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L’epoca che stiamo vivendo è l’antropocene, ove la specie umana domina il pianeta ma lo fa applicando la religione economica capitalista, che ignora l’entropia e i suoi drammatici effetti negativi. Senza indugiare su equivoci culturali possiamo ammettere che l’epoca attuale è governata dalla stupidità, nel senso proprio del termine. Nelle istituzioni pubbliche siedono individui che applicano la religione capitalista, oggi trasformatasi nella forma liberista. Guerre, disuguaglianze, e distruzione degli ecosistemi sono caratteristiche di questa religione. Nei territori ove esistono, formalmente, sistemi democratici rappresentativi, gli individui si concentrano nelle aree urbane per inseguire un posto di lavoro ed avere un reddito. Costoro inseriti nella società capitalista tendono a isolarsi e a perdere il senso di comunità, delegando il potere decisionale ai politicanti, i quali lo utilizzano per conservare lo status quo che favorisce il tornaconto delle imprese private. Conflitti sociali causati dal capitalismo, si ritrovano anche nei paesi “centrali”, poiché anche in questi contesti aumentano casi di sfruttamento e si riscontra l’aumento delle disuguaglianze, favorite dall’aumento della povertà e dalla riduzione dello Stato sociale. Il materialismo della società capitalista è evidente, e Marx suggeriva ai lavoratori di prendersi il controllo della società appropriandosi degli strumenti del capitale, togliendoli al padrone, per avere una gestione collettiva. Le condizioni sociali ed economiche nei territori sfruttati dalla globalizzazione neoliberista sono peggiorate, e non sembra esserci una tendenza al miglioramento poiché il nichilismo capitalista è ben presente fra la maggioranza degli individui e fra i ceti meno abbienti. Gli sfruttati non hanno una coscienza di classe, soffrono di ignoranza funzionale, di apatia politica, frustrazioni e invidia sociale, e così, spesso, questo risentimento negativo si riversa contro tutti i politici, senza rendersi conto di danneggiare se stessi. Lo sporadico momento del voto si trasforma in uno sfogo, ma diventa un trampolino di lancio per demagoghi e politicanti, che sfruttando le difficoltà altrui colgono l’opportunità di accedere alle istituzioni, e soddisfare il proprio tornaconto personale. Questa inciviltà occidentale impedisce un’evoluzione sociale. Per esser chiari, fra i soggetti politici che si contendono il potere, c’è anche chi millanta un cambiamento ma trascura l’idea di introdurre un socialismo ecologista. Non esiste, al potere, un soggetto politico capace di un’analisi realista del territorio europeo. La realtà mostra che la maggioranza delle opportunità economiche e sociali, e la maggioranza delle disuguaglianze si concentrano nelle aree urbane e rurali, e nessun politico è in grado di suggerisce politiche urbane bioeconomiche per ridurre disuguaglianze e sprechi, ma si limita a promettere aggiustamenti economici per far sopravvivere il capitalismo. Gli Enti a servizio della globalizzazione liberista sono le municipalità, e così si formano le capitali globali che attirano flussi di capitali, leciti e illeciti. La rete informatica di internet è strumento a servizio della borghesia liberista che decide gli spazi da colonizzare, sfruttare, gestire e investire. In questa complessità sparisce la democrazia per far prevalere gli interessi specifici degli investitori, i nuovi oligarchi feudali che trattano i territori come luoghi del vassallaggio. Negli ultimi dieci anni, chiunque sia andato al potere poi è stato delegittimato dagli elettori, e contestualmente sono cresciuti movimenti politici populisti sfruttando sia temi socialisti, contestando la globalizzazione neoliberista, e sia soffiando sul razzismo. La confusione politica è cresciuta, soprattutto in Italia. Fino ad oggi non è cambiato nulla, e le imprese multinazionali inseguono il proprio sfruttamento capitalista delle risorse limitate del pianeta.

UE crescita economica per Regione

Indice di crescita economica, fonte Eurostat.

L’Italia è ferma; perché? All’interno del liberalismo l’Italia non esiste più, rimane come concetto astratto. Esistono solo i territori ove l’élite vive e concentra le proprie attività in funzione della crescita capitalista. La stessa UE è nelle mani di questa borghesia. In questo contesto, noi cittadini siamo alla deriva, poiché non leggiamo più, e non studiamo più. Nell’ignoranza diffusa fra i popoli, la storia non può insegnarci come porre rimedio alla nostra inciviltà. Quando prevaleva l’idea che lo Stato fosse soggetto attivo nell’economia, le istituzioni politiche dialogavano con i professionisti e la società, e facevano scelte sia perché esisteva una classe dirigente in grado di parlare con esperti e cittadini, e sia perché aveva un’idea di futuro, esistevano le ideologie politiche, buone o cattive che fossero ma la cultura politica era un valore perché produceva idee, e su quelle idee i partiti litigavano e si dividevano. In quella fase storica, lo Stato faceva programmazione economica e investiva creando opportunità. Le ideologie politiche esistono ancora ovviamente, ma nel circo mediatico politico si recita il racconto del periodo post ideologico, per favorire il pensiero dominante: il liberalismo. Durante i decenni trascorsi, nel nostro Paese, le migliori opportunità sono state date alla solita élite borghese auto referenziale, ma poiché esisteva un’autonomia del potere politico, le istituzioni allargarono la base delle opportunità facendo uscire dalla povertà milioni di italiani. Quella fase è terminata per volontà politica, e l’attuale fase globalista ha consentito alle imprese multinazionali di prendere il controllo del pianeta. In questi decenni, gli economisti, che Dio ci salvi da questa categoria di sacerdoti ignobili, sostenuti dalle forze economiche di imprese e banche, sono riusciti a psico programmare l’élite occidentale, e divulgare la propria religione staccando l’uomo dalla natura, realizzando quella schiavitù che nell’Ottocento fu egregiamente fotografata da Engels e Marx.

La maggioranza degli italiani, avendo favorito i mediocri al potere non potranno sperare in un reale cambiamento. Riconoscendo il fatto che l’Italia è un concetto astratto, possiamo leggere dove e quali sono i territori che concentrano ricchezza sfruttando gli altri e le disuguaglianze. La borghesia liberista ha ripristinato la società feudale, e l’euro zona, in realtà, non funziona male poiché progettata per concentrare ricchezza materiale nei luoghi “centrali”. Queste oligarchie borghesi liberiste sono capaci di influenzare e determinare le condizioni economiche e sociali di tutti i cittadini, ricchi e poveri. E’ sufficiente tornare a pochi decenni indietro e osservare come la sovranità economica della Repubblica finanziava direttamente gli interventi pubblici necessari per lo sviluppo umano, e renderci conto delle differenze fra ieri ed oggi con l’aumento delle disuguaglianze. Il Dio mercato dei sacerdoti economisti “controlla” il destino dei cittadini, e così riscontriamo le disuguaglianze nei territori, particolarmente elevate nel meridione d’Italia, e nelle regioni di Grecia, Spagna e Portogallo, mentre nei paesi dell’Est d’Europa si aprono zone economiche speciali per favorire l’avidità delle imprese, sfruttando proprio le disuguaglianze di riconoscimento, cioè l’assenza di diritti sindacali e il divario economico salariale fra i territori europei. Come accadeva nell’Ottocento, è lo sfruttamento della schiavitù un elemento essenziale dell’accumulazione capitalista dell’élite borghese liberista. Nell’Europa più “vecchia”, le élites locali accumulano capitali con le rendite finanziarie e immobiliari, e in Italia è sempre la disuguaglianza a garantire lo status quo conservando la concentrazione industriale al Nord per vendere merci al Sud, spogliato di infrastrutture essenziali e di un’adeguata presenza di attività e funzioni, necessarie per garantire livelli dignitosi di vita. Le istituzioni politiche hanno creato volutamente un’area economica “centrale” e un’altra “periferica”, per applicare una tipica forma di sfruttamento capitalistico che da noi ha una radice storica, la guerra di annessione del 1860. Queste aree non sono le Nazioni ma sono ambiti territoriali più piccoli come Regioni e più precisamente le Provincie con le loro agglomerazioni. La ricchezza ha due dimensioni una territoriale e una virtuale, così come l’immorale e l’illecito hanno una dimensione sia territoriale e sia virtuale col mondo offshore.

