La speculazione edilizia

Quali sono le conseguenze della speculazione edilizia? Prima di tutto bisogna raccontare cosa si intende per speculazione edilizia. Nel corso dei secoli e soprattutto alla nascita della società moderna ideata dalla cultura politica liberale, in opposizione alle monarchie, accrebbe la consapevolezza di poter accumulare denari senza lavorare sfruttando la rendita, prima agricola e poi urbana. Nella consuetudine odierna, viene dato per scontato il profitto derivante dalla rendita, e ormai quasi nessuno mette in dubbio il fatto che sia immorale perché distrugge le comunità. Nei secoli scorsi, quando ci si accorse degli effetti negativi di queste convenzioni economiche sociali, cioè l’aumento di valore economico di suoli poiché destinati all’urbanizzazione, subito si disse che tale convenzione creava un profitto determinato da scelte politiche e non dal lavoro, e pertanto era necessario porre rimedio per evitare di distruggere le comunità locali. In Europa, la storia ci insegna che le soluzioni efficaci si limitano a poche aree geografiche (ad esempio la virtuosa Olanda, e i modelli di cooperative circa le famose garden city, e poi le new town), mentre nel Sud dell’Europa la rendita è il motore economico dell’urbanizzazione nelle mani delle imprese private. Per eliminare rendite di posizione e rendite parassitarie c’è solo la soluzione radicale, e cioè che la proprietà dei suoli sia dello Stato e ne concede l’uso attraverso il diritto di superficie, cosicché la rendita è incassata dallo Stato e non più dai privati. La speculazione edilizia nasce da questa consapevolezza del mercato, e cioè influenzare le scelte dei piani regolatori per incassare il profitto delle rendite frutto di una mera scelta politica, e non di un criterio di merito perché non esiste. Attraverso questa consuetudine viziosa, si può realizzare profitto dal cambio di destinazione d’uso dei suoli, da agricolo a edificabile (rendita assoluta), e poi si può trarre profitto dalla vendita delle superficie edificate (rendita differenziale) e nel caso specifico oggi assistiamo a una totale deregolamentazione e assenza di controlli delle quantità di superfici immesse nel mercato immobiliare, ed è questa la speculazione immobiliare. Il prezzo finale di questi profitti estratti da posizioni di vantaggio, assunte senza criteri di merito, vanno a danno della collettività. Nell’attuale deregolamentazione, attraverso la famigerata “urbanistica contrattata”, è possibile speculare attraverso il capitalismo urbano poiché non si rispetta né la Costituzione e né la legge urbanistica nazionale ma si trascurano appositamente le analisi urbanistiche e/o le ipotesi di piano, oppure si edulcorano i calcoli di dimensionamento dei piani stessi, e/o se fatti bene si ignorano subito dopo, durante la fase attuativa dei piani stessi ove proprietari e immobiliaristi chiedono indici urbanistici per incassare la rendita differenziale oltre il dovuto, oltre il pensabile, e tutto ciò per mera avidità sfruttando l’antico meccanismo della rendita perché garantisce profitti immensi senza impegno. L’autorizzazione legale è concessa dai Consiglieri comunali, che detengono il potere di adottare piani e varianti, e questo ceto politico poco preparato, o non sa cosa fa oppure è d’accordo. Le conseguenze di questa mentalità truffaldina sono disastrose e sono note da secoli. Sin dai primi anni del Novecento, la classe borghese mise in pratica i meccanismi viziosi della rendita per accumulare capitali e così in tutte le città italiane, appena si ebbe l’esplosione demografica, si realizzarono enormi concentrazioni di capitali nelle mani del ceto sociale più influente, di fatto creando le prime disuguaglianze territoriali. Una seconda accelerazione, molto più imponente, si ebbe nel secondo dopo guerra per la ricostruzione delle città, anche in quell’occasione, la medesima classe borghese sfruttò il meccanismo e tornarono a realizzarsi nuove disuguaglianze economiche e sociali. In questa fase si realizzò un peggioramento concreto della qualità di vita dei ceti economicamente più deboli, perché l’avidità della rendita mise da parte la corretta pianificazione urbanistica. Ancora oggi, i danni sociali, economici e ambientali di espansioni urbane mal realizzate (fra gli anni ’50 e ‘80) perché non ragionate, sono a carico dello Stato e delle comunità costrette a vivere in quartieri dormitorio e degradati. Possiamo affermare, senza timore essere smentiti, che all’aumento della ricchezza, cioè la crescita del PIL, fra l’altro concentrata nelle mani di poche famiglie (proprietari terrieri e costruttori), non necessariamente corrisponde un aumento della qualità vita per tutti gli abitanti, e nel caso delle speculazioni edilizie vi è la certezza di un peggioramento delle condizioni di vita delle persone che usufruiscono della merce costruita. Esempi pratici quotidiani sono: l’assenza di scuole e servizi sanitari, l’alta densità urbana che crea affollamento, l’assenza di standard minimi nei quartieri, il traffico e i centri urbani congestionati e inquinati, l’assenza di verde nei quartieri e l’assenza di biblioteche di quartiere, l’impossibilità di spostarsi a piedi e l’assenza dei servizi stessi raggiungibili a piedi. L’assenza di bellezza architettonica nei quartieri e costruzione di merci edilizie. Questo disordine urbano è figlio dell’assenza di un corretto disegno urbano, disprezzato dalla cultura politica liberal che ha scelto il laissez faire del mercato (la destra). Per l’Italia, si tratta di una scelta politica precisa realizzata dalla Democrazia Cristiana negli anni ’60, che ha negato il diritto di sviluppo umano a numerose generazioni distruggendo numerose città. C’è da dire che non tutte le città italiane hanno subito la medesima sorte, anzi, dove c’è stata cultura urbanistica per contenere l’avidità degli speculatori, sono stati costruiti quartieri dignitosi ed oggi sono perfettamente vivibili poiché dotati di servizi.

