Feeds:
Articoli
Commenti

Quale crisi?

Sono anni che attraverso il mio diario on-line racconto l’importanza della politica e la necessità di ripristinare la sovranità monetaria e il ruolo centrale dello Stato per fare politiche industriali. La cosiddetta crisi, cioè la recessione, è insita al sistema capitalista liberale che da più di un secolo scrive le linee guida ai Governi occidentali. E’ necessario rifondare i paradigmi culturali della società, prendendo anche in considerazione il fatto di uscire da un sistema economico ed approdare a un sistema bioeconomico, migliorando anche il modello cinese.

Il 22 maggio 2016 Report manda in onda un’inchiesta di Giuliano Marrucci sui processi di urbanizzazione in Cina (Cinacittà). L’inchiesta apre subito con una tema che a noi italiani dovrebbe farci saltare dalla sedia. Un potente terremoto danneggia un’intera città, Beichuan (oltre 15 mila morti e circa 20 miliardi di euro di danni). In soli due anni viene ricostruita una nuova città con criteri antisismici e di efficienza energetica. «Negli anni 80 viveva nelle città soltanto il 20% di tutta la popolazione cinese; oggi il 56%. Cioè in poco meno di 30 anni la Cina è riuscita a gestire il passaggio di 500 milioni di persone – tanti abitanti quanti l’intera Europa – dalla campagna alla città costruendo da zero. Le città con più di 1 milione di abitanti sono 100 e delle 10 città più grandi del mondo 5 sono cinesi. Il prossimo passo è quello di mettere insieme in strutture amministrative unitarie aree urbane che possono arrivare fino a 100 milioni di abitanti». David Chen, F.O.G. International Capital Group, : «Il meccanismo funziona così. La municipalità individua un’area, di solito in periferia, e fa un progetto che include uffici pubblici, privati, abitazioni e tutto quello che serve a una città. A progetto approvato, società di proprietà pubblica chiedono prestiti alle banche per le infrastrutture di base: acqua, gas, luce, strade ed anche per tutte le aree verdi. A questo punto l’area viene suddivisa in lotti, che vanno a gara, con una concessione per 70 anni, e se l’aggiudica chi offre di più. Con questi soldi il pubblico si ripaga tutte le spese sostenute per costruire le infrastrutture».

Innanzitutto, noi non dobbiamo spostare persone dalla campagna alla città, il fenomeno dell’urbanesimo si è già consumato con diversi effetti contraddittori. Non dobbiamo costruire nuova città e tanto meno espandere le aree urbane. Dal punto di vista dell’economia, il meccanismo sfruttato dalla Cina è noto sin dall’Ottocento, poi sviluppato soprattutto in Olanda e in Scandinavia, ma appositamente scartato dall’Italia (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo). L’idea di sfruttare la rendita fondiaria per costruire la città risale addirittura a Ebenezer Howard (1850-1928), che non ebbe molto successo per la verità, invece ebbe successo la pubblicizzazione dei suoli (esproprio), per evitare i conflitti degli interessi privati proprietari dei suoli, e consentire ai Comuni di elaborare un unico disegno urbano per poi dare in concessione il diritto di superficie. La differenza politica culturale è che la Cina è un’economia pianificata dallo Stato che ha una propria sovranità com’è noto, mentre l’UE è un’economia pianificata dal liberalismo, dove gli Stati hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria (euro zona) e i Governi hanno scelto di darsi in pasto ai capricci del mercato con stupide regole fiscali. Entrambi i sistemi perseguono la crescita contribuendo a distruggere le risorse finite del pianeta. La Cina, dopo anni che ha trascorso nel copiare le conoscenze dell’Occidente diventa creatore di brevetti, ed ha deciso di introdurre il consumismo e gli stili di vita occidentali sul proprio territorio poiché è convinta di poter ridistribuire ricchezza trasformando i contadini in consumatori, ma commettendo l’errore dell’Occidente del secondo dopo guerra distruggendo la propria identità culturale, e accelera i processi irreversibili di depauperamento delle risorse, nonostante si impegni a utilizzare le energie rinnovabili per ridurre la propria impronta ecologica.

La lezione che proviene dalla Cina riguarda l’auto determinazione, lo Stato ha deciso di utilizzare le migliori tecnologie per cambiare per sempre gli stili di vita di una parte consistente del proprio Paese; l’ha programmato e l’ha fatto senza alcun limite economico e monetario. In Italia c’è un’armatura urbana costituita da poche metropoli, ci sono molte reti di città mal collegate fra loro, con servizi mal distribuiti sul territorio, centri storici da conservare e periferie in degrado. Ci sembra di cogliere un’evidenza, se l’UE fosse un’economia pianificata con poteri sovrani in pochi anni potremmo aggiustare le città e consentire agli abitanti di avere un presente e futuro prosperoso eliminando le diseguaglianze sociali create dal liberalismo.

Nell’Europa paradiso dei liberisti le opzioni sono diversificate, c’è l’esempio olandese dove si pianifica con la pubblicizzazione dei suoli e il diritto di superficie, e c’è l’Italia paradiso dei privati che dettano le condizioni dei piani rispetto al proprio tornaconto. Il risultato è noto: speculazioni e urbanizzazioni di scarsa qualità, degrado e gentrificazione che contribuisce alla dispersione urbana. Il problema italiano è che l’interesse generale non è prioritario mentre la necessità è quella di conservare, riutilizzare, recuperare e rigenerare, ed abbiamo le conoscenze per farlo. L’unico ostacolo a ciò è la tecnocrazia europea che odia la democrazia e l’auto determinazione dei popoli poiché tali poteri liberano le persone dalla schiavitù.

Aggiustare le città/2

Nella storia dell’umanità il rapporto fra uomo e territorio si è caratterizzato in un continuo cambiamento rispetto agli usi e ai costumi, alle necessità e alla cultura delle comunità. Nell’epoca della multimedialità e del controllo sociale capitalista le popolazioni aumentano la propria concentrazione nelle aree urbane. La pressione antropica, viziata dalla pubblicità, contribuisce a sprecare risorse non rinnovabili, e a depauperare gli ecosistemi. Nell’attuale contesto, le città restano il cuore pulsante della società umana, e alcune amministrazioni locali danno risposte diversificate, mentre molte altre non riescono a costruire soluzioni per migliorare la vita degli abitanti. E’ altresì vero che la recessione economica innescata da una religione sbagliata: il capitalismo, è la causa della crisi morale, sociale, ambientale ed economica del mondo occidentale. Le istituzioni, pensate e organizzate in funzione di tale religione, sembrano incapaci di soddisfare i bisogni umani, e sembrano incapaci di favore lo sviluppo umano; nonostante ciò ci sono casi in cui le classi politiche locali “ribelli” al pensiero dominante, promuovono azioni efficaci per aggiustare le città attraverso una corretta rigenerazione urbana. Non c’è dubbio che per favorire l’uguaglianza è necessario abbattere l’attuale paradigma culturale neoliberale, restituire libertà agli Stati e dare loro strumenti per sostenere i diritti, dalla sovranità monetaria fino alla riforma degli istituti di credito, e riporre lo strumento della moneta nel posto giusto, e cioè come mero strumento di misura dell’agire politico e non come misura della ricchezza.