Così come questa è l’epoca dell’antropocene con i mediocri al potere, è anche vero che la nostra specie è esosomatica, cioè la nostra evoluzione è condizionata dall’uso di strumenti esterni al nostro corpo, tecnologie. L’aratro per coltivare, la penna per scrivere e disegnare, il computer per scrivere, disegnare, calcolare, comunicare, condividere etc. Se fossimo consapevoli delle opportunità tecnologiche potremmo pianificare l’uscita dalla religione capitalista e costruire un futuro prosperoso. Le comunità, nel senso marxista, possono appropriarsi dei mezzi tecnologici che orientano il capitalismo, dalla produzione energetica al cibo, e si può gestire il territorio senza il dogma della crescita, dell’accumulazione poiché è inutile, non serve alla specie umana oltre che essere stupido. L’accumulo è l’ossessione capitalista dalla quale dobbiamo disfarci, perché in un pianeta dalle risorse limitate, è inutile parlare di crescita continua della produttività, mentre è utile parlare di sviluppo umano e di felicità in armonia con la natura. Le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento realizzate dalla borghesia liberista sono utili a questa oligarchia auto referenziale per conservare il proprio potere e il controllo sui popoli. La maggioranza dei popoli rinchiusi in se stessi, scelgono di volta in volta i propri carnefici, mentre affrontando l’ignoranza funzionale e di ritorno, grazie all’accesso delle conoscenze, grazie a percorsi politici democratici, potremmo spendere tempo ed energie per riflettere su come rigenerare i nostri territori, attraverso l’appropriazione di tecnologie che ci aiutano ad applicare l’auto determinazione e tendere alla felicità. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

UE tasso di disoccupazione

Tasso di disoccupazione, fonte Eurostat.

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Qual è il senso di una sinistra politica che deve evolversi? Qual è il cambiamento desiderabile? Partendo dal presupposto realista che, la nostra epoca è governata dal capitalismo neoliberista, dovremmo porci dubbi e riflessioni su come uscire da questo piano ideologico, poiché visibilmente produce violenze di ogni genere, comprese le guerre, crea disuguaglianze e distruzione degli ecosistemi. Tutto ciò non è opinabile ma la cruda realtà che dura da secoli. Il conflitto culturale fra liberalismo e socialismo, è stato ampiamente vinto dal liberalismo. Nel nuovo millennio osserviamo che non esistono programmi politici di sinistra, e tanto meno progetti culturalmente nuovi; anche i soggetti politici che millantano da circa vent’anni di auto definirsi di sinistra, quando sono stati al Governo, hanno applicato l’agenda politica strutturale dei neoliberisti attraverso parole d’ordine come riformismo, crescita e competitività. Di questa certezza politica, ormai esiste un’ampia letteratura, e il forum sulle disuguaglianze scrive una breve analisi sulle scelte politiche fatte dai partiti, che a partire dagli anni ’80, abbracciando il liberalismo, favorirono l’aumento delle disuguaglianze riducendo il ruolo pubblico dello Stato sull’economia: (1) la rottura, con il WTO, del compromesso keynesiano post-bellico; (2) il forte rafforzamento, sempre con il WTO, del controllo (via brevetti) sul capitale immateriale; (3) l’abbandono dell’obiettivo di contrastare il ciclo economico; (4) l’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione e il disconoscimento dei sindacati; (5) l’indebolimento di tutti gli strumenti di tutela e regolamentazione della concorrenza nei mercati. In Italia, in modo particolarmente grave osserviamo che non esiste un partito politico capace di parlare e comunicare la visione politica bioeconomica; nel nostro ambiente non esiste ceto politico che immagina un’evoluzione sociale pensando alla prosperità ma egualitaria, come sognavano gli utopisti socialisti nell’Ottocento. In quest’epoca di decadenza, e purtroppo ciò accade da circa vent’anni, la maggioranza degli elettori italiani se ne frega di impegnarsi attivamente costruendo soggetti politici democratici, così utilizza il momento del voto non per esprimere una scelta costruttiva ma per punire chi li ha governati. E’ questo il nostro paradosso espressione dell’inciviltà.

Marx, una volta spiegato il capitalismo nella sua essenza e nei suoi drammatici effetti sociali, suggeriva ai proletari e ai lavoratori di appropriarsi degli strumenti del capitale, sia per controllare la società e sia per ridistribuire la ricchezza ai molti, al fine di prevenire le disuguaglianze. Ridistribuendo il capitale la sinistra vuole consentire a tutti di scegliere un percorso di sviluppo umano. Oggi sappiamo bene che la maggioranza degli individui non sa chi sia Marx, e tanto meno sa cosa sia il capitalismo, questa è la più grande vittoria dell’élite che ci governa, la seconda vittoria l’ha ottenuta eliminando la democrazia nel senso più ampio del termine. Ad esempio, non esistono partiti democratici per selezionare classe dirigente attraverso il merito; mentre i cosiddetti partiti anti sistema, o populisti, sono espressione della più becera invidia sociale favorendo i mediocri al governo delle istituzioni. I mediocri sono burattini, ovviamente, etero guidati dall’esterno, cioè dalle imprese e dalla solita élite degenerata interessata a conservare lo status quo. In quasi tutto l’Occidente, ritroviamo i mediocri al potere, questo fenomeno degenerativo è lo specchio di una società decadente. All’interno di questa decadenza sparisce la cultura e quindi la sinistra, perché la maggioranza degli elettori non ha più coscienza di classe, non ha coscienza di Sé. Gli oppressi votano per gli oppressori. L’evoluzione tecnologica ha favorito la nascita di una nuova società capitalista che accumula capitali senza i lavoratori, nel caso della finanza, mentre le imprese tradizionali svolgono attività nelle zone economiche speciali sfruttando la schiavitù. I capitalisti hanno vinto su due piani strategici: il primo è stato raggiunto psico programmando gli ex partiti di sinistra, snaturandoli, facendoli contribuire insieme alla destra, nel disegnare una zona neoliberista, cioè l’UE, e il secondo piano, è stato quello geopolitico scavalcando i diritti umani presenti in Occidente, semplicemente delocalizzando le attività; così la sinistra politica è stata semplicemente spiazzata, estromessa dal terreno gioco spostato altrove. Gli effetti più perversi di questa trasformazione sono stati: (1) la sostituzione della democrazia rappresentativa col modello feudale e (2) l’aumento delle disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Alla fine di questo processo di trasformazione sociale, gli individui hanno reagito di pancia e tutt’oggi reagiscono emotivamente votando per un ceto politico a dir poco inadeguato e autoreferenziale, facilmente controllabile dalla solita élite.

Cosa si può fare di fronte alla decadenza? Le persone civili possono usare il metodo democratico per fare politica, ed è auspicabile stimolare il dialogo, l’ascolto, per favorire la costruzione di una visione politica bioeconomica. Nel costruire percorsi e laboratori politici si può divulgare una cultura politica bioeconomica, e formare nuova classe dirigente attraverso il sacrificio e il merito. In ambienti civili accade tutto ciò, cioè agli attuali partiti violenti e prevaricatori ci si oppone con altruismo e meritocrazia, alla società decadente dei mediocri ci si oppone con spirito di sacrificio e con la cultura, per favorire i talenti e la costruzione di una nuova società, proprio come suggerivano gli utopisti socialisti.  Il famoso progresso civile, da ciò i progressisti, non si trova sul piano ideologico capitalista ma sul piano bioeconomico. Se da un lato è necessario introdurre il socialismo in Occidente al fine di applicare valori costituzionali, come la piena occupazione e l’ampliamento dei diritti civili, è necessario che la Repubblica e/o lo Stato territorializzi attività e funzioni nei luoghi depredati dalla globalizzazione neoliberista. Solo investendo in progetti sostenibili possiamo creare occupazione utile per ridurre le disuguaglianze sociali e di riconoscimento, aumentate dalle politiche neoliberiste, ed oggi particolarmente concentrate nel meridione d’Italia.