Qui sotto le immagini di Salerno, città costruita dalla speculazione edilizia. In che modo si può leggere questa degenerazione? Attraverso il filtro della qualità urbanistica e le sue analisi classiche. Lo sviluppo urbano di Salerno si realizza tutto nel secolo Novecento, fra gli anni ’30 fino agli anni ’80. Le regole compositive dell’urbanistica nascono prima della legge nazionale (L. 1150/1942) e indicano come si costruisce correttamente una città, cioè la tecnica urbanistica insegna che il disegno urbano si realizza con la qualità dello spazio pubblico. Il disegno deve prevedere un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato, con ampi spazi verdi, con limiti di densità e limiti di altezze degli edifici, con strade progettate secondo la loro funzione e servizi raggiungibili a piedi (la cosiddetta città a misura d’uomo). Le aree evidenziate nelle immagini sottostanti mostrano come lo spazio sia interamente utilizzato dalla merce edilizia, con grave carenza persino di strade adeguate, oltre al fatto che c’è una completa assenza di verde di quartiere e dei servizi. La città ha dovuto ricavare i servizi presso sedi improprie, cioè molti servizi sono allocati in edifici privati progettati per civili abitazioni, e solo in taluni casi troviamo edifici progettati ad hoc per le scuole. Quando fu pubblicato il famoso DM 1444/68, i Comuni furono costretti a recuperare gli standard minimi mancanti, cioè parcheggi, verde, scuole e attrezzature collettive (culturali, sociali, assistenziali, sanitarie, amministrative). Salerno, per scelta politica, non ha mai recuperato tutti gli standard mancanti nelle aree costruite dalla speculazione, e tutt’oggi paga il prezzo delle rendite di posizione.

Salerno processi speculativi
Salerno e i suoli coinvolti da processi speculativi
Salerno processi speculativi 02
Salerno, zona orientale e i suoli coinvolti da processi speculativi

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Nell’epoca delle nuove tecnologie e delle giurisdizioni segrete, cioè i paradisi fiscali e i modelli off-shore, tali strumenti possono essere adoperati per nascondere la corruzione e i profitti stessi degli investimenti immobiliari. Sono almeno due gli esempi viziosi e persino criminali che si nascondono dietro i processi dell’urbanistica contratta, che cela i reali interessi nel costruire merci edilizie ove non servono. Il primo esempio, è quello raccontato, costruire per accumulare capitali senza occuparsi di costruire i servizi necessari alla città pubblica, e il secondo è il riciclaggio di denaro realizzato dall’evasione, dalla vendita di droghe, armi etc. La regia di queste operazioni sono le banche che possono, se lo desiderano ma violando le leggi, aiutare i proventi realizzati illecitamente a diventare leciti. In che modo entra in gioco il mondo off-shore? E’ semplice, attraverso il solito meccanismo del prestanome che si intesta la società finanziaria dell’investimento con sede in un’area off-shore, costui potrebbe avere come suo socio occulto, il delinquente che ha evaso milioni, oppure anche il Sindaco del Comune dove si intende realizzare la trasformazione urbana. Il politico avrà solo il problema di reinvestire il profitto altrove, ovviamente, oppure può approfittare del famigerato scudo fiscale. Questa congettura appena esposta è una spiegazione logica a talune trasformazioni urbanistiche avvenute in Europa, perché queste non trovano alcuna giustificazione attraverso gli occhi della pianificazione urbanistica, perché palesemente irrazionali. Determinate operazioni immobiliari sono persino fallite, e sono rimaste invendute ma sono nelle mani delle banche alle quali assegnano un valore e sono garanzia del proprio capitale.

