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loro diranno noi diciamoSto leggendo Loro diranno,noi diciamo. Vademecum sulle riforme costituzionali di G. Zagrebelsky e F. Pallante, e devo riconoscere che la proposta di riforma costituzionale del Governo Renzi è peggiore di quello che ci raccontano i media. Consiglio tutti di informarsi adeguatamente poiché il disegno reazionario va oltre la nostra immaginazione. Un aspetto positivo che vedo in questo periodo è che forse le persone saranno costrette a studiare la Costituzione. La carta costituzionale, nei suoi principi posti nella prima parte non è mai entrata in vigore; mentre la seconda parte dove ci sono tutti gli obblighi contabili legati all’antidemocratica Unione europea, a mio modesto parere, vanno rimossi, poiché le regole neoliberali impediscono concretamente l’applicazione dei principi costituzionali e ostacolano i nostri diritti, tutti tutelati dalla prima parte della Costituzione.

La proposta governativa mira a legittimare una società feudale e neoliberale. Con la riforma reazionaria, la democrazia come noi la sogniamo, non potrà più esistere. Il NO alla riforma è utile alla nostra libertà, ma sarebbe saggio studiare la nostra Costituzione per apprezzarne le virtù, i valori e cogliere gli aspetti controversi fra due visioni opposte: socialista e liberale, ma entrambe schiacciate dal capitalismo che ha prodotto la società che oggi subiamo, e soprattutto la regressione infantile e sociale di tutto l’Occidente. L’attuale lotta politica può essere occasione di riflessione per scoprire e conoscere i propri diritti, e per porci una domanda: che genere di individuo ha creato il capitalismo?

E’ vero la Costituzione andrebbe cambiata, ma per ampliare i diritti di cittadinanza e rendere più efficaci i sistemi e le forme di democrazia diretta e partecipativa; cioè ci vorrebbe una riforma democratica per disegnare una società migliore, non più materialista e cinica, e dove la ricchezza non si misura coi soldi. Per realizzare questo sogno è necessario un popolo con un’adeguata formazione civica, e così si rende necessario affrontare il noto problema di ignoranza funzionale e di ritorno degli italiani, che rischiano una forte regressione sociale affidando la guida delle istituzioni a soggetti politici reazionari e/o incapaci.

Dal 1984 il mio alloggio di famiglia posto in un condominio di edilizia economica e popolare fu ristrutturato applicando la filosofia che oggi chiamiamo decrescita felice. Prima di tutto, la palazzina ebbe il “cappotto” e i doppi vetri (non esistevano ancora gli infissi con “vetro camera”). L’alloggio fu dotato di impianto solare termico per ridurre il consumo di gas (e in quegli anni ancora non esistevano i pannelli fotovoltaici). Tutto ciò senza incentivi fiscali e senza obblighi normativi, ma per un motivo che può cogliere anche un bambino: risparmiare soldi sulla bolletta energetica. E’ questo lo spirito che ci convinse allora, ridurre gli sprechi innescati dalle tecniche costruttive degli anni ’80 poiché avremmo avuto un beneficio economico. La prima legge sul risparmio energetico è del 1991, ma noi prima di questa norma ci siamo mossi poiché in architettura si è sempre saputo come costruire per risparmiare, e così prendemmo la decisione di migliorare il nostro condominio apponendo lavori di efficientamento energetico.

Devo anche riconoscere che nessun altro vicino di casa seguì il nostro modello virtuoso. In questa considerazione si sintetizza tutta l’inerzia culturale che rallenta la nostra evoluzione, il problema è tutto qua. Noi siamo il problema e noi siamo la soluzione.

La normativa di oggi è ricca di spunti, incentivi e riferimenti al risparmio energetico. Le tecnologie sul mercato sono ampiamente mature e diffuse, e i cittadini fanno ancora fatica a cogliere opportunità straordinarie; e mi riferisco soprattutto all’edilizia esistente, poiché per quella di nuova costruzione la progettazione ha l’obbligo di risparmiare energia e di sfruttare le fonti alternative.

Domani mattina, qualunque condomino può pensare di fare meglio del nostro esempio del 1984, e addirittura, sfruttando un mix tecnologico oggi è possibile che più edifici possano diventare produttori e consumatori di energia arrivando a cancellare la dipendenza dagli idrocarburi.

Anche i problemi economici sono superabili attraverso sistemi finanziari che intervengono per integrare le quote dei condomini con difficoltà economiche. Da molti anni esiste il sistema delle Esco, che si ripaga i costi dell’intervento incassando i soldi delle utenze che una volta pagavano la bolletta energetica derivata dagli sprechi.