Se in Italia ci fosse un ceto politico intelligente, sicuramente accoglierebbe le analisi territoriali dei pianificatori che attraverso la geografia umana interpretano correttamente la società e il territorio. Da molti anni le strutture urbane sono mutate, e i vecchi confini amministrativi degli Enti locali sono del tutto obsoleti e dannosi, per questo motivo molti suggeriscono un cambiamento di scala. Poi è necessario interpretare il territorio con la visione territorialista (collana Territori della FUP) che suggerisce sistemi di bioregioni urbane, e infine portare la bioeconomia nelle strutture urbane. In Italia, abbiamo le conoscenze e gli specialisti per ricostruire un equilibrio fra persone e territorio, e favorire la prosperità degli insediamenti umani, ma il ceto politico è completamente autoreferenziale e psico programmato dall’élite degenerata che ha abbracciato il neoliberismo. Il territorio è un bene comune che può essere gestito in maniera razionale, e gestendolo in questo modo si crea occupazione utile. La terra, la città e la montagna sono risorse che suggeriscono politiche di sviluppo locale, riducendo la dipendenza dalla globalizzazione neoliberista. Leggendo la geografia delle disuguaglianze territoriali, il ceto politico ha l’obbligo di programmare investimenti pubblici, si tratta di politiche pubbliche socialiste, poiché solo uno Stato civile ha interesse nel ridurre le disuguaglianze. Le disuguaglianze (economiche, sociali e di riconoscimento) si concentrano nelle periferie, nelle piccole città e nei territori rurali. Chi vive in questi spazi urbani e in questi territori si vede sempre più escluso poiché mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, e le famiglie sono a rischio povertà. Le disuguaglianze sociali e di riconoscimento sono quelle a maggiore impatto politico, poiché quando il ceto politico ha scelto il liberalismo, eliminando l’azione dello Stato nell’economia, ciò ha favorito il degrado sociale e ambientale, e questo processo ha innescato sentimenti di rabbia e frustrazione fra i ceti meno abbienti, alimentando un corto circuito di inciviltà come l’apatia politica e l’isolamento culturale. La disuguaglianza di riconoscimento agisce sul disvalore delle persone, isolandole, negando loro opportunità di lavoro e di dignità. In una società culturalmente autoreferenziale come quella italiana, le élite tendono ad escludere gli altri per auto conservarsi. Tendenzialmente, le classi dirigenti locali adottano il modello sociale feudale, costringendo le nuove generazioni a emigrare pur di inseguire, giustamente e legittimamente, i propri sogni di realizzazione sociale. La disuguaglianza di riconoscimento distrugge valori sociali e i territori. Questo è il degrado innescato dalle politiche neoliberiste ed è molto diffuso in Occidente; ha avuto la conseguenza di favorire la nascita di soggetti politici populisti, autoritari e violenti, poiché hanno sfruttato e sfruttano i risentimenti negativi delle persone nei confronti delle istituzioni politiche, e si sono inseriti nel tessuto sociale raccogliendo enormi consensi elettorali.

La risposta politica corretta è il socialismo poiché usa lo Stato, cioè applica l’interesse pubblico, nel programmare, pianificare e progettare i servizi ove mancano, e riorganizza funzioni e attività nelle agglomerazioni industriali per creare lavoro utile sfruttando le nuove tecnologie. La letteratura socio-economica mostra che la scelta politica di applicare lo slogan liberale di Smith, il famigerato laissez faire, ha fatto concentrare la ricchezza nelle mani di pochi aumentando la povertà e diffondendo la schiavitù. La Repubblica prevede la democrazia economica e ciò significa consentire ai cittadini di controllare le funzioni strategiche dei nostri territori. Nel 2018, il nostro ceto politico è talmente cinico, irresponsabile e inadeguato che finge di ignorare valori e principi socialisti, preferendo speculare sull’ignoranza funzionale delle masse, chi per narcisismo, per spirito di auto conservazione, chi per ignoranza, chi per idiozia, chi per ambizioni personali e chi per avidità. L’assurdo del nostro Paese in grande crisi di moralità, è che troviamo forti disuguaglianze di riconoscimento proprio nel contesto politico, e così gli elettori preferiscono condurre al potere figure politiche, a volte squallide, inesperte e incapaci, lasciando fuori dalle istituzioni persone più meritevoli e capaci.

L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini.

Campania Zone Urbane Vaste

Fonte immagine: Andrea Spinosa.

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Cosa significa rigenerare una città attraverso la bioeconomia? Il concetto di bioeconomia nacque negli anni ’70, quando Nicholas Georgescu-Roegen dimostra matematicamente gli errori dell’economia neoclassica. La funzione della produzione ignora l’entropia, pertanto Georgescu-Roegen trasforma la funzione da un modello lineare di crescita continua a un modello circolare in equilibrio, copiando i processi biologici. La bioeconomia è l’ultima dimostrazione scientifica che avvalora le posizioni utopistiche sorte nell’Ottocento, quando diversi scienziati sociali e progettisti iniziarono a discutere il modello capitalista, poiché questo crea disuguaglianze, problemi economici, sociali e distruzione degli ecosistemi.

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Fonte immagine: Monica Lavagna, LCA in edilizia, Hoepli.

Nella cultura economica la città è uno strumento per l’accumulazione capitalista, tant’è che la stessa pianificazione, quando nasce nell’Ottocento, è piegata agli interessi della borghesia liberale. Il circuito di accumulazione capitalista si caratterizza con la produzione, le rendite finanziarie e il consumo di merci. Negli anni ’70, quando la politica delle imprese sceglie l’Asia per agglomerare la produzione, l’Occidente perde una parte importante dell’originaria vocazione industriale e le città diventano terziarie, con una serie di conseguenze economiche, sociali e ambientali.

L’aspetto contraddittorio e grottesco è proprio questo: la scienza dell’urbanistica nasce per riparare gli errori del capitalismo liberista disegnando un’uguaglianza spaziale, sociale e per favorire i diritti umani ma si realizza come una tecnica sfruttata dalle borghesie locali, ignorando le disuguaglianze economiche anziché perseguire interessi generali. Questo conflitto culturale e politico fra socialismo e liberalismo caratterizza tutta la pianificazione.

Gli utopisti socialisti erano consapevoli della cattiva redistribuzione della ricchezza capitalista, e suggerirono un miglioramento ma sottovalutarono la macchina amministrativa che si trovava, e tutt’oggi si trova, nelle mani del ceto politico, spesso autoreferenziale. I socialisti conoscevano bene il reale piano del conflitto, quello politico, e pertanto favorirono la nascita del partito come strumento per contendere il potere alla borghesia liberale, saldamente legata alle istituzioni politiche. Dopo secoli di materialismo capitalista, i problemi economici, sociali e culturali sono rimasti insoluti o persino amplificati. Le disuguaglianze hanno una dimensione territoriale e sono presenti nei quartieri delle aree metropolitane, nei Sistemi Locali delle città medie e nei Sistemi Locali rurali in stato di abbandono. Continuando a leggere il territorio col paradigma materialista non risolveremo alcun problema, pertanto è fondamentale uscire dal piano ideologico sbagliato. Attraverso il piano bioeconomico ci accorgiamo che le città sono sistemi metabolici con flussi di energia in ingresso e in uscita, questa semplice osservazione della realtà ci permette di introdurre un miglioramento che cambia il governo del territorio. L’approccio bioeconomico ha poi ampliato la sua visione riprendendo i temi sociali, e ricordando la tutela dei beni comuni sostenuta dalla scuola territorialista; tutela già presente nella Costituzione repubblicana.

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La cellula urbana.