Nel corso della storia ci sono stati numerosi esempi per trarre insegnamenti virtuosi. Nell’Ottocento nascono numerose idee (Owen, Fourier, Godin, Cabet) per progettare luoghi urbani partendo dai bisogni delle persone, e in controtendenza all’industrialismo che cominciò a distruggere i luoghi urbani. Owen: «le condizioni ambientali non possono non influenzare gli individui: l’ambiente quindi deve essere costruito a servizio dell’uomo, prima di pensare a qualsiasi vantaggio economico, individuale e collettivo». I problemi dell’igiene urbana e della mobilità fecero nascere la scienza dell’urbanistica di Ildefons Cerdà e il piano di Barcellona. Howard presenta un progetto di città ideale, egli propone di decongestionare la città storica; programmare e gestire l’espansione attraverso il decentramento della popolazione in città di nuova formazione denominate “città giardino”, questo approccio fu poi ripreso da Abercrombie. Nel Novecento le proposte continuarono, e a seguito di due guerre mondiali, nacquero gli approcci per ricostruire e conservare i centri storici.

Greater London Plan 1944

Piano per la Grande Londra, 1944.

Durante il Novecento prevalse l’approccio del Movimento Moderno che sviluppa la città dei consumi, ma i modelli insediativi se ben programmati dalla pubblica amministrazione migliorano le condizioni di vita (Londra, Parigi, Copenhagen, Helsinki, Berlino, Barcellona, Amsterdam), mentre in Italia prevalse la speculazione edilizia che distrusse il territorio e peggiorò i luoghi urbani.

Dal punto di vista dell’urbanistica, la Catalogna, l’Inghilterra e l’Olanda, approfittando dei danni bellici sono stati capaci di sviluppare una corretta pianificazione poiché affrontano il problema del regime giuridico dei suoli, e così da diventare paesi guida anche nella rigenerazione urbana.

L’isolamento culturale italiano dell’inizio secolo Novecento, nonostante le opere di bonifica e la costruzione delle città ex novo, non assimila i modelli della pianificazione territoriale (Patrick Abercrombie) e i modelli insediativi delle garden city (Ebenezer Howard, Raymond Unwin), poiché preferisce favorire gli interessi privati delle rendite fondiarie e immobiliari. In Italia, fu Alessandro Schiavi a importare il modello garden city ma non ebbe molto successo. Milanino fu la prima città giardino italiana. Da questi esempi si svilupperanno alcuni insediamenti e quartieri popolari. L’aspetto negativo di questo modello è la bassa densità. Negli anni ’40 Bruno Zevi con l’associazione per l’architettura organica realizzerà alcuni progetti di insediamenti urbani che risentono l’influenza delle garden city circa il rapporto fra uomo e natura, ma tale associazione non rappresenta l’estensione di quel movimento anglosassone. Negli anni a seguire dal concetto di architettura organica, particolare rilievo ha avuto la sperimentazione di Paolo Soleri realizzata in Arizona con Arcosanti. Negli anni ’50, un notevole impulso all’urbanistica italiana fu promossa da Adriano Olivetti soprattutto per la pianificazione territoriale.

Fra l’Ottocento e il Novecento si forma la cultura urbanistica e l’Italia paga il danno culturale del fascismo restando isolata, rispetto alle sperimentazioni dei modelli compositivi insediativi tipici dell’approccio a “cellula urbana”; questo danno si ripercuoterà nella fase del boom economico con l’assenza di adeguati piani territoriali e di espansioni urbane non integrate negli insediamenti esistenti. La “beffa” è che molti dei modelli insediativi realizzati all’estero si ispirano palesemente all’armonia e alla bellezza della città europea formatasi nel mondo classico. In Italia, durante il periodo di crescita solo alcune città sono state capaci di pianificare uno “sviluppo equilibrato”, fermo restando che ugualmente hanno subito il mito del consumismo, fra queste Torino e Bologna.

cellula urbana

Cellula urbana. Fonte: Rigotti, Urbanistica. La composizione, 1973.

Per una corretta composizione dello spazio urbano i progettisti rappresentano la cosiddetta “cellula urbana” degli isolati ove inserire gli standard minimi al fine di consentire una corretta fruibilità dei servizi raggiungibili a piedi. Altri dati sono importanti come la morfologia, le densità, l’accessibilità, e il rapporto fra spazio pubblico e privato.

All’inizio del Novecento si sviluppano movimenti culturali territorialisti grazie a Mumford e Geddes, con una spiccata sensibilità ecologista. Kropotkin intuì le enormi potenzialità della rete elettrica immaginando città auto sufficienti, mentre i fratelli Paul e Percival Goodman immaginarono città ideali come le Communitas. Oggi la rappresentanza della scuola territorialista in Italia è espressa dalle ricerche di Alberto Magnaghi che suggerisce il progetto della bio regione.

L’Italia si distingue per la scuola di restauro e di conservazione attraverso la spinta di studi sulla città storica di Camillo Sitte (austriaco ma i suoi studi interpretano la bellezza dei centri storici italiani), ma soprattutto grazie all’opera di Gustavo Giovannoni, allievo di Boito, che inventa modelli e pratiche di rigenerazione urbana (tecnica del diradamento), Roberto Pane, allievo di Giovannoni, divenne grande teorico per la conservazione insieme a Cesare Brandi. Dal secondo dopo guerra, le città italiane crescono velocemente e le amministrazioni assimilano e scimmiottano il modello espansivo lecorbusierano, trascurando la qualità architettonica e urbana degli insediamenti.

Un’analisi critica sull’urbanistica moderna e sulla città contemporanea è suggerita dalla sociologa Jane Jacobs che valuta negativamente lo sviluppo delle città americane. Negli anni ’60 uno studio di Colin Buchanan consentirà un’avanzamento culturale della cellula urbana (Neighborhood Unit), sotto il profilo ambientale suggerendo una classificazione della strade e riordinarle per favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta (moderazione del traffico e zone 30). Sempre negli anni ’60, Kevin Lynch offre un formidabile contributo nell’interpretazione e nel racconto dell’urbanistica attraverso le mappe mentali frutto della percezione soggettiva della città; mentre Gordon Cullen inventa il concetto townscape, riferendosi al paesaggio urbano. Lynch, Cullen e in fine Jan Gehl consentono di apprendere le chiavi interpretative della città e degli spazi urbani.

