Contro l’ingiustizia e le disuguaglianze

All’inizio del nuovo millennio, indagini e studi evidenziano maggiormente le contraddizioni tipiche del capitalismo che favorisce l’aumento delle disuguaglianze. Nel caso italiano si evidenzia un’altra contraddizione abbastanza sottaciuta mentre i Governi, tutti, hanno imposto un paradigma culturale razzista che probabilmente non ha eguali nella storia d’Europa, e cioè, a partire dall’Unita d’Italia si è costruita una percezione collettiva di un Sud che non merita investimenti, mentre nel secondo dopoguerra nasce e si legittima un partito razzista pubblicamente antimeridionale – la Lega Nord –  che viene prima legittimata (da Berlusconi) e poi condotta al potere, favorendo l’aumento del divario economico e sociale, Nord contro Sud. In questa percezione collettiva ci sono due verità: una classe dirigente meridionale incapace e una programmazione economica sbilanciata a favore degli interessi delle imprese localizzate in pianura padana. Un corto circuito tipico del capitalismo che costruisce “centri” e “periferie”, cioè concentra i capitali in determinate aree e crea sottosviluppo nelle altre che diventano colonie sfruttate e da sfruttare. Nonostante il contesto culturale tipico delle società feudali, è possibile rimuovere queste disuguaglianze attraverso la costruzione di programmi, piani e progetti di rigenerazione dei territori osservando i Sistemi Locali del Lavoro. Le attuali classi dirigenti meridionali vanno sostituite con persone formate sull’approccio bieconomico, al fine di ripensare le agglomerazioni industriali e favorire la manifattura leggera, e le tecnologie a più alto valore aggiunto. Opportunità di impieghi utili si realizzano con piani bioeconomici che osservano le aree urbane estese, cioè i comuni centroidi con le loro conurbazioni, e si interpretano con l’approccio metabolico e le indicazioni della scuola territorialista. Sono i piani che programmano e attraggono investimenti pubblici e privati. Persone, università e imprese, dovrebbero conoscere e sviluppare piani bioeconomici per rigenerare i territori, perché solo in questo modo si inverte il drammatico flusso di risorse umane verso il Nord e fuori dall’Italia.

ilmattino4novembre2019

La speculazione edilizia

Quali sono le conseguenze della speculazione edilizia? Prima di tutto bisogna raccontare cosa si intende per speculazione edilizia. Nel corso dei secoli e soprattutto alla nascita della società moderna ideata dalla cultura politica liberale, in opposizione alle monarchie, accrebbe la consapevolezza di poter accumulare denari senza lavorare sfruttando la rendita, prima agricola e poi urbana. Nella consuetudine odierna, viene dato per scontato il profitto derivante dalla rendita, e ormai quasi nessuno mette in dubbio il fatto che sia immorale perché distrugge le comunità. Nei secoli scorsi, quando ci si accorse degli effetti negativi di queste convenzioni economiche sociali, cioè l’aumento di valore economico di suoli poiché destinati all’urbanizzazione, subito si disse che tale convenzione creava un profitto determinato da scelte politiche e non dal lavoro, e pertanto era necessario porre rimedio per evitare di distruggere le comunità locali. L’usurpazione del profitto della rendita fondiaria è tecnicamente un vero e proprio furto allo Stato, stupidamente reso legale. In Europa, la storia ci insegna che le soluzioni efficaci si limitano a poche aree geografiche (ad esempio la virtuosa Olanda, e i modelli di cooperative circa le famose garden city, e poi le new town), mentre nel Sud dell’Europa la rendita è il motore economico dell’urbanizzazione nelle mani delle imprese private. Per eliminare rendite di posizione e rendite parassitarie c’è solo la soluzione radicale, e cioè che la proprietà dei suoli sia dello Stato e ne concede l’uso attraverso il diritto di superficie, cosicché la rendita è incassata dallo Stato e non più dai privati. La speculazione edilizia nasce da questa consapevolezza del mercato, e cioè influenzare le scelte dei piani regolatori per incassare il profitto delle rendite frutto di una mera scelta politica, e non di un criterio di merito perché non esiste. Attraverso questa consuetudine viziosa, si può realizzare profitto dal cambio di destinazione d’uso dei suoli, da agricolo a edificabile (rendita assoluta), e poi si può trarre profitto dalla vendita delle superfici edificate (rendita differenziale) e nel caso specifico oggi assistiamo a una totale deregolamentazione e assenza di controlli delle quantità di superfici immesse nel mercato immobiliare, ed è questa la speculazione immobiliare. Il prezzo finale di questi profitti estratti da posizioni di vantaggio, assunte senza criteri di merito, vanno a danno della collettività. Nell’attuale deregolamentazione, attraverso la famigerata “urbanistica contrattata”, è possibile speculare attraverso il capitalismo urbano poiché non si rispetta né la Costituzione e né la legge urbanistica nazionale ma si trascurano appositamente le analisi urbanistiche e/o le ipotesi di piano, oppure si edulcorano i calcoli di dimensionamento dei piani stessi, e/o se fatti bene si ignorano subito dopo, durante la fase attuativa dei piani stessi ove proprietari e immobiliaristi chiedono indici urbanistici per incassare la rendita differenziale oltre il dovuto, oltre il pensabile, e tutto ciò per mera avidità sfruttando l’antico meccanismo della rendita perché garantisce profitti immensi senza impegno. L’autorizzazione legale è concessa dai Consiglieri comunali, che detengono il potere di adottare piani e varianti, e questo ceto politico poco preparato, o non sa cosa fa oppure è d’accordo. Le conseguenze di questa mentalità truffaldina sono disastrose e sono note da secoli. Sin dai primi anni del Novecento, la classe borghese mise in pratica i meccanismi viziosi della rendita per accumulare capitali e così in tutte le città italiane, appena si ebbe l’esplosione demografica, si realizzarono enormi concentrazioni di capitali nelle mani del ceto sociale più influente, di fatto creando le prime disuguaglianze territoriali. Una seconda accelerazione, molto più imponente, si ebbe nel secondo dopo guerra per la ricostruzione delle città, anche in quell’occasione, la medesima classe borghese sfruttò il meccanismo e tornarono a realizzarsi nuove disuguaglianze economiche e sociali. In questa fase si realizzò un peggioramento concreto della qualità di vita dei ceti economicamente più deboli, perché l’avidità della rendita mise da parte la corretta pianificazione urbanistica. Ancora oggi, i danni sociali, economici e ambientali di espansioni urbane mal realizzate (fra gli anni ’50 e ‘80) perché non ragionate, sono a carico dello Stato e delle comunità costrette a vivere in quartieri dormitorio e degradati. Possiamo affermare, senza timore di essere smentiti, che all’aumento della ricchezza, cioè la crescita del PIL, fra l’altro concentrata nelle mani di poche famiglie (proprietari terrieri e costruttori), non necessariamente corrisponde un aumento della qualità vita per tutti gli abitanti, e nel caso delle speculazioni edilizie vi è la certezza di un peggioramento delle condizioni di vita delle persone che usufruiscono della merce costruita. Esempi pratici quotidiani sono: l’assenza di scuole e servizi sanitari, l’alta densità urbana che crea affollamento, l’assenza di standard minimi nei quartieri, il traffico e i centri urbani congestionati e inquinati, l’assenza di verde nei quartieri e l’assenza di biblioteche di quartiere, l’impossibilità di spostarsi a piedi e l’assenza dei servizi stessi raggiungibili a piedi. L’assenza di bellezza architettonica nei quartieri e costruzione di merci edilizie. Questo disordine urbano è figlio dell’assenza di un corretto disegno urbano, disprezzato dalla cultura politica liberal che ha scelto il laissez faire del mercato (la destra). Per l’Italia, si tratta di una scelta politica precisa realizzata dalla Democrazia Cristiana negli anni ’60, che ha negato il diritto di sviluppo umano a numerose generazioni distruggendo numerose città. Quanto vale il danno economico della rendita fondiaria? E’ difficile misurare con precisione l’appropriazione della rendita fondiaria ma è stato possibile fare una stima al ribasso, della sola edilizia abitativa (escludendo l’edilizia commerciale, turistica …), aggregando dati Istat e Banca d’Italia, e usando le superfici realizzate con la ricostruzione dei prezzi reali delle case e dei terreni. E’ stato stimato che dal 1961 al 2011, se lo Stato avesse applicato la riforma del regime dei suoli proposta da Fiorentino Sullo, avrebbe incassato un’enormità di circa 800/1000 miliardi di euro (Blecic, Lo scandalo urbanistico 50 anni dopo, Franco Angeli, pag. 19). Con questa stima abbiamo un ordine di grandezza verosimile della ricchezza incassata da poche famiglie, e questo valore costituisce la base delle disuguaglianze economiche e sociali ottenute sfruttando il potere politico e non il merito personale, tutto ciò a danno dello Stato sociale e dell’ambiente. Questa è la base della disuguaglianza determinata da reddito del capitale, che nel caso specifico si tratta di reddito attraverso rendite parassitarie, e nel corso dei decenni questo privilegio ha costruito una casta feudale che guadagna senza lavorare per aver rubato milioni allo Stato, e influenza le scelte politiche delle Amministrazioni locali. In tutte le città italiane esiste questa casta feudale.

Per quanto riguarda il disordine urbano, c’è da dire che non tutte le città italiane hanno subito la medesima sorte, anzi, dove c’è stata cultura urbanistica per contenere l’avidità degli speculatori, sono stati costruiti quartieri dignitosi ed oggi sono perfettamente vivibili poiché dotati di servizi.

Qui sotto le immagini di Salerno, città costruita dalla speculazione edilizia. In che modo si può leggere questa degenerazione? Attraverso il filtro della qualità urbanistica e le sue analisi classiche. Lo sviluppo urbano di Salerno si realizza tutto nel secolo Novecento, fra gli anni ’30 fino agli anni ’80. Le regole compositive dell’urbanistica nascono prima della legge nazionale (L. 1150/1942) e indicano come si costruisce correttamente una città, cioè la tecnica urbanistica insegna che il disegno urbano si realizza con la qualità dello spazio pubblico. Il disegno deve prevedere un corretto equilibrio fra spazio pubblico e privato, con ampi spazi verdi, con limiti di densità e limiti di altezze degli edifici, con strade progettate secondo la loro funzione e servizi raggiungibili a piedi (la cosiddetta città a misura d’uomo). Le aree evidenziate nelle immagini sottostanti mostrano come lo spazio sia interamente utilizzato dalla merce edilizia, con grave carenza persino di strade adeguate, oltre al fatto che c’è una completa assenza di verde di quartiere e dei servizi. La città ha dovuto ricavare i servizi presso sedi improprie, cioè molti servizi sono allocati in edifici privati progettati per civili abitazioni, e solo in taluni casi troviamo edifici progettati ad hoc per le scuole. Quando fu pubblicato il famoso DM 1444/68, i Comuni furono costretti a recuperare gli standard minimi mancanti, cioè parcheggi, verde, scuole e attrezzature collettive (culturali, sociali, assistenziali, sanitarie, amministrative). Salerno, per scelta politica, non ha mai recuperato tutti gli standard mancanti nelle aree costruite dalla speculazione, e tutt’oggi paga il prezzo delle rendite di posizione.

Salerno processi speculativi
Salerno e i suoli coinvolti da processi speculativi
Salerno processi speculativi 02
Salerno, zona orientale e i suoli coinvolti da processi speculativi

La scelta politica di rinunciare alla corretta pianificazione urbanistica e quindi la scelta di deregolamentare la rendita ha in sé un meccanismo politico molto noto, il seme della corruzione morale e materiale poiché il facile accumulo di capitali nelle mani di costruttori e immobiliaristi può favorire sistemi corruttivi. Nell’epoca delle nuove tecnologie e delle giurisdizioni segrete, cioè i paradisi fiscali e i modelli off-shore, tali strumenti possono essere adoperati per nascondere la corruzione e i profitti stessi degli investimenti immobiliari. Sono almeno due gli esempi viziosi e persino criminali che si nascondono dietro i processi dell’urbanistica contrattata, che cela i reali interessi nel costruire merci edilizie ove non servono. Il primo esempio, è quello raccontato, costruire per accumulare capitali senza occuparsi di costruire i servizi necessari alla città pubblica, e il secondo è il riciclaggio di denaro realizzato dall’evasione, dalla vendita di droghe, armi etc. La regia di queste operazioni sono le banche che possono, se lo desiderano ma violando le leggi, aiutare i proventi realizzati illecitamente a diventare leciti. In che modo entra in gioco il mondo off-shore? E’ semplice, attraverso il solito meccanismo del prestanome che si intesta la società finanziaria dell’investimento con sede in un’area off-shore, costui potrebbe avere come suo socio occulto, il delinquente che ha evaso milioni, oppure anche il Sindaco del Comune dove si intende realizzare la trasformazione urbana. Il politico avrà solo il problema di reinvestire il profitto altrove, ovviamente, oppure può approfittare del famigerato scudo fiscale. Questa congettura appena esposta è una spiegazione logica a talune trasformazioni urbanistiche avvenute in Europa, perché queste non trovano alcuna giustificazione attraverso gli occhi della pianificazione urbanistica, perché palesemente irrazionali. Determinate operazioni immobiliari sono persino fallite, e sono rimaste invendute ma sono nelle mani delle banche alle quali assegnano un valore e sono garanzia del proprio capitale.

presentazione tesi Salerno 15
Elaborazione personale.

Conclusione: contrariamente a quanto si crede illusoriamente, la società capitalista non ha ridotto le disuguaglianze, non ha costruito opportunità per tutti ma ha creato opportunità per pochi rendendoli ricchi sfruttando gli altri e usurpando risorse naturali. La ricchezza capitale è stata concentrata nelle mani di poche famiglie grazie alle scelte politiche autoritarie e ingannevoli, applicando la cultura economica neoliberale (la destra), una sorta di evoluzione della società feudale costruita sul vassallaggio. La società moderna appare come una distopia cinica ma con immorale ironia: la rivoluzione liberale ha costruito una società illiberale, attraverso il privilegio offerto dal capitale concentrato nelle mani di pochi, che di fatto ripristina le condotte delle monarchie, ossia caste chiuse e autoreferenziali, e territori feudali. Ancor di più, studiando affondo la storia del capitale, si svela un altro mito della religione capitalista: non è più il lavoro a rendere ricco un individuo ma lo sfruttamento delle rendite parassitarie (eredità), ciò è particolarmente vero nel capitalismo urbano. Le tecnologie odierne (robotica e internet) dimostrano quanto tutto ciò sia realtà (non è il lavoro a creare enormi quantità di capitali), poiché la concentrazione di capitali si realizza attraverso la finanza (il valore fittizio creato dal mercato) e l’informatica. Il capitale si sgancia dal lavoro.

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Speculazioni e piani edilizi

Dando uno sguardo veloce all’attività edilizia ed al piano urbanistico salernitano con le recenti varianti e gli aggiornamenti, si riscontrano scelte politiche irrazionali che non reagiscono alla crisi economica innescata dalla globalizzazione neoliberista, mentre il persistere di regole comunitarie insensate continuano a far soffrire gli enti locali e a far persistere le disuguaglianze territoriali. Il ceto politico è ancora influenzato da paradigmi culturali obsoleti e dannosi replicando schemi e cicli economici neoliberali, tant’è che nei “piani” persistono tentativi e operazioni speculative immobiliari sul nostro territorio con l’illusione di attrarre investimenti privati. Il ceto politico locale è immerso nel nichilismo urbano che produce merci svuotando di senso e d’identità la città, condannata alla marginalità per assenza di visione culturale e politica. Nell’Accademia si insegna che la regola è progetto, cioè che i regolamenti urbanistici dei piani regolatori determinano la costruzione della città, mentre nella realtà campana e non solo quella, la speculazione è progetto, cioè la deregolamentazione, la deroga e le continue varianti snaturano qualunque analisi urbana e svuotano di senso compiuto qualunque disegno urbano (ove mai questo ci fosse), e tale ossimoro si realizza attraverso la degenerazione morale e l’ignoranza del peggior ceto politico locale, analfabeta e asservito al vassallaggio. Queste scelte dannose dovrebbero aprire dibattiti pubblici e riflessioni più approfondite poiché la deroga alle regole compositive ha il serio rischio di aumentare le disuguaglianze anziché ridurle, e secondo il mio modesto parere, un attento osservatore dovrebbe evidenziare due aspetti: l’assenza della disciplina urbanistica e la stupidità, nel senso proprio del termine, cioè il “piano” adottato dall’Amministrazione denota scelte di scarsa intelligenza con ottusità di mente. Perché scarsa intelligenza e ottusità di mente? L’Amministrazione, innanzitutto, continua a non avere un’idea di piano trascurando problemi noti e vecchi come la normale manutenzione del patrimonio pubblico, la carenza di standard, una cattiva morfologia urbana che andrebbe corretta, la prevenzione dal rischio sismico e idrogeologico, l’affollamento e il consumo di suolo, il rapporto con l’area urbana estesa. E poi questo ceto politico continua ad assecondare programmi edilizi contribuendo a distruggere il settore delle costruzioni anziché aiutarlo, un settore già notoriamente in crisi poiché imploso sull’obsoleto modello di capitalismo urbano viziato dalla famigerata rendita e colpito dalla nota delocalizzazione produttiva che ha creato nuova disoccupazione e stimolato nuova emigrazione verso Sistemi Locali del Lavoro più attraenti e meglio organizzati. Il sistema urbano salernitano, costituito da un’area estesa di 11 comuni ha un alto tasso di disoccupazione; il capoluogo perde abitanti, l’area ha una carenza di infrastrutture, servizi e standard minimi, la crescita urbana è avvenuta in maniera disomogenea attraverso processi edilizi speculativi, mentre si dovrebbe manutenere il proprio patrimonio naturale con interventi di bonifiche e rigenerativi. In questo contesto urbano complesso, il capoluogo salernitano trascura la realtà dell’ambiente costruito, la guida politica trascura la disciplina urbanistica e continua a programmare la costruzione di edifici multipiano quando è evidente che bisogna intervenire sull’agglomerato edilizio esistente che necessita di manutenzione, e di realizzare standard e servizi poiché mancanti. Bisogna essere stupidi per fregarsene della realtà e dei reali bisogni delle persone costrette a vivere in un contesto di marginalità e fragilità economica con l’aumento del rischio povertà. Occupare l’attività edilizia esclusivamente con la costruzione di nuove palazzine multipiano significa giocare d’azzardo sul bene comune, si tratta di scommesse ad alto rischio per banche e costruttori stessi, i quali forse sono avidi di immorali rendite parassitarie. E pensare che in altre Nazioni tutto ciò è persino illegale (Inghilterra, Olanda, Svezia, Germania) poiché le scelte della pianificazione sono nelle mani dello Stato, dotato di uffici di piano con un’adegua cultura della disciplina, con regole che controllano il mercato urbano sia tassando le rendite e sia indirizzano gli interessi dei privati nel costruire la cosiddetta “città pubblica”. In determinati contesti esiste persino il recupero del plusvalore fondiario generato dalle urbanizzazioni, e il mercato immobiliare è controllato e/o calmierato per limitare i processi di gentrificazione. In Campania si fa l’opposto ed è il paradiso di liberisti e speculatori; le Amministrazioni appaiono negligenti e incapaci di costruire la “città pubblica” perché la Regione non ha voluto dotarsi di adeguati strumenti tecnico-giuridici, tant’è che non è in uso una perequazione urbanistica diffusa perché qui è possibile realizzare quella di comparto, con la conseguenza che le regole edificatorie (indici e mq) possono essere definite persino in fase attuativa con grave danno alla cosa pubblica e all’inefficacia dei principi perequativi perché si determina discriminatorietà dei valori e delle proprietà. Il nostro ceto politico, trascura il principio dell’uso sociale dei suoli, e così non controlla il mercato immobiliare e non tassa le rendite immobiliari, così come non conosce il recupero del plusvalore fondiario ma addirittura per consuetudine favorisce chi specula e/o attraverso la deregolamentazione suggerisce implicitamente di speculare. Appare del tutto assurdo ma violando principi costituzionali e della legge urbanistica nazionale sembra che a Salerno si possa realizzare una liberalizzazione dell’attività edilizia; sembra che chiunque voglia scommettere su stesso, lo possa fare poiché prima o poi l’Amministrazione asseconda piani attuativi slegati da analisi urbanistiche e/o previsioni di piano.

Due esempi clamorosi già noti alle cronache: circa 5 anni fa, si presentò un piano attuativo firmato dall’archistar milanese Dante Benini, in pieno centro, cioè piazza della concordia che prevedeva di costruire una torre di 30 piani; progetto mai realizzato. Poi c’è il caso dell’ex Marzotto, area che da tempo è interesse di soluzioni lottizzative, un primo piano per costruire alloggi privati risale agli anni 2011-12 (progetto vulcanica), ed oggi l’Amministrazione approva un altro piano attuativo (del gruppo Rainone-Postiglione) che prevede sempre una lottizzazione privata e un centro commerciale. Questi esempi, come molti altri casi “salernitani” non devono essere giudicati come casi “illegali” perché i costruttori operano in completa legittimità e legalità, ma è evidente la grave colpa della classe politica che fa l’opposto di qualunque Nazione ove esiste cultura e disciplina urbanistica, e dove, guarda il caso, il settore delle costruzioni non è in crisi come il nostro perché più controllato e monitorato dalla mano pubblica che, prima di tutto, si impegna ad attuare una corretta pianificazione territoriale e urbanistica per realizzare l’interesse generale: tutela del territorio, uso sociale dei suoli e controllo delle rendite. Nel nostro Paese, corretta pianificazione territoriale e urbanistica sono sparite… Sullo docet!!!

PUA ex-marzotto lottizzazione
fonte immagine skyscaprercity.

Il render tratto da skyscaprescity dovrebbe rappresentare il PUA approvato. Il progetto non rispetta il disegno della zonizzazione 2018 adottata dall’Amministrazione poiché l’intervento occupa anche il verde di rispetto che ricade nell’area ex-marzotto, oggi area AT_R30 (area di trasformazione urbana residenziale) nel PUC. L’approvazione del PUA conferma un’ipotesi politica drammatica, non esiste un piano da rispettare ma richieste private da esaudire che possono anche cambiare il “piano” stesso, non è la prima volta che si verificano cambiamenti del designo urbano, già approvato dal Comune. In questo contesto ci troviamo nella consuetudine politica di regalare facili profitti agli investitori privati fregandosene dei problemi urbani esistenti. Un’area ex produttiva che non viene utilizzata per costruire servizi pubblici e non risponde ai bisogni della collettività ma è sfruttata per l’ennesima lottizzazione privata. Da circa venticinque anni, la guida politica applica il paradigma delle destre liberali e neoliberali: appropriarsi dei diritti collettivi per il mero tornaconto personale e così ancora una volta si ignora la pianificazione, si trascurano i principi della legge urbanistica nazionale, così come si trascura la realtà salernitana (basti pensare alla avvenuta contrazione della città e alla nascita della nuova struttura urbana estesa). L’intervento costruisce tre torri di 18 piani che superano di gran lunga le altezze esistenti dentro l’area urbana consolidata (zona B), gli edifici più alti della città e un annesso centro commerciale. Cui prodest? Una delle grandi virtù della legislazione urbanistica italiana, tutt’ora in vigore, è prima di tutto, il principio dell’uso sociale dei suoli (l’interesse generale) e poi i famosi limiti inderogabili di densità edilizia, di altezze e di distanza per le zone A e B, che evitano le famigerate speculazioni edilizie. Per le zone consolidate, uno degli obiettivi chiaramente enunciati nel DM 1444/68 è il decongestionamento, cioè l’opposto del PUA approvato che aumenta i carichi urbanistici, cioè congestiona l’area. Cui prodest il PUA ex-marzotto? Sicuramente non giova alla collettività ed è evidente che non c’è l’interesse generale. Non è la prima volta che l’Amministrazione viola o edulcora principi e leggi nazionali sul governo del territorio, anzi è abituata a farlo basta guardare il PUC a partire dal 2005. Questa condotta illegittima è ampiamente diffusa poiché in Italia non esistono controlli e sanzioni efficaci per dirigenti e funzionari pubblici che trascurano il corretto governo del territorio mentre, spesso, si lasciare fare alle imprese private che perseguono il proprio interesse nel trarre profitti dalle famigerate rendite parassitarie.

estratto zonizzazione 2018 PUC Salerno
Estratto dalla tavola P2 zonizzazione PUC 2018, l’intervento ricade nell’AT_R30.

In molti l’hanno dimenticato… l‘urbanistica non nacque per regalare profitti ai privati ma per aggiustare i danni ambientali e sociali innescati dall’industrialismo, e in Italia è la Costituzione che ordina di usare la pianificazione per costruire diritti a tutti i cittadini rimuovendo le disuguaglianze territoriali. I principi della legge urbanistica italiana sono chiari e prevedono che i Comuni adottino piano ben fatti, cioè significa che il ceto politico, da un lato deve tutelare il paesaggio e dall’altro lato deve costruire i diritti mancanti. Lo strumento per costruire diritti e rimuovere le disuguaglianze è il piano ma nel corso dei decenni, buona parte delle Amministrazioni politiche ha scelto non di fare bene i piani preferendo le speculazioni che hanno aumentato le disuguaglianze e creato danni ambientali. Con la riforma della Costituzione, molte Regioni hanno sviluppato leggi proprie (disuguaglianze territoriali) con procedure e strumenti ove ormai i piani hanno una parte strutturale (di indirizzo strategico) e un’altra operativa (zonizzazione e regole) con diritti minimi (standard e dotazioni minime) diversi e superiori a quelli indicati dalla normativa nazionale (DM 1444/68). Alcune Regioni hanno sviluppato prassi e piani ben fatti con dotazioni superiori, e altre si sono limitate al compitino richiesto dalle leggi ma fatto male perché si sono affidate al mercato aprendo a possibili speculazioni. Buone pratiche sono presenti in Toscana, Umbria, Marche, Emilia Romagna e Lombardia anche per tradizioni culturali di sinistra, sviluppando disegni urbani corretti poiché più attente alla pianificazione urbanistica, mentre le altre Regioni hanno rinunciato alla pianificazione e si sono affidate all’avidità della borghesia locale e al famigerato laissez faire del mercato.

Tornando al caso salernitano, la guida politica, sempre la stessa durante gli ultimi venticinque anni, anziché adottare piani urbanistici per rigenerare la città contrastando le disuguaglianze sociali ed economiche, e affrontando la drammatica realtà, ha deciso di continuare a favorire la crescita della rendita urbana incamerata dalla borghesia locale. Continuare a regalare rendite parassitarie alla borghesia è una scelta palesemente dannosa per la comunità oltreché anacronistica, anche per quei territori notoriamente speculativi che si trovano solo negli USA. Il caso salernitano andrebbe governato con un approccio opposto e quindi non speculativo, basterebbe copiare le esperienze olandesi, tedesche, scandinave ove è lo Stato che incamera la rendita per costruire la città pubblica e così garantisce diritti a tutti i cittadini, tutelando i meno abbienti. L’indirizzo e il controllo dello Stato è necessario per limitare i danni nel settore delle costruzioni, e aiutare le imprese a investire nel costruito. Non è il mercato che deve costruire la città ma è lo Stato che deve stimolare processi partecipativi degli abitanti, con la guida di bravi pianificatori ispirandosi alla Costituzione e alla bioeconomia per avviare nuovi processi produttivi ma sostenibili, razionali e creativi. L’urbanistica è una disciplina tecnica complessa che deve aprirsi alle regole democratiche, affinché il disegno urbano espressione del complesso quadro di conoscenza del territorio sia coniugato con la partecipazione attiva delle persone.

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Il consenso elettorale

Il risultato della gara elettorale ha confermato le previsioni. Adesso, il buon senso dovrebbe suggerire una discussione pubblica circa quanto accade e accadrà. «La costruzione identitaria di ogni individuo è una questione politica», scrivevo in “Capitalismo ed egoismo” il 1 dicembre 2015, e poi «l’agire politico dovrebbe costruirsi introno a due aspetti: la teoria (pratiche discorsive) e la pratica (pratiche materiali)» in “La ragione contro il nulla” il 19 febbraio 2018. Durante questi ultimi anni, gli elettori hanno confermato il fenomeno della volatilità dei voti, causa di un’evidente assenza di identità e cultura politica della maggioranza degli individui, i quali fanno scelte in base all’umore del momento, come scrivevo circa un anno fà, e non in base alla propria identità politica perché non la possiedono. Questo spiegherebbe i continui cambiamenti, e soprattutto l’evidente contraddizione politica di quell’individuo che in cabina elettorale vota contemporaneamente sia PD e sia Lega, mentre aumentano i meridionali che votano per i propri nemici capeggiati da Salvini, che adesso sfrutterà questo consenso per realizzare la famigerata secessione attraverso la cosiddetta “autonomia differenziata”; un disegno politico eversivo e incostituzionale a danno del Sud. Questo capolavoro politico lo si deve agli “statisti” del M5S, che come ha fatto Forza Italia in passato, hanno condotto la Lega Nord al potere ed ha sfruttato l’ignoranza e l’incapacità politica del ceto politico grillino per raddoppiare il proprio consenso. Osservando l’aumento delle disuguaglianze che si concentrano soprattutto nel meridione d’Italia, possiamo porci domande e perplessità: perché i meridionali sembrano incapaci di costruire un soggetto politico che faccia i propri interessi? Per quarant’anni hanno creduto alle promesse della vecchia Democrazia Cristiana, negli anni ‘90 hanno creduto a Berlusconi, e adesso votano per il M5S ma con la crescita sorprendente e scandalosa della Lega Nord, al Sud. La Lega cresce al Sud perché i notabili meridionali che erano in Forza Italia si sono trasferiti nel partito di Salvini.

Nel contesto decadente della nostra società capitalista ove le disuguaglianze sono immorali, è evidente l’assenza della sinistra politica, e proprio come accadeva nel Novecento, la destra sfruttò paure e debolezze dei poveri per conquistare il potere; ciò avvenne con l’incapacità della sinistra di leggere la società, e questo favorì la destra razzista e nazionalista. La storia non si ripete mai come nel passato, ma ci sono chiare analogie che dovrebbero suggerire riflessioni serie e approfondite in chi fa politica attivamente nei partiti. Gli interessi degli ultimi, e dei meridionali si dovrebbero coagulare in un partito sinceramente di sinistra perché uguaglianza, ambiente e lavoro sono identità e valori delle utopie socialiste. Oggi, questo strumento partito di sinistra non esiste perché a differenza delle destre che governano l’UE e l’Italia, chi è parte dei partiti di sinistra, sembra non avere quelle capacità di lettura e di comunicazione efficace; oltre al fatto che queste strutture non aggregano cittadini e talenti. Questo vuoto politico si concentra in maniera particolare in Italia, mentre altre comunità europee e persino negli USA, queste sono dotate di risorse umane migliori e pertanto raccolgono consensi elettorali. La polarizzazione dei consensi non è solo il merito della comunicazione politica dei capi: Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini e dei loro staff ma contestualmente è per demerito degli altri, Occhetto, D’Alema, Prodi, Di Maio incapaci di comunicare efficacemente.

All’interno della nostra società, l’assenza di valori politici e di sistemi democratici maturi conferma la prevalenza del leaderismo, ormai consolidato, e innesca la volatilità dell’elettorato facendo pesare molto caratteristiche come empatia, simpatia e antipatia nei confronti delle figure che sono espressione dei partiti. Nel nostro mercato politico, ormai degenerato, questo aspetto è attuale e reale; chi non lo capisce e non lo interpreta correttamente risulta incapace di attrarre consensi. Quando ci sarà la capacità e l’intelligenza di compiere queste semplici analisi, e l’ego di chi tira le fila verrà rimosso per fare spazio al nuovo e alla partecipazione, allora nascerà una sinistra capace di coniugare teoria e pratica politica, e questa sinistra avrà imparato a comunicare, coinvolgendo le persone in maniera creativa e propositiva.

Europee 2019

Domenica 26 maggio, i cittadini aventi diritto al voto sono chiamati a dare fiducia con una preferenza nella scheda elettorale, per eleggere i membri italiani nel Parlamento europeo. In questa campagna elettorale che dura dall’anno scorso, i partiti italiani, tuttiLega Nord, M5S, PD, Forza Italia, La Sinistra, Fratelli d’Italia -, dichiarano di esser critici nei confronti dell’UE, l’istituzione cattiva che crea problemi al Paese Italia. Nella narrazione dei partiti si distinguono solo i toni, alti o meno alti, ma sono concordi nel voler cambiare l’UE per risolvere taluni problemi politici, c’è chi ha costruito un’alleanza con altri partiti europei (Lega Nord) e c’è chi è già alleato (PD, Forza Italia), infine c’è chi è isolato (M5S). L’alleanza a destra, della Lega Nord con taluni partiti, è quella più anomala poiché cerca accordi con quei partiti che hanno interessi opposti all’Italia. Per avere peso politico nel Parlamento, le regole impongono alleanze politiche per promuovere azioni legislative, e pochissimi cittadini italiani conoscono le idee e i valori politici di questi partiti europei che includono anche quelli italiani. Secondo il sottoscritto, la maggioranza dei cittadini italiani voterà alla cieca, come ha sempre fatto nel passato seguendo i propri umori, le simpatie o le antipatie, e non le proprie idee. E’ questo il nostro vulnus culturale, sembriamo elettori incapaci di fare i nostri interessi per aggiustare le istituzioni politiche e ridurre le disuguaglianze. Dalla narrazione dei partiti, durante questa campagna elettorale, possiamo trarre un’opinione veritiera e cioè che questa UE va cambiata, ma gli elettori essendo in buona parte disinformati, saranno ingannati ancora una volta poiché i partiti europei che hanno costruito questa UE, in maniera consapevole, hanno applicato un’ideologia politica ben precisa: il liberalismo evolutosi nel neoliberismo. L’altra lezione veritiera che possiamo trarre, se fossimo informati, è che la narrazione di buona parte dei partiti è falsa, sia perché condividono la responsabilità politica delle politiche liberiste e sia perché talune proposte (Lega) sono contrarie ai valori della nostra Costituzione. L’UE è l’istituzione politica più influenzata dalle lobbies, che hanno sedi sparse nei pressi del Parlamento, ed è quella più inefficiente, persino incapace di controllare correttamente il proprio bilancio per evitare sprechi. L’UE ha persino due edifici separati come Parlamento, mentre gli organi esecutivi: Commissione e Consiglio, hanno più poteri decisionali dell’unico organo eletto dai cittadini. L’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, che si concentrano soprattutto nel meridione d’Italia e poi nelle aree urbane estese, sono state favorite da scelte politiche suggerite dalla religione neoliberista, applicata dalla maggioranza politica che guida l’UE. In Italia, le disuguaglianze hanno una radice storica ben precisa, e sono state programmate e realizzate dalle maggioranze politiche che si riconoscono nella religione capitalista: riduzione del ruolo dello Stato nella programmazione economica e riduzione dei servizi di welfare. In analogia, nel corso degli ultimi vent’anni si sono favorite nuove disuguaglianze nell’euro zona attraverso le regole capitaliste: sleale concorrenza salariale e zone economiche speciali, cioè aree con una speciale giurisdizione.

L’attuale maggioranza politica europea è costituita dal PPE (Partito Popolare Europeo), dai S&D (Alleanza progressisti e socialisti) e l’ALDE (Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa), mentre l’opposizione è costituita dal ECR (Conservatori e Riformisti europei), G-EFA (gruppo dei Verdi), GUE/NGL (Sinistra), EFDD (Europa della libertà e della Democrazia Diretta), ENF (Europa delle Nazioni e della libertà) e infine il gruppo NI cioè il gruppo misto dei non iscritti che non posso promuovere iniziative. Quali sono i partiti europei che si riconoscono nell’ideologia liberale e liberista? Si trovano sia in maggioranza che in opposizione: e sono PPE, ALDE, ECR, ed anche EFDD e ENF ove sono iscritti M5S e Lega che condividono i gruppi con altri partiti di destra liberale e liberista. L’S&D è il gruppo del PD che essendo in maggioranza ha accettato di guidare un’UE liberista, insieme a Forza Italia, iscritta nel PPE, cioè il partito che più di tutti ha costruito questa UE che tutti dicono di voler cambiare, ed è di chiara ispirazione liberale di destra. Concludendo, se si vuole attribuire una responsabilità politica a determinati partiti, gli elettori dovrebbero conoscere la storia politica dell’UE e sapere che i responsabili non sono più presenti per “limiti di età”, tranne Forza Italia che candida ancora Berlusconi, mentre gli altri gruppi politici che ereditano idee liberiste sono PD, Lega, +Europa. Fratelli d’Italia non ha rappresentanti, ma vuole confluire insieme alla Lega in un gruppo nazionalista che notoriamente ha interessi opposti all’Italia. Il M5S è una vera e propria anomalia, poiché pur di assecondare il proprio capriccio di irresponsabilità politica, crea gruppi politici coi liberisti. Per l’Italia, fu la Democrazia Cristiana a costruire questa UE, mentre il PCI era contrario allo SME, cioè al Sistema Monetario Europeo. Oggi in Italia, il partito che assomiglia alla vecchia DC è il M5S, cioè un partito trasversale e opportunista, non democratico che propugna la religione del web, cioè il campo degli ultraliberisti che non pagano tasse agli Stati.

Sul pianeta del capitalismo neoliberale credo sia un errore di ingenuità raccontare che se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa staremmo tutti meglio, perché? Perché le disuguaglianze non dipendono dal sistema istituzionale ma dalla religione capitalista che ha creato una “società” a sua immagine.

Per contrastare le immorali disuguaglianze favorite da questi partiti liberali di destra, un elettore maturo e consapevole dovrebbe sostenere un soggetto politico europeo a trazione socialista, per favorire una seria riforma dell’UE e renderla uno Stato sociale e sovrano. E’ un percorso lungo poiché è necessario che i cittadini europei votino, ognuno nel proprio Paese, per un vero partito di sinistra che intende cambiare la natura delle istituzioni europee al fine di democratizzarle e costruire politiche industriali bioeconomiche, per eliminare le disuguaglianze presenti nell’euro zona e stimolare uno sviluppo umano per tutte le persone.

