Inciviltà, nichilismo urbano e ribellione creativa

Buona parte della letteratura urbana condivide una considerazione sui nostri tempi: la decadenza culturale innesca una crisi civile della società che contribuisce a svuotare di senso le città, e l’espressione concreta di questa inciviltà sono le speculazioni immobiliari, la crescita incontrollata senza motivo alcuno che consuma suolo agricolo e l’assenza di architettura.

Urbanisti e architetti hanno strumenti culturali per leggere lo spazio e interpretarlo ma questa conoscenza civile (e tecnica) è inutilizzata da buona parte dei cittadini e dei decisori politici, i quali compiono scelte politiche per compiacere i ceti economicamente più forti e per mero tornaconto elettorale. Il risultato di queste scelte, da più di sessant’anni è la mercificazione del bene comune che ha costruito il nichilismo urbano.

Dal punto di vista della tecnica i progettisti sono consapevoli del fatto che la forma urbana influenza la psicologia delle persone, ma nell’attuale contemporaneità svuotata di senso questa sensibilità è completamente assente in buona parte dei processi di trasformazione urbana, e non è un caso se in Italia la crescita fisica delle città ci ha restituito quartieri mal costruiti, oggi espressione del degrado fisico e sociale nelle ex-periferie degli anni ‘60. Negli anni ’70, la crisi urbana era già aperta e molti tecnici proposero di ridisegnare lo spazio pubblico al fine di restituire luoghi di senso alla cittadinanza. L’esperienza di quella fase storica, come altre che riguardano la riqualificazione urbana, il recupero e il rinnovo urbano, possono insegnare approcci e modelli di sviluppo umano, rimuovendo gli errori del passato per giungere a processi di rigenerazione urbana che implicano il corretto uso delle risorse e l’inclusione sociale per rimuovere anche la marginalità economica. Qualunque cittadino intuisce l’importanza dello spazio collettivo ma l’esperienza passata ci racconta di progetti contestati e avversati poiché l’ideologia dominante che permea le idee delle persone è il capitalismo, sinonimo di avidità e materialismo. Un caso emblematico ma volutamente non ricordato dalla comunità salernitana, probabilmente per l’imbarazzo dei contestatori (esercenti e giornalisti), è la pedonalizzazione del Corso Vittorio Emanuele con un disegno di arredo urbano.  Per chi non è di Salerno, il Corso è una strada di circa 830 metri che va dalla Stazione ferroviaria a piazza Portanova (l’imbocco del centro storico), e fino a quando non è stata ripensata questa era una strada carrabile. Tutti gli esercenti e buona parte dei media più influenti (stampa e televisioni locali) aggredirono l’idea di costruire un salotto in pieno centro, perché era loro convinzione il fatto che il progetto avrebbe recato danno all’economia locale stimolando la chiusura delle attività commerciali. I lavori ultimati nel 1989 rispettando il cronoprogramma consegnarono alla cittadinanza un luogo di senso che favorisce convivialità, socialità e incontro. La realizzazione dell’intervento ha creato valore economico e sociale dando uno schiaffo morale all’ignoranza di esercenti e taluni media locali. Il Corso di oggi non è più quello progettato negli anni ‘80 poiché l’Amministrazione, senza un valido motivo, pochi anni dopo la consegna dei lavori, scelse di rimuovere le strutture presenti quali i padiglioni e le panchine-fiorire, e i pali dell’illuminazione pubblica sostituiti con altri. Oggi, l’Amministrazione si appresta a sostituire anche la pavimentazione in porfido con un altro materiale. Questa esperienza significativa per Salerno (analoga a molte altre città italiane) insegna tante cose: i conflitti politici, sociali e le polemiche speciose e infantili di chi ha carenze cognitive, e quindi è incapace di scegliere e valutare.

Corso Vittorio Emanuele Salerno
Salerno, Corso Vittorio Emanuele, l’arredo urbano secondo il progetto degli anni ’80.

Per aiutare una crescita civile di una comunità è importante non rimuovere la storia locale perché gli individui maturano dagli errori. A parte l’imbarazzo di chi con forza, e a volte con veemenza, disse che quel progetto avrebbe recato danni, oggi qualunque salernitano sa bene quale sia l’importanza del “salotto” cittadino. Partiamo da questa consapevolezza, proviamo ad osservare il resto della città attraverso il filtro dell’analisi urbana ricordandoci delle scelte scellerate che hanno condotto alla dissoluzione della “forma urbis” e allo svuotamento dell’identità urbana. Nei momenti di crisi bisogna osare sperimentazioni volte a contrastare la decadenza culturale, poiché esempi e modelli possono stimolare una rinascita civile. Salerno è una città compatta nella sua parte storica ma si disperde nei processi speculativi che hanno distrutto le colline e le zona orientale (Torrione, Pastena, Mercatello) compromessa dal disordine urbano. La crescita distruttiva non ha progettato luoghi e spazi per l’uomo e proviamo a rendercene conto stimolando confronti e riflessioni. Ad esempio, i centri storici sono luoghi complessi rispetto agli standard ed ai parametri delle norme tecniche urbanistiche (altezze e distanze fra gli edifici) ma rappresentano l’identità culturale delle comunità e sono percepiti come luoghi di senso e carichi di bellezza. Riprendiamo il caso del Corso Vittorio Emanuele; essa è un semplice strada moderna ma il progetto di arredo urbano l’ha caricata di valore trasformandolo da spazio urbano in luogo di senso, oggi è un luogo identitario della città insieme al centro antico. I processi urbani influenzano i meccanismi percettivi delle persone influenzate dai sensi, e quindi l’idea soggettiva di città dipende da come l’uomo si muove nella città. Dall’episodio del Corso in poi, a Salerno sono aumentati i luoghi che sottraggono spazio alle automobili per favorire quelli pedonali, ma i pochi interventi realizzati non bastano per eliminare l’affollamento e l’inquinamento che hanno origine nella cattiva costruzione della città, e purtroppo continua a crescere in maniera disorganica e speculativa.

La percezione della luce, dei suoni, degli odori, la velocità di movimento influenzano la percezione della città. Ad esempio, il senso di appartenenza a un luogo è determinato dal giudizio personale, ognuno in base alla propria cultura, rispetto agli spostamenti nei tragitti casa-studio e casa-lavoro. Sapendo che i caratteri formali dello spazio influenzano la vita delle persone, adesso possiamo ragionare sulla qualità dello spazio pubblico e intuire il fatto che i percorsi casa-studio e casa lavoro ben progettati possono favorire convivialità, socialità e persino sviluppo umano, mentre in assenza di ciò si sviluppa l’opposto: alienazione, inquietudine urbana, isolamento, condizioni di stress, frustrazioni e conflitti.

La stragrande maggioranza delle persone che usano il territorio salernitano si muove con mezzi privati e la frustrazione è legata a due evidenze: le persone non hanno a disposizione un mezzo di trasporto pubblico efficace e la città non è stata costruita per ospitare le automobili. Chi ha la fortuna di muoversi a piedi è altrettanto frustrato poiché la città non è costruita per i pedoni e neanche per i ciclisti, e quindi subisce l’inquinamento dell’affollamento automobilistico. La realtà crea inquietudine urbana per l’assenza di qualità urbanistiche e architettoniche. Da queste evidenze abbastanza facili da riconoscere, i cittadini possono mobilitarsi per chiedere un disegno dello spazio pubblico e favorire la mobilità dolce e sostenibile, partendo proprio dai tragitti casa-studio e casa lavoro. Un modello di ricostruzione della città, già avviato da molti anni nel mondo anglosassone e statunitense è quello chiamato TOD (Transict Oriented Development), ed è usato anche in Europa. Molte aree urbane europee hanno realizzato sistemi di trasporto pubblico efficienti e le persone sono invogliate a spostarsi con la bicicletta; e lungo questi percorsi è stato ben curato il disegno urbano con servizi e luoghi di convivialità. I tentativi italiani, a volte maldestri, di questa strategia sono le trasformazioni delle stazioni centrali inserendo le attività commerciali, e nulla di più per ridistribuire i carichi urbanistici, anzi l’esistente è trascurato. La realizzazione migliore si trova a Napoli col rifacimento delle stazioni metropolitani in opere d’arte.

La struttura urbana salernitana si è sviluppata principalmente in due conurbazioni: una valliva nell’Irno con diramazioni collinari e l’altra conurbazione pianeggiante lineare verso Sud (Battipaglia-Eboli), con altrettante diramazioni lungo le strade secondarie. L’approccio del TOD è molto semplice, per ridurre drasticamente l’uso dei mezzi privati si concentrano i carichi urbanistici (con mixité funzionale e sociale) lungo le stazioni ferroviarie, della metropolitana, dei tram, e dei filobus. Salerno aveva una rete estesa di tram (elettrici) ma è stata completamente smantellata; quella rete poteva essere l’infrastruttura per realizzare la strategia TOD. L’area funzionale salernitana è tutt’oggi molto vasta e disorganizzata che incentiva il mezzo privato, ma all’interno di questa area è determinante progettare un efficiente sistema di trasporto pubblico. I recenti piani urbanistici dell’Amministrazione salernitana hanno pianificato strategie opposte all’approccio TOD, e cioè sono state previste lottizzazioni private nelle aree periurbane e rururbane favorendo l’aumento del consumo di suolo agricolo, stimolando nuova inquietudine urbana e costringendo le persone a muoversi con mezzi privati, così come l’aumento dei carichi urbanistici attraverso nuove lottizzazioni in taluni vuoti urbani ma senza progettate gli standard mancanti nei quartieri preesistenti arrivati fine ciclo vita. Tutt’oggi non esiste un’idea che sappia copiare le migliori esperienze delle aree urbane occidentali al fine di abbandonare progressivamente la mobilità privata a favore di quella pubblica e non inquinante.