Per porre freno al disordine urbano il legislatore italiano, che preferisce assecondare la rendita urbana, cerca di limitare il danno attraverso il famoso DM 1444/68 degli standard minimi, ma il danno era già stato creato. Dagli anni ’70 in poi, i progettisti presentano piani per recuperare gli standard, e dove c’è cultura e sensibilità politica i luoghi urbani migliorano, dove prevale l’avidità e l’ignoranza i luoghi urbani peggiorano. In buona parte del paese neanche la legge fermò gli interessi dei privati, i Consigli comunali continuarono ad assecondare l’avidità dei pochi a danno dei diritti dei ceti meno abbienti. Una buona classificazione dei modelli di piano è suggerita da Campos Venuti che li identifica in piani di “prima generazione” poiché perseguono la necessità della ricostruzione post bellica; poi segue una “seconda generazione” di piani caratterizzata dall’espansione e la “terza generazione” dedicata alla trasformazione. Renato De Fusco contribuisce ulteriormente alla comprensione profonda della città attraverso ricerche e studi sulla semiotica svelando il significato che si cela dietro il linguaggio dell’architettura contemporanea.

Nel frattempo il mondo è rapito dagli scenari proposti dal Movimento Moderno a partire dal primo congresso del 1928 (CIAM), passando per la prima Carta di Atene pubblicata nel 1938, fino all’ultimo del 1960. L’unica eccezione fu presentata proprio dal Team X (1956) che proviene dai CIAM, in cui partecipa anche l’italiano Giancarlo De Carlo, e propone un approccio non più meramente funzionalista ma suggerisce di favorire la progettazione di luoghi urbani per la convivialità e lo sviluppo sociale, sviluppando il concetto dell’abitare. Dalla partecipazione ai Team X si sviluppano numerosi temi originali, e vi parteciparono anche Ignazio Gardella e Gino Valle; inoltre, fra questi è necessario ricordare Christopher Alexander che ha elaborato un’originale contributo per l’urbanistica e la rigenerazione, A pattern language. Nel 1960, con la Carta di Gubbio (Astengo) l’Italia conserva e rilancia un ruolo di paese guida per la conservazione dei centri urbani storici, ottimi esempi sono i piani di Assisi e di Siena (Secchi) e la scuola di Saverio Muratori con l’analisi tipologica, utilissima per i piani di recupero, Caniggia e Maffei gli allievi che hanno portato avanti l’analisi della morfologia urbana e l’interpretazione dei tessuti urbani esistenti. In tutti questi protagonisti dell’urbanistica e dell’architettura ci sono gli insegnamenti per una corretta rigenerazione urbana, attraverso l’analisi e l’interpretazione, approcci fondamentali per intervenire correttamente.

Per la pianificazione la consuetudine di oggi è rimasta immutata, poiché il processo che stimola il governo del territorio è l’interesse economico, cioè il territorio è considerato merce; nonostante la pianificazione nasca per tutelare l’interesse generale e si raccomanda di far prevalere il fine sociale. La realtà è drammaticamente opposta poiché i Consigli comunali e la classe politica sono addomesticati dal capitalismo che non persegue scopi etici ma l’accumulo del capitale stesso. Il problema è noto e riguarda il regime giuridico dei suoli. Il modello migliore è noto, e si chiama pubblicizzazione del suolo che concede in uso il diritto di superficie, ma tale strategia fu scartata dal legislatore italiano (1962, vicenda dell’ex Ministro Sullo) e dai Consigli comunali, favorendo la consuetudine prevalente, e cioè ridurre il ruolo dello Stato per favorire il ruolo dei privati nella pianificazione urbana come prescrive la teoria liberale. La Cina attraverso la proprietà pubblica dei suoli, e col modello usato efficacemente in Olanda, ha costruito in meno di trent’anni le nuove città per circa 500 milioni di abitanti.

Oggi la realtà è persino peggiore rispetto agli anni ’60 e ’70, poiché aderendo al sistema neoliberale dell’UE e cedendo sovranità al mercato, i diritti e i valori della Costituzione repubblicana che sono la fonte primaria del diritto urbanistico, non sono applicati dagli Enti locali. La recente modifica costituzionale dell’art. 81 ha aggravato un vulnus culturale preesistente, giustificando l’ingiustificabile, e favorendo la distruzione del territorio, la speculazione, la segregazione sociale chiamata gentrificazione e il massacro dei diritti umani. Questo contribuisce ad aggravare una realtà sociale già drammatica e distruggere l’esistenza di intere generazioni che non riescono a costruirsi un proprio percorso di vita poiché le istituzioni sono guidate da una religione: il capitalismo. In Italia, buona parte di programmi urbani, piani e progetti rispondono all’avidità dei soggetti privati e non all’interesse generale che si pone l’obiettivo dell’utilità sociale, la tutela del patrimonio esistente e la tutela ambientale. Viviamo una realtà grottesca e drammatica allo stesso momento; esiste la creatività e la capacità di rigenerare l’Italia attraverso l’occupazione utile ma ciò non accade poiché lo Stato ha ceduto poteri e sovranità. Ovviamente non è giusto trascurare il fatto che la regressione culturale dei cittadini contribuisce a distruggere il Paese poiché si eleggono cretini al potere.

Per favorire progetti di rigenerazione urbana bioeconomica, secondo l’accezione di Georgescu-Roegen, è necessario sviluppare piani di “quarta generazione” (bioeconomia, benessere, reti e morfologia urbana) ma valutati diversamente dai criteri attuali. I piani devono essere valutati con criteri che osservano lo sviluppo umano e sociale, la sostenibilità che risolve problemi concreti quali l’uso razionale delle risorse e l’equilibrio ecologico, la bellezza e il decoro urbano, e la progettazione urbana di qualità, proprio com’è insegnato dai modelli insediativi della cellula urbana e della città europea (mixitè funzionale e sociale, mobilità dolce, accessibilità, densità etc.).

Oggi l’armatura urbana italiana è costituita da reti di città (città regione) collegate male fra loro e consumano ingenti risorse, poiché sono il frutto della cosiddetta dispersione urbana innescata dalle rendite di posizione, che hanno espulso i ceti meno abbienti dai centri principali. Per rimediare a questo danno, sono necessarie ingenti risorse finanziarie per pianificare bio regioni urbane a tutela delle risorse ambientali nei cosiddetti sistemi locali individuati dall’Istat. Il problema economico: fino agli anni ’80 la fiscalità generale contribuiva a costruire le città, dopo l’inizio della privatizzazione del sistema bancario e l’entrata nell’UE, i privati hanno avuto un ruolo centrale poiché pagano integralmente i costi della pianificazione, non è una novità poiché il sistema risale sin dall’Ottocento. Il problema è che le necessità dello Stato sono diverse (rischio idrogeologico e sismico, conservazione dei beni storici, diritto alla casa, istruzione e assistenza sanitaria) dagli interessi privati mossi solo dal profitto. Il problema culturale: all’interno di un paradigma culturale capitalista si crede che ogni investimento debba produrre un profitto, ma non è così, poiché la parte più importante dell’economia reale è costituita da scambi che non producono profitto ma soddisfano necessità, diritti e libertà: cibo, energia, cultura, bellezza e creatività. Il paradosso: l’attuale sistema globale finanziario ha creato la più grande concentrazione di capitali liquidi mai visti nella storia del capitalismo, ma non sono utilizzati per aiutare le persone, tanto meno per sostenere lo sviluppo umano e tanto meno per ridurre le diseguaglianze. Non è l’altruismo lo spirito che stimola le più influenti istituzioni del pianeta. Una parte della cultura liberale, per arginare il ruolo delle cooperative che tolgono opportunità alle imprese di profitto,  sta trasformando il mondo del volontariato che nacque nell’Ottocento, in un nuovo modo di fare impresa, e quindi i liberali contribuiscono a introdurre la competitività e l’obiettivo del profitto anche fra le cooperative, cancellando il principio del mutuo soccorso. Tutto ciò può cambiare, il mondo può diventare un luogo migliore se cambiamo i paradigmi culturali dell’Occidente, e questo dipende dalla cultura e dalla sensibilità delle persone.