L’obiettivo della rigenerazione urbana bioeconomica è usare razionalmente l’energia consentendo agli uomini di vivere in armonia con la natura, si tratta di un approccio scientifico più civile del nichilismo economico. Questo obiettivo si persegue predisponendo una corretta analisi del territorio e dei sistemi urbani, un adeguato monitoraggio della morfologia dell’assetto urbano esistente; una lettura circa la conformazione dello spazio pubblico; il rapporto fra edificato, spazio pubblico e spazi collettivi; infine le caratteristiche climatiche e ambientali del sito, le funzioni e molto altro. E’ la realtà che suggerisce l’intervento di rigenerazione finalizzato a costruire luoghi urbani che abbiano un senso per lo sviluppo umano. Da circa trent’anni le istituzioni politiche occidentali hanno promosso progetti di recupero e rinnovo urbano, riqualificazione e rigenerazione, con risultati anche contraddittori, poiché a volte hanno aumentato le disuguaglianze, anziché ridurle. In generale e nel mondo attuale, le Amministrazioni territoriali e locali cavalcano la globalizzazione neoliberista per accentrare maggiori capitali, ciò accade per le città regioni e le città globali che agiscono come motori della produzione capitalista. Le città diventano prevalentemente terziarie in Occidente mentre sono industriali in Asia. Le imprese e le banche prediligono l’approccio neoliberista poiché consente loro un accentramento del capitale mai visto prima, questo produce danni sociali e ambientali mai visti prima, col ritorno alla schiavitù. Fino a quando cittadini e ceto politico non si riprenderanno il controllo democratico delle istituzioni, le disuguaglianze continueranno a crescere, e diversi territori resteranno in uno stato di abbandono. Dal punto dei vista delle conoscenze tecnologiche, oggi pianificatori e progettisti hanno tutti gli strumenti per applicare progetti bioeconomici, rimane irrisolto il conflitto politico e giuridico, poiché in Italia ha prevalso l’egoismo trascurando i principi e i valori costituzionali. Ai vecchi problemi se ne aggiungono altri, dalla mancata riforma sul regime giuridico dei suoli e le rendite parassitarie, alla formazione della nuova armatura urbana italiana non governata, poiché costituita da comuni centroidi con le loro conurbazioni che formano città estese ove riscontriamo le disuguaglianze sociali e di riconoscimento. E’ necessario che il ceto politico restituisca sovranità allo Stato riducendo il ruolo del mercato, si tratta di applicare la Costituzione, perché la strada ideologica finora perseguita ha visibilmente aumentato la povertà soprattutto nel meridione d’Italia, ha distrutto economie locali e ridotto le istituzioni politiche a camere di registrazioni di decisioni prese altrove. Il ceto politico autoreferenziale ha sospeso la democrazia rappresentativa favorendo il riemergere di una società feudale, forgiata su rapporti di vassallaggio. In termini pratici le istituzioni devono programmare politiche pubbliche socialiste, e poi realizzare un cambio di scala delle amministrazioni locali e avviare piani regolatori generali bioeconomici che si occupano di recuperare i centri storici e rigenerare le zone consolidate, governando correttamente le agglomerazioni industriali e produttive riterritorializzando attività e funzioni per ridurre la dipendenza dal sistema globale neoliberista. La realtà mostra che il mercato pianifica attività basandosi sul tornaconto egoistico. Per ridurre la povertà prodotta dal capitalismo liberista, lo Stato deve tornare a pianificare l’economia ma questa volta con l’approccio bioeconomico, e quindi costruire i luoghi e gli spazi ove cittadini, associazioni, istituzioni culturali possono incontrarsi e progettare la costruzione di attività virtuose e utili allo sviluppo umano, la conservazione del patrimonio, la tutela del territorio e l’uso razionale dell’energia stimolando la produzione di manifatture leggere con tecnologie sostenibili.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado di urbanizzazione in Italia.

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Prima di entrare nel merito, è doveroso ricordare che questa elezione politica è stata una gara elettorale dall’esito scontato, e ampiamente previsto da buona parte degli osservatori; persino il sottoscritto da semplice cittadino aveva previsto che nessuno avrebbe raggiunto una maggioranza assoluta, e che i partiti populisti, avendo imparato dai vecchi partiti a sfruttare l’ignoranza funzionale degli individui avrebbero trovato un’autostrada aperta. Ciò è accaduto grazie alle politiche dei Governi uscenti, che hanno aumentato le disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento. Tutte le forze politiche occidentali, scegliendo il capitalismo neoliberale, sono ampiamente contestate dai cittadini, ed era solo una questione tempo, il fatto che le forze di maggioranza (Forza Italia e PD), prima o poi, sarebbero finite all’opposizione. In Italia, però un politico navigato come Berlusconi, in diminuzione coi consensi, si è presentato in coalizione, sfruttando il linguaggio accattivante della Lega è riuscito a conquistare il maggior numero di seggi insieme agli alleati. Come ho scritto più volte nel mio diario, il grande tema politico contemporaneo è come uscire dal capitalismo, poiché l’attuale globalizzazione neoliberale che ha tolto sovranità agli Stati, potremmo anche dire che li ha eliminati, impedisce ai Governi di promuovere politiche pubbliche socialiste per contrastare le disuguaglianze, e questo soprattutto nell’euro zona. E così esistendo solo il mercato, accade che nei Paesi “centrali” è possibile ridistribuire alcuni servizi a determinati prezzi e costi accessibili a chi può comprare (libero mercato), mentre nei Paesi “periferici” i servizi sono ridotti o persino assenti. Fino ad oggi nessun soggetto politico europeo è stato capace o ha voluto riformare le istituzioni per abbandonare il neoliberismo e avviare politiche socialiste, e tutti i partiti che hanno governato, al rinnovo delle cariche o non sono stati rieletti, oppure sono stati costretti a grandi coalizioni.

Per quanto riguarda l’esito del voto nel meridione d’Italia, ho letto un paio di interpretazioni che non condivido perché sbagliate o addirittura fantasiose. L’interpretazione più sbagliata, è quella del sociologo De Masi, già consulente del M5S, che di professione svolgendo l’analista della società dovrebbe sbagliare meno, ma esprime una lettura del tutto falsa, azzardando paragoni irriverenti fra il M5S e il PCI di Berlinguer. Dimostrare quanto la sua lettura sia falsa è semplice, basta sfogliare l’archivio storico delle elezioni presente sul sito del Ministero dell’Interno, e scoprire che i meridionali scelsero la Democrazia Cristiana come partito di riferimento e non il Partito Comunista. Banalizzare come ha fatto De Masi, il povero votava PCI come oggi il povero vota M5S, è ridicolo. E’ facile osservare che la condizione economica individuale non corrisponde necessariamente alla propria idea politica. Il PCI chiuse il 3 febbraio 1991, e l’ultima volta che gli italiani hanno trovato il PCI in scheda elettorale è stato l’anno 1987. Com’è noto, dopo la chiusura dei partiti di massa, la maggioranza degli italiani non è più militante di un partito, e soprattutto le ultime generazioni non hanno sviluppato attitudini verso ideali politici del Novecento. Un’analisi anagrafica dell’elettorato mostra che il 38% della fascia più giovane (18-44) vota per il M5S, poi segue la Lega col 18,8%. La stragrande maggioranza della base elettorale del M5S è costituita da persone che non hanno visto il PCI, cioè la generazione Y, una parte minoritaria della base elettorale (45-65+) del M5S votava PCI, DC, e destra. La DC era il primo partito poiché trasversale, come si dice in gergo, raccoglieva consensi sia nell’area lombarda e sia in tutto il meridione, dove il disagio economico era maggiore, ed è stato il primo partito d’Italia fino al 1994. L’altra analisi più condivisibile ma non del tutto corretta è quella del popolare giornalista Pino Aprile, poiché crede che noi meridionali, sicuramente stanchi, abbiamo votato scegliendo il M5S in maniera consapevole contro lo status quo. E’ vero che questo voto dei meridionali dice che il PD non li rappresenta più, ma credo sia un azzardo immaginare che il M5S li rappresenti, tant’è, secondo Aprile i meridionali avrebbero votato chiunque pur di cambiare, ammettendo una forte spinta emotiva, di insofferenza, e questo è condivisibile poiché conferma l’irrazionalità della scelta. E così mi chiedo, ma siamo proprio sicuri che i meridionali vogliano cambiare? E cambiare cosa? Quella di Aprile, è una lettura fin troppo generosa nei confronti di noi stessi, e quando gli viene fatto notare della promessa del “reddito di cittadinanza”, egli non crede abbia influito spiegando che non si tratta di un’assistenza universale a tutti, dando una risposta da persona informata e colta. Aprile dà per scontato che tutti gli elettori si siano informati correttamente come ha fatto lui. Il M5S ha agito cinicamente sfruttando la povertà di milioni di italiani, perché per cinque anni di legislatura giocando col termine “reddito di cittadinanza” (non è un reddito di cittadinanza), ha lasciato credere agli italiani poco informati che si potesse accedere ad un aiuto assistenziale. La loro proposta spiegata nel dettaglio in campagna elettorale, coincide coi modelli neoliberisti di workfare, perché in realtà è un “reddito condizionato” alla formazione e al reinserimento lavorativo. Nella nuova DC, alias il M5S, c’è molta confusione poiché il suo fondatore Grillo esprime opinioni opposte a quelle dei suoi ministri ombra (Di Maio, Fioramonti, Tridico), affermando la proposta di “reddito per diritto di nascita”, senza lavorare. Lo stesso calcolo politico l’ha fatto la Lega promettendo la flat tax.