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Un disegno urbano per Salerno 4

Negli interventi precedenti (1, 2, e 3) ho accennato all’idea di pianificare la nuova città estesa salernitana attraverso l’approccio bioeconomico. Intraprendere un cambio paradigmatico della società è la strada più saggia per creare opportunità a tutti gli abitanti, e uscire dalla marginalità economica e sociale che condanna Salerno e il Mezzogiorno, dove i giovani scappano verso Sistemi Locali più attraenti perché riscontrano concrete opportunità di impiego. Immaginare di realizzare un piano intercomunale bioeconomico fra gli 11 comuni della nuova città salernitana è la strada politica e concreta per pianificare il territorio e costruire futuro. Storia, ambiente e patrimonio storico rappresentano le invarianti strutturali mentre le nuove tecnologie consentono di rigenerare gli insediamenti urbani, e nel farlo possiamo immaginare nuove funzioni e attività per sostenere lo sviluppo umano. Persone, scuola, università e imprese possono convivere in luoghi urbani messi in rete e favorire creatività e innovazioni compatibili con l’ambiente. All’interno della struttura urbana estesa, da decenni la nuova città salernitana, vi sono numerosi volumi sottoutilizzati o abbandonati, ed è questo contesto, ove riscontriamo la complessità ma carente di infrastrutture, il luogo delle nostre opportunità. In questi spazi possiamo costruire nuove funzioni, reti ecologiche (parchi e luoghi custodi di biodiversità), nuovi servizi ove realizzare ricerca, luoghi di aggregazione e di svago (sport, eventi…) e imprese per l’innovazione messe in rete con sistemi di mobilità intelligente. Nuovi luoghi che aiutano gli scambi e le relazioni ove le persone possano fare esperienze e migliorare, possiamo costruire servizi e luoghi che fanno crescere la conoscenza attraverso lo studio e la ricerca. E’ questo il percorso che consente di uscire dalla periferia economica e invertire il flusso di risorse umane; i meridionali non saranno più costretti a emigrare ma al contrario altri vorranno vivere nella nuova città poiché potranno fare esperienze e trovare impiego.

Questo è un percorso lungo e complesso ma stimolante, creativo e innovativo ove cittadini, università, imprese e istituzioni possono decidere di costruire una società migliore perché oggi abbiamo conoscenze e tecnologie per farlo ma manca la volontà politica.

Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione!

Salerno beni storico culturali
Pctp 2012

Per i sociologi dell’ambiente

Questo è il mio umile contributo per il XII convegno dei sociologi per l’ambiente presso Università di Salerno. 27 settembre 2019. Parte III – sessioni in parallelo. Sessione B: La bioeconomia tra modernizzazione ecologica e nuovi cicli di accumulazione capitalistica. Titolo del mio contributo La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomica. L’intenzione è stimolare un dibattito pubblico sui noti problemi causati dal paradigma culturale dominante, il capitalismo, che negli ultimi decenni ha accelerato la crisi ambientale, ed ha favorito l’aumento delle disuguaglianze territoriali (economiche, sociali e di riconoscimento). La proposta è semplice ma radicale: cambiare il paradigma culturale di riferimento e approdare sul piano bioeconomico, perché ciò può favorire una corretta interpretazione dei territori e di conseguenza, può favorire la costruzione di nuovi piani urbanistici, maggiormente aderenti ai valori e ai principi costituzionali che indicano la tutela dell’ambiente e del paesaggio così come la rimozione degli ostacoli di ordine economico per rimuovere le disuguaglianze.

Il convegno mette al centro della discussione le modalità secondo cui i rapporti politici, sociali ed ecologici si sono riorganizzati e si stanno riorganizzando all’interno del periodo che in molti riconoscono e definiscono come antropocene.

Le aree urbane, la loro crescita e i processi di trasformazione urbana rappresentano una delle attività più impattanti circa l’uso delle risorse limitate del pianeta. Le complesse relazioni sociali degli abitanti sono condizionate dallo spirito del tempo: il capitalismo, fino a coniare il termine “capitalocene”. Condurre il concetto di bioeconomia nei piani di trasformazione urbana, ha la chiara intenzione di ripensare le relazioni sociali, non solo al fine di mitigare le crisi ambientali ma di offrire una prospettiva di sopravvivenza agli abitanti. Un piano urbano bioeconomico rompe la dipendenza delle aree urbane dagli idrocarburi, e può mutare i processi di accumulazione capitalista tipici delle rendite fondiarie e immobiliari. Il cosiddetto metabolismo urbano, con l’analisi dei flussi in ingresso e in uscita, è in grado di costruire meta-progetti e quadri culturali individuando le funzioni territoriali per orientare i piani all’uso razionale dell’energia e valutare l’impatto sociale delle scelte. Ad esempio, la scuola territorialista con la valida proposta interpretativa della “bioregione urbana”, intende i valori identitari del territorio e delle comunità locali favorendone un corretto uso.

