree urbane esistenti, e in parte hanno già soddisfatto le proprie esigenze speculative innescando processi di gentrificazione. Ciò avviene in tutte le principali città e soprattutto nelle cosiddette città globali, cioè i luoghi offshore, della finanza e dei media come New York, Londra, Parigi, Tokyo, ed oggi si aggiungono le capitali asiatiche, Singapore, Pechino, Shangai, Hong Kong, Mumbai. In Italia, non esistono città globali, anche se Milano ambisce a farne parte.

Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita. Sono più di 150 anni che ciò avviene sotto il naso di tutti, poiché i popoli sono tenuti all’oscuro dei meccanismi economici della pianificazione, anzi li ignorano del tutto.

La recessione economica che i popoli subiscono è un vantaggio per l’élite ma soprattutto strumento di controllo delle politiche territoriali per determinare una migliore allocazione delle imprese sfruttando tutti i vantaggi della globalizzazione neoliberale, sia sfruttando e usurpando le risorse finite del pianeta e sia sfruttando la schiavitù umana. La novità degli ultimi trent’anni è che ciò accade anche nella vecchia Europa, senza quella consapevolezza di classe che si ebbe nell’Ottocento, quando i popoli si ribellarono chiedendo e ottenendo migliori condizioni di vita.

In Italia, le condizioni sociali ed economiche sono a dir poco drammatiche nel meridione d’Italia, annesso al Nord 150 anni fa, e costantemente depredato dalle imprese private e di Stato. Secondo il mio modesto parere, a parte la voluta carenza di infrastrutture e di agglomerazioni manifatturiere leggere che possono essere programmate e realizzate, oggi il danno più grande è la percezione psicologica di costante svantaggio e degrado che fa emigrare le giovani generazioni. Tutto ciò nonostante il meridione d’Italia e d’Europa sia la parte di territorio europeo con straordinarie ricchezze culturali, paesaggistiche, con intelligenze e capacità manifatturiere uniche nel mondo. La religione capitalista liberale che misura i valori mercantili e non morali, una volontà politica straniera (già francese e inglese) di distruggere la concorrente e potente economia meridionale, e la psico-programmazione degli individui secondo i dogmi materialisti dei liberal, hanno contribuito a far disprezzare l’identità storica della Magna Grecia, della Langobardia minor, e del Regno delle Due Sicilie ai meridionali stessi, convinti dai media di esser “terroni”, per dirla secondo le ignobili fantasie di un leghista qualunque. Una costante narrazione mediatica razzista presente nei network nazionali, e persino inserita nei testi scolastici (Risorgimento e brigantaggio) costruisce una falsa rappresentazione del meridione che influisce soprattutto nell’educazione degli abitanti del Sud. La menzogna criminale e razzista propugnata per decenni nei libri scolastici è stata che la cosiddetta questione meridionale, cioè le differenze economiche fra il Nord e il Sud d’Italia fossero presenti prima dell’Unità d’Italia. I primi ad aver creduto alle fandonie propugnate dai programmi scolastici dei Governi italiani sono stati, sia la classe dirigente meridionale e sia gli abitanti. In fine, cosa di non poco conto, è stata l’élite meridionale a peggiorare la condizione sociale ed economica delle comunità del Sud costruendo un sistema sociale forgiato sul vassallaggio a vantaggio di poche e selezionate famiglie imprenditoriali.

Solo in questi ultimi anni grazie al successo di testi popolari ben documentati con fatti storiografici mostrano quanto la narrazione storica scritta dai vinti abbia stravolto la realtà dei fatti per motivi economici e politici. E solo da alcuni anni sembra rinascere un desiderio di conoscenza e di partecipazione politica nel tentativo di scardinare il sistema sociale feudale dell’élite degenerata.

La guerra di annessione del Sud al Nord c’è stata, ma non può essere un alibi per non vedere il dramma dell’ignoranza funzionale degli italiani e della cattiva classe dirigente locale sostenuta da una generale apatia degli individui nei confronti della politica.