Dal punto di vista economico, possiamo osservare che la cosiddetta “sostenibilità economica” può essere sfruttata per speculare, poiché ha come unico obiettivo il tornaconto degli interessi privati. Attraverso una riforma del sistema del credito e dei poteri istituzionali che ripristinano la sovranità monetaria, possiamo cambiare la cultura della ricchezza che non è determinata dalla moneta ma dalla creatività umana e dalla corretta gestione delle risorse finite del pianeta. E’ necessario che gli strumenti di valutazione economica-finanziaria siano piegati all’interesse pubblico, e che lo Stato si riprenda il ruolo di controllore, dettando la convenienza sociale ed ecologica di programmi, piani e progetti. Ciò può accadere attraverso la teoria endogena della moneta e finanziando direttamente a credito la sostenibilità economica degli interventi bioeconomici che creano occupazione utile, in maniera tale da realizzare programmi di prevenzione del rischio idrogeologico, sismico, la conservazione dei centri storici e la rigenerazione urbana delle aree degradate arrivate a fine ciclo vita. Sono tutti interventi non opinabili, procrastinabili nel tempo, e non sono oggetto di campagne politiche speculative poiché determinano la vita delle persone che si concentrano nelle aree urbane, cioè la maggioranza degli abitanti. Le istituzioni sono state inventate per gestire e risolvere problemi, ma la crisi morale che viviamo si traduce in un’inerzia criminale di buona parte dei politici addomesticati alla stupidità e al cretinismo del pensiero neoliberale che genera danni sociali e ambientali irreversibili. Aggiustare le città non è un’opinione ma una necessità per la nostra sopravvivenza, è bene che siano i cittadini stessi ad attivarsi poiché la natura, i cambiamenti climatici e l’usura del tempo degli ambienti costruiti non aspetta i capricci dei cretini al potere che noi stessi abbiamo sistemato.

Salerno prima e dopo

Curiosità: l’ONU ha approvato una nuova agenda con scadenza 2030, ove si pone l’obiettivo ambizioso di porre fine alla fame e alla povertà, e di combattere le diseguaglianze. Tali promesse possono assumere, o la forma della barzelletta o dell’insulto, poiché l’ONU è un’organizzazione incapace di rispettare qualunque promessa. Esistono diverse organizzazioni sovranazionali che rappresentano gli interessi delle imprese private, sono tutte intente a scrivere l’agenda politica per le istituzioni politiche. Le loro priorità sono l’accumulo del capitale e l’auto conservazione, lasciando i popoli in schiavitù. E’ altrettanto noto che l’Occidente attraverso l’OCSE, il WTO e la NATO sono co-registi delle politiche neoliberali della Banca Mondiale e del FMI è sono responsabili della povertà, della fame e dell’aumento delle diseguaglianze, mai così grandi da quando esiste il capitalismo stesso. Tali diseguaglianze si annidano principalmente nei luoghi urbani e nei paesi che hanno depredato e colonizzato, ma è relativamente recente il fatto che si diffondono anche in Occidente, negli USA e in Europa. Gli attuali fenomeni migratori non sono altro che l’effetto di strategie geopolitiche conflittuali fra Occidente e Oriente, che siedono entrambi sullo stesso piano ideologico sbagliato: la crescita e l’avidità del capitalismo.

Leggere ci aiuta

Da anni leggo e cerco di aggiornarmi per capire una disciplina che determina negativamente la nostra esistenza. Ho letto diversi testi che riguardano la moneta e l’economia, facendomi una certa idea di questa religione, poiché oggi più che mai questi argomenti condizionano la nostra esistenza, nonostante non debba esser così, ahi noi è così, nonostante la vita su questo pianeta sia determinata dalla fotosintesi clorofilliana. Per chi come me, non ha studiato economia, ma percepisce che gli strumenti di questa disciplina ci colpiscono negativamente, vorrei consigliare tre letture: Galbraith, Galloni e Shaxson.

Galbraith storia dell'economia

Galloni l'economia imperfetta

Shaxson le isole del tesoro

E’ la conoscenza che ci rende liberi. Il testo di Andrè Gorz vi consentirà di osservare l’economia con gli occhi della specie umana.

Gorz Ecologica

Buona lettura!

La conoscenza sulla specie umana è davvero vasta e immensa, i limiti della nostra specie sono noti ma non appartengono alla cultura delle masse, cioè buona parte di noi è assolutamente consapevole delle proprie capacità e dei propri limiti, e spesso finisce col subire i cosiddetti condizionamenti dell’ambiente esterno svolgendo un’esistenza indotta dal pensiero dominate e dal sistema di potere.

La nostra inconsapevolezza è la principale causa dei problemi di questa società moderna. I dati ufficiali circa i tradizionali indicatori raccolti all’Istat, dicono che il presente è drammatico, e forse è un commento riduttivo. Viviamo in uno stato di emergenza, ma questa sembra non preoccupare le famiglie poiché abbiamo l’abilità di scegliere i peggiori rappresentanti politici per affrontare i seri problemi sociali, ambientali, economici e politici. La nostra casa sta bruciando e noi gettiamo benzina sul fuoco.

Istat tasso di disoccupazione giovanile

relazione PIL popolazione occupazione

Un dramma che trova momenti di picco se spostiamo la lente d’ingrandimento sul nostro meridione, che abbiamo lasciato nelle mani di veri e propri stupratori seriali. Il meridione d’Italia è uno dei luoghi più belli del pianeta che subisce una guerra razziale e ideologica da più di 150 anni, con la collaborazione di noi meridionali psico programmati per disprezzare la nostra terra natia, e rincoglioniti dalla scuola e dal mainstream sviluppista (le televisioni milanesi e la RAI stessa). Siamo così confusi da credere ancora che la soluzione ai nostri problemi sia la crescita del PIL  quando è la religione che genera i nostri danni.

Le fotografie dell’Istat sembrano immagini post belliche, ma siamo nel 2016. La guerra economica contro i meridionali che cominciò col rubare oro, e tecnologie dal Regno delle Due Sicilie (l’allora Germania d’Europa), continuò con la propaganda razzista. La guerra economica è ancora in piedi poiché frutta denari per le imprese che hanno colonizzato il Sud, e per partiti politici “meridionali”, oggi i partiti non esistono più, ma gli interessi delle imprese continuano ad avere rappresentanza nei Governi italiani.