Secondo lo scrivente, l’auspicio è quello di ridurre lo spazio del mercato per aumentare lo spazio delle comunità con scambi non necessariamente mercantili. Distinguendo i “beni” dalle “merci” anche nella valutazione dei progetti di trasformazione urbana è possibile eliminare gli effetti speculativi di progetti costruiti sul surplus delle rendite immobiliari. Un corretto disegno urbano può orientare e controllare tale processo per tutelare i ceti economicamente più deboli, così come può tutelare le risorse naturali e il paesaggio urbano. Nell’ambito urbano e degli insediamenti umani, l’approccio bioeconomico supera la dipendenza dagli idrocarburi e ripensa il processo di accumulazione capitalista, non lo elimina del tutto. Un’economia urbana bioeconomica consente alle città di accrescere mercati autarchici, si pensi all’autosufficienza energetica e al consumo di risorse locali, così come il riuso dei materiali, e questa strategia di mercato si integra al mercato globale, non lo sostituisce. La differenza fra il paradigma attuale e quello bioeconomico consiste nel fatto che il secondo aiuta le comunità locali nel ridurre la dipendenza da fattori esterni ai territori.

Nell’ambito bioeconomico, le aree urbane sono sistemi che riorganizzano i propri cicli cercando di chiuderli, cioè riutilizzano le risorse importate, e ottimizzano i flussi energetici riducendo la dipendenza dagli idrocarburi, attraverso l’impiego di un mix di tecnologie che sfruttano le fonti energetiche alternative. Oltre a ridurre l’impronta ecologica delle strutture urbane, attraverso un adeguato “progetto di suolo”, si possono costruire luoghi di relazione e servizi mancanti, e stimolare opportunità di nuova occupazione.

Un disegno urbano per Salerno 3

In questo intervento vorrei narrare le opportunità circa una seconda parte del disegno urbano salernitano, relativo all’area estesa, la nuova città salernitana costituita da 11 Comuni. In tutta l’area urbana, com’è noto esistono volumi produttivi abbandonati e di questi andrebbe realizzato un censimento al fine di riutilizzarli. In tutti gli undici Comuni esistono volumi che possono diventare opportunità inserite in un unico piano per pensare funzioni e attività rispetto ai bisogni e alle risorse da valorizzare, così come la manutenzione dell’esistente. Nell’area estesa vi sono tre aree industriali (ASI): Mercato San Severino, Salerno, Battipaglia. Oltre al censimento dei volumi abbandonati o sottoutilizzati, una strategia politica ragionevole dovrebbe ripensare il ruolo di queste ASI, le attività e la loro localizzazione, in particolare quella del territorio comunale salernitano perché ha perso la sua vocazione produttiva manifatturiera per preferire la semplice vendita di merci. L’ASI salernitana taglia in due gli insediamenti urbani di civili abitazioni, quelle salernitane e di Pontecagnano, creando confusione e discontinuità nell’area estesa urbana. Infine, esiste una vecchia e nota esigenza territoriale: valorizzare l’area costiera da Salerno fino ad Agropoli. In questo caso il termine “valorizzare”, nell’immaginario collettivo imprenditoriale e politico significa lottizzare la costa col serio rischio di costruire una speculazione edilizia che distrugge il bene comune. In termini bioeconomici si fa l’opposto con la priorità di eliminare tutte le sorgenti inquinanti presenti nei corsi d’acqua e il ripristino di tutti gli impianti di depurazione, civili e industriali. Una volta ripristinata la risorsa marina, il disegno urbano è calibrato in base alle esigenze di fruibilità della costa con interventi mirati: da un lato la demolizione di tutte le opere abusive e dall’altra la rimozione di tutte le attività non compatibili con la bioeconomia. Com’è noto, lungo la costa esisteva una barriera naturale verde, pertanto è possibile immaginare la rinaturalizzazione della stessa con la presenza di pochi insediamenti turistici per offrire servizi, comunque necessari. È la natura il progetto urbano che andrebbe realizzato con alcuni insediamenti disegnati rispetto ad attività e funzioni per offrire impieghi compatibili con le risorse limitate e la loro corretta valorizzazione.

Nell’entroterra dell’area urbana si possono realizzare quei servizi produttivi necessari a valorizzare l’identità dei luoghi, ad esempio una fiera per valorizzare anche la filiera della dieta mediterranea e la nuova manifattura tecnologica ad alto valore aggiunto, come potrebbe essere quella relativa alla mobilità intelligente. Il territorio salernitano ha la fortuna di essere il luogo della dieta mediterranea (Pollica) ma non esiste una rete sociale, imprenditoriale e produttiva che la divulga e la valorizza in modo adeguato. I saperi locali della dieta mediterranea rappresentano storia e identità dei luoghi, peculiarità che sviluppano conoscenza, conservazione e lavoro. La struttura paesaggista, i beni storico culturali e nuova manifattura leggera, sono caratteristiche che possono creare nuove opportunità occupazionali. La tutela di reti ecologiche territoriali e nuove regole per l’interazione (mobilità intelligente) fra area urbana e natura possono creare funzioni e attività (ricerca, cultura, agricoltura) utili a creare lavoro e uso corretto delle risorse limitate. Sono tutti temi relativi ad un’agenda urbana che la classe dirigente locale (cittadini, partiti, università, imprese) dovrebbe discutere pubblicamente ed adottare, per suggerire soluzioni e pianificare in uno strumento urbanistico intercomunale bioeconomico.