Il meridione può e deve diventare una rete di città connesse fra loro. Le politiche territoriali bioeconomiche sono in grado di valorizzare le risorse locali e sono la spinta culturale per impiegare un mix di nuove tecnologie che usano le risorse rinnovabili. Tutto ciò può essere ben fatto applicando progetti bioeconomici che interpretano correttamente l’uso razionale delle risorse sotto la guida dell’etica politica.

E’ necessario che le persone e la classe politica meridionale si rinnovi, cambi abbandonando i dogmi liberali che stanno depredando il meridione, oggi periferia economica dell’Europa. I Comuni stessi sono organizzazioni e istituzioni amministrative obsolete e inutili, eleggere direttamente un Sindaco e un Consiglio comunale non serve a nulla, poiché tali Enti non rappresentano più l’economia e l’identità dei territori. Una classe politica seria e capace deve avere il coraggio di riformare gli Enti locali guardando le aree funzionali dei sistemi locali e introducendo forme e strumenti efficaci di democrazia diretta e partecipativa. E’ necessario riorganizzare le amministrazioni osservando i sistemi locali e approvare piani intercomunali bioeconomici (bioregioni urbane) per favorire lo sviluppo umano e la creazione di agglomerazioni manifatturiere leggere e d’innovazione tecnologica e sociale. E’ questo l’approccio culturale per interpretare la realtà territoriale e l’economia odierna, ma oggi siamo sprovvisti di strutture amministrative e di istituzioni adeguate. Il mondo è cambiato, la società è cambiata regredendo e le istituzioni politiche sono rimaste quelle del Novecento mentre la condotta dell’élite è di tipo feudale. Le politiche neoliberali stanno distruggendo i nostri territori mentre le politiche bioeconomiche fanno l’opposto, restituendo autonomia, libertà e creando occupazione utile.

Il meridione e soprattutto i meridionali devono darsi delle opportunità, devono sperimentare, avere il coraggio di investire su stessi aggregando talenti da tutto il mondo. Il mondo accademico deve e può programmare attività di ricerca applicata bioeconomica che favorisce investimenti utili nella rigenerazione territoriale del patrimonio esistente. In questo modo si creano opportunità per chiunque progetti sul territorio utilizzando il paradigma bioeconomico. I cittadini stessi, con imprese e banche devono prendere in considerazione l’idea di sperimentare la rigenerazione urbana bioeconomica che si occupa della città costruita intervenendo nei quartieri ancora privi di servizi minimi, e degli edifici arrivati a fine ciclo vita tendendo presente gli impatti sociali e ambientali degli interventi programmati.

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Regioni come sistemi urbani, fonte immagine Treccani on-line.

L’era urbana

Tutti le istituzioni accademiche e di ricerca evidenziano e mostrano come e quanto sia aumentata la popolazione urbana mondiale. Questa fase di trasformazione è molto importante poiché cambia la vita delle persone, la loro cultura e l’uso delle risorse finite del pianeta. Le città sono il luogo più importante dell’esperienza umana e alcuni governi ne sono consapevoli. L’Italia è ancora priva di una propria agenda urbana, attenta alla propria realtà e sensibile alle disuguaglianze emergenti e ai problemi ambientali innescati da una cattiva e da un’assenza di pianificazione.

LSE cities è un centro internazionale che svolge indagini sulle città globali, monitora e misura le loro attività: popolazione, economia, società, amministrazione, pianificazione,, trasporti e ambiente.

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Fonte immagine LSE cities.

Le nostre priorità sono: mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico; rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità; riusare e riciclare le acque in area urbana; attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale; attrezzare le aree interne e le aree montane; valorizzare la mobilità sostenibile e lenta; e rigenerare le aree urbane per conservare i centri storici e le zone consolidate per impedire il consumo del suolo agricolo. Per vedere realizzati questi obiettivi è necessario entrare negli storici interessi che hanno costruito un’Italia peggiore: il capitalismo delle rendite di posizione e la proprietà privata. Se desideriamo uscire dalla schiavitù mentale del capitale dobbiamo necessariamente ripensare le fondamenta di una società costruita sull’egoismo e sull’avidità, e quindi uscire dalla stupida economia neoclassica che ha condizionato negativamente il disegno urbano e territoriale. E’ noto che l’economia ignora l’entropia, e per questo motivo andrebbe messa da parte per usare il modello figlio della bioeconomia di Roegen-Georgescu.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista.
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.

