Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for gennaio 2014

Secondo l’ultimo rapporto di Banca d’Italia la distribuzione della ricchezza monetaria è sempre più diseguale, buona parte delle famiglie è più povera di prima, mentre i pochi sono sempre ricchi: «Il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% delle ricchezza netta familiare totale (45,7% nel 2010)»[1]. In termini di opportunità e visone futura siamo praticamente disperati poiché i programmi politici non sono adeguati alla realtà che ruota intorno a noi. Fino agli ’70 e ’80 noi italiani avevamo la certezza di crescere in famiglie monoreddito che potevano soddisfare i bisogni primari, oggi viviamo in famiglie doppio reddito che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, sostanzialmente negli ultimi trent’anni la qualità delle vita è peggiorata. Le cause di questo peggioramento sono molteplici: il paradigma culturale delle istituzioni che persegue la crescita materiale all’infinito, il sistema fiscale globale che incentiva la delocalizzazione industriale, il sistema del credito che incentiva l’avidità e la concentrazione dei capitali nelle mani di pochi, l’assenza di democrazia rappresentativa nel sistema istituzionale dell’Unione europea, e l’apatia dei cittadini.

La situazione è alquanto grottesca e contraddittoria poiché i cittadini, uniti in un progetto di reciprocità, potrebbero sfruttare le tecnologie consentendo loro di vivere meglio di prima. La continua distruzione del potere salariale svantaggia gli italiani che desiderano migliorare la propria condizione di vita, poiché più tempo si trascorre all’interno della recessione e più si intacca il risparmio dei cittadini. Questo significa che la concentrazione dei capitali nella mani dei pochi distrugge la democrazia come noi la conosciamo e riafferma il sistema feudale ove un’oligarchia di pochi riesce a promuovere istanze politiche poiché ha forza monetaria per farlo. La rapina sta nel fatto che questa forza è stata costruita sul nulla – sistema bancario – e sull’usurpazione dei beni, e le risorse limitate del pianeta tramite guerre e forze militari.

Nel 1998 un signore di nome Sandy Weill, sconosciuto ai cittadini italiani, riuscì a far cambiare una legge americana per introdurre il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 sostenuto prima da un senatore repubblicano, Gramm, che ricevette sostanziosi aiuti dal settore finanziario. La legge ebbe sostegni politici anche dal democratico Rubin, già co-chairman di Goldman Sachs. La norma consentì la nascita di Citigroup col fine di estendere le proprie attività finanziarie che precedentemente costituivano illeciti. Questa storia insegna come sia stato facile far nascere le regole che hanno fatto crescere l’industria finanziaria, quell’industria che ha distrutto migliaia di posti di lavoro per l’avidità di pochi individui. La deregolamentazione ha consentito la diffusione di strumenti come le auction rate securities che svolgono la stessa funzione del credito ordinario senza essere assoggettate alle regole tradizionali, sono gli strumenti usati anche dalla Lehman Brothers. La recessione che stiamo vivendo nasce, cresce e si sviluppa per l’effetto di questa deregolamentazione finanziaria che ha consentito di truffare risparmiatori e investitori per accentrare ricchezze nelle mani di pochi. Nel 2007 il “sistema bancario ombra”[2] diventa molto più grande e pesante del sistema tradizionale, e condiziona le scelte politiche globali e nazionali.

I cittadini possono dare indirizzi politici ai propri dipendenti selezionati attraverso strumenti democratici, oggi inesistenti, e indicare priorità nell’alveo culturale della bioeconomia, questo richiede un cambiamento radicale di rotta per tornare all’economia reale e sviluppare la resilienza. I cittadini possono agire direttamente condizionando il sistema del credito e indirizzarlo su progetti virtuosi. All’interno di sistemi bioeconomici possiamo progettare sistemi sostenibili e consentirci un futuro di prosperità. Possiamo realizzare comunità dirette dai cittadini attraverso il controllo dell’energia, delle materie prime seconde (rifiuti), e dell’acqua.

Read Full Post »

Ventisei milioni di italiani, è questo il partito più grande d’Italia. Sono i milioni di italiani che hanno abrogato norme immorali durante il referendum del 12 giugno 2011. Ventisei milioni di italiani hanno detto che l’acqua deve rimanere pubblica e non deve recare profitto ai privati che intendono gestire le condotte idriche costruite con le tasse dei cittadini. Il sovrano abrogò anche norme sul nucleare e sul legittimo impedimento (legge ad personam). A febbraio 2013 per la Camera dei Deputati gli italiani votano in questo modo 8.646.034 di voti per il PD e 7.332.134 per il PDL, i due schieramenti erano pubblicamente favorevoli al fallimento del referendum abrogativo del 2011. E’ ragionevole ritenere che  milioni di italiani non pongono attenzione alle deleghe che danno col voto.

