Consumo di suolo

ISPRA grado di urbanizzazione 2019
ISPRA, grado di urbanizzazione, 2019.

La questione del consumo di suolo è divenuta sempre più presente poiché sono molto evidenti i danni ambientali e le crisi sociali create dalle istituzioni politiche che adottano un paradigma culturale obsoleto e dannoso: il capitalismo.

Cos’è il consumo di suolo? Nella letteratura urbanistica il consumo di suolo si misura con la variazione fra crescita dell’area urbanizzata e riduzione dell’area di suolo agricolo. E’ consuetudine che l’espansione urbana avvenga suoi suoli agricoli e ciò si determinata con cambi di destinazione d’uso delle aree, indicati nel piano regolatore generale. Il consumo di suolo agricolo si concretizza con la costruzione di opere edilizie (private e pubbliche) e di opere di urbanizzazione primaria. Le leggi della fisica ci insegnano che per l’esistenza dell’entropia, cioè per ragioni chimiche e fisiche, non esiste un processo inverso per ricostituire il suolo agricolo com’era prima (trasformazioni irreversibili). Cos’è il suolo? «E’ una pellicola che avvolge tutto il pianeta che ha uno spessore che varia da 70 a 200 centimetri, ed è un organo vitale perché regola tutte le relazioni fra interno, superficie e esterno ma soprattutto perché è un laboratorio di energia e materia prima che dà vita a tutto quel che c’è sopra. La pellicola di suolo di cui abbiamo esperienza è un prodotto molto antico, frutto di un susseguirsi di processi meccanici, chimici, fisici, geologici, tettonici e biologici lenti e inesorabili»[1]. Il suolo, una volta urbanizzato non può tornare come prima poiché impiega circa 500 anni prima di rigenerarsi[2]. A causa dei lunghi processi che costituiscono il suolo, esso è considerato una risorsa non rinnovabile, ed è per questo motivo che i processi di urbanizzazione e di espansione urbana sono considerati irreversibili.

Secondo l’Ispra, il consumo di suolo è definito come la variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). Il consumo di suolo netto è valutato attraverso il bilancio tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali dovuto a interventi di recupero, demolizione, de-impermeabilizzazione, rinaturalizzazione o altro (Commissione Europea, 2012). Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente le superfici a copertura artificiale (EEA, 2019) sono:  “tutte le superfici dove il paesaggio è stato modificato o è influenzato da attività di costruzione sostituendo le superfici naturali con strutture artificiali abiotiche 2D/3D o con materiali artificiali. Le parti artificiali di aree urbane e suburbane, dove l’umanità si è stabilita con infrastrutture insediative permanenti; inclusi anche gli insediamenti in aree rurali. Le aree verdi in ambiente urbano non devono essere considerate come superfici artificiali”.

Come si misura il consumo di suolo? Secondo l’Istat si definisce consumo di suolo il territorio antropizzato in maniera irreversibile che ha perso le sue originarie caratteristiche naturali, quindi non solo le superfici “sigillate” o “impermeabilizzate”. L’Istat misura sia il suolo antropizzato lordo (SAL), ottenuto dalla somma della superficie dei centri abitati, dei nuclei abitati, delle località produttive (aree urbane), e della componente antropizzata presente nelle aree extra-urbane;  e sia il suolo antropizzato netto (SAN), ottenuto sottraendo alla SAL dei centri abitati le aree verdi e/o naturali presenti, di dimensioni significative (parchi urbani, vegetazione spontanea, aree agricole urbane, acque e zone umide); nelle aree extra-urbane sono state escluse le strade sterrate (stimate in base all’ampiezza della carreggiata). Infine vengono considerate antropizzate anche quelle porzioni di territorio intercluso tra “oggetti” tipicamente artificiali, come ad esempio le aree di pertinenza delle abitazioni e/o degli edifici.

Prendendo a riferimento la superficie antropizzata netta (quantità che si ritiene più congrua per approssimare il consumo di suolo in Italia) nel 2017 si stima che lo stock di territorio, a vario titolo reso antropizzato, ammonti a quasi 28mila km2, pari al 9,3% della superficie nazionale. In termini di superficie antropizzata lorda, quantità che deriva dalla considerazione dei vincoli più ampi determinati dall’operato dell’uomo sul territorio, si superano di poco i 33,5mila km2 pari a un’incidenza dell’11,1%. L’incidenza totale della SAN (9,3%) si può scomporre in due componenti: 6,2% è il peso delle aree urbanizzate mentre il 3,1% afferisce al territorio al di fuori del loro perimetro (aree extra-urbane delle località abitate) e contribuisce a generare il cosiddetto fenomeno della città diffusa (“urban sprawl”).