L’unico modo per cambiare i dati dell’Istat, è che i meridionali amino la propria terra sconfiggendo i mali sociali che più l’affliggono: l’indivia sociale e l’apatia politica. La soluzione non è imitare gli stili di vita rappresentati dal mainstream neoliberale, non è competere ma far crescere la creatività, e favorire i capaci e i meritevoli che possono creare nuova occupazione utile tutelando e valorizzando il territorio.

Istat tasso di disoccupazione giovanile per Regione 2015

Istat reddito familiare netto mediano per Regioni

I migliori investimenti che possiamo fare sono nel cooperare e stimolare la nascita di una classe dirigente seria e responsabile, che superi il pensiero dominate materialista, e cominci dalla bioeconomia poiché produce nuova occupazione utile. Alcune imprese, senza attendere una nuova classe politica, stanno investendo nella bioeconomia, tant’è che nel riciclo e nel riuso delle risorse stanno emergendo nuovi mercati, così come nel recupero dei territori e nell’uso razionale dell’energia i settori della progettazione e delle costruzioni riescono a resistere alla recessione innescata dall’implosione del capitalismo. Per il momento l’inerzia della politica sta facendo da tappo, soprattutto perché al pensiero neoliberale non interessa l’economia reale, in quanto certe imprese aumentano i dividendi degli azionisti attraverso la finanza e il sistema offshore, le speculazioni, gli illeciti e la depauperazione delle risorse del pianeta occupando i territori in via di sviluppo.

Premessa necessaria: tutto il pensiero politico del mondo Occidentale è succube di una religione, nel senso proprio del termine, cioè succube di una credenza delle teorie economiche liberali, veri dogmi al pari del corano, della bibbia e dei dodici comandamenti, e su questa alchimia si decidono le linee politiche globali e dell’UE. Fatta questa premessa è evidente che fuori dalle credenze, e dentro una visione razionale sia il debito e sia le pensioni non sono affatto un problema. Il debito è una questione giuridica e le pensioni sono un problema aritmetico inventato dall’economia liberale che nasce dalle teorie monetariste del pensiero macroeconomico sviluppatosi a Chicago nella famigerata scuola di Milton Friedman, erede di Adam Smith e Friedrich von Hayek. La teoria liberale aveva la necessità di affermare una credenza strategica, e cioè raccontare la favola della “neutralità delle politiche monetarie” per sottrarre potere allo Stato di creare moneta, e assegnare tale potere a istituti privati. In un sistema capitalista quale il nostro, una volta gambizzato lo Stato dei propri arti naturali è chiaro che l’obiettivo dei liberali è raggiunto, poiché popoli e comunità sono tutti sotto il ricatto del mercato, controllato da banche private e imprese che possono accumulare capitali e distribuirli a chi lo desiderano. Nell’attuale sistema i Governi stampano Titolo di Stato acquistati da soggetti autorizzati a comprare tali Titoli di debito/credito, è una mera convenzione che costringe gli Stati a indebitarsi nei confronti dei creditori poiché il valore della moneta è coperta dalla fiducia degli acquirenti. In questo sistema è evidente il rischio del ricatto, e così la libertà dello Stato non esiste.

Poiché l’UE è un’organizzazione inventata dalle imprese, per affrontare il problema delle pensioni l’élite programma l’ingresso di nuova schiavitù sul territorio europeo. Tale schiavitù assolve a due compiti: competitività interna (svalutazione salariale) che favorisce anche una certa rilocalizzazione delle produzioni di merci inutili e poi contribuisce a immettere risorse monetarie nella contabilità pubblica. E’ evidente che questo genera enormi conflitti sociali e culturali poiché nuova schiavitù interna al territorio europeo non è integrazione ma deportazione. Buona parte degli osservatori, con un sottile linguaggio razzista, crede che la nuova schiavitù sarà indirizzata negli impieghi che i giovani italiani non vogliono fare, in realtà la nuova schiavitù entrerà anche negli impieghi di ufficio attraverso la svalutazione salariale che consente maggiori profitti ai dirigenti. E’ una politica razziale dell’élite dei colletti bianchi che testimonia la regressione culturale della società moderna, riprendendo la divisione di classe che nacque nel mondo classico, si diffuse nella Roma imperiale e proseguì per l’Inghilterra vittoriana fino alla nascita della borghesia.

In un sistema normale, dove lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria, il debito è un’invenzione fittizia e non è necessario ripagarlo, poiché lo Stato è indebitato con se stesso, ed è quindi solo una soglia virtuale per controllare il mercato. Fuori dal mondo Occidentale, gli Stati agiscono proprio in questo mondo. Basti osservare che per alcuni Paesi il debito alto non è un problema e i livelli di disoccupazione sono più bassi rispetto all’Italia, non è un caso.

In un sistema ottimale, non c’è alcuna necessità della convenzione dei Titoli di Stato scambiati con una moneta debito, poiché la creazione della moneta avviene a credito. Si supera la credenza liberale che racconta la favola della neutralità della moneta, poiché così non è nella realtà, in quanto la creazione della moneta è figlia dell’attività creditizia, cioè endogena al sistema e non esogena. In questo momento, in Italia e non solo, circola poca moneta rispetto alla realtà economia, cioè rispetto agli scambi di servizi e beni per le attività che si devono svolgere per soddisfare necessità: rigenerazione urbana, bonifiche dei territori, agricoltura, conservazione, prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico etc.  Lo Stato possiede una banca centrale e stampa moneta propria rispetto alla reale attività economica e decide gli investimenti pubblici per tutelare il benessere dei cittadini e non per assecondare i capricci degli interessi privati spinti dalla propria avidità. In questo contesto culturale è evidente che anche il ciclo di pagamento delle pensioni condizionate dalla demografia di un paese, dal numero degli occupati e dal numero dei pensionati, non esiste più, poiché la differenza coperta dalla fiscalità generale, che aumenta il debito pubblico nel sistema esogeno, invece nel sistema endogeno il “problema” è già risolto.

E’ evidente che nel sistema endogeno si risolve anche il problema dell’occupazione e della povertà, creata proprio dalle teorie monetariste liberali che si basano proprio sulla disuguaglianza dei poteri sottratti agli Stati. Un esempio evidente è proprio l’UE, cioè il paradiso degli ultraliberisti.