Un intervento più conveniente e interessante è la rigenerazione urbana dell’esistente, che non si limita al mero risparmio energetico, ma cerca di migliorare l’ambiente urbano esistente, ed anche in questo intervento i cittadini possono fare la differenza diventando committenti della trasformazione urbana attraverso la forma giuridica della cooperativa che previene le speculazioni. E’ diritto dei cittadini proporre alla propria Amministrazione interventi di rigenerazione, e persino suggerire modifiche ai piani vigenti da sottoporre all’attenzione del Consiglio comunale. Questa tipologia di approcci e di interventi non è affatto nuova, ed è accaduto spesso che i cittadini si siano coordinati per progettare luoghi urbani, la novità sarebbe nell’interpretare correttamente l’approccio bioeconomico, che come nell’episodio di famiglia del 1984 si pone un obiettivo virtuoso che non coincide col profitto ma con l’uso razionale dell’energia, e nel caso della rigenerazione la creazione, persino, di nuova occupazione attraverso nuovi servizi e nuova economia locale. Non sarebbe cosa da poco ricominciare a fare architettura, che significa usare l’arte del costruire per interventi che abbiano un senso per la specie umana e non più per lo stupido mercato. Si tratta, finalmente, di riprendersi la democrazia tornando a discutere di polis e dei nostri rapporti, ricominciando dal senso di comunità.

Aggiustare le città/3

I cambiamenti sociali dettati dal capitale, dalla diseducazione e dagli strumenti di comunicazione di massa hanno influenzato gli stili di vita e quindi l’economia, trasformando radicalmente i nostri territori urbani. Circa 26 città, tutte le principali (Roma, Milano, Napoli, Torino …) sono in contrazione, cioè hanno perso abitanti trasferiti nei comuni viciniori. La motivazione principale è da ricercarsi nel capitalismo, nel senso più ampio del termine, rendita immobiliare e deindustrializzazione, ma secondo lo scrivente c’è anche una ragione poco indagata: l’assenza di un governo etico del territorio.

Da un punto di vista socio economico, i ceti meno abbienti sono stati espulsi da politiche urbane capitaliste attraverso un lento ma efficace sistema di mercato che ha costretto le famiglie a trasferirsi, poiché non riuscendo a sostenere i prezzi richiesti dal mercato stesso. Governi e Parlamento, ormai da decenni, sia rinunciando alla sovranità monetaria e sia rinunciando al proprio ruolo hanno scelto di uscire dal mercato delle politiche urbane per favorire un ruolo attivo dei privati applicando la religione dell’economia neoclassica: credere di poter mantenere e realizzare servizi pubblici facendo pagare i costi al mercato. Tale dogma ha l’idea malsana di chi confonde concetti che sono distinti: il valore, il prezzo e il costo, e di chi confonde concetti come beni e merci. Un bene è qualcosa che ha valore in se, non è detto che debba essere comprato o venduto (merce). Due o più edifici possono scambiarsi energia auto prodotta attraverso un mix tecnologico sfruttando fonti alternative (un bene), e possono farlo senza apporre un prezzo (merce).

Dal punto di vista ambientale, il territorio, nostra fonte di vita (un bene), è stato letteralmente distrutto poiché mercificato, occupato dal cemento e da grandi infrastrutture per favorire la mobilità privata e il profitto dei privati, rappresentato da centri commerciali ed edilizia privata. Gli abitanti sono stati costretti a consumare di più poiché devono spostarsi percorrendo molti più chilometri, e così si forma la cosiddetta “città regione”, secondo l’Istat individuata all’interno del cosiddetto “sistema locale”.

La religione capitalista trasforma la città da “luogo sociale” in “spazio merce“, e i “cittadini” si trasformano in “consumatori. Questo processo avviene con la psico programmazione: prima a scuola, poi nelle università ed oggi anche attraverso i social media. E di conseguenza le classi dirigenti sono automi addomesticati dal pensiero unico dominante che esprime il nichilismo in piani urbanistici caratterizzati dalla prevalenza degli interessi privati particolari, come sommatoria e sintesi di progetti costruiti sulla rendita e la speculazione edilizia. Tutto ciò è contro i principi della Costituzione e persino contro la legge urbanistica nazionale che lega la pianificazione al corretto uso del territorio e all’interesse generale, ma la condotta e le scelte politiche dei neoliberali può avere successo poiché è la Costituzione stessa che costruisce i rapporti forgiati nel mercato, anche grazie a leggi ad hoc che hanno l’obiettivo della commercializzazione delle aree trasformate (Società a Trasformazione Urbana).