Perché aumenta il consumo di suolo? Com’è possibile intuire il consumo è condizionato principalmente da un fattore culturale dominante: il capitalismo e specificatamente dalla rendita fondiaria e immobiliare, e poi da un bisogno primario: abitare (demografia). Nell’attuale fase storica delle urbanizzazioni mondiali, il consumo di suolo agricolo è in forte crescita in Asia e in Africa, mentre non accenna a fermarsi in Occidente nonostante il fenomeno della contrazione demografica delle città, già industriali, trasformatesi in aree urbane estese poiché si sono saldati i comuni centroidi con i centri minori. In Asia e in Africa cresce l’urbanizzazione (nuove città e crescita fisica di quelle esistenti) e quindi si consuma suolo agricolo; in Occidente si ha la contrazione demografica delle città principali (quindi non dovrebbe crescere il consumo di suolo ma…) ma cresce il consumo di suolo agricolo sia perché crescono i comuni limitrofi ai grandi centri, e sia perché i grandi centri pianificano ugualmente nuove lottizzazioni su suoli agricoli.

Come fermare il consumo di suolo? In Occidente, è possibile limitare o arrestare il consumo di suolo agricolo adottando piani urbani che non prevedono nuove espansioni ma riutilizzano le aree già urbanizzate e abbandonate. In Italia, sarebbe saggio realizzare un cambio di scala amministrativa leggendo le nuove strutture urbane dentro i Sistemi Locali del Lavoro, e stimolare piani urbanistici intercomunali bioeconomici, anche perché i principali aumenti del consumo di suolo si sono avuti nei comuni medi e piccoli, limitrofi ai grandi centri. Promuovendo l’Unione dei comuni fra centroidi e conurbazioni con un approccio bioeconomico, sarà possibile dimensionare correttamente gli standard entro le nuove strutture urbane che utilizzano aree già urbanizzate, di fatto eliminando il consumo di suolo agricolo. E’ necessario, inoltre, correggere le storture create dalla deregolamentazione della rendita urbana, proprio per limitare il consumo di suolo oggi favorito da piani speculativi, e quindi attraverso una riforma del regime giuridico dei suoli (Sullo docet). Il legislatore deve ripristinare il ruolo pubblico dello Stato coordinando correttamente il disegno urbano, e stimolando forme partecipative popolari al processo decisionale della politica.

consumo suolo livello regionale ISPRA 2019
ISPRA 2019

Dal punto di vista dell’urbanistica è importante valutare il grado di urbanizzazione, rappresentato dalla densità della copertura artificiale (Grado di urbanizzazione e tipologia di tessuto urbano). I dati ISPRA mostrano che la Lombardia ha la maggior estensione di aree urbane (ad alta densità di superfici artificiali) per oltre 176.000 ettari, pari a quasi il 20% del totale delle aree urbane nazionali, seguita dal Veneto (poco meno di 100.000 ettari e oltre l’11% delle aree urbane italiane) e dall’Emilia-Romagna (quasi 81.000 ettari). I valori di superfici urbane più bassi sono invece in Valle d’Aosta (meno di 1.500 ettari) e Molise (poco più di 2.000 ettari).

Sempre secondo l’ISPRA, «in tutte le regioni italiane si registra, negli ultimi anni, seppur in misura diversa, una lenta trasformazione da aree rurali ad aree suburbane e urbane. Il territorio del Veneto (quasi 2.000 ettari) e della Lombardia (oltre 1.300 ettari) ha ospitato il 40% degli oltre 8.000 ettari di nuove aree urbane tra il 2016 e il 2018. Gli incrementi maggiori di aree urbane, tutti ben al di sopra del valore nazionale (+0.93%), hanno interessato il Veneto (+1,99% pari a 1.921 ettari), Trentino-Alto Adige (+1,61%), Basilicata (+1.48%), Molise (+1,42%) e Friuli-Venezia Giulia (+1,42%). Le caratteristiche morfologiche delle aree urbane possono essere valutate anche considerando la densità delle aree urbane. In particolare, l’Indice di dispersione, ovvero il rapporto tra la superficie urbanizzata discontinua (aree a media/bassa densità) e la superficie urbanizzata totale (aree ad alta e media/bassa densità), per la maggior parte delle regioni assume valori al di sopra del valore medio nazionale di 84,96%, indicando una complessiva prevalenza della dispersione».