La medesima analogia possiamo riscontrala col referendum abrogativo del 18 aprile 1993 ove 31.225.867 di italiani dissero di cancellare il finanziamento pubblico ai partiti, e l’anno successivo per le politiche del 27 marzo 1994 gli italiani votarono così: Forza Italia ricevette 8.136.135 di voti mentre il PDS 7.881.646 di voti. In Italia esiste un partito enorme, quello dei referendum sull’acqua e sul finanziamento pubblico ai partiti, un elettorato confuso che non riesce a trovare un’adeguata rappresentanza e che esprime un’opinione opposta alle leggi che producono i partiti tradizionali. In questo tradimento della volontà popolare realizzato dai partiti tradizionali fra il 2005 e il 2009 cresce e nasce il Movimento 5 Stelle (M5S), l’unico soggetto che ha pubblicamente dichiarato esser favorevole al referendum del giugno 2011.

Durante la dissoluzione del sistema cominciata negli anni ’80 per l’accelerazione del sistema liberista e la fine dell’era industriale, l’unica innovazione portata dai partiti è l’elezione primaria interna al Partito Democratico (PD), nato dall’unione dell’ex Democrazia Cristiana e l’ex Partito Comunista. L’altra novità degli anni ’90 fu la nascita del partito padronale: Forza Italia, nato da un imprenditore che ha costruito il suo impero grazie al riuso di soldi di dubbia provenienza e utilizzati nell’avvio della propria televisione, sfruttata per manipolare l’opinione pubblica, e di recente condannato definitivamente per frode fiscale. L’elezione del giovane liberista, Matteo Renzi, a segretario del PD sancisce la morte dell’ultimo partito di “sinistra”. Negli anni duemila compare un’altra novità grazie al gigantesco vuoto di rappresentanza, così gli italiani preferiscono non andare a votare (11.634.228 politiche feb 2013) o preferiscono protestare e/o cambiare scegliendo il M5S (8.691.406 di voti alla Camera dei Deputati, feb 2013), nato da persone estranee al mondo politico italiano, un comico e un imprenditore di marketing internet, Grillo e Casaleggio.

Negli altri paesi l’accesso alle cariche elettive avviene tradizionalmente nei partiti, ma in Italia tali organizzazioni non godono di fiducia e stima da parte della cittadinanza, a ragion veduta visto che i partiti non immaginano di rinnovarsi e/o stimolare un’efficace partecipazione politica attiva cercando le persone meritevoli, tant’è che l’unico partito rimasto in Italia si chiama “partito democratico”, ma non è un’organizzazione democratica snella, flessibile, orizzontale ove gli iscritti determinano direttamente la linea politica. Tutti i partiti tradizionali sono condizionati dalle lobbies: banche e multinazionali. Questa drammatica assenza di organizzazioni politiche genuinamente democratiche favorisce sfiducia e apatia verso le istituzioni, tant’è che in Italia il primo partito è il partito del non voto. Non c’è alcun dubbio che il Partito Democratico batte il M5S sul fronte delle primarie/parlamentarie, poiché il confronto sui numeri è imbarazzante e impietoso, mentre la struttura verticistica del PD e l’assenza di integrità consente al segretario di tradire il mandato politico dei propri iscritti, mentre il M5S contempla la figura del “portavoce“. Entrambi i partiti non contemplano una scuola politica interna secondo criteri di merito e integrità morale, nonostante il PD erediti le scuole del PCI e della DC la formazione interna si auto regolamenta. Nel M5S la formazione non solo è assente ma è persino denigrata e osteggiata. Nel 2014, in ambito nazionale su temi decisi da Grillo&Casaleggio il blog beppegrillo.it inizia a sperimentare la consultazione dei propri iscritti al fine di dare indicazioni politiche al proprio gruppo parlamentare, i portavoce, si tratta di metodi di followership poiché il sistema informatico adottato è privo di certificazione di soggetti terzi, vuol dire che non è trasparente. Non è trasparente neanche il sistema di finanziamento che passa attraverso la raccolta pubblicitaria tramite il blog. Il segretario del PD viene eletto, il leader del M5S no. Per il M5S è banale notare che se si spegne l’impulso di Grillo, sparisce il M5S, per tale motivo chi lo dirige ha l’obbligo di trasformarlo in una vera democrazia, anche per prevenire i fenomeni degenerativi interni ai gruppi locali. Entrambi i modelli soffrono di carenze democratiche ed entrambi hanno vizi e virtù, per tale motivo in Italia siamo tornati all’anno zero per ripartire costruendo la politica e la democrazia che non c’è più.