E’ la contraddizione culturale e politica dell’epoca chiamata antropocene, quella di dichiarare di voler coniugare socialismo e capitalismo, ma ha prevalso quest’ultimo mettendo a rischio l’esistenza della specie umana, e solo per sostenere la stupidità e l’avidità di una piccola casta di famiglie, chiamata élite. Ritroviamo tutto nel pensiero economico occidentale, costruito da Adam Smith e Karl Marx. E’ evidente che la globalizzazione liberale poggia sui pilastri di Smith, ma ciò che bisogna ammettere, è che dobbiamo uscire da quest’epoca se vogliamo sopravvivere a noi stessi.

Possiamo partire proprio dai sistemi locali pensati come luoghi urbani metabolici. Partendo dalla bioeconomia possiamo individuare obiettivi di sostenibilità e adottare criteri e indicatori per misurare flussi di energia in entrata e in uscita. Si tratta di fare l’opposto di quello fatto finora e quindi pianificare i sistemi locali per tutelare le risorse finite, trattando il territorio come un bene e non più come una merce. Anziché sfruttare la rendita per favorire i privati, è necessario che lo Stato, attraverso i propri Comuni adotti un’agenda urbana per stimolare la nascita di piani di recupero dell’esistente e di riqualificazione urbana.

Fino ad oggi Governi e Parlamenti succedutisi, entrando nel sistema euro, si sono castrati, facendo danno ai propri cittadini, pertanto è necessario che la classe politica esca dalla stupidità di un sistema dannoso per abbracciare la teoria endogena della moneta finanziando direttamente interventi bioeconomici: prevenzione del rischio idrogeologico, prevenzione del rischio sismico, conservazione dei centri storici e rigenerazione urbana delle periferie. Il motivo per uscire dall’economia del debito ed entrare nella teoria endogena è banale, gli interventi che servono allo Stato, cioè interventi che hanno un valore in se, sono un bene poiché forgiati nell’utilità sociale e non sono idonei per la stupida economia neoclassica poiché non generano profitti. Come può generare profitto la trasmissione del sapere? Come può generare profitto accudire i propri figli? Lo stesso vale per interventi atti a prevenire il rischio sismico degli edifici arrivati a fine ciclo vita.

Nel corso degli ultimi decenni la religione capitalista ha trasferito ricchezza prelevando anche dal risparmio delle masse di famiglie, e indirizzandola verso l’élite (banche, grandi imprese), tutto ciò mentre la classe politica, ascoltando i consigli dei neoliberali, ha introdotto l’uso del diritto privato in ambito pubblico, di fatto privatizzando il processo decisionale della politica (assenza di trasparenza), ha favorito e sostenuto le rendite di posizione, ha favorito le delocalizzazione industriali, ha favorito le speculazioni urbanistiche, ha aumentato la pressione fiscale ai salariati e ai liberi professionisti, ha ridotto progressivamente il potere d’acquisto degli stipendi salariati, e così tutto ciò ha prodotto una società peggiore di quella precedente, togliendo opportunità di vita alle attuali generazioni rispetto a quelle precedenti (anni ’60 e ’70). La psico programmazione mediatica spinge le famiglie a spendere il proprio salario per merci superflue. Se fossimo amministrati da una classe politica civile e responsabile, Governi e Parlamento, adotterebbe un’agenda urbana per prevenire i danni, che logicamente dobbiamo attenderci per il naturale ciclo vita degli ambienti costruiti. La maggioranza delle famiglie italiane non ha la capacità economica per affrontare i costi delle rigenerazioni necessarie che rappresentano un bene e non merci. Grazie a questa fragilità economica i liberali ricattano le comunità, ma al mercato non interessa promuovere rigenerazioni urbane bioeconomiche; anzi sta programmando e realizzando rigenerazioni per espellere altri ceti meno abbienti dai centri urbani e per conquistare spazi di mercato, cioè per conquistare merci. E’ questo il concetto che sta dietro il nichilismo urbano dettato dalla religione capitalista: tutto è merce; il territorio è merce, le superfici da costruire sono merce, le trasformazioni urbane sono merce, le persone sono merce.

