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Edoardo Salzano, rispondendo ad Enzo Scandurra, narra una sintesi politica circa il dissenso sul termine “sinistra”. La sua sintesi è condivisibile, e nel fondo del suo intervento scrive: «l’errore di fondo della sinistra è stato quello di non aver compreso che per contrastare quelle tragedie con qualche efficacia, e con quel tanto di fiducia nell’avvenire che è necessario per alimentare la speranza, era necessario fare esattamente l’opposto di quello che si stava facendo. Occorreva riprendere la lotta per il superamento integrale del capitalismo, e non consumarsi in qualche guerriglia contro l’una o l’altra delle sue incarnazioni. Lottare per un’altra economia in un’altra società. Una prospettiva comunista? Forse, ma non solo parolaia». Sono pienamente d’accordo con Salzano, e vorrei aggiungere che quando Occhetto decise la svolta, chiudendo di fatto il Partito comunista, nessun dirigente di allora pensò di raccogliere la denuncia di Berlinguer circa la questione morale dei partiti. Era necessario fare l’opposto di quello fatto finora. Nessuno si organizzò per divulgare etica e partecipazione democratica nei partiti stessi, di fatto aprendoli alle nuove generazioni. La “sinistra” ha rinnegato se stessa scegliendo di farsi infiltrare dall’ideologia liberale, e dare il proprio contributo insieme alla destra liberale nel perseguire tornaconto personali, e l’avidità professata dalla religione delle SpA. Durante gli ultimi quarant’anni, a mio modesto parere la religione liberale è ben presente in tutte le accademie, formando generazioni di giovani, e far credere loro che non esista un altro mondo oltre a quello capitalista. L’élite finanziaria e imprenditoriale, aderendo al credo del liberalismo, ha psico programmato le menti delle classi dirigenti occidentali creando una vera e propria religione economica. Nella realtà questo è il mondo peggiore che le vecchie generazioni lasciano ai propri figli; di fatto violando il patto sociale generazionale. I soldi sono creati da nulla e gestiti dagli algoritmi. E’ altrettanto noto che sin dagli anni ’80, la famigerata deregolamentazione finanziaria consente di accumulare e creare moneta dal nulla attraverso gli strumenti finanziari, le scommesse e le speculazioni. Questi capitali sono nelle “mani” di algoritmi che non dormono mai, e tali flussi finanziari possono essere occultati nei paradisi fiscali, per apparire nei luoghi scelti dall’élite finanziaria come le città globali e i paesi emergenti (sfruttamento delle risorse finite del pianeta). In una società stupidamente capitalista dove la moneta è la forza che da energia al sistema politico e industriale, accade che la concentrazione della ricchezza fittizia creata dal nulla, e gestita dalle mani dei pochi, trasforma le democrazie rappresentative in regimi autoritari e feudali. E’ storia che l’Europa sia stata inserita nel sistema geopolitico statunitense e pertanto i nostri territori sono una regione colonizzata (sovranità limitata), mentre l’Italia nel corso dei decenni è diventata periferia economica per scelta politica. La recessione dipende da fattori storici (guerra), politici (delocalizzazione industriale) e culturali (prevalenza della religione neoliberale).