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Il Sud che deve ribellarsi

Aiutati che Dio ti aiuta, dice il proverbio popolare, e questo dovrebbe essere il principio guida dei meridionali, considerando il fatto che una guerra economica contro i nostri territori si è consumata fra la nostra inconsapevolezza popolare e il silenzio assordante del ceto dirigente, con la complicità dei vecchi partiti, oggi inesistenti. Un aiuto indiretto agli obiettivi dei razzisti è stato il silenzio dei partiti “di sinistra” che nelle terre emiliane puntano alla famigerata autonomia differenziata (la conferma della secessione economica a danno dei meridionali). Bisogna riconoscere che, noi meridionali facciamo fatica a risollevarci allevati da una “storia” scritta dai vincitori con un sistema mediatico nazionale che esalta ed enfatizza territori ma trascura altri, poi l’auto commiserazione e la rassegnazione sostenuta da mille difficoltà reali, e condita dalle disuguaglianze di riconoscimento, allora appare molto difficile far emergere la verità dei dati che lo Stato fornisce circa il razzismo economico messo in opera da molti decenni. Una politica razzista, che più o meno, parte dall’attuazione della riforma costituzionale sulle autonomie regionali, e attraverso il famigerato criterio della spesa storica che attribuisce più risorse alle comunità già ricche a danno di quelle con carenza di servizi. La Rai, attraverso due inchieste (di Presa Diretta e Report), ha raccontato le disuguaglianze programmate dai Governi, e in questo periodo il Quotidiano del Sud pubblica dossier, quasi tutti i giorni, sui dati della pianificazione economica che distrugge il Meridione per favorire la pianura padana. Non è affatto un’esagerazione dei toni affermare che si tratta di una guerra economica razzista poiché i Governi, da ormai circa trent’anni, negano risorse finanziarie ai territori economicamente più deboli e privi di servizi per conferirli a chi ne ha di più, i famosi alti standard di alcune aree padane sono un’usurpazione dei diritti che viola palesemente la Costituzione e così la fiscalità generale è usata come un’arma economica contro i Comuni meridionali, e non solo.

Le disuguaglianze programmate trovano sostegno dalle forze politiche, prima fra tutte la famigerata Lega, un partito della destra liberale che nasce con connotazioni razziste antimeridionali, con un linguaggio violento per sostenere maggiormente gli interessi esclusivi delle imprese localizzate in pianura padana. La lega è riuscita a realizzare i propri scopi senza che altri soggetti politici facessero opposizione circa il famigerato “calcolo diseguale” descritto recentemente dalla Rai. Bisogna riconoscere che molti altri partiti hanno affermato l’immorale calcolo diseguale: il centro destra berlusconiano che ha condotto i razzisti al potere e il centro sinistra liberale, allora ulivista/prodiano. In principio furono le maggioranze dei pentapartiti a guida Democrazia Cristiana e Partito Socialista, che concentrarono buona parte del comparto industriale in pianura padana, lasciando al Sud poche attività inquinanti. Osservando la storia possiamo arrivare fino alla guerra di annessione, chiamata Unità d’Italia, ma i problemi di oggi vanno affrontati nel contesto attuale (l’ideologia capitalista e la crescita), e questo dice che non esiste un soggetto politico meridionalista con l’intenzione di eliminare le immorali disuguaglianze territoriali, innanzitutto perché la maggioranza dei meridionali non lo sa che queste [disuguaglianze] sono create dallo Stato, e poi perché i meridionali sono divisi da soggetti politici che non li rappresentano: dalla peggiore destra attuale (Lega, FI, Fratelli d’Italia) fino al PD, e al M5S che li ha ingannati, recentemente. Infine, non bisogna sottovalutare la confusione culturale degli italiani (ignoranza funzionale e di ritorno), che dopo la fine dei partiti di massa la maggioranza dell’elettorato vota, ahimé, per simpatia e/o per antipatia. Una maggioranza degli elettori svuotata da qualunque identità culturale-politica danneggia il Paese. Solo una persona civile si rende conto del danno che un individuo svuotato d’identità politica produce a tutti gli italiani, e quindi a tutti noi.

Per dirla alla Marx, noi meridionali non abbiamo coscienza di classe, cioè non abbiamo coscienza dell’origine circa la nostra marginalità sociale ed economica; sembriamo incapaci di reagire e le conseguenze sono drammatiche: l’emigrazione indotta (e non voluta) dei giovani nei sistemi locali del lavoro che distruggono le nostre comunità: cioè il Nord e l’estero. L’emigrazione è un corto circuito viziato dalla disuguaglianza di riconoscimento innescata dal sistema politico locale e dall’attuale classe dirigente meridionale che non programma un’inversione di tendenza poiché resta sul piano ideologico sbagliato.

La Regione Meridionale ha tutto il diritto di pianificare i propri sistemi locali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, ed ha tutto il diritto e soprattutto il dovere di costruire i servizi mancanti. Solamente nel fare ciò: eliminare le disuguaglianze si creano decine di migliaia di nuovi impieghi, e la riduzione delle disuguaglianze si potrà realizzare con l’impiego delle nuove tecnologie, di fatto realizzando attività che non recano depauperamento alle risorse naturali. Per uscire dalla nostra marginalità dobbiamo stimolare processi creativi nei nostri pensatoi naturali, università e imprese, associazioni e gruppi di cittadini organizzati, al fine di progettare la rigenerazione territoriale e urbana. Tutti i sistemi locali che funzionano e sono attrattivi di risorse umane (comprese le nostre) hanno luoghi e spazi di innovazione e ricerca ben collegati col territorio e con le istituzioni, ed ai vertici di queste istituzioni siedono persone coraggiose che regalano opportunità di sviluppo a chiunque dimostri interesse, creatività e capacità di sperimentare; in buona sostanza nei sistemi attrattivi non c’è disuguaglianza di riconoscimento ma il coraggio di fare investimenti nelle persone. Il capitale umano è l’arma più efficace per costruire nuovi impieghi e nuove attività e funzioni. Da troppi decenni, le nostre istituzioni, direttamente o indirettamente attraverso le disuguaglianze, spostano il capitale umano meridionale in pianura padana e/o all’estero.

Quotidiano del Sud Salerno 14 gen 20 07

Breve storia del consumo di suolo a Salerno

Processi speculativi, forme urbane e città estesa

Per comprendere una “storia” del consumo di suolo [agricolo], è necessario conoscere lo sviluppo storico e le regole giuridiche dell’urbanistica con gli interessi politici ed economici dei ceti sociali più forti, inoltre bisogna riconoscere quali obiettivi legittimi e meno legittimi si celano dietro la crescita fisica delle città. Senza comprendere il capitalismo urbano non si riesce a capire perché cresce l’espansione urbana in Occidente, perché oggi crescono meno (sotto il profilo demografico) i grandi centri mentre i Comuni limitrofi a essi crescono (fisicamente e demograficamente) e si uniscono saldandosi per costituire nuove “città estese”, “reti di città”, “città di città”, e persino “città regione”. In tutto il mondo assistiamo al superamento della popolazione urbana rispetto a quella rurale, e in Asia si saldano fra loro megalopoli di milioni di abitanti. Queste città sono sistemi complessi che chiedono ingenti flussi di energia e materia, creando enormi impatti ambientali, economici e sociali.

La pianificazione urbanistica è l’attività finalizzata all’individuazione delle regole da seguire per l’utilizzazione del territorio allo scopo di consentire un uso corretto e rispondente all’interesse generale. Attraverso i piani regolatori generali, i Consigli comunali regolano lo jus aedificandi (diritto a edificare) cioè incidono sul diritto e sul valore della proprietà pubblica e privata dei suoli e degli immobili; individuano gli standard; determinano la qualità di vita degli abitanti; determinano l’impatto ambientale delle attività antropiche; determinano i servizi sociali e culturali; la sicurezza; l’uso dell’energia e la mobilità. Lo jus aedificandi è slegato dalla proprietà, ed appartiene allo Stato che ne regola l’uso attraverso una concessione: il permesso di costruire. Comprese le regole e i diritti, siamo in grado di individuare le responsabilità politiche circa il governo del territorio: i Consigli regionali che scrivono leggi urbanistiche e soprattutto i Consigli comunali che adottano i piani regolatori generali ma approvati dai Presidenti di Regione.

Dal punto di vista della politica, il consumo di suolo agricolo assurge a tema di discussione pubblica solo negli anni recenti, quando la consapevolezza dello spreco di risorse finite raggiunge un’importanza e una sensibilità popolare; nonostante le contraddizioni del capitalismo fossero note sin dalla sua nascita (Karl Marx), e nonostante la notissima pubblicazione de “Limiti alla crescita” del 1972 (tradotto in italiano in “I limiti dello sviluppo“). Nel 1971 Georgescu-Roegen pubblica la legge dell’entropia nei processi economici, ed evidenzia con calcoli matematici tutti gli errori della funzione di produzione capitalista perché non tiene conto dell’entropia. Georgescu-Roegen crea la bioeconomia, cioè una nuova funzione della produzione basata sui flussi con la possibilità di misurare gli sprechi e i danni ambientali delle attività produttive per eliminarli. Questo approccio consente di osservare le città come sistemi metabolici con flussi di energia e di materia in ingresso e in uscita, ed è questo l’approccio culturale per eliminare anche il consumo di suolo agricolo.

