Gli aspetti dimensionali


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.5.4     Gli aspetti dimensionali

Lo “standard”[1] è l’invenzione che il progettista ha saputo sintetizzare per trovare una misura, uno spazio minimo abitabile da assicurare agli abitanti della città. L’unità di misura è il mq/ab. Il limite dello standard è la riduzione dei problemi sociologici e psicologici in meri termini quantitativi, cioè in fattori numerici. Lo standard ha avuto la virtù sia di individuare un diritto minimo da garantire a tutti[2] e sia di porre un limite alle densità[3].

E’ noto che «a distanza di decenni i problemi in materia di standard sono, nonché irrisolti, aumentati di numero: modalità applicative, criteri di calcolo dell’utenza, procedura di acquisizione delle aree occorrenti, reperimento delle risorse finanziarie per passare dalla programmazione all’attuazione ed alla gestione delle opere»[4].

L’approccio rigenerativo prevede un percorso di mutuo apprendimento fra proposte derivanti da un lungo percorso di analisi, indagini, confronti collettivi e cittadinanza attiva. Il risultato di questi studi dovrà stimolare la «ricerca di un maggiore equilibrio tra la morfologia urbana e la progettazione/razionalizzazione delle reti o al ridisegno degli spazi aperti e delle aree dismesse»[5]. È questo l’approccio rigenerativo per il cosiddetto standard qualitativo poiché emerge dall’analisi urbana e dal confronto coi cittadini, cioè una gestione consapevole delle conflittualità e delle interazioni fra i soggetti coinvolti. «Oggi, a fronte di un’attenzione crescente alla città, ove sono centrali questioni come l’adattamento ai cambiamenti climatici e sociali, le strategie di prevenzione dei rischi, l’importanza delle reti, materiali e immateriali, che costituiscono città pubblica in senso lato e di sostanza, è necessaria la declinazione rinnovata degli standard.  Per la città in espansione, oggetto dei piani regolatori del Novecento, il diritto a quote inderogabili di verde, parcheggi e attrezzature pubbliche ha rappresentato una conquista della cultura urbanistica. Quella conquista va resa funzionale alla città da riqualificare, oggetto dei piani del XXI secolo. Si tratta di integrare la misura quantitativa con parametri qualitativi e prestazionali utili a generare valore pubblico, a garantire la funzionalità eco-sistemica degli ambienti favorevoli allo svolgimento delle attività umane, a rispondere ai nuovi bisogni»[6].

Secondo la prassi e la realtà operativa in determinate città è impossibile rispettare gli standard minimi previsti[7], soprattutto nelle aree storiche[8] e consolidate[9], mentre i cambiamenti sociali in corso d’opera suggeriscono critiche e riflessioni sulla soglia minima di standard urbanistico in rapporto allo spazio e all’ambito territoriale. Pertanto si suggerisce di adeguare e ampliare il concetto di standard per favorire una pianificazione partendo dal concetto di prestazione e rimodulare il DM 1444/68 distinguendo tra zone consolidate, zone di espansione e zone di salvaguardia. Oltre ciò bisogna tener conto del fatto che le città più grandi non sono più in espansione ma in contrazione[10], e pertanto i Comuni non possono perseguire la mercificazione dei suoli per garantirsi entrate monetarie[11] continuando ad alimentare una consuetudine contraria alla legge urbanistica che ha come priorità l’obiettivo della salvaguardia delle risorse territoriali e di uso del suolo a fini sociali. E’ necessario trovare nuove strade per finanziare la realizzazione degli standard mancanti nelle città, e quella finora percorsa attraverso tecniche perequative non ha risolto pienamente i problemi sociali delle città mal progettate durante gli anni della ricostruzione post bellica.

Bisognerebbe introdurre nuovi parametri prestazionali o di sostenibilità ambientale che richiedono nuovi standard ambientali ed ecologici, ed applicare il concetto di carico urbanistico attribuibile ai vari usi urbani per ogni ambito territoriale. Tutto ciò, in Italia potrà essere realizzato riprendendo e risolvendo la questione della rendita ed il regime dei suoli ripresentando l’esproprio generalizzato e regolando il diritto di superficie.

La manualistica ritiene che gli standard previsti dal DM 1444/68 siano ampiamente superati, e così rispetto alla dimensione demografica sono previsti altri standard minimi. Qui sotto una scheda dei mq/ab minimi per un Comune di dimensioni fra i 40-200.000 abitanti[12].

tabella standard

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[1] L’altezza interna utile dei vani di abitazione non può essere inferiore a mt 2,70, con esclusione dei corridoi, disimpegni, bagni e ripostigli, per i quali può essere di mt. 2,40. (Una eventuale deroga può applicarsi solo per le comunità montane). Per ogni abitante si deve prevedere una superficie minima abitabile di 14 mq fino a 4 persone, e di 10 mq per ogni abitante in più. Le stanze da letto devono avere una superficie minima di 9 mq se per una persona e di 14 mq se per due persone. Ogni alloggio deve essere dotato di un locale soggiorno di almeno 14 mq. Fermo restando il limite dell’altezza di 2,70 mt, in caso di alloggi monostanza (monolocali)la superficie minima comprensiva dei servizi, non può essere inferiore a 28 mq se per una persona o 38 mq se per due persone. Tutti i locali degli alloggi, eccettuati quelli destinati a servizi igienici, disimpegni, corridoi, vani-scala e ripostigli debbono fruire di illuminazione naturale diretta, adeguata alla destinazione d’uso. Per ogni locale di abitazione la superficie finestrata non potrà essere inferiore ad 1/8 della superficie del pavimento. Lo standard urbanistico è 18 mq/ab diviso in 9 mq/ab di “verde regolato”, 2,5 mq/ab di “parcheggi”, 4,5 mq/ab per l’istruzione e 2 mq/ab per “attrezzature di interesse comune”. Ad ogni abitante insediato corrispondono 25 mq, di superficie lorda abitabile (pari a 80 mc, vuoto per pieno), eventualmente maggiorati di 5 mq (20 mc) per destinazioni connesse alle abitazioni (negozi, servizi collettivi, uffici); (istruzioni ministeriali del 20 giugno 1896, DM 1444/68, art. 2 del DM 5 luglio 1975, art. 43 legge n. 457/1978).
[2] Quantità minime di spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi da osservare in rapporto agli insediamenti residenziali nelle zone omogenee, e tenendo conto del raggio di influenza delle singole attrezzature e della organizzazione dei trasporti pubblici (art. 4 DM 1444/68).
[3] Dato un ettaro di terreno con un indice territoriale di 6 mc/mq osserviamo che tale densità non potrà rispettare il limite imposto dal DM 1444/68. Infatti, calcoliamo che 6 mc/mq x 10.000 mq è uguale a 60.000 mc che divisi per 100 mc/ab, indica 600 abitanti insediabili, i quali dovranno avere almeno 18 mq ciascuno, cioè 10.800 mq ed è una superficie superiore ai 10.000 mq di partenza.
[4] Colombo, et al., 2013, Manuale di urbanistica, Milano, pag. 743.
[5] D’Onofrio e Talia, Op cit., Milano, 2015, pag. 24.
[6] Silvia Viviani, “I nuovi standard – modificare le condizioni di convivenza, migliorare le forme urbane” <http://www.urbanisticainformazioni.it/I-nuovi-standard-modificare-le-condizioni-di-convivenza-migliorare-le.html, consultato il 1 marzo 2016>.
[7] La norma degli standard è del 1968, pertanto è facile riscontrare che attraverso le analisi territoriali dei tessuti urbani esistenti, in determinati agglomerati costruiti prima del 1968, per avere adeguati spazi pubblici e servizi collettivi sarebbe necessario il diradamento urbanistico per costruirli. Poiché realizzarli nelle “immediate adiacenze” non sarebbe garantito quel principio compositivo del raggio d’influenza, o per l’orografia del territorio e dei vincoli paesaggistici o per la grande estensione dell’area urbana.
[8] Per i centri storici gli standard sono dimezzati.
[9] Secondo l’articolo 6 del DM 1444/68, i comuni che si trovano nell’impossibilità, per mancanza di aree disponibili, di rispettare integralmente le norme stabilite per le varie zone territoriali omogenee dai rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e gli spazi pubblici, o riservati alle attività collettive, a verde pubblico, e dalle quantità minime dei medesimi spazi pubblici debbono dimostrare tale indisponibilità.
[10] Il fenomeno della contrazione nelle grandi e medie città fa venire meno l’obiettivo di tutti i piani urbanistici che si sono posti l’ambizione e l’obiettivo di espandere la propria area urbana.
[11] Il riferimento è all’opportunità offerta dai cambiamenti legislativi, il Ministro Bassanini omette l’art. 12 della L.10/77 (Bucalossi) all’interno del T.U. sull’edilizia n.380/2001, quello relativo all’obbligo di vincolare gli oneri di urbanizzazione alla costruzione degli standard. Le Amministrazioni possono usare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente, e così è divenuta consuetudine “forzare” l’esistenza degli standard nelle zone omogenee per favorire le lottizzazioni private nelle aree libere che altrimenti sarebbero destinate proprio ai servizi collettivi. La consuetudine è quella di far pagare i costi degli standard alle lottizzazioni, che scaricano a loro volta tali costi sul mercato, conseguendo molteplici danni: aumento del consumo dei suoli agricoli, aumento dei carichi urbanistici e aumento delle rendite immobiliari.
[12] Colombo, et al., Op. cit. , 2013.