La progettazione urbana 2

Il disegno urbano, come detto in precedenza, si occupa dello “spazio” collettivo ed un adeguato progetto trasforma lo “spazio” in “luogo” di senso, ma cosa significa? Nei secoli scorsi gli architetti hanno potuto e saputo progettare luoghi urbani rispondenti all’identità culturale, ambientale e sociale delle comunità, anche perché esistevano comunità organizzate in un certo modo, ed i sovrani esprimevano chiaramente valori e desideri. Testimonianze di ciò [città e comunità] si trovano ovunque in Europa, ed è sufficiente passeggiare in qualunque centro storico italiano, grande o piccolo che sia, per ritrovare i caratteri dei luoghi: piazze e monumenti (edifici di potere e culto), strade, viali e vicoli. Può apparire controverso e non lo è, ma un’odierna progettazione urbana, cioè un progetto di trasformazione urbana più corretto e rispondente ai bisogni, riprende immagini e proporzioni classiche che si ritrovano anche nel Rinascimento; in che senso? Un adeguato punto di vista della città è quello dell’uomo che cammina, che la attraversa a piedi, e questo è sempre stato un corretto modo di leggere lo spazio urbano per interpretarlo e riprogettarlo; un punto di vista che si è perso durante la modernità (modernista) ed è stato ignorato dai piani edilizi degli speculatori approvati da Consigli comunali ignoranti e senza scrupoli. In realtà, abbiamo avuto una trasformazione completa della società (capitalista e materialista) e le città (nelle zone più recenti e moderne) sono diventate lo spazio delle automobili (e del consumo fine a se stesso), prima di tutto, e non sono più il luogo delle e per le persone (biblioteche, teatri, aree verdi e sportive); nell’attuale complessità la progettazione urbana cerca di coniugare “prossimità” (quartieri) e “dilatazione” (aree urbane estese, città di città).

Distanza percepita, varietà dei luoghi, definizione dei tragitti, percezione delle barriere, vedute e cono visuale, punti di riferimento, rapporto fra pieni e vuoti cioè relazione fra il costruito e gli spazi aperti, sono tutti caratteri formali dello spazio che lo condizionano e lo definiscono rispetto al movimento delle persone dentro le città. Dalla psicologia della forma sappiamo che le città influenzano le persone e determinano la qualità della vita, in senso positivo o negativo e nonostante ciò sia noto, questo tema fondamentale è ampiamente trascurato da buona parte dei decisori politici locali, i quali appaiono più preoccupati di soddisfare i capricci di chi usa il territorio per accumulare profitti privati, piuttosto che applicare la Costituzione e scegliere piani ben fatti.

Attraverso la progettazione urbana è possibile migliorare la qualità di vita degli abitanti, ed è possibile rigenerare zone in declino e degradate, purtroppo ampiamente diffuse e presenti in tutta Italia, e probabilmente in maniera particolare in talune città del Sud che da decenni hanno trascurato la disciplina urbanistica. Anche le città più compromesse dai processi speculativi possono e devono essere rigenerate per rimuovere le disuguaglianze territoriali, e favorire la costruzione di luoghi di senso per tutti gli italiani, affinché tutte le persone abbiano le stesse opportunità di sviluppo umano, ovunque esse si trovino ed è ciò che ordina la Costituzione.

Ad esempio, gli architetti sono in grado di leggere perfettamente la struttura urbana (rete stradale, tessuto urbano, il paesaggio, le densità…) e coglierne gli elementi negativi da rimuovere per riprogettare l’ambiente costruito in maniera adeguata dando priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e offrire nuove opportunità di impiego attraverso nuove funzioni e attività previste dal progetto.

La progettazione urbana 1

La progettazione urbana è una disciplina multi-disciplinare di estrema importanza per la vita quotidiana delle persone, e negli ultimi decenni ha assunto un livello di priorità assoluto poiché la maggior parte della popolazione mondiale vive nelle aree urbane. Da un lato alcune istituzioni europee hanno saputo rinnovare e costruire luoghi urbani consentendo un adeguato sviluppo umano, mentre molte altre hanno preferito trascurare la disciplina urbanistica recando danni sociali, ambientali ed economici. L’Inghilterra è indubbiamente un Paese guida sulla corretta pianificazione urbanistica e negli ultimi trent’anni ha saputo sviluppare processi e buone pratiche di rigenerazione urbana perché ha preteso di usare architettura e qualità urbana nel ridisegno dei tessuti urbani esistenti. Le istituzioni politiche italiane che ne riconoscono il valore [progettazione urbana] sono ancora troppo poche, e questa grave carenza culturale è evidente dalla pessima gestione delle città, nonché dalla pessima fama che i Consiglieri comunali e regionali italiani si sono costruiti attraverso la teologia capitalista, i fenomeni corruttivi, la scarsa capacità culturale del ceto politico e l’aver preferito costruire agglomerati edilizi speculativi piuttosto che ascoltare il sapere tecnico che suggerisce di usare l’urbanistica per progettare e costruire città a misura d’uomo. Generalmente, il ceto politico locale, trascurando l’importanza vitale del corretto disegno urbano, ha scelto di lasciare campo libero agli interessi privati che di conseguenza hanno costruito città a misura degli speculatori anziché rispettare norme, regole e Costituzione.

Ancora oggi vi sono una serie di ostacoli da superare per tendere a una corretta progettazione urbana e fra questi sono: la scarsa consapevolezza che l’urbanistica è una materia multi-disciplinare e quindi si rende necessario armonizzare le varie discipline (architettura, ingegneria…); poi vi è la scarsissima consapevolezza circa l’importanza del ruolo attivo del pubblico che deve pretendere i più alti livelli di qualità urbana oltreché saper coinvolgere le persone, acquisire le aree e attrarre gli investimenti; poi vi è il problema dell’approccio conservativo degli Enti locali che trascurano il proprio ruolo di garante dei diritti di tutti per lasciare agli speculatori campo libero; poi ancora il problema della scelta che consente l’edificazione di edifici monofunzionali frutto di un atteggiamento mentale passivo anziché propositivo e costruttivo legato a standard qualitativi, e infine l’assenza di linee guida e procedure credibili che chiedono la qualità urbana.

La progettazione urbana, come accennato dall’inizio, coinvolge tutti ed un aspetto molto importante è il coinvolgimento e l’ascolto degli abitanti per realizzare un “luogo” urbano di senso, e non più uno “spazio”. Per ottenere risultati positivi, solitamente si costruisce una squadra di specialisti provenienti dalle diverse discipline che dialogano con gli abitanti, gli investitori e amministratori, fino a raggiungere soluzioni condivise. I principi chiave per una buona progettazione urbana sono: realizzare luoghi confortevoli, sicuri ed attraenti, e ciò si ottiene incidendo sul carattere del luogo interpretando correttamente la sua identità (caratteristiche fisiche, sociali e culturali…); correggere gli errori esistenti e arricchire il quartiere definendo bene e distinguendo tra spazio pubblico e privato, ad esempio ponendo attenzione ai fronti stradali ed ai marciapiedi facilitando il movimento pedonale, ed in tal senso è possibile incentivare la leggibilità del luogo (un’immagine chiara ed una struttura facile da comprendere); il progetto realizza nuove ed efficaci connessioni affinché i luoghi siano facili da raggiungere; l’intervento realizza un corretto equilibrio con la natura; mentre si predispone una varietà di funzioni e attività (mixité funzionale e sociale) ed infine l’impiego e l’uso razionale dell’energia e delle risorse per garantire la sostenibilità ambientale. Tutti questi principi chiave si concretizzano attraverso un adeguato disegno urbano frutto del quadro di conoscenza dell’agglomerato edilizio da rigenerare, ed infine la corretta interpretazione della forma urbana.