Nonostante l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società, la classe dirigente dominante aderisce all’ideologia capitalista che vede le città attraverso il filtro esclusivo dell’economia, così tutto diventa merce da comprare e vendere. Le città sono considerate strumenti di accumulazione del profitto privato, e nel farlo si realizzano impatti ambientali a partire dalla prima rivoluzione industriale del ‘700 che impiega le “nuove” tecnologie sfruttando le fonti fossili. Nell‘800 con l’acuirsi dei problemi sanitari e col crescere dell’urbanesimo, nasce la scienza dell’urbanistica (Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, 1867) come tecnica per risolvere problemi concreti. I primi suggerimenti nascono dalle utopie socialiste come la città giardino (1898) di Howard, oppure l’approccio pragmatico di Cerdà (piano di Barcellona, 1859) che immagina un’uguaglianza spaziale. La disciplina urbanistica è giovane, e la sua tecnica offre numerosi spunti di riflessione per risolvere i problemi d’igiene urbana innescati dall’industrialismo, basti pensare alla creazione delle reti infrastrutturali dei servizi (reti fognarie, idriche, elettriche, strade). La pianificazione ha evidenti implicazioni economiche e sociali poiché regola l’uso del suolo della proprietà privata e pubblica. Nei processi politici di trasformazione urbana si evidenziano i conflitti determinati dalla rendita, e la soluzione migliore è che sia lo Stato a incassare la rendita fondiaria; si riconosce il fatto che il disegno urbano determina l’economia delle città e degli abitanti. Le implicazioni economiche sono attenzionate dalle classi dirigenti che, spesso, decidono di usare la tecnica urbanistica per esaudire gli interessi della borghesia dominante, piuttosto che favorire l’interesse generale utile allo sviluppo umano creando servizi per tutti i cittadini, eliminando le disuguaglianze e tutelando l’ambiente. Nella gestione della città emergono due approcci opposti: il primo liberale che favorisce il cosiddetto libero mercato e l’altro socialista basato sul ruolo attivo dello Stato e sulla pianificazione.

Il caso paradigmatico di trasformazione urbana che crea enormi vantaggi economici agli investitori, e anche grandi debiti, è quello della Parigi (1852-1870) di Haussmann, e questo approccio di trasformazione farà scuola in tutto l’Occidente, sia sotto il profilo tecnico (diradamenti, allineamenti, rettifili) e sia sotto il profilo finanziario attraverso società ad hoc e investimenti bancari, ma soprattutto attraverso lo sfruttamento della rendita fondiaria e immobiliare. Gli effetti economici della pianificazione urbanistica appaiono chiari ed evidenti, e così dal 1865 il modello Haussmann suggerisce a Monsignor de Mérode di guidare un suo progetto di rinnovamento per Roma, si tratta di un’attività speculativa da lui perseguita acquistando terreni e costruendo edifici e palazzi in vista della conquista di Roma da parte del Regno d’Italia, del nuovo ruolo della capitale d’Italia, che Roma avrebbe assunto e del prevedibile arrivo massiccio di popolazione. Ecco spiegati in pochi passaggi gli interessi privati che hanno come effetto anche il consumo di suolo.

In Europa, nel Novecento, si diffonde l’approccio liberale [keynesiano] ma avrà implicazioni più o meno socialiste, cioè nella maggior parte delle città europee si conserva il ruolo pubblico dello Stato come regolatore degli interessi generali, da un lato le classi dirigenti locali riservano per sé stesse i suoli più appetibili, e dall’altro lato lo Stato promette di costruire abitazioni popolari [Piano Fanfani, 1949 e piano INA-Casa] per tutelare i ceti economicamente più deboli; questo approccio resterà il principale punto di riferimento fino agli anni ’80 del Novecento.

La letteratura classifica tre generazioni di piani in base ai periodi storici: piani di ricostruzione post bellica (anni ’40-‘50), piani dell’espansione (e riformisti) degli anni ’60 e ‘70, e i piani della trasformazione urbana (anni ‘80). Fra i temi di discussione ci sono tutti i problemi principali delle città: il corretto dimensionamento, il recupero, i servizi e l’ambiente. Nel 1933, Il Congresso Internazionale dell’Architettura Moderna produsse la cosiddetta Carta di Atene che individua anche gli standard minimi per un corretto vivere nelle abitazioni e in città. La cultura architettonica e urbanistica internazionale riconosce i problemi delle città e suggerisce soluzioni pratiche per risolverli, ad esempio corretti rapporti fra spazio pubblico e privato, servizi, distanze fra gli edifici, etc. Il Movimento Moderno ha il merito di individuare i problemi e creare soluzioni per le città ma sancisce anche la separazione fra uomo e natura, poiché le sue applicazioni concrete realizzano una “città macchina”, spesso spazi e non più luoghi di senso.

In queste concezioni il consumo di suolo agricolo avrà diverse implicazioni, poiché il corretto dimensionamento dei piani urbanistici è prerogativa determinante per ridurre gli impatti ambientali delle attività antropiche. Gli eccessi dimensionali in direzioni opposte creano inquietudine urbana, ad esempio città troppo dilatate consumo suolo mentre città troppo compatte congestionano e affollano gli spazi urbani.

Alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 del Novecento, l’Occidente intero sceglie l’approccio neoliberista che riduce il ruolo pubblico dello Stato deregolamentando anche la pianificazione urbanistica per favorire la concentrazione capitalista nelle mani degli investitori privati, che orientano le scelte politiche locali secondo scopi precisi. Di fatto, la pianificazione e il disegno urbano perdono di significato.

La crisi ambientale favorita dal capitalismo neoliberista raggiunge livelli insostenibili circa trent’anni fa, mentre continuano scelte contraddittorie fra trasformazioni urbanistiche che aumentano gli spazi di relazione, e trasformazioni urbanistiche condizionate da processi speculativi che distruggono valori e risorse. Le istituzioni politiche assistono in maniera passiva all’esplosione delle città trasformatesi in reti e sistemi di flussi, e costringono gli abitanti e le generazioni presenti e future economicamente più deboli a vivere in spazi urbani degradati e abbandonati. In Italia, i danni per l’assenza della corretta disciplina urbanistica sono realizzati in quasi tutte le città, e ciò accade soprattutto nei centri minori dove c’è carenza di cultura nel ceto politico dominante.

Salerno la forma urbana
Elaborazione personale su Carta Tecnica Regionale.

Nel caso salernitano, la storia urbana insegna che la città attuale, escludendo il centro storico, è costruita fra gli anni ’20 e ’80 col susseguirsi di piani e disegni approvati ma non rispettati, modificati, edulcorati, poiché l’Amministrazione, di volta in volta, asseconda gli interessi particolari della borghesia locale che ha saputo imporre la propria volontà orientando gli scenari progettuali, tutto ciò per indirizzare la rendita fondiaria e immobiliare verso il profitto privato. Nei primi decenni del Novecento sino agli anni ’80, la crescita fisica della città, e quindi il consumo di suolo agricolo è ampiamente giustificato dalla crescita demografica. La popolazione residente salernitana nel 1871 era di appena 27.000 abitanti, nel 1932 arriva a 70.000 abitanti. A questa crescita bisognava rispondere con la costruzione della città e si pose il problema del finanziamento degli interventi.

Salerno, cartografia IGM
Cartografia IGM.

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione avrebbe potuto usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di ampliamento, 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di ampliamento, 1934). La proposta di Moscati fu ignorata.

Dall’Unità d’Italia al ventennio fascista, e fra le due guerre, l’Amministrazione approva piani regolatori di ampliamento: nel 1915 (Regno d’Italia, Cav. Avv. Francesco Quagliariello) gli ingg. Donzelli-Cavaccini consegnano il piano regolatore del nuovo rione orientale che non sarà rispettato, poi nel 1934 (Comm. Avv. Mario Jannelli, Podestà) l’ing. Camillo Guerra si vede approvato il piano regolatore di ampliamento della città e spostamento della ferrovia, anche questo non sarà realizzato; nel 1936 (Avv. Manlio Serio, Podestà) gli archh. Alberto e Giorgio Calza-Bini si vedono adottato il piano regolatore e di risanamento, e nel 1945 l’arch. Alfredo Scalpelli, vedrà adottato il piano di ricostruzione. Dal secondo dopo guerra si realizzano i piani che consumo maggiormente suolo agricolo.

Salerno confronto piano Donzelli-Cavaccini
Confronto, la Salerno di oggi e quella disegnata da Donzelli-Cavaccini, 1915 (modello garden-city).
Salerno piano Guerra zona orientale
Salerno, piano Guerra 1935, modello città razionale con isolati a blocco e fabbricazione chiusa.
Salerno espansione Scalpelli
Espansione del piano Scalpelli, 1945.
Quartiere Zevi
Salerno, il quartiere INA-Casa progettato da Bruno Zevi con un corretto rapporto fra altezze degli edifici, spazio pubblico e privato del 1959. E’ un sistema lineare complesso di casa in linea e villini.