Durante la transizione che stiamo vivendo parlare di destra e sinistra è fuorviante. Parlare di fine del capitalismo, globalizzazione, liberismo e bioeconomia è illuminante, ma in Italia non si parla di questi temi, nei media si discute ancora di destra e sinistra e si confonde l’economia con la finanza. Parlare del fatto che siamo a cavallo di un’epoca e siamo alla fine dell’era industriale è illuminante, ma in Italia si parla ancora di destra e sinistra e non si accetta il fatto che la vita su questo pianeta è determinata dalle leggi della fisica, e non dall’inganno psicologico indotto dalla religione finanziaria, una credenza diffusa per condizionare istituzioni pubbliche e popoli. La religione neoliberista governa l’UE, pertanto le privatizzazioni sono un dogma degli usurpatori, i popoli hanno bisogno di indicare forze politiche che abbiano la priorità di cambiare radicalmente l’UE, e non esistono soluzioni di compromesso.

Hans Magnus Enzensberger: «Da un bel po’ di tempo in qua, i paesi europei non sono più governati da istituzioni legittimamente democratiche. Ma da tutta una serie di sigle che ne hanno preso il posto. Sono sigle come Efsf, Efsm, Bce, Eba o Fmi che ormai determinano qui in Europa il corso degli eventi. […] L’espropriazione politica dei cittadini europei ha in tal modo oggi raggiunto il suo apice. Il processo di espropriazione è invero iniziato molto prima, al più tardi con l’introduzione dell’euro. Questa valuta comune è il risultato di un mercimonio politico che con la massima scioltezza, si è sbarazzato di tutti i criteri e presupposti economici. […] Come ai tempi dei vecchi regimi coloniali, questi burocrati si chiamano Governatori e, allo stesso titolo dei Direttori delle banche centrali, non sono affatto obbligati a giustificare davanti alla pubblica opinione le loro decisioni. Al contrario, loro sono espressamente vincolati al segreto. Ciò che ricorda molto il principio dell’omertà, ossia quel codice d’onore a cui la mafia ubbidisce. I nostri “Padrini” europei sono quindi oggi politici sottratti ad ogni controllo giuridico e ad ogni istanza legale. Anzi, godono ormai di un privilegio che non spetta neanche a un boss della camorra: e cioè, l’assoluta immunità giuridica (così almeno è scritto negli articoli 32 bis 35 del Trattato-Esm)» (in L’Espresso, 30 agosto 2012, pag.34). Norberto Bobbio spiegò[1] egregiamente come la concentrazione dei capitali potesse creare forme degenerate delle democrazia rappresentative: la videocrazia è conseguente alla crescente manipolazione a livello mondiale e nazionalizzazione dell’informazione, la plutocrazia è determinata dalla concentrazione del potere politico nelle mani di pochi detentori di smisurate ricchezze personali e la cleptocrazia è quando quelle ricchezze sono il frutto di attività illecite. Di recente Noam Chomsky dichiara[2] che «le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è neo-liberismo» e «la democrazia in Italia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti, designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori».

[1] Norberto Bobbio, in Imparare democrazia di Gustavo Zagrebelsky, Einaudi

[2] Ansa, “Chomsky, stiamo andando verso la plutocrazia”, 24 gennaio 2014, http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cultura/2014/01/24/-Chomsky-stiamo-andando-verso-plutocrazia-_9957888.html

Se ci rendiamo conto della recessione che stiamo subendo possiamo asserire che votare alle elezioni può essere pericoloso, se sbagli chi si prende quel voto viene a rubarti tutto quello che hai: la dignità, la libertà, il presente, il tuo futuro e quello dei tuoi figli. In campagna elettorale i partiti sono disposti a raccontare tutte le favole che immaginiamo pur di avere il tuo voto, sono capaci di raccontare ogni cosa, ogni cosa. In attesa che una massa critica di cittadini autoderminati svegli la propria coscienza e risolva la contesa con l’adozione di comportamenti etici, con l’integrità e la democrazia, accade che il più grande partito italiano rimane senza rappresentanza. Non c’è alcun dubbio che la presenza, a volte nervosa, del M5S abbia avuto effetti positivi verso il sistema e la società italiana, tant’è che gli italiani stessi attraverso il voto hanno determinato questa punizione nei confronti del sistema. Un sistema palesemente contrario all’interesse pubblico poiché sta causando danni incredibili e intollerabili: povertà e disperazione.