Poiché il capitalismo agisce su aspetti psicologici immorali come l’avidità e l’egoismo, dovremmo cominciare a rifletter sul fatto che una società capitalista non è compatibile con la democrazia, che invece prevede altruismo, dialogo e lo sviluppo di qualità morali. Capitalismo e specie umana non possono convivere, poiché l’ideologia su cui fonda il proprio credo è sbagliata, come dimostrò egregiamente Georgescu-Roegen, e per l’ovvia e banale osservazione che il Sole da energia alla vita sul nostra pianeta, e non la crescita della produttività come direbbe un’economista o un politicante. L’energia che da vita alla nostra specie è gratuita! Parafrasando una teoria di sinistra, cioè di Marx, i popoli hanno la possibilità di appropriarsi degli strumenti tecnici che consentono loro di auto produrre ciò di cui hanno bisogno (abitare, nutrirsi, muoversi). Un partito sinceramente di sinistra dovrebbe porsi questo come obiettivo: dare al popolo gli strumenti per raggiungere l’auto determinazione in armonia con le risorse limitate della natura. L’aspetto direi grottesco, è che si può fare, poiché esistono le tecnologie per farlo ma non esistono né la volontà politica e né la consapevolezza collettiva dei popoli, poiché culturalmente regrediti (ignoranza funzionale). Oltre ai percorsi di sinistra, cioè l’appropriazione dei mezzi di produzione, è necessario percorrere strade bioeconomiche e comunitarie, per ripristinare valori umani e solidali. Inoltre, possiamo osservare che noi siamo l’unica specie vivente a inventarsi la moneta, la banca e poi l’economia neoclassica, ottenendo effetti abbastanza stupidi: (1) disuguaglianza economica e sociale, e (2) “occultamento” delle leggi di natura (biologia, termodinamica e meccanica quantistica). Nei secoli le élite (monarchie e borghesia liberale) hanno sfruttato i più deboli per avidità e potere, muovendo guerre idiote. Nell’epoca moderna le élite al potere sfruttano l’invenzione degli Stati e della finanza, favorendo la distruzione degli ecosistemi, morte, schiavitù e disuguaglianza sociale pianificata. I ricchi hanno vinto la guerra contro gli ultimi, e mai come oggi la società è profondamente feudale, regolata dal vassallaggio. La specie umana dovrebbe risvegliare se stessa e lottare per qualcosa di puro, puntando a cambiare i paradigmi culturali dell’Occidente poiché sono profondamente sbagliati.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

La struttura urbana salernitana, fonte immagine Ptcp 2012.

Nei miei interventi precedenti ho avuto modo di accennare alla necessità di un salto culturale per approdare sul piano bioeconomico, capace di interpretare il territorio e le città come bioregioni urbane e creare occupazione utile attraverso processi di territorializzazione delle produzioni locali. Da circa un paio di decenni, Salerno non è più la città amministrata dal Consiglio comunale e dal Sindaco eletti, ma è una struttura urbana costituita da ben 11 comuni con una popolazione di circa 300 mila abitanti su una superficie di 272,4 Km2 (Salerno, Vietri, Pontecagnano F., Bellizzi, Battipaglia, San Mango Piemonte, Castiglione dei Genovesi, Pellezzano, Baronissi, Mercato San Severino, e Fisciano). Questa struttura urbana è interna al Sistema Locale del Lavoro (SLL) salernitano costituito da 22 comuni con circa 500 mila abitanti. Sono questi i territori urbani e funzionali, con attività e dimensioni che vanno governate con piani urbanistici intercomunali bioeconomici capaci di interpretare le città come sistemi metabolici, riducendo gli sprechi e adottando piani attuativi conservativi, cioè di recupero e rigenerazione urbana. La Regione Campania dovrebbe rinnovare la propria legislazione urbanistica per introdurre la rigenerazione urbana bioeconomia e approvare un piano territoriale paesaggistico regionale figlio della scuola territorialista. Tali atti normativi sarebbero capaci di favorire un’evoluzione culturale utile allo sviluppo umano, per tutelare la nostra ricchezza costituita dal patrimonio storico culturale e ambientale. Sarebbero atti capaci di creare occupazione utile e aggredire il drammatico tasso di disoccupazione (Campania 19,8%, Provincia di Salerno 16,6%). Due Regioni italiane hanno già approvato piani paesaggistici figli della scuola territorialista, la Toscana e la Puglia, mentre da alcuni anni la letteratura urbanistica mostra i cambiamenti delle nostre città, trasformate in aree urbane estese. Salerno non sfugge a questo cambiamento ed è necessario che le istituzioni politiche abbiano il coraggio di riformarsi e adottare strumenti urbanistici adeguati, al fine di governare i processi di agglomerazione, decentramento, e pianificare la rigenerazione dei tessuti urbani esistenti. L’implosione del capitalismo e le delocalizzazioni industriali che hanno innescato l’aumento della disoccupazione, il degrado territoriale e un’economia dipendente dagli idrocarburi, sono elementi che dovrebbero far riflettere e accelerare l’avvento delle politiche urbane bioeconomiche.