Un piano regolatore generale bioeconomico è costruito su altri presupposti: analisi urbana e morfologica dell’esistente, conservazione, ecologia urbana, efficienza energetica, partecipazione attiva ma suggerendo le trasformazioni possibili, considerando ovviamente i principi della legge urbanista nazionale e gli standard, ma soprattutto i bisogni reali delle persone (non i capricci) e non il tornaconto degli investitori privati. Con questo approccio è possibile pianificare i sistemi locali, attraverso piani intercomunali ed è necessario farlo per eliminare gli sprechi che si consumano in questi territori.

Uno degli strumenti del controllo sociale più devastante è senza dubbio la televisione, ma più che lo strumento in quanto tale, lo sono ancora di più i suoi contenuti di rincoglionimento che svolgono una funzione precisa e drammaticamente raggiungono il loro obiettivo: creare schiavi perfetti attraverso la regressione culturale. Nel Novecento le ricerche e le indagini sulla psiche raggiungono livelli di conoscenza molto alti e così Governi, militari e imprese sfruttano le tecniche di manipolazione mentale per programmare i popoli affinché una massa maggioritaria addomesticata sfavorisca i soggetti liberi e consapevoli di scalare la società, per evitare di migliorarla dandole la libertà di vivere. Grazie a questa capacità, l’élite conserva lo status quo; in Occidente non si vive ma si sopravvive.

Diversi giorni fa con estrema simpatia, nella libreria di un amico trovo un saggio molto divertente Cretini al potere, che da un lato riempie di gioia il nostro lato critico, ma dall’altro lato specchia tutte le nostre responsabilità circa la nostra apatia e l’incapacità di costruire una società che sappia valutare il merito e consenta ai capaci e alle persone perbene di governare le istituzioni.

Tutt’oggi, come ho scritto più volte, nonostante ci sia un’esigua minoranza di cittadini liberi interessati alla politica, costoro non hanno gli strumenti culturali per fare una buona politica e non hanno il sostegno organizzativo ed economico per concretizzare questo altruismo. La ragione è banale, se ci fosse una libera scuola politica, ben struttura, l’attuale classe dirigente, nel giro di una generazione, perderebbe il controllo sulla società.

Un segnale negativo ma positivo è il fatto che il primo partito è quello del non voto. E dovrebbe essere evidente che in un Paese come l’Italia, dove andava a votare più dell’80% degli aventi diritto questo è un segnale di sfiducia per le classe dirigenti e non verso la politica, nonostante il grave problema dell’ignoranza funzionale e di ritorno. Questa apparente contraddizione sta in piedi poiché il sistema istituzionale sopravvive sull’abitudine degli anziani che vota per dovere civico, mentre l’aspetto più drammatico è che i giovani non sembrano essere in grado di promuovere un’azione politica capace di rappresentare l’interesse generale per una loro carenza culturale, di usi e costumi riprogrammati dalla televisione sull’immagine dettata dalle imprese che esigono consumatori e non persone. In tal senso, la preoccupazione sarebbe un sentimento anacronistico poiché l’Italia “amministrata” da cretini è già spacciata e defunta.

Finché c’è vita c’è speranza, si dice. E la speranza sta nel fatto che quella parte minoritaria di cittadini, indipendentemente dal dato anagrafico, sappia costruire un’alternativa favorendo lo sviluppo della democrazia, con entusiasmo, forza, energia nel costruire un’epoca nuova. Siamo obbligati a introdurre l’etica nella politica.

Credo che l’architettura nella sua accezione più ampia, cioè comprendendo anche l’urbanistica e quindi l’uso delle risorse, sia la disciplina più determinante in questo passaggio epocale, e sia ahimé quella meno conosciuta dalle persone. In un periodo di crisi culturale, sociale, morale e di recessione economica non comprendere la rilevanza di una disciplina che rappresenta tutta la realtà abitata e che vediamo intorno a noi, è come se noi vivessimo in una dimensione senza capire cosa stiamo facendo, è come se un cittadino italiano vivendo in Cina non parli cinese, e così “vive” in un contesto ma dissociato e/o isolato.