 

 

Ho aderito al manifesto di DiEM25 poiché condivido l’analisi critica sull’UE e l’obiettivo di introdurre la democratizzare nell’UE. Dal sito di DiEM25 leggiamo che «l’UE deve diventare il regno della prosperità condivisa, della pace e della solidarietà per tutti gli europei». E’ la descrizione di un sogno e di una visione molto bella, ma per trasformare tali sogni in realtà è necessario organizzarsi e cambiare passo, per osservare attentamente quanto la realtà sia diversa, complessa e difficile.

La sintesi politica sull’UE è perfetta: «debito, sistema bancario, povertà, bassi investimenti, migrazioni», e inoltre si afferma che DiEM25 è lo strumento per «elaborare una risposta comune a questa crisi» e che le istituzioni dell’UE diventino trasparenti e responsabili verso i cittadini europei. DiEM25 si è organizzato con un “Gruppo consultivo”, un “Collettivo di coordinato” e con gruppi di volontari “DSC”. Nel “Gruppo consultivo” ci sono anche personalità importanti e note provenienti dal mondo accademico e dello spettacolo, tali personalità possono contribuire a dare qualità alle proposte di cambiamento su temi economici e sociali. Nel cosiddetto “Collettivo di coordinamento” troviamo le persone più attive nell’organizzare e promuovere DiEM25. Le competenze di alcune personalità presenti in DiEM25 sono più che sufficienti nel compiere un’analisi corretta e proporre soluzioni per migliorare l’UE. Trasformare le proposte che possono emergere da DiEM25 in azione politica efficace è un lavoro diverso, molto complicato e difficile.

In Italia, DiEM25 è pressoché sconosciuto ma come tutti i progetti neonati le cose possono cambiare. Navigando il sito di DiEM25 e frequentando il forum di DiEM25, cioè dialogando con altri cittadini europei, credo di coglierne le difficoltà attrattive e di partecipazione. L’approccio e i temi del manifesto sembrano distanti dalla vita quotidiana delle persone, e poi c’è la barriera inevitabile della lingua straniera. Penso che noi italiani conosciamo poco o nulla dell’UE. Inoltre, la gravità della recessione economica non incentiva le persone nell’impegno politico, ma contribuisce a rinchiuderle nei propri problemi sociali, economici e culturali per sperimentare soluzioni improvvisate utili a sopravvivere. Nel meridione d’Italia il tasso di disoccupazione è così alto che dovrebbe stimolare i giovani a occuparsi di politica ma da decenni accade l’esatto opposto. Per «elaborare una risposta comune a questa crisi» non bisogna commettere l’ingenuità di ignorare le peculiarità sociali ed economiche dei territori e delle regioni europee. E’ necessario che DiEM25 sviluppi la capacità di calarsi e vivere i territori coinvolgendo direttamente le persone di quegli ambienti, invitandoli a suggerire e applicare le soluzioni politiche.

Oltre al manifesto politico, per il momento DiEM25 non propone altro. Il mio auspicio è che la visione bioeconomica entri nel manifesto e che le politiche urbane occupino un posto di rilievo per le proposte politiche. La ragione è semplice, circa l’80% della popolazione occidentale vive nelle città, perciò chiunque studi e si occupa dell’esperienza urbana si sta occupando della vita delle persone. E’ nelle città che si manifestano i più grandi squilibri sociali dell’Occidente, è nelle città che si creano le più grandi opportunità economiche e sociali per le persone. Le città sono contemporaneamente i luoghi delle opportunità e i luoghi del disagio e del degrado.