Nella città estesa salernitana sono leggibili i problemi ambientali, sociali ed economici che richiedono un approccio più efficace al fine di essere governati e affrontati, e per farlo è necessario un cambio di scala delle istituzioni, transitando da 11 Comuni a un solo Comune. Ciò costituirebbe un vantaggio politico straordinario. Sono altresì leggibili problemi quali: la dispersione urbana (lo sprawl) sia nella conurbazione Nord della valle dell’Irno, e sia nella conurbazione Sud verso Battipaglia. Entrambe le conurbazioni mal governate hanno consumato suolo agricolo favorendo l’aumento dell’inquinamento atmosferico e l’inquietudine urbana che danneggia particolarmente anziani, giovani e ceti meno abbienti. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Questa contraddizione, costituita dall’aumento di agglomerazioni commerciali e l’alto tasso di disoccupazione, spiega in parte come le classi dirigenti politiche non siano state capaci di affrontare i problemi sociali ed economici dell’area salernitana. Com’è noto, la scelta delle imprese private di delocalizzare le produzioni, coltivando il neoliberismo, lascia numerosi vuoti urbani che potrebbero essere riutilizzati e trasformati. Tali processi andrebbero affrontati con l’approccio bioeconomico che parte dall’analisi dell’esistente per intervenire sui suoli già urbanizzati, e ponendo priorità su obiettivi sociali e ambientali, anziché inseguire l’avidità dei privati innescata dalla rendita fondiaria e immobiliare. Sul piano bioeconomico il motore dell’economica è la cultura.

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scandalo urbanisticoSono trascorsi molti anni quando si consumò il più grande scandalo urbanistico italiano. Nel corso dei decenni, il tema è stato rimosso dal dibattito pubblico contribuendo a far perdere consapevolezza di un argomento politico fondamentale per il capitalismo italiano, poiché il regime giuridico dei suoli condiziona la vita delle persone mostrando il conflitto fra l’interesse generale dello Stato e l’avidità dei privati che sfruttano la rendita. Quando negli anni ’60 si scelse di cancellare la proposta riforma urbanistica sul regime dei suoli, di fatto, l’Italia divenne il paese più liberista d’Europa. Si abdicò l’interesse generale favorendo l’interesse dei proprietari privati che hanno saputo condizionare la pianificazione assecondando i propri capricci, e incassare l’accumulazione del capitale senza lavorare (plusvalore fondiario). La conseguenza di questa scelta politica scellerata è sotto gli occhi di tutti: urbanistica contrattata, rinuncia alla pianificazione e consumo del suolo agricolo, speculazioni edilizie. Tutto ciò ha alimentato l’inquietudine urbana, i processi di gentrificazione con le gated community, e i danni ambientali irreversibili.

Dal secondo dopo guerra in poi, il partito comunista fu il soggetto politico scelto dai pianificatori per introdurre una riforma sul regime dei suoli, e fra il 1962 e il 1963 la proposta di Fiorentino Sullo (democristiano) fu scarta e neanche discussa. Anche il PCI ripiegò su stesso, e non seppe sostenere una riforma degna di questo nome. Il nostro Paese aprì le porte al liberalismo con conseguenze sociali, economiche e ambientali disastrose.

Oggi non esiste alcun partito interessato a riprendere il tema del regime dei suoli, nonostante questo sia una priorità. Ciò assume aspetti ambientali e politici drammatici, poiché la realtà territoriale e urbana mostra evidenti segnali di degrado che necessitano interventi di rigenerazione e manutenzione, per arrestare le speculazioni adottate da ignobili Consiglieri comunali, totalmente incapaci di interpretare un piano urbanistico e di applicare la Costituzione che ordina di conseguire l’interesse generale e non l’avidità di soggetti privati.