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Salerno infrastrutture e logistica zona Sud
Fonte immagine Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni storico culturali 02
Salerno, beni storico culturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
agglomerazioni industriali
Le agglomerazioni industriali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno sintesi interpretativa struttura paesaggistica
Sintesi interpretativa struttura paesaggistica, Ptcp Salerno 2012.

Un disegno urbano per Salerno 2

Nel mio primo intervento “un disegno urbano per Salerno”, descrivo velocemente la complessità dell’agglomerato urbano salernitano, dal centro fino all’espansione moderna costituita in una sua parte da una trama reticolare (via dè i Principati, via Dalmazia…) e da un’altra parte contemporanea dalla disomogeneità delle forme aperte (zona orientale); poi la totale deregolamentazione e speculazione che ha distrutto le colline salernitane. In questo intervento intendo narrare, altrettanto velocemente, un’agenda, obiettivi, e idee progettuali per l’area urbana estesa, partendo da un tema molto noto: il fiume Irno. La valle dell’Irno è parte del sistema urbano complesso, ed è il paesaggio urbano e naturale da rigenerare completamente, e percorrendo questa valle troviamo il disordine, le speculazioni edilizie e le trame irregolari e organiche dettate sia dalla complessità dell’orografia territoriale, e sia dalla totale incapacità delle amministrazioni locali che non hanno voluto o non hanno saputo pianificare e governare correttamente il territorio. In questa complessità territoriale e urbana vivono gli abitanti che interagiscono e usano il suolo. Nella valle riscontriamo i numerosi episodi dell’ambiente costruito, vi sono gli insediamenti storici, e riscontriamo edifici agglomerati lungo le strade o inseriti in appendici vallive ma spesso queste forme insediative più recenti sono prive di urbanità, e completamente disarticolate da una trama regolare e incompatibili col territorio. La ragionevolezza e le competenze urbanistiche suggeriscono di arrestare la dispersione urbana per impedire altro consumo di suolo, impedire altra inquietudine urbana, mentre la riorganizzazione di funzioni e attività lungo la valle si può coniugare sia con la tutela del paesaggio e sia con la rilocalizzazione degli insediamenti urbani rigenerando la morfologia e favorendo un corretto uso del suolo. Programmi di conservazione degli insediamenti storici e valorizzazione delle preesistenze con infrastrutture di mobilità intelligente che possono migliorare la vita degli abitanti. Una strategia molto nota è il censimento di tutte le aree abbandonate, sottoutilizzate per rigenerare l’esistente. E’ possibile stimolare processi di densificazione con nuove attività e funzioni presso stazioni intermodali inserite in un sistema di mobilità sostenibile, per sfavorire l’uso del mezzo privato e favorire il trasporto pubblico e ciclabile, mentre contemporaneamente è possibile rinaturalizzare il letto del fiume Irno per renderlo vivibile e percorribile. Ripercorrendo il fiume dalla foce fin dentro la valle, riscontriamo la bruttezza dei processi di cementificazione e le numerose palazzine che lo costeggiano. Buona parte di queste palazzine sono prive di carattere poiché non sono architettura ma pura merce edilizia, mentre in alcuni tratti, in zona parco dell’Irno, vi sono taluni edifici abbandonati e in avanzato stato di degrado, che possono essere demoliti e sostituiti con funzioni e attività compatibili. Questo è uno scenario urbano interessante: correggere la complessità della disomogeneità degli agglomerati urbani attraverso nuovi collegamenti che valorizzano l’esistente, disegno dei luoghi, nuove funzioni e attività inserite in nuove scene urbane collegate fra loro, una nuova urbanità (densificazione, diradamenti e trasferimenti di volumi) per favorire la mobilità dolce e intelligente; e processi di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, tutto con un unico piano intercomunale bioeconomico.

Una breve parentesi per un possibile meccanismo economico utile alla realizzazione: criteri meta-progettuali, una perequazione diffusa e non più di comparto, il recupero del plus valore fondiario, e il contributo per la costruzione della città pubblica, oltre che sovvenzioni pubbliche per il bene comune misurando la qualità sociale dei piani attuativi. Tutti strumenti noti ma del tutto nuovi per la Campania che ha preferito la speculazione alla pianificazione.