Pandemia, capitalismo e disuguaglianze

In precedenza ho già scritto che le istituzioni globali hanno deciso di scaricare i costi della pandemia sui ceti economicamente deboli restando sul piano teologico dominante: il capitalismo. Un evento pandemico frutto del capitalismo si trasforma in un’occasione che accelera le disuguaglianze sociali ed economiche, ed i danni maggiori ricadano solo sui ceti economicamente già deboli, che sprofondano nel sottosviluppo.

Il ceto dirigente occidentale ha deciso che la recessione economica innescata dalla pandemia di covid-19 debba essere pagata da tutti, con un’evidente ripercussione sui ceti economicamente già deboli. Anziché riflettere sull’opportunità di uscire dall’economia debito, tutti hanno pensato di restare sul paradigma culturale sbagliato e scaricare il peso economico delle scelte politiche sugli Stati, cioè sulla fiscalità generale. Nella società occidentale dominino i gruppi della finanza, delle banche e delle grandi multinazionali, mentre gli individui e le masse vedono il mondo con gli occhi dei gruppi dominanti, e così queste adottano comportamenti che rispecchiano avidità, egoismo e competitività per discriminare persone e talenti, e consentire all’élite dominante di continuare ad accumulare ricchezze senza lavorare e gestire il potere assecondando i propri capricci.

Questa ingiustizia globale è evidente poiché i Governi hanno scelto di restare nella consuetudine teologica capitalista, che prevede il fatto che i soldi creati dal nulla siano coperti dalla fiducia dei mercati finanziari; cioè gli Stati scambiano Titoli di Stati (debito) con la moneta delle banche centrali. L’attuale teologia capitalista si affida a una consuetudine fittizia per creare moneta ma ha enormi ripercussioni sociali, economiche e finanziarie. La teologia liberale crede che la moneta sia esogena al sistema economico, cosa sbagliata. Anziché osservare la realtà, e cioè che l’economia reale non doveva avere ripercussioni economiche sugli Stati perché la responsabilità del covid-19 non è delle Nazioni ma di un cattivo rapporto fra uomo e natura, da ricercare nel mondo delle imprese private e della ricerca.

Nel contesto attuale, il debito pubblico aumenta per effetto della pandemia e si scarica sugli Stati, ma tutto ciò è ingiusto poiché l’aumento del debito non è il frutto di cattivi investimenti per scelte politiche sbagliate, e quando l’UE ripristinerà gli stupidi criteri fiscali ed economici si avranno ulteriori conseguenze negative proprio sugli Stati più indebitati, tornando a un’austerità immorale che condanna i territori più deboli a restare marginali con enormi ripercussioni sociali, ambientali ed economiche. Secondo i mantra della teologia capitalista il rapporto debito/PIL sarà insostenibile (nel 2010 era circa il 116%, poi passa al 134,8% ad inizio 2020 e schizza al 166,1% per la pandemia), e ciò si tradurrà in austerità, ma tutto ciò per effetto della pandemia e della scelta idiota di restare nell’economia del debito che danneggia alcuni territori ma ne favorisce altri (la disuguaglianza economica-territoriale). La soluzione a ciò è nota: cancellare il debito generato dalla pandemia, e riformare la BCE. Le istituzioni occidentali sono ancora condizionate dalla teologia del mercato che non ha virtù morali ma solo vizi materiali, e danno maggiore considerazione politica ad indicatori fuorvianti ed obsoleti come il PIL e l’economia del debito che conviene all’opaco mondo finanziario (banche e assicurazioni). Da circa un decennio sappiamo che la società può essere valutata meglio osservando anche altre dimensioni: sociali ed ambientali, perché questi aspetti rispondono meglio ai bisogni delle persone, ed anche l’Italia pubblica rapporti come il Benessere Equo e Sostenibile (BES). Nonostante ciò, le istituzioni politiche continuano a dare maggiore peso alla teologia capitalista liberista, e la crisi pandemica favorisce la competizione dei capitali privati europei interessati a comprare asset strategici dei Paesi già deboli, per accelerare la concentrazione dei capitali in mani private e garantendo nuove rendite finanziarie parassitarie attraverso le famigerate multiutilities che controllano i servizi pubblici locali (la famigerata deregulation liberale realizzata da tutti i Governi italiani).

Gli Stati già ricchi potranno trarre vantaggi economici e sociali aumentando le disuguaglianze territoriali fra Sistemi Locali del Lavoro già produttivi contro Sistemi Locali del Lavoro che ambiscono ad attrarre investimenti pubblici e privati per uscire dalla marginalità economica. La teologia capitalista favorisce i Sistemi Locali del Lavoro già ricchi poiché gli investimenti privati si concentrano in aree già attrezzate. Un’inversione è possibile solo con politiche pubbliche socialiste ove lo Stato interviene nel mercato per ridurre le disuguaglianze, ma questo è uno scenario notoriamente scartato dai Governi italiani che hanno aderito alla teologia liberista da circa trent’anni.

La riposta politica più corretta è ripensare l’economia globale avviando un percorso per uscire dalla teologia capitalista poiché sta distruggendo il pianeta, la casa comune che ci nutre, mentre la nostra specie fatica ad abbandonare convenzioni idiote come il capitalismo.

In ambito locale, le istituzioni possono ripensare il rapporto fra uomo e natura e approdare sul piano culturale bioeconomico per rigenerare i territori creando nuove occasioni di lavoro, ma si tratta “solo” di impieghi utili.

Come usare il recovery fund

In numerose riflessioni precedenti ho espresso idee e percorsi per porre le basi di progetti concreti e favorire lo sviluppo umano nelle aree marginali meridionali (la città-rete meridionale), e in particolare quella salernitana. Il ceto dirigente occidentale ha deciso che la recessione economica innescata dalla pandemia di covid-19 debba essere pagata da tutti, con un’evidente ripercussione sui ceti economicamente già deboli. Anziché riflettere sull’opportunità di uscire dall’economia debito, tutti hanno pensato di restare sul paradigma culturale sbagliato e scaricare il peso economico delle scelte politiche sugli Stati, cioè sulla fiscalità generale. All’interno di questo insensato manicomio istituzionale, le élites locali potrebbero pensare di fare diversamente e chiedere di usare il cosiddetto recovery fund per investire in progetti bioeconomici ma per farlo le stesse dovrebbero conoscere il piano culturale bioeconomico.

Partendo dall’approccio culturale neoclassico sappiamo che gli investitori sono attratti da territori ma soprattutto aree urbane già ricche, poiché dotate di capitale sociale adeguato, infrastrutture e famiglie con un portafogli che può spendere, cioè consumare; di conseguenza le aree urbane con un capitale sociale inadeguato, senza infrastrutture e con basso reddito pro-capite sono meno attrattive. Queste informazioni sono pubblicate dall’ISTAT ed osserva che ancora oggi insistono grandi differenze tra il Nord e il Sud (nell’ultimo periodo 2007-2018 sono aumentate), tra città e campagne, e tra le zone di pianura con quelle di montagna, e tutto ciò è determinato da fattori rilevanti come i collegamenti ai mercati e la forza attrattiva dei centri economicamente forti che offrono attrazioni e servizi, ma a prezzo di tempi più sacrificati per la vita di relazione, con minore disponibilità di risorse ambientali e criminalità più elevata. In questa fase, banche e imprese stanno pensando di investire nelle aree urbane meglio attrezzate per rigenerare le periferie di questi contesti, e in Italia, sicuramente Milano resta il principale polo attrattore. In che modo il meridione d’Italia può competere? Semplice non può, se si resta sul piano ideologico sbagliato: il capitalismo!