La moneta non è né di destra e né di sinistra. La moneta è solo uno strumento e nel corso dei secoli è stata usata, e ancora oggi viene considerata, sbagliando, come un elemento di ricchezza ma è solo un inganno, poiché la moneta non è ricchezza ma lo strumento dell’élite e del potere per addomesticare e schiavizzare i popoli. La conoscenza è ricchezza. La moneta è un’invenzione dell’uomo ma soprattutto di una categoria particolare di individui che non intende lavorare, nel senso fisico del termine, ma attraverso questo strumento crea ricchezza dal nulla, nella concezione moderna di ricchezza, cioè accumulando e prestando danaro, sia attraverso la finanza, il sistema del prestito e l’espansione monetaria. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana ma la stupidità dell’uomo economico è utile per assoggettare e schiavizzare milioni di persone costrette in un sistema sociale dotato di istituzioni pubbliche che non funzionano secondo le leggi della natura, ma secondo l’influenza di un regime giuridico autoritario scritto dal cosiddetto legislatore e costringe le persone a sviluppare competitività, odio reciproco, distruzione degli ecosistemi e accumulo di merci inutili. All’interno del sistema economico tutto è merce, le persone sono merce, il territorio è merce e l’obiettivo non è la felicità delle persone ma l’accumulo continuo, cioè la crescita continua che ignora l’entropia e distrugge l’ecosistema indispensabile per la sopravvivenza umana. Tutto ciò accade attraverso lo scambio e l’accumulo di moneta prestata a debito, sia alle istituzioni e sia ai cittadini, privati di uno strumento che dovrebbe solo misurare gli scambi piuttosto che essere percepita come ricchezza. In un sistema economico come il nostro, stiamo diventando poveri poiché i nostri bisogni necessari sono divenuti merce quindi fruibili solo con la moneta. Il contadino che soddisfa i propri bisogni auto producendoli è molto più ricco di noi schiavi economici poiché non dipende dal mercato ma dalla natura. E’ necessario orientare le città copiando il modello economico della natura uscendo dal monetarismo.

Oggi il mondo è diviso fra il mondo Occidentale ove la moneta è prestata agli Stati facendoli indebitare nei confronti di soggetti privati, SpA, e il resto del mondo ove il debito non è verso le banche private ma con gli Stati stessi. Un’ulteriore divisione all’interno del mondo Occidentale è determinata dall’idiozia del sistema euro, ove oltre all’usurpazione della sovranità monetaria si aggiungono criteri economici che danneggiano il sistema produttivo dei cosiddetti paesi periferici, impoveriti dal sistema stesso e spinti a delocalizzare le fabbriche per inseguire maggiori profitti.

Il problema dell’euro zona è sia l’usurpazione della sovranità monetaria e sia la stupidità dei criteri economici inadeguati per i periodi di recessione come quello innescato, nel 2008, dall’industria finanziaria fuori controllo: le banche e il mondo offshore. O la moneta torna ad essere strumento a servizio degli Stati, e cioè dei popoli, oppure le schifose diseguaglianze fra l’élite degenerata e le persone salariate, condurranno i popoli stessi a una disgregazione sociale ancora più forte che favorirà un’instabilità sociale tale da creare una ribellione incontrollata. La moneta non è né di destra o né di sinistra, e la decisione di sviluppare un sistema europeo così ignobile è stata una volontà politica sia delle destre e sia delle cosiddette sinistre, che guardando con maggiore attenzione di sinistra non hanno proprio niente, poiché nell’Ottocento quando nacque la sinistra le sue origini culturali proponevano di tutelare i popoli, cioè gli ultimi, sfruttati dal capitalismo e dall’industrialismo. La sinistra che abbiamo visto negli ultimi trent’anni ha voltato le spalle agli ultimi per frequentare i salotti dei banchieri e sposare l’ideologia del pensiero dominate: il neoliberismo. E’ indubbio che una moneta debito come l’euro e le politiche europee siano l’espressione delle idee liberali di Ricardo, Smith, e von Hayek cioè la vittoria delle destre.

Pertanto l’euro zona dovrebbe ripristinare la sovranità monetaria e avviare un nuovo sistema economico basato sulla bioeconomia per uscire dall’accumulo di merci inutili e offrire una prospettiva di felicità ai popoli ponendo l’obiettivo dello sviluppo umano e non più la stupida crescita continua, impossibile in un pianeta dalle risorse finite.

Per semplificare la complessità della società spesso si usano etichette a sostegno di teorie e analisi. Negli ultimi trent’anni caratterizzati dall’esplosione del nichilismo liberale si sono etichettate ben due generazioni di giovani, la generazione X (i nati fra gli anni ’64 e ’80) e Y (i nati dopo gli anni ’80 e l’inizio nuovo millennio) spesso connotandole di giudizi dispregiativi e negativi. L’evoluzione dell’industrialismo, l’impiego della finanza per creare denari dai denari e la sostanziale vittoria della cultura liberale ha ridotto, nei decenni, il numero degli operai e di conseguenza annullato il peso dei sindacati, spesso piegati sulle posizioni dei padroni. Nel Novecento e all’inizio del nuovo millennio c’è stata una lotta di classe ed è stata vinta dai padroni.  Nel Novecento c’è stata, all’insaputa di una generazione, una vera e propria lotta generazionale, i nati fra gli anni ’30 e ’60, nonostante il peso di due guerre e la ricostruzione del Paese, abbracciando l’egoismo della religione liberale, hanno distrutto il presente e futuro dei propri figli e nipoti (generazioni X e Y). E’ evidente che questo ragionamento è una generalizzazione finalizzata a selezionare all’interno del conflitto generazionale un collegamento, un ponte per riformare il pensiero e progettare una società migliore. La stranezza è che proprio dalla storia si potrebbero estrarre i giusti insegnamenti, basti osservare l’inizio del Novecento. Si sbagliò per ben due volte poiché alla risposta di recessione economica si fecero emergere due regimi autoritari. I regimi furono utili al capitale. Oggi l’idiozia dell’élite europea promuove le politiche di austerità e i venti dei regimi autoritari soffiano forte, nuovamente per favorire il capitale.

Le ragioni per cui non accade nulla, alludendo al fatto che la popolazione italiana nonostante sia capace di percepire un malessere comune non abbia fatto alcun che per migliorare il proprio Paese, di fatto favorendo lo status quo, tali ragioni sono veramente profonde e una leva determinante per il cambiamento è l’energia delle generazioni XY, oggi inutilizzata e canalizzata in sedicenti movimenti politici “rivoluzionari”, un inganno perfetto per lo status quo.

In quest’ottica sarebbe fondamentale un “sindacato” delle generazioni XY, cioè un movimento culturale che sappia analizzare la società e rappresentare le istanze di due generazioni stroncate dalle politiche liberali, neoliberali e ultraliberiste che oggi guidano l’UE e che sono alla base di tutti i partiti politici italiani di maggioranza e di opposizione.

Giacche costituzione italianaUn contenitore culturale per far crescere e sviluppare i nuovi paradigmi culturali è senza dubbio il nascente movimento DiEM25, che nel suo manifesto pone l’accento sul cambiamento dei Trattati europei poiché sono lo strumento giuridico usato dall’élite per governare 500 milioni di cittadini. I Trattati di fatto contrastano e/o cancellano la Costituzione repubblicana, che da un lato va difesa nei principi e nei valori (artt. 1 – 12), ma la stessa Carta va adeguata all’epoca che verrà nella parte riguardante i “rapporti economici”. Quella parte della Costituzione ha favorito il capitalismo nichilista e materialista. Inutile sottolineare che l’articolo 81 è alieno ai principi costituzionali, e solo una classe politica moralmente corrotta ha potuto vendere un popolo intero sull’altare della stupida religione neoliberale. Il limite culturale della Carta costituzionale si intuisce, essa fu scritta dai partiti otto-novecenteschi inventati dall’industrialismo, e così dopo 68 anni la società che ereditiamo è praticamente nichilista, sia a danno della spiritualità umana e sia a danno dell’ambiente in cui viviamo.