Dal Ptcp Salerno 2012 possiamo leggere le cosiddette invarianti per un disegno di bio regione urbana: i beni storici, le caratteristiche naturali, la aree naturali, le infrastrutture, la rete ecologica, e i beni paesaggistici; tutte risorse che caratterizzano il territorio e che possono essere connesse meglio con gli insediamenti urbani e produttivi al fine di usare le risorse in chiave bioeconomica, sia per tutelarle e sia per valorizzarle. Nel corso degli anni il termine valorizzazione ha assunto una valenza ambigua poiché si è concretizzato come appropriazione e privatizzazione di un bene finalizzato al profitto. La valorizzazione in bioeconomia significa tutt’altro e cioè uso razionale dell’energia o del bene, per favorire la fruizione agli abitanti e non lo spreco, anzi si usa adottare la tutela (che non significa chiusura o impedimento) per consentire alle future generazione di poter usufruire dello stesso bene.

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Salerno caratteristiche naturali
Salerno e valle dell’Irno, caratteristiche naturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni storico culturali
Salerno e la valle dell’Irno, beni storico culturali, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno aree naturali protette
Salerno e la valle dell’Irno aree naturali protette, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno beni paesaggistici
Salerno beni paesaggistici, fonte Ptcp Salerno 2012.
Salerno e valle dell'Irno rete ecologica ambientale
Salerno e la valle dell’Irno, rete ecologica e rischio ambientale, fonte Ptcp Salerno 2012
Salerno infrastrutture e logistica
Salerno infrastrutture, trasporti e logistica, fonte Ptcp 2012.

Speculazioni e piani edilizi

Dando uno sguardo veloce all’attività edilizia ed al piano urbanistico salernitano con le recenti varianti e gli aggiornamenti, si riscontrano scelte politiche irrazionali che non reagiscono alla crisi economica innescata dalla globalizzazione neoliberista, mentre il persistere di regole comunitarie insensate continuano a far soffrire gli enti locali e a far persistere le disuguaglianze territoriali. Il ceto politico è ancora influenzato da paradigmi culturali obsoleti e dannosi replicando schemi e cicli economici neoliberali, tant’è che nei “piani” persistono tentativi e operazioni speculative immobiliari sul nostro territorio con l’illusione di attrarre investimenti privati. Il ceto politico locale è immerso nel nichilismo urbano che produce merci svuotando di senso e d’identità la città, condannata alla marginalità per assenza di visione culturale e politica. Nell’Accademia si insegna che la regola è progetto, cioè che i regolamenti urbanistici dei piani regolatori determinano la costruzione della città, mentre nella realtà campana e non solo quella, la speculazione è progetto, cioè la deregolamentazione, la deroga e le continue varianti snaturano qualunque analisi urbana e svuotano di senso compiuto qualunque disegno urbano (ove mai questo ci fosse), e tale ossimoro si realizza attraverso la degenerazione morale e l’ignoranza del peggior ceto politico locale, analfabeta e asservito al vassallaggio. Queste scelte dannose dovrebbero aprire dibattiti pubblici e riflessioni più approfondite poiché la deroga alle regole compositive ha il serio rischio di aumentare le disuguaglianze anziché ridurle, e secondo il mio modesto parere, un attento osservatore dovrebbe evidenziare due aspetti: l’assenza della disciplina urbanistica e la stupidità, nel senso proprio del termine, cioè il “piano” adottato dall’Amministrazione denota scelte di scarsa intelligenza con ottusità di mente. Perché scarsa intelligenza e ottusità di mente? L’Amministrazione, innanzitutto, continua a non avere un’idea di piano trascurando problemi noti e vecchi come la normale manutenzione del patrimonio pubblico, la carenza di standard, una cattiva morfologia urbana che andrebbe corretta, la prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, l’affollamento e il consumo di suolo, il rapporto con l’area urbana estesa. E poi questo ceto politico continua ad assecondare programmi edilizi contribuendo a distruggere il settore delle costruzioni anziché aiutarlo, un settore già notoriamente in crisi poiché imploso sull’obsoleto modello di capitalismo urbano viziato dalla famigerata rendita e colpito dalla nota delocalizzazione produttiva che ha creato nuova disoccupazione e stimolato nuova emigrazione verso Sistemi Locali del Lavoro più attraenti e meglio organizzati. Il sistema urbano salernitano, costituito da un’area estesa di 11 comuni ha un alto tasso di disoccupazione; il capoluogo perde abitanti, l’area ha una carenza di infrastrutture, servizi e standard minimi, la crescita urbana è avvenuta in maniera disomogenea attraverso processi edilizi speculativi, mentre si dovrebbe manutenere il proprio patrimonio naturale con interventi di bonifiche e rigenerativi. In questo contesto urbano complesso, il capoluogo salernitano trascura la realtà dell’ambiente costruito, la guida politica trascura la disciplina urbanistica e continua a programmare la costruzione di edifici multipiano quando è evidente che bisogna intervenire sull’agglomerato edilizio esistente che necessita di manutenzione, e di realizzare standard e servizi poiché mancanti. Bisogna essere stupidi per fregarsene della realtà e dei reali bisogni delle persone costrette a vivere in un contesto di marginalità e fragilità economica con l’aumento del rischio povertà. Occupare l’attività edilizia esclusivamente con la costruzione di nuove palazzine multipiano significa giocare d’azzardo sul bene comune, si tratta di scommesse ad alto rischio per banche e costruttori stessi, i quali forse sono avidi di immorali rendite parassitarie. E pensare che in altre Nazioni tutto ciò è persino illegale (Inghilterra, Olanda, Svezia, Germania) poiché le scelte della pianificazione sono nelle mani dello Stato, dotato di uffici di piano con un’adegua cultura della disciplina, con regole che controllano il mercato urbano sia tassando le rendite e sia indirizzano gli interessi dei privati nel costruire la cosiddetta “città pubblica”. In determinati contesti esiste persino il recupero del plusvalore fondiario generato dalle urbanizzazioni, e il mercato immobiliare è controllato e/o calmierato per limitare i processi di gentrificazione. In Campania si fa l’opposto ed è il paradiso di liberisti e speculatori; le Amministrazioni appiano negligenti e incapaci di costruire la “città pubblica” perché la Regione non ha voluto dotarsi di adeguati strumenti tecnico-giuridici, tant’è che non è in uso una perequazione urbanistica diffusa perché qui è possibile realizzare quella di comparto, con la conseguenza che le regole edificatorie (indici e mq) possono essere definite persino in fase attuativa con grave danno alla cosa pubblica e all’inefficacia dei principi perequativi perché si determina discriminatorietà dei valori e delle proprietà. Il nostro ceto politico, trascura il principio dell’uso sociale dei suoli, e così non controlla il mercato immobiliare e non tassa le rendite immobiliari, così come non conosce il recupero del plusvalore fondiario ma addirittura per consuetudine favorisce chi specula e/o attraverso la deregolamentazione suggerisce implicitamente di speculare. Appare del tutto assurdo ma violando principi costituzionali e della legge urbanistica nazionale sembra che a Salerno si possa realizzare una liberalizzazione dell’attività edilizia; sembra che chiunque voglia scommettere su stesso, lo possa fare poiché prima o poi l’Amministrazione asseconda piani attuativi slegati da analisi urbanistiche e/o previsioni di piano.