Nell’attuale linguaggio politico narrativo che scorre nei media è passata l’idea di un nuovo schema per semplificare la politica ma non aiuta la comprensione della realtà, oggi esiste un sopra (l’élite degenerata) e un sotto (i popoli), ma gli ultimi votano per i propri carnefici che sono Lega, M5S, Forza Italia e PD. Una corretta interpretazione è quella di riconoscere e distinguere fra liberalismo e socialismo, e solo in questo modo gli ultimi scopriranno che nel Parlamento, chi si ispira veramente al socialismo non ha molti consensi, e questo dato politico impedisce di mettere al centro del dibattito pubblico le immorali disuguaglianze create dalle scelte politiche compiute da tutti per favore la borghesia capitalista e conservare lo status quo.

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Salerno e la revisione decennale del PUC

puc revisione 2018 trasformazione urbana
tavola P0 trasformazione urbana, proposta revisione decennale PUC 2018.

L’Amministrazione comunale di Salerno si appresta ad aggiornare il proprio strumento di controllo sul governo del territorio: il Piano Urbanistico Comunale (PUC), già piano regolatore generale. In Italia, procedure e consuetudine amministrativa non prevedono efficaci strumenti di partecipazione popolare quando i Consigli comunali adottano il proprio documento amministrativo complesso, che determina la vita cittadina, dall’economia al benessere dei cittadini attraverso i servizi, il diritto alla casa, la mobilità, il verde pubblico … In questa fase, l’Amministrazione prevede che soggetti attenti (associazioni e cittadini) possano presentare osservazioni circa la proposta di revisione decennale del PUC di Salerno, e si tratta di mere osservazioni niente affatto vincolanti che l’organo politico può trascurare. I piani regolatori generali, in Campania chiamati PUC, sono considerati strumenti giuridici complessi in tutti sensi, e sono costituiti da disegni che indicano localizzazioni e zonizzazioni (destinazioni d’uso, indici urbanistici …), tematizzazioni, funzioni e attività, vincoli e patrimonio storico e naturale, agglomerazioni produttive, e norme tecniche che regolano l’attività edilizia che l’organo politico vuole adottare per governare il territorio. Nonostante questi atti siano molto importanti per gli abitanti, la partecipazione popolare dei cittadini non esiste, mentre l’assenza di processi partecipativi standardizzati scoraggia la partecipazione. Possiamo riconoscere che la pianificazione urbana è una disciplina completamente sconosciuta alle persone, mentre le istituzioni locali italiane non hanno alcun interesse nell’incoraggiare la comprensione e la partecipazione. Nel disinteresse generale, le Amministrazioni rinnovano i propri piani urbanistici e grazie a questa consuetudine poco edificante all’ombra dell’apatia cittadina si consumano i conflitti e gli interessi specifici delle classi dirigenti locali, abili nel condurre il gioco della pianificazione e nel cercare di trarre il maggior profitto possibile attraverso le localizzazioni delle proprie attività, cioè sfruttando le solite rendite fondiarie e immobiliari. Il territorio è considerato merce dai Consigli comunali, ma la Costituzione non lo considera tale e prevede che i piani adottino l’uso sociale dei suoli e la tutela del patrimonio storico e naturale.

A monte della crisi dell’urbanistica c’è una lunga decadenza della cultura politica italiana che ha abbracciato la religione capitalista liberista, ed ha rinunciato ad applicare la Costituzione repubblicana e i principi della legge urbanistica nazionale. Un’altra nota dolente è la famigerata riforma costituzionale che ha devoluto competenze alle Regioni, e così il governo del territorio ha diritti e regole diverse fra Milano, Bologna, Roma e Napoli. A Bologna lo standard minimo è di 30 mq/ab, mentre a Salerno è di 20 mq/ab, di fatto realizzando disuguaglianze territoriali. Le disuguaglianze continuano: il diritto a edificare di un cittadino salernitano è misurato diversamente dal cittadino bolognese, così come il contributo che viene dato per costruire i servizi pubblici; a Bologna si realizzano (attraverso una perequazione efficace) mentre a Salerno le previsioni attuative spesso non si realizzano. L’urbanistica nasce per costruire diritti a tutti i cittadini, migliorare la vita di chiunque, ma in Italia numerose Amministrazioni usano questa disciplina per creare profitto a favore delle solite élites locali, trascurando la complessità dei problemi esistenti, trascurando le disuguaglianze economiche e sociali, e facendo scelte che allontanano i ceti economicamente più deboli, cioè spesso i piani interpretano il tipico razzismo dei capitalisti. In Campania, la legge urbanistica prevede che i piani possano adottare una perequazione di comparto e non quella diffusa. L’effetto di questa scelta politica, nella realtà, si traduce nell’impossibilità dell’Ente pubblico di raccogliere efficacemente soldi per costruire la cosiddetta città pubblica, cioè i servizi che mancano. Solitamente, i Comuni risultano abbastanza negligenti nel compiere il proprio dovere e costruire gli standard mancanti, lasciando questo compito ai soggetti privati come prevede il laissez faire al mercato. Nel caso salernitano, è già accaduto che le previsioni di piano fossero sbagliate e ottimistiche, e così le fasi attuative, spesso sono rimaste sulla carta, come mere promesse elettorali, in altri casi, altrettanto frequentemente i tempi di realizzazione si solo allungati, del doppio, del triplo, del quadruplo, trascurando il principio temporale della pianificazione. In altri casi, i piani attuativi si sono dimostrati dei fallimenti d’impresa. La costruzione della città è senza dubbio una procedura complessa e difficile, ma nel nostro paese non esiste un efficace controllo sul governo del territorio e sull’attività edilizia, e da troppi anni i Consigli comunali, ormai camere di registrazione di decisioni prese altrove, adottano piani edili e non più piani urbanistici. In Italia e in Campania, non esistono strumenti giuridici efficaci per finanziare la città pubblica, sia perché si rinunciò nel controllare il regime dei suoli (mancata riforma urbanistica, 1962 e il caso Sullo) e sia perché non esiste il recupero del plusvalore fondiario delle trasformazioni urbanistiche, cioè le istituzioni non controllano il mercato e non tassano la rendita immobiliare. Nella proposta di revisione decennale del piano urbanistico 2018 restano gli atavici problemi di una Salerno costruita dalla speculazione, fra gli anni della ricostruzione post bellica fino agli anni ’80. Ai vecchi problemi si aggiungono quelli “nuovi” circa i rischi degli investimenti edilizi apparentemente trasparenti, legati al riciclaggio nel mondo immobiliare e alle attività commerciali che riciclano denaro illecito. Affollamento, alta densità, carenza di servizi adeguati nelle aree centrali (disordine urbano e uso intensivo del territorio) e consolidate, e dispersione urbana sulle colline e sulle aree periurbane e rururbane restano dove sono. Persiste l’errata contabilità degli standard esistenti circa il verde pubblico (assegnazione impropria di aree a verde pubblico esistente, ad esempio il Corso, piazza Portanova …) per evitare di rispettare l’obbligo di costruire quelli mancanti, di fatto violando l’elementare cultura urbanistica, e questa cattiva interpretazione favorisce la rendita dei privati, che possono edificare nelle aree libere. Nel dimensionamento del piano ci si accontenta di far quadrare i numeri (viziati dall’assegnazione impropria) in maniera formale riportando i dati quantitativi, ma la complessa realtà urbana salernitana ci mostra tutti i limiti di una struttura urbana costruita male e carente di servizi adeguati. Nella relazione illustrativa sono esplicitati gli obiettivi della revisione: si punta al prolungamento nel tempo degli obiettivi precedenti (reiterazione dei vincoli espropriativi), e alla scommessa di una totale deregolamentazione del mercato immobiliare con la speranza di attrarre investimenti privati, ad esempio, in talune aree (marina di Arechi) si cambia la destinazione d’uso, perché sono scaduti i vincoli e i proprietari chiedono un ristoro, e si scommette per favorire attività turistiche ricettive lungo la fascia costiera, oppure impianti sportivi privati. Le scelte politiche dimostrano che il territorio è considerato merce per la mera accumulazione capitalista, nient’altro, e così manca un disegno di piano, manca l’urbanistica. Un’Amministrazione responsabile, che ha a cuore l’interesse pubblico, agisce per migliorare la morfologia urbana esistente poiché sbagliata, e costruisce standard adeguati alla città estesa (11 comuni). Nella relazione illustrativa la revisione di piano si rifà ancora a idee progettuali degli anni ’80 (la metropolitana comunale, il ripascimento delle spiagge, da Pastena al nuovo porto del Marina d’Arechi, il nuovo tratto della copertura del trincerone ferroviario), poi ritroviamo i vecchi comparti edificatori presentati come PUA (Piano Urbanistico Attuativo), 35 sono d’iniziativa privata e 10 sono d’iniziativa pubblica. Tutta l’attività di edilizia libera e pubblica si concentra in aree periurbane (Matierno, Rufoli, Sordina, Brignano, stadio Arechi, San Leonardo, Fuorni, Giovi), con l’eccezione di interventi previsti ai Picarielli e via Parmenide (cantieri in corso d’opera). Ancora una volta, come nella peggiore e cattiva consuetudine, all’aumento di carichi urbanistici in zone da lottizzare/te manca la pianificazione urbanistica della famosa cellula urbana (Neighbourhood unit) per garantire insediamenti a misura d’uomo. La revisione del piano è lo specchio della cultura capitalista liberista, in continuità con i piani edilizi degli anni trascorsi, incapace di interpretare il cambiamento avvenuto nella società e sul territorio, completamente trasformato dal capitalismo liberista durante gli ultimi trent’anni. La revisione, come nel PUC del 2005, auspica di attrarre investimenti privati e utilizza tutti i mezzi tipici del liberismo, dalla deregolamentazione alle famigerate zone economiche speciali. Un’altra anomalia della revisione del PUC riguarda la liberalizzazione e deregolamentazione dei carichi urbanistici presentati dai PUA di lottizzazione privata e localizzati in zone consolidate B; perché i PUA violano i principi delle norme quadro nazionali circa i limiti di altezze e densità previste per le zone B. In questo la revisione consente di realizzare la costruzione di edifici multipiano con altezze superiori a quelle esistenti e dentro le zone B.

La classe dirigente locale non sceglie un piano che costruisce un disegno di suolo e l’assetto del territorio, ed ignora il significato culturale di una rigenerazione urbana bioeconomica, il ceto politico locale non prevede una strategia di lungo termine per rimediare agli errori del passato. E’ necessario un salto culturale, un cambiamento dei paradigmi della società per approdare sul piano territorialista (la scuola di Alberto Magnaghi), cioè bioeconomico (di Georgescu) e leggere la città come sistema metabolico per riequilibrare il rapporto fra uomo e natura, fra città e campagna, e offrire nuove opportunità economiche agli abitanti. L’Amministrazione ignora anche l’opportunità di una visione attinente alla realtà urbana, che dovrebbe suggerire la strada di avviare processi e piani intercomunali bioeconomici per governare la città urbana estesa, perché Salerno non è più la città dentro i confini amministrativi, ormai obsoleti e dannosi, ma è la struttura urbana esistente dentro il proprio Sistema Locale del Lavoro. La Salerno “descritta” nella revisione di piano non esiste da molti decenni, e questa nuova proposta del 2018 si limita a prorogare le scelte precedenti, si limita a scommettere su talune realizzazioni edilizie lasciando insoluti i problemi della città, esistenti da circa 40 anni. Probabilmente, questo ceto politico non vuole ammettere che il capitalismo liberista ha favorito la crisi del mercato edile salernitano, e continuare sulla vecchia strada non aiuterà un settore che dovrebbe puntare alla bioeconomia, cioè dovrebbe affidarsi alla cultura urbanistica capace di leggere i territori e le città come sistemi metabolici, perché tale cultura produce piani che rigenerano i tessuti urbani esistenti con piani realizzabili senza speculazioni. Le piccole trasformazioni urbane immaginate negli anni ’70 sono state realizzate durante gli ultimi vent’anni, e se a Salerno non si apre una fase nuova riportando il tema dell’urbanistica e del territorio al centro di un dibattito pubblico sarà difficile immaginare di cambiare la città estesa, che si potrà migliorare interpretando correttamente la bioregione urbana, e adottando piani attuativi rigenerativi bioeconomici che prevedono conservazione, recupero e trasferimenti di volumi per migliorare la morfologia urbana esistente. Confrontando gli atti politici con la realtà salernitana possiamo capire l’assenza di pianificazione: la sostituzione edilizia di scuole ormai obsolete per costruire scuole innovative.

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Capitalismo, città e disuguaglianze

In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città