indice di dispersione ISPRA 2019
ISPRA 2019
indice di dispersione aree urbane PRIN postmetropoli
PRIN Postmetropoli, indice di dispersione delle aree urbane
consumo suolo livello comunale ISPRA 2019
Consumo di suolo livello comunale, ISPRA 2019.

Un altro dato ISPRA molto interessante mostra che «a livello nazionale, circa il 58% di cambiamenti sono avvenuti in aree a media o bassa densità di suolo consumato, a cui si aggiunge un ulteriore 10% in aree molto dense. In particolare, le Regioni che presentano la percentuale maggiore nelle aree artificiali non dense sono Liguria e Lombardia con il 71%, mentre nelle aree dense i valori più elevati si riscontrano in Liguria ed Emilia-Romagna (rispettivamente con il 18% e il 16% dei cambiamenti). Il 32% dei cambiamenti, invece, è avvenuto in contesto prevalentemente agricolo o naturale. Dall’analisi emerge, pertanto, che le aree urbane a bassa densità sono evidentemente più esposte al consumo suolo, probabilmente a causa della predisposizione in questi territori alla saturazione di spazi liberi interclusi nelle aree già artificializzate».

consumo suolo tipologia area urbana ISPRA 2019
Consumo di suolo per tipologia di area urbana, ISPRA 2019.

creative-commons

 

 

[1] Paolo Pileri, Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia, 2016, pag.21.

[2] Ibidem, Paolo Pileri è professore associato di “Pianificazione e progettazione urbanistica” al Politecnico di Milano.

Riempire il vuoto

Nel mondo della politica esiste un enorme vuoto culturale lasciato dal partito comunista. Nella degenerazione generale dettata dal pensiero dominante neoliberista, in Italia non esiste più un soggetto politico che contrasta ingiustizie e disuguaglianze. Dall’auto dissoluzione del PCI ad oggi, quel vuoto è riempito dal nulla, cioè da soggetti politici a dir poco inqualificabili e incapaci. La contraddizione più incivile e dannosa, probabilmente, sta nel fatto che la società globalizzata e tecnologicamente avanzata è molto più complessa rispetto a trent’anni, e pertanto richiede una classe dirigente molto più competente. La maggioranza dei cittadini ed i partiti non richiedono maggiori capacità culturali e saggezza, mentre lo spettacolo mediatico si è fuso coi politicanti restituendo una commedia grottesca e incivile, ove i capi più simpatici ricevono consensi e attenzioni, mentre i problemi reali del Paese restano insoluti e peggiorano col trascorrere degli anni (disuguaglianze, aree urbane e rurali, rischio sismico e idrogeologico, patrimonio, lavoro, ambiente, qualità della vita…). In questa enorme inciviltà, c’è un’area geografica che sta peggio delle altre, ed è notoriamente il Sud dove le risorse umane fuggono per la ricerca di un impiego, e scelgono la pianura padana o l’estero, per studiare e lavorare. Da molti decenni, è in atto una sottile e “nascosta” guerra economica che crea ricchezza attraverso le disuguaglianze programmate dallo stesso Stato, perché attribuisce maggiori risorse a chi ha di più per sottrarle ad altre comunità. Secondo lo Stato un cittadino emiliano merita più risorse pro-capite di un cittadino calabrese.

In questo contesto a dir poco drammatico, è fondamentale applicare un semplice principio di giustizia sociale sancito dalla Costituzione, e così l’evoluzione del Sud diventa priorità politica restituendo e programmando le risorse dovute. I meridionali dovrebbero indignarsi, e avere coscienza di sé e dell’immorale rapina realizzata dallo Stato ma sostenuta da soggetti politici pubblicamente anti-meridionali, non solo la Lega ma anche chi l’ha legittimata, e cioè Berlusconi con Forza Italia, Di Maio e il M5S; mentre esiste da decenni una corrente leghista fra gli ex DS e poi PD. In buona sostanza la rapina al Sud è stata possibile grazie al partito trasversale dei padani e con l’inerzia dei politicanti meridionali.