Il ceto dirigente meridionale dovrebbe abdicare a sé stesso e favorire la visibilità di un nuovo ceto politico formato sull’approccio bioeconomico e capace di cooperare, fare squadra, proporre programmi, piani e progetti per riempire quel vuoto di servizi (culturali, sanitari, ambientali) e mezzi (infrastrutture pubbliche leggere) per collegare aree rurali e aree urbane estese poiché questo è quello che influenza le scelte di vita degli abitanti. Oppure un nuovo ceto dirigente dovrebbe emergere da solo proponendo la propria visione politica e coinvolgendo attivamente gli abitanti nel realizzarla al fine di migliorare la propria esistenza. L’approccio bioeconomico, cioè territorialista, può offrire possibilità di sviluppo umano e poi crescita economica durevole nel tempo poiché stimola attività e funzioni compatibili con la storia, il territorio e l’ambiente. Sempre l’ISTAT rileva la sostanza delle difficoltà economiche e sociali nel Mezzogiorno: alla chiusura di attività economiche non vi sono stati interventi per stimolare l’apertura di nuove, e ciò ha influito anche sulle dinamiche demografiche a sfavore del Sud ma a favore del Nord, dando un serio contributo all’aumento delle disuguaglianze. Per contrastare seriamente questo enorme divario, secondo lo scrivente, sarebbe necessario un progetto bioeconomico poiché è in grado di creare valore e di conseguenza ricchezza in maniera distribuita per gli abitanti e per gli investitori, mentre l’approccio economico neoclassico crea ricchezza solo per gli investitori e consente l’esportazione dei capitali, e quest’ultimo è l’approccio privilegiato dalle istituzioni ed è una delle cause dell’aumento delle disuguaglianze territoriali oltreché dell’impoverimento del sistema Paese-Italia.

Gruppi organizzati composti da cittadini e imprese possono legittimamente interloquire con le istituzioni e suggerire di usare i fondi pubblici e privati per attuare l’interesse generale: affrontare i problemi dei territori e risolverli con soluzioni intelligenti come la rigenerazione urbana bioeconomica che osserva la realtà esistente e interviene su di essa per cambiare la morfologia urbana progettandone una migliore con attenzione ai temi sociali, ambientali oltreché con la qualità urbanistica e architettonica. Questo approccio è notoriamente utilizzato in Europa ma meno in Italia poiché si sono preferiti i processi speculativi, cioè favorire gli interessi degli investitori sfruttando la rendita immobiliare e lasciando insoluti i problemi delle città che riguardano edifici arrivati a fine ciclo vita (rischio sismico), mobilità, disordine urbano e carenza di servizi.

L’aspetto assurdo e grottesco, osservando l’area urbana salernitana, è che ci troviamo di fronte a un territorio complesso ma ricco di opportunità non sfruttate, non perché mancherebbero le risorse finanziarie (oggi disponibili pensando al recovery fund) ma perché mancano i cervelli “istituzionali” capaci di osservare e di proporre un cambio paradigmatico utilizzando l’approccio bioeconomico. Osservando la disorganizzazione territoriale e l’aggressione all’ambiente, istituzioni locali come i Comuni salernitani appiano inerti e corresponsabili del degrado che impedisce lo sviluppo sociale ed economico sia delle persone che delle imprese perché non riconoscono il valore del proprio patrimonio storico, culturale e ambientale, ed ancora non hanno capito come è usato il territorio dai propri abitanti. Anziché competere fra loro e dividersi per beghe personalistiche di potere come accadeva nel peggiore medioevo, le istituzioni locali dovrebbero sviluppare una capacità ancora ignota: ascoltare! Mentre i cittadini dovrebbero cominciare a proporre e stimolare la nascita di nuove attività economiche capaci di creare lavoro, perché resta il principale problema sociale del territorio salernitano. In che modo? Costruendo una nuova visione di città estesa con progetti di trasformazione urbanistica utili alle persone, cioè che creano attività, funzioni e servizi mancanti dentro le zone consolidate attraverso un nuovo disegno urbano ma ben fatto secondo la corretta disciplina urbanistica, trascurata ed edulcorata in ambito politico istituzionale. Non è affatto un segreto che i Sistemi Locali del Nord Europa usano correttamente la disciplina urbanistica per garantire una buona qualità di vita ai propri abitanti, ed è altrettanto chiaro che territori come la Campania fanno l’opposto per garantire privilegi a pochi ma a danno della collettività; ma ciò è compreso da pochi (l’assenza di urbanistica crea disuguaglianze) mentre la maggioranza delle persone ignora questa realtà sprecando le proprie esistenze e quelle altrui costrette ad emigrare per ambire ad una vita serena e dignitosa ma fuori dai territori natali. Questa disuguaglianza di riconoscimento va superata, cioè bisogna valorizzare persone meritevoli per favorire un reale ed efficace cambiamento sociale ed economico che può innescare processi virtuosi di miglioramento dell’ambiente costruito e che produce lavoro utile alla comunità. Aggredire le disuguaglianze territoriali è fondamentale per stimolare processi di autorealizzazione sociale ed economica, ed il recovery fund, in un Paese come l’Italia, dovrebbe essere utilizzato per raggiungere questo obiettivo politico: concentrare investimenti per dare nuove opportunità nei territori marginali.

