Conoscere e cambiare

Attraverso le pubblicazioni dell’ISTAT siamo in grado di conoscere una quantità di informazioni più che sufficiente ed avere un’idea del nostro Paese. Se avessimo un’adeguata cultura politica, e una sufficiente cultura tecnologica, potremmo anche immaginare proposte e soluzioni per migliorare la società. La cultura dominante, com’è noto, è sostenuta dalla chiesa capitalista che crea disuguaglianze, e così le forze politiche presenti in Governi e Parlamento sono lo specchio di questa teologia, lo dimostra la realtà fotografata annualmente dall’ISTAT che non migliora, anzi è peggiorata nel corso degli anni rendendo le persone sempre più fragili economicamente e psicologicamente.

La realtà virtuale capitalista di oggi è scadenzata dal tempo della schiavitù, coincidente con la dittatura del consumismo, e così la maggioranza degli individui nasce per competere, per conseguire un titolo e accedere al lavoro, poi spendere il reddito in consumi inutili, e infine giungere alla morte senza aver mai vissuto. L’élite capitalista privilegiata sfrutta questa condizione di schiavitù per assecondare i propri capricci. In un mondo immorale costruito sulla disuguaglianza: quali sarebbero le azioni politiche da mettere in campo? “Ragionando per assurdo”: esiste un ceto politico dominante formatosi sulla cultura politica socialista ed ecologista, ed intende applicare la bioeconomia. La prima azione politica da mettere in campo è costruire la civiltà umana, e così è fondamentale rimuovere i problemi di ignoranza funzionale delle persone, in che modo? Sappiamo che esistono milioni di individui che leggono ma non capiscono ciò che leggono, consegnando le proprie scelte agli altri, cioè ai media. Una società civile costruisce strutture e istituzioni culturali per ospitare milioni di individui di ogni età, e li invita a studiare nuovamente partendo dalla cultura di base sino alle specializzazioni. Mentre accade ciò, la popolazione attiva immagina, programma e costruisce la trasformazione della società: sia quella produttiva e sia quella relazionale ampliando il mondo comunitario e riducendo lo spazio del famigerato libero mercato. Ci vorranno molti anni per riparare i danni della chiesa capitalista, e questo percorso abbisogna di nuovi impieghi, di nuove soluzioni tecnologiche e di nuove relazioni sociali ed economiche.

Nella società esistono sia gli strumenti giuridici societari per realizzare questo cambiamento e sia la creatività umana per farlo, manca il soggetto politico e mancano i politici. Lo status quo permane poiché la maggior parte degli individui ha perso valori democratici veri, cioè si impedisce ai talenti di emergere e di coordinare azioni politiche evoluzionistiche che possano aiutare le comunità a compiere un salto, lasciando il piano ideologico sbagliato, ed approdare sul piano bioeconomico. Questo non è solo un conflitto politico dell’élite degenerata contro gli ultimi, ma è un conflitto culturale condizionato dalla prevaricazione perpetrata dalle generazioni più anziane, quelle che detengono il controllo economico e sociale, che limitano le possibilità dei propri figli, cioè delle generazioni più recenti che non possono sperimentare nuovi modelli o fare investimenti innovativi. Nell’assenza di uno Stato sociale forte, poiché controllato dall’élite liberale/liberista mancano programmi di investimento a fondo perduto per sperimentare nuovi modelli sociali ed economici importanti per costruire l’auto sufficienza delle comunità. In generale le istituzioni pubbliche, psico-programmate dalla chiesa capitalista, sono sfruttate per garantire privilegi alle grandi aziende e alle imprese vicine al ceto politico dominante.

Un serio programma di sviluppo umano coinvolge tutta la popolazione che può studiare e lavorare, cioè anche e soprattutto gli inattivi (13 mil. di persone), e non solo i disoccupati o chi attualmente lavora ma è in difficoltà. I Paesi con sistemi di welfare migliori, non solo hanno strumenti di sussidio ma sono in grado di soddisfare le richieste delle persone, avviando sia percorsi di sviluppo umano personalizzati, e sia programmi per incontrare domanda e offerta di lavoro. E’ altrettanto noto che il nostro Paese, essendo liberista in pectore, ha volutamente trascurato le politiche socialiste pubbliche, e l’ha fatto anche per la sanità pubblica danneggiandola gravemente e lasciando metà del Paese privo di strutture e personale medico.

