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Fonte immagine: Monica Lavagna, Life Cycle Assessment in edilizia.

A partire dagli anni ’70, prima, le imprese multinazionali, in accordo con i Governi, hanno avviato quella che oggi chiamiamo globalizzazione neoliberale, cioè un’evoluzione del capitalismo. Nuove agglomerazioni industriali in zone economiche speciali furono individuate in Asia per aumentare i margini attraverso la schiavitù. Negli anni ’80 si aggiunse la deregolamentazione finanziaria e la proliferazione delle aree cosiddette off-shore per non pagare tasse agli Stati. Oggi, grazie all’informatica e alle speculazioni finanziarie, talune imprese accumulano più capitali attraverso il loro valore fittizio rispetto alle imprese che trasformano e vendono merci (old economy). Mentre accade ciò, in Oriente, si sono sviluppati i tradizionali processi di urbanizzazione che hanno favorito lo spostamento della popolazione, dalle aree agricole verso le città, e si sono innescati i processi di accumulazione del capitale grazie alle nuove agglomerazioni industriali. Mentre l’Asia diventava l’industria del mondo, ovviamente si sviluppavano ripercussioni economiche e sociali in Occidente, che si manifestavano attraverso lo svuotamento delle ormai ex aree industriali e produttive, e con una miriade di capannoni vuoti e la disoccupazione crescente. Le città abituate al capitalismo urbano perdevano i loro introiti, e sostanzialmente falliscono. Nell’euro zona dotata di regole abbastanza stupide, il fallimento è stato indotto e accelerato così da minare le certezze dello Stato sociale, ormai ridotto all’osso. Negli USA, i fallimenti sono contrastati dallo Stato centrale attraverso investimenti diretti. In Italia, I Consigli comunali e le Regioni, inseguendo la religione capitalista, hanno creduto di poter riempire quel vuoto economico e sociale accelerando la privatizzazione di tutti i processi politici, compresa l’edilizia, e cancellando la pianificazione territoriale e urbanistica. In questo modo, la classe dirigente ha aumentato i disagi sociali ed economici poiché hanno prevalso, com’era prevedibile, gli interessi privati di alcune categorie sociali a danno della collettività. Le trasformazioni urbanistiche organizzate da piani edilizi adottati dai politici locali hanno innescato processi di gentrificazione, cioè di espulsione dei ceti meno abbienti dai centri per confinarli nei comuni limitrofi, ove sono minori i costi dell’abitare. La rendita è l’incentivo economico utilizzato dalla classe dirigente occidentale per cercare di riempire quel vuoto lasciato dalla globalizzazione neoliberale. Lasciando la politica al capitalismo, tutto si è trasformato in merce, ed è accaduto che l’interesse generale fosse completamente cancellato. La democrazia rappresentativa non c’è più, mentre è emerso e si è consolidato un sistema politico neofeudale. I diritti delle persone sono spariti. In questo sistema ormai consolidato esistono solo vantaggi economici per poche persone mentre i problemi, non solo restano, ma si amplificano: dispersione urbana, rischio sismico e idrogeologico, ciclo di vita degli edifici, inquietudine urbana, servizi mancanti, inquinamento e consumo di suolo, disuguaglianze crescenti e povertà che minano l’istituzione familiare, resa più fragile, e svuotata d’identità e tradizioni.

In Occidente, il capitalismo ha trasformato le strutture urbane mostrando un fenomeno nuovo. La contrazione delle città non si è tradotta in un ritorno alla campagna ma ha favorito la costituzione di “città regioni”, “città di città”, crescita delle aree metropolitane, e costituzione di nuove aree urbane, cioè nuove “città estese” costituite da comuni centroidi e le loro conurbazioni. Le nuove “città estese” rappresentano le nuove strutture urbane italiane amministrate dai vecchi confini amministrativi ormai obsoleti e dannosi. La risposta politica agli effetti perversi e negativi del neoliberismo è la territorializzazione delle attività adottando politiche bioeconomiche, poiché stimolano attività virtuose e sostenibili. Attraverso la bioeconomia, le città sono viste come sistemi metabolici, e ciò consente di osservare e misurare i flussi in ingresso e in uscita per eliminare gli sprechi e chiudere i cicli naturali, di fatto annullando l’inquinamento. L’avvio, la realizzazione di questo approccio e di questo processo produce nuova occupazione. Un piano bioeconomico produce enormi benefici poiché opera sul recupero dei centri storici e sulla rigenerazione delle zone consolidate, eliminando quelle espansive, mentre le nuove tecnologie, ormai mature, producono risultati immediati per l’energia, il cibo e la mobilità. La valutazione del piano da priorità agli aspetti sociali ed ambientali, e il processo stimola la partecipazione attiva degli abitanti. E’ necessario un cambio di scala territoriale e amministrativo per favorire l’adozione di piani urbanistici bioeconomici e la programmazione di politiche nazionali bioeconomiche attraverso il Comitato Interministeriale delle Politiche Urbane (CIPU). Il CIPU dovrebbe essere la cabina di regia per controllare i piani regolatori generali bioeconomici delle nuove città estese, al fine di garantire un rinascimento finalizzato allo sviluppo umano e alla tutela dell’ambiente, e non più al mero profitto economico, all’inutile accumulo.