Superbonus solo a metà

Il Governo italiano e il legislatore scommettono sul provvedimento denominato “superbonus110” per sostenere l’economia delle imprese edili, ma lo fanno perseverando su un approccio completamente sbagliato che nei Paesi normali non esiste, perché le scelte politiche riguardanti il governo del territorio sono conseguenti a studi ed analisi elaborate dal sapere tecnico tipico delle libere professioni e del mondo Accademico. Il provvedimento è d’impronta liberista poiché il processo non è coordinato dal pubblico e tanto meno è nelle mani di committenti e tecnici ma è scaricato totalmente nel famigerato libero mercato ed è nelle mani di banche e imprese che potranno assumere il ruolo controverso di “factotum” diventando controllori e controllati, e quindi costruire cartelli per assicurarsi un facile profitto a rischio della qualità degli interventi. Il ceto politico italiano, da alcuni decenni, trascura il sapere tecnico e mortifica le professioni (recando danno economico) per assecondare i capricci ed i bisogni delle imprese private, commettendo un grave errore poiché le scelte politiche che guardano esclusivamente il famigerato libero mercato danneggiando il territorio e la società, ed impoveriscono l’Italia. Secondo il mio modesto parere, dunque, si tratta di un provvedimento controverso, immaturo e poco responsabile dal punto di vista della pianificazione e della sicurezza sismica. In un paese ad alto rischio sismico ed idrogeologico, la pianificazione territoriale e urbanistica dovrebbe essere la disciplina che guida le scelte politiche ed economiche, nel caso di specie sembra che saggezza e conoscenza non siano caratteristiche che appartengono al ceto politico. Appare del tutto irrazionale e poco responsabile stimolare l’attività edilizia attraverso lo strumento della leva fiscale nelle mani di banche e imprese edili, e non del sapere tecnico. Un provvedimento alla rovescia: si usa la leva fiscale del risparmio energetico per favorire gli interessi delle imprese private anziché favorire la rigenerazione urbana. Il nostro territorio è afflitto da problemi seri e complessi come il disordine urbano e le disuguaglianze territoriali per assenza di un corretto governo del territorio. La norma favorirà, soprattutto i grandi gruppi di imprese edili, e quindi escluderà dal mercato le medie e piccole imprese artigiane, tutto ciò a danno dell’economia locale mentre si spenderanno milioni per riqualificare anche edifici arrivati a fine ciclo vita, e quindi una parte degli abitanti continuerà a vivere nel rischio sismico e idrogeologico. Il ceto politico dimostra tutta la sua inconsistenza culturale poiché trascura la complessità urbana e territoriale per preferire regalie a settori industriali attraverso nuovi processi di deregolamentazione e deresponsabilizzazione del governo del territorio coinvolgendo attivamente banche e imprese, che hanno il solo interesse di massimizzare i profitti e non fare bene piani e progetti. La competenza del governo del territorio è di Regioni e Comuni, com’è noto, ma il legislatore resta inerte di fronte all’opportunità di approvare adeguate norme quadro per aggiustare le città fallite sotto i colpi delle speculazioni edilizie, cioè iniziative dei privati che agiscono per il solo tornaconto personale ma aiutati da Consigli comunali ignoranti e distratti. I politicanti si occupano del consenso politico e non dei problemi reali del territorio italiano martoriato da Consigli comunali irresponsabili e dall’industria delle costruzioni, che fra inizio Novecento e secondo dopo guerra ha costruito le peggiori speculazioni, ed oggi quei vecchi quartieri dormitorio sono le zone consolidate di aree urbane estese disordinate e degradate. Le città italiane sono ricche di squallida merce edilizia arrivata a fine ciclo vita o che arriverà a fine ciclo vita, e così nel merito del provvedimento è molto improbabile che un tecnico strutturista suggerirà di usare il sisma bonus per le palazzine multipiano presenti nelle città, perché buona parte di questi immobili andrebbe demolita e ricostruita, pertanto la domanda da porsi è come si affronta tale problema? Ed ancora, vogliamo ricordare il fatto che si trascura di introdurre l’obbligo per il fascicolo del fabbricato? Poniamoci di fronte a un caso verosimile: Salerno è una città media costruita soprattutto dai processi speculativi, e tutti i quartieri moderni sono realizzati con squallide palazzine multipiano dentro le zone consolidate della città, anche in zona centrale, semicentrale e periferica; l’analisi di vulnerabilità sismica di uno di questi mostri edilizi potrebbe dirci che le strutture portanti dell’edificio sono prossime al fine vita, cosa si fa? Si sfolla l’edificio? E gli edifici circostanti? Le famiglie? Salerno, come quasi tutte le città italiane, non deve ristrutturare lo squallore ma demolirlo, e per farlo è determinante censire le aree abbandonate e sottoutilizzate presenti in tutta l’area urbana estesa perché quelli sono i suoli per progettare i nuovi quartieri e i trasferimenti di volume per ospitare le nuove urbanità progettate secondo gli standard attuali, ed in questo modo la città potrà rigenerare le zone consolidate recuperando i servizi mancanti. L’incentivo all’adeguamento sismico proposto trascura la realtà urbana e sociale. Il legislatore non ha capito che la leva fiscale non può affrontare la sicurezza sismica delle città. Ancora una volta il ceto politico si dimostra politicante, mentre altri Paesi più civili programmano la sostituzione edilizia attraverso piani di rigenerazione urbana con nuovi disegni urbani (nuove urbanità). Le nostre città sono costituite da migliaia di palazzine multipiano che andrebbero sostituite ma ciò è possibile con piani di rigenerazione attraverso lo strumento del fondo perduto per coprire i costi sociali ed economici dei trasferimenti di volume, pertanto non può essere la sola detrazione lo strumento finanziario a stimolare interventi complessi; oltre al fatto che solo uno strumento urbanistico che prevede una reale rigenerazione urbana, può riprogettare i quartieri. Il rischio sismico non può essere affrontato edificio per edificio, ciò è infantile e irrealizzabile. La parte del provvedimento – superbonus110 – che sarà utilizzata è quella relativa agli interventi di risparmio energetico, ma per l’appunto andranno a qualificare energeticamente anche una merce edilizia desueta dal punto di vista sismico, un vero paradosso tipico della politica politicante all’italiana. Sembra che la norma sia stata scritta direttamente da banche e grandi gruppi, poiché un’altra controversia riguarda le modalità di finanziamento degli interventi come nel caso della cessione del credito e/o sconto in fattura (l’impresa anticipa le spese), e di “prezzi di mercato” che potrebbero stimolare cartelli e speculazioni che squalificano le professionalità dei tecnici costretti a subire la slealtà del mercato. E’ facile intuire che la maggioranza dei cittadini sarà propensa a “non pagare un euro” (scelta dello “sconto in fattura”) per ottenere una riqualificazione energetica del proprio immobile. Nella realtà non è vero che gli interventi sono gratuiti poiché si tratta di detrazioni (al 110%), mentre nel caso dello “sconto in fattura” i Committenti hanno l’obbligo di anticipare le spese professionali (studio di fattibilità e progettazione), che potranno detrarre solo alla fine dei lavori. Il provvedimento è concepito per consegnare Committenti e imprese nella mani delle banche e poi sul famigerato mercato finanziario. Solo i grandi gruppi potranno anticipare le spese, e questo potrà favorire meccanismi come il sub appalto che si traduce in scarsa qualità degli interventi. La pubblicità di banche e grandi gruppi “offrono” il pacchetto “tutto incluso” con tecnici di loro fiducia (la domanda è legittima: con quale criterio certificano la congruità dei prezzi?), in questo modo la ristrutturazione diventa un affare per pochi restituendo un’edilizia dequalificata. La norma appare viziata poiché insistono distorsioni di mercato, che di fatto non c’è. Le libere professioni sono palesemente danneggiate e ricattate dal peso politico ed economico dei grandi gruppi, e ciò determina un danno per la proprietà privata che rischia interventi realizzati male con materiali più economici e meno performanti. Una parte minima virtuosa c’è, e riguarda i massimali di spesa ammissibili che superano il problema del ribasso sul prezzo (nel caso della cessione del credito e sconto in fattura) poiché le prestazioni professionali dovranno rientrare nel limite massimo degli importi, ma l’azione di forza delle banche potrebbe vanificare il sistema del 110% perché i ceti economicamente più deboli (non aiutati dallo Stato) non potranno permettersi di anticipare le spese. L’auspicio è che la committenza, cioè i condomini che opteranno per la cessione del credito e/o per lo sconto in fattura imparino al più presto a scegliere figure terze che tutelano il loro interesse, cioè progettista e direzione dei lavori indipendenti rispetto a banche e imprese, perché da questo dipende una buona ristrutturazione, mentre il Governo dovrebbe predisporre correttivi per limitare la prevaricazione delle banche private e poi un fondo rotativo pubblico per sostenere l’anticipo delle somme ma senza interessi (la ristrutturazione per il risparmio energetico torna a essere gratuita). In questa vicenda, ahimé, ancora una volta il Governo impone allo Stato di arretrare per far gestire e controllare l’intero processo a pochi soggetti privati, ed il ruolo predominante e forte è delle banche e delle grandi imprese stesse, e non della committenza con professionisti tecnici che elaborano il progetto, insomma un processo alla rovescia. Ancora una volta il ceto politico fa piovere sul bagnato e favorisce i grandi gruppi a danno degli artigiani, perché solo i grandi gruppi (finanziari) potranno anticipare spese e influenzare negativamente il mercato, ricattando e sottopagando i professionisti, e conducendo gli interventi verso realizzazioni mediocri e di cattiva fattura. Paesi meglio governati, da decenni, hanno compiuto scelte politiche molto diverse puntando sulla qualità urbana e architettonica, cioè optando per la qualità dei progetti perché è la cultura il motore dell’economia e della civiltà, e mai il contrario.

In questo contesto (Superbonus) c’è un solo modo per evitare di finire sotto un treno, le Committenze che hanno capacità reddituali e fiscali dovranno affidarsi al proprio tecnico di fiducia, il quale garantisce il loro interesse scegliendo l’impresa migliore, e poi chiedere un tradizionale mutuo per la ristrutturazione dell’immobile; in questo modo la Committenza trattiene per se la detrazione al 110% e si garantisce lavori sicuri e ben fatti.

Regressione e miglioramento

In questi anni di grandi cambiamenti tecnologici continuano a crescere le disuguaglianze che diventano patologie sociali complesse. Nel campo della pianificazione le città europee dotate di una tradizione culturale socialista restano i poli attrattori degli investimenti pubblici e privati, mentre territori che hanno rinnegato, manipolato ed edulcorato la pianificazione diventano spazi controversi poiché in parte vi sono zone degradate con disagio sociale ed economico e in parte vi sono zone riservate ai ceti più agiati e privilegiati.