Lo slogan di DiEM25 è democratizzare l’Europa altrimenti si disintegrerà. Non c’è dubbio che questa UE, che non è l’Europa, è un’organizzazione mostruosa inventata per l’avidità delle imprese e delle banche private, non c’è dubbio che le regole fiscali europee stiano distruggendo comunità e popoli (disparità fra Paesi “centrali” e “periferici”). DiEM25 e il dibattito che vuole sviluppare dovrà avere maggiore onestà intellettuale e coraggio morale per programmare una vera transizione politica ed economica e per uscire dal capitalismo, la religione che sta distruggendo la specie umana. Non si tratta solamente, come raccontano i post-keynesiani di restituire la sovranità monetaria per sostenere l’effettiva domanda aggregata, ma si tratta di cominciare a vivere come esseri umani poiché è la fotosintesi clorofilliana che consente di vivere su questo pianeta. Sperare di sostenere l’effettiva domanda aggregata è persino sbagliato, visto che i limiti fisici del pianeta sono noti e la distruzione degli ecosistemi è sotto gli occhi di tutti. L’Occidente deve ammettere i propri limiti culturali che hanno radici lontane sin dalle ideologie illuministe, l’evoluzione del capitalismo, la costruzione della società moderna e il determinismo, fino alla religione finanziaria liberale che stacca completamente l’uomo dalla natura.

Come direbbe Socrate questa società costruisce la sua realtà basandosi sulle opinioni e non sulla ricerca della verità. Le opinioni politiche espresse su facebook e twitter sono le verità dei politici che rimbalzando nei media diventano la neolingua che scrive nelle menti dei cittadini apatici e nichilisti. Se i cittadini si rifiutassero di seguire questi slogan, e come insegna Socrate andassero alla ricerca della verità tutto il teatro politico si scioglierebbe come neve al Sole.

In questo periodo di crisi della rappresentanza politica e della partecipazione attiva dei cittadini, credo sia doveroso proporre un percorso per riprenderci un’identità culturale, e lanciare un “Manifesto” politico per produrre un dibattito pubblico circa il cambiamento culturale che può consentire all’intera società di approdare in un’epoca nuova, adeguata alle opportunità offerte dall’evoluzione del pensiero e l’innovazione delle tecnologie a servizio dell’uomo in armonia con la natura. E’ necessario percorrere una transizione chiamata “decrescita felice”, per uscire dall’economia del debito, per uscire dal capitalismo, e costruire le basi culturali, sociali, istituzionali e tecnologiche per l’epoca nuova che ci consente di realizzare una prosperità per le presenti e future generazioni.

La Sinistra come noi l’abbiamo studiata e “conosciuta” è nata fra il Settecento e l’Ottocento, ed è “terminata”, per l’Occidente durante il Novecento; il secolo ove il capitalismo ha saputo prosperare e crescere, fra gli USA e l’Europa, nella versione più sincera e vera: cioè il neoliberismo, che ha sostituito Stati, Nazioni e modelli democratici, attraverso una progressiva trasformazione della società e delle istituzioni per mezzo della propaganda, della manipolazione psicologica, per mezzo della matematica finanziaria, le regole degli istituti bancari e la tecnologia informatica piegata agli interessi di determinate multinazionali.

Le generazioni XY possono trovare le proprie legittime aspirazioni di una vita migliore nella bioeconomia, che consente di proiettare la nostra società fuori dal capitalismo ma in un futuro prosperoso per le presenti e future generazioni, e diversamente dalle generazioni dei nostri nonni e bisnonni, potremmo costruire un piano di occupazione utile grazie all’evoluzione culturale. E’ grazie alla bioeconomia che possiamo osservare il nostro patrimonio e valorizzarlo col giusto approccio dove il ben-essere coincide con lo sviluppo delle proprie aspirazioni individuali. Il capitalismo ha costruito una società del sopravvivere, cioè ha condannato la popolazione al sotto-vivere favorendo un malessere psichico. La bioeconomia favorire l’arte del vivere poiché uscendo dal materialismo economico, uscendo dalla competitività e dall’accumulo di merci inutili, tutta la società potrà orientarsi verso lo sviluppo umano, e osservando il nostro patrimonio, la bellezza e i tesori del paesaggio, potremmo finalmente investire nelle conoscenze che ci aiuteranno a bonificare, conservare, valorizzare i beni comuni. Per far questo abbiamo bisogno di filosofia cioè della saggezza del saper vivere, e della comprensione umana che richiede apertura, empatia e simpatia; tutte caratteristiche che non appartengono all’economia capitalista poiché è la misura dei costi e dei prezzi, una religione totalmente priva di etica. Un percorso per le generazioni XY, come potrebbe suggerire Edgar Morin è composto di “tappe” la comprensione, il riconoscimento dell’errore e la riforma del pensiero per cambiare i paradigmi culturali della società, in questo modo potremmo scoprire la nostra condizione umana.

Negli ultimi anni si sente parlare di crisi dei partiti e fine delle ideologie, e più inopportunamente di crisi della politica. Sicuramente gli organi intermedi come partiti e sindacati non godono più di tanta fiducia, ma la politica è in ottima salute. La fiducia persa nei partiti e nei sindacati e l’aumento dell’apatia dei cittadini hanno favorito l’influenza di imprese e banche nei confronti delle istituzioni, che di fatto tutelano prioritariamente il profitto dei soggetti privati a danno dell’interesse generale e dei beni comuni. Da un lato l’apatia dei cittadini danneggia l’intera cittadinanza, poiché la rinuncia a capire la politica favorisce l’egoismo delle imprese private, e dall’altro lato, orfani dei partiti, una parte della cittadinanza sperimenta forme civiche auto gestiste. La politica non è mai stata così importante poiché la crisi della rappresentanza democratica è una crisi dell’autonomia e della libertà di pensiero, intensa come la capacità creativa dei partiti nel proporre una società migliore, mentre la politica degli interessi privati guidati dalla religione neoliberale gode di ottima salute.