Raggiunta la coscienza di classe dei meridionali, le persone dovrebbero stimolare la nascita di pensatoi per progettare la rinascita del Sud, e lo stesso dovrebbe accadere fra il ceto politico più agiato e privilegiato poiché un Sud che perde abitanti è un danno sociale ed economico per tutti. Notoriamente, i luoghi che hanno i mezzi culturali per ripensare i territori sono: l’università per la ricerca, le imprese per le produzioni e le istituzioni politiche per l’azione politica. Se il meridione soffre di fuga delle risorse umane, è evidente che sul banco degli imputati ci sono proprio: università, imprese e istituzioni politiche incapaci di fare squadra e favorire sinergie creative per creare opportunità di sviluppo umano, proprio come fanno da decenni altri territori che paradossalmente stanno meglio anche grazie ai meridionali trasferitesi nei Sistemi Locali attrattivi e più produttivi. Non è un segreto il fatto che i sistemi sociali ed economici che funzionano dipendono dal fattore umano messo ai vertici delle istituzioni. C’è un solo processo virtuoso che può costruire un meridione migliore, formare nuova classe dirigente capace di fare gli interessi degli abitanti, ed esiste un solo paradigma culturale capace di farlo proiettando la società nel futuro: l’approccio bioeconomico poiché correggere le storture del capitalismo, notoriamente contraddittorio perché produce disuguaglianze e distrugge gli ecosistemi. Per riempire questo vuoto è fondamentale costruire un soggetto politico democratico capace di risvegliare le utopie socialiste e condurle sul piano bioeconomico, e per farlo bisogna attrarre talenti e stimolare la creatività delle persone in processi partecipativi. Si tratta di sperimentare e osservare attentamente i territori: le aree urbane e i Sistemi Locali del Lavoro. Il cuore di questa rinascita meridionale è la pianificazione, cioè quella capacità creativa di produrre visioni e scenari possibili che appartiene alle persone e ai tecnici, i quali suggeriscono programmi ai partiti, considerati strumenti per l’attuazione dell’azione politica. Capacità e merito sono prerogative fondamentali e individuano un passaggio fondamentale per costruire una società migliore, ma la maggioranza dei cittadini che vota non propone persone capaci e meritevoli, ed i partiti attuali trascurano la competenza preferendo galoppini e politicanti. Questa degenerazione appartiene all’Italia intera, ma le Regioni più produttive vivono e producono grazie alla storica programmazione economica che ha scelto determinate aree per concentrare i capitali, a partire dalla famigerata Unità d’Italia, mentre il Sud sprofonda per i motivi opposti: l’assenza di investimenti pubblici e privati, ed oggi la degenerazione ha creato un processo vizioso fondato su una condizione psicologica autolesionistica che spinge i meridionali a disprezzare la propria terra. La realtà è che il Sud ha grandi ricchezze ma sono ignorate e trascurate, e per esser precisi: il meridione non ha solo la bellezza del proprio patrimonio storico e naturale mentre le potenzialità umane sono scoraggiate, sfavorite perché le elités locali, spesso, sono autoreferenziali e applicano la disuguaglianza di riconoscimento che fa scappare i giovani e chi intende innovare, inoltre c’è una chiara assenza di servizi culturali e di infrastrutture. Le aree urbane meridionali non sono collegate fra loro, e la programmazione economica non costruisce i servizi minimi essenziali. Nella società attuale: interconnessa e globale, è del tutto incivile lasciare comunità urbane, medie e piccole, completamente isolate, in tutti i sensi: mancano i collegamenti ferroviari, mancano le strade e mancano i servizi sociali, culturali, sanitari, e di connettività…