Un Paese civile ha il dovere morale e politico di riprendere il tema e riformare il regime giuridico dei suoli per applicare la Costituzione. L’urbanistica ha il dovere di tutelare il territorio e costruire diritti a tutti i cittadini, e non quello di fare profitto.

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Fonte immagine ISPRA, 2017.

L’ISPRA pubblica il rapporto 2017 sul consumo di suolo agricolo, e i dati non sono affatto confortanti poiché mostrano un peggioramento nel territorio italiano. Chi ha la responsabilità politica di questa distruzione? Sindaci e Consiglieri comunali, cioè la classe “dirigente” meno istruita per gravi problemi di ignoranza funzionale. A questi individui incapaci, dobbiamo aggiungere i Consiglieri regionali che promulgano le leggi urbanistiche regionali, e i funzionari pubblici che hanno responsabilità di controllare i piani adottati dai Comuni per verificarne la congruenza con la Costituzione e la legge urbanistica nazionale (secondo la legge 1150 del 1942, gli scopi dell’urbanistica riguardano: «l’assetto e l’incremento edilizio dei centri urbani e lo sviluppo urbanistico»; «assicurare il rispetto dei caratteri tradizionali»; «favorire il disurbanamento e di frenare la tendenza all’urbanesimo»). L’impostazione del sistema giuridico urbanistico-edilizio indica che l’attività edilizia è finalizzata all’interesse pubblico e al corretto uso del territorio. In fine, da diversi anni il nostro legislatore ha assunto una condotta incostituzionale e immorale tutte le volte che ha favorito un condono edilizio. Il Parlamento è rimasto inerte di fronte ai cambiamenti delle città italiane trasformatesi in aree urbane, evitando di assumere decisioni responsabili e importanti per togliere poteri a irresponsabili amministratori locali che hanno distrutto il territorio. E’ necessario legiferare un cambio di scala territoriale e introdurre processi decisionali politici democratici e trasparenti, coinvolgendo direttamente cittadini e il sapere tecnico capace di pianificare bioregioni urbane. Sin dall’Ottocento, e poi con l’apice della battaglia persa nel 1962, il regime dei suoli è condizionato dalle politiche liberali affinché proprietà privata e i politici locali potessero accumulare ricchezza dal nulla, mercificando la risorsa non rinnovabile del territorio (rendita fondiarie e immobiliare). Questa stupidità criminale, nel continuare a distruggere il territorio che ci da vita, non può trovare una guarigione restando sul piano culturale liberale.

E’ noto che negli altri paesi, quali l’Olanda, la Germania e persino l’Inghilterra, lo Stato ha un ruolo fondamentale nella pianificazione territoriale e urbanistica, limitando la proprietà privata e tassando la rendita fondiaria e urbana.

Pianificatori, urbanisti, architetti e ingegneri che studiano le città sanno bene quali sono i problemi lasciati insoluti da una classe politica degenerata e incapace. Da un lato è necessario un cambio di scala territoriale per adottare piani bioeconomici osservando le aree urbane; e dall’altro lato, il problema del consumo di suolo trova soluzione facendo un salto culturale, approdando sul piano bioeconomico capace di produrre piani che creano valore culturale a tutela del territorio, e orientando l’economia verso l’uso razionale delle risorse. Per fare questo, è necessaria una volontà politica oltre che un’evoluzione culturale delle persone.

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Decadenza

Non è la prima volta che mi esprimo scrivendo che viviamo una crisi sociale che si caratterizza anche per la decadenza politica. Le recenti elezioni amministrative evidenziano ciò che scrivo da molto tempo, e cioè la crescente regressione culturale delle masse e la mediocrità della classe dirigente politica, condizioni sociali collegate fra loro. Ormai l’astensionismo è così alto che mette in discussione il senso proprio della democrazia rappresentativa, forse è giunto il momento di parlare di neofeudalesimo. Sembra che sia il vassallaggio il rapporto politico che domina gli Enti locali. I pochi controllano le risorse pubbliche senza un’ampia legittimazione democratica. Noi cittadini siamo diventati individui, e come tali non partecipiamo alla vita sociale delle comunità. Una di queste conseguenze, quando si rinnovano le cariche elettive, è che siamo così stupidi da non pretendere capacità culturali ai candidati, e tanto meno osserviamo se taluni candidati abbiano qualità morali per ricoprire ruoli istituzionali. Cultura, capacità democratiche e qualità umane non sono prerogative che richiediamo ai candidati, così favoriamo i mediocri dentro le istituzioni. Il risultato? Un Paese mal governato, con enormi disuguaglianze economiche e sociali, saldamente nelle mani del reale potere che si trova fuori le istituzioni e nelle assemblee degli imprenditori più influenti.