Nel 1954 (Conte Dott. Lorenzo Salazar, Commissario prefettizio), l’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione elabora un vasto programma di fabbricazione che sarà utilizzato per il futuro piano regolatore generale. Infine, il Piano Marconi del 1958 (Sindaco Menna) è lo strumento urbanistico che prevede il maggior consumo agricolo nella storia urbana della città, e raddoppia gli abitanti fino a raggiungere circa 160.000 abitanti. Negli anni ’80 Salerno raggiunge un picco massimo di circa 183.000 abitanti. Nel 2019, il Comune di Salerno ha 133.364 residenti (dati ISTAT).

Salerno e il programma di fabbricazione del 1954

Salerno espansione urbana 1974

Lo storia salernitana insegna che i piani, ispirati a un determinato orientamento culturale raffigurano un disegno urbano (una previsione), ma le Amministrazioni politiche possono cambiarne gli indici, alzandoli fino a edulcorare il senso del disegno urbano a favore della massima utilizzazione territoriale. In letteratura, per descrivere una crescita urbana non pianificata correttamente si usano espressioni come interventi individuali e settoriali [processi di urbanizzazione], interventi sconnessi fra loro e non omogenei [al tessuto urbano costituito solitamente da una maglia stradale regolare, organica]. Escludendo l’originale forma del centro storico, la forma urbana della prima espansione moderna è costituita da una fabbricazione chiusa con palazzine allineate alla strada (Corso G. Garibaldi, via Nizza, via dei due Principati, via Dalmazia, via Carmine, via P. De Granita) assumendo una morfologia reticolare, e già in questo sviluppo osserviamo una utilizzazione massima, cioè alti indici urbanistici con carenza dello spazio pubblico e una rete stradale inadeguata ai carichi urbanistici costruiti ed ai flussi esistenti. Il dimensionamento dei piani è, spesso, orientato alla mercificazione dei suoli sia grazie alla deregolamentazione della rendita immobiliare e sia per incassare gli oneri di urbanizzazione, ma nei decenni del Novecento anche se l’attuazione dei piani [salernitani] era fatta male vi era la giustificazione della crescita demografica. Alla fine del millennio la crescita si esaurisce poiché a causa dell’approccio neoliberista chiudono le imprese ed aumenta la povertà, e si sviluppa il fenomeno della gentrificazione che contrae [perdita di residenti] il Comune capoluogo, dimostrando l’errato dimensionamento dei piani più recenti (PUC 2005, variante 2013 e revisione decennale). Questa condotta politica di pianificare espansioni fisiche su errati dimensionamenti dei piani contrasta con i principi della Costituzione e i principi della legge urbanistica nazionale, ed ha effetti diretti sul consumo di suolo agricolo.

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati ISTAT e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. Per l’Italia, è stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19).

Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo, e dal punto di vista meramente quantitativo, attraverso Google è possibile misurare la crescita fisica programmata dai piani approvati. La forma urbana è condizionata dalla complessa orografia del territorio: le colline, il fiume Irno e gli altri corsi d’acqua, e il mare, sono elementi che determinano l’originalità della struttura salernitana, oltreché ovviamente dai piani. Il centro storico salernitano costruito abbarbicato sul colle Bonadies assume una forma organica intricata e compatta a grana grossa che ricorda gli insediamenti islamici, si sviluppa fino alla marina e misura 40,5 ettari; la prima espansione moderna misura 98,6 ettari (piano Donzelli-Cavaccini, 1915) cioè quella che si riferisce al Corso G. Garibaldi, via Dalmazia, via Nizza, via dei due Principati, e costituisce una forma compatta con tessuto reticolare. Il piano Calza-Bini (1936) programma una crescita di 177, 8 ettari circa; e il famigerato piano Marconi pianifica un’espansione di 396,9 ettari (dalla misura sono escluse le aree produttive e industriali). Calza-Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958), sono i piani che costruiscono la città che viviamo oggi, compresi i processi speculativi sulle colline, così come la zona orientale di seconda espansione – Torrione, Pastena, Mercatello – dove troviamo le forme aperte prive di una maglia urbana regolare, ciò compromette l’aggregato edilizio per il fenomeno della disomogeneità. Le recenti espansioni, realizzate dagli anni 90 ad oggi hanno consumato circa 115,51 ettari (solo quelle costruite poiché mancano quelle pianificate), e tutte queste lottizzazioni sono nelle aree periferiche, periurbane, rururbane e contigue alle aree produttive e industriali (Matierno, San Leonardo, Fuorni, Stadio Arechi, Sant’Eustacchio, colline di Brignano, Masso della Signora, e Giovi). Sono tutte espansioni non integrate nel tessuto urbano esistente.

Salerno dispersione urbana
Salerno, interventi di edilizia (anni ’60 – ’10) pubblica e privata localizzati in periferia e sulle colline, spesso non integrati nell’agglomerato urbano esistente (dispersione urbana).

La misura precisa di come fu costruita la città venne accertata nel 1974 da progettisti incaricati dal Comune, e divenne nota a tutti quando consegnarono lo “Studio preliminare” che misurò la carenza di servizi minimi nella “Relazione dell’elaborato intermedio” del 1979. Lo studio misurò lo standard esistente di Salerno in 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab), e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (piano Calza-Bini, 1936) quando la manualistica prescrive 300 ab/ha; pertanto i progettisti salernitani suggerirono il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (periferia). Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio.

Salerno città della rendita 02
Salerno, zona Carmine.
Salerno città della rendita 01
Salerno, Pastena e Mercatello; il fenomeno della disomogeneità dell’aggregato edilizio.

Dal punto di vista della cultura urbanistica, i piani che hanno costruito fisicamente la città (Calza-Bini e Marconi) sono lo specchio dell’isolamento culturale del regime fascista che scartò idee e disegni tipici delle utopie socialiste, dalla garden city (Donzelli-Cavaccini) alla città a misura d’uomo progettata secondo la composizione dell’unità di vicinato (Neighborhood Unit). Salerno vive due contraddizioni: una città compatta [elevato indice di accentramento della popolazione residente (0,98) e un’elevata densità di abitazioni totali] che favorisce relazioni di prossimità ma estremamente affollata, congestionata e senza servizi, ed un’alta dispersione urbana sulle colline, altrettanto prive di servizi; si tratta del peggior consumo di suolo poiché è stato distrutto un patrimonio naturale che crea inquietudine urbana e inquinamento. Alti valori degli indici di accentramento e densità di abitazioni indicano affollamento e un probabile degrado, considerando anche il fatto che il 61% degli occupati vive e lavora nell’area urbana appesantita e addensata dagli spostamenti giornalieri del pendolarismo in ingresso.

Salerno Copenaghen
Confronto fra un insediamento intenzionale e un aggregato edilizio spontaneo e disomogeneo.

Sotto il profilo del consumo di suolo bisogna riconoscere che i piani Calza-Bini e Marconi hanno costruito una città eccessivamente compatta, congestionata, e che pertanto la corretta composizione urbanistica suggerisce di ridistribuire i carichi, di fatto consumando altro suolo. Nel caso salernitano, il problema del consumo si può risolvere solo osservando attentamente la nuova struttura urbana estesa attraverso un censimento delle aree già urbanizzate ma abbandonate; perché sono queste le superfici che possono essere interessante da trasferimenti di volumi volti ad abbassare i carichi nelle zone consolidate, e disegnare nuove urbanità.

Dal punto di vista economico e sociologico, i cittadini pagano il danno degli interessi privati particolari contro l’interesse generale e quindi l’assenza di un corretto disegno urbano capace di organizzare lo spazio pubblico per favorire standard minimi come il verde di quartiere, parcheggi, e servizi culturali necessari per lo sviluppo umano. Osservando la storia cittadina, i problemi urbani ed edilizi di Salerno appaiono come una costante discussione politica ma inconcludente perché la classe dirigente non ha il coraggio di adottare soluzioni radicali ma corrette, come ad esempio la rigenerazione urbana bioeconomica. A partire dagli anni ’20 si parla di diradamento edilizio e recupero nel centro storico, fino al 1974 quando a Salerno si svolge il “Convegno Nazionale sulla politica dell’intervento pubblico nei centri storici del Mezzogiorno” dedicando ampio spazio all’opportunità dei programmi di recupero urbano, e denunciando «la crescita disordinata e sregolata del tessuto urbano», così la denuncia della «distruzione di una zona urbana di notevole importanza» e l’abbandono dei giardini nel centro storico, così denunciò Roberto Napoli, Presidente dell’Associazione Risanamento Centro Storico, che sperava e auspicava una partecipazione popolare.

A seguito del DM 1444/68, il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilì di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) l’affidamento ai progettisti salernitani i quali produssero studi, indagini e individuarono la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. Nel 1978 (Sindaco Ravera) con delibera n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, si decise di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambiò rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici nei loro rapporti segnalarono il fatto che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra.

La legge urbanistica nazionale risale al 1942 mentre il DM 1444/68 collegato ad essa descrive chiaramente gli indirizzi della pianificazione. Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore è, prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Ad esempio, per le zone consolidate uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, ma a Salerno sono stati approvati piani attuativi che fanno l’opposto, aumentano i carichi urbanistici favorendo nuovi congestionamenti nelle zone consolidate, già prive di standard minimi. Ancora oggi servirebbe un diradamento edilizio nelle zone consolidate costruite dai processi speculativi al fine di recuperare standard minimi mancanti, ma l’Amministrazione trascura la corretta disciplina urbanistica, così come fra gli anni ’30 e gli anni ’80 si scelse di realizzare piani edilizi speculativi che favorirono gli interessi dei costruttori a danno della collettività. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti, ma continua l’espansione fisica della città. Il fenomeno della contrazione è innescato dal capitalismo perché la globalizzazione neoliberista favorisce le agglomerazioni industriali nei paesi emergenti e nell’Asia. La classe dirigente locale assiste al fenomeno senza pensare un nuovo piano, e così il Comune centroide decresce mentre quelli limitrofi crescono fino a saldarsi fra loro e con Salerno: nasce la città estesa salernitana nell’inerzia e nell’indifferenza totale del ceto politico. I salernitani della nuova struttura urbana vivono e consumano un territorio di area vasta, ma non esiste né l’Amministrazione che lo amministra efficacemente e né un corretto piano circa il governo del territorio, ad esempio un piano intercomunale bioeconomico.