Restituendo le risorse pubbliche usurpate al meridione sarà possibile programmare le infrastrutture e i servizi mancati, aggiungendo un surplus di investimenti pubblici-privati basato su piani bioeconomici. Ad esempio, possiamo imitare l’approccio del New urbanism per rigenerare territori e aree urbane, ma osservando bene le peculiarità locali per inserire infrastrutture, funzioni e attività mancanti. Il New urbanism, studiando attentamente la storia urbana europea, ha sintetizzato una strategia facile da applicare nella gestione di territori e città. L’approccio è una pianificazione integrata di tutte le scale territoriali: regionale (territoriale e area vasta), in ambito di quartiere (la città), le strade (design urbano) e gli edifici (l’architettura). Secondo questo approccio è necessario elaborare un piano di area vasta per integrare il trasporto pubblico ai quartieri, e poi creare un paesaggio urbano con densità medie, e renderlo più vivibile, più conviviale e più accessibile. Come prima analisi, ad esempio osservando le aree urbane campane, sarebbe auspicabile realizzare immediatamente la metropolitana regionale per integrare quartieri, funzioni e attività fra queste, e con i territori vicini: le puglie, l’area lucana e le calabrie. Questo progetto favorisce la mobilità delle persone e svantaggia l’uso dei mezzi privati, riduce drasticamente inquinamento e affollamento urbano, e migliora la qualità di vita degli abitanti, che possono usare maggiormente la bicicletta integrata al trasporto ferroviario. Il censimento di volumi e aree abbandonate da riconvertire e il disegno del trasporto pubblico metropolitano, con l’uso misto dei suoli, cioè la mixité funzionale e sociale dei quartieri favorisce un’integrazione di attività: lavoro, servizi, studio, svago e tempo libero, ma contemporaneamente svantaggia il consumo di suolo agricolo e annulla la dispersione urbana. In buona sostanza, si può riempire il vuoto culturale e politico perché esistono conoscenze e competenze ma queste vanne riconosciute e valorizzate da uno strumento politico: un partito democratico bioeconomico.

Salerno transect
Lo strumento del “transect” proposto dal “New urbanism” per gestire le regole di pianificazione urbana.

Razzismo di Stato

report divorzio all'italiana
fonte immagine RAI Report, divorzio all’italiana.

Ricchi contro i poveri” non è solo uno slogan che semplifica la questione meridionale ma è ahimé la realtà politica, culturale e sociale di una classe dirigente autoreferenziale, egoista e soprattutto razzista per concentrare risorse della fiscalità generale in una sola area geografica: la pianura padana. Dal dopo guerra in poi, la Repubblica italiana attraverso i propri programmi scolastici ha inoculato generazioni di ragazzi meridionali nel far credere loro che il Sud fosse un territorio arretrato, che non merita investimenti sul sociale e sulla cultura. Durante gli anni ’80 nasce anche un partito pubblicamente anti meridionalista, poi legittimato e condotto al potere da Silvio Berlusconi. All’inizio del nuovo millennio l’attacco al Sud non finisce, e degenera in un progetto politico preciso, chiamato “autonomia differenziata” col fine di concentrare maggiori risorse pubbliche in pianura padana. Questo danno economico ha radici culturali in un capitalismo feudale con caratteristiche palesemente egoiste e razziste, e tutto ciò si è potuto realizzare perché non c’è stata trasparenza sui dati relativi ai trasferimenti statali per ogni Comune, e per ogni cittadino. Il giorno in cui questi dati sono stati ricostruiti dai funzionari pubblici, il ceto politico ha chiesto di secretare i dati stessi (lo chiese il signor Giorgetti della Lega Nord) per evitare indignazioni collettive che potessero suscitare rivoluzioni sociali e politiche. I dati sono stati ricostruiti dai giornalisti Rai di Report e da Openpolis e sono drammatici (dossier); la realtà mostra un razzismo di Stato mentre la famigerata secessione dei ricchi contro i poveri è realtà da decenni ed ha costruito un’area geografica privilegiata che usurpa risorse dalla fiscalità generale a danno di altri comuni. Il calcolo diseguale, cosi chiamato, mostra che anche alcuni comuni del Nord ricevono meno di altri. Il criterio della spesa storica degli Enti locali misura i trasferimenti statali ma è palesemente sbagliato, stupido e immorale perché crea disuguaglianze territoriali, questo criterio tiene conto del cosiddetto fabbisogno standard che non individua il fabbisogno reale di servizi, ma privilegia i grandi comuni e i comuni del centro Nord (Emilia Romagna, Toscana e Umbria). Chi ha sviluppato questo criterio irrazionale è l’agenzia Sose (il fabbisogno standard) e politicamente se ne è occupato tal Marattin (renziano doc, nato a Napoli ma allevato a Ferrara). Report e Openpolis hanno aggregato i dati per Regione e si vede chiaramente che i comuni del Sud hanno fabbisogni più bassi e quindi ricevono meno risorse, un paradosso razzista.