Non solo la maggioranza degli individui si mostra fiera nel disprezzare la politica, ma ammira i personaggi dello sport, gli stessi che se possono eludono il fisco per evitare di pagare le tasse. Soldi necessari alla costruzione dei servizi e dei diritti dei cittadini.

A Roma, il 18 giugno 2017 Tomaso Montanari e Anna Falcone lanciano un’iniziativa politica molto importante per favorire l’avvio di un processo (progetto, programma) di nuova rappresentanza politica.

D’accordo con l’analisi di Montanari sia nei contenuti e sia nel partire dai territori locali, vorrei focalizzarmi su un aspetto trascurato ma importante, e cioè affrontare l’annosa questione dell’ignoranza funzionale e di ritorno che alimenta l’apatia politica degli italiani. Non è vero che gli italiani non votano più solo perché non si sentono rappresentati (da una certa sinistra), mentre si ambisce a rappresentarli costruendo una nuova rappresentanza. Quasi un italiano su due non è in grado di capire un discorso politico, e sicuramente non sarà stato comprensibile il discorso di Montanari, non perché è stato complicato ma perché nel corso dei decenni i sistemi politici istituzionali e mediatici hanno favorito la regressione delle masse spoliticizzandole. Alle masse non interessa la politica, poiché sono intrinsecamente nichiliste e disinteressate. Sempre secondo il mio modesto parere, in un contesto ambientale e culturale regredito come il nostro Paese, un nuovo partito di sinistra è probabilmente poco comprensibile alle masse, sempre perché ritengo che le masse ormai nichiliste sono avvelenate dall’individualismo e dall’egoismo, e perché proprio i più oppressi sono anche i meno istruiti, e manipolabili attraverso le loro emozioni, spesso votano o la destra razzista, o la destra neoliberale che li opprime. Il potere è saldamente nelle mani dei ricchi perché i poveri votano per i loro carnefici. I partiti stessi non esistono più poiché sono stati svuotati, e perché fanno fatica a trovare persone altruiste. Chi oggi ambisce a fare politica è additato negativamente, proprio dai più poveri e dagli oppressi che votano per i loro carnefici. Nel nostro Paese, poiché esiste una diffusa regressione culturale, le parole socialismo o comunismo sono percepite come parole negative. E’ questa la reale vittoria dei ricchi neoliberali: il controllo delle masse attraverso l’inciviltà. La consapevolezza che la società è un organismo complesso, è tipica delle persone colte e istruite, non della maggioranza degli elettori italiani.

Per invertire la rotta e riconquistare la fiducia è necessario sperimentare veri e sinceri processi democratici, per educarci alla democrazia stessa come strumento civile al processo decisionale della politica. Ci vuole pazienza, entusiasmo e molta energia, e soprattutto la volontà politica di investire nella democrazia e nella costruzione di un nuovo paradigma culturale considerando la bioeconomia come grande opportunità di creare un’occupazione utile per il nostro territorio.

In Italia, fino ad oggi ogni progetto politico di “cambiamento” è fallito, poiché probabilmente chi l’ha avviato o non voleva cambiare alcun che, o perché non aveva le capacità per cambiare le cose, nel senso di migliorare le condizioni di vita degli italiani, sia aiutandoli a conoscere il proprio territorio e sia aiutandoli a trascorrere una vita serena e tranquilla, in armonia con la natura. Fare politica, in maniera seria, è difficile e ci vogliono abilità, attitudini, professionalità, oltre che onestà e capacità di visioni nuove e utili al Paese. In questo paese, probabilmente è ancora più difficile perché nessuno spende soldi per fare altruismo e nessuno, in politica, si affida a persone meritevoli e talentuose ma preferisce narcisisti e mediocri da controllare e addomesticare.