Perché De Masi e Aprile hanno torto? E’ sufficiente scomodare il pensiero di due personaggi scomparsi ma molto autorevoli, per compiere una lettura molto più corretta. Il primo personaggio è Enrico Berlinguer che svolse un’analisi sociale e politica sul voto degli italiani, così accurata che a volte viene citata, ma subito dimenticata quando si vota. Berlinguer ci ricorda che nei luoghi del disagio economico e della marginalità, il voto non è mai libero ma è sempre sotto ricatto, e faceva notare che il voto libero era espresso dagli italiani durante i referendum. L’altro personaggio, è un padre della linguistica italiana, Tullio De Mauro che ha dedicato anni di ricerche e studi sulla cultura degli italiani, e le conseguenze sulla società, compresa la politica. Secondo De Mauro solo un 30% degli italiani è in grado di capire un discorso politico. Secondo lo scrivente, il voto ai partiti populisti era del tutto scontato, ed era stato previsto un pò da tutti; il vero dramma politico è che l’elettorato non compie una scelta consapevole perché conosce la crisi del sistema capitalista, e non coglie le differenze fra neoliberismo e socialismo, oppure l’elettorato non è consapevole dei problemi reali del nostro Paese. Generalizzando, l’elettorato non più militante, a mio modesto parare, sceglie rispetto ai propri interessi soggettivi, e così da alcuni turni elettorali vota contro chi governa solo per insoddisfazione personale. Nelle aree di maggiore disagio economico è normale che gli elettori non votino chi governa.

Leggendo le opinioni di altri osservatori che pubblicano sui network nazionali, circa la lettura di queste elezioni politiche; costoro provano ad associare i dati elettorali con le elezioni amministrative, dandone un’interpretazione di coerenza, cioè ove Lega ed M5S migliorano allora migliora anche il consenso locale. A mio avviso si dimenticano che fra un’elezione politica nazionale e l’elezione di un Sindaco, si mobilitano stimoli ed emozioni molto diverse, tant’è che i dati divergono sia a Roma e sia a Torino. Poiché il M5S non ha una classe dirigente credibile, perde sia nel Lazio ove si conferma il PD e sia in Lombardia, ove si conferma la Lega. La Regione Lombardia nonostante gli scandali, resta nelle mani della classe dirigente uscente, e la Regione Lazio nonostante i suoi problemi di bilancio con la sanità resta a guida PD. In passato, quando un’Amministrazione locale era travolta dagli scandali, accadeva che alla prima occasione elettorale i cittadini sceglievano il M5S, ricordiamo Parma, e Roma.

Sulle elezioni politiche 2018, SWG ha fornito una lettura dei flussi elettorali e indica che il M5S ha aumentato i propri consensi sia dal non voto e sia sottraendone agli altri, soprattutto al PD; e per la Lega è accaduta la stessa cosa, sottraendo voti a Forza Italia. Il PD ha perso voti anche grazie a LeU. Altra analisi interessante è quella di Youtrend circa l’alta volatilità del voto, la terza più alta di sempre al 28%. Ciò a conferma del fatto che sempre di più gli individui votano non per aderenza a valori e ideali dei soggetti politici in gara ma a seconda del momento. Nelle ultime gare elettorali ha prevalso la scelta di punire i partiti che hanno avuto responsabilità di governo.

Adesso, se partiamo dalla semplice considerazione che non esistono più i partiti di massa, e se riconosciamo il fatto che nel mercato politico attuale non riscontriamo valori politici; se riconosciamo un’altra ovvietà, e cioè che non c’è più la partecipazione attiva dei cittadini, allora possiamo ammettere che all’interno della società liquida descritta da Bauman, la maggioranza degli elettori esprime un voto usando la pancia e non la razionalità. Conferma di ciò è l’elezione degli “impresentabili” in diverse circoscrizioni, ciò vale per il PD, per Forza Italia, e altri. Gli individui hanno votato i simboli di partito senza guardare chi avrebbero eletto, il caso clamoroso è anche quello del M5S, non solo per Forza Italia, che in diverse circoscrizioni elegge candidati espulsi dal proprio partito per gli scandali delle finte restituzioni e delle omesse dichiarazioni sulle appartenenze alla massoneria. Buona parte degli individui non esprime un voto di opinione rispetto ai valori del partito, sia perché i soggetti politici non esprimono più valori, e sia perché la pubblicità politica è incentrata tutta sull’offerta di consensi in cambio di qualcosa. La scelta è ben spiegata dalle neuroscienze che dimostrano come funziona la fisiologia del cervello, condizionato dalle emozioni e il circuito dopaminergico. L’attività dell’amigdala (luogo delle emozioni) coinvolge la corteccia orbitofrontale (luogo della riflessione). Se siamo disinformati saremo sicuramente incapaci di scegliere autonomamente, anche se crediamo di scegliere da soli, in realtà  subiremo l’influenza degli altri che decideranno al posto nostro; se poi abbiamo carenze cognitive poiché ignoranti funzionali, sicuramente chiederemo ad altri chi votare. Solo le persone istruite e informate, ma capaci di controllare anche le proprie emozioni (avere un equilibrio fra amigdala e corteccia orbitofrontale) riescono a compiere scelte migliori. Ho scritto più volte, a mio modesto parere, che il capitalismo sta rifeudalizzando la società poiché fra gli individui prevalgono rapporto mercantili e di vassallaggio per controllare le istituzioni e gestire il potere. Scomodiamo ancora una volta personaggi storici che possono insegnarci a leggere ciò che sta accadendo. Prima di tutto Platone riteneva che il metodo democratico utilizzato da persone incapaci di comprendere, avrebbe favorito scelte ingiuste, e usava il mito della caverna per ricordare che solo un uomo libero (colto) era in grado di dialogare con altri uomini liberi, capaci di decidere. Detto ciò, una buona democrazia è fondata sul merito e sulle capacità delle persone, e Tocqueville ricordava il rischio della massificazione della società, cioè la spersonalizzazione che conduce alla tirannide della maggioranza. Se osserviamo i comportamenti degli individui nell’attuale società capitalista ove tutto è merce, abbiamo il ragionevole dubbio di vivere in una società immatura ove ha prevalso l’ethos infantilistico anche nelle istituzioni politiche.

Ricordiamo che diversi fattori ambientali hanno influenzato le scelte elettorali: la recessione e le disuguaglianze che generano rabbia e frustrazioni, le politiche sbagliate dei Governi, le promesse di una flat tax e di un “reddito di cittadinanza”. La speranza di una riduzione delle tasse e di un reddito minimo, hanno influito sulle scelte degli elettori molto più di quanto potremmo immaginare, tant’è che Lega e M5S hanno avuto i migliori risultati elettorali. Tornando al voto dei meridionali, è chiaro che la disperazione li ha spinti a cambiare la scelta. Altri osservatori e persino dei comici nazionali, si sono accorti che in realtà l’attuale M5S è un partito politico che ricorda molto la vecchia Democrazia Cristiana. Ricorda la DC costituita da più correnti politiche capaci di attrarre consensi sia da Confindustria, sia dai cattolici, sia dai liberali e sia dalla sinistra. La campagna elettorale del M5S ricorda moltissimo quelle della vecchia DC, per l’ambiguità e le giravolte di opinione su diversi temi politici, sull’euro, sull’emigrazione, sullo ius soli, sul reddito di cittadinanza, sulle tasse. Anche le scelte strategiche sono finalizzate ad aumentare i propri consensi e raggiungere il potere. Cosa ne farà adesso di tutto il potere che ha conquistato, basta solo attendere. Concludendo, per riconoscere che il M5S non abbia nulla di sinistra, è sufficiente aver letto e compreso un libro pubblicato nel 1859, Per la critica dell’economia politica. Allora si scopre che il M5S è un partito di centro, liberale e neoliberale, in continuità col PD e con Forza Italia, chiedete a Confindustria.