Nell’UE liberista alcune comunità continuano a compiere scelte socialiste per tutelare i propri abitanti mentre la maggior parte del ceto dirigente occidentale preferisce azioni liberiste che producono danni soprattutto nel Sud d’Europa, dove un capitale sociale carente insegue velleità di mercato utili alle imprese private ma dannose per i diritti degli abitanti economicamente deboli. Una classe dirigente scadente lascia insoluti i problemi fotografati nei drammatici dati economici e sociali (basta leggere i report dell’ISTAT), con alti tassi disoccupazione e aumento degli inattivi, e tutto ciò ha risvolti sociali molto negativi poiché le persone diventano schiave dei capricci del mercato come preconizzò Marx, e la società diventa feudale, basata su relazioni di vassallaggio, le persone diventano merce.

Per invertire la regressione sociale, che dura da circa trent’anni, è determinante far crescere il capitale sociale e questo dovrebbe riscattarsi con coraggio abbandonando la teologia capitalista per sperimentare nuovi approcci culturali, ad esempio la cultura bioeconomica con la tradizione europea della corretta pianificazione urbanistica per rigenerare territori e aree urbane estese. Un’adeguata analisi delle strutture urbane e rurali può favorire nuovi investimenti pubblici e privati per creare valore innanzitutto, oltreché ricchezza. Il concetto di valore è diverso da quello di ricchezza materiale, come insegnò egregiamente Marx distinguendo il valore d’uso (bene) dal valore di scambio (merce). Nella nostra Italia il ceto politico locale, spesso indegno, è ancora stupidamente psico-programmato dalla immorale e viziosa religione che mercifica le città, regalando ai proprietari privati enormi ricchezze create per mera scelta politica (senza merito) attraverso dannosi piani edilizi (rendita immobiliare pura), perseguendo pratiche liberiste che risalgono all’Ottocento e inizio Novecento. Pratiche vietate in Germania, Olanda e paesi scandinavi che hanno saputo contrastare il fenomeno della speculazione edilizia attraverso espropri, uso del diritto di superficie e tassazione progressiva delle rendite differenziali.

Ad esempio, molte città nord europee stanno programmando strategie per contrastare il cambiamento climatico aumentando la dotazione di verde pubblico e privato dentro i quartieri esistenti e costruendo infrastrutture per la mobilità intelligente: integrazione fra biciclette e mezzi di trasporto pubblico, e nuovi servizi concentrati presso le stazioni metropolitane per scoraggiare l’uso dell’auto privata. Queste Amministrazioni straniere si occupano soprattutto di miglioramenti tecnologici poiché buona parte delle città eredita un’adeguata morfologia urbana, mentre le città italiane hanno dovuto subire un’espansione fisica moderna spesso disordinata e disomogenea, perché il legislatore italiano (negli anni ‘60) si rifiutò di contrastare le speculazioni edilizie, anzi le favorì. Tutt’oggi il legislatore italiano trascura i fenomeni di abusivismo edilizio e i fenomeni di disomogeneità degli insediamenti urbani, consentendo indirettamente l’edificazione di nuove speculazioni edilizie. In tal senso, in Italia è difficile realizzare la sostenibilità urbana perché questa è figlia della corretta pianificazione urbanistica, oggi carente o assente in numerose Amministrazione comunali, e in talune Regioni i fenomeni degenerativi (disordine urbano e rendite parassitarie) sono una prassi dell’azione politica; di fatto il ceto politico locale risulta essere inadeguato e incapace di svolgere il proprio ruolo, e addirittura compie scelte in contrastato con i principi costituzionali e con la disciplina urbanistica nazionale.

Il risultato di tutto ciò è un aumento significativo delle disuguaglianze territoriali, e queste sono di natura economica, come la famigerata questione meridionale determinata da una concentrazione di capitali in pianura padana ma sottratti al Sud, ma si aggiunge anche la disuguaglianza fra talune città del Nord Europa ben pianificate sin dall’inizio Novecento con quelle italiane, condannate dai processi speculativi; poi vi sono le disuguaglianze dentro le città stesse, con quartieri meglio attrezzati e periferie “dormitorio”. Infine le disuguaglianze territoriali fra aree urbane estese (le nuove città italiane) e quelle rurali in continuo abbandono per effetto dello stesso “capitalismo della conoscenza” (maggiore competitività) che concentra investimenti nelle città a danno di quelli agricoli.

La complessità italiana è ampiamente trascurata dagli investimenti pubblici e dai programmi europei, perché il nostro territorio è diverso dagli altri: abbiamo sia il rischio sismico che quello idrogeologico e le aree urbane estese caratterizzate da fenomeni di disomogeneità degli insediamenti e carenti di servizi (problemi meno presenti in altri Paesi). Dobbiamo contrastare i rischi innescati dai fenomeni naturali e contemporaneamente dobbiamo ricostruire interi pezzi di città per correggere una morfologia urbana sbagliata ed eliminare le speculazioni edilizie (e rendite parassitarie), e ciò può avvenire compiendo un salto culturale.

Un perverso meccanismo burocratico di ispirazione liberista, che rifiuta lo strumento del fondo perduto di ispirazione solidale, consente alle Amministrazioni locali europee di concentrare gli investimenti negli spazi più ricchi e nelle zone economiche speciali per realizzare una concorrenza sleale nei confronti degli altri Paesi. Altre Amministrazioni invece si ispirano alla tradizione socialista ed ecologista, e continuano a migliorarsi mentre la maggioranza dei Comuni italiani, in buona parte incapaci e mal gestiti, continuano a restare inerti recando danno ai propri abitanti che sono indotti ad emigrare. Teologia liberista e cattiva amministrazione stimolano le disuguaglianze territoriali che aumentano anziché esser ridotte o eliminate, mentre in talune città di tradizione socialista si conservano alti standard di qualità di vita che migliorano con le innovazioni tecnologiche.

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Investimenti per la rigenerazione urbana bioeconomica

La natura giuridica della disciplina urbanistica ha le sue radici nella storia e nella Costituzione (art.2, 3 e 9): «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo»; «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale»; la Repubblica «tutela i paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

La legge urbanistica nazionale è persino anteriore alla carta costituzionale, ma è solo con la pubblicazione del DM 1444/68 che si chiarisce, ulteriormente, lo scopo giuridico dell’urbanistica, e cioè garantire i diritti dell’uomo, il decoro e la bellezza delle città, quindi realizzare per gli abitanti una superficie minima di territorio su cui costruire i servizi di cittadinanza: l’istruzione, il verde, i servizi alla persona. Lo standard mq/ab diventa la misura del diritto minimo da garantire per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, e il vincolo urbanistico lo strumento per favorire la tutela del paesaggio, tutelare il patrimonio storico con la conservazione, e difendere il suolo con piani specifici.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentirne un uso corretto e rispondente all’interesse generale. L’attività pianificatoria è discrezionale, libera nei mezzi ma vincolata nel fine, pena l’illegittimità dell’azione stessa e del suo risultato. La funzione propria dei piani è l’interesse pubblico primario, al cui perseguimento rappresenta il parametro preordinato per identificare il legittimo contenuto di tutti i piani.

Circa le politiche urbane con ritardo e discontinuità, solo negli ultimi anni il legislatore ha iniziato a credere sulla cosiddetta “rigenerazione urbana” approvando norme recanti incentivi e finanziamenti, ed in questa legislatura è in discussione un Disegno di Legge denominato “Misure per la rigenerazione urbana”.