Osservando la realtà è facile riconoscere come e quanto le aree urbane italiane siano diverse dalle altre, non solo per il patrimonio costruito, per le dimensioni ma per le caratteristiche fisiche del territorio e per l’uso che le imprese e gli abitanti fanno delle risorse. Nel resto d’Europa non esiste lo stesso rischio sismico e idrogeologico che troviamo in Italia, nei balcani e in Grecia. Di fronte a queste sfide, spesso la classe dirigente politica è incapace e irresponsabile sia nell’ascoltare le categorie di esperti, e sia nel programmare la normale manutenzione del territorio riducendone i rischi.

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Progetto Share, Commissione europea.

 

DiEM25 dovrebbe sostenere politiche urbane bioeconomiche partendo dalla realtà territoriale che non è affatto uguale in tutta Europa, e pertanto non esistono soluzioni e modelli generali da poter vendere nel mercato politico.

L’Italia, diversamente dagli altri, è il paese che ha scelto di “privatizzare” il governo del territorio, perdendone il controllo pubblico dell’attività edilizia, e favorire la rendita privata più degli altri. Ciò ha costituito e costituisce tutt’oggi un conflitto politico sociale ed economico che ancora non trova soluzione, e la ragione è soprattutto politica, oltre che culturale. Negli anni della ricostruzione post bellica fu il partito comunista a rappresentare le battaglie contro le rendite, e com’è noto non avendo la maggioranza politica dagli elettori italiani non riuscì a tutelare adeguatamente il territorio e contenere il disordine urbano, se non in quelle città amministrate direttamente dal PCI. Dopo la scomparsa di Berlinguer (1984) c’è stato il nulla, e in Italia non esiste un soggetto politico che si renda conto degli enormi problemi sociali, ambientali ed economici innescati dal disordine urbano, costruito nei decenni precedenti, dalle rendite di posizione e dagli attuali piani urbanistici pensati partendo dal profitto dei privati. Ancora più grave non c’è un soggetto politico che abbia il coraggio di opporsi a tutto ciò.

Esiste invece un’idea generale da poter suggerire, e cioè la territorializzazione delle politiche urbane. Ad esempio, i comuni del meridione d’Italia hanno tutte le opportunità di migliorare le condizioni di vita degli abitanti attraverso un percorso di riterritorializzazione bioeconomica che crea occupazione utile. Territorializzare significa ridurre la dipendenza dal sistema globale, e può avvenire programmando l’auto sufficienza energetica e di cibo; programmando processi di rilocalizzazione produttiva (manifattura leggera, trasporti, comunicazione, rigenerazione urbana) e orientando i consumi su merci locali.

Il meridione d’Italia, diversamente da altre aree geografiche non ha una “rete delle città“, cioè non esiste una diffusa infrastruttura ferroviaria che unisce tutte le città ma solo alcune, non c’è in Sicilia, non c’è fra le città costiere pugliesi, campane e calabre. Per costruire quello che già esiste in Europa, è necessario che i centri di indirizzo e controllo politico incoraggino i “pensatoi locali” come gli istituti accademici, i centri di ricerca e le associazioni affinché il progetto culturale condiviso si traduca in politiche industriali bio economiche capaci di finanziare connessioniattività e strutture fondamentali per favorire opportunità dello sviluppo umano. Territorializzare significa dare senso, significato, forza e vita alle persone che vivono i luoghi utilizzando le risorse in maniera razionale e valorizzando il sapere locale. Dal punto di visto politico significa cambiare il paradigma culturale della società ma è necessario farlo se vogliamo sopravvivere e costruire un futuro sostenibile.

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Occupazione in Europa, fonte immagine Openpolis, Piove sempre sul bagnato.

 

Riforme

In questo mese il mainstream schiaccia e comprime la dialettica pubblica sull’esito del referendum confermativo. L’oggetto del dibattito rappresentato nella finzione scenica è la contesa del potere. Com’é di consuetudine, i media non rappresentano una discussione seria e di merito circa la necessità di riformare la Costituzione, non mostra l’opinione di giuristi o associazioni di categoria per discutere su visioni politiche e prospettive di miglioramento delle condizioni di vita degli italiani. Com’é consuetudine i media mostrano uno spettacolo indegno sulla contesa del potere per rafforzare l’apatia dei cittadini e il becero qualunquismo tipico dei nichilisti. Gli individui più sono tenuti lontani dalla politica e più si favorisce il consolidamento dell’élite.