In precedenza anche Presa Diretta di Riccardo Iacona aveva anticipato il tema con l’inchiesta Italia spaccata (7 ottobre 2019), confermando quanto la lettura più recente avesse pubblicato e anticipato, prima con Pino Aprile (Terroni) e poi con Marco Esposito (Zero al Sud). Finalmente i cittadini italiani possono conoscere questa vergogna di Stato e mobilitarsi per porre rimedio chiedendo di rimuovere le disuguaglianze territoriali ripensando i trasferimenti statali, ad esempio individuando i livelli essenziali per ogni abitante, e aggiungendo un surplus per i territori marginalizzati investendo su progetti bioeconomici.

dati fabbisogni standard
Fabbisogni standard nei comuni, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
dati fabbisogni standard servizi sociali
Fabbisogni standard servizi sociali, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
dati fabbisogni standard asili
Fabbisogni standard asili nido, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.

Contro l’ingiustizia e le disuguaglianze

All’inizio del nuovo millennio, indagini e studi evidenziano maggiormente le contraddizioni tipiche del capitalismo che favorisce l’aumento delle disuguaglianze. Nel caso italiano si evidenzia un’altra contraddizione abbastanza sottaciuta mentre i Governi, tutti, hanno imposto un paradigma culturale razzista che probabilmente non ha eguali nella storia d’Europa, e cioè, a partire dall’Unita d’Italia si è costruita una percezione collettiva di un Sud che non merita investimenti, mentre nel secondo dopoguerra nasce e si legittima un partito razzista pubblicamente antimeridionale – la Lega Nord –  che viene prima legittimata (da Berlusconi) e poi condotta al potere, favorendo l’aumento del divario economico e sociale, Nord contro Sud. In questa percezione collettiva ci sono due verità: una classe dirigente meridionale incapace e una programmazione economica sbilanciata a favore degli interessi delle imprese localizzate in pianura padana. Un corto circuito tipico del capitalismo che costruisce “centri” e “periferie”, cioè concentra i capitali in determinate aree e crea sottosviluppo nelle altre che diventano colonie sfruttate e da sfruttare. Nonostante il contesto culturale tipico delle società feudali, è possibile rimuovere queste disuguaglianze attraverso la costruzione di programmi, piani e progetti di rigenerazione dei territori osservando i Sistemi Locali del Lavoro. Le attuali classi dirigenti meridionali vanno sostituite con persone formate sull’approccio bieconomico, al fine di ripensare le agglomerazioni industriali e favorire la manifattura leggera, e le tecnologie a più alto valore aggiunto. Opportunità di impieghi utili si realizzano con piani bioeconomici che osservano le aree urbane estese, cioè i comuni centroidi con le loro conurbazioni, e si interpretano con l’approccio metabolico e le indicazioni della scuola territorialista. Sono i piani che programmano e attraggono investimenti pubblici e privati. Persone, università e imprese, dovrebbero conoscere e sviluppare piani bioeconomici per rigenerare i territori, perché solo in questo modo si inverte il drammatico flusso di risorse umane verso il Nord e fuori dall’Italia.

ilmattino4novembre2019

Utopia concreta

Piano delle identità
Piano delle identità, fonte Ptcp 2012.

L’utopia è la forza creativa che stimola la costruzione di una società migliore, per rimuovere le disuguaglianze, favorire lo sviluppo umano e tutelare l’ambiente. Nel corso dei secoli si sono avuti numerosi esempi di utopie, alcune realizzate, talune costruite parzialmente e molte altre rimaste inattuate. Lo sviluppo più acuto dell’utopia concreta si ebbe nel secolo Ottocento, poiché il capitalismo mostrava a tutti, non solo le enormi disuguaglianze economiche e sociali, ma anche i danni ambientali ed i gravi problemi d’igiene urbana. Da quel periodo in poi nascono numerose soluzioni tecnologiche per rimuovere i problemi di insalubrità nelle città inquinate, mentre si realizzano numerose contraddizioni per le disuguaglianze economiche e sociali. Nel nuovo millennio restano i problemi economici, sociali, ambientali con un aumento delle disuguaglianze per la prevalenza della religione capitalista, e per l’assenza di una corretta programmazione economica indirizzata e coordinata dallo Stato, che rinuncia ai propri poteri per favorire il disordine sociale creato dal famigerato libero mercato.