Programmi e piani della moderna rigenerazione urbana nascono negli anni ’80 in Inghilterra, e riguardano interventi di rinnovo urbano dentro le zone consolidate (inner city), cioè i quartieri moderni degradati con ricostruzione degli isolati (demolizioni di edifici esistenti finalizzate a realizzare nuove morfologie urbane), distinguendosi dai piani di recupero che riguardano i centri storici, e dagli interventi di riqualificazione urbana che si sono caratterizzati con nuovi arredi urbani e nuove lottizzazioni su aree libere e sotto utilizzate, ma senza toccare gli edifici esistenti. Gli esempi e i modelli di rigenerazione urbana in ambito europeo (anni ’90 e inizio ’00) riprendono le tecniche impiegate durante l’Ottocento utilizzando il diradamento edilizio per realizzare nuove urbanità (riprogettare interi isolati e quartieri), mentre in taluni casi, sbagliando, si sono realizzati nuovi quartieri nelle zone periurbane e rururbane. Il centro di studi per le politiche urbane Urban@it e la Società Italiana degli Urbanisti (la SIU comprende i Dipartimenti universitari) documentano e pubblicano studi, proposte ed esperienze; ad esempio ci informano del fatto che in Inghilterra, Canada, Francia e Germania, in generale, è determinante il ruolo attivo dello Stato nel finanziare programmi e piani di rigenerazione urbana per rimuovere parti di città in declino, e affrontare le disuguaglianze sociali ed economiche, il disagio abitativo, la costruzione di servizi nei quartieri, intervenire nella mobilità e per aumentare la qualità della vita. In Italia per imitare i processi di rigenerazione che si stavano realizzando in Europa, durante gli anni ’90 furono introdotti i cosiddetti “programmi complessi” (strumenti tecnico-giuridici).

Urban@it, al fine di finanziare la rigenerazione urbana, suggerisce di adottare strumenti di finanza attiva e derivata; ad esempio come finanza attiva il Comune potrebbe introdurre una tassa di scopo, potrebbe introdurre un contributo aggiuntivo (oneri per la rigenerazione urbana…), mentre la seconda (finanza derivata) di competenza di Governo, Parlamento e Regioni riguarda la revisione delle imposte sugli immobili. Secondo lo scrivente è determinante prevedere fondi perequativi per i costi delle progettazioni e utilizzare il fondo perduto per coprire i costi dei trasferimenti di volume (demolizioni e ricostruzioni) previsti dai progetti bioeconomici poiché lo strumento della leva fiscale è del tutto insufficiente; si tratta di imparare a leggere e interpretare correttamente territori, città, piani e progetti seguendo l’approccio bioeconomico e adottando nuovi criteri di valutazione, e indirizzare gli interventi nel riprogettare correttamente pezzi di città.

Ad anticipare l’ambito di intervento della rigenerazione urbana fu la legge n.457/78 introducendo le «norme generali per il recupero edilizio e urbanistico esistente». L’articolo 27 della legge del 5 agosto 1978 introdusse l’individuazione della «zona di recupero del patrimonio edilizio esistente» con interventi rivolti alla conservazione, risarcimento, ricostruzione e alla migliore utilizzazione del patrimonio stesso. Il piano individua le unità minime d’intervento, cioè l’insieme di edifici e di aree libere su cui è possibile intervenire in modo unitario e contestuale. L’individuazione delle zone può comprendere immobili singoli, complessi edilizi, isolati, aree e edifici da destinare ad attrezzature. Il piano può essere d’iniziativa pubblica o privata. L’articolo 31 alla lettera e) individua l’intervento di ristrutturazione urbanistica per il tessuto urbanistico-edilizio esistente che verrà ripreso dal cosiddetto Testo Unico dell’edilizia (D.P.R. n.380/2001) all’articolo 3, I comma e lettera f) definisce «gli interventi di ristrutturazione urbanistica come quelli rivolti a sostituire l’esistente tessuto urbanistico-edilizio con altro diverso, mediante un insieme sistemico di interventi edilizi, anche con la modificazione del disegno dei lotti, degli isolati e della rete stradale».

L’articolo 27 della legge n. 166 del 1 agosto 2002 introduce i «programmi di riabilitazione urbana volti alla riabilitazione di immobili ed attrezzature locali e al miglioramento dell’accessibilità e della mobilità urbana e sono ricompresi interventi di demolizione e ricostruzione di edifici e delle relative attrezzature e spazi di servizio finalizzati alla riqualificazione di porzioni urbane degradate sotto il profilo fisico e socio-economico. L’iniziativa spetta al Comune, ma se aderisce un numero di proprietari, che rappresentano la maggioranza assoluta del valore degli immobili secondo il valore dell’imponibile catastale, si può costituire un consorzio, cui è affidata la realizzazione del programma».

Qui l’elenco dei “programmi complessi”:

  • programmi integrati di intervento (art. 16 L. n. 179/1992) finalizzati alla riqualificazione del tessuto urbanistico, edilizio ed ambientale;
  • i programmi di recupero urbano (P.R.U. art. 11 D.L. n. 398/1993 convertito in L. n. 493/1993) prevalentemente rivolti alla realizzazione di interventi di completamento e di integrazione degli insediamenti di edilizia residenziale pubblica, localizzati sia all’interno degli insediamenti stessi che nelle aree contigue, ed eventualmente anche in aree esterne per la realizzazione di alloggi-parcheggio da destinare a lavoratori ed a categorie sociali deboli;
  • i programmi di riqualificazione urbana (art. 2 della L. 179/1992) si propongono di avviare il recupero edilizio e funzionale di ambiti urbani identificati mediante proposte unitarie che riguardano opere di urbanizzazione primarie e secondarie, edilizia non residenziale che contribuiscono al miglioramento della qualità della vita ed edilizia residenziale; trattasi di piani attuativi riguardanti interventi che devono ricadere all’interno di zone in tutto o in parte già edificate;
  • i contratti di quartiere disciplinati dal D.M. 22 ottobre 1997 destinati all’attuazione di interventi sperimentali nel settore dell’edilizia residenziale sovvenzionata e annesse urbanizzazioni e si pongono obiettivi non solo di recupero edilizio e urbanistico, ma anche di recupero sociale.

La rigenerazione urbana si “ritrova” in tutti gli obiettivi progettuali sparsi negli strumenti legislativi sopra citati: tutela del patrimonio, piani di recupero e “programmi complessi”. In senso stretto un piano di rigenerazione urbana dovrebbe occuparsi di: aree industriali dismesse; fabbricati di tipo civile un tempo destinati a funzioni pubbliche; parti di città degradate per obsolescenza fisica e funzionale; quartieri di edilizia residenziale pubblica in stato di avanzato degrado urbanistico, edilizio e sociale; capannoni industriali chiusi per cessata attività; immobili non utilizzati nei centri storici; e l’invenduto a seguito della crisi.

La strada intrapresa dal Parlamento (investimenti per il periodo 2021-2034 a sostegno della rigenerazione urbana) appare corretta ma da migliorare poiché le strutture urbane italiane, a differenza di quelle europee, soffrono di fenomeni urbani degenerativi caratterizzati da abusivismo, rischio sismico e idrogeologico, e disomogeneità, cioè insediamenti urbani spontanei dettati da iniziative speculative, oltreché una carenza di coordinamento pubblico (perequazione, regime dei suoli e rendita) per catturare le rendite e indirizzarle verso la costruzione dei servizi mancanti (la città pubblica). Con l’eccezione dei grandi centri ove convivono numerosi conflitti, generalmente i nostri Enti locali non hanno dimostrato di saper fare bene i piani, e di conseguenza non tassano correttamente i processi di urbanizzazione (recupero dei plusvalori, imposta di scopo, contributo aggiuntivo…). In Italia vi sono competenze professionali inutilizzare che sono importanti per ripristinare la corretta pianificazione urbanistica e per far capire quanto sia necessario un cambio scala amministrativa al fine di perimetrare le strutture urbane estese, e considerare la rigenerazione urbana come piani attuativi secondo l’approccio bioeconomico per evitare lo spreco di risorse pubbliche e private con investimenti sbagliati e dannosi (i piani edilizi speculativi). La realtà territoriale e urbana italiana è complessa perché coesistono fenomeni eterogenei: speculazioni, disomogeneità degli agglomerati e degli insediamenti con carenza degli standard, degrado fisico degli ambienti costruiti, rischio sismico e idrogeologico, e marginalità economica e sociale.