I cittadini meno abbienti sopravvivono ai problemi quotidiani arrangiandosi, e sono costretti a farlo per l’assenza di una corretta pianificazione politica che dovrebbe essere tesa ad affrontare le questioni sociali ed economiche, che nel meridione assumono circostanze drammatiche. Nei media assistiamo alla finzione scenica dei politicastri mentre nella vita reale, una parte sempre più ampia di italiani non riesce a condurre un’esistenza tranquilla e serena, a causa delle politiche neoliberali condotte da tutti i Governi, indipendentemente dal colore politico. Questo distacco fra realtà sociale e politici dura da diversi decenni, e in maniera del tutto incomprensibile, le persone, fino ad oggi, non sono riuscite a sostituire la classe dirigente politica attraverso la promozione di un soggetto politico serio, capace, responsabile ed onesto. La nostra società abbisogna di una scuola politica capace di introdurre l’etica nella politica finalizzata a sperimentare processi e percorsi democratici, trasparenti per selezionare i capaci e i meritevoli. Il “paradosso politico” è che se ci fosse una cittadinanza attiva in tal senso, cioè affrontando seriamente i problemi italiani (istruzione, recessione, disoccupazione …) accade che si pianifica un’evoluzione sociale tutelando il nostro patrimonio, tutelando il paesaggio e investendo in nuove tecnologie creando nuova occupazione utile.

Osservando il fatto che buona parte degli italiani soffre di ignoranza funzionale, dovremmo dedurre che siano verosimili le analisi secondo cui gli italiani abbiano sfruttato il referendum confermativo per esprimere un giudizio politico negativo sul Governo Renzi. Quindi solo indirettamente gli italiani hanno sostenuto le ragioni del Comitato del NO sulla proposta referendaria, che se fosse stata confermata dalla maggioranza dei votanti avrebbe creato problemi e tolto diritti ai cittadini.

Se è vero che l’élite finanziaria bancaria suggerì di sopprimere le costituzioni socialiste, allora il vulnus politico culturale della nostra Costituzione è insito nel vecchio conflitto fra idee liberali e socialiste. Già nell’allora assemblea costituente si consumò il conflitto culturale fra le forze liberali e quelle socialiste e comuniste. I fatti storici come l’occupazione degli USA sul territorio italiano furono determinanti nel far prevalere le idee liberali e approvare una Costituzione repubblicana che inseriva l’Italia nella sfera atlantica. La Carta è la sintesi di un compromesso ma gli usi e i costumi della società furono già coltivati nell’ideologia capitalista sorta nelle idee illuministe del Settecento e dell’Ottocento. Se oggi viviamo in una società classista, razzista, nichilista e cioè capitalista, che preferisce gli individui che accumulano soldi alle persone che seguono una condotta morale, perché si è scelto di coltivare una società piuttosto che un’altra. La società capitalista dei beceri consumi contro la specie umana in armonia col pianeta. La conseguenza negativa della riduzione dei diritti ai cittadini, l’aumentato le disuguaglianze sociali ed economiche, lo si deve alla prevalenza delle ideologie liberali su quelle socialiste, che ha prodotto leggi per favorire il mercato e il profitto delle imprese private a danno dello Stato sociale, e a danno dei ceti economicamente più deboli (aumento della povertà). Negli ultimi due decenni le Costituzioni sono state sospese per fare spazio al mostro dell’UE a trazione neoliberale, mentre già nel titolo III della Carta circa i rapporti economici (artt. 35-47), le imprese hanno potuto perseguire legittimamente la propria avidità. Di recente poi, il legislatore ha modificato l’articolo 81, per introdurre l’obbligo del pareggio di bilancio secondo gli stupidi dettami della religione liberale professata dai Trattati europei. Oggi le pulsioni liberali reazionarie rappresentate dall’élite finanziaria globale si muovono per rimuovere dalle Costituzioni quel compresso al ribasso per le idee socialiste e comuniste. Alcuni fatti concreti si sono già consumati attraverso diverse circostanze: la cessione della sovranità monetaria (1981 avvio del processo di privatizzazione della Banca d’Italia), la manipolazione dell’opinione pubblica sfruttando le emozioni delle persone circa la corruzione nei partiti, il Parlamento costituito da partiti anti-sistema (Lega Nord, Forza Italia, M5S) per approvare una serie di riforme neoliberali, le privatizzazioni (PdS, Forza Italia) e l’introduzione del diritto privato in ambito pubblico (DS, Forza Italia), il sistema elettorale maggioritario (PD, Forza Italia) e la distruzione dell’immagine pubblica dello Stato. Nel concreto il concetto di Stato sociale è stato totalmente annientato, privato del potere di emettere moneta per aiutare se stesso e i più poveri; da decenni lo Stato non promuove politiche industriali applicando l’interesse generale. Inoltre, Governi e Parlamenti che si alternano usano la fiscalità generale e le cosiddette leve fiscali (detrazioni, incentivi) per sostenere gli interessi dei privati (banche e multinazionali), ma lo fanno tutti: maggioranze e opposizioni. E’ il trionfo dell’ideologia liberale di Smith (laissez faire) con la conseguente affermazione del sistema sociale feudale. Spesso sono i cittadini a coltivare logiche di vassallaggio e di servitù volontaria.