Il signor Di Maio, capo politico del primo partito italiano, come primo discorso pubblico, dopo il primato elettorale preferisce ripetere l’enfasi della terminologia demagogica della propria propaganda elettorale, e afferma che non esistono più ideologie di destra o di sinistra, e per questo ci troviamo in una fase nuova, promettendo di risolvere i vecchi problemi italiani. E’ un linguaggio selezionato che usa in maniera spregiudicata senza capirne il senso, ma poiché è stato invitato a governare questo Paese, presto dovrà dimostrare coi fatti se resta nel neoliberismo (a destra) oppure avrà il coraggio di cambiare le cose avviando politiche socialiste. Lo saprà Di Maio che il reddito di cittadinanza fu inventato dai liberisti? Cioè dalla destra?

Le recenti vicende di cronaca politica che coinvolgono la famiglia De Luca mostrano uno squarcio degradante di pezzi delle istituzioni pubbliche, ma ricordano ancora una volta se fosse necessario, cosa sia il potere politico clientelare: il vassallaggio. L’inchiesta di Fanpage mostra molto più delle condotte illegittime dei singoli attori, mostra come agisce la pubblica amministrazione. L’inchiesta ricorda ai salernitani fin dove si sia spinta l’arroganza del potere dinastico feudale, che negli anni ha messo radici a Salerno manipolando l’opinione pubblica. La maggioranza dei salernitani crede che De Luca sia un bravo amministratore, e che non ci sia un’alternativa. Lo scandalo principale ha due volti indegni di una stessa medaglia: l’esistenza in sé di questo potere dinastico e il consenso politico delegato dalla maggioranza degli elettori. In una società sinceramente democratica si sarebbero verificate due condizioni normali della convivenza civile. La prima riguarda il tempo trascorso all’interno dell’istituzione locale, principio affermato persino dalla legge elettorale che limita a soli due mandati consecutivi l’incarico di Sindaco; e la seconda è il giudizio morale dei cittadini, che doveva scattare nei confronti dell’evidente sistema clientelare e il familismo amorale praticato da De Luca. Il sistema di potere deluchiano prende la città di Salerno sin dal 1993, ed oggi Vincenzo ha atteso la crescita dei propri figli per consegnare loro le istituzioni pubbliche, come una volta accadeva durante la monarchia prima dell’avvento della Repubblica. Questo potere indubbiamente malato non trova giustificazioni razionali, ed è pertanto inutile trovarle sul piano politico, ma possiamo trovarle sul piano sociologico, psicologico e culturale collettivo. Salerno nelle mani della democrazia cristiana aveva due facce, un sistema economico industriale crescente grazie alle politiche pubbliche, e la speculazione edilizia per costruire rendite parassitarie nelle mani di pochi. Dal secondo dopo guerra in poi la città è costantemente nelle mani del partito di governo, e Salerno non è ben amministrata. In un breve periodo ancora di politiche pubbliche, alla fine degli anni ’80, la sinistra salernitana riesce a strappare la guida dell’Amministrazione allo strapotere della DC, con la promessa di migliorare la città, e in pochi anni riqualifica parti del centro urbano migliorando la qualità di vita degli abitanti. La magistratura locale interrompe quell’esperienza ma le accuse saranno smentite. In questo modo il potere giudiziario, indirettamente, aprirà la strada al deluchismo, analogamente avvenne per Berlusconi (nonostante il successivo scontro). De Luca approfitterà del nuovo sistema elettorale e dei nuovi poteri del Sindaco per mettere radici nelle istituzioni. Così nacque un nuovo sistema di potere, prima di tutto grazie alla concretezza politica della prima Giunta di sinistra, e poi grazie all’interpretazione feudale del nuovo sistema amministrativo, cioè attraverso il controllo diretto delle società municipalizzate, e indiretto dei media locali. Negli anni ’90, attraverso un’ampia riforma degli Enti locali e del diritto amministrativo nella direzione dell’ideologia neoliberale, in tutta Italia il legislatore sceglie di favorire la privatizzazione dei processi politici, di ridurre il dibattito democratico interno ai Consigli comunali e regionali, e di affidare ampi poteri agli organi esecutivi, Sindaci e Presidenti, mentre i dirigenti pubblici assumono poteri di spesa. Le parole d’ordine sono competitività, efficienza e privatizzazioni. Con queste riforme liberiste il cittadino è completamente esautorato da ogni tipo di controllo democratico, poiché tutti i principali servizi che paga (acqua, rifiuti, energia, trasporti) non sono più nelle mani pubbliche dello Stato, ma possono andare nelle mani di amministratori delegati di società di diritto privato. In diversi casi, gli italiani pagano i servizi pubblici ai privati, sono le famigerate multiutilities SpA. Anche il governo del territorio subisce il medesimo destino di mercificazione e privatizzazione (speculazione edilizia), e così spesso i piani sono l’espressione dei capricci e dell’avidità dei soggetti privati, e della megalomania dei Sindaci, tesi ad assicurarsi un nuovo mandato elettorale sfruttando le trasformazioni urbanistiche firmate dalle archistar. Si tratta di un processo pubblicitario identico a quello della moda. E’ in questo contesto che Sindaci e Presidenti hanno discrezionalità per creare e gestire le proprie clientele senza violare le leggi. Dopo venticinque anni il deluchismo basato sulla prevaricazione e il clientelismo, lascia una città che perde abitanti e favorisce chi desidera speculare, creando nuove rendite parassitarie. I fallimenti sono evidenti ma incredibilmente non toccano l’immagine politica di chi amministra, nonostante siano aumentate le disuguaglianze di reddito e le disuguaglianze sociali.

Non ho idea di quanto tempo ci voglia per favorire il ritorno della democrazia, ma sono sicuro che per affermare questo modello di libertà sia necessario coltivarlo e praticarlo. A mio avviso il problema è prima di tutto culturale, cioè riguarda l’ignoranza funzionale di coloro i quali si fanno chiamare cittadini ma non lo sono poiché vivono come vassalli, servi e feudatari. Fino a quando la maggioranza degli individui continua a vivere fregandosene della polis, e vota di pancia o inseguendo un tornaconto personale, i modelli immorali come quelli dei De Luca troveranno sempre terreni fertili per mettere radici a danno del bene comune. Uno dei terreni fertili per l’immoralità dei politicanti, non è solo l’avidità di ceti locali organizzati per occupare le istituzioni, ma una spinta forte verso l’apatia politica è fornita dal capitalismo neoliberista che ha accresciuto le disuguaglianze sociali, di reddito e di riconoscimento. Quando la collettività non riconosce il valore delle persone oneste e meritevoli, crea molti danni perché i talenti emigrano attirati da contesti più favorevoli, mentre sul territorio rimangono altri sistemi di potere, a volte immorali, che assumono il controllo le istituzioni pubbliche. La crisi della politica non può addebitarsi a pochi personaggi, perché non risponde alla realtà, ma è una crisi profonda che riguarda l’intera società nichilista e individualista. Ritengo che a Salerno, così come in molte altre realtà, si siano verificate queste condizioni: la classe dirigente locale, il ceto politico, ha favorito le disuguaglianze sociali e di riconoscimento allontanando direttamente e indirettamente persone che erano risorse. L’immorale ceto politico locale prevarica i capaci e i meritevoli al fine di controllare risorse pubbliche e conservare lo status quo, è uno schema sociale presente ovunque. La speranza è che le nuove generazioni trovino curiosità e stimolo nel fare politica. Ritengo che la priorità politica per i salernitani, sia l’apertura di luoghi fisici ove le persone possano svolgere volontario politico. Sono i cittadini che dovrebbero avere l’opportunità di cominciare a dialogare e pensare di donare una parte del proprio tempo alla comunità. Chi oggi ha cultura politica di sinistra dovrebbe organizzare corsi di auto formazione, e stimolare le persone a promuovere programmi, piani e progetti politici utili al bene comune. E’ un percorso lungo ma creativo e civile, fondamentale per ricostruire un’azione politica sincera e genuina, per favorire la formazione di una classe dirigente locale e regionale capace di rigenerare le istituzioni e il territorio. E’ l’individualismo il cancro della nostra comunità, la maggioranza di noi è egoista e cinica tesa a strappare vantaggi personali dal sistema di potere locale, questa degenerazione avviene in quasi tutti i comuni d’Italia. A questa realtà degenerata bisogna opporsi con la democrazia, costituita da altruismo e merito per favorire i capaci e talentuosi. Non ho alcun dubbio che i salernitani abbiano le capacità e le risorse umane disponibili per cambiare lo status quo, ma se finora non c’è stato alcun cambiamento, e qualche percorso precedente non sia riuscito nell’intento, forse è necessaria una riflessione. Penso che per ripristinare la democrazia e creare soggetti politici capaci di amministrare gli Enti locali siano fondamentali i valori, i percorsi e le persone.