Due esempi clamorosi già noti alle cronache: circa 5 anni fa, si presentò un piano attuativo firmato dall’archistar milanese Dante Benini, in pieno centro, cioè piazza della concordia che prevedeva di costruire una torre di 30 piani; progetto mai realizzato. Poi c’è il caso dell’ex Marzotto, area che da tempo è interesse di soluzioni lottizzative, un primo piano per costruire alloggi privati risale agli anni 2011-12 (progetto vulcanica), ed oggi l’Amministrazione approva un altro piano attuativo (del gruppo Rainone-Postiglione) che prevede sempre una lottizzazione privata e un centro commerciale. Questi esempi, come molti altri casi “salernitani” non devono essere giudicati come casi “illegali” perché i costruttori operano in completa legittimità e legalità, ma è evidente la grave colpa della classe politica che fa l’opposto di qualunque Nazione ove esiste cultura e disciplina urbanistica, e dove, guarda il caso, il settore delle costruzioni non è in crisi come il nostro perché più controllato e monitorato dalla mano pubblica che, prima di tutto, si impegna ad attuare una corretta pianificazione territoriale e urbanistica per realizzare l’interesse generale: tutela del territorio, uso sociale dei suoli e controllo delle rendite. Nel nostro Paese, corretta pianificazione territoriale e urbanistica sono sparite… Sullo docet!!!

PUA ex-marzotto lottizzazione
fonte immagine skyscaprercity.