La Carta andrebbe riformata per ampliare i diritti e sostenere lo scopo sociale delle azioni politiche, che invece sono state del tutto abbandonate, poiché la Costituzione stessa ha favorito lo sviluppo di politiche liberali, liberiste e neoliberiste, basti pensare all’usurpazione del ruolo delle istituzioni pubbliche nel processo decisionale della politica, e alle privatizzazioni attuate nel solco costituzionale, basti pensare alla mercificazione dei suoli e alla privatizzazione del governo del territorio attuate nel solco costituzionale. Mentre la religione liberale deindustrializzava l’Italia e l’Europa, per ricollocarsi nei luoghi senza diritti sindacali, Parlamento e Governo, applicando e interpretando la Costituzione, hanno distrutto il ruolo industriale dell’Italia e l’hanno fatto calpestando i principi, secondo cui invece bisognava fare l’opposto e cioè rimuovere gli ostacoli di ordine economico per sostenere lo sviluppo umano. Ancora oggi, più di prima c’è la necessità di tutelare la salute e l’ambiente. L’accordo a ribasso per i valori socialisti ha favorito l’ideologia liberale, e così senza efficaci strumenti referendari, senza leggi per favorire la partecipazione e attraverso il titolo III, abbiamo coltivato e costruito una società materialista e nichilista, preferendo relazioni mercantili e commerciali fra i cittadini stessi. In questo percorso degenerativo che ha visto prevalere e vincere in tutto l’Occidente la religione liberale, le teorie socialiste sono state comunque sconfitte, poiché fra le due visioni votate alla crescita continua, quella più efficace è stata la teoria economica neoclassica liberale. Entrambe le visioni hanno influito negativamente sullo spirito umano, favorendo una società costruita sull’aumento della produttività, fregandosene del reale sviluppo umano, dell’ambiente e della salute.

Una vera riforma, oltre che rimuovere i conflitti innescati dai Trattati neoliberali dell’UE, è quella di introdurre la felicità e la bioeconomia in Costituzione al fine riequilibrare il rapporto fra uomo e natura. In fine, nell’agire politico delle persone sarebbe auspicabile divulgare ed educare tutti noi ai principi costituzionali sviluppando scelte etiche, poiché se il Paese non funziona, la responsabilità è nostra, del nostro egoismo, della nostra ignoranza e arroganza.

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Povertà e disoccupazione, fonte immagine Openpolis, Poveri noi

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