In una vecchia riflessione sintetizzavo sul fatto che l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali). La teoria politica è la sua filosofia, la cultura e la visione mentre la pratica riguarda aspetti concreti come le leggi che governano istituzioni e territorio.

L’attuale campagna elettorale ha mostrato il “valore” delle forze politiche più popolari – Forza Italia, Lega, PD e M5S – cioè quelle che potrebbero costituire una maggioranza di Governo, e che sicuramente rappresentano la maggioranza degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della teoria e pratica politica, il “valore” di questi soggetti politici si misura dai loro programmi elettorali e dalle politiche adottate in precedenza. La scarsa credibilità è ampiamente distribuita, fra chi ha governato e lasciato che il mercato aumentasse le disuguaglianze, e chi dall’opposizione non possiede una classe dirigente onesta e capace. Le promesse elettorali dimostrano sia una scarsa attinenza alla realtà del Paese, e sia un’inconsistenza di idee, e scarsa serietà. Secondo il professore Roberto Perotti, i programmi elettorali di questi soggetti producono persino danni economici al Paese, oltre che ignorare i problemi reali e limitarsi a stimolare le emozioni degli elettori promettendo soldi in cambio del voto, o promettendo l’abolizione di norme precedentemente introdotte.

Perché i programmi non hanno attinenza alla realtà? Dal punto di vista delle attività pratiche della politica, le promesse elettorali non tengono conto della realtà italiana raccontata dall’ISTAT, circa l’economia sommersa e il governo del territorio; mancano persino i piani industriali utili a ridurre le disuguaglianze presenti nel Paese. Dal punto di vista della teoria, le scelte politiche degli ultimi anni e l’inerzia dei soggetti politici favoriscono il capitalismo neoliberista, che si nutre proprio di disuguaglianze e di sfruttamento dei lavoratori. Basti osservare che le riforme strutturali neoliberali hanno coinvolto il sistema industriale e manifatturiero italiano, una serie di privatizzazioni di infrastrutture strategiche per lo Stato, e la riduzione dei diritti dei lavoratori favorendo la schiavitù chiamata gig economy. La demagogia degli attuali partiti si concentra su promesse da marinaio, sul voto di scambio sfruttando cinicamente la povertà, e gli insulti che si scambiano reciprocamente. Gli aspiranti governanti trascurano la realtà drammatica che si concentra soprattutto nel meridione d’Italia, dove in alcune aree non esiste lo Stato civile da troppi decenni. In altre aree manca persino il governo del territorio, abbandonato agli interessi speculativi dei ceti borghesi locali, mentre altre aree sono prive di infrastrutture essenziali, oppure sono governate male. Nel meridione solo alcune città garantiscono gli standard minimi, e conservano tassi di occupazione per pagare le spese familiari, ma l’assenza di politiche industriali per il meridione ha aumentato il divario fra i territori, rendendo i meridionali sempre più fragili e ricattabili dalla politica stessa. Negli ultimi quarant’anni le politiche promosse dai Governi hanno trasformato il Sud in periferia economica, mentre l’Italia diventava periferia all’interno dell’euro zona.

ISTAT posti letto e persone accolte nei presidi

ISTAT, annuario statistico, 2017.

I nostri osservatori più qualificati presentano studi e ricerche sulle disuguaglianze e ne fanno l’argomento prioritario per qualunque azione politica coerente con la realtà. L’inconsistenza dei soggetti politici più popolari costringe la società civile ad organizzarsi per elaborare risposte concrete, in attesa che un nuovo soggetto politico decida di diventare espressione dei reali problemi del Paese, poiché gli attuali sembrano inutili e dannosi. Sono notissimi alcuni casi di disuguaglianze sociali che riguardano: (1) la protezione sociale e il servizio sanitario, (2) l’istruzione universitaria, e (3) il lavoro. I cittadini meridionali, ancora oggi, migrano al Nord per ricevere determinate prestazioni sanitarie; migrano anche per l’istruzione universitaria, oltre che per il lavoro. Per quanto riguarda la sanità pubblica, il numero di posti letto e persone accolte è minore al Sud rispetto al Nord, sia perché la fiscalità generale spende e investe di più al Nord che al Sud, e sia perché ormai le strutture sanitarie pubbliche sono ridotte al minino delle forze per gli sprechi e per la mala gestione, presente al Sud ma anche in alcuni ambiti del Nord. Le università meridionali non attraggono studenti anzi li perdono, a favore di quelle presenti al Nord. Questo aspetto è probabilmente quello più doloroso, poiché i laureati meridionali tendono a restare nelle città ove hanno conseguito il titolo, e questo innesca un circolo vizioso determinato dalla perdita di risorse umane fondamentali per costruire un futuro, e per sostenere il bilancio demografico nei territori che hanno bisogno di sostegno, poiché già economicamente penalizzati.

Se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca. Dal 2000 sono stati almeno 200 mila i giovani laureati che hanno lasciato il Meridione per trovare casa e lavoro da Roma in su. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez.

Nel caso italiano c’è un’area territoriale che riceve e l’altra che perde, mentre in generale è il sistema Italia che perde laureati a favore dei territori europei ed extra europei. In generale è aumentata l’offerta di lavoro precario e senza garanzie, la gig economy. Nella ricerca di un’occupazione stabile incide il ruolo attrattivo del Nord, confermato dai dati: «il Nord-ovest ed il Nord-est hanno i valori più alti di lavoratori a tempo pieno, rispettivamente 76,9 e 75,3 per cento, mentre il Centro presenta i valori più alti dei tempi indeterminati (89,6 per cento). Al contrario nelle Isole e nel Sud si registrano le percentuali più elevate di lavoratori a tempo parziale (rispettivamente 40,2 per cento e 36,6 per cento) e di lavoratori a tempo determinato (rispettivamente 14,3 per cento e 14,7 per cento)», ed ancora «nel Centro e nel Nord-ovest si hanno le percentuali più elevate di impiegati (41,1 e 40,7 per cento) e di quadri e dirigenti (6,2 per cento)». Al Sud non solo l’occupazione è minore, ma quella offerta dal mercato è persino occupazione precaria. In tal senso un soggetto politico serio e responsabile affronta le disuguaglianze territoriali e le disuguaglianze di riconoscimento affinché la collettività valorizzi ruoli, e aspirazioni delle persone consentendo loro di svolgere ricerche, studi e avviare attività utili ai territori economicamente più fragili proprio per ridurre le disuguaglianze sociali. Su questi temi drammaticamente seri e complessi, non c’è traccia nei programmi elettorali, per tale motivo è necessario che associazioni culturali, cooperative e ricercatori, tutti insieme affrontino le disuguaglianze e produrre politiche concrete per rigenerare le aree urbane economicamente depresse. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza suoi territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti.