Non mi aspetto che gli abitanti delle città diventino critici dell’architettura, e non lo auspico neanche poiché un mondo di critici non ci serve, ma è necessario che le persone si riprendano quello spazio di democrazia e pretendano di parlare di architettura con i progettisti al fine di perseguire uno scopo prioritario per tutti noi, e cioè tornare a costruire luoghi che abbiano un senso per la specie umana. Poi sarà compito degli architetti progettare e costruire qualcosa che esprima un linguaggio e un messaggio del percorso condiviso.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo, ma perché le cose non vanno già in questo modo? Cioè le città non esprimono già il senso della società? Si e anche no. In Italia, buona parte della produzione delle costruzioni esprime lo spirito del tempo: il nichilismo. Buona parte di questa produzione non è progettata e realizzata dagli architetti, ed anche quando questa tale produzione è progettata da architetti, non è scontato che i risultati siano buoni poiché spesso sono il capriccio di una committenza nichilista. Le costruzioni quindi dipendono molto dalla committenza (Enti pubblici o privati) e dalle capacità del progettista. L’esempio più lampante è sotto il naso di tutti: la pianificazione urbanistica, dove la committenza politica delle istituzioni svolge un ruolo determinate fino a snaturare i piani anche se fossero pensati bene, per distruggerli sotto i colpi dell’avidità. Spesso nei media si rilasciano dichiarazioni di disprezzo per la categoria degli architetti, ma lo si fa anche a sproposito, poiché non sono costoro ad essere chiamati per primi a progettare le costruzioni, nonostante siano quelli che per vocazione hanno le competenze migliori.

Nel resto dell’Europa ci sono cultura e sensibilità maggiori per l’architettura e gli architetti, c’è maggiore armonia e rispetto delle professionalità di categorie che si integrano nel processo della progettazione (dall’ingegneria fino alla geologia, dalla geografia fino alla biologia), e così le parti delle città moderne mostrano un aspetto migliore rispetto a quelle italiane. Osservando il resto del mondo, le cose non vanno bene, visto che 1,4 miliardi di persone della popolazione mondiale vive nelle baracche (e dati mostrano una tendenza all’aumento), mentre metà della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e l’altra metà in campagna. I luoghi urbani si caratterizzano fra ambienti ereditati dai secoli passati (centri storici) e quelli moderni costruiti bene o male, questo dipende dai piani. In fine, esiste un’elite della popolazione che vive in ambienti di lusso ma questi costituiscono un’entità minoritaria, che vive in città o in campagna ma che spesso, insieme a coloro i quali dipendono dalle rendite di posizione, influenzano le istituzioni locali nella scelte pianificatorie.

In un contesto del genere, la risposta non si trova nella condotta degenerata e nella consuetudine di noi italiani che disprezziamo e ignoriamo architettura e architetti, ma si trova nel conoscere e nell’amare l’architettura proprio come fa una parte consistente del resto d’Europa. L’architettura non può restare confinata nei discorsi e nelle stanze fra pochi capitalisti, a volte intellettuali. Lo so, sembra un auspicio velleitario dato che i più bravi architetti sono stati e sono espressione dei potenti anche per soddisfare il proprio ego, ma io scrivo per cambiare i paradigmi culturali della società e non solo per correggere qualche sbaglio. Nell’agire dell’architetto c’è sempre un atteggiamento altruista poiché quando progetta e costruisce, certo lo fa rappresentando la propria formazione (ego), ma sta disegnando la casa, la città degli altri. Pertanto, ricondurre l’architettura e gli architetti nella missione di migliorare la società non è affatto difficile, molto più complesso è far relazionare gli architetti con le persone, ed è più difficile che quest’ultime si riapproprino della necessità dell’abitare, diventando committenza consapevole dei propri diritti. Un esempio estremo ma efficace? Arcosanti di Paolo Soleri, dove troviamo il connubio fra cittadini, architettura e territorio. E’ lo stesso stretto legame che osserviamo, forse senza percepirlo, nei centri minori costruiti nel medioevo fino all’inizio del secolo Novecento. Altri esempi di cambiamenti ben progettati che testimoniano corrette riqualificazioni e rigenerazioni sono rinchiusi in una categoria d’interventi, molto facile da individuare per chiunque: le pedonalizzazioni con l’arredo urbano di strade una volta asfaltate e destinate al traffico, ma oggi pavimentate con materiali specifici e destinate ai pedoni. Adesso pensiamo a un esempio di come non si fa architettura! I famigerati centri commerciali, denominati outlet dalle grandi marche della moda, per vendere, a prezzi scontati, la merce rimasta invenduta. Chi lo spiega ai cittadini che è la più grande presa per il culo degli anni recenti? Se l’obiettivo è vendere merce invenduta non c’è alcuna necessità, e aggiungo che non si ha neanche il diritto di farlo, di distruggere il territorio costruendo insediamenti che sono progettati come luna park, e con gli stili del classicismo che ritroviamo nei nostri centri storici. Non era più facile, più economico e più intelligente sedersi a un tavolo e chiedere agli esercenti locali di vendere tali merci? Magari ristrutturando anche gli edifici esistenti? E invece no, la stupidità di taluni capitalisti si manifesta con l’ego di ricevere attenzioni per soddisfare capricci.