L’ambito identitario salernitano ha la seguente forma insediativa: l’area di gravitazione urbana costituita dal capoluogo, con l’unità di paesaggio “area urbana di Salerno” e il periurbano collinare con l’unità di paesaggio denominata “Pendici occidentali dei Picentini”. Si osservano le conurbazioni: una a Nord, da Salerno verso Mercato San Severino che scorre nell’unità di paesaggio “Valle dell’Irno” con diverse e complicate ramificazioni periurbane e rururbane collinari che rappresentano alta dispersione urbana. Due conurbazioni lineari a Sud: la principale uscendo da Salerno verso i centri urbani di Pontecagnano e Battipaglia, nell’unità di paesaggio “Piana del Sele”, e l’altra minore lungo la linea di costa di piccola formazione verso Agropoli. Altre conurbazioni lineari a Nord-Est sono in corso di sviluppo, una da Pontecagnano verso Giffoni Valle Piana nell’unità di paesaggio “fluviale del Picentino”, e l’altra fra Bellizzi e Montecorvino Rovella che sale verso le pendici Sud-orientali dei Picentini. Due sistemi rururbani inseriti nell’unità di paesaggio dei “Picentini”: uno fra Salerno e San Mango Piemonte, e l’altro fra Pontecagnano e Montecorvino Pugliano.

Salerno area urbana estesa
Salerno e le sue conurbazioni.

La città salernitana estesa ha assunto una forma insediativa reticolare e rizomica dei filamenti di natura endogena, dando vita a rigonfiamenti, e ispessimenti lineari e collinari pluridirezionali favorendo un’urbanizzazione dilatata che produce dispersione (sprawl urbano) e consumo di suolo agricolo.

Salerno città estesa

Da alcuni anni l’ISTAT riconosce e osserva i Sistemi Locali del Lavoro (SLL), cioè aree funzionali caratterizzate dal pendolarismo quotidiano degli abitanti casa/lavoro. Il SLL salernitano è costituito da 17 Comuni, e nel 2015 all’interno del rapporto La nuova geografia dei Sistemi Locali, l’ISTAT descrive anche il consumo di suolo interno a queste aree funzionali affermando che «le forme e la consistenza dello sviluppo urbano, spesso non sufficientemente governato, si traducono in ampie parti del territorio in consistente consumo di suolo», e il SLL salernitano è classificato con un’incidenza di massima pressione, cioè il valore più alto. All’interno del SLL salernitano vi è la struttura urbana estesa costituita da 11 Comuni con una popolazione complessiva di 302.388 abitanti su un’estensione territoriale di 272,4 Km2.

ISPRA geoviewer consumo di suolo Salerno
Consumo di suolo nella città estesa salernitana, fonte ISPRA.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò significa che al consumo di suolo agricolo del comune salernitano si aggiunge il consumo di suolo agricolo dei centri minori, quella che da circa venticinque anni è la saldatura fisica dei comuni fra loro stessi. Secondo il Rapporto ISPRA 2017, Salerno e Foggia sono le città dove sono avvenuti i maggiori processi di trasformazione del territorio dovuti ad aree industriali e commerciali. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano. La risposta concreta allo “stop del consumo di suolo” è il cambio di scala amministrativa per adottare un unico piano urbanistico intercomunale rispetto alla nuova struttura costituita dagli 11 comuni saldati fra loro, e quindi compiere il censimento di tutte le aree abbandonate e sottoutilizzare (evitando nuove espansioni) per adottare un disegno urbano con caratteristiche bioeconomiche, cioè rigenerare il patrimonio edilizio esistente e dimensionare i servizi dei circa 300 mila salernitani (11 comuni).

Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a sé stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio e quindi arrestare il consumo di suolo agricolo: la risorsa non rinnovabile che consente di alimentarci e di vivere.

Nel 2006 la Commissione europea adotta una “Strategia generale per la protezione del suolo” caratterizzata dai princìpi guida della prevenzione, conservazione, recupero e ripristino della funzionalità del suolo, ma nel 2014 viene ritirata. Il legislatore italiano propone disegno di legge 86/2018 “Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo nonché delega al Governo in materia di rigenerazione delle aree urbane degradate” in corso d’esame presso la Commissione, e il disegno di legge 164/2018 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”. Ad oggi, l’unico modo per fermare processi auto distruttivi del territorio è quello di cambiare i paradigmi culturali della società approdando su un nuovo piano culturale, per pianificare con l’approccio territorialista bioregioni urbane e piani regolatori che non prevedono nuove espansioni.

Salerno prima e dopo

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Rimuovere le disuguaglianze per favorire lo sviluppo umano

Dal punto di vista della psicologia, l’autorealizzazione di una persona si raggiunge svolgendo un determinato percorso che soddisfa sia le motivazioni carenziali (bisogni primari: fisiologici, sicurezza, amore e appartenenza, autostima) e sia l’accrescimento (bisogni cognitivi, estetici, autorealizzazione, auto-trascendenza). Questo percorso consente la piena realizzazione della persona, ed è tutelato dalla carta costituzionale attraverso il principio di uguaglianza che significa dare a tutti i cittadini la possibilità di scegliersi un proprio percorso di sviluppo umano, mentre la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli di ordine economico. E’ altrettanto noto che in Occidente e in Italia esistono vergognose e immorali disuguaglianze territoriali che di fatto rappresentano ostacoli insormontabili per gli abitanti che vivono in determinate comunità. In Italia, chi nasce in una zona geografica è più favorito rispetto ad altre ove mancano servizi, standard minimi, e infrastrutture necessarie per lo sviluppo umano. Viviamo in un Paese democratico ma vi sono milioni di persone in gravi condizioni di povertà economica, e se queste persone vivono in determinate aree urbane e rurali, allora queste sono condannate alla marginalità per l’assenza di servizi fondamentali necessari alla crescita individuale, e per l’assenza di imprese che potrebbero offrire un’opportunità di riscatto sociale ed economico. Nel famigerato “calcolo diseguale” denunciato dalle inchieste giornalistiche, la Repubblica anziché rimuovere gli ostacoli di ordine economico li crea, perché la fiscalità generale assegna maggiori risorse ai Comuni del Centro-Nord togliendole a quelle meridionali, la famigerata “spesa storica” applica una sorta di razzismo di Stato. In generale, nella società capitalista la disuguaglianza è programmata, voluta dal ceto politico dominante poiché lo svantaggio di un territorio è la ricchezza di quello contiguo che concentra capitali, ed è proprio la religione capitalista che crea sottosviluppo in determinate aree, che le impoverisce attraverso lo spopolamento indotto, tant’è che prima del 1860 il meridione fu meta di migrazioni, mentre dopo cominciò l’emigrazione. Applicando la Costituzione e tenendo a mente gli aspetti psicologici, è fondamentale concentrare investimenti pubblici e privati nei Sistemi Locali del Lavoro meridionali, per restituire a milioni di italiani l’opportunità di vivere in sicurezza realizzando quegli standard minimi mancanti, e poi attraverso nuove opportunità di lavoro con un reddito dignitoso che consente di riavere autostima. In questo modo anche i meridionali potranno realizzare il proprio potenziale che dipende dall’apprezzamento (rimuovere la disuguaglianza di riconoscimento), dal rispetto e dalla conoscenza acquisita. In assenza di tutto ciò, continuano i saldi migratori negativi per Sud, ma a partire sono soprattutto i giovani, laureati e non, che emigrano al Nord e/o all’estero alla ricerca della propria autorealizzazione. La disuguaglianza territoriale ha trasformato il Sud in una colonia, che sostiene le comunità del Nord ma distrugge tutto il mezzogiorno privandolo delle risorse più importanti e vitali: le persone. Si tratta di un immorale corto circuito poiché le competenze dei meridionali sono a servizio di determinati Sistemi Locali, e non per le proprie comunità che restano territori depredati. La maggioranza dei meridionali non è libera di scegliersi un proprio percorso evolutivo, mentre una ristretta minoranza, una élite autoreferenziale, ha costruito i propri privilegi attraverso le rendite regalate dalle istituzioni politiche moralmente corrotte. Un ceto politico normale, cioè coerente con la Costituzione, si pone l’obiettivo primario di rimuovere le disuguaglianze territoriali, e così dovrebbe impegnarsi nel ripensare le agglomerazioni industriali meridionali con università, centri di ricerca e imprese, al fine di creare nuova occupazione utile rispetto alle caratteristiche territoriali e alle capacità creative, per impiegare le migliori tecnologie che consentono un miglioramento della vita. Ad esempio, lo Stato ha l’obbligo di programmare i servizi pubblici mancanti nelle aree urbane estese, così come programmare una rete metropolitana nelle stesse che consente alle persone di muoversi con il trasporto pubblico. In tutte le aree urbane estese i principali presidi dello sviluppo umano sono le scuole e le biblioteche, e in Italia tali edifici o sono mancanti, o sono arrivati a fine ciclo vita. Un’opportunità di rigenerazione urbana e territoriale è la programmazione economica per correggere gli errori del capitalismo che ha costruito aggregati edilizi che non sono quartieri ma zone compromesse dalla speculazione. Un’efficace programmazione può rigenerare la forma urbana per recuperare standard mancanti e programmare la sostituzione edilizia di edifici che non hanno valenza di patrimonio storico architettonico ma costituiscono un problema dal punto di vista del rischio sismico. Questi problemi sono noti, ma le istituzioni locali meridionali non pianificano correttamente il territorio, e i meridionali stessi fanno fatica a cambiare una classe dirigente incapace e autoreferenziale, anche per questo motivo i giovani emigrano. E’ un paradosso tutto italiano quello delle disuguaglianze fra Nord e Sud, poiché l’area geografica che ha le maggiori opportunità di creare migliaia di nuovi impieghi è proprio il meridione d’Italia, proprio perché svuotato e deindustrializzato. Basti pensare che la rimozione dei problemi implica un percorso virtuoso di auto consapevolezza personale e collettiva, cioè affrontare i problemi favorisce l’autorealizzazione, e pensare a programmi di rigenerazione urbana, mobilità intelligente, autosufficienza energetica, conservazione e tutela dell’ambiente, infrastrutture, bonifiche, nuove aziende produttive di manifattura leggera, ricerca e innovazione, crea opportunità di lavoro.