L’Inghilterra, ed anche Olanda, Germania, e paesi scandinavi hanno avuto una continuità nel finanziare le politiche urbane ed hanno maturato prassi, strumenti e politiche molto efficaci per realizzare interventi di rigenerazione urbana poiché non hanno mai rinunciato al ruolo attivo dello Stato che regola lo ius edificandi, ed hanno sviluppato capacità per contenere i processi speculativi coniugando correttamente disegno urbano, azione perequativa diffusa e tassazione delle rendite differenziali (gestione dei piani). In Italia c’è stata una discontinuità delle politiche urbane ed abbiamo fatto l’opposto: la maggioranza delle istituzioni locali ha rinunciato alla corretta pianificazione urbanistica ed ha rinunciato al controllo dell’attività urbanistico-edilizia per sostenere la famigerata urbanistica contrattata, cioè farsi suggerire dalle imprese private operazioni speculative per concentrare capitali attraverso le rendite parassitarie, e trascurare la corretta disciplina urbanistica che fu inventata per risolvere problemi d’igiene urbana e costruire diritti per tutti. Negli attuali processi di urbanizzazione vi sono due vizi che sono estranei alla corretta pianificazione: l’uso ingiustificato di premi volumetrici (cattivo dimensionamento del piano) e l’invasione del mondo off-shore nei processi di trasformazione urbana che impedisce di sapere i reali beneficiari che sono titolari di diritti edificatori; questa assenza di trasparenza è molto pericolosa.

Il comma 42 dell’articolo 1 della legge di stabilità N.160/2019 programma una serie di investimenti per il periodo 2021-2034 a sostegno della rigenerazione urbana che intende “ridurre i fenomeni di marginalizzazione sociale, nonché al miglioramento delle qualità del decoro urbano e del tessuto sociale ed ambientale”. Secondo il legislatore bisogna individuare le aree che riversano in uno stato di degrado urbanistico ed edilizio, ambientale e socio-economico e intervenire con piani attuativi rigenerativi.

Il legislatore non ha una cultura bioeconomica e in Italia i processi di trasformazione urbana hanno una triste tradizione speculativa, dunque per eliminare il rischio che tali interventi producano nuove disuguaglianze territoriali, oppure che taluni Enti locali, mal gestiti, non sfruttino l’opportunità di migliorare la qualità della vita dei propri abitanti, è fondamentale costruire un paradigma operativo condiviso secondo l’approccio territorialista, e secondo la corretta tradizione della pianificazione urbanistica che nasce per costruire diritti a tutti gli abitanti e risolvere problemi ambientali e sociali. Chi studia i fenomeni urbani ricorda il nodo irrisolto del regime giuridico dei suoli, e chiede di perseguire obiettivi sociali ed ambientali per limitare interventi speculativi, ed eliminare il continuo consumo di suolo agricolo. Bisogna riflettere sulla convenienza economica e sociale di superare la teologia liberista poiché il famigerato libero mercato non ha risolto problemi ma li ha acuiti, e trascura gli scopi della disciplina urbanistica. In maniera altrettanto onesta è corretto ricordare i limiti culturali degli Enti locali, che spesso o non adottano piani urbanistici, oppure ne adottano taluni fatti mali lasciando insoluti vecchi problemi (recupero degli standard mancanti e tutela dei ceti economicamente più deboli). Su questa tema è necessario introdurre nuovi strumenti che garantiscano entrate fiscali a sostegno della rigenerazione urbana bioeconomica.

Ad esempio, nel caso specifico salernitano è determinante adottare una visione e una strategia intercomunale, favorendo la nascita di un ufficio di piano ad hoc con cultura territorialista e redigere uno strumento urbanistico intercomunale bioeconomico per governare il territorio dell’area urbana estesa che va da M.S. Severino fino a Battipaglia, e che coinvolge 11 comuni, compreso il capoluogo di Provincia: Salerno. La realtà urbana estesa salernitana è una struttura nella quale convivono circa 300 mila abitanti, che usano un territorio di area vasta molto disomogeneo e compresso in numerose zone. La saldatura urbana dei Comuni uniti fra loro non è governata con un unico strumento urbanistico che risponde ai loro bisogni ed a quelli della Pubblica Amministrazione. Le Amministrazioni dovrebbero costruire un’efficace quadro di conoscenza per stimolare la rigenerazione urbana attraverso un censimento, e utilizzando il sistema informatico territoriale (GIS), di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzate, oltreché censire gli edifici esistenti col “fascicolo del fabbricato”. Questo quadro di conoscenza è determinante per il disegno urbano rigenerativo, oltreché ovviamente, per stimolare investimenti pubblici e privati, e favorire un corretto mercato urbano. Dentro l’area urbana estesa vi sono i fenomeni urbani da correggere: disordine urbano, dispersione urbana da fermare; affollamento che produce degrado; aree in declino da censire e rigenerare; il fine ciclo vita degli edifici; tutela del patrimonio storico e ambientale; carenza di standard nei quartieri e pendolarismo quotidiano che condiziona la vita degli abitanti; aree industriali da ripensare e nuovi servizi da costruire (verde di quartiere, sanità, pubblica amministrazione, sociale, cultura e sport di base) utilizzando processi partecipativi popolari.

Questi sono solo alcuni temi pubblici da stimolare e coordinare in una regia pubblica attraverso nuovi strumenti di partecipazione coinvolgendo università, imprese, professionisti e cittadini, che legittimamente possono immaginare di costruire nuove urbanità per migliorare le proprie condizioni di vita. Salerno, riconoscendo i problemi e le opportunità dell’area estesa, può avviare un proprio percorso di rigenerazione territoriale e urbana leggendo le proprie peculiarità ambientali, storiche e le questioni urbane ereditate dal passato (carenza di standard), e potrebbe, finalmente, imitare i processi virtuosi europei sfruttando piani ben fatti e le nuove tecnologie che offrono soluzioni adeguate. Si tratta di compiere un salto culturale e approdare sul piano bioeconomico, rimuovere convenzioni e abitudini amministrative viziose, e costruirsi opportunità per le presenti e future generazioni che potranno vivere in luoghi urbani rigenerati.

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Imparare a investire

Il tema degli investimenti, a causa della recessione economica pandemica, sembra assumere un ruolo importante nel dibattito pubblico odierno ma appare altrettanto difficile ascoltare dal mainstream un discorso serio ed efficace. Nella vita quotidiana di ognuno di noi sembra ovvio che le scelte siano dettate da raziocinio per soddisfare bisogni reali, ma non è affatto evidente perché la maggioranza delle scelte che facciamo sono dettate dalle emozioni e condizionate dalla nostra cultura individuale (o dell’ignoranza), e questo processo cognitivo che implica incertezza è analogo in ambito istituzionale, oltreché condizionato da possibili condotte illecite di politici, dirigenti e funzionari. Nel campo della pianificazione e della progettazione tali errori sono quasi assenti, poiché le scelte sono dettate dall’analisi della realtà, ad esempio un efficace piano urbanistico si può realizzare solo attraverso analisi approfondite grazie ai dati scientifici, e lo stesso accade in edilizia su interventi di ripristino negli edifici esistenti per sostituire singoli elementi ammalorati e degradati. Questo approccio scientifico sembra mancare in talune istituzioni, soprattutto se osserviamo la realtà sociale ed economica del nostro Mezzogiorno e le immorali disuguaglianze fra Nord e Sud dell’Italia che iniziano circa 150 anni fà.