Se le nostre città moderne e contemporanee sono inospitali, la responsabilità politica non è solo di chi ha pianificato male e di chi non si occupa di programmare il recupero l’esistente, ma anche di chi ha preferito tacere e di chi ha preferito ignorare una funzione determinante della nostra comunità: abitare. C’è poco da discutere o polemizzare ma decenni di apatia e di delega ai partiti sbagliati ci ha restituito un’Italia peggiore di come l’abbiamo ereditata, e l’attuale classe dirigente con la nostra collaborazione (diretta e indiretta) sta facendo peggio di quella che l’ha preceduta. E non esiste neanche un soggetto politico che abbia caratteristiche civili con le sensibilità culturali di cui necessitiamo per rigenerare i luoghi dell’abitare. Anche noi siamo responsabili se non miglioriamo la nostra cultura.

Per intenderci ancora meglio e sconfinando nell’attualità, l’astrofisico Stephen Hawking dichiara: «è un demagogo che pare fare appello agli istinti del più basso comune denominatore degli elettori», riferendosi a Donald Trump, candidato dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali. Scherzando con un linguaggio matematico Hawking ricorda il solito problema della specie umana, che dinnanzi alla propria apatia e al proprio nichilismo si lascia condizionare e manipolare da veri e propri attori demagoghi. E’ un problema antico, già affrontato e teoricamente risolto da Socrate, il quale invitava i cittadini a non dare ascolto ai sofisti senza indagare la realtà. L’architettura si trova sullo stesso piano – analisi della realtà – ed è invitata a esprimere significati di senso per risolvere problemi veri, anche con la bellezza.

La realtà è che dobbiamo rigenerare i nostri luoghi e facendolo con grande attenzione all’uso delle risorse possiamo rigenerare noi stessi.

Come per l’urbanistica anche per l’architettura esiste un grosso problema di comunicazione. A mio modesto parere, prima di tutto, gli architetti, come accade per molte altre professioni, usano un linguaggio specifico ignorato dalle persone, e poi le persone non hanno gli strumenti per cogliere il linguaggio degli architetti, insomma un dialogo fra sordi. Gli architetti non ritengono importante adeguarsi poiché si rapportano esclusivamente con la committenza, e tanto meno le persone ricevono un’educazione che migliori il proprio vocabolario. Nella società moderna, dove buona parte degli individui legge e scrive non è detto che riesca a dialogare con tutte le categorie di individui, e non è scontato che le persone riescano a capirsi reciprocamente. Lo stesso problema ed è ancora più grave, insiste per l’architettura. Non è un problema da poco, poiché l’architettura è anche un linguaggio, un’estensione tecnica e artistica della specie umana. Noi mangiamo, facciamo l’amore, cantiamo, giochiamo, scriviamo e poi abitiamo ma quest’ultima necessità è ormai sfuggita poiché nell’epoca moderna e contemporanea è prevalso il cosiddetto uomo economico.

Il Rinascimento nacque, si diffuse e si sviluppò camminando su tre gambe: letteratura, arte e architettura. Oggi, il livello di conoscenza che dispone l’umanità è impressionante, ma c’è un contro altare negativo: un’enorme massa di individui è immersa nella regressione socio culturale, attraverso il programmato sviluppo dell’ethos infantilistico degli adulti. Un adeguato programma di rigenerazione civile, etica e morale, dovrebbe tener conto della necessità di formare gli adulti rimuovendo l’ignoranza funzionale e di ritorno. Nel periodo preindustriale fino a tornare indietro nel mondo classico, le persone autorevoli dovevano coltivare e possedere delle virtù. Domande importanti sono queste: che genere di individuo ha creato il capitalismo? La società di oggi, che genere di persone ammira? Le risposte qualificano la nostra società, lo stesso se prendiamo in esame una ristretta comunità. Ad esempio, se osserviamo i quartieri moderni di Londra, Amsterdam, Stoccolma, Copenaghen forse ci accorgiamo delle differenze con i nostri? E’ solo una casualità, il fatto che viviamo in città con centri storici straordinari ma con quartieri moderni orrendi e degradati?