FDD cambiamenti peso del reddito e rendite

La Storia, se fosse studiata seriamente, ci insegna che allo sviluppo del capitalismo moderno e ai numerosi danni sociali e ambientali che ha creato, provò a contrapporsi l’ideologia socialista. Prima Marx riuscì a spiegare egregiamente come la borghesia sfruttava le persone, favorendo la nascita della cosiddetta coscienza di classe, e poi le organizzazioni sindacali riuscirono a proporre diritti per tutti i lavoratori. Nacquero i partiti, socialista e comunista, al fine di realizzare un socialismo reale e la Storia ci insegna che il capitalismo ha stravinto eliminando persino i partiti di sinistra. Oggi le disuguaglianze sono aumentate, i padroni guadagnano e sfruttano la schiavitù più di prima, e i danni ambientali sono aumentati fino ad eliminare alcune specie viventi dal pianeta. I casi di sfruttamento sono abbastanza noti, da Uber, Amazon, (la gig economy, cioè lavoretti a comando) ad Apple, fino alle professioni intellettuali e ai servizi pubblici. Ho già scritto da molto tempo che il capitalismo neoliberista ha rifeudalizzato la società, poiché le relazioni sono di vassallaggio (neofeudalesimo o libertà). Oggi esiste persino l’Unione europea, un’organizzazione non democratica che ha assunto l’ideologia neoliberista come dogma per consolidare il libero mercato delle multinazionali. Dovrebbe essere noto che per ridurre le disuguaglianze è necessario che uno Stato sia sovrano, cioè abbia i poteri per agire sulle politiche monetarie e industriali, oltre che tassare i ricchi per ridistribuire ai poveri. Mentre USA, Russia e Cina sono stati sovrani proprio perché determinano le proprie politiche monetarie e industriali; invece l’UE è un aggregato disorganizzato e competitivo di Stati che si fanno concorrenza fra loro, e dove gli stessi cedono sovranità per mettersi nelle mani avide del mercato. Nel 2018, tutti i soggetti politici, almeno in Italia, sono favorevoli all’ideologia liberale e neoliberista, e dal 1989 in poi gli italiani non hanno più avuto la possibilità di votare per un partito comunista. Nell’epoca chiamata post ideologica, in realtà esiste solo un’ideologia: il capitalismo! Il pensiero politico socialista esiste solo nel mondo accademico e nella storia, mentre ogni tanto, questa filosofia politica si ripresenta in qualche pensatoio politico, al fine di “correggere” le storture del capitalismo che aumentano le disuguaglianze, ma non esiste un soggetto politico di massa capace di esprimere una classe dirigente adeguata alle sfide del presente e del futuro. Imprese e liberisti proliferano indisturbati accelerando i drammi sociali di alcune aree geografiche, e per quanto riguarda l’Italia, il dramma si concentra nel meridione.

Nel periodo in cui il capitalismo ha scelto l’Asia come luogo di produzione mondiale, le agglomerazioni urbane occidentali diventano soprattutto terziarie con alcune aree rimaste industriali, queste si trovano nel Sud della Germania, nella Catalogna, nel Nord della Francia (Ile-de-France) e in alcuni porti europei come Marsiglia e Rotterdam. Parigi e Londra sono città globali, scelte dalla grande finanzia speculativa. In Italia, la sola Lombardia, come la Catalogna in Spagna, è capace di tirare l’economia nazionale. E’ in questi spazi che troviamo le città regione, capaci di produrre accumulazione capitalista. La concentrazione industriale italiana si localizza soprattutto in pianura padana, iper infrastrutturata. Questi sono i luoghi della tradizione industriale borghese novecentesca, mentre negli anni più recenti, il neoliberismo ha scelto Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Albania poiché anche nei territori ex comunisti, oggi i Governi compiono scelte neoliberiste per attrarre le multinazionali consentendo loro di pagare poche tasse e bassi costi salariali. All’interno dell’euro zona, il capitalismo favorisce le disuguaglianze fiscali fra Stati e la concorrenza salariale, creando luoghi che amplificano lo sfruttamento delle persone per l’accumulazione capitalista, come le famigerate zone economiche speciali. Si tratta di una contraddizione tipica del capitalismo, poiché questo meccanismo distrugge lo Stato democratico. Osservando i rapporti ISTAT sulle disuguaglianze geografiche, emerge un dato importante, e cioè la ricchezza si concentra nei grandi centri urbani coi propri Sistemi Locali del Lavoro, e fra i grandi centri c’è un’enorme differenza di ricchezza, ad esempio grandi differenze fra Milano, Napoli e Palermo. In questi giorni si presenta pubblicamente anche un forum sulle disuguaglianze col fine di suggerire pratiche politiche concrete per ridurle. Il forum spiega cosa siano le disuguaglianze economiche (disparità nei redditi); le disuguaglianze sociali (disparità nell’accesso e nella qualità dei servizi) e le disuguaglianze di riconoscimento (la collettività che non riconosce ruoli, valori e aspirazioni della persona), e dove si localizzano. Tutte queste disuguaglianze sono assai elevate e sono aumentate negli ultimi trent’anni. Queste disuguaglianze hanno una forte dimensione territoriale, rappresentano l’ingiustizia sociale, e sono alla base degli effetti negativi del Paese favorendo paure, rabbia e risentimenti. Nonostante la Costituzione repubblicana indichi proprio l’eliminazione degli ostacoli di ordine economico, la classe dirigente politica degli ultimi trent’anni non ha prodotto adeguati piani industriali e sociali, anzi ha scelto la strada opposta favorendo i famigerati piani strutturali neoliberisti.

ISTAT povertà 13 luglio 2017

ISTAT, La povertà in Italia, 13 luglio 2017.

Un piano industriale basato sulla riduzione delle disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento ha come effetto doppio sia la riduzione della disoccupazione e sia l’aumento della qualità della vita. Possiamo osservare e riconoscere che l’interesse a individuare le disuguaglianze è un ritorno alle politiche socialiste. Nell’Ottocento gli utopisti socialisti, avevano già evidenziato l’importanza strategica dell’educazione per sviluppare lo sviluppo umano, e la successiva pianificazione urbanistica nacque per costruire servizi minimi a tutti i cittadini. Le aree urbane più svantaggiate sono quelle che hanno rinunciato alla corretta pianificazione urbana per favorire gli interessi speculativi della borghesia liberale, tant’è che in questi contesti troviamo le più alte disuguaglianze sociali poiché, o non c’è accesso ai servizi, o addirittura non esistono i servizi fondamentali. Ad esempio, è noto che alcuni indicatori fondamentali sono: posti letto nei presidi residenziali socio-sanitari e assistenziali; le infrastrutture; la copertura di banda larga e il tempo dedicato agli spostamenti per raggiungere il servizio. Altri indicatori sono legati al paesaggio e all’ambiente, come il patrimonio culturale; la specializzazione produttiva del territorio e la qualità dell’urbanizzazione (cioè la morfologia urbana). Un corretto piano di rigenerazione parte proprio dall’analisi dei tessuti urbani esistenti. Con questo approccio inneschiamo un processo virtuoso che crea nuova occupazione ma sono necessarie scelte e azioni politiche, figlie di una nuova cultura politica, bioeconomica. Prima di tutto, un’analisi seria sui territori e le loro peculiarità da valorizzare, infine le istituzioni politiche con i centri di ricerca, devono investire in progetti finalizzati a produrre servizi mancanti, innovazioni e riaprire determinate produzioni poiché indispensabili, come la meccatronica e altre attività di manifattura leggera. Si tratta di riterritorializzare attività e funzioni specifiche per i territori, quindi nuove funzioni, e poi riaprire attività spostate in altri Paesi. Nei territori ove è alto il tasso di disoccupazione, è necessario aprire attività culturali di base, e luoghi di studio e ricerca per consentire agli abitanti di partecipare al processo di riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche. Ad esempio la diffusione capillare di biblioteche di quartiere e luoghi di ricerca, per favorire studenti e professionisti. Si tratta di luoghi specifici che favoriscono l’aggregazione delle persone (“cluster”). Le istituzioni politiche devono pianificare la costruzione di queste strutture perché attraverso il dialogo e la creatività possiamo creare nuova occupazione utile, coinvolgendo anche gli abitanti e nelle trasformazioni urbanistiche rigenerative.

ISTAT BES 2017 indici e ripartizione geografica

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