Mentre crolla la popolarità dei partiti per la loro distanza dai problemi delle persone, si sente l’esigenza di far rinascere gli ideali, e così associazioni e liberi cittadini si mobilitano per organizzare spesso una protesta e a volte una proposta. La gravissima recessione economica figlia della cultura neoliberale moltiplica i problemi delle persone. I temi e i problemi da affrontare richiedono conoscenze e competenze crescenti, e questo è un paradosso poiché la società si ritrova con partiti incapaci di risolvere i problemi. Ancor più grave è il fatto che i cittadini sembrano incapaci di organizzarsi in associazioni (partito) e raccogliere aiuti intorno a valori e ideali per far emergere l’interesse generale. In questa crisi di coscienze e di valori della rappresentanza, la vecchia nomenclatura dei partiti è sostituita da aggregazioni di gruppi di interesse finanziati indirettamente dalle banche e dalle imprese (think tank neoliberal e fondazioni politiche). I partiti non sono più il luogo dove si forma e cresce la classe dirigente politica, ma rimangono come strumento per concorrere alle elezioni. Vecchia nomenclatura e istituzioni sono solo una parte della politica, e negli ultimi vent’anni hanno dimostrato di essere la parte meno intelligente, meno capace di abilità creative per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Il sistema politico influenza la società, ma il reale potere è nelle mani delle imprese e nelle mani dei cittadini. E’ la cittadinanza l’oggetto di interesse sia del sistema politico e sia delle imprese. Come possiamo intuire, il potere nella società moderna, è più nascosto ma altrettanto visibile. Il potere è nella pubblicità. Nella nostra società disciplinata, il controllo sociale è prodotto da una rete complessa di regole (leggi, consuetudini, credenze, internet, pubblicità, scuola), in sostanza il potere scorre nella vita quotidiana all’insaputa delle masse popolari.

In questa complessità la recessione economica innescata dall’implosione del capitalismo da un lato mostra tutte le difficoltà delle comunità, e dall’altro mostra l’opportunità di cambiare i paradigmi culturali della società per evolverci in un’epoca migliore.

Una parte del rapporto annuale 2015 dell’Istat è dedicato al nostro patrimonio territoriale. «L’Italia è spesso rappresentata, con uno stereotipo, come un “museo a cielo aperto”, il “Bel Paese”, ricco di attrazioni artistiche e naturali, che si distingue per la sua storia, la tradizione, l’eleganza, lo stile e la qualità della vita. Un paese per il quale la creatività, il turismo e la cultura rappresentano il vero patrimonio nazionale.  […] La vocazione culturale e attrattiva che si proietta su questa rappresentazione territoriale è definita dalla presenza sul territorio di risorse materiali o di attività che incorporano un elevato valore intangibile, cioè una forte componente simbolica di natura estetica, artistica, storica e identitaria. […] Nello specifico, in base alla definizione inclusiva qui assunta, l’insieme delle risorse culturali legate ai territori, che contribuiscono a definire l’attrattività e la competitività – effettiva o potenziale – dei sistemi locali, si articolano secondo due dimensioni principali. La prima è quella del patrimonio culturale e paesaggistico, che si riferisce alla presenza fisica sul territorio di luoghi, beni materiali, strutture, istituzioni e altre risorse di specifico valore e interesse storico, artistico, architettonico e ambientale, che possono essere fruiti attraverso una partecipazione diretta e possono costituire fattori di attrattività del territorio e un elemento competitivo di successo per lo sviluppo dei sistemi locali. La seconda dimensione è quella del tessuto produttivo/culturale. Questa seconda componente riguarda l’insieme composito di attività di produzione, distribuzione e formazione d’interesse culturale e comprende al suo interno: a) le imprese dell’industria culturale in senso stretto, come definite sulla base della classificazione Ateco; b) il meta-settore delle “industrie creative” e delle filiere d’impresa ad esse collegate, che mette insieme le attività economiche e produttive ad elevato contenuto di conoscenza e di innovazione con una forte contaminazione fra creatività e know-how (nei settori dell’architettura, design, moda, pubblicità ecc.); c) le imprese di produzione di prodotti di tradizione locale e di qualità, cioè le aziende agricole con coltivazioni e/o allevamenti Dop e Igp e le imprese dell’artigianato artistico che riflettono ed esprimono la tradizione culturale locale e nazionale; d) le attività di formazione culturale, limitatamente agli istituti di istruzione superiore artistica e musicale, ai corsi delle facoltà universitarie a specifico interesse artistico e culturale e ai corsi privati svolte in forma d’impresa (corsi di musica, di danza ecc.); e) le istituzioni non profit culturali e artistiche, che operano nella gestione di biblioteche, musei, monumenti, siti archeologici o paesaggistici, nella realizzazione di spettacoli di visite guidate, nella conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale ecc».

I contenuti del rapporto Istat rappresentano le pratiche materiali della politica, poiché riguardano l’organizzazione e l’uso delle cose. L’altra parte della politica riguarda le pratiche discorsive cioè il linguaggio, i simboli e i significati. Anche le leggi fanno parte delle pratiche materiali e per comprendere l’azione politica di partiti e istituzioni è sufficiente misurarne la forza e l’efficacia a tutela del nostro territorio.

Diversi decenni orsono, tutti i soggetti politici della vecchia nomenclatura hanno scelto di perseguire un disegno politico chiamato Unione Europea, e la loro guida culturale è la rappresentazione del pensiero neoliberale che sostituisce lo Stato col libero mercato. Tale condotta politica rappresenta un tradimento alla Repubblica italiana poiché i Trattati europei non sono compatibili coi principi della Costituzione, e Parlamento e Governo italiano da decenni hanno rinunciato a promuovere politiche industriali anche per valorizzare il territorio, poiché si è preferito favorire gli interessi privati delle imprese. Il più clamoroso tradimento è sotto gli occhi di tutti, ad esempio l’UE vieta gli aiuti di Stato mentre la Costituzione italiana prevede che lo Stato intervenga per sostenere i ceti meno abbienti al fine di rimuovere gli “ostacoli di ordine economico”, causati proprio dal libero mercato che i Trattati europei sostengono. La rinuncia a una banca centrale pubblica che faccia l’interesse dello Stato è un tradimento incredibile poiché era noto, fra gli economisti, che un sistema politico capitalista neoliberale avrebbe fatto crescere le diseguaglianze fra classi sociali e territori, tant’è che oggi esistono Paesi “periferici” danneggiati dal sistema finanziario europeo, e Paesi “centrali” favoriti da scelte politiche di austerità e da regole finanziarie come il “fiscal compact” e il “patto di stabilità e crescita”.

La Repubblica italiana potrebbe e dovrebbe investire nella rigenerazione del proprio patrimonio, ma Parlamento e Governo anziché riformare lo stupido sistema neoliberale dell’UE, continua a sostenere le scemenze della religione economia neoclassica (pratiche discorsive), contribuendo a danneggiare le generazioni presenti e future.

Sono le persone e le relazioni fra di esse a fare la politica; se abbiamo una classe dirigente corrotta e inadeguata, dobbiamo solo guardarci allo specchio e non perché noi siamo gli attori di illeciti e scelte sbagliate ma perché siamo responsabili della nostra inerzia nei confronti della classe politica, chiusi nel nostro egoismo e isolati grazie alla nostra ignoranza.

E’ nostro dovere morale cambiare una condotta indegna e incivile per promuovere azioni strategiche e unirci in quei movimenti che stanno sostituendo la vecchia nomenclatura, ad esempio DiEM25 è senza dubbio uno di questi. Abbiamo il potere di produrre un linguaggio e obiettivi per cambiare i paradigmi culturali e favorire la nascita di classi dirigenti più adeguate discutendo sulle pratiche materiali della politica: auto sufficienza energetica, occupazione utile, rigenerazione urbana bioeconomica, valorizzazione del territorio, sovranità alimentare.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.610 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: