Smart growth, “crescita furba”


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.4.3       Smart growth, “crescita furba”

Come accennato in precedenza la rigenerazione urbana è un concetto molto ampio che ha radici nei programmi di ricostruzione, di recupero e di riqualificazione, ed oggi diversi soggetti ed Enti che si occupano di pianificazione urbanistica aggiungono altri obiettivi come programmi sociali e programmi di nuova occupazione al fine migliorare la qualità di vita degli abitanti, riprendendo i temi degli utopisti dell’Ottocento.

Il mondo immobiliare e i decisori politici stanno adottano una serie di slogan quali smart cities, creative cities, resilient cities, open source cities che rappresentano parole chiave che hanno poco senso, dimenticando che la sostenibilità non è un valore oggettivo. In Italia, per ragioni di marketing, la parola “smart” è tradotta come “intelligente”, ma significa “furbo”[1]. L’accezione positiva o negativa è una questione culturale personale e rispetto all’ambiente sociale in cui si vive.

Transect new urbanism
Schema del cosiddetto transect usato dal New Urbanism e dal manuale Smart growth (Fonte: Andres Duany & Jeff Speck, The Smart growth manual, McGraw-Hill, 2010).

«L’idea di smart city trae origine dal principio della smart growth (traducibile come “crescita intelligente”), che ha preso piede tra la fine del secolo scorso e l’inizio degli anni Duemila negli Stati Uniti in risposta ai problemi di espansione incontrollata degli insediamenti urbani: il fenomeno del cosiddetto urban sprawl. I principali proponenti di una gestione intelligente, ecologicamente sostenibile e socialmente inclusiva dei processi di espansione urbana sono stati i pianificatori e progettisti territoriali che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna hanno dato vita al movimento del “New Urbanism”»[2].

Il manuale Smart growth[3] elenca una serie di azioni: partire dall’ambito regionale (per noi potrebbe coincidere col concetto di area vasta), poi studiare l’ambito di quartiere, la strada e in fine l’edificio. Una peculiarità dell’approccio del manuale Smart growth è il concetto di transect[4] mutuato dal New Urbanism e concepito come disegno rispettando l’ecologia, si tratta della progressiva sequenza degli habitat, cioè il passaggio dal mondo rurale a quello urbano rispettando gli ecosistemi naturali.

In ambito di quartiere si predilige tutelare e valorizzare le caratteristiche naturali del territorio come aspetto principale della progettazione, dare priorità alla crescita delle infrastrutture di quartiere, gli interessi sociali e ambientali della comunità, prediligere una corretta distribuzione dell’housing sociale, occuparsi della sicurezza alimentare, identificare le risorse naturali, rurali, e le riserve; valorizzare la presenza e le strutture potenziali nei quartieri, valutare l’uso del suolo e delle infrastrutture della mobilità per migliorare l’accessibilità. Particolare rilievo è lo studio circa l’uso misto del territorio (mixed use) riferendosi alla predisposizione di diverse attività (scuola, lavoro, commercio, ricreazione, funzioni pubbliche, etc.), la densità nei quartieri per contrastare la cosiddetta città dispersa (sprawl)[5] e una progettazione sui flussi stradali attraverso una correlazione fra i tipi di strade e le strutture di quartieri.

Durante l’ultimo convegno del New Urbanism furono individuate priorità generali[6] per realizzare ambienti urbani sostenibili. 1) Gli interventi umani nell’ambiente costruito devono tendere a essere vissuti per lungo tempo e avere un impatto a lungo termine. Pertanto, la progettazione e il finanziamento devono riconoscere la lunga durata e la permanenza piuttosto che la transitorietà. Il tessuto della città e le infrastrutture devono consentire il riutilizzo, e da un certo punto di vista una crescita intelligente e da un altro un cambiamento per l’uso a lungo termine. 2) Le prestazioni economiche sono realizzate investendo in insediamenti umani che riducono sia i futuri impatti del cambiamento climatico e sia una migliore accessibilità. Gli investitori dovrebbero essere ricompensati da meccanismi fiscali che producono rendimenti superiori e si manifestano a lungo termine.  3) Un progetto veramente sostenibile deve essere ben integrato con l’ambiente ed evolvere rispetto agli adattamenti del clima locale, l’esposizione alla luce, la flora, la fauna, i materiali e la cultura umana, come segni indigeni dei modelli urbani, architettonici e paesaggistici. 4) Il progetto deve preservare i rapporti ravvicinati tra le aree urbanizzate ed i suoli agricoli e naturali, al fine di fornire risorse alimentari locali; preservare i bacini locali per una fornitura di acqua pulita e pronta all’uso; mantenere aria pulita; consentire l’accesso alle risorse naturali locali; la conservazione dell’habitat naturale; e custodire la biodiversità regionale. 5) A livello globale, gli insediamenti umani devono essere considerati come parte dell’ecosistema terrestre. 6) Il transect (passaggio) dal rurale all’urbano fornisce un quadro essenziale per l’organizzazione degli ambienti naturali, per i suoli agricoli e urbani. 7) Edifici, quartieri, città, regioni devono massimizzare l’interazione sociale, l’attività economica e culturale, lo sviluppo spirituale, l’energia, la creatività, e il tempo, portando ad una elevata qualità della vita e un’elevata sostenibilità.

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] La Cecla, Contro l’urbanistica. La cultura delle città, Torino, 2015.
[2] Conti et al., Geografia economica e politica, Milano, 2014, pag. 116.
[3] Duany, et al., Op. cit. , 2010.
[4] Tale approccio nasce nel 1954 e viene pubblicato nel Doorn Manifesto, elaborato dal Team X quando pensava al concetto di comunità e alla varietà di densità da realizzare negli insediamenti urbani.
[5] «La città diffusa (urbanizzazione dispersa o sprawl) scarica i costi sulla collettività in vari modi, richiede ingenti investimenti nelle reti elettriche, telefoniche, idriche e fognarie che seguono la dispersione urbana. Non può essere se non in minima parte servita dai mezzi di trasporto pubblici rendendo i residenti dipendenti dall’automobile per ogni loro spostamento, aumentando i consumi energetici e l’inquinamento dell’aria. Espande la superficie dei suoli impermeabilizzati, coperti da asfalto o cemento, che aumentano la velocità di scorrimento delle acque superficiali, con conseguenze sul rischio idraulico durante le piene dei fiumi. Riduce i contatti tra le persone e dà luogo a una vita sociale più povera rispetto a quella degli insediamenti agglomerati» (Greiner A. L., Dematteis G., Lanza C., Geografia umana. Un approccio visuale, Utet, 2012, pag. 242).
[6]  Duany, et al., Op. cit. , 2010.

creative-commons

Annunci