Montanari rispondendo a Mieli chiarisce le sue distinzioni da una certa “sinistra”, e rivendica la necessità di voler partire dal basso. Il basso che cita Montanari, se è quello dell’associazionismo presentato anche a Roma, è senza dubbio un basso già convinto, ma dal punto di vista elettoralistico e della rappresentanza politica citata nel suo discorso, è un basso che non consente di vincere gare elettorali poiché quantitativamente ridotto, mentre il basso degli apatici che non votano (citato nel discorso), è completamente scollegato dall’associazionismo, ed è quello che viene conteso in ogni gara elettorale poiché determina vittorie e sconfitte. E’ un basso apatico e non militante, emotivamente orientabile, e che entra in empatia coi soggetti politici in un modo molto particolare.

L’appello di Montanari e Falcone dice anche che «la scandalosa realtà di questo mondo è un’economia che uccide: queste parole radicali – queste parole di verità – non sono parole pronunciate da un leader politico della sinistra, ma da Papa Francesco. La domanda è: «E’ pensabile trasporre questa verità in un programma politico coraggioso e innovativo»? Noi pensiamo che non ci sia altra scelta». Io dico che ci vuole un soggetto politico che abbia il coraggio di programmare l’uscita dal capitalismo e progettare una società umana partendo dalla bioeconomia.

Riporto un piccolo stralcio dell’intervento di apertura di Montanari: «la nostra idea di democrazia è quella che Michel Foucault leggeva in Aristotele: “La risposta di Aristotele (una risposta estremamente interessante, fondamentale, che entro certi limiti rischia forse di provocare un ribaltamento di tutto il pensiero politico greco): è che è il potere dei più poveri a caratterizzare la democrazia”. Ebbene, oggi è vero il contrario. Il potere è saldamente nelle mani dei più ricchi. E, come ha scritto Tony Judt, “i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione, e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. … Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a discapito di un altro”. Oggi tutto il sistema serve a perpetuare una radicale negazione della democrazia, bloccandoci in gated communities: gruppi divisi per censo e ben recintati, culturalmente, socialmente e materialmente. Gruppi dai quali è impossibile evadere. Oggi si parla di una Sinistra rancorosa. Se ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d’accordo. Non sono d’accordo, invece, se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per questo stato delle cose. Una indignazione che è la molla fondamentale per ridiscutere i fondamentali di una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi. Occorre rovesciare il tavolo della sinistra, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito. Noi oggi siamo qua per fare nostro questo punto di vista. Il punto di vista di chi è caduto, di chi non si è mai alzato. Quando è stato chiaro che ciò che pure si continua a chiamare ‘sinistra’ sarebbe stata sotto il controllo di una oligarchia senza alcuna legittimazione dal basso, e intimamente legata al sistema, abbiamo detto: ‘basta’. Se l’unica prospettiva della sinistra era tornare ad allearsi, in qualunque forma, al Pd di Matteo Renzi, ebbene noi non avremmo nemmeno votato. Io ed Anna Falcone abbiamo deciso di invitarvi a venire qua oggi, quando l’ennesimo amico ci ha detto che alle prossime elezioni politiche non avrebbe votato. Quando noi stessi ci siamo confessati un identico stato d’animo. Milioni di persone ­– tra cui moltissimi giovani – che il 4 dicembre erano andati ai seggi per dire no a quel progetto di oligarchia, ora non vedono niente a cui dire sì con un voto. Nessun progetto di giustizia ed eguaglianza. Solo giochi di potere: autoreferenziali, incomprensibili. Senza futuro: morti».

sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali principali e delle città medie, ISTAT, 2017.

Una mia vecchia riflessione osservava quanto fosse inutile oggi eleggere Sindaci e Consigli comunali. L’osservazione partiva da un dato politico amministrativo e gestionale circa i servizi pubblici locali: acqua, rifiuti, energia, trasporti, servizi sociali, oggi completamente esternalizzati, così come desidera la religione liberale e neoliberale che professa il mantra laissez faire al mercato, e demonizzando lo Stato sociale. Oltre a questo aspetto politico gestionale dei servizi, bisogna aggiungere un dato molto più forte e radicato, che mostra non solo l’inutilità degli attuali livelli istituzionali ma il danno alla collettività prodotto dall’inerzia politica, che non realizza un cambio scala dei livelli municipali osservando l’attuale armatura urbana mutata da diversi decenni.

L’attuale classe dirigente politica è completamente staccata dai problemi reali del territorio, mentre gli individui vivono in maniera passiva e non possiedono gli strumenti e le informazioni per riscontrare il cambiamento avvenuto nel Paese.

Pianificatori, geografi e urbanisti ovviamente studiano i fenomeni urbani, e pubblicano una letteratura utile a far conoscere il territorio per suggerire soluzioni concrete e governare le aree urbane in maniera adeguata.

Il massimo che il legislatore ha saputo fare è produrre una normativa che riconosce le aree metropolitane, ma ignorando la reale struttura urbana delle nuove città italiane costituite dalle integrazioni di più comuni. Per una serie di condizioni culturali e politiche, la nostra classe dirigente fa molta fatica a riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica, e ciò produce danni alla collettività e all’ambiente, mentre in altri Paesi tale limite non esiste, e si riscontra in una maggiore attenzione al ruolo della pianificazione territoriale; basti osservare i paesi scandinavi, l’Inghilterra, i Paese Bassi, la Germania e la Francia dove da molti decenni c’è un maggiore controllo sull’attività urbanistica edilizia, sia ai livelli territoriali e sia ai livelli attuativi. Nel nostro Paese, sembra esserci un legislatore criminale che propone ancora condoni e deregolamentazioni, per favorire gli interessi dei privati piuttosto che applicare la Costituzione italiana che ordina di tutelare il territorio e di costruire diritti ai cittadini.

E’ noto che cambiando i livelli amministrativi locali, rispetto alla realtà urbana formata da comuni centroidi e conurbazioni estese, si riducono i costi pubblici e privati poiché è possibile una migliore gestione dell’organizzazione territoriale, oltre che l’adozione di piani urbanistici rispondenti alla realtà territoriale. Nella maggior parte dei casi sono contrari al cambio di scala, i Sindaci locali poiché perdono il controllo dei loro interessi. Gli elettori non sanno neanche di cosa si parla. Gli unici consapevoli circa la necessità di interpretare correttamente l’interesse generale, sono i pianificatori.

Un aspetto fondamentale circa la necessità del cambio di scala amministrativa riguarda il cuore dell’azione politica, e cioè la corretta distribuzione delle risorse per i livelli amministrativi locali. Oggi tanti piccoli comuni sono del tutto ininfluenti, mentre la costituzione per legge delle nuove città, che sono l’insieme di comuni interdipendenti fra loro, rappresentano soggetti istituzionali politici più forti e consapevoli.

Ad esempio, è ormai strutturata da decenni la nuova città di Salerno costituita dal comune centroide e dai comuni limitrofi. Nel cambio istituzionale di scala sono rimossi i Sindaci e i Consigli comunali dei soggetti viciniori ma trovano rappresentanza nel nuovo Consiglio comunale che dovrà adottare un nuovo piano urbanistico comunale d’ispirazione bioeconomica, che riconosce e interpreta l’attuale bioregione urbana. Solo in questo modo, la realtà territoriale costituita da comuni interdipendenti potrà essere governata in maniera efficace rigenerando le parti obsolete e controllando i processi di agglomerazione, contrazione e dispersione urbana. I danni sociali, economici e ambientali nel territorio salernitano, e non solo, sono favoriti anche da questa inerzia politica, totalmente incapace di adeguarsi ai cambiamenti avvenuti e consolidati.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

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