saldi migratori Corriere Mezzogiorno 17122019
Saldi migratori, fonte immagine: Corriere del Mezzogiorno 17 dic 2019.

La scommessa della rigenerazione urbana bioeconomica

Negli attuali processi di trasformazione urbana non esistono piani attuativi rigenerativi bioeconomici mentre tutta la letteratura urbanistica europea, da circa venticinque anni, pubblica esempi più o meno “sostenibili”. In Italia, nessuno o pochissimi di questi casi, si occupa di stimolare processi dentro le zone consolidate ma in quelle periferiche, suburbane e rururbane. Il fatto che in Italia ci siano pochissimi esempi di vera rigenerazione urbana dipende da due condizioni: una è di carattere economica, perché trasferimenti di volumi e demolizioni/ricostruzioni sono interventi costosi, e l’altra è di carattere politico perché nel nostro Paese ha prevalso, più degli altri, la religione neoliberista del famigerato libero mercato che ha favorito la borghesia locale costruendo la propria fortuna su una vera e propria usurpazione, ed oggi vive e si arricchisse di rendite parassitarie indirizzando le scelte localizzative dei piani regolatori generali. In questo modo, a partire dagli anni ’50, si è radicata una consuetudine politico-amministrativa viziosa e degenerata che giustifica la privatizzazione dei processi politici, mentre le aree economiche più marginali non sono in grado di “assorbire” l’offerta edilizia. La famigerata urbanistica contrattata ha distrutto il libero mercato urbano, oggi controllato da pochi soggetti economicamente molto forti, e buona parte delle imprese è esclusa dalle reali opportunità che il capitalismo urbano consentirebbe, se fosse garantito da un reale coordinamento dell’Ente pubblico. Il contesto attuale è molto simile al capitalismo feudale: uno Stato che non interviene per garantire uguaglianza di diritti, soprattutto per i ceti più deboli, e un’élite ristretta, molto più ricca di prima che decide per tutti e continua ad accumulare sfruttando le scelte politiche sbagliate deliberate dai Consigli comunali.

Nella consuetudine attuale non esistono imprese che possono prendersi il rischio di pagare i costi di demolizioni e ricostruzioni che poi finirebbero scaricarti sul mercato. L’assenza di efficaci strumenti finanziari dello Stato pensati per la rigenerazione bioeconomica nel mercato urbano sfavorisce progetti rigenerativi virtuosi (attenti al sociale e all’ambiente) e così è difficile ritrovare esempi di vere e proprie rigenerazioni urbane, e quindi spesso si realizzano riqualificazioni che consistono in progetti di nuove lottizzazioni in aree piccole, a volte già urbanizzate ma “libere”, cioè di riuso di aree ex-produttive.

La scommessa italiana più interessante e più intelligente riguarda le ex periferie costruite fra gli anni ’40-’80, cioè concentrarsi sugli attuali quartieri mal costruiti dai processi speculativi, ove esistono le disuguaglianze sociali ed economiche, e dove mancano ancora gli standard minimi previsti dalle norme. In queste periferie non c’è qualità urbana, e c’è la peggiore merce edilizia dal punto di vista sismico ed energetico. Nelle nostre città estese, esistono numerosi casi di zone urbane consolidate mal costruite costituite con agglomerazioni di edifici che non rappresentano quartieri, tessuti, ma aggregazioni disomogenee (alti carichi urbanistici e affollamento) e compromesse. Nelle ex-periferie spesso riscontriamo grandi squilibri causati dai carichi urbanistici eccessivi che non consentono un adeguato svolgimento della vita urbana, perché c’è assenza o carenza di spazi e luoghi pubblici (assenza/carenza di verde pubblico, assenza di strutture culturali), perché la viabilità non è funzionale agli scopi urbani (strade strette, assenza di parcheggi e assenza di piste ciclabili), e perché in queste aree si concentrano numerosi disagi sociali, economici e ambientali.

In questi ambiti bisogna avere il coraggio di investire programmi, piani e progetti capaci di affrontare temi complessi ma che possono essere discussi pubblicamente con competenza ed efficacia per restituire nuove opportunità di sviluppo umano agli abitanti, oggi condannati alla marginalità economica e sociale. Il meridione d’Italia è senza dubbio l’area geografica ed economica maggiormente interessata dalle disuguaglianze territoriali, anche se problemi analoghi, con intensità minori, si riscontrano anche nei grandi centri urbani del Nord, pertanto il focus va posto sulle città estese ove proporre i principali cambiamenti anche in rapporto con le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il paradigma urbano da ribaltare è quello della famigerata rendita, perché deve smettere di essere il motore delle trasformazioni urbane, e quindi è necessario liberare il disegno da questo ricatto al fine di riprogettare lo spazio pubblico e ridimensionare i servizi collettivi per le città estese. I cittadini devono assumere il ruolo di committenti della rigenerazione urbana bioeconomica ma con nuovi criteri valutativi di piani e di progetti; si tratta proprio di criteri bioeconomici che realizzano il metabolismo urbano, e tengono conto degli impatti sociali e ambientali degli interventi previsti, senza compromettere l’equilibrio economico degli investimenti. Non è più il mero profitto privato che giudica la realizzabilità della trasformazione urbana, ma i risultati attesi in termini sociali e ambientali perché questi qualificano il progetto, e queste condizioni possono migliorare l’ambiente urbano compromesso durante gli anni della speculazione edilizia. Oltre ciò, ovviamente, c’è un dato tecnico da saper valutare, e cioè la nuova morfologia urbana, il nuovo scenario capace di ridistribuire le densità e i servizi (scuole, biblioteche, teatri, centri di ricerca …) al fine di migliorare la vita degli abitanti sfruttando le migliori tecnologie nel settore energetico e per la mobilità intelligente, sempre più stimolata dall’uso delle biciclette integrate con il trasporto pubblico.

Qui sotto un esempio paradigmatico di “caso impossibile” estratto dalla mia tesi di laurea. Il progetto propone scenari rigenerativi possibili in un’area consolidata – Pastena Torrione – molto compromessa. Gli scenari si pongono obiettivi per migliorare la forma urbana esistente, recuperano standard mancanti, trasferiscono volumi, costruiscono servizi e realizzano una nuova urbanità. L’esempio dimostra che, a seguito di un’analisi approfondita dell’esistente poiché il progetto è nell’analisi, ed è comunque possibile progettare servizi mancanti aumentando le dotazioni standard esistenti e offrendo opportunità di sviluppo umano raggiungendo obiettivi di sostenibilità e comfort urbano.

Il progetto interviene dentro la città consolidata, nell’aggregato[1] urbano costruito dagli anni ’40 fino agli anni ’80 nei quartieri Pastena, Torrione, Picarielli e Italia, in un’area di 54 ha con una popolazione teorica insediata di 16.000 abitanti, e si pone l’obiettivo di rigenerarlo in tessuto[2] urbano. Questo caso di rigenerazione urbana non interviene né nel centro storico e né in un’area industriale dismessa, ma in un’area consolidata.

L’analisi dell’organismo urbano[3] preso in esame ha evidenziato diverse carenze e criticità. Si tratta di un agglomerato privo di una maglia stradale regolare, che avrebbe favorito l’uso flessibile dello spazio. L’analisi ha rilevato la carenza di standard minimi; non è presente un sistema di spazi pubblici con arredi urbani, non ci sono aree verdi attrezzate e fruibili (con l’unica eccezione dei piccoli giardini di Villa Carrara), non ci sono percorsi ciclabili. La trama urbana è frammentata con scarsa accessibilità; costituita da agglomerati scompaginati nei quali sono accostati espansioni recenti e passate. Fra alcuni comparti non c’è complementarietà, e persino l’assenza di collegamenti. C’è un’eccessiva densità di volumi[4] in diversi comparti, il più alto è nel comparto 12 (Lungomare Colombo, ed. privata) quello più densamente popolato e con carenza di standard di quartiere. Dal punto di vista della sostenibilità sociale, ambientale e urbanistica, il progetto riutilizza aree abbandonate e dismesse; favorisce la tipologia mista delle destinazioni d’uso degli edifici, prevede nuovi servizi culturali e sociali, e collega gli edifici a una rete intelligente di energia inserita nei sottoservizi.