Zevi metologia dell'elenco delle finestre

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Se partiamo da queste osservazioni auto critiche, potremmo porre maggiore attenzione alle condizioni e ai percorsi culturali da avviare per migliorare noi stessi. In questo modo sarà più facile veicolare la necessità di conoscere e amare il proprio territorio, costituito non solo dal paesaggio naturale, ma da un ambiente costruito che possiede un valore inestimabile poiché rappresenta anche l’identità del nostro Paese. E’ attraverso questo patrimonio culturale e soprattutto attraverso un linguaggio condiviso che possiamo rigenerare le città riportando la bellezza nei luoghi urbani. L’architettura non è solo una forma d’arte, ma è un’esigenza vitale che può migliorare la nostra vita. Mettere insieme quattro pareti non corrisponde, di per se, a un’architettura ma a un bisogno, il progetto non è solo un’articolazione di spazi ed esiste un metalinguaggio. L’architettura è uno spazio vissuto, e così l’architetto è costretto ad essere qualcosa di più del progettista. Negli ultimi settant’anni l’architettura e l’urbanistica si sono disperse fino a dissolversi, e persino i bisogni necessari legati all’abitare sono stati trascurati dalla cittadinanza e dalle amministrazioni, poiché architettura e urbanistica sono sparite dalla politica e usate solo per creare o gestire consenso, anche con la complicità delle cosiddette archistar, la prima categoria che ha svenduto le discipline fagocitate dallo spirito del tempo capitalista. Un esempio molto semplice, quando nacque la città classica (greco-romana) fino all’inizio dell’era industriale, lo spazio pubblico della città era fondamentale poiché era il fulcro della vita stessa delle comunità (il foro). La vita pubblica rappresenta il modello insediativo espressione di una necessità, ed aveva la virtù di favorire le relazioni umane.

Quando nacque l’industrialismo, oltre all’impennata della popolazione mondiale, accadde che le relazioni mutarono, da esigenze e bisogni di comunanza si sviluppò l’individualismo, il nichilismo, per lo scopo prioritario di accumulare capitali. La misura della società moderna è l’accesso alle merci ma così spariscono i luoghi di convivialità e nascono i cosiddetti “non luoghi”: i centri commerciali; e cosa peggiore per la specie umana prevalgono le “relazioni” fondate sul denaro. Se oggi siamo individualisti, è causa di questo processo secolare che ha sostituito le comunità con i singoli consumatori passivi, cinici ed egoisti. Ovunque trionfano le immagini pubblicitarie dei marchi delle imprese private. La vita è sostituita dal consumo. La religione capitalista sta implodendo, e sarebbe saggio sconnettersi dal sistema sbagliato per riappropriarci di valori sopiti, ma che possono riemergere con grande forza ed energia, solo se lo desideriamo nel nostro profondo, dove alberga la coscienza civile per cominciare a partecipare. Bruno Zevi dichiara la necessità della partecipazione affinché «l’urbanistica nasca da un colloquio fondato su ipotesi aperte», e poi «si tratta di partecipare alla vita della città dall’interno, non passivamente, anzi intervenendo ogni giorno con estrema energia» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997, pag.84).

Zevi metologia dell'elenco dei volumi

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

Nello spazio della coscienza civile ci sono anche l’architettura e l’urbanistica che possiamo rispolverare, non solo per risolvere problemi pratici ma soddisfare il bisogno umano della bellezza. L’arte del costruire ritorna, e può realizzare spazi urbani di qualità. Tracce di questa saggezza sono persino documentate negli scritti Gianbattista Vico e Antonio Genovesi, che furono fondamentali per approfondire principi e valori di una società civile e orientata a un’economia reale, com’era descritta da Aristotele.

Una critica feroce, sul fatto che non si è più in grado di comunicare architettura e capire architettura, fu scritta da Zevi: «nel corso dei secoli una sola lingua architettonica è stata codifica: quella del classicismo. Tutte le altre, sottratte al processo riduttivo necessario per diventare lingue, sono state considerate eccezioni alla regola classica e non alternative dotate di vita autonoma. Anche l’architettura moderna, sorta in polemica antitesi al neoclassicismo, se non viene struttura in lingua, rischia di regredire, una volta esaurito il ciclo dell’avanguardia, ai frusti archetipi Beaux-Arts. Stiamo dilapidando un colossale patrimonio espressivo perché eludiamo la responsabilità di precisarlo e renderlo trasmissibile. Tra poco, forse, non sapremo più parlare architettura; in realtà, la maggioranza di coloro che progettano e costruiscono oggi biascica, emette suoni inarticolati, privi di significato, non veicola alcun messaggio, ignora i mezzi per dire, quindi non dice e non ha niente da dire. Pericolo anche più grave: esautorato il movimento moderno, non saremo più in grado di leggere le immagini di tutti gli architetti che hanno parlato una lingua diversa dal classicismo […]» (Zevi, Leggere, scrivere, parlare architettura, 1997). Profeta!