Il render tratto da skyscaprescity dovrebbe rappresentare il PUA approvato. Il progetto non rispetta il disegno della zonizzazione 2018 adottata dall’Amministrazione poiché l’intervento occupa anche il verde di rispetto che ricade nell’area ex-marzotto, oggi area AT_R30 (area di trasformazione urbana residenziale) nel PUC. L’approvazione del PUA conferma un’ipotesi politica drammatica, non esiste un piano da rispettare ma richieste private da esaudire che possono anche cambiare il “piano” stesso, non è la prima volta che si verificano cambiamenti del designo urbano, già approvato dal Comune. In questo contesto ci troviamo nella consuetudine politica di regalare facili profitti agli investitori privati fregandosene dei problemi urbani esistenti. Un’area ex produttiva che non viene utilizzata per costruire servizi pubblici e non risponde ai bisogni della collettività ma è sfruttata per l’ennesima lottizzazione privata. Da circa venticinque anni, la guida politica applica il paradigma delle destre liberali e neoliberali: appropriarsi dei diritti collettivi per il mero tornaconto personale e così ancora una volta si ignora la pianificazione, si trascurano i principi della legge urbanistica nazionale, così come si trascura la realtà salernitana (basti pensare alla avvenuta contrazione della città e alla nascita della nuova struttura urbana estesa). L’intervento costruisce tre torri di 18 piani che superano di gran lunga le altezze esistenti dentro l’area urbana consolidata (zona B), gli edifici più alti della città e un annesso centro commerciale. Cui prodest? Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore, è prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Per le zone consolidate, uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, cioè l’opposto del PUA approvato che aumenta i carichi urbanistici, cioè congestiona l’area. Cui prodest il PUA ex-marzotto? Sicuramente non giova alla collettività ed è evidente che non c’è l’interesse generale. Non è la prima volta che l’Amministrazione viola o edulcora principi e leggi nazionali sul governo del territorio, anzi è abituata a farlo basta guardare il PUC a partire dal 2005. Questa condotta illegittima è ampiamente diffusa poiché in Italia non esistono controlli e sanzioni efficaci per dirigenti e funzionari pubblici che trascurano il corretto governo del territorio mentre, spesso, si lasciare fare alle imprese private che perseguono il proprio interesse nel trarre profitti dalle famigerate rendite parassitarie.

estratto zonizzazione 2018 PUC Salerno
Estratto dalla tavola P2 zonizzazione PUC 2018, l’intervento ricade nell’AT_R30.

In molti l’hanno dimenticato… l‘urbanistica non nacque per regalare profitti ai privati ma per aggiustare i danni ambientali e sociali innescati dall’industrialismo, e in Italia è la Costituzione che ordina di usare la pianificazione per costruire diritti a tutti i cittadini rimuovendo le disuguaglianze territoriali. I principi della legge urbanistica italiana sono chiari e prevedono che i Comuni adottino piano ben fatti, cioè significa che il ceto politico, da un lato deve tutelare il paesaggio e dall’altro lato deve costruire i diritti mancanti. Lo strumento per costruire diritti e rimuovere le disuguaglianze è il piano ma nel corso dei decenni, buona parte delle Amministrazioni politiche ha scelto non di fare bene i piani preferendo le speculazioni che hanno aumentato le disuguaglianze e creato danni ambientali. Con la riforma della Costituzione, molte Regioni hanno sviluppato leggi proprie (disuguaglianze territoriali) con procedure e strumenti ove ormai i piani hanno una parte strutturale (di indirizzo strategico) e un’altra operativa (zonizzazione e regole) con diritti minimi (standard e dotazioni minime) diversi e superiori a quelli indicati dalla normativa nazionale (DM 1444/68). Alcune Regioni hanno sviluppato prassi e piani ben fatti con dotazioni superiori, e altre si sono limitate al compitino richiesto dalle leggi ma fatto male perché si sono affidate al mercato aprendo a possibili speculazioni. Buone pratiche sono presenti in Toscana, Umbria, Emilia Romagna e Lombardia anche per tradizioni culturali di sinistra, sviluppando disegni urbani corretti poiché più attente alla pianificazione urbanistica, mentre le altre Regioni hanno rinunciato alla pianificazione e si sono affidate all’avidità della borghesia locale e al famigerato laissez faire del mercato.

Tornando al caso salernitano, la guida politica, sempre la stessa durante gli ultimi venticinque anni, anziché adottare piani urbanistici per rigenerare la città contrastando le disuguaglianze sociali ed economiche, e affrontando la drammatica realtà, ha deciso di continuare a favorire la crescita della rendita urbana incamerata dalla borghesia locale. Continuare a regalare rendite parassitarie alla borghesia è una scelta palesemente dannosa per la comunità oltreché anacronistica, anche per quei territori notoriamente speculativi che si trovano solo negli USA. Il caso salernitano andrebbe governato con un approccio opposto e quindi non speculativo, basterebbe copiare le esperienze olandesi, tedesche, scandinave ove è lo Stato che incamera la rendita per costruire la città pubblica e così garantisce diritti a tutti i cittadini, tutelando i meno abbienti. L’indirizzo e il controllo dello Stato è necessario per limitare i danni nel settore delle costruzioni, e aiutare le imprese a investire nel costruito. Non è il mercato che deve costruire la città ma è lo Stato che deve stimolare processi partecipativi degli abitanti, con la guida di bravi pianificatori ispirandosi alla Costituzione e alla bioeconomia per avviare nuovi processi produttivi ma sostenibili, razionali e creativi. L’urbanistica è una disciplina tecnica complessa che deve aprirsi alle regole democratiche, affinché il disegno urbano espressione del complesso quadro di conoscenza del territorio sia coniugato con la partecipazione attiva delle persone.

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Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT. Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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