Il progetto urbano ruota intorno a due elementi qualificanti della rigenerazione e del concetto di urbanità[5]: il suolo[6] e lo spazio pubblico, tant’è che grazie all’apertura di una nuova strada si realizzano nuovi nodi e si risolvono problemi di isolamento, stimolando vitalità e mobilità dolce, e grazie alle tecniche di densificazione e le demolizioni selettive si realizzano servizi culturali, sociali, spazi aperti e verde pubblico creando nuovi punti di riferimento. Il progetto incrementa i beni relazionali, moltiplicando luoghi di convivenza, aumenta la dotazione di aree verdi per mitigare il clima e contrastare l’isola di calore.

L’agglomerazione delle attività previste dal progetto trasformano la struttura urbana della città conferendole una struttura policentrica (multipolare). Il quadro di conoscenza fornisce le indicazioni progettuali e individua le regole per le possibili trasformazioni urbanistiche, seguendo principi di bellezza e decoro urbano, e di conservazione di taluni aggregati edilizi esistenti.

Il progetto indica scenari progettuali, ossia master plan, suggerendo una morfologia urbana con le seguenti caratteristiche: trasformazione urbanistica; riconnessione della trama urbana e degli spazi residuali; nuove scene urbane; conservazione; riattamento; mixité funzionale e sociale; riequilibrio fra lo spazio pubblico e privato attraverso trasferimenti volumetrici senza consumare suolo agricolo; risposta alla domanda di bisogni dei cittadini coinvolti nella sperimentazione di pianificazione partecipata attraverso il questionario ideato da Kevin Lynch; cancellazione degli sprechi e auto sufficienza energetica; e “città rurale”.

L’approccio progettuale presenta scenari possibili che mirano a valorizzare le preesistenze e ad “aggiustare” un contesto di partenza complicato e difficile per la cattiva crescita urbanistica degli aggregati edilizi conseguenza della speculazione immobiliare, osservabile in taluni comparti dell’area di intervento. All’eccessivo e cattivo sfruttamento dei suoli si prevede il riequilibrio delle densità col diradamento dell’edilizia privata desueta, e si favorisce il recupero degli standard minimi mancanti. L’approccio ha l’ambizione di mostrare un modello che se fosse applicato impedisce l’aumento della dispersione urbana (sprawl).

[1] È un termine generico che indica un insieme di edifici.
[2] «Il tessuto è il concetto di coesistenza di più edifici, presente nella mente di chi vi costruisce anteriormente all’atto di costruire, a livello di coscienza spontanea, come portato civile dell’esperienza di mettere insieme più edifici» (Caniggia & Maffei, Op. Cit., 2008, pag. 129).
[3] L’analisi diretta è stata svolta individuando 12 comparti omogenei al fine di misurare tutti i dati e gli indici urbanistici (densità, standard, superficie coperta, indici di utilizzazione).
[4] L’analisi diretta ha rilevato indici di fabbricabilità fondiaria (If=V/Sf) di 10,14 nel comparto 12 (Lungomare Colombo), di 9,57 nel comparto 4 (case alluvionati, INA Casa), di 9,02 nel comparto 7 (via Tesauro), di 8,70 nel comparto 6 (via M. Ungheresi) e di 7,81 nel comparto 9 (via C. Guerdile). La densità massima prevista dal DM 1444/68 è di 6 mc/mq.
[5] Il concetto di urbanità è costituito da suolo, fronte urbano e spazio.
[6] Dietro al concetto di suolo ci sono molti riferimenti, non solo al supporto fisico, alla sua fisicità (l’orografia del suolo) ma anche alla percezione, alla forma dell’architettura costruita sopra al suolo (l’appoggiarsi al suolo), la conformazione degli spazi aperti, alla percorrenza, ai materiali usati e alle relazioni. L’immagine urbana percepita è costituita da rapporti e relazioni dello spazio pubblico con l’architettura e, nello specifico il linguaggio dei fronti urbani, poiché crea l’immagine percepita dall’osservatore insieme agli spazi aperti, ai colori dei materiali.

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Fermare il consumo di suolo a Salerno

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ISPRA Geoviewer, consumo di suolo nella città estesa salernitana.

Secondo ISTAT e ISPRA, in Italia il principale aumento del consumo di suolo è avvenuto nei comuni a bassa densità abitativa e nelle aree (già agricole) fra i comuni principali e quelli limitrofi, ciò è accaduto anche nell’area salernitana. Nel 2018, il Comune di Salerno ha consumato 2.057 ha, ed è il terzo più alto in Regione dopo Napoli e Giugliano; mentre la crescita demografica nei comuni limitrofi al centroide ha pianificato nuove lottizzazioni ma spesso non inserite nella struttura urbana, favorendo un’alta dispersione urbana. Una gravissima dispersione (sprawl urbano) è nei territori di Cava dè Tirreni e Nocera (qui troviamo il contrasto analogo al comune di Salerno: concentrazione e dispersione), poi i comuni della valle dell’Irno, e altre dispersioni sono nelle conurbazioni a Sud di Salerno (Giffoni e Montecorvino).

Com’è possibile fermare il consumo di suolo agricolo? Eliminando le aree di espansione urbana negli strumenti urbanistici ma utilizzando quelle già urbanizzate, e nell’area urbana salernitana è possibile censire tutte le zone sottoutilizzate e abbandonate. Tutt’oggi manca la visione culturale e politica circa un corretto governo del territorio che riconosce la struttura urbana estesa e adotta l’approccio del matabolismo (bioeconomia). Sindaci e Consigli comunali dovrebbero creare un ufficio di piano ad hoc per coordinare e avviare lo studio di un piano urbanistico intercomunale che dimensiona correttamente i servizi per circa 300 mila abitanti salernitani. I Consiglieri comunali hanno trascurato questa opportunità di un piano intercomunale capace di rigenerazione l’intero territorio per recuperare gli standard mancanti usando correttamente volumi abbandonati e le aree sottoutilizzate, evitando di consumare suolo agricolo.

Salerno consumo di suolo SLL
Elaborazione personale su dati ISPRA, 2017.

La città estesa salernitana si connota per le per proprie caratteristiche territoriali e infrastrutturali ed è necessario adottare un piano per correggere gli errori della mentalità capitalistica che ha condizionato le scelte politiche locali, finora incapaci di leggere attentamente i fenomeni e stimolare nuove opportunità di impiego per le persone, costrette ad emigrare e vivere un’agglomerazione urbana che volge al suo fine ciclo vita. Alcune scelte hanno realizzato interventi di riqualificazione, mentre altre di mera speculazione edilizia dentro le zone consolidate, e infine l’ambiente costruito è lasciato all’abbandono con l’aumento del rischio sismico per l’età degli edifici. Avendo una visione bioeconomica per la “città estesa” possiamo migliorare la vita degli abitanti e programmare il riuso, il riutilizzato, la rifunzionalizzazione degli edifici, con l’inserimento di attività e funzioni finora mancanti dentro la struttura urbana. Coesistono diversi fenomeni trascurati dal ceto politico: la marginalità economica (aumento della povertà) e l’emigrazione dei laureati, così come l’autoferenzialità della classe dirigente locale che mette in atto la disuguaglianza di riconoscimento, la stessa che favorisce l’espulsione sociale dei meritevoli e dei capaci verso sistemi locali più produttivi. Dal punto di vista dei servizi collettivi: nell’area urbana c’è una palese carenza di servizi educativi e culturali, ed il patrimonio edilizio scolastico è del tutto inadeguato, oltreché vecchio e quindi a rischio sismico. La disuguaglianza territoriale fra Sistemi Locali è evidente ma è responsabilità sia dello Stato e sia di Sindaci e Consiglieri comunali, inadeguati rispetto ai valori della Costituzione. Il fenomeno urbano più evidente è il pendolarismo quotidiano dentro la città estesa ove coesistono i flussi di persone, energia e materia, e questo è del tutto trascurato dalle istituzioni comunali poiché ognuna pensa a se stessa, convinta di occuparsi correttamente del proprio territorio. Possiamo immaginare a un mostro con più teste (i Consigli comunali) ed ognuna di queste controlla un solo arto ma braccia e gambe sono parte di un unico corpo (la città estesa), ed è intuibile che tutto ciò crea problemi. Tutte queste criticità: l’età del patrimonio edilizio esistente, la carenza di spazio urbano, il paesaggio e i servizi collettivi, il verde e la mobilità (infrastrutture) sono temi per la rigenerazione urbana e territoriale da affrontare in un unico piano intercomunale. Il piano può adottare tecniche anti-sprawl negli interventi di rigenerazione urbana.

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presentazione tesi Salerno 07
Elaborazione personale su dati ISTAT e Ptcp 2012.

Consumo di suolo

ISPRA grado di urbanizzazione 2019
ISPRA, grado di urbanizzazione, 2019.

La questione del consumo di suolo è divenuta sempre più presente poiché sono molto evidenti i danni ambientali e le crisi sociali create dalle istituzioni politiche che adottano un paradigma culturale obsoleto e dannoso: il capitalismo.