Renato De Fusco attraverso la sua ricerca semiotica ha delineato una teoria, e si è spinto ben oltre dichiarando che l’architettura ormai è un mass medium.

Ovviamente la letteratura è ricca di testi sulla bellezza in architettura, ma ciò che preme osservare è la sua scomparsa dalle città, che è conseguenza dello spirito del tempo, ma questo, senza consapevolezza delle masse, ha contributo a recare danno agli abitanti stessi, soprattutto ai ceti meno abbienti poiché i ricchi vivono in luoghi urbani adeguati e nel lusso. Rinchiusi nella nostra inconsapevolezza e nell’apatia politica, forse proviamo un accenno di risveglio quando passeggiano nei centri storici di particolare bellezza, e forse siamo stimolati a sognare immaginando che tale bellezza possa essere raffigurata anche nelle periferie da cui proveniamo. Una cosa è certa, potremmo rigenerare i quartieri costruiti dalla speculazione e in questo obiettivo potremmo riempire il vuoto culturale poiché potremmo darci l’opportunità di occuparci di significato, e potremmo farlo veicolando un messaggio di senso civico e di bellezza.

Zevi le funzioni umane

Fonte immagine: Zevi, Leggere scrivere parlare architettura, Marsilio, 1997.

La mia modestissima opinione è che, buona parte della cultura che abbiamo sviluppato in Occidente, soprattutto quella di natura economica fra il Seicento e il Novecento, ha costruito le basi per la nostra alienazione e del nostro nichilismo. Noi siamo la causa del nostro male che alberga nel distacco dalla natura, e nell’invenzione del possesso e della proprietà, che ci hanno fatto sviluppare avidità, aggressività, violenza e competizione. La specie umana fuori dall’Occidente, non influenzata da determinate invenzioni economiche, ha conservato una cultura animista e sviluppato una simbiosi con la natura, che invece noi abbiamo contribuito a distruggere con ingiustificata e inaudita violenza.

Oggi esiste una vastissima produzione di costruzioni in tutto il mondo, molto più di quanto sia mai accaduto nel passato, ed una parte consistente di questa produzione pubblicizzata nella letteratura è l’espressione dello spirito capitalista; e non è difficile osservare che una parte di questa produzione non è architettura ma l’espressione di capricci. Questa produzione è l’espressione di quella regressione della specie umana come accennato all’inizio. Esiste un aspetto positivo in questa trasformazione della società, e cioè che oggi abbiamo molte più tecnologie a nostra disposizione ma non sappiamo ancora usarle nel modo migliore (produrre significato e dare un messaggio di senso). Lavorando in questa direzione possiamo finalmente approdare in un’epoca diversa, più civile di quella che dobbiamo lasciarci alle spalle, se vogliamo migliorare la nostra igiene mentale e garantire una nostra sopravvivenza.

Il 26 settembre 2003 raccontavo – società e lavoro – come l’industria delle costruzioni finalizzata al riciclo fosse già matura.

A Parigi, Nicola Delon e Julien Choppin riciclando e riutilizzando materiali presi da cantieri aperti, ordini sbagliati e merci non utilizzate, progettano un piccolo Padiglione a pianta libera di 70 mq. L’edifico è chiamato Circular Pavillon, ma non penso si riferisca alla forma del Padiglione ma al concetto di economia circolare. E’ un’applicazione bioeconomica che considera i flussi di energia in entrata e in uscita.

Tale intervento è un’applicazione di una politica che adotta le cosiddette miniere regionali, cioè luoghi dove si stoccano materie prime seconde, e che le aziende possono usare per le proprie trasformazioni senza attingere a nuove risorse del Pianeta.

Circular Pavillon

Fonte immagine: Image Courtesy Cyrus CORNUT

Legislatore e Regioni dovrebbero favorire quest’economia circolare del riuso e del riciclo poiché raggiunge due obiettivi: la riduzione dell’impronta ecologica e il sostegno a una nuova filiera industriale più virtuosa (occupazione utile).

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