La sostanza del discorso è semplice e complessa allo stesso tempo; è semplice poiché un Paese normale e civile programma investimenti nei luoghi marginali per consentire a quegli abitanti di avere le stesse opportunità economiche e sociali degli altri territori, ed è complesso poiché un tale obiettivo si raggiunge nel tempo migliorando la capacità decisionale delle istituzioni e rimuovendo tutti gli ostacoli di ordine economico.

Una strategia molto nota e ampiamente utilizzata in Occidente riguarda i processi di rigenerazione urbana, cioè le città che sviluppano capacità di intervento nelle zone in declino con programmi e piani di trasformazione urbanistica per migliorare la morfologia urbana e creare nuove opportunità per gli abitanti. Nel corso dei decenni queste esperienze si sono affinate fino a produrre risultati sempre più soddisfacenti per tutti. In questa fase storica i processi di progettazione e costruzione hanno raggiunto standard e livelli molto elevati, soprattutto in termini di tecnologie impiegate, tant’è che nel mondo si realizzano quartieri avveniristici mentre nel nostro Mezzogiorno, per assenza di investimenti, i territori restano legati a problemi vecchi lasciati insoluti e le aree urbane sono ancora coinvolte dai famigerati processi speculativi che distruggono l’economia locale.

Appare evidente che il ceto politico e istituzionale deve lasciare il paradigma culturale sbagliato: il capitalismo liberista, e deve imparare a studiare e conoscere l’approccio bioeconomico poiché aggiusta gli errori creati da una teologia sbagliata, che ha annichilito la specie umana.

Gli investimenti corretti sono quelli inseriti in un programma vasto che ripensa le agglomerazioni industriali presenti nei Sistemi Locali del Sud, di fatto stimolando l’apertura di nuove attività produttive leggere che aggregano nuove risorse umane; e ripensa le aree urbane estese meridionali attraverso piani di rigenerazione urbana bioeconomica, ma tali strutture andrebbero collegate in una rete per favorire scambi e relazioni umane con mezzi pubblici ed ecologici. Questi processi vanno coordinati da una regia pubblica ma con un coinvolgimento partecipativo attivo e creativo di tutti: università, imprese e cittadini. I processi partecipativi sono fondamentali per costruire identità e auto coscienza dei luoghi al fine di tutelare e valorizzare al meglio le risorse territoriali e predisporre piani efficaci e durevoli, ove gli abitanti possono conoscere e adottare stili di vita più consapevoli e compatibili con la natura e il patrimonio esistente. L’approccio bioeconomico e il ripristino della corretta pianificazione vale per tutte le attività e funzioni che si svolgono sul territorio e nelle aree urbane estese.

Coerentemente con i gravi problemi delle disuguaglianze territoriali, tutti gli investimenti previsti andrebbero ampliati e dovrebbero concentrarsi per risolvere le difficoltà delle persone che vivono nei luoghi marginali, sia con il sistema del fondo perduto e sia sviluppando capacità di partenariato fra pubblico e privato attraverso gli strumenti di rigenerazione urbana, progettando gli standard mancanti nelle aree urbane e riprogettando isolati e quartieri. Continuando a utilizzare il paradigma sbagliato: capitalismo e debito, i territori marginali resteranno tali o cresceranno le difficoltà economiche e sociali poiché, in numerosi Sistemi Locali meridionali, non esistono le risorse private per fronteggiare gli interventi rigenerativi necessari a rimuovere le disuguaglianze, mentre le famigerate città globali (New Tork, Tokyo, Londra, Parigi, Barcellona, Milano..) accentrano capitali anche attraverso l’immorale mondo off-shore. Il criterio del fondo perduto, molto utilizzato ai tempi delle politiche keynesiane, deve essere ripreso e agganciato ai piani bioeconomici poiché sono virtuosi e non speculativi. La pubblica amministrazione dovrà compiere un salto culturale riconoscendo il valore dell’approccio territorialista e bioeconomico, e stimolare progetti e studi di fattibilità tecnica ed economica. La progettazione è lo strumento culturale determinante per attrarre investimenti pubblici e privati, mentre assenza di progettazione e cattiva politica sono gli ostacoli principali per qualunque territorio. Il ripristino di capacità creative collettive che interpretano la realtà per aggiustare gli errori del capitalismo è determinante per favorire lo sviluppo civico di una comunità e interi territori, ad esempio favorendo l’autorealizzazione delle persone.

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Immaginare una Salerno migliore

All’interno del laboratorio politico “Salerno Partecipa” si sperimentano processi creativi e costruttivi dell’azione politica, ed il tema dell’ultimo incontro svolto (24 giu 2020) è stato quello di raccontare un’idea, un’immagine della Salerno che desideriamo, ogni partecipante ha espresso il proprio immaginario collettivo.

L’immagine collettiva, più o meno la somma dei desideri espressi, ci dice che i partecipanti nell’esprimere la percezione soggettiva della città, riscontrano carenze e difficoltà, e sognano una politica diversa per trasformare la città in un luogo più conviviale attraverso la risoluzione dei problemi esistenti, ad esempio: migliorare la mobilità, svolgere la manutenzione degli spazi e del patrimonio pubblico ed affrontare le disuguaglianze territoriali fra i vari quartieri ove mancano ancora i servizi. Questa convivialità passa attraverso una corretta progettazione dello spazio pubblico al fine di avere più luoghi pensati per gli abitanti e non più per le automobili, ad esempio. L’immagine collettiva di questa città migliore, si ritiene possa essere realizzata anche attraverso il recupero del senso di comunità degli abitanti, ad esempio con azioni civiche e di gestione di spazi pubblici oggi trascurati dalla normale manutenzione. Un altro problema molto importante è l’emigrazione della fascia di età più creativa e produttiva, cioè i laureati che abbandonano il comune capoluogo; alcuni si sono trasferiti nei comuni limitrofi ove gli immobili hanno un prezzo ridotto, mentre altri hanno lasciato la Regione per cercare un impiego più soddisfacente. Infine si osserva che la città non è più dentro i confini amministrativi ormai obsoleti ma si è trasformata in un’area urbana estesa, ed è questa l’area vasta, lo spazio urbano che gli abitanti vivono quotidianamente, e che andrebbe pianificata correttamente con l’approccio bioeconomico. Se ci fossero più attività e funzioni creative e produttive, Salerno potrebbe diventare una città più aperta e inclusiva attraendo persone dall’estero, e questo incontro di culture diverse aiuterebbe lo sviluppo umano della nostra comunità, oggi poco dinamica e chiusa in sé stessa.

I temi posti all’attenzione sono complessi ma estremamente interessanti poiché l’esercizio di “Salerno Partecipa” stimola i partecipanti ad attivare una funzione intellettiva molto importante: la creatività e la progettazione, cioè questo laboratorio politico sperimenta modelli creativi di partecipazione attiva e proietta nel nostro cervello l’immagine di una città diversa, pensata anche dagli abitanti per gli abitanti. Questo processo è determinante per costruire una visione futura condivisa.

Le persone si incontrano, ognuna con il proprio bagaglio culturale, con le proprie idee, intorno a un tema, ed ognuno ha l’opportunità di intervenire per esprimere la propria visione. Conclusa la fase di condivisione è possibile aggregare le idee e costruire una visione comune. Le capacità analitiche e propositive, e la qualità delle stesse idee dipendono esclusivamente dalle competenze personali, ed ove manchi una conoscenza specifica un partecipante all’interno del gruppo, un esperto, può intervenire per correggere gli errori creando un percorso virtuoso di auto correzione. Nel tempo, idee e partecipanti possono trasformare l’utopia e l’immaginario in visione politica creativa e costruttiva tesa a diventare opportunità di sviluppo umano, sociale, economico ed ambientale. La Politica con la “P” maiuscola.

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