All’interno della periferia economica europea, cioè il Mezzogiorno d’Italia, la complessa struttura urbana salernitana (da M. S. Severino-valle dell’Irno, Salerno comune centroide, fino a Battipaglia) ha tutti i sintomi di un corpo malato che sta morendo lentamente sotto l’inedia e l’inerzia della propria classe dirigente. Questi alcuni fenomeni: la contrazione demografica del comune centroide (Salerno), l’inquinamento, l’inquietudine urbana, la dispersione (sprawl), il consumo di suolo agricolo, la carenza di standard minimi e il disordine urbano, e infine: l’assenza di un adeguato piano. Il quadro di conoscenza del territorio e le patologie innescate dall’ideologia liberista rappresentano i temi di partenza per rigenerare il territorio; un’analisi dello stesso è anticipata nel Ptcp 2012. Per avviare un piano ispirato all’utopia concreta, il comune centroide può legittimamente stimolare la nascita di un piano bioeconomico intercomunale rispetto alla struttura urbana estesa (11 comuni) perché questa è la nuova città consolidatasi da almeno due decenni. Sono tutti salernitani gli abitanti di questa struttura urbana estesa dove si consumano, si sviluppano e si mobilitano due stili di vita contrapposti: l’individualismo e il comunitarismo; ed è questa l’area dei flussi fisici e dei flussi virtuali. La realtà delle relazioni (i flussi), ripeto: consolidatesi da almeno due decenni, rende del tutto obsoleto l’attuale livello delle amministrazioni comunali perché questi confini sono fuorvianti, inutili e persino dannosi rispetto all’intensità dei flussi e delle relazioni degli abitanti che vivono e consumo un suolo di area vasta. La realtà urbana dovrebbe essere amministrata da un unico comune, ma nell’attesa che avvenga il cambio di scala, le attuali amministrazioni possono avviare lo studio del piano intercomunale con approccio bieconomico per offrire occasioni di sviluppo umano applicando la sostenibilità forte.

Pianificazionearchitettura e design urbano sono gli strumenti culturali per rigenerare l’area urbana estesa. Ad esempio, nel campo della pianificazione, l’area urbana estesa necessita di nuovi sistemi di mobilità per trasformare lo spazio fisico in funzione dei flussi (autobus, taxi, metropolitana, biciclette, percorsi pedonali, isole pedonali) e unire scuole, cura dei bambini, parchi, tempo libero, istituzioni e posti di lavoro. Le relazioni determinano flussi fisici e flussi virtuali, e queste si sviluppano a prescindere dallo specifico contesto di riferimento. Un corretto disegno urbano tiene conto di queste apparenti contraddizioni tipiche della società delle reti, e progetta un efficiente sistema di mobilità intelligente integrato ai servizi, al lavoro e al tempo libero. Nel campo dell’architettura è necessario progettare edifici di senso e non più merci edilizie, non più simboli del consumismo, e nel campo del design urbano è altrettanto necessario progettare luoghi di senso (lo spazio pubblico) facendo recuperare i legami tipici delle comunità. Lo spazio è l’elemento chiave della connessione fra persone che si contrappone alla città dei consumi (i centri commerciali). Particolare attenzione bisogna porre proprio alla dimensione umana realizzando luoghi vivaci, sicuri, sostenibili e sani, tutto ciò aumentando l’interesse per i pedoni, i ciclisti e la convivialità cittadina. Questa vivacità aumenta quando più persone sono invitate a camminare, a usare la bicicletta e stare negli spazi urbani. La sensazione di sicurezza aumenta quando gli spazi pubblici sono attrattivi e sono datati di una variazione di funzioni urbane. La sostenibilità si ottiene integrando la bicicletta col trasporto pubblico, e quando l’uso della bici è una parte naturale quotidiana.

SLL Salerno istat 2017

creative-commons