Quando nasceranno gruppi di persone organizzate e consapevoli (formate sulla bioeconomia) allora potremmo assistere a modelli sociali più evoluti, cioè democratici e auto sufficienti, non più condizionati dal mercato. Il campo di lavoro sono le aree urbane estese e le aree rurali, sono questi gli ambiti degli insediamenti umani da rigenerare affinché le persone possano iniziare a vivere da esseri umani.

partecipazione al mercato del lavoro ISTAT 2019
ISTAT, Annuario Statistico 2019

Riflettere

L’esperienza che stiamo vivendo insegna che di fronte al pericolo della morte, il ceto dominante rinuncia ai dogma della chiesa capitalista (patto di stabilità e crescita, debito pubblico, chiusura delle attività produttive) e lascia il passo alla scienza per evitare il peggio. Una delle conseguenze più note quando il capitalismo è sospeso, cioè quando la famigerata crescita rallenta accade che il pianeta respira con beneficio per tutte le specie viventi. L’intenzione del ceto politico dominante (imprese e politici) è quella di immettere liquidità (soldi) in assenza di produzione, come debba avvenire è una tema aperto. Torniamo al concetto di economia («amministrazione della casa») reale e poniamoci una domanda: se non ci fosse la pandemia potremmo vivere in armonia con la natura? La domanda esprime un’idea nascosta, e cioè che la produzione inquina e distrugge, aprendo a temi politici finora sottovalutati (nonostante le contraddizioni del capitalismo siano note da secoli). La risposta è: si, possiamo vivere in armonia con la natura. Il dramma dell’epidemia dovrebbe suggerire una seria riflessione sulla religione capitalista per immaginare e programmare l’uscita da un sistema dannoso e obsoleto, e ripensare l’intera società per approdare a stili di vita sostenibili e intelligenti. Si tratta di ripensare i modelli di produzione e garantire risorse alle future generazioni. Il linguaggio del mainstream lascia intendere che la volontà del ceto dominante è riprendere la crescita così com’era prima dell’esplosione dell’epidemia, ripercorrendo gli stessi errori per tenere in vita la chiesa capitalista. L’intenzione del ceto dominante non è riflettere su come migliorare la società, ad esempio eliminando le disuguaglianze territoriali, ma come conservare profitti e privilegi attraverso lo sfruttamento delle risorse limitate e la violazione dei diritti civili e umani. L’esperienza attuale dovrebbe far notare ai cittadini che la scienza salva la vita delle persone, mentre la chiesa capitalista crea enormi disuguaglianze, concentrazione dei profitti privati mentre uccide le specie viventi e distrugge il pianeta. Esempi in tal senso sono numerosi nella storia (le rivoluzioni industriali) e nel presente, oggi cambia solo la dimensione geografica del cattivo rapporto fra uomo e natura, ma senza la pandemia da virus, il capitalismo uccide tutti i giorni, basti pensare a Taranto, o la pianura padana così inquinata, solo per citarne un paio. Marx ci ricorda che i cambiamenti sociali possono avvenire solo attraverso una coscienza di classe, e pertanto lo status quo non muterà fino a quando la maggioranza dei popoli non avrà imparato la lezione socialista ed ecologista. E’ possibile una società migliore di questa? Certo lo è, e possiamo ripensare il concetto di relazione, non più esclusivamente materialista (il denaro) ma una relazione di reciprocità rispetto all’utilità sociale (e la compatibilità ambientale). Possiamo osservare che c’è una distinzione netta fra valore d’uso e valore di scambio, come insegna Marx, e noi possiamo aggiungere che esistono beni (acqua, energia, cibo) che non sono merci, e merci (le automobili, uno smartphone…) che non sono beni, poiché prive di utilità sociale. Su questi presupposti possiamo creare una società che riduce l’uso di merci (inutili) che non sono beni, mentre i beni (acqua, energia, cibo..) possono essere auto gestiti dalla comunità e possono essere sottratti al famigerato mercato. Questo semplice ragionamento implica una strategia politica fondamentale: ridurre lo spazio del mercato e aumentare quello della comunità, basata su relazioni di reciprocità, utilità sociale e sostenibilità. Se fossimo già una società basata su queste caratteristiche (reciprocità, utilità sociale e sostenibilità), molto probabilmente non avremmo questo virus ed anche se ci fosse, le nostre istituzioni sarebbero preparare con tutti i materiali e le tecnologie (la sanità pubblica è un bene, non una merce), e le persone non avrebbero i problemi di approvvigionamenti poiché ci sarebbero comunità resilienti. Quando una comunità non dipende esclusivamente dal denaro, questa è più libera e auto sufficiente di altre che dipendono dalla finanza e dal mercato. Le tecnologie odierne possono creare sistemi sociali liberi dall’influenza delle imprese multinazionali che predano i territori e tengono in schiavitù le persone economicamente più deboli. Attraverso l’impiego delle odierne tecnologie si possono costruire reti di comunità auto sufficienti per ridurre l’influenza del famigerato libero mercato e aumentare la sfera dei beni comuni. Ad esempio, i cittadini delle aree urbane possono diventare produttori e consumatori di beni e asset strategici eliminando il ruolo di SpA private che oggi traggono profitti sfruttando la famigerata privatizzazione dei servizi locali ma usurpando i beni comuni. Inoltre, numerosi impieghi socialmente ed economicamente utili si realizzano territorializzando attività e funzioni assenti nelle aree urbane e rurali, dalla rigenerazione urbana fino alla tutela delle risorse agricole e forestali, dalla conservazione del patrimonio alla riduzione del rischio sismico e idrogeologico. Sono tutte attività vitali per la specie umana ma si potranno realizzare in tutto il territorio nazionale uscendo dal paradigma culturale sbagliato (la chiesta capitalista) e approdando su quello della bioeconomia, che predilige la scienza e l’utilità sociale alla becera avidità del profitto privato caratterizzato da crescita illimitata (produttività) e una costante competitività, che calpesta i valori della solidarietà e della cooperazione.

La bellezza della natura e i rapporti di comunità che stiamo riscoprendo possono diventare il valore di una nuova società, quella bioeconomica. Per farlo dobbiamo accettare l’idea di cambiare stile di vita, e scoprendo l’opportunità di nuovi impieghi, più utili e più intelligenti. Una prima opportunità evidente è quella della mobilità sostenibile, alla nostra portata se aumentiamo l’uso dei mezzi di trasporto pubblico, se costruiamo infrastrutture adeguate e se riduciamo drasticamente l’uso dei mezzi privati inquinanti, come accade in questi giorni. Un’altra evidenza è il telelavoro per buona parte delle professioni intellettuali, mentre è fondamentale che lo Stato riprenda il controllo della salute pubblica auto producendo tutto ciò che serve, facendo l’opposto di quello fatto finora e cioè investire in ricerca, in brevetti pubblici, e produzione di materiali e tecnologie per il sistema sanitario affinché la Repubblica non sia più condizionata dal famigerato mercato, ma abbia le scorte e le tecnologie per intervenire in casi emergenziali. Tutti questi cambiamenti producono opportunità di lavoro utile che vanno agglomerate ove non ci sono occasioni di impiego, cioè il nostro Sud. Ripensando le attività produttive è legittimo riconfigurare le agglomerazioni industriali presenti nei Sistemi Locali del Lavoro con attività di manifattura leggera e tecnologie ad alto valore aggiunto nei settori della mobilità dolce, e della sanità pubblica, così come le tecnologie dell’architettura per prevenire e ridurre il rischio sismico e la qualificazione energetica per ridurre la domanda di energia da fonti fossili.

Per quanto riguarda l’attuale conflitto politico fra i Governi dell’UE circa il tema eurobond si o no, comunque vada le immorali disuguaglianze resteranno dove sono poiché i problemi del meridione non dipendono esclusivamente dalle forme di governo ma dal capitalismo che nega investimenti pubblici in determinati territori, poiché sfruttati e predati. Il capitalismo instaura relazioni violente e materialiste, tutto diventa merce da comprare e vendere, mentre il ceto dominante (i capitalisti) assume per se aree centrali e per altri aree periferiche da sfruttare destinate al sottosviluppo, è ciò che è accaduto al meridione per scelta politica. Ad esempio, resterà il razzismo di Stato che toglie risorse ai cittadini meridionali attribuendone maggiori al Nord, resteranno i problemi delle università meridionali poco attrattive e poco collegate con le imprese sui territori, così come resteranno i ceti dominanti che vivono di rendite parassitarie e così via… la strada del cambiamento è lunga ma solo percorrendola si risolveranno i problemi: prima di tutto abbandonare la fede capitalista! Una priorità strategica è ripristinare la pianificazione osservando le aree urbane e disegnare i sistemi urbani e territoriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ciò produce grandi indotti lavorativi.

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Realtà e credenze

Il ceto politico dirigente italiano, tutto, da trent’anni insegue due credenze: la prima è la religione capitalista liberale/liberista e la seconda è più una caratteristica padana/egoista, e cioè la famigerata secessione per applicare meglio gli interessi delle imprese localizzate al Nord. La prima credenza ha forgiato le menti del ceto dirigente di tutto l’Occidente, creando aree ricche e aree povere, mentre la seconda ha prodotto e produce i danni incostituzionali sempre più evidenti durante questa emergenza pandemica. Il ceto politico, per assecondare i capricci dei razzisti padani, partorì la famosa riforma del titolo V della Costituzione (art. 117) che concesse numerose competenze alle Regioni ma senza prevedere una clausola di supremazia per lo Stato centrale. L’emergenza covid-19 mostra i conflitti normativi fra i Decreti dei Presidenti di Regione e quelli del Governo, costretto a un coordinamento delle scelte politiche circa i provvedimenti da prendere, ma se ci fosse stata la clausola di supremazia questi problemi che riverberano sulla vita delle persone non ci sarebbe stati (incongruenze, divergenze e illegittimità). Anche su altre competenze vi sono problemi concreti, anche senza alcuna emergenza, e si tratta del governo del territorio ed dell’ambiente. In più di vent’anni dall’applicazione delle autonomie locali abbiamo un’Italia federale, nel senso che ogni Regione auto determina i propri servizi costruendo disuguaglianze territoriali sostenute dal famigerato “calcolo diseguale” inventato dallo Stato, che concentra le risorse della fiscalità generale a sostegno delle aree già ricche sottraendole a chi ne ha più bisogno, e poi gli Enti locali sono recintati dal patto di stupida e crescita dell’UE perché limita la spesa pubblica proprio dove è necessaria per eliminare le disuguaglianze, vietate dalla nostra Costituzione.

Il nostro ceto politico trascura la realtà territoriale italiana perché psico programmato dalla religione capitalista e spinto dagli impulsi egoisti delle imprese; fra ignoranza, stupidità e avidità, le istituzioni compiono scelte incostituzionali e immorali poiché una parte importante del Paese è stata lasciata indietro, al fine di condurla al sottosviluppo previsto dal capitalismo stesso. Il Nord, da decenni, è alimentato da risorse umane del Sud di ogni categoria sociale. Le nostre istituzioni funzionano male poiché sono il disegno di una religione molto precisa: creare disuguaglianze per favorire un ceto sociale localizzato al Nord, privilegiato in tutti i sensi, ed è lo stesso che sin dal Regno d’Italia, durante la dittatura fascista, e la Repubblica riesce a orientare la classe politica al fine di utilizzare le risorse di tutti per fini privati, conservando il proprio status quo. Ancora oggi, nonostante la pandemia mostra tutta la debolezza delle istituzioni di fronte a un fenomeno inaspettato e così veloce, le forze politiche di destra, oggi più razziste di prima, strumentalizzano i problemi delle persone per raggiungere il potere, sempre per fini privati.

L’altro campo politico, semplicemente, non esiste poiché sono pochissimi i cittadini con principi politici costituzionali, e non riescono a catalizzare l’attenzione del popolo sui valori della sinistra che potrebbero ridurre o eliminare le disuguaglianze, se fossero riscoperti e adottati. In Italia, gli ultimi sono svuotati di una propria cultura e identità politica, votano per i propri carnefici, mentre i problemi del territorio restano insoluti e col trascorrere del tempo si aggravano. Basti ricordare come il diritto a una vita serena è negato, soprattutto ai meridionali, dall’assenza di servizi adeguati grazie al disordine delle aree urbane estese (non pianificate), il dissesto idrogeologico, il rischio sismico, il sottosviluppo nel meridione e le bonifiche ambientali da fare. Questa è la realtà, molto più complessa e difficile di come viene sintetizzata, mentre il ceto dirigente insegue le credenze della religione capitalista.

La pandemia di covid-19 spinge i teologici del liberalismo a sospendere il dogma del “patto di stabilità e crescita” per favorire l’immissione di moneta nel mercato, ciò dovrebbe mostrare alle persone tutta la cattiva fede dei guardiani di questa religione, che per molti anni hanno imposto limiti ai Paesi dell’euro zona, e che all’occorrenza rinunciano al proprio credo per tenere in vita il capitalismo. Un altro dogma è rimesso in discussione il famigerato “debito pubblico”, e lo fa uno stimato cardinale della chiesta capitalista, Mario Draghi, che invita l’UE a trascurare il limite del debito per tenere in vita il capitalismo. La pandemia ha messo in crisi i dogma della religione capitalista e i cardinali sono costretti a rivedere i propri precetti al fine di dare ossigeno al libero mercato. Nonostante le evidenze non si ha il coraggio di abbandonare le religione capitalista, nonostante tutto non si vuole usare la saggezza e la civiltà per rimuovere le immorali disuguaglianze e lasciare che il pianeta guarisca dalle pesanti ferite inferte dall’idiozia economicista.

Un’altra triste evidenza emerge col trascorrere del tempo: l’Occidente liberista è meno resiliente della Cina, questo è un fatto. Un popolo saggio, alla luce di questa ulteriore esperienza, non bastava l’evidenza dei danni ambientali e delle disuguaglianze, dovrebbe ripensare il paradigma culturale dominante per superarlo poiché dannoso e obsoleto. Nel ripensare il paradigma di riferimento, sembra che alcuni (imprese private) intendano spingersi nel ridurre le libertà individuali attraverso controlli di massa e questo rischio va scongiurato ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, sminuito durante gli ultimi trent’anni, che fa ricerca scientifica, prevenzione e sostiene la sanità pubblica.

La pandemia ridefinisce l’economia reale, chiunque lo intuisce, lo percepisce e lo vive ma il pensiero dominante non è in grado di produrre soluzioni sostenibili per tutti, lo può fare solo secondo gli interessi del ceto dominante, poiché è lo stesso ceto che crea danni economici, e nei luoghi già marginali le scelte politiche andranno a trascurare le realtà territoriali più difficili, lasciando insoluti i danni sociali ed economici creati dalla pandemia. Tutto ciò si può intuire già oggi, perché il ceto politico italiano ha smesso di creare politiche industriali vere e proprie; da molti anni non si ripensano le agglomerazioni industriali già esistenti e non si pianificano attività produttive nei Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno d’Italia. Questo lavoro di programmazione è complesso e coinvolge università, centri di ricerca, imprese e cittadini, e nel Meridione non si fa più da molti anni.

Critiche e proposte sull’UE circa le scelte economiche prese intorno all’emergenza covid-19 sono raccolte in un appello co-firmato da diversi accademici italiani.

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Imparare dall’esperienza

L’esperienza è ciò che dovrebbe stimolare lo sviluppo umano, nel senso che dovrebbe produrre un miglioramento nel proprio stile di vita. L’emergenza pandemica innescata dal covid-19 ci fa vivere momenti di angoscia, amplificati dai media, mentre i provvedimenti restrittivi hanno modificato gli stili di vita di milioni di persone. Tutti noi crediamo che l’isolamento porterà alla soluzione dell’emergenza e ci auguriamo che questo comportamento contenga il contagio mentre, ahimé, migliaia di famiglie stanno affrontando gli effetti drammatici del virus, ma ricordiamolo attivato da un salto di specie a causa dell’uomo (qui l’articolo che dimostra lo studio circa il salto di specie), ed anche se fosse vera l’ipotesi della diffusione attraverso un’esercitazione militare sarebbe comunque responsabilità dell’uomo.

L’isolamento imposto modifica le relazioni, e ciò implica anche una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico che notoriamente innesca patologie anche mortali.

In questi giorni stiamo sperimentando sentimenti contrastanti, cioè paura e angoscia, e l’influenza positiva della natura; chi vive in famiglia si sta riappropriando di stili di vita con auto produzioni e spirito di comunità, mentre si riduce l’impatto ambientale sul pianeta. Stiamo scoprendo ciò che molti ecologisti dicono da decenni, e cioè che il capitalismo produce danni ambientali e che l’inquinamento urbano siamo noi stessi quando usiamo un mezzo privato, e in questi giorni osserviamo un cielo terso e ascoltiamo i suoni della natura. Adesso, se fossimo realmente sapiens, dovremmo capire che lo spazio pubblico liberato e l’aria pulita sono valori che possono restare tali se le istituzioni che paghiamo sono capaci di spendere le nostre tasse per organizzare un efficace mezzo di trasporto pubblico, adeguato e intermodale, aiutandoci a lasciare l’auto e preferire biciclette, autobus, tram e metropolitane. Il trasporto pubblico può esaudire, tranquillamente, la domanda di tutte le classi sociali e di tutte le categorie: studenti, anziani e lavoratori. Il telelavoro è la vera novità, favorita dai provvedimenti restrittivi, ed è tipico delle professioni intellettuali, e consente a chi lo sperimenta di recuperare ore per sé stesso, cioè si tratta delle ore che si sprecano nel traffico.

Per quanto riguarda l’area salernitana, solitamente affollatissima e quindi molto rumorosa e inquinata dagli smog di scarico, in questi giorni osserviamo quest’aria straordinariamente pulita, si ascoltano il silenzio e il cinguettio degli uccelli, si ascoltano le foglie mosse dal vento, possiamo osservare e godere di un orizzonte marino più profondo e più bello sul golfo di Salerno. La natura ci restituisce un senso di pace e sollievo, in buona sostanza benessere, e questa ricchezza, questa bellezza potrebbe diventare la normalità grazie a un servizio di trasporto pubblico adeguato coniugato a un nostro di stile di vita più saggio. Tutti dovremmo riflettere su questo, prima le istituzioni che paghiamo e poi la cittadinanza che deve comprendere un’ovvietà: noi siamo il traffico.

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Coscienza?!

L’emergenza dettata dal covid-19 è creata dal cattivo rapporto dell’uomo con la natura, e la relazione scelta è suggerita principalmente dalla religione capitalista. Forse qualche politicante capirà che la globalizzazione è questa, non solo l’immorale realtà virtuale della finanza che crea e nasconde ricchezze agli Stati (il sistema off-shore) ma le abitudini alimentari. Siamo tutti interconnessi, considerando il fatto che le scelte alimentari di alcuni individui in una parte del pianeta possono determinare l’esistenza di altri, nella parte opposta. Non è la prima volta che la natura cerca di liberarsi dell’uomo, altre volte in passato la macellazione degli animali ha trasmesso virus che hanno compiuto il salto di specie (qui l’articolo scientifico che dimostra l’evoluzione del virus attraverso lo studio del genoma), e in altre occasioni processi industriali hanno innescato rischi sanitari alla popolazione, così come l’industrializzazione violenta dell’uomo sta eliminando specie viventi. Da questo punto di vista, dovrebbe essere noto che una seria e convinta riduzione dei consumi di carne può giovare alla salute umana. Esiste anche un’altra ipotesi della diffusione del covid-19, e cioè quella politica relativa a un’esercitazione militare svoltasi a Wuhan a settembre 2019 circa una simulazione/esercitazione di un contagio batteriologico. Un notiziario del Tg Leonardo della RAI (16 nov 2015) denuncia i rischi di una produzione di coronavirus in laboratorio, sperimentazioni già presenti negli USA ma sospese. La comunità scientifica ci informa del fatto che il covid-19 è naturale poiché classificato dal suo genoma, confermando il salto di specie.

Analogo ragionamento vale per tutta l’economia globalizzata liberista che sfrutta centri di produzione distribuiti sul pianeta, sia per non pagare tasse e sia ridurre i costi affinché gli azionisti possano trarne un maggiore profitto: ad esempio, per produrre gli smartphone si estraggono minerali preziosi sfruttando gli schiavi, così come per la produzione di capi d’abbigliamento firmati: schiavitù e inquinamento. Greenpeace informa sul fatto che «le aziende agrochimiche come Bayer e Syngenta continuano a immettere sul mercato pesticidi chimici di sintesi, potenzialmente dannosi per le api e gli insetti impollinatori. E se le api muoiono, a farne le spese sono l’ambiente, l’agricoltura e il nostro cibo».

Il cattivo rapporto dell’uomo contro la natura non si arresta, e così altri virus attaccheranno la nostra specie. L’industrializzazione ci sta auto distruggendo, e l’assurdità sta nel fatto che noi ci auto definiamo: sapiens … se lo fossimo realmente abbandoneremo la religione capitalista per salvare noi stessi, il pianeta che ci consente di vivere, ed affronteremmo le immorali disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento per restituire dignità umana a tutti e stimolare opportunità di sviluppo umano per chiunque lo desidera. Se usciamo dal capitalismo possiamo garantire le risorse finite alle future generazioni e risolveremo anche i problemi di cattiva alimentazione: la povertà in Africa, in Sud America, in Asia e l’obesità in Occidente.

 

E’ il capitalismo baby!

Lo spreco delle risorse naturali è una conseguenza di una nota religione chiamata capitalismo, com’è noto da molti secoli, la nostra società è psico programmata da questa credenza ma non riesce ancora a liberarsene poiché il ceto politico dirigente e la cittadinanza fanno fatica a riconoscere contraddizioni e danni sociali e ambientali. Fino ad oggi, ogni “soluzione” proposta è emersa esattamente dallo stesso paradigma culturale dominante e di conseguenza, ovviamente, è risultata fuorviante, inefficace o una presa in giro. Circa sette anni fa, il 12 luglio 2013 a Milano, ho partecipato come relatore per conto del Movimento per la Decrescita Felice ad un incontro promosso dal “Forum Salviamo il Paesaggio Difendiamo i territori” sul tema “consumo di suolo” (Le proposte di legge sul contenimento di suolo a confronto). In quell’occasione riscontrai ottime intenzioni ma gli stessi limiti culturali sopra descritti, poiché si è voluto affrontare un problema politico gestionale di carattere etico e morale con l’approccio scientifico; un punto di vista legittimo e persino corretto ma ingenuo poiché si è voluto raccontare, forse in maniera presuntuosa, che se il ceto politico fosse correttamente educato all’informazione scientifica allora quest’ultimo prenderebbe decisioni migliori. Secondo la mia modesta opinione, questo è un approccio perfetto in ambito scolastico ma del tutto ingenuo e inefficace in ambito pubblico e politico, infatti non si sono avuti risultati. Il ceto politico dominante è perfettamente consapevole dell’esistenza dell’entropia ma se ne frega poiché per le imprese più influenti e potenti sul pianeta conta, prima di tutto, il profitto: la loro avidità. E’ prerogativa delle democrazie liberali fare la banale somma degli interessi privati, anziché far valere i principi morali, e nel nostro caso far prevalere l’interesse generale descritto nella Costituzione. In una società capitalista, la somma degli interessi privati, spesso, si traduce in prevaricazione del ceto economicamente più forte. E così la conseguenza è stata scontata: nulla di fatto; perché non si vuole riconoscere pubblicamente ciò che è evidente a qualunque persona ragionevole: il problema è la religione capitalista che ha mercificato ogni cosa: territorio e persone, e nelle città si declina con la famigerata rendita e il regime giuridico dei suoli. Nel merito del governo del territorio, inoltre si trascura completamente un’altra evidenza, nota soprattutto a urbanisti, geografi urbani, paesaggisti, e cioè che l’armatura urbana italiana è cambiata radicalmente, e che gli attuali confini amministrativi dei Comuni sono del tutto obsoleti e persino dannosi, e poi ancora, l’ormai consolidata riforma sulle autonomie locali ci consegna un’Italia federale che ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali anche a causa dall’esistenza di circa 8000 comuni e leggi regionali tutte diverse che producono disuguaglianze di welfare urbano e standard minimi da realizzare. Da un lato si trascurano evidenze di carattere politico, culturale ed etico, e dall’altro si ignora la complessità dell’armatura urbana italiana che necessita di un cambio di scala amministrativo: una riforma degli Enti locali su base territoriale leggendo le strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro (sono 611 quelli rilevati dall’ISTAT). In buona sostanza, il consumo di suolo è l’effetto del capitalismo e non la causa! Parlare pubblicamente “di stop al consumo” è un esercizio demagogico fuorviante, così come credere che nei Consigli regionali e comunali, sieda un ceto politico capace di interpretare uno strumento complesso come un piano regolatore (ovviamente esistono eccezioni di politici che sono architetti, ingegneri oppure sono formati/informati da professionisti), significa credere alle favole poiché è lo stesso ceto politico che favorisce la corruzione morale e materiale proprio attraverso i piani regolatori generali che regalano rendite parassitarie agli immobiliaristi.

La disciplina urbanistica è giovane, poco compresa e spesso edulcorata o assente nei cosiddetti piani regolatori generali che il ceto politico locale utilizzata come piani edilizi per favorire l’accumulazione capitalista privata e non come piani urbanistici per costruire servizi a tutti gli abitanti.

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La rimozione delle patologie sul territorio

Per realizzare un buon governo del territorio che tenga conto delle contraddizioni del capitalismo circa le disuguaglianze, a mio avviso, è necessario ripensare le competenze delle istituzioni (nazionali e locali). La realtà amministrativa caratterizzata dalle riforme sulle autonomie locali registra contraddizioni, luci e ombre, e numerosi conflitti e problemi “storici” irrisolti, come le rendite parassitarie e gli impatti ambientali delle scelte pianificatorie. Dal secondo dopo guerra in poi, l’Italia non ha risolto né i conflitti delle rendite (mancata riforma urbanistica) e né ha saputo educare gli amministratori locali nel fare bene i piani regolatori generali (tranne rare eccezioni), anzi le speculazioni edilizie e i fenomeni di abusivismo non si sono arrestati ma sono stati moltiplicati. L’origine dei danni ambientali, sociali ed economici creati dal ceto borghese dominante è nota: la scelta politica di deregolamentare il governo del territorio e rinunciare all’approccio socialista che predilige l’osservazione della realtà e la pianificazione. Ritengo sia necessario un salto culturale, innanzitutto, per restituire dignità e utilità sociale alla disciplina urbanistica. Trasferire le competenze urbanistiche dallo Stato centrale alle autonomie locali ha favorito esperienze contrastanti e diversificate sul territorio nazionale, poiché in talune Regioni si sono realizzati piani soddisfacenti mentre in altre, i diritti di welfare urbano e i servizi minimi non sono garantiti; di fatto l’attuazione delle autonomie ha aumentato le disuguaglianze territoriali ed ha favorito i ceti locali economicamente più forti consentendo loro di accumulare maggiori capitali attraverso il famigerato uso speculativo delle rendite fondiarie e immobiliari, totalmente deregolamentate. Siamo giunti al paradosso incostituzionale di territori pianificati diversamente, leggi distinte, e quindi con economie e diritti diversificati, una disuguaglianza pianificata che contrasta con i principi costituzionali, e in più siamo scaduti nel ridicolo e grottesco per l’esistenza di circa 8000 comuni con altrettanti regolamenti edilizi. Qualcuno dovrà spiegare l’insensata elezione di Sindaco e Consiglio comunale in una comunità di 1000/8000 abitanti, con l’evidente spreco di risorse pubbliche e l’incesto vizioso e conflittuale fra interessi privati degli eletti e le loro famiglie, amici e clientele viziose circa l’uso dei suoli e l’usufrutto di concessioni legate allo sfruttamento dei beni demaniali (spiagge, parchi …), ovviamente non in tutti i piccoli comuni vi sono fenomeni incestuosi e viziosi ma ciò dipende dai livelli di civiltà degli amministratori. Probabilmente solo in Italia si può immaginare di favorire clientele e malcostume per legge.

Secondo lo scrivente, un Paese normale e civile realizza una riforma urbanistica che attua la Costituzione, e cioè elimina l’usurpazione privata della rendita fondiaria che deve essere incassata dallo Stato, e poi coordina il mercato immobiliare per eliminare le famigerate rendite parassitarie; e infine attua l’utilità sociale dei suoli per consentire a tutti gli abitanti di accedere ai servizi previsti dai piani, di fatto eliminando gli ostacoli di ordine economico e le disuguaglianze come prescrive la Costituzione.

Nel corso dei decenni il capitalismo urbano ha trasformato la struttura urbana italiana, che oggi necessita di un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane estese, dentro i 611 Sistemi Locali del Lavoro [di fatto il numero dei Comuni passerebbe dai circa 8000 a 611]. Comuni centroidi e limitrofi si sono saldati suggerendo l’adozione di strumenti di pianificazione intercomunale, ma questo salto di scala sarebbe più efficace riorganizzando le competenze sul governo del territorio. Lo Stato deve riassumere un ruolo di coordinamento e controllo dei piani regolatori delle città estese, ad esempio attraverso un’agenzia nazionale come il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU) e leggere piani e progetti attraverso il filtro culturale della bioeconomia, come insegna la scuola territorialista [il CIPU andrebbe rinominato in Politiche Urbane e Rurali, CIPUR]. Le migliori esperienze regionali (Toscana, Marche, Lombardia …) possono essere trasferite al CIPU ma è determinante togliere competenze a Regioni e Comuni, poiché la maggioranza dei Consigli comunali si è dimostrata incapace di svolgere l’interesse pubblico con un ruolo politico attivo secondo i principi costituzionali, e secondo gli indirizzi della disciplina urbanistica. Numerosi politici locali hanno mostrato e dimostrato come non si pianificano i territori poiché questo ceto politico, spesso, o non ha adottato piani regolatori generali (in Campania solo il 13% dei Comuni (71 su 550) hanno un PUC vigente, secondo un’indagine svolta dall’ANCE nel 2017, altri hanno strumenti obsoleti; e infine ben 184 Comuni non hanno alcuna elaborazione di piano) oppure ha compiuto scelte sbagliate e stupide. Nei casi di adozione dei piani, questi strumenti spesso sono influenzati da scelte privatistiche che contrastano o trascurano l’interesse generale. Infine, è determinante che gli Enti scalati alle nuove città estese, introducano strumenti e istituti di partecipazione popolare al fine di collegare i tecnici pianificatori ai bisogni degli abitanti.

I piani, com’è noto sono strumenti complessi, ed anziché continuare con consuetudini sbagliate che favoriscono l’azione degli interessi privati attraverso l’intercessione di amministrazioni locali corrotte e incapaci, sarebbe saggio trasformare il processo di pianificazione da gestione privatistica delle élite locali a processi partecipativi aperti e trasparenti liberando il disegno urbano dai ricatti degli immobiliaristi. I piani, dopo un congruo percorso di partecipazione e dal contributo fornito dai tecnici incaricati, dovrebbero essere adottati dagli abitanti e approvati dal CIPU, secondo regole chiare e trasparenti, e in tempi certi.

Ad esempio, sappiamo bene che in determinate aree urbane e rurali prevalgono i problemi di abusivismo, disordine urbano e rendite parassitarie, così come il continuo consumo di suolo agricolo. A queste patologie bisogna aggiungere quelle attuali: il fine ciclo vita degli edifici che significa aumento del rischio sismico, oltreché al tema di rifunzionalizzazione tecnologica dell’ambiente costruito (risparmio energetico e reti di auto consumo). Di fronte a questi problemi i Comuni appaiano completamente inadeguati. Gli Enti locali non sono stati capaci neanche di applicare le norme vigenti per rimuovere abusi e illegalità diffuse. Da un lato abbiamo le aree urbane estese che attraggono tutto: risorse umane e finanziarie, e dall’altro abbiamo le aree rurali abbandonate e fuori controllo in tutti sensi, poiché prive di strumenti urbanistici e di personale tecnico onesto e capace. Queste gravi malattie non trovano guarigione poiché gli interessi illegali trovano rappresentanza nelle istituzioni, di fatto si rende vana la possibilità di applicare l’urbanistica e le norme per favorire un corretto uso del suolo. Con la trasparenza e la partecipazione attiva e spostando le competenze allo Stato centrale che sostiene piani regolatori fatti bene si riducono i rischi di influenze localistiche negative, e quindi si potrà immaginare di presentare un corretto disegno urbano, e ciò è possibile applicando correttamente la disciplina urbanistica che nacque per risolvere problemi e per realizzare diritti per tutti, così come la corretta applicazione del diritto all’uso sociale dei suoli, e il diritto a edificare svincolato dalla proprietà del suolo stesso.

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