Cos’è il consumo di suolo? Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo. E’ consuetudine che l’espansione urbana avvenga suoi suoli agricoli e ciò si determinata con cambi di destinazione d’uso delle aree, indicati nel piano regolatore generale. Il consumo di suolo agricolo si concretizza con la costruzione di opere edilizie (private e pubbliche) e di opere di urbanizzazione primaria. Le leggi della fisica ci insegnano che per l’esistenza dell’entropia, cioè per ragioni chimiche e fisiche, non esiste un processo inverso per ricostituire il suolo agricolo com’era prima (trasformazioni irreversibili). Cos’è il suolo? «E’ una pellicola che avvolge tutto il pianeta che ha uno spessore che varia da 70 a 200 centimetri, ed è un organo vitale perché regola tutte le relazioni fra interno, superficie e esterno ma soprattutto perché è un laboratorio di energia e materia prima che dà vita a tutto quel che c’è sopra. La pellicola di suolo di cui abbiamo esperienza è un prodotto molto antico, frutto di un susseguirsi di processi meccanici, chimici, fisici, geologici, tettonici e biologici lenti e inesorabili»[1]. Il suolo, una volta urbanizzato non può tornare come prima poiché impiega circa 500 anni prima di rigenerarsi[2]. A causa dei lunghi processi che costituiscono il suolo, esso è considerato una risorsa non rinnovabile, ed è per questo motivo che i processi di urbanizzazione e di espansione urbana sono considerati irreversibili.

Secondo l’Ispra, il consumo di suolo è definito come la variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Il consumo di suolo netto è valutato attraverso il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali dovuto a interventi di recupero, demolizione, de-impermeabilizzazione, rinaturalizzazione o altro (Commissione Europea, 2012). Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente le superfici a copertura artificiale (EEA, 2019) sono:  “tutte le superfici dove il paesaggio è stato modificato o è influenzato da attività di costruzione sostituendo le superfici naturali con strutture artificiali abiotiche 2D/3D o con materiali artificiali. Le parti artificiali di aree urbane e suburbane, dove l’umanità si è stabilita con infrastrutture insediative permanenti; inclusi anche gli insediamenti in aree rurali. Le aree verdi in ambiente urbano non devono essere considerate come superfici artificiali”.

Come si misura il consumo di suolo? Secondo l’Istat si definisce consumo di suolo il territorio antropizzato in maniera irreversibile che ha perso le sue originarie caratteristiche naturali, quindi non solo le superfici “sigillate” o “impermeabilizzate”. L’Istat misura sia il suolo antropizzato lordo (SAL), ottenuto dalla somma della superficie dei centri abitati, dei nuclei abitati, delle località produttive (aree urbane), e della componente antropizzata presente nelle aree extra-urbane;  e sia il suolo antropizzato netto (SAN), ottenuto sottraendo alla SAL dei centri abitati le aree verdi e/o naturali presenti, di dimensioni significative (parchi urbani, vegetazione spontanea, aree agricole urbane, acque e zone umide); nelle aree extra-urbane sono state escluse le strade sterrate (stimate in base all’ampiezza della carreggiata). Infine vengono considerate antropizzate anche quelle porzioni di territorio intercluso tra “oggetti” tipicamente artificiali, come ad esempio le aree di pertinenza delle abitazioni e/o degli edifici.

Prendendo a riferimento la superficie antropizzata netta (quantità che si ritiene più congrua per approssimare il consumo di suolo in Italia) nel 2017 si stima che lo stock di territorio, a vario titolo reso antropizzato, ammonti a quasi 28mila km2, pari al 9,3% della superficie nazionale. In termini di superficie antropizzata lorda, quantità che deriva dalla considerazione dei vincoli più ampi determinati dall’operato dell’uomo sul territorio, si superano di poco i 33,5mila km2 pari a un’incidenza dell’11,1%. L’incidenza totale della SAN (9,3%) si può scomporre in due componenti: 6,2% è il peso delle aree urbanizzate mentre il 3,1% afferisce al territorio al di fuori del loro perimetro (aree extra-urbane delle località abitate) e contribuisce a generare il cosiddetto fenomeno della città diffusa (“urban sprawl”).

Perché aumenta il consumo di suolo? Com’è possibile intuire il consumo è condizionato principalmente da un fattore culturale dominante: il capitalismo e specificatamente dalla rendita fondiaria e immobiliare, e poi da un bisogno primario: abitare (demografia). Nell’attuale fase storica delle urbanizzazioni mondiali, il consumo di suolo agricolo è in forte crescita in Asia e in Africa, mentre non accenna a fermarsi in Occidente nonostante il fenomeno della contrazione demografica delle città, già industriali, trasformatesi in aree urbane estese poiché si sono saldati i comuni centroidi con i centri minori. In Asia e in Africa cresce l’urbanizzazione (nuove città e crescita fisica di quelle esistenti) e quindi si consuma suolo agricolo; in Occidente si ha la contrazione demografica delle città principali (quindi non dovrebbe crescere il consumo di suolo ma…) ma cresce il consumo di suolo agricolo sia perché crescono i comuni limitrofi ai grandi centri, e sia perché i grandi centri pianificano ugualmente nuove lottizzazioni su suoli agricoli.

Come fermare il consumo di suolo? In Occidente, è possibile limitare o arrestare il consumo di suolo agricolo adottando piani urbani che non prevedono nuove espansioni ma riutilizzano le aree già urbanizzate e abbandonate. In Italia, sarebbe saggio realizzare un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro, e stimolare piani urbanistici intercomunali bioeconomici, anche perché i principali aumenti del consumo di suolo si sono avuti nei comuni medi e piccoli, limitrofi ai grandi centri. Promuovendo l’Unione dei comuni fra centroidi e conurbazioni con un approccio bioeconomico, sarà possibile dimensionare correttamente gli standard entro le nuove strutture urbane che utilizzano aree già urbanizzate, di fatto eliminando il consumo di suolo agricolo. E’ necessario, inoltre, correggere le storture create dalla deregolamentazione della rendita urbana, proprio per limitare il consumo di suolo oggi favorito da piani speculativi, e quindi attraverso una riforma del regime giuridico dei suoli (Sullo docet). Il legislatore deve ripristinare il ruolo pubblico dello Stato coordinando correttamente il disegno urbano, e stimolando forme partecipative popolari al processo decisionale della politica.

consumo suolo livello regionale ISPRA 2019
ISPRA 2019

Dal punto di vista dell’urbanistica è importante valutare il grado di urbanizzazione, rappresentato dalla densità della copertura artificiale (Grado di urbanizzazione e tipologia di tessuto urbano). I dati ISPRA mostrano che la Lombardia ha la maggior estensione di aree urbane (ad alta densità di superfici artificiali) per oltre 176.000 ettari, pari a quasi il 20% del totale delle aree urbane nazionali, seguita dal Veneto (poco meno di 100.000 ettari e oltre l’11% delle aree urbane italiane) e dall’Emilia-Romagna (quasi 81.000 ettari). I valori di superfici urbane più bassi sono invece in Valle d’Aosta (meno di 1.500 ettari) e Molise (poco più di 2.000 ettari).

Sempre secondo l’ISPRA, «in tutte le regioni italiane si registra, negli ultimi anni, seppur in misura diversa, una lenta trasformazione da aree rurali ad aree suburbane e urbane. Il territorio del Veneto (quasi 2.000 ettari) e della Lombardia (oltre 1.300 ettari) ha ospitato il 40% degli oltre 8.000 ettari di nuove aree urbane tra il 2016 e il 2018. Gli incrementi maggiori di aree urbane, tutti ben al di sopra del valore nazionale (+0.93%), hanno interessato il Veneto (+1,99% pari a 1.921 ettari), Trentino-Alto Adige (+1,61%), Basilicata (+1.48%), Molise (+1,42%) e Friuli-Venezia Giulia (+1,42%). Le caratteristiche morfologiche delle aree urbane possono essere valutate anche considerando la densità delle aree urbane. In particolare, l’Indice di dispersione, ovvero il rapporto tra la superficie urbanizzata discontinua (aree a media/bassa densità) e la superficie urbanizzata totale (aree ad alta e media/bassa densità), per la maggior parte delle regioni assume valori al di sopra del valore medio nazionale di 84,96%, indicando una complessiva prevalenza della dispersione».

indice di dispersione ISPRA 2019
ISPRA 2019
indice di dispersione aree urbane PRIN postmetropoli
PRIN Postmetropoli, indice di dispersione delle aree urbane
consumo suolo livello comunale ISPRA 2019
Consumo di suolo livello comunale, ISPRA 2019.

Un altro dato ISPRA molto interessante mostra che «a livello nazionale, circa il 58% di cambiamenti sono avvenuti in aree a media o bassa densità di suolo consumato, a cui si aggiunge un ulteriore 10% in aree molto dense. In particolare, le Regioni che presentano la percentuale maggiore nelle aree artificiali non dense sono Liguria e Lombardia con il 71%, mentre nelle aree dense i valori più elevati si riscontrano in Liguria ed Emilia-Romagna (rispettivamente con il 18% e il 16% dei cambiamenti). Il 32% dei cambiamenti, invece, è avvenuto in contesto prevalentemente agricolo o naturale. Dall’analisi emerge, pertanto, che le aree urbane a bassa densità sono evidentemente più esposte al consumo suolo, probabilmente a causa della predisposizione in questi territori alla saturazione di spazi liberi interclusi nelle aree già artificializzate».

consumo suolo tipologia area urbana ISPRA 2019
Consumo di suolo per tipologia di area urbana, ISPRA 2019.

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[1] Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016, pag.21.

[2] Ibidem, Paolo Pileri è professore associato di “Pianificazione e progettazione urbanistica” al Politecnico di Milano.