ISTAT grado di urbanizzazione 2001

ISTAT, grado urbanizzazione delle aree urbane.

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sistemi locali principali realtà urbane e città medie

Sistemi locali principali e delle città medie, ISTAT, 2017.

Una mia vecchia riflessione osservava quanto fosse inutile oggi eleggere Sindaci e Consigli comunali. L’osservazione partiva da un dato politico amministrativo e gestionale circa i servizi pubblici locali: acqua, rifiuti, energia, trasporti, servizi sociali, oggi completamente esternalizzati, così come desidera la religione liberale e neoliberale che professa il mantra laissez faire al mercato, e demonizzando lo Stato sociale. Oltre a questo aspetto politico gestionale dei servizi, bisogna aggiungere un dato molto più forte e radicato, che mostra non solo l’inutilità degli attuali livelli istituzionali ma il danno alla collettività prodotto dall’inerzia politica, che non realizza un cambio scala dei livelli municipali osservando l’attuale armatura urbana mutata da diversi decenni.

L’attuale classe dirigente politica è completamente staccata dai problemi reali del territorio, mentre gli individui vivono in maniera passiva e non possiedono gli strumenti e le informazioni per riscontrare il cambiamento avvenuto nel Paese.

Pianificatori, geografi e urbanisti ovviamente studiano i fenomeni urbani, e pubblicano una letteratura utile a far conoscere il territorio per suggerire soluzioni concrete e governare le aree urbane in maniera adeguata.

Il massimo che il legislatore ha saputo fare è produrre una normativa che riconosce le aree metropolitane, ma ignorando la reale struttura urbana delle nuove città italiane costituite dalle integrazioni di più comuni. Per una serie di condizioni culturali e politiche, la nostra classe dirigente fa molta fatica a riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica, e ciò produce danni alla collettività e all’ambiente, mentre in altri Paesi tale limite non esiste, e si riscontra in una maggiore attenzione al ruolo della pianificazione territoriale; basti osservare i paesi scandinavi, l’Inghilterra, i Paese Bassi, la Germania e la Francia dove da molti decenni c’è un maggiore controllo sull’attività urbanistica edilizia, sia ai livelli territoriali e sia ai livelli attuativi. Nel nostro Paese, sembra esserci un legislatore criminale che propone ancora condoni e deregolamentazioni, per favorire gli interessi dei privati piuttosto che applicare la Costituzione italiana che ordina di tutelare il territorio e di costruire diritti ai cittadini.

E’ noto che cambiando i livelli amministrativi locali, rispetto alla realtà urbana formata da comuni centroidi e conurbazioni estese, si riducono i costi pubblici e privati poiché è possibile una migliore gestione dell’organizzazione territoriale, oltre che l’adozione di piani urbanistici rispondenti alla realtà territoriale. Nella maggior parte dei casi sono contrari al cambio di scala, i Sindaci locali poiché perdono il controllo dei loro interessi. Gli elettori non sanno neanche di cosa si parla. Gli unici consapevoli circa la necessità di interpretare correttamente l’interesse generale, sono i pianificatori.

Un aspetto fondamentale circa la necessità del cambio di scala amministrativa riguarda il cuore dell’azione politica, e cioè la corretta distribuzione delle risorse per i livelli amministrativi locali. Oggi tanti piccoli comuni sono del tutto ininfluenti, mentre la costituzione per legge delle nuove città, che sono l’insieme di comuni interdipendenti fra loro, rappresentano soggetti istituzionali politici più forti e consapevoli.

Ad esempio, è ormai strutturata da decenni la nuova città di Salerno costituita dal comune centroide e dai comuni limitrofi. Nel cambio istituzionale di scala sono rimossi i Sindaci e i Consigli comunali dei soggetti viciniori ma trovano rappresentanza nel nuovo Consiglio comunale che dovrà adottare un nuovo piano urbanistico comunale d’ispirazione bioeconomica, che riconosce e interpreta l’attuale bioregione urbana. Solo in questo modo, la realtà territoriale costituita da comuni interdipendenti potrà essere governata in maniera efficace rigenerando le parti obsolete e controllando i processi di agglomerazione, contrazione e dispersione urbana. I danni sociali, economici e ambientali nel territorio salernitano, e non solo, sono favoriti anche da questa inerzia politica, totalmente incapace di adeguarsi ai cambiamenti avvenuti e consolidati.

Ptcp 2012 ambiti territoriali e unità di paesaggio

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La bioeconomia nasce all’inizio degli anni ’70 quando Nicholas Georgescu-Roegen pubblica i primi studi che mostrano tutta la fallacia dell’economia neoclassica, e per suggerire un’alternativa attraverso un modello di flussi-fondi, partendo dalle evidenze scientifiche della termodinamica. La scienza corregge gli enormi errori delle teorie economiche conducendo la disciplina sociale economica nell’ambito dei sistemi biologici e fisici, sia per osservare e misurare i flussi e sia per eliminare gli sprechi, gli errori di progettazione, e i danni commessi dai sistemi politici economici che ignorano l’entropia e danneggiano specie umana ed ecosistemi.

La bioeconomia oltre a suggerire nuovi modelli di produzione e quindi una nuova progettazione (eco-design), tocca anche temi etici e sociali osservando gli enormi limiti dei sistemi capitalisti, liberali o socialisti che siano. E’ la teoria capitalista ad essere incompatibile con la vita e la scienza. Ricordiamolo brevemente, il capitalismo è una teoria economica dell’accumulo del capitale stesso, basata sulla crescita continua della produttività. Tale teoria è in evidente contrasto coi limiti della natura. Inoltre gli effetti psicologici e sociali del capitalismo sull’uomo sono devastanti: alienazione dell’individuo fino a renderlo nichilista; distruzione degli ecosistemi e delle specie viventi per assecondare la crescita della produttività, cioè l’avidità dell’élite finanziaria che indirizza il sistema delle banche e delle imprese multinazionali. Il mondo occidentale è dominato e pervaso da questa religione capitalista neoliberale che distrugge le comunità umane, nonostante siano evidenti i danni sociali, economici e ambientali. La scelta politica di abbracciare la religione capitalista sta distruggendo le risorse del pianeta, indispensabili per la sopravvivenza della specie umana. I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano in tutto il mondo.

La bioeconomia offre varie soluzioni per i nostri territori, ed è la filosofia politica che può costruire un futuro di prosperità poiché libera le persone dalla schiavitù e valorizza le risorse locali. Si tratta di un vero e proprio cambio dei paradigmi culturali che ci invita ad abbandonare la religione capitalista per scoprire come l’uomo vive in armonia con gli altri e la natura. Il tema della bioeconomia è senza dubbio lo scambio che distingue i beni dalle merci, e non più l’accumulo come professato dalla religione capitalista. La ricchezza non è più la moneta, che torna ad essere strumento di misura dello scambio, mentre la reale ricchezza cioè il vero valore è rappresentato dalla relazione, figlia della cultura che usa razionalmente l’energia. Il valore è il bene scambiato, come ad esempio l’energia auto prodotta attraverso tecnologie che sfruttano fonti alternative, e i surplus sono regalati in una rete capace di alimentare un quartiere o una città. La bioeconomia riduce lo spazio del mercato e aumenta l’autonomia e la libertà delle comunità attraverso processi democratici che riconsegnano ricchezza e valore ai territori. Questo processo comincia dalla cultura, dalla conoscenza e l’uso di tecnologie e metodi di auto rappresentazione dei valori locali. Si tratta di processi e percorsi di auto coscienza dei luoghi, della storia e delle proprie identità, cioè l’opposto del pensiero dominante occidentale che attraverso la religione capitalista nichilista, omogeneizza tutto, mercifica tutto, e che ha saputo psico programmare gli individui e trasformarli in schiavi perfetti e sudditi consumatori passivi di merci inutili. L’ignoranza funzionale e di ritorno sono necessarie per la religione capitalista, altrimenti persone con una propria cultura possono organizzarsi per auto produrre beni necessari a sostenersi e vivere felicemente con gli altri, in maniera civile. E’ l’inciviltà il carburante del capitalismo. Le aree urbane, dove si concentra la maggioranza degli individui, sono i luoghi della vera e propria evoluzione, e contemporaneamente offrono opportunità e disperazione. Le aree urbane rispecchiano esattamente il nichilismo capitalista e sono regolate da scambi mercantili e finanziari, dove l’uomo sparisce per fare posto al consumatore. E’ necessario cambiare questo status quo.

Se nel diritto costituzionale sono sanciti principi che dovrebbero sostenere lo sviluppo umano nella realtà operativa delle nostre città ha prevalso e prevale il dogma materialista e razzista, che attraverso la ricchezza fittizia delle rendite esclude i ceti meno abbienti, e favorisce i ricchi che influenzano negativamente la costruzione della città, e programmano la distruzione dei territori e del bene comune, solo per capriccio e per avidità. Se per decenni i valori dell’uguaglianza della giustizia sono stati sconfitti dall’avidità dei liberali, i processi bioeconomici, poiché operano sul piano dell’etica e non dell’economia neoclassica, consentono sia di far prosperare le specie viventi e sia di sostenere lo sviluppo umano. I piani e le politiche urbane possono essere pensate per far prevalere i reali valori umani, che non si misurano esclusivamente con l’accumulo di moneta ma con la qualità dei progetti che trasformano le città da spazi delle rendite in luoghi urbani veri e propri, cioè città dotate di un equilibrio fra spazio pubblico e privato, dotate di servizi che rigenerano persone e spazi fisici. Lo scambio, tema della bioeconomia, si concretizza e valorizza con piani e progetti che aumentano quantitativamente – carenza di standard minimi – e qualitativamente i luoghi (efficienza energetica e bellezza) per lo sviluppo umano (istruzione, servizi sociali e sanità) riducendo lo spazio del mercato (auto consumo), e in questo processo la fattibilità si misura con i prezzi di costo, e quindi eliminando a monte speculazioni e rendite.

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In diversi “articoli” ho brevemente accennato alle “malattie sociali” causate dallo spirito del tempo: il capitalismo. Nelle mie riflessioni ho ricordato quanto e come il capitalismo influenzi la pianificazione urbana, ed ovviamente non è una mia riflessione originale, ma la mera osservazione della realtà. Su questo tema c’è molta letteratura, fra gli autori più importanti troviamo i precursori Marx ed Engels, poi Robert Park, Henri Lefebvre e David Harvey, e molti altri che narrano gli effetti del capitalismo sull’uomo, e ovviamente sull’urbanistica piegata ai capricci delle imprese private e del mero profitto, ignorando le conseguenze sociali e ambientali di scelte innescate dall’avidità di pochi.

Durante questi secoli di capitalismo, la società è stata trasformata e psico programmata al nichilismo. La pianificazione è una tecnica ingabbiata nel pensiero dominante ed oggi sembra che nessuno abbia il coraggio di ammettere un’ovvietà: è necessario uscire dal capitalismo se vogliamo restituire le città agli esseri umani e programmare lo sviluppo umano. La religione capitalista ha inventato criteri e metodi per l’accumulazione del capitale e le città sono il luogo ove questo accade. Negli anni dell’industrialismo abbiamo assistito a piani territoriali per agglomerare le industrie in luoghi precisi, e le città per consumare le merci, tutto qua. Il capitalismo che ha la necessità di sostenere e aumentare le vendite, sceglie le città come luoghi per auto rigenerarsi attraverso finanza e rendita (mercato immobiliare). E’ una delle regole o consuetudini del capitalismo stesso che inventa un meccanismo perverso poiché ha la necessità di avere un continuo surplus (o di profitto) produttivo di cui l’urbanizzazione ha bisogno. L’economia ha inventato la religione capitalista che ha spinto la crescita delle città e tale sistema non tiene conto delle prerogative degli esseri umani (diritti, sentimenti e natura), ma solo dell’auto referenzialità del profitto.

I criteri e i metodi tecnico-giuridici inventati per costruire le città, come ad esempio la famosa perequazione, sono processi complessi ma sono inventati per sostenere il capitalismo mentre implode su stesso (Minsky). Si tratta di un vero e proprio corto circuito sconosciuto ai cittadini, incompreso da buona parte delle classi dirigenti politiche locali, e sottaciuto da buona parte degli economisti ortodossi poiché responsabili. Anziché ragionare su come uscire dal capitalismo poiché distrugge la specie umana, un mondo di professionisti e intellettuali decide di restare sul piano ideologico sbagliato, che altro non è che un recinto, una gabbia psicologica che costringe tutti a rimare nell’epoca moderna e a conservare lo status quo, nonostante sia chiaro che questa società sia sbagliata poiché profondamente immorale e corrotta nei suoi paradigmi culturali.

Un punto di partenza concreto, un luogo per fare il salto culturale, sociale, politico e morale è proprio la città, per inventare nuovi criteri e metodi, per gestirla e trasformarla, per uscire dal capitalismo e approdare nell’epoca della bioeconomia. Tutti noi dobbiamo riconoscere e accettare un fatto: trarre profitto dalla proprietà privata – invenzione giuridica dell’epoca moderna – è un furto alla collettività. Si sa quanto ciò sia immorale ma abbiamo pensato e scelto di ignorare tale evidenza poiché ha arricchito la classe borghese, ma ha generato danni sociali e ambientali contro i ceti più poveri economicamente, puntualmente estromessi dai processi decisionali della politica sfruttando proprio il capitalismo che isola i poveri di denaro, includendo in questo processo di esclusione sociale anche le persone perbene dotate di capacità culturali e che vivono dignitosamente. Il capitalismo è una forma di razzismo. La mercificazione del territorio è un abuso, un’usurpazione, e quindi possiamo ritenere che sia anche un reato contro l’umanità. Liberando il territorio dalla mercificazione, liberiamo la pianificazione dagli interessi e gli abusi di soggetti privati capitalisti. Nonostante la sacrosanta giaculatoria contro la proprietà privata, bisogna riconoscere che rimane scoperto il tema ambientale, basti vedere la Cina ove non esiste proprietà privata, ma il partito ha sfruttato la pianificazione territoriale e urbanistica per accumulare capitali trascurando i problemi sociali, le identità e specificità locali, la povertà e gli ecosistemi. Anche i famosi piani delle nuove città cinesi che utilizzano le migliori tecnologie sono indirizzati ad accumulare capitale. La corretta pianificazione è figlia della cultura egualitaria ed ecologista, non dell’economia e non del capitalismo, sia esso liberale o socialista. Prima abbandoniamo l’idea stupida di voler trarre un profitto dall’urbanistica e prima torneremo a costruire luoghi e città ideali, abbiamo tutte le risorse culturali per fare questo salto culturale ma siamo sprovvisti di coraggio, e sprovvisti di soggetti politici capaci di osare tale salto. L’aspetto sociale ed economico più stimolante è che uscendo dal profitto ed entrando nella bioeconomia possiamo liberare risorse, e creare opportunità di impieghi utili in ogni luogo urbano da rigenerare. Intervenendo nelle città con piani bioeconomici al solo prezzo di costo, costruiamo vantaggi sociali e ambientali che il capitalismo non potrà mai e poi mai produrre per ovvie ragioni. E’ la bioeconomia che costruisce opportunità poiché ribaltando l’egoismo tipico del capitalismo, la nuova teoria favorisce l’altruismo applicando l’uso razionale dell’energia e indirizzando le “reti” allo scambio gratuito dei surplus costituendo contemporaneamente due elementi innovativi di un’epoca nuova: abbiamo (1) un sistema sinergico in quanto tale (edifici e quartieri auto sufficienti), e (2) si applicano gli indirizzi giuridici del concetto di “bene comune“. Nell’epoca che verrà e sfruttando le nuove tecnologie, né lo Stato e né il capitalismo determinano gli scambi economici, ma i cittadini uniti in comunità con lo Stato come garante dei diritti. Questa non è una visione nuova, ma la mera interpretazione e applicazione della Costituzione. Il conflitto sociale che subiamo consiste nell’ipocrisia (o disonestà intellettuale) di voler coniugare capitalismo ed ecologia, nella nostra realtà ideologica prevale l’egoismo capitalista.

Il capitalismo contro il diritto alla città

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Avevo già accennato al percorso dell’UE circa l’elaborazione di una cosiddetta agenda urbana europea (Patto di Amsterdam), così come l’inevitabile inefficacia di tale approccio politico. Cos’è l’agenda urbana europea? Un insieme di buone pratiche e consigli dove le stesse amministrazioni politiche decidono cosa conviene realizzare rispetto al consenso politico. L’approccio è quello del politico che si parla addosso, mentre sceglie i temi che conviene proporre escludendo quelli più scomodi. Sono presenti argomenti che attirano l’attenzione come la sostenibilità, l’energia e la mobilità, ma manca la pianificazione urbana. Sembra assurdo ma nell’agenda urbana europea manca proprio la pianificazione e lo storico conflitto innescato dalle rendite. Sull’agenda urbana anche l’ONU ha le sue linee guida da suggerire (Conferenza Habitat III di Quito). Il tema della cosiddetta agenda urbana rispecchia il paradigma neoliberale attuale, e così l’agenda è declinata come l’ennesimo modello competitivo fra città e territori, tutti tesi a individuare temi e progetti da far competere per attrarre investitori privati e risorse finanziarie.

Problemi culturali e amministrativi dell’approccio sono proprio i meccanismi decisionali chiamati governance multilivello. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo). Non solo l’agenda europea è praticamente immatura, e appare come strumento di propaganda politica, ma distribuisce risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Siamo entrati nell’era urbana, e la classe politica sembra non essere interessata a cambiare le politiche urbane, sembra incapace di riconoscere l’importanza della pianificazione urbanistica. Le istituzioni fanno fatica a riconoscere la necessità di un cambiamento radicale, nonostante sia chiaro che le politiche urbane neoliberali distruggono risorse, territori e creano disoccupazione. Inoltre le classi dirigenti appaiono incapaci di ascoltare e valorizzare le voci autorevoli che propongono un cambiamento culturale anche nell’urbanistica. La scuola territorialista, molto nota all’estero, ha le capacità per proporre un cambiamento attraverso la proposta progettuale della bioregione urbana, così come la corretta interpretazione delle aree funzionali riclassificate nei sistemi locali del lavoro.

Ancora oggi le città sono considerate merce e le trasformazioni urbane sono realizzate per aumentare la produttività delle imprese, e non per sostenere lo sviluppo umano. Le città sono merce, nonostante questo non sia neanche il dettato costituzionale e neanche quello della legge urbanistica nazionale. Il capitalismo è una forma sofisticata di razzismo basata sulle opportunità economiche, ed ha sfruttato la tecnica della pianificazione urbanistica per usurpare e allontanare i ceti meno abbienti dai territori che l’élite sceglieva per se, ciò è sempre esistito, poi nell’Ottocento la finanza affinò la fattibilità delle trasformazioni urbane per scaricare i costi prima sul nascente stato moderno, e poi sul cosiddetto libero mercato perseguendo due vantaggi tipici per i razzisti, impedire ai ceti economicamente più deboli di vivere in luoghi urbani meglio progettati e guadagnare senza lavorare attraverso la rendita.

L’Italia ancora non ha sviluppato una propria agenda urbana, nonostante sia nota la crisi delle città, nonostante degrado e sottosviluppo creati dal capitalismo neoliberale sono ampiamente diffusi e realizzati dagli Enti locali, a danno della collettività e dei ceti meno abbienti. Solo un’organizzazione politica stupida e immorale può pensare di distribuire risorse prestandole secondo logiche di profitto. Le aree urbane italiane sono vulnerabili per una serie di motivi: rischio sismico e idrogeologico, ciclo vita degli edifici. Se fossimo cittadini ragionevoli saremmo capaci di selezionare una normale classe dirigente, per realizzare un cambiamento di scala amministrativa leggendo le aree urbane estese, le nuove città italiane, e poi utilizzeremo la bioeconomia per pianificare città e territorio.

Priorità e appunti per l’Agenda:

  • Cambiare la scala territoriale osservando le nuove città (aree urbane estese) costituite da comuni centroidi e conurbazioni.
  • Osservando le nuove città: adottare piani regolatori generali bioeconomici che applicano il metabolismo urbano e si occupano di recuperare i centri e rigenerare le zone consolidate, senza nuove espansioni.
  • E’ necessario un processo di riordino, di armonizzazione e di semplificazione di tutte le leggi che condizionano e determinano il governo del territorio affinché sia chiaro a progettisti e pubblica amministrazione come applicare l’articolo 9 della Costituzione e sviluppare nuovi piani che rigenerano gli ambienti costruiti secondo i principi della “sostenibilità forte”.
  • Il regolamento edilizio nazionale dovrà porre attenzione ai principi di bellezza e decoro urbano adottando anche “schede norma figurative” per comunicare efficacemente un’adeguata morfologia figlia della qualità urbana.
  • Riscrivere la legislazione sugli appalti pubblici con grande attenzione all’etica e alla trasparenza.
  • Sconfiggere la rendita di posizione attraverso tecniche di recupero del plusvalore fondiario, oppure cancellare il valore economico dei suoli (siano essi edificabili o non).
  • Avviare processi di partecipazione popolare per il governo del territorio e ricostruzione delle comunità attraverso esperienze di co-gestione fra Enti pubblici e cittadini (democrazia economica con l’azionariato diffuso popolare).
  • Sviluppare la resilienza urbana e territoriale.
  • Gestione dei processi attraverso l’aggiornamento culturale di dirigenti e funzionari pubblici, e liberi professionisti, al fine di garantire la realizzazione delle trasformazioni in tempi ragionevoli, e gestire i servizi realizzati nel rispetto della tutela delle risorse finite, applicando la trasparenza e la partecipazione popolare.
  • Valutazione dei progetti aggiornando i criteri estimativi distinguendo beni e merci nel solco della bioeconomia, dando priorità alla convenienza ecologica dei progetti, affinché il territorio non sia più gestito come una merce, e siano individuati beni da sottrarre alle logiche mercantili.
  • Pianificare i sistemi locali con l’approccio bioregionalista:
    • mettere in sicurezza il territorio dal punto di vista idrogeologico;
    • rifunzionalizzare i sistemi insediativi aumentando la biodiversità;
    • riusare e riciclare le acque in area urbana;
    • attrezzare i territori intermedi per il sistema agroalimentare locale;
    • attrezzare le aree interne e le aree montane;
    • valorizzare la mobilità sostenibile e lenta;
  • Trasformare i piani espansivi in “piani di quarta generazione”. Rigenerare i tessuti urbani esistenti e recuperare gli standard mancanti con l’approccio bioeconomico.
  • Recuperare i centri storici con l’approccio conservativo.
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Salerno, scenario di rigenerazione urbana bioeconomica, tesi di laurea Giuseppe Carpentieri.

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A partire degli anni ’90, si è sviluppato il dibattito dei meccanismi decisionali chiamato governance multilivello per ragioni che possono essere ovvie: l’affermazione dell’UE e il rapporto con gli Stati membri. In questo dibattito di governance multilivello ci sono varie visioni, ove sono state sviluppate proposte di politiche territoriali, di coesione territoriale e di policentrismo (SSSE – Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo).

La visione dominante è sempre quella globalista neoliberale, cioè la distribuzione delle risorse in funzione di una crescita continua della produttività delle imprese, dove il profitto privato delle imprese multinazionali possa trarne i maggiori ricavi nello scegliere un territorio piuttosto che un altro, e in questa scelta un ruolo importante è rappresentato dalle politiche urbane. E’ sempre l’obsoleto PIL, l’indicatore preso in considerazione dai decisori politici. I cittadini sono allo scuro di queste riflessioni di geografia politica, nonostante gli argomenti coinvolgono direttamente i territori, poiché la coesione ha tre componenti come: la qualità territoriale (ambiente di vita e di lavoro, benessere, servizi, conoscenza), l’efficienza territoriale (utilizzo delle risorse naturali, paesaggistiche, energetiche, attrattività e competitività) e l’identità territoriale (presenza di capitale sociale, salvaguardia delle specificità e delle vocazione produttive). In quest’ottica si intuisce che la coesione è una politica territoriale quando fa gli interessi delle comunità e non l’esclusivo interesse delle multinazionali.

Possiamo osservare che gli Enti locali (Regioni e Comuni), negli ultimi trent’anni hanno deliberato e normato scelte politiche suggerite dai think tank liberal che sono opposte alle politiche di coesione territoriale e sociale. Le politiche urbane di crescita continua deliberate dalle classi dirigenti hanno peggiorato le dimensioni (salute, istruzione e formazione, ambiente, benessere economico, paesaggio e patrimonio culturale …) misurate nel Rapporto BES 2016. In che modo? Applicando una miscela “esplosiva” capitalista, sia facendo scelte frutto degli egoismi privati e sia dell’ignoranza (danni ambientali e biologici). Facendo prevalere l’ideologia capitalista le classi dirigenti hanno favorito un diffuso nichilismo e svuotato di senso l’identità e la spiritualità umana. La cosiddetta “società liquida” raccontata da Bauman è ampiamente diffusa in tutto l’Occidente. Il paradigma neoliberale è stato interpretato da tutti i Governi e Parlamenti tant’è che il risultato è stato il peggioramento delle condizioni sociali e lavorative attraverso le famigerate privatizzazioni, le svalutazioni salariali (abolizione articolo 18 e job act), la distruzione di interi ecosistemi e la negazione di servizi e standard minimi (welfare urbano), lo spreco delle risorse energetiche e la delocalizzazione delle specificità di manifatture italiane. La scelta di un investimento non può essere influenzato dalla crescita, cioè del PIL, ma dovrebbe seguire le indicazioni del BES (Benessere Equo e Sostenibile).

Regioni e Comuni hanno commercializzato i territori per assecondare i capricci di grandi imprese e multinazionali, facendo l’opposto di politiche di coesione territoriali e sociale, ma le politiche di coesione non sono sufficienti per uscire dalla recessione poiché è necessario cambiare il paradigma culturale, e ciò avviene rinunciando all’economia neoclassica e introducendo politiche territoriali bioeconomiche.

Inoltre è indispensabile sperimentare la partecipazione dei cittadini e avviare piani urbanistici intercomunali di “quarta generazione” uscendo dalla commercializzazione dei suoli e introducendo la bioeconomica in ambito urbano. E’ necessario costruire cluster del cambiamento culturale oltre che rilocalizzare la manifattura leggera. In sostanza, bisogna cambiare le politiche urbane poiché quelle recenti forgiate nell’ideologia della crescita hanno contribuito a deperire il territorio italiano e reso le persone più povere. Ci vuole un’agenda urbana bioeconomica che sappia leggere e interpretare le aree urbane italiane, e rigenerare l’ambiente costruito valutando gli impatti sociali e ambientali. Bisogna avere il coraggio di predisporre piani non sulla base del ritorno economico degli investitori privati, ma sulla base di progetti che favoriscono lo sviluppo umano, poiché l’economia neoclassica utilizzata dalle istituzioni per compiere scelte non è utile alla specie umana.

Il Rapporto BES 2016 indica le dimensioni da migliorare nel Mezzogiorno d’Italia poiché le prestazioni misurate mostrano un peggioramento delle dimensioni stesse, dopo decenni di politiche neoliberali; e pertanto è necessario migliorare: la soddisfazione per la vita; l’occupazione; il reddito; l’istruzione e la formazione; le condizioni economiche; le relazioni sociali e la qualità del lavoro.

Il miglioramento può essere favorito applicando l’interesse generale di uno Stato sovrano e con una riorganizzazione amministrativa degli Enti locali nei sistemi locali, elaborando il progetto bioeconomico che genera occupazione utile. Le aree urbane sono contemporaneamente il motore della vita e i luoghi del fallimento. Concentrarsi nella rimozione del fallimento, ad esempio risolvendo l’esclusione sociale, le crisi ambientali, il rischio sismico, il recupero dei centri storici e delle periferie si potranno innescare processi virtuosi, poiché affrontare i problemi nelle aree urbane crea opportunità di lavoro utile.

Le scelte di investimento vanno compiute sulla base di piani bioeconomici nei sistemi locali per migliorare le dimensioni osservate nei Rapporti BES e sulla base di peculiarità che sono bene comune come il patrimonio culturale, la riduzione del rischio sismico e idraulico. Una saggia riforma delle istituzioni, osserva i sistemi locali e aggrega i Comuni per promuovere piani intercomunali bioeconomici, e in funzione di tali piani è possibile concentrare gli investimenti per lo sviluppo umano.

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Fonte immagine, Rapporto BES 2016.

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