Razzismo di Stato

report divorzio all'italiana
fonte immagine RAI Report, divorzio all’italiana.

Ricchi contro i poveri” non è solo uno slogan che semplifica la questione meridionale ma è ahimé la realtà politica, culturale e sociale di una classe dirigente autoreferenziale, egoista e soprattutto razzista per concentrare risorse della fiscalità generale in una sola area geografica: la pianura padana. Dal dopo guerra in poi, la Repubblica italiana attraverso i propri programmi scolastici ha inoculato generazioni di ragazzi meridionali nel far credere loro che il Sud fosse un territorio arretrato, che non merita investimenti sul sociale e sulla cultura. Durante gli anni ’80 nasce anche un partito pubblicamente anti meridionalista, poi legittimato e condotto al potere da Silvio Berlusconi. All’inizio del nuovo millennio l’attacco al Sud non finisce, e degenera in un progetto politico preciso, chiamato “autonomia differenziata” col fine di concentrare maggiori risorse pubbliche in pianura padana. Questo danno economico ha radici culturali in un capitalismo feudale con caratteristiche palesemente egoiste e razziste, e tutto ciò si è potuto realizzare perché non c’è stata trasparenza sui dati relativi ai trasferimenti statali per ogni Comune, e per ogni cittadino. Il giorno in cui questi dati sono stati ricostruiti dai funzionari pubblici, il ceto politico ha chiesto di secretare i dati stessi (lo chiese il signor Giorgetti della Lega Nord) per evitare indignazioni collettive che potessero suscitare rivoluzioni sociali e politiche. I dati sono stati ricostruiti dai giornalisti Rai di Report e da Openpolis e sono drammatici (dossier); la realtà mostra un razzismo di Stato mentre la famigerata secessione dei ricchi contro i poveri è realtà da decenni ed ha costruito un’area geografica privilegiata che usurpa risorse dalla fiscalità generale a danno di altri comuni. Il calcolo diseguale, cosi chiamato, mostra che anche alcuni comuni del Nord ricevono meno di altri. Il criterio della spesa storica degli Enti locali misura i trasferimenti statali ma è palesemente sbagliato, stupido e immorale perché crea disuguaglianze territoriali, questo criterio tiene conto del cosiddetto fabbisogno standard che non individua il fabbisogno reale di servizi, ma privilegia i grandi comuni e i comuni del centro Nord (Emilia Romagna, Toscana e Umbria). Chi ha sviluppato questo criterio irrazionale è l’agenzia Sose (il fabbisogno standard) e politicamente se ne è occupato tal Marattin (renziano doc, nato a Napoli ma allevato a Ferrara). Report e Openpolis hanno aggregato i dati per Regione e si vede chiaramente che i comuni del Sud hanno fabbisogni più bassi e quindi ricevono meno risorse, un paradosso razzista.

In precedenza anche Presa Diretta di Riccardo Iacona aveva anticipato il tema con l’inchiesta Italia spaccata (7 ottobre 2019), confermando quanto la lettura più recente avesse pubblicato e anticipato, prima con Pino Aprile (Terroni) e poi con Marco Esposito (Zero al Sud). Finalmente i cittadini italiani possono conoscere questa vergogna di Stato e mobilitarsi per porre rimedio chiedendo di rimuovere le disuguaglianze territoriali ripensando i trasferimenti statali, ad esempio individuando i livelli essenziali per ogni abitante, e aggiungendo un surplus per i territori marginalizzati investendo su progetti bioeconomici.

dati fabbisogni standard
Fabbisogni standard nei comuni, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
dati fabbisogni standard servizi sociali
Fabbisogni standard servizi sociali, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.
dati fabbisogni standard asili
Fabbisogni standard asili nido, fonte immagine Openpolis, Il calcolo diseguale.

Contro l’ingiustizia e le disuguaglianze

All’inizio del nuovo millennio, indagini e studi evidenziano maggiormente le contraddizioni tipiche del capitalismo che favorisce l’aumento delle disuguaglianze. Nel caso italiano si evidenzia un’altra contraddizione abbastanza sottaciuta mentre i Governi, tutti, hanno imposto un paradigma culturale razzista che probabilmente non ha eguali nella storia d’Europa, e cioè, a partire dall’Unita d’Italia si è costruita una percezione collettiva di un Sud che non merita investimenti, mentre nel secondo dopoguerra nasce e si legittima un partito razzista pubblicamente antimeridionale – la Lega Nord –  che viene prima legittimata (da Berlusconi) e poi condotta al potere, favorendo l’aumento del divario economico e sociale, Nord contro Sud. In questa percezione collettiva ci sono due verità: una classe dirigente meridionale incapace e una programmazione economica sbilanciata a favore degli interessi delle imprese localizzate in pianura padana. Un corto circuito tipico del capitalismo che costruisce “centri” e “periferie”, cioè concentra i capitali in determinate aree e crea sottosviluppo nelle altre che diventano colonie sfruttate e da sfruttare. Nonostante il contesto culturale tipico delle società feudali, è possibile rimuovere queste disuguaglianze attraverso la costruzione di programmi, piani e progetti di rigenerazione dei territori osservando i Sistemi Locali del Lavoro. Le attuali classi dirigenti meridionali vanno sostituite con persone formate sull’approccio bieconomico, al fine di ripensare le agglomerazioni industriali e favorire la manifattura leggera, e le tecnologie a più alto valore aggiunto. Opportunità di impieghi utili si realizzano con piani bioeconomici che osservano le aree urbane estese, cioè i comuni centroidi con le loro conurbazioni, e si interpretano con l’approccio metabolico e le indicazioni della scuola territorialista. Sono i piani che programmano e attraggono investimenti pubblici e privati. Persone, università e imprese, dovrebbero conoscere e sviluppare piani bioeconomici per rigenerare i territori, perché solo in questo modo si inverte il drammatico flusso di risorse umane verso il Nord e fuori dall’Italia.

ilmattino4novembre2019

Persone e territorio

Da molti anni ormai, sia il mondo accademico e sia gli istituti di statistica divulgano un approccio attento alle risorse, e indicano, indirettamente o direttamente, le linee guida per aiutare il proprio Paese. Anche l’ultimo rapporto 2019 dell’ISTAT, dichiara apertamente la necessità di valorizzare i territori e le risorse locali, si esprime ancora con termini ambigui come “crescita equilibrata” figli dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che ha contribuito a giustificare la distruzione gli interi ecosistemi naturali e l’aumento delle malattie favorite dall’industrialismo, ma l’ISTAT ci presenta comunque un quadro complesso e complessivo di estremo interesse.

La disuguaglianza per eccellenza, quella fra Nord contro Sud, può essere letta e interpretata anche grazie ai documenti dell’ISTAT.

«Se negli anni successivi al Secondo dopoguerra i flussi migratori verso le regioni centro settentrionali erano prevalentemente costituiti da manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, nell’ultimo decennio mediamente il 70% delle migrazioni dalle regioni meridionali e insulari verso il Centro-Nord sono state caratterizzate da un livello di istruzione medio-alto. Cedendo risorse qualificate, il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando ulteriormente i differenziali economici con il Centro-Nord» (Fondazione Migrantes, Rapporto italiani nel mondo, 2019, pag. 11).

Secondo il mio modesto parere, vi sono alcuni fattori che dovrebbero cambiare radicalmente e agire in sinergia attraverso un comune denominatore: fare l’opposto di quello fatto finora. Uno di questi fattori è il ripristino dell’azione pubblica dello Stato che ripensa le agglomerazioni industriali attraverso il filtro culturale della bioeconomia, e l’atro fattore è il cambiamento delle classi dirigenti meridionali, sostituite con un nuovo ceto politico formato proprio sulla bioeconomia. I Sistemi Locali del Lavoro che risultano più attrattivi hanno determinate caratteristiche: la scelta politica di localizzare e concentrare funzioni e attività, e il continuo rinnovamento dell’offerta formativa didattica condizionata dalle imprese presenti sul territorio. Come ha certificato anche l’ISTAT, Regno d’Italia e Repubblica italiana hanno creato le disuguaglianze poiché il ceto politico ha voluto concentrare determinate attività e funzioni con maggiore valore aggiunto soprattutto in pianura padana, lasciando talune attività pesanti e inquinanti nel meridione (Bagnoli, Taranto, Priolo, Gela). Ancora oggi, le attività di ricerca e innovazione con maggiore valore aggiunto condotte dall’Università pubblica italiana si trovano soprattutto in pianura padana, e pertanto non è un caso che gli studenti meridionali vadano a formarsi al Nord, o all’estero, per poi non tornare più, alimentando un danno sociale ed economico non misurabile ma drammatico. La responsabilità politica di questa disuguaglianza è tutta della classe dirigente italiana (imprese, politici, università) perché essa stessa ha creato politiche capitaliste razziste e antimeridionali, inventando un “centro” e una “periferia” economica. In sostanza, le disuguaglianze sono create dalle scelte politiche e non dipendono dalla geografia. Nel corso dei decenni queste scelte hanno favorito i privilegi di talune famiglie e danneggiato altre eliminando la cosiddetta ascensore sociale; chi nasce povero resta povero, e chi nasce in famiglie ricche ha maggiori opportunità rispetto agli altri. L’inversione di tendenza può essere avviata solo cambiando radicalmente i paradigmi culturali di una società moderna profondamente nichilista, e giudicando diversamente il ceto politico, cioè gli elettori meridionali dovranno stimolare la nascita di una propria identità culturale e politica, non più delle destre (liberali e neoliberali), favorendo la partecipazione attiva al processo decisionale della politica e una migliore selezione della classe dirigente.

La carenza di servizi (sanità, centri culturali…), e i problemi ambientali e occupazionali del Sud rappresentano gli investimenti pubblici e privati per creare impieghi utili, per farlo è semplice: ci vuole la volontà politica che oggi non c’è, perché le disuguaglianze produttive rappresentano lo sfruttamento economico e sociale del Nord che vende al Sud e “ruba” giovani risorse umane. E’ un corto circuito sociale e culturale che appartiene solo all’Italia, costruito persino sull’inciviltà diseducativa che spinge i meridionali a costruirsi una credenza religiosa per disprezzare i propri luoghi e abbandonare la propria terra, infine, solo in Italia, da circa trent’anni, esiste persino un partito politico razzista antimeridionale cioè inventato e costruito appositamente per favorire l’accumulazione capitalista in una sola area geografica a sostegno dell’egoismo delle imprese localizzate al Nord, una enorme “comunità” chiusa forgiata sullo sfruttamento delle risorse pubbliche. Questo è il medesimo modello capitalista che riscontriamo fra Occidente ed Oriente, e dentro l’euro zona ove Sistemi Locali sfruttano altri Sistemi Locali. Se non si accetta la realtà, e cioè che il capitalismo stesso crea disuguaglianze, sottosviluppo dei territori e distruzione della natura, allora sarà difficile invertire la rotta che ci condanna alla povertà e alla marginalità.

Anche l’ISTAT suggerisce di abbinare l’analisi della struttura produttiva alle risorse locali del territorio, questo è l’approccio territorialista al fine di suggerire un uso razionale delle risorse e dell’energia. Il mezzogiorno d’Italia, necessità di questo approccio ma va integrato con politiche pubbliche socialiste per costruire i servizi mancanti, dalla cultura al sociale, fino alla realizzazione di sistemi di mobilità intelligente. Il Sud d’Italia non è solo agricoltura, bellezza, paesaggio ma è fondamentale creare agglomerazioni della manifattura leggera e tecnologica dal più alto valore aggiunto. I Sistemi Locali meridionali potrebbero e dovrebbero stimolare modelli autarchici di innovazione tecnologica agglomerando funzioni e attività creative. Ad esempio, anziché importare tecnologie straniere per risolvere problemi sarebbe saggio che tali soluzioni fossero costruite in casa. La complessità del territorio italiano richiede due politiche: la rigenerazione urbana e dei territori rurali, e la creazione di sistemi e tecnologie innovative di trasporto delle persone per risolvere i problemi in Sardegna (ove non esiste il treno), in Sicilia, e poi gli spostamenti adriatico-tirreno oltre che gli spostamenti puglie-Campania. L’Italia, se avesse una guida politica saggia, dovrebbe riappropriarsi di capacità tecnologiche che aveva creato in passato e concentrare tali programmi di ricerca proprio nelle aree più marginali.

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Abbandonare la follia del capitalismo

 

In generale, il capitalismo contemporaneo è una religione che sta distruggendo la cosiddetta società moderna. Gli Stati liberali sorsero con nobili intenzioni per diffondere i diritti umani, ma non sono stati capaci di controllare il capitalismo, anzi l’hanno diffuso in tutto il pianeta. La visione economica che trasforma tutto in merce sta convertendo l’esistenza umana in un inferno vero e proprio, costituito da guerre, schiavitù e distruzione degli ecosistemi. Ancora oggi il capitalismo, abilmente studiato da Marx ci racconta come la sua funzione della produzione riesca a ridurre i costi per mero interesse del capitale, per avidità. Nella riduzione dei costi sono contemplati anche gli esseri umani. In questi ultimi decenni, a danno dei diritti dei lavoratori e dei sindacati, il capitale ha saputo imporre una forte accelerazione grazie all’innovazione tecnologica e alle famigerate zone economiche speciali ove si localizza lo sfruttamento dei salariati a basso costo. Il cosiddetto libero mercato ha saputo aggregare i bassi costi di manifattura, tecnologia e salario. Fu Marx a predire il fatto che l’operaio sarebbe diventato un costo superfluo per favorire l’accumulazione della borghesia capitalista, e che era necessaria un’espansione della produzione per sistemare l’accumulazione del capitale riducendo i prezzi delle merci, tutto grazie all’innovazione e alle nuove tecnologie. Il superamento della stagnazione e della stagflazione nelle regioni capitaliste centrali è accaduto grazie alla globalizzazione liberista, cioè la deregolamentazione del mercato. In questo contesto le regioni centrali operano una variazione spaziale sfruttando quelle periferiche. Il capitalismo produce queste contraddizioni, cioè favorisce crisi sociali e logora le comunità locali trattate come periferia economia. La società moderna è determinata dalla circolazione del capitale, e i cambiamenti indicati dalla globalizzazione liberista stanno distruggendo intere comunità. Comprendere la circolazione del capitale ci aiuta ad adottare misure per contrastare la creazione di sottosviluppo nelle periferie economiche, cioè ci aiuta a contrastare la disoccupazione nel meridione d’Italia. Ad esempio, sappiamo che il capitalismo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano. La concorrenza sleale chiamata competitività, crea aree di sottosviluppo da sfruttare, cioè le odierne città globali e i Sistemi Locali del Lavoro più produttivi sfruttano le aree periferiche per attrarre risorse umane e continuare l’accumulazione di capitale. Successivamente, le élites decidono ove spendere gli eccessi di questa accumulazione, che spesso si concretizzando in nuove urbanizzazioni e/o trasformazioni urbane. Un esempio noto di accumulazione, concentrazione e urbanizzazione, è la Cina con le sue nuove città. La Cina è l’esempio più vistoso di crescita capitalista nel più breve tempo possibile, ed usa questa enorme crescita sia per costruire gli insediamenti urbani più grandi al mondo e sia per urbanizzare altri continenti, ad esempio l’Africa.

In definitiva, il neoliberismo dovrebbe insegnarci una lezione, e cioè che il capitalismo così com’è non è utile alla specie umana, e fino a quando le persone non saranno disposte a cambiare i rapporti sociali, il rapporto con la natura, e dare valore a comportamenti etici e democratici, continueremo a subire la follia della religione capitalista. La povertà crescente in Occidente, e nelle regioni meridionali, è il frutto di una scelta politica molto chiara ma è ancora del tutto incompresa dalla maggioranza delle comunità poiché nichiliste e allevate nell’epoca moderna. Ad esempio, possiamo osservare il corto circuito economico in molti Sistemi Locali del Lavoro meridionali: in quelle strutture urbane persiste una nota carenza di imprese con alti tassi di disoccupazione, e soprattutto l’assenza di una pianificazione economica secondo l’interesse pubblico. In questo contesto le élites locali, anziché ripensare le agglomerazioni produttive, immaginano di accumulare capitale attraverso le rendite finanziarie e immobiliari, peggiorando i sistemi urbani esistenti. Il paradosso è noto: domanda e offerta non si possono incontrare, per la progressiva perdita di capacità di acquisto delle famiglie che si avvicinano alla soglia di povertà in assenza di opportunità di lavoro. Le persone, cioè imprese e istituzioni, dovrebbero avviare un percorso inverso al capitalismo liberista, e cioè dovrebbero dare valore a programmi, piani e progetti di interesse pubblico e sociale osservando il territorio, osservando la realtà e studiando le innovazioni tecnologiche utili allo sviluppo umano. L’approccio innovativo, razionale e responsabile, è quello bioeconomico che cambia i processi produttivi introducendo la scienza, e quindi snaturando l’economia stessa, ma tale processo può essere avviato solo cambiando le regole istituzionali ripristinando il ruolo pubblico dello Stato, attivo nel mercato per correggere le immorali disuguaglianze innescate da una religione fuori controllo.

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Famigerata Crescita

istat sll tasso di disoccupazione e occupazione 2017
ISTAT, Annuario statistico 2018.

La crescita dell’economia, della produttiva è il mantra utilizzato da media e politici sin dai tempi della nascente modernità. Crescita è il termine chiave utilizzato da tutti: di destra, di sinistra, dai populisti, dai dittatori, dai politicanti per promettere benessere, sviluppo, posti di lavoro e miglioramento. Entrando nel merito della crescita, il mantra si misura con l’indicatore economico più famoso al mondo, il Prodotto Interno Lordo (il PIL) osservato dall’ISTAT. Se leggiamo i dati dell’ISTAT, cosa scopriamo? Il PIL cresce sempre, forse non come vorrebbe la classe politica, ma cresce sempre. Qualunque individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda molto semplice: perché alla crescita costante del PIL non corrisponde un miglioramento? Uscendo dalla demagogia ossessiva compulsiva dei media, chiunque studia l’economia e la politica, sa bene che questo indicatore è notoriamente fuorviante, semplicemente perché non misura il benessere ma la crescita della produttività, cioè la crescita del capitale. Se parliamo di miglioramento o di progresso, il PIL è un indicatore inutile perché lo sviluppo umano si misura con indicatori che fanno decrescere il PIL. La crescita è chiaramente una delle contraddizioni del capitalismo. In generale, il capitalismo contemporaneo è bloccato nella cattiva infinità dell’accumulazione senza fine e della crescita composta che culmina con la svalutazione e la distruzione, ignorando le crisi intrinseche al capitalismo stesso. L’arricchimento capitalista è fine a se stesso, e la vita quotidiana è ostaggio della follia del denaro, per dirla alla Marx. Le tipiche contraddizioni del capitalismo sono: il deterioramento costante della natura con la distruzione delle specie viventi, la crescita composta illimitata, e l’alienazione universale, cioè il nichilismo e l’annullamento dell’essere umano.

L’esempio più noto a tutti, circa l’inutilità della crescita costante del PIL, è la salute umana. Ragionando per assurdo: immaginiamo che domani mattina tutta la popolazione italiana si trovi in buona salute, cosa accadrebbe? Il PIL avrebbe una decrescita immediata poiché nessuno consumerebbe farmici determinando la chiusura dell’industria farmaceutica e quindi la perdita di posti di lavoro. All’improvviso gli italiani non si spostano più in auto a combustione, e nessuno compra e consuma più armi, accade che l’industria dell’automobile, l’industria petrolifera e delle armi subiscono forti contrazioni e perdite di posti di lavoro, quindi il PIL decresce. Un’altra famosa decrescita del PIL si realizza applicando l’uso razionale dell’energia per gli edifici e favorendo l’auto produzione di cibo per auto consumo. Questo discorso, con questi esempi, esprime concetti e dibattiti molto noti fra chi conosce le basi dell’economia, e negli ultimi decenni persino premi nobel hanno pubblicato studi e ricerche per convincere la classe politica, al fine di ridurre l’influenza dell’indicatore PIL sia nella comunicazione politica ma soprattutto nella programmazione economica. Ad oggi, non ci sono riusciti poiché le principali istituzioni globali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, e Nazioni Unite) danno prevalenza ai soliti indicatori economici, e meno a quelli sociali. Il fatto che nulla cambi, è noto; tutto il mondo è capitalista e l’Occidente è la culla della religione neoliberista con istituzioni politiche addomesticate da questa credenza. In Italia, l’ISTAT ha adottato un indicatore complessivo chiamato BES (Benessere Equo e Sostenibile) frutto degli studi economici che integrano il PIL, e questo dovrebbe influenzare le scelte politiche per riequilibrare gli investimenti al fine di ridurre le disuguaglianze economiche e sociali. Nonostante ciò, media e programmazione economica continuano a millantare la crescita del PIL. Durante questo periodo di confusione politica, tutti i media, come un mantra ripetitivo compulsivo, usano ancora la famigerata crescita come argomento di acceso dibattito politico. Nel corso degli anni, i media accusano i Governi col medesimo linguaggio: poca crescita con questa manovra, il Paese non cresce perché non ci sono investimenti, bisogna ridurre il debito. Il linguaggio compulsivo ossessivo intende abituare gli individui a tali termini, e i media sono rassicurati dal fatto che mai la maggioranza degli elettori avrà la curiosità di aprire il dizionario, un manuale, per scoprire il significato dei termini e svelare l’inganno. Nel nostro Paese, fra gli addetti ai lavori, è ben noto l’altrettanto problema diffuso fra la maggioranza degli italiani, e cioè l’ignoranza funzionale e di ritorno. In un contesto del genere, i talk politici presenti nei media sono funzionali affinché nulla cambi per il bene del Paese e degli italiani stessi, che a ogni gara elettorale scelgono i propri carnefici (Forza Italia, PD, Lega e M5S). La complessità e la realtà italiana richiedono una programmazione economica politica molto diversa dai piani politici dei nostri carnefici, i quali ovviamente non esprimono né competenze adeguate e né una volontà politica nuova, figlia di un cambiamento dei paradigmi culturali. Per ottenere un reale miglioramento, i cittadini dovrebbero costruire un soggetto politico bioeconomico, che realizza un programma politico rispetto a una nuova cultura politica capace di distinguere i beni dalle merci, mentre per affrontare la realtà italiana, le soluzioni dovranno nascere osservando con attenzione il territorio, le complessità sociali ed economiche, fra l’altro ben note, e documentate nei rapporti dell’ISTAT; ed oggi interpretate anche dal “Forum Disuguaglianze Diversa” che sta dando un aiuto concreto nel capire la complessità sociale del Paese.

Per quanto riguarda la disuguaglianza per eccellenza, e cioè la famosa questione meridionale, è l’ISTAT che certifica la realtà storica: Regno d’Italia e fascismo crearono la disuguaglianza economica fra Nord e Sud. «Il divario Nord-Sud inizia invece ad allargarsi sul finire dell’Ottocento, allorquando nel Nord-Ovest comincia a prendere corpo il Triangolo industriale. E tuttavia la forbice rimane contenuta, ancora nel corso dell’età giolittiana. È invece negli anni fra le due guerre, dal 1911 al 1951, che il divario Nord-Sud cresce molto. Al 1951, le differenze fra le macro-aree hanno raggiunto l’apice. […] Le differenze fra Sud e Nord – pur se a ritmi alterni, seguendo un processo non sempre lineare – si sono ampliate dall’Unità a oggi. […] La ricchezza si è andata quindi progressivamente concentrando nelle regioni forti del Nord Italia, che attraevano a sé anche il capitale umano». (Emanuele Felice, “Crescita, crisi, divergenza: la disuguaglianza regionale in Italia nel lungo periodo”, in ISTAT, La società italiana e le grandi crisi economiche 1929 – 2016, Roma, 2018). Il divario inizia col primo Governo Cavour (Destra storica) ma si acuisce con la XXIII e la XXIV legislatura ove il Parlamento ha una maggioranza liberale, e i governi Giolitti, Salandra, Boselli, Orlando, Nitti e i fascisti, fino all’inizio dell’era democristiana con De Gasperi. «[…] All’atto della costituzione del nuovo Regno, il Mezzogiorno, come abbiam già detto, era il paese che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica sotto tutte le forme. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali, che aveano ricchezza monetaria, fornirono tutte le loro risorse del tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. […]» (estratto da Francesco Saverio Nitti: “L’Italia all’alba del XX secolo (1901) Discorso Quarto”)

La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l’Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l’Italia quello che oggi la Germania è per l’Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d’Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un’agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali.

Ancora oggi, il legislatore realizza un assurdo politico favorendo l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, sia attraverso il federalismo che ha modificato il Titolo V della Costituzione e sia perché la spesa procapite è maggiore al Nord rispetto al Sud. Il legislatore e i Governi adottano un criterio che cronicizza le disuguaglianze territoriali quello della spesa storica, cioè chi ha di più [il Nord] può ad avere di più. Tutto ciò accade nonostante si sia promesso di fare il contrario e cioè, sia L’UE (i fondi europei) e sia i Governi (investire il 34%) hanno promesso si spendere di più nel mezzogiorno per ridurre le disuguaglianze ma questo non è avvenuto.

L’attuale sistema capitalista neoliberista costituitosi con lo sviluppo dello sfruttamento dei lavoratori nelle famigerate zone economiche speciali, è riuscito a favorire l’aumento della concentrazione dei capitali della borghesia imprenditoriale, rendendola più ricca in tempi più brevi rispetto ai decenni precedenti. Questa accelerazione è avvenuta applicando meglio il paradigma capitalista che prevede la riduzione dei costi (costo del lavoro e accesso alle risorse naturale). La borghesia capitalista ha ridotto il ruolo della cosiddetta old economy grazie alle disuguaglianze di riconoscimento, al progresso informatico degli algoritmi, alla robotica e all’intelligenza artificiale, che hanno influenzato il valore di capitalizzazione delle aziende, cioè attraverso la finanza, un mondo fittizio. I casi famosi sono rappresentati dall’industria informatica e tecnologica, i cosiddetti giganti del web, che non pagano tasse agli Stati, e accumulano capitale grazie alla pubblicità e alla profilazione degli utenti. Questa è la crescita, questo è il capitalismo: sfruttamento, aumento delle disuguaglianze, avidità, distruzione degli ecosistemi e annichilimento dello Stato sociale. Tutto il mondo moderno è capitalista, cioè di destra, perché? Nell’applicare la funzione della produzione capitalista, la religione neoliberista è stata, ed è, l’approccio più efficace per favorire la crescita, poiché si pone l’obiettivo di rimuovere ogni limite all’auto produzione di capitale, dal sistema finanziario bancario (il mondo off shore) sino all’eliminazione di ogni costo. Nel corso della storia moderna, socialismo e comunismo, snaturando la propria natura, sono state applicazioni capitaliste che limitavano la crescita, poiché conservavano taluni costi nella funzione della produzione capitalista, cioè socialismo e comunismo conservavano i costi sul lavoro (diritti e salari adeguati), e a volte hanno posto limiti al capitalismo nell’uso delle risorse naturali (impatto ambientale), di fatto limitando la crescita. L’intero processo economico è costituito da un solo aspetto inumano, irrazionale e innaturale: trasformare tutto in merce per ridurre i costi affinché il capitale, come fosse un algoritmo, possa crescere all’infinito dentro un sistema, cioè il pianeta Terra che è un sistema chiuso con risorse limitate. Nel processo economico le persone sono trattate come merci, da usare e gettare quando non servono più al capitale. Siamo l’unica specie di questo Pianeta che ha inventato un modello sociale irrazionale per misurare gli scambi e accumulare “ricchezza” (per pochi) ma distruggendo tutto, se stessi e altre specie. Le famigerate disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento esistenti in Europa e in Italia, sono la normale conseguenza di scelte politiche ormai storiche e il frutto del pensiero capitalista dell’epoca moderna, che si nutre proprio di disuguaglianze, cioè consentire l’accumulazione del capitale a una ristretta borghesia altamente specializzata e non ridistribuire gli eccessi del capitale nei territori sfruttati. Queste disuguaglianze innescate dalla crescita sono divenute croniche in Italia, poiché la maggioranza degli elettori meridionali continua a disprezzare la politica e delega l’amministrazione di questa a soggetti politici sempre più impreparati (Forza Italia, PD, Lega e M5S).

Tornando alla questione meridionale, rileggendo Marx scopriamo le ragioni delle disuguaglianze territoriali, ed è noto che la pianura padana sfrutta il Sud e può continuare a farlo grazie alle agglomerazioni volute dal ceto politico, durante i decenni precedenti, ed oggi l’area padana gode di mezzi e sistemi consolidati che creano un sistema virtuoso di produzione di merci. Nel meridione è accaduto l’esatto opposto: cioè fù smantellato un sistema produttivo per creare aree periferiche da sfruttare. Questo modello è ampiamente diffuso in tutto il mondo e stimola le migrazioni economiche, proprio come accade in Italia da decenni. Oggi, il Sud non riesce a invertire questo processo auto distruttivo, per due motivi: il ceto politico non vuole eliminare le disuguaglianze, e le imprese non desiderano rilocalizzare le attività, mentre la cittadinanza è educata a una condizione psicologica di svantaggio e di sfruttamento innescando l’emigrazione di studenti e laureati. Per ridurre le disuguaglianze è necessario costruire una rete intelligente cooperativa fra università, ricerca applicata e imprese per rilocalizzare attività e funzioni nelle agglomerazioni produttive meridionali. Questo processo deve essere coordinato da investimenti pubblici e privati per creare le condizioni infrastrutturali, di fatto eliminando le disuguaglianze territoriali. Si può avviare questo processo virtuoso solo attraverso la pianificazione, oggi trascurata dagli Enti locali per favorire gli interessi privati delle aziende. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, se lo desiderano, possono ripensare il paradigma culturale circa il governo del territorio per riconoscere e valorizzare i Sistemi Locali del Lavoro e le strutture urbane estese. Osservata la realtà è necessario approdare sul piano culturale bioeconomico per costruire opportunità di sviluppo umano applicando la sostenibilità.

rapporto pil occupati popolazione

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Dopo trent’anni di liberismo, ancora tutti a destra!

È ormai matura l’analisi politica, persino condivisa negli ambienti responsabili dell’aumento delle disuguaglianze, che la cosiddetta crisi economica in realtà non è una vera crisi ma la normale conseguenza del capitalismo neoliberista che ha invaso il mondo intero. La globalizzazione dei capitali finanziari, del mondo off shore e delle zone economiche speciali, cioè degli spazi dello sfruttamento, ha trasformato la società occidentale eliminando le conquiste sociali del socialismo europeo, e riducendo al minimo i diritti civili e dei lavoratori. È assurdo ma sembra che il ceto politico abbia rimosso la lezione di Marx, favorendo i sogni più proibiti di un élite avida e incivile.

All’interno del cambiamento epocale, la maggioranza dei cittadini italiani è nichilista, individualista e di conseguenza usa il momento del voto come sintomo di uno sfogo. Milioni di italiani e la maggioranza dei meridionali delusi, hanno votato per questi due partiti: la Lega (che resta Nord) e il M5S. Entrambi, durante cinque anni di opposizione politica al PD, hanno attaccato i governanti con un linguaggio politico al limite della violenza verbale. Il linguaggio adottato si basa su un preciso ed elementare calcolo politico, promettere qualunque desiderio dei cittadini. Il linguaggio, come nella pubblicità fa leva sulle emozioni delle persone economicamente più deboli, soprattutto il M5S attraverso il famigerato “reddito di cittadinanza”, che non è un “reddito di cittadinanza” ma “condizionato”, una proposta ideata dai liberisti della scuola di Milton Friedman, e già in uso in Germania; mentre la Lega (Nord), sempre nel solco liberista, promette la famigerata “flat tax”, cioè una “tassa piatta” composta da una sola aliquota, palesemente incostituzionale, che consente ai ricchi di aumentare l’accumulo di capitali e di ridurre lo Stato sociale. Infine la cosiddetta “pace fiscale” che si traduce in un condono fiscale, ennesimo provvedimento immorale a favore di chi non ha pagato tributi allo Stato, confermando che in Italia sicuramente pagano le tasse i dipendenti salariati, mentre per gli altri, la collettività deve affidarsi alla civiltà altrui. Questi partiti sono diversi fra loro per come sono nati, ed hanno condiviso una feroce opposizione politica all’establishment, come si dice in gergo, contro l’UE, contro il “sistema”. La fotografia del M5S è stata fatta da due giovani giornalisti, Federico Mello e Jacopo Iacoboni, che in tempi diversi hanno pubblicato due saggi sul reale funzionamento dell’ex partito di Grillo, Il lato oscuro delle stelle e L’Esperimento. Entrambi sono utili per capire l’inganno che si cela dietro a determinati partiti apparentemente “nuovi”, che ricalcano schemi del comportamentismo degli anni ’50, ricalcano schemi televisivi, berlusconiani e non democratici ma utilizzano le nuove tecnologie per gestire l’azienda (il partito). La Lega Nord (già lombarda) è il partito razzista che nasce dall’antimeridionalismo per proporre la secessione dall’Italia contro Roma ladrona. Il linguaggio dei leghisti è costituito da decenni di propaganda razzista contro i meridionali. Nel corso degli anni la cronaca giudiziaria ha evidenziato la realtà dei fatti: i ladroni erano dentro quel partito e nelle istituzioni politiche del Nord da loro amministrate, dalle truffe nel partito razzista, passando per i Consigli regionali sino alle banche venete gestite dall’imprenditoria vicina ai razzisti. Il dramma culturale del nostro ceto politico è che un partito così ignobile abbia ricevuto una legittimazione dagli altri partiti, come Forza Italia e l’estrema destra, che l’hanno condotto persino al governo del Paese. In una comunità civile nessuno si sognerebbe di dare legittimità politica a chi propaganda il razzismo e l’egoismo più becero.

In tutto l’Occidente chiunque abbia svolto un ruolo politico all’opposizione del “sistema”, poi ha ricevuto un aumento dei propri consensi politici. Negli USA, come tutti sanno è diventato Presidente un imprenditore sfruttando temi legati alla crisi economica che ha fatto aumentare la povertà. In questa fase ove gli elettori cambiano i propri governanti, c’è un elemento a dir poco grottesco e contraddittorio. La cosiddetta crisi economica è innescata dal capitalismo neoliberista, e in Italia, anziché stimolare una mobilitazione di massa a favore del socialismo, gli elettori si affidano a una coppia di partiti che millantano di non essere né di destra e né di sinistra ma promettono politiche neoliberiste, cioè di destra con elementi di welfare di dubbia valenza.

Sintetizzando al massimo, negli ultimi anni, i partiti che hanno governato il Paese sono stati esecutori delle politiche neoliberiste, cioè di destra, e gli elettori hanno deciso di sostituirli con i soggetti che hanno millantato un cambiamento. Le politiche neoliberiste hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, innescando e stimolando la crescita dei disagi sociali, favorendo rabbia e insoddisfazione nei confronti del ceto politico occidentale. Il contesto politico e sociale si caratterizza per la fine della partecipazione popolare e di massa nei partiti, e mentre accadeva ciò, i cittadini italiani, in una prima fase durante l’inizio del millennio, si mobilitarono nei cosiddetti “girotondi”, senza organizzare un partito democratico nuovo ma consegnando la legittima protesta al vecchio establishment. Fallisce l’opportunità di realizzare un’alternativa politica al liberismo, mentre col trascorrere degli anni la scelta di ridurre il ruolo pubblico dello Stato fa crescere l’insoddisfazione nei confronti della “casta”, poiché si riducono contemporaneamente e progressivamente sia il potere d’acquisto degli stipendi salariati e sia il welfare state, creando disagi sia alla media borghesia e sia ai ceti più deboli che aumentano di quantità. È nel ventennio berlusconiano, con i governi elitari sostenuti dai Tremonti, Bossi, Dini, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi che si realizza la svendita del patrimonio pubblico, la “liberal revolution”, meno Stato più mercato, con norme e provvedimenti ad edulcorare il principio della democrazia economia e favorire l’azionariato elitario nel controllo, e quindi nel profitto, dei servizi. Tutti gli Enti locali, Regioni, Province e Comuni, privatizzando tutto quello che c’è da privatizzare, di fatto usurpano la sovranità popolare, attraverso la creazione dei mostri multiutilities S.p.A. che firmano contratti di gestione dei servizi pubblici locali con la falsa promessa di migliorare le infrastrutture esistenti costruite con le tasse degli italiani (acqua, energia, autostrade, telecomunicazioni, poste, ferrovie). E’ negli Enti locali che si realizza la famosa austerità, dalle mani del più ignorante e incapace ceto politico italiano, rimbalzato alle cronache giudiziarie grazie ai reati contro la pubblica amministrazione e ai tagli dei servizi locali. Nel frattempo continua la privatizzazione dei profitti attraverso le rendite fondiarie e immobiliari, sottovalutando i problemi reali legati al rischio simico e idrogeologico, così da aggiungere altri danni alla collettività attraverso l’adozione di piani speculativi che aumentano le disuguaglianze sociali e il consumo di suolo agricolo.

Osservando la struttura capitalista italiana possiamo cogliere il senso delle politiche di tutti gli ultimi governi, che hanno favorito l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, cioè i soliti pochi, le solite famiglie, sia quelle note al pubblico e sia quelle poco note ma presenti in tutti i centri urbani. Il capitalismo italiano è costituito soprattutto da rendite, finanziarie e immobiliari, controllate dalle solite famiglie di ricchi, capaci di influenzare il credito. Il fatturato delle imprese è generato soprattutto da rendite e attività terziarie. Parlamento e Governi italiani, anziché rimuovere ostacoli di ordine economico per favorire lo sviluppo umano, e dare a tutti le possibilità di cercare percorsi di evoluzione sociale, hanno aumentato drasticamente la differenza fra ricchi e poveri. Sempre più famiglie sono entrate nella soglia di povertà relativa e assoluta.

I disagi creati dal mercato hanno una dimensione territoriale precisa, e sono le periferie che hanno smesso di votare per i partiti filo establishment. Contestualmente si è ampliato il fenomeno della spoliticizzazione delle masse e la crescita della frustrazione collettiva, poiché gli individui non si sentono in grado di cambiare le scelte politiche italiane. Durante il ventennio berlusconiano, il legislatore contribuisce ad allontanare i cittadini dal processo decisionale della politica sia con la riforma degli Enti locali e sia con i processi di privatizzazione che favoriscono gli interessi delle imprese. Nel 2009, dopo cinque anni di tour seguitissimi, il comico Grillo catalizza la frustrazione e la rabbia popolare in un partito da lui fondato, il M5S. Dal 2005 al 2009, Grillo usa l’arte del teatro a servizio di un disegno politico, ed è la sua capacità di interpretare i problemi degli italiani a raccogliere milioni di voti nel 2013, consentendo a diversi sconosciuti, e anche taluni impresentabili e squallidi personaggi di entrare nel Parlamento italiano senza alcun criterio di merito politico. Mentre si realizzava un enorme trasferimento di consensi dai partiti del pensiero unico al partito liquido italiano, ancora una volta, nonostante le evidenze circa l’aumento delle disuguaglianze, nessun soggetto politico ha avuto la maturità di compiere un’auto analisi critica mettendo in discussione le politiche economiche neoliberiste, e la totale inefficienza politica dell’UE, costruita per soddisfare il mercato e non i bisogni delle persone. Di questa incapacità riflessiva, ovviamente, se ne approfitta chiunque critica l’euro zona e la “casta”, senza dover dimostrare alcuna capacità politica. Nel 2013, il risultato delle urne rompe lo schema del cosiddetto bipolarismo e non consegna un reale vincitore, perché esiste un terzo polo che ha lo stesso peso politico del PD e di Forza Italia. Le coalizioni si sfaldano, e nascono nuove maggioranze parlamentari sul modello chiamato grande coalizione per consentire la formazione di un Governo, in quanto il terzo polo strategicamente sceglie l’opposizione. Nel 2013, nonostante milioni di italiani sfiduciano l’establishment, quel voto non è utilizzato per cambiare lo status quo, e fra le tante conseguenze politiche, lo scontro fra il M5S e il PD ebbe quella di sostituire la classe dirigente politica nel PD, favorendo l’ascesa di un nuovo capo politico: Renzi, in continuità col liberismo. La nuova direzione del PD sposta l’asse del partito tutto a destra, e in una prima fase, il nuovo leader eletto attraverso le primarie aperte del partito, aumenta i consensi alle elezioni europee del 2014 toccando la soglia del 40%. Nel 2015 durante le elezioni regionali, il PD continua la crescita dei consensi ma sarà l’ultima volta, poiché da quel momento in poi, il partito di governo perderà milioni di voti arrivando a dimezzare il proprio consenso sul territorio nazionale. I 5 anni di legislatura saranno utilizzati dalla nuova maggioranza politica per approvare altre riforme neoliberiste togliendo diritti ai lavoratori, e cercando di cambiare la Costituzione per ampliare l’ideologia capitalista neoliberale attraverso una proposta di riforma costituzionale, Renzi-Boschi. Proposta bocciata dal referendum consultivo, il 4 dicembre 2016. In tutto ciò le disuguaglianze crescono, osservando l’aumento della povertà per effetto del mercato lasciato libero di agire secondo la propria avidità. L’assurdità del ceto politico consiste nel fatto che mentre aumentano le disuguaglianze, chi governa accresce le opportunità per alcune imprese multinazionali, anziché ripristinare politiche pubbliche socialiste.

Nel 2018, il risultato delle urne dice che la maggioranza degli italiani crede alle promesse di chi ha svolto un ruolo di opposizione, e sfoga la propria rabbia contro i vecchi partiti consegnando il Paese, sia al partito razzista italiano, la Lega (Nord), e sia al partito inventato da un ex comico e da una piccola azienda privata di social marketing, che oggi detiene il controllo diretto del primo partito italiano. Dopo circa 70 giorni di trattative politiche, agli italiani viene presentato un cosiddetto contratto di governo. Il linguaggio adottato ricalca lo schema di un programma elettorale, e non è un serio programma politico. Secondo i giuristi, del calibro di Zagrebelsky, si tratta di un contratto di potere fra alleati di governo che presenta caratteri di incostituzionalità, con possibili derive autoritarie. Questo nuovo programma elettorale chiamato contratto di governo è composto da un mix di elementi retorici dei due partiti, e così ritroviamo un po’ di razzismo, una visione securitaria dello Stato, posizioni euroscettiche, una visione più o meno assistenzialista, elementi ecologisti, ma soprattutto promesse molto complicate sul welfare circa la riforma Fornero e il reddito condizionato poiché insieme creano la banca rotta dello Stato. Un linguaggio più concreto si riscontra solo sui punti dedicati alla sicurezza.

Anche il cosiddetto “governo del cambiamento”, così chiamato come desidera la propaganda, appare come un governo della continuità nonostante l’euroscetticismo, poiché ignora la lezione di Marx e non compie un’analisi politica matura facendo riferimento ai mutamenti sociali innescati dal capitalismo neoliberista. Nonostante un legittimo euroscetticismo raccolto dalla pancia degli elettori, non c’è alcun piano industriale su specifiche attività industriali, ma la promessa generica di una banca pubblica a sostegno delle imprese, come insegna la scuola liberista. Non c’è un piano di investimenti su specifici territori deindustrializzati. C’è un’ambigua e superficiale riflessione circa il “sovranismo” etichettato dal giornalismo embedded, che rischia di rendere vana qualsiasi possibilità di restituire un potere economico alla Repubblica. Persino in Germania, che ha tratto i maggiori vantaggi dell’euro zona, si parla degli errori del sistema monetario unico, si parla di come ristrutturare i debiti pubblici, di come riformare i Trattati o come uscire dall’euro. In Italia, ci siamo dimenticati che il PCI fu contrario allo SME, e ci siamo dimenticati della visione romantica del manifesto di Ventotene. Questa rimozione dalla memoria collettiva, come gli slogan né destra e né sinistra, hanno contribuito a sostenere il nichilismo e aprire strade alle destre. Il tema della sovranità economica è senza dubbio cruciale per la ripresa economica del nostro Paese ma questo argomento è stato regalato ai partiti populisti, anziché essere argomentato seriamente dai partiti di governo, del resto proprio la Germania ha potuto fare investimenti utilizzando due leve, il surplus commerciale – violando le regole europee – e un sistema del credito pubblico secondo un programma industriale, che in Italia non c’è più, grazie alle scelte degli ultimi governi democristiani e dei primi governi neoliberali post tangentopoli, applicando il mantra del laissez faire al mercato, la famigerata rivoluzione liberale promessa da Berlusconi e condivisa dal razzismo leghista.

Nel contratto elettorale, ci sono le promesse elettorali che aiutano i ceti ricchi danneggiando la collettività tutta, dando un serio colpo allo Stato sociale previsto dalla Costituzione. Il voto di protesta della maggioranza degli italiani consegnato ai partiti anti-sistema può essere utilizzato per aiutare l’élite ristretta dei capitalisti italiani; infatti adottando un’aliquota massima del 20% si realizza un enorme trasferimento di ricchezza rubando alle casse pubbliche dello Stato, che non potrà più garantire determinati servizi soprattutto ai ceti meno abbienti. È noto da decenni che l’area più povera del Paese, il meridione, è deindustrializzata con carenza di servizi adeguati. Nel contratto fra M5S e Lega Nord non c’è una sola riga sulle disuguaglianze territoriali da affrontare con un piano industriale di investimenti, proprio nei luoghi più svantaggiati, per ridurre il tasso di disoccupazione e per stimolare la nascita di impieghi utili. In questo accordo di governo non c’è un piano o una politica economica che osserva la difficile realtà italiana, in questo nuovo programma elettorale non si dice concretamente come si agisce per migliorare il Paese e aiutare i ceti deboli. A seguito di questo contratto i partiti che hanno formato una maggioranza parlamentare si accordano di presentare al Capo dello Stato, un tecnico come Presidente del Consiglio, nel senso che è sconosciuto alle cronache politiche.

Con l’assenza di un’alternativa politica seria e preparata si conferma la crisi morale della società italiana. Fino agli anni ’80 il nostro Paese esprimeva una rilevanza autorevole mondiale grazie al più grande partito di sinistra presente nel blocco occidentale. Dopo il 1989, quando tutto il mondo scelse il neoliberismo, sparirono sia il PCI e sia l’autorevolezza dei nostri sindacati, che abdicarono al loro ruolo. Negli altri Paesi ove si lotta contro l’abuso dell’élite capitalista, i cittadini si ispirano palesemente al socialismo, in Spagna addirittura esiste un partito come Podemos che si ispira ad Antonio Gramsci, negli USA patria dell’imperialismo e del neoliberismo selvaggio, aumenta il consenso per le proposte socialiste suggerite da Bernie Sanders, in Grecia ove la recessione è violenta si stanno diffondendo forme concrete di mutualismo, di chiara ispirazione socialista, e persino in Inghilterra, raccoglie consensi anche nei concerti da stadio un signore come Jeremy Corbyn che parla pubblicamente di politiche socialiste. Fino ad oggi questi movimenti politici di sinistra sono all’opposizione di maggioranze che rappresentano l’establishment del neoliberismo che ha inventato questa globalizzazione totalmente deregolamentata e deresponsabilizzata.

Durante questo periodo sembra emergere una crisi di civiltà democratica per l’incapacità collettiva di costruire un sincero partito di sinistra, adeguato ai cambianti sociali e tecnologici che stiamo subendo. Questo enorme vuoto politico si traduce in un danno sociale, economico e politico ampiamente visibile nel meridione d’Italia ove si concentrano in maniera particolare e drammatica le disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento. Negli ultimi decenni queste disuguaglianze hanno raggiunto tutte le aree urbane e le periferie, ove certi quartieri sono in un degrado urbano e sociale. Attraverso le politiche neoliberiste, anche i territori interni e rurali sono costretti alla marginalità sociale.

Le persone oneste che si riconoscono nei valori costituzionali hanno l’obbligo di agganciarsi a una speranza futura, e augurarsi che il nuovo Governo sia composto da persone rispettose della Costituzione, dotate del senso dello Stato; appare incredibile viste le premesse, ma è rimasta solo la speranza. Dobbiamo augurarci che quel famigerato contratto sia solo l’ennesima trovata pubblicitaria, l’ennesima caduta di stile, come fu per la presentazione dei ministri M5S prima del voto, e che quindi legislatore e Governo, osservando la complessa realtà italiana affrontino le intollerabili disuguaglianze territoriali, la disoccupazione, la vulnerabilità del territorio e delle aree urbane, e la crisi ambientale con un approccio culturale nuovo: quello bioeconomico. Durante questi anni, dovremmo ricostruire una civiltà politica, con saggezza e democrazia.

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UE? Disuguaglianze programmate!

Scoprire i dati sui programmi di finanziamento europei è come scoprire il famoso “ufficio complicazioni affari semplici”, un mondo opaco e stupido che rispecchia la disuguaglianza del mondo liberista. Chi ha costruito questa Unione europea dovrebbe subire un trattamento sanitario obbligatorio. Osserviamo i dati sul programma 2014-2020: in valori assoluti chi finanzia di più l’UE non è la ricca Germania che versa 44,7€ mld con l’1,5% del PIL tedesco, ma la Polonia con 104,9€ mld, che contribuisce col 13,6% del proprio PIL.

Se osserviamo la classifica dei Paesi che contribuiscono in rapporto alla propria capacità produttiva, la ricchezza economica, scopriamo che i poveri pagano l’UE e non i ricchi. L’Estonia è il Paese che contribuisce più di tutti col 21,3%, poi seguono la Lettonia col 18,7%, la Croazia col 17,6%, la Slovacchia col 16%, l’Ungheria col 15,4%, il Portogallo col 14,2%, la Polonia col 13,6%, la Grecia col 12,6%, la Repubblica Ceca col 12%. Chi contribuisce meno in rapporto al proprio PIL è l’Olanda con appena lo 0,6%, poi seguono il Lussemburgo con l’1%, la Danimarca con l’1,1%, l’UK con l’1,3%, la Germania con l’1,5%. L’Italia contribuisce col 4,5% del proprio PIL.

UE indice del progresso sociale Eurostat
UE, indice di progresso sociale, Eurostat.

La classifica cambia per chi contribuisce in valori assoluti: è la Polonia che contribuisce più di tutti con 104,9€ mld, poi seguono Italia con 76,1€ mld, Spagna 56,1€ mld, Francia 45,6€ mld, Germania 44,7€ mld, Romania 37,5€ mld, Portogallo 32,7€ mld, Repubblica Ceca, Ungheria, UK, Grecia, Slovacchia e gli altri Paesi. In termini di utilizzo dei fondi, la classifica cambia nuovamente, è la Finlandia il Paese che sfrutta di più i fondi strutturali europei assegnati e ne spende il 41%, poi seguono Austria 36%, Irlanda 35%, Lussemburgo 32%, Grecia 28%, Svezia 26%, Portogallo 25%, Francia 23%, Estonia 22%, Lituania 22%, Danimarca 21%. La Polonia, primo contribuente assoluto, utilizza solo il 17%. L’Italia è l’ultimo paese con l’11% di utilizzo dei fondi assegnati. In questa classifica c’è già un fallimento evidente dell’UE, poiché nessuno dei 28 Paesi spende il 100% dei fondi disponibili, e la migliore prestazione della Finlandia ci dice che spende meno della metà. Perché un Paese come l’Italia, che ha enormi disuguaglianze fra Nord e Sud, e fra le aree urbane e territoriali, non utilizza i soldi assegnati?

Chi riceve più fondi in valori assoluti è la Polonia con 86,1€ mld, poi seguono Italia 44,6€ mld, Spagna 39,8€ mld, Romania 30,8€ mld, Germania 27,9€ mld, Francia 26,8€ mld, Portogallo 25,8€ mld, Ungheria 25€ mld, Repubblica Ceca 23,8€ mld, Grecia 21,3€ mld, UK 16,4€ mld, Slovacchia 15,2€ mld e poi tutti gli altri. Abbiamo visto che solo in pochi sono capaci di utilizzare i fondi e la Finlandia, la più capace, ne spende meno della metà. I criteri di utilizzo dei fondi sono sbagliati?

Calcolando il totale fra i miliardi versati dai singoli Paesi all’UE 645,7€ mld, e i miliardi assegnati ai Paesi stessi €460,2€ mld, c’è un saldo negativo di 185,4€ mld che molto probabilmente contribuisce a pagare il costo dell’istituzione UE. Facendo la differenza fra i miliardi versati all’UE e quelli assegnati scopriamo che l’Italia è il Paese che paga più di tutti il costo dell’UE, con 31,4€ mld, poi seguono Polonia con 18,8€ mld, Francia 18,7€ mld, Germania 16,8€ mld, Spagna 16,3€ mld, UK 10,3€ mld e gli altri.

I dati mostrano che il costo dell’UE e il suo criterio di prelevare soldi dai singoli Paesi per finanziare la programmazione economica, non tiene conto degli effetti sociali della recessione economica. Nell’euro zona sussistono pesanti disuguaglianze economiche, sociali e di riconoscimento e i criteri di finanziamento dovrebbero corrispondere a questi temi, e non ad altri. Se da un lato l’UE rileva le disuguaglianze per aree geografiche regionali, e certifica le disuguaglianze delle aree “centrali” e quelle “periferiche”, poi non correggere gli errori sulla spesa perché i luoghi marginali restano tali, mentre quelli più ricchi continuano a concentrare capitali. Un esempio, come mai un paese come la Polonia contribuisce (104,9 mld) più del doppio della Germania (44,7 mld)? In termini di flussi, i poveri pagano l’UE.

In valori assoluti, il buget di spesa di 645,7€ mld nel periodo 2014-20 è ridicolo rispetto ai reali bisogni. Per renderci conto della presa in giro, l’UE propone di spendere appena 3,2€ mld all’anno per ognuno dei 28 Paesi. Tornando alla politica vera, considerando gli enormi problemi che si concentrano nelle aree periferiche, servirebbero investimenti di almeno 100€ mld e non 3,2€ mld, se le istituzioni volessero affrontare temi come il rischio sismico, idrogeologico, la conservazione del patrimonio e la rigenerazione urbana e territoriale, includendo i problemi sociali (disoccupazione) e ambientali (inquinamento e bonifiche). L’enorme problema culturale e politico all’interno dell’euro zona è che la sua natura neoliberista preferisce il laissez faire del mercato, per scoraggiare gli investimenti a fondo perduto e vietare gli aiuti di Stato, secondo la religione della libera concorrenza. E’ necessario un cambiamento culturale e politico per applicare il più saggio socialismo, che investe direttamente nei territori più svantaggiati e programma opere pubbliche che non producono un ritorno economico nel senso capitalistico, ma generano un ritorno sociale ed ambientale, caratteristiche fondamentali per lo sviluppo umano. L’UE osserva e pubblica la geografia delle aree funzionali, cioè dei Sistemi Locali del Lavoro (SLL); questi territori esprimono meglio le attività e le funzioni presenti sui territori. In Italia esistono 611 SLL, e la programmazione politica e finanziaria dovrebbe rispecchiare queste forme di agglomerazione urbana e territoriale, e non più i vecchi Comuni, ormai obsoleti. Sono due gli errori dell’euro zona: il primo è l’assenza del potere pubblico, cioè di uno Stato che interviene nell’economia per aggiustarla; e il secondo finanziare le Regioni, quando invece bisogna finanziare i Sistemi Locali osservando i loro piani bioeconomici che riterritorializzano attività e funzioni. Dal punto di vista della macroeconomia e secondo l’approccio post-keynesiano condotto sul piano bioeconomico, i fattori che determinano ricchezza sui territori sono le politiche pubbliche che determinano e influenzano sia gli investimenti e sia il credito privato. Da un lato l’approccio monetario endogeno e dall’altro il riconoscimento dei limiti naturali e l’entropia, determinando scelte non più sul piano della razionalità economica neoclassica, ma sul piano dell’utilità sociale e del ritorno ambientale. I fattori di benessere economico che riducono le disuguaglianze sono il tasso di utilizzo delle capacità locali relative agli investimenti, le innovazioni tecnologiche e la produttività condizionata dai prestiti e dal ritorno economico degli stessi investimenti. Il capitalismo misura la produttività, e i criteri per finanziare un piano sono tutti basati sul ritorno economico, ma esistono investimenti che non producono alcun ritorno: l’educazione, l’assistenza sanitaria e sociale, la prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, la conservazione del patrimonio naturale. Secondo il capitalismo questi sono costi da ridurre, ma secondo la ragionevolezza umana, determinati temi sono priorità per un’esistenza normale, dignitosa e civile, che possono essere finanziati cambiando i paradigmi culturali dell’economia. La moneta dovrà essere a credito. In tal senso una parte della letteratura economica che riconosce i limiti dell’economia neoclassica ortodossa (ignorare l’entropia), immagina di collegare la teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen con la teoria post-keynesiana (moneta endogena e domanda effettiva) al fine di proporre un modello macro economico e politico migliore di quello attuale che crea squilibri, povertà e recessioni. Ad esempio, le necessità sopra elencate (prevenzione del rischio sismico e idrogeologico) rientrano nella domanda effettiva che si può sostenere solo con investimenti pubblici a credito.

Fondi strutturali 2014-20
Fonte dati sito della Commissione, elaborazione personale.

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