Nel 1993 ben 31.225.867 di italiani si schierarono contro il sistema, nel 2011 26.000.000 si sono schierati contro il sistema. Se riusciamo a focalizzare il fatto che il nostro problema risiede nella nostra capacità di analisi possiamo renderci conto che dobbiamo riprogettare il sistema, dal nostro stile di vita, al modo per selezionare i dipendenti politici. Le soluzioni esistono, ma è necessario uscire dal piano ideologico del sistema e approdare a quello nuovo, da noi immaginato, pensato, creato e realizzato. Il voto dei referendum ci consente di fare una sintesi politica e culturale, e costruire la società che immaginiamo; abbiamo una certezza non è quella delle lobbies che guidano i partiti tradizionali. L’aspetto più drammatico e grottesco della vicenda è che il sistema si alimenta dal nostro consenso, siamo noi che teniamo in vita il sistema che ci danneggia. Il sistema di cui stiamo parlando si basa su credenze: finanza, istituzioni, crescita, moneta, PIL e l’assenza di democrazia. Per risolvere il problema è necessario progettare e costruire un sistema diverso che sia credibile e sostenibile, e gli individui hanno il potere e libertà per farlo. Se i cittadini condividono l’obiettivo di cambiare i paradigmi culturali della società attraverso processi decisionali consensuali e la costruzione di collegamenti, nodi, e gli scambi dovuti alle relazioni, può accadere che una rete orizzontale produca realtà sociali, democratiche, conviviali e sostenibili. Nella sostanza l’alternativa al sistema obsoleto esiste, ma non ispira i soggetti politici italiani. Una rete orizzontale può consentire la crescita del sistema virtuoso, ma dipende dalla nostra volontà e dalla capacità di analisi. Il più grande partito italiano, ormai schierato contro il sistema, potrebbe costruire la proposta politica alternativa imitando i progetti sostenibili esistenti tornando all’economia reale, questo partito potrebbe riconoscere i valori di democrazia e bioeconomia, e consentire alla comunità di approdare a un’evoluzione epocale fatta di “prosperanza“.

Read Full Post »

resilienza_rigenerazione

“estratto” da: Dalla resilienza alla rigenerazione.

La bioeconomia ci informa che bisogna tener conto di costi che l’economia classica ignora sempre: gli effetti collaterali di cattive progettazioni e trasformazioni che fanno aumentare l’entropia. Le città costruite stanno facendo pagare i danni ambientali, sanitari, e sociali a tutti i cittadini. Un esempio banale per capire di cosa parliamo è l’effetto di una pessima mobilità, cattiva distribuzione dei servizi che peggiora la nostra qualità di vita poiché trascorriamo ore nel traffico consumando idrocarburi inquinanti. Come misurare il danno economico per l’assenza di biblioteche civiche? Come misurare l’infelicità per l’assenza di teatri? L’assenza di piste ciclabili? Come misurare l’infelicità per l’assenza di parchi, spazi aperti e il mare pulito? Come non tener conto della felicità di coltivare un orto sinergico? Come ignorare l’opportunità di realizzare quartieri autosufficienti energeticamente? L’economia classica ignora questi costi mentre l’approccio multi-criteria considera anche questi aspetti che fanno comprendere l’importanza di rigenerare le città costruite male.

Il contenuto tecnico di un piano regolatore generale (piano strutturale comunale, piano urbanistico comunale) attribuisce a ciascun suolo (zona) particolari destinazioni d’uso e particolari quantità e tipologie di edificazione, espresse in indici e parametri di carattere sintetico e analitico. La città è percepita come prodotto d’un processo economico ed i soggetti che interagiscono misurano gli scambi di questo processo con la moneta. Una volta lo Stato forniva la moneta necessaria per soddisfare gli obiettivi dei piani regolatori – costruzione degli standard minimi necessari – attraverso l’istituto dell’esproprio, e il finanziamento diretto. Da qualche decennio è consuetudine cercare la moneta necessaria nel libero mercato, pertanto mercificando i suoli saranno i soggetti privati a finanziare gli standard minimi necessari previsti per legge. Pertanto, circa il governo del territorio i Comuni applicano un paradigma materialista e si comportano come i soggetti privati cercando un profitto attraverso le logiche del mercato per pagare i servizi pubblici. In questo processo i Comuni attribuiscono un prezzo ai suoli edificabili – generando una rendita – ed i privati per realizzare i propri interessi pagano quel costo e la costruzione dei servizi pubblici. Di recente i proventi dell’attività edilizia (oneri di urbanizzazione) possono essere usati persino per le “spesa corrente” dei comuni, di fatto incentivando il consumo di suolo agricolo per conseguire l’obbligo del pareggio di bilancio.

Il problema di questo processo è noto, poiché non si tiene conto della profonda differenza concettuale fra valore, e prezzo e costo. I piani, nonostante debbano garantire la realizzazione di standard minimi, possono distruggere valore – paesaggio, ambiente, patrimonio architettonico – ad un determinato prezzo e smentire il principio costituzionale della tutela del paesaggio, dei patrimoni e del diritto alla salute. Per questo motivo l’espansione urbanistica che produce un aumento dei capitali non è di per se un valore, se questa operazione danneggia l’ambiente, il paesaggio e la qualità morfologica della città. Nei piani regolatori generali tutto ciò che riguarda indici e superfici edificabili (carico urbanistico) rappresenta una merce, ma non è certo che questa merce sia un valore per la collettività e per l’interesse pubblico. I piani dovrebbero distinguere i beni dalle merci e pensare in un modo diverso. Le tecniche di scambio come la perequazione dovrebbero riflettere un cambio di paradigma poiché i premi volumetrici (aumento dell’entropia) generano una rendita che probabilmente non è necessaria per l’interesse pubblico. Bisognerebbe comprendere che i valori, i beni, sono prioritari rispetto alle merci, e quindi bisognerebbe puntare al bene sociale, all’eco-efficienza e alla sufficienza energetica, alla sovranità alimentare, alla prevenzione del rischio sismico, alla tutela del patrimonio storico-architettonico poiché sono beni e non merci.

Le pubblicazioni di Kevin Lynch[1] e Gordon Cullen[2] ci insegnano che oltre alle analisi funzionali le città possono essere studiate attraverso le emozioni, le percezioni soggettive che ci consentono di aggiungere qualità all’idea di città. Si tratta di dare maggiore attenzione ai valori percettivi della forma urbana dando valore agli interessi locali e sociali. L’economia ortodossa e l’estimo non contemplano le interpretazioni suggerite da Lynch e Cullen, e questo aspetto suggerisce il fatto che ragionando in termini di costi non potremmo avere indicazioni utili e corrette.

In generale si tratta di usare le tasse per un interesse pubblico: rigenerare. Lo Stato deve promuovere una politica economica espansiva associata alla bioeconomia, progetti di qualità compatibili con le risorse finite. Il legislatore può modificare il “patto di stabilità e crescita” interno e liberare investimenti, aumentando la spesa pubblica (il deficit) per l’obiettivo della rigenerazione. Governo e Parlamento possono coordinare una nuova politica economica insieme ai paesi “periferici” e far modificare/cancellare il “patto”, e creare nuovi investimenti utili per creare nuova occupazione verso strategie virtuose. L’euro può diventare moneta sovrana a credito. Possiamo immaginare un finanziamento pubblico diretto tramite Cassa Depositi e Prestiti controllata dal Governo e quindi usata come banca pubblica, poiché la maggioranza delle quote azionarie di Banca d’Italia sono nelle mani dei privati. Possiamo usare la Banca Europea degli Investimenti (BEI) poiché ha strumenti finanziari ad hoc per politiche di efficienza energetica degli edifici.

I Comuni potrebbero adottare una “tassa di scopo” (un referendum decide se finanziare l’intervento con una tassa ad hoc). Un’altra soluzione per finanziare la rigenerazione urbana è la costituzione di “aree libere da tasse” o “aree di federalismo fiscale” (le tasse di cittadini e imprese non vanno allo Stato centrale, ma finanziano il costo dell’intervento). La prima ipotesi, “aree libere da tesse” è regolarmente usata per attrarre imprese che possono proliferare pagando poche tasse, e niente IVA. Si tratta di uno scambio, e lo scopo è far costruire i servizi pubblici alle imprese. La seconda circa “aree di federalismo fiscale” è l’ipotesi di versare direttamente le tasse agli Enti locali, al Comune, per finanziare la rigenerazione. La prima ipotesi è di ispirazione liberista poiché le imprese private condizionano i progetti, la seconda è nel solco dello Stato sociale previsto dalla Costituzione. Già nel progetto “piani città” erano previste le “aree libere da tasse”. Il legislatore può immaginare di aprire una finestra temporale per cambiare il regime fiscale in quelle città che hanno deliberato l’obiettivo: rigenerazione urbana.

Lo Stato, attraverso Governo, Parlamento e Comuni, può avviare un processo virtuoso di responsabilizzazione delle comunità locali, poiché se la cittadinanza intende cogliere l’opportunità straordinaria di “aggiustare” la propria città, deve incentivare un comportamento civile ed equo affinché tutti, in maniera progressiva al reddito, paghino le tasse agganciate all’obiettivo della rigenerazione e questo può avvenire con l’uso di strumenti di democrazia partecipativa ampiamente usati in diversi paesi, ormai maturi in processi standardizzati. L’Italia è uno dei quei Paesi che li ha usati meno, ma alcuni Comuni hanno usato la “pianificazione partecipata” per migliorare l’organizzazione territoriale e pianificare interventi ad hoc di riqualificazione urbanistica. In Europa, fuori dall’Italia, Vienna ha un’esperienza di ben 35 anni di processi partecipativi per osteggiare il degrado urbano e riqualificare centro storico e città moderna[3].

Inoltre per evitare processi speculativi sarebbe saggio che lo Stato imponesse la rigenerazione rispetto al costo di costruzione (progettazione, demolizioni, ricostruzione) senza l’utile, anziché ricorrere all’uso tradizionale della rendita attraverso la stima del prezzo di mercato. In questo modo si avrà un ingente risparmio rispetto alle operazioni effettuate tramite il “libero mercato”. Rimarrà solo la verifica circa la congruità dei prezzi per il costo di costruzione, controllo abbastanza semplice da svolgere. Una cabina di regia nazionale è in grado di misurare il gettito delle tasse rispetto all’area considerata, e distribuire le risorse conservando il costo dei servizi pubblici locali, coprendo il costo di costruzione della rigenerazione valutando le proposte progettuali dando vita all’equilibrio sociale, ecologico ed economico dell’intero percorso.


[1] Kevin Lynch, The image of the city, 1960
[2] Gordon Cullen, Townscape, 1961; traduzione italiana di Roberto D’Agostino, Il paesaggio urbano. Morfologia e progettazione, Calderini, Bologna, 1976
[3] Diego Caltana, “35 anni di progettazione partecipata”, in Il giornale dell’Architettura, dicembre 2009 n.79, Umberto Alemanni & C, pag. 26

creative-commons

Read Full Post »

Durante la transizione che stiamo vivendo palare di destra e sinistra è fuorviante. Parlare di fine del capitalismo, globalizzazione, liberismo e bioeconomia è illuminante, ma in Italia non si parla di questi temi, nei media si discute ancora di destra e sinistra e si confonde l’economia con la finanza. Parlare del fatto che siamo a cavallo di un’epoca e siamo alla fine dell’era industriale è illuminante, ma in Italia si parla ancora di destra e sinistra e non si accetta il fatto che la vita su questo pianeta è determinata dalla leggi della fisica, e non dall’inganno psicologico indotto dalla religione finanziaria, una credenza diffusa per condizionare istituzioni pubbliche e popoli.

Alcuni Paesi europei ed extraeuropei consapevoli della fine di un’epoca stanno compiendo scelte strategiche nel settore dell’energia, ad esempio come ridurre la dipendenza dagli idrocarburi (petrolio e gas), e diverse città europee stanno avviando piani e programmi in tal senso, anche sperimentando forme di “rigenerazione urbana”, ma in Italia si parla di destra e sinistra e di “stop al consumo del suolo”, con toni immaturi, solo perché le lobbies delle costruzioni, dopo la seconda ondata di speculazione edilizia (1997 – 2008), non riescono più a vendere gli alloggi costruiti, ma l’argomento che tiene banco nei media è la “lotta” fra destra e sinistra, le riforme, lo spread, la crescita. Il 24 febbraio 2013 durante le elezioni politiche, 11.634.228 di cittadini hanno preferito non dare deleghe, invece chi ha ricevuto le deleghe sta usando quei voti per farsi i propri affari negando i diritti costituzionali, anche a quegli 11.634.228 di cittadini rimasti a casa. Durante la transizione che stiamo vivendo palare di destra e sinistra è fuorviante, ed i cittadini, anziché preoccuparsi del proprio presente futuro, si limitano ad urlare, lamentarsi, a litigare l’uno contro l’altro e in questo modo favoriscono proprio quell’élite che li tiene in schiavitù.

La servitù moderna è una servitù volontaria, consentita dalla massa degli schiavi che strisciano sulla superficie terrestre. Comprano liberamente tutti i prodotti che li asservono ogni giorno di più. Si aggrappano spontaneamente ad un lavoro sempre più alienante, generosamente concesso soltanto se “fanno i bravi”. Scelgono loro stessi i padroni che dovranno servire. Perché questa assurda  tragedia sia potuta accadere, prima di tutto è stato necessario sottrarre ai membri di questa classe ogni consapevolezza del proprio sfruttamento e della propria alienazione. Questa è la strana modernità della nostra epoca. Contrariamente agli schiavi dell’antichità, ai servi del Medioevo o agli operai delle prime rivoluzioni industriali, oggi siamo di fronte ad una classe totalmente asservita ma che non sa di esserlo, anzi, che non vuole saperlo. Ignorano quindi la ribellione, che dovrebbe essere l’unica reazione legittima degli oppressi. Accettano senza fiatare la vita pietosa che è stata decisa per loro. La rinuncia e la rassegnazione sono le cause della loro disgrazia.[1]

Durante la transizione che stiamo vivendo i cittadini hanno la libertà di condizionare il sistema del credito, possono usare guadagni e risparmi per applicare la scienza della sostenibilità, possono creare nuova occupazione utile al bene comune e migliorare la qualità della propria vita, possono accedere a tutti i livelli di conoscenza e realizzare progetti importanti. Compiere questo passo richiede un impegno: svelare tutte le credenze di questa società progettata male, tutte le credenze “economiche” e politiche che finora hanno programmato i pensieri di buona parte dei cittadini addomesticati. Il giorno in cui i cittadini applicheranno la Costituzione italiana questo sarà un dei paesi più belli al mondo, questo bel sogno fino a quando la Costituzione ci sarà ancora, forse fra pochi anni non ci sarà più, grazie al silenzio degli ignavi!!!


[1] Jean-François Brient e Victor León Fuentes, http://www.delaservitudemoderne.org/testo.html

creative-commons

Read Full Post »

organizzazioni_a_rete_02

Premessa: i partiti otto-novecenteschi sono diventati obsoleti, prima di tutto per l’assenza di spirito di servizio, assenza di altruismo e assenza di vera democrazia. Rimarrà nella storia l’autoanalisi di Enrico Berliguer che descrisse egregiamente la degenerazione insorta nei partiti. Nei partiti ha prevalso il desiderio di prendere il potere utile al bene del partito e non della Repubblica. I partiti come le religioni si basano su credenze e interessi particolari. Le multinazionali hanno programmato una distruzione mediatica dei partiti, che dura circa vent’anni, per convincere l’opinione pubblica circa la loro inutilità. La Costituzione assegna ai partiti un ruolo ben preciso, ciò non toglie che possano nascere altre forme di organizzazione per selezionare la classe dirigente politica. In ambito locale sono molto note le liste civiche, organizzazioni elettoralistiche, che nascono da cittadini non iscritti ai partiti tradizionali, ma è altrettanto noto che spesso sono i militanti di partito a suggerire l’uso di liste civiche per conservare il potere locale poiché la credibilità e la fiducia verso i partiti otto-novecenteschi è ridotta all’osso.

Il danno più grande che i partiti lasciano alla società italiana non è la corruzione, ampiamente diffusa in tutte le istituzioni internazionali, anzi all’estero l’immoralità e la corruzione sono normali strumenti di accesso al potere, è sufficiente indagare il funzionamento del sistema politico americano per rendersi conto delle enormi differenze culturali, o il funzionamento del sistema bancario e telematico globale. Il danno più grande che lasciano i partiti è l’assenza di un rinnovamento democratico della classe dirigente, l’assenza di una scuola politica pubblica che punti al bene comune.

Il potere, quello vero, ha deciso che in Italia i partiti dovevano morire poiché non più utili ai suoi capricci. In Italia esisteva un gruppo dirigente politico troppo autonomo nei suoi pensieri, troppo libero di fare politica, era troppo colto. Esistevano partiti troppo strutturati, radicati che avevano il reale potere decisionale. I politici degli anni ’50, ’60 e ’70 erano senza dubbio condizionati dal risultato bellico, senza dubbio addomesticati e ossequiosi delle direttive straniere, ma in certi ambiti conservavano una loro autonomia e la usavano per gli interessi del partito, rubavano per il partito; oggi i politici rubano per se e per le multinazionali. “Morte” le ideologie e finita l’era industriale i politici sono diventati burattini facilmente controllabili, e in questa confusione i cittadini hanno smarrito la propria identità e la propria appartenenza a una visione organica della politica e del bene comune. Nel periodo dell’esplosione capitalista figlia del nichilismo non esiste un bene comune, ma il compulsivo desiderio di riempire il vuoto d’identità con l’avidità psico-programmata dal mondo televisivo e mediatico, che coincide con la politica odierna (il mantra: vendere, vendere, vendere).

Il vuoto dei partiti può essere riempito con nuove organizzazioni per promuovere una visione politica, un’idea della società opposta al materialismo della religione liberista. L’elemento che crea le organizzazioni orizzontali sono i valori condivisi, i progetti e gli obiettivi. Gruppi di cittadini si autoderminano grazie ai valori condivisi per cambiare i paradigmi culturali del sistema politico-economico imploso sui vecchi paradigmi (PIL, petrolio, moneta, debito/PIL, economia del debito).

La natura di rete organizzata si articola in legami e relazioni, è decentrata, è flessibile, cioè si adatta alle condizioni esterne ed ha un elevato coinvolgimento delle persone verso la partecipazione attiva.  L’attività interna alla rete è il libero scambio. I processi decisionali della rete sono consensuali orientati all’obiettivo (cambiare i paradigmi culturali della società) grazie ai collegamenti dei nodi e alla relazioni (scambi). Tali organizzazioni reticolari hanno i seguenti elementi: nodi, connessioni, strutture, proprietà operative. La fiducia è l’elemento essenziale all’interno della rete per l’efficace soluzione dei problemi, per la condivisione delle informazioni e per il trasferimento delle conoscenze. Fondamentale è la transazione diretta (faccia a faccia) e le diverse aspettative, per gli impegni e le responsabilità. Queste relazioni sono determinanti per adottare regole comuni, per il linguaggio e la visione condivisa circa la filosofia politica, valori e strategie.

I cittadini possono adottare organizzazioni in rete per far crescere il loro obiettivo condiviso: cambiare la società per giungere a un livello di evoluzione e risolvere i problemi legati a un sistema palesemente immorale, obsoleto e distruttivo della democrazia come noi la immaginiamo. L’attuale sistema è contro gli interessi dei cittadini che desiderano essere liberi e vivere in armonia con la natura garantendo prosperità alle future generazione. Attraverso la cultura organizzativa (capacità di infondere impegno collettivo) e lo sviluppo di abilità di coordinamento (creatività, sensibilità, visione, versatilità, focalizzazione, pazienza) i cittadini potranno raggiungere importanti obiettivi.

creative-commons

Read Full Post »

Spesso mi confronto con cittadini indignati che hanno l’entusiasmo di cambiare qualcosa nel mondo della politica, ma raramente vedo energie indirizzate nella direzione giusta. Ho la strana sensazione che pochi si siano accorti di un cambiamento nelle norme e negli atteggiamenti che esse richiedono.  Ebbene i cittadini hanno a disposizione nuovi strumenti per migliorare il funzionamento della pubblica amministra (PA), ma li ignorano. Dal 2009 i cittadini possono e devono giudicare l’operato di dipendenti eletti, dirigenti e funzionari i quali hanno l’obbligo di condividere sui siti istituzionali piani, bilanci e strategie affinché i cittadini possano controllare il loro operato. I cittadini devono poiché dal loro giudizio dipende la qualità della PA. E’ un processo recente, nuovo e pertanto per nulla consolidato che ancora non appartiene alla mentalità degli italiani. Si tratta di uscire dall’apatia politica, dal qualunquismo, dalla cialtroneria e dalla demagogia per studiare e capire come funziona la PA per esprimere giudizi e valutazioni mature. Nel periodo della recessione e dell’austerità siamo chiamati come cittadini a transitare da soggetti passivi che si limitano a votare una volta ogni tanto, a soggetti attivi che suggeriscono soluzioni attraverso il proprio giudizio formatosi anche dalla lettura degli atti pubblici. Se alla riforma della PA con più trasparenza aggiungiamo la crescita culturale dei cittadini con la sperimentazione e l’introduzione di strumenti di democrazia diretta e partecipativa potremmo approdare alla democrazia matura.

La Costituzione parla del principio di trasparenza, ed in una democrazia vera è essenziale poter sapere come vengono spese le tasse dei cittadini. Solo da un paio di anni circa possiamo comparare i bilanci delle Regioni per renderci conto degli sprechi, ad esempio sui prezzi indicati nei contratti di fornitura nel settore ospedaliero. Ci rendiamo conto che questa informazione è determinante per fare comparazioni e valutare il giusto prezzo.

Secondo gli articoli 53 e 54 del D. Lgs del 7 marzo 2005 n.82 denominato codice dell’Amministrazione digitale i siti pubblici devono essere accessibili da tutti, anche dai disabili, reperibili, facilmente usabili, chiari nel linguaggio, affidabili, semplici, omogenei tra loro.

Per cominciare a fare politica, con una certa consapevolezza, esiste una strada molto semplice: accedere al bilancio pubblico del proprio Comune, e successivamente scaricare dal sito istituzionale il Piano Esecutivo di Gestione (PEG), poiché è lo strumento redatto dalla Giunta comunale rispetto alle linee programmatiche di mandato approvate dal Consiglio. Nel PEG sono indicati i nomi dei dirigenti responsabili e le attività da svolgere, per aree tematiche, e si trova il Piano Dettagliato degli Obiettivi (PDO) per misurare le performance dei dirigenti pubblici tramite indicatori, temporali, qualitativi e quantitativi. Questi documenti: linee programmatiche di mandato, bilancio, PEG e PDO, sono pubblici e spesso si trovano on-line sul sito del proprio Comune. In questo modo i cittadini possono sapere come e dove sono state destinate le risorse pubbliche. Il cittadino elettore, partendo dalle linee programmatiche, può agilmente confrontarle gli obiettivi indicati nel PEG e nel PDO e fare una verifica di coerenza, promesse elettorale (programma elettorale) e le attività dei dirigenti, poiché ciò che non c’è scritto nel PEG non si farà. Studiare questi documenti e confrontarli con le priorità politiche (promesse) e la nostra sensibilità (ambiente, energia territorio, sociale, etc.), è il modo più corretto per misurare il mandato elettorale dei dipendenti eletti, e proporre una verifica politica utile a valutare politici e dirigenti pubblici. Se compariamo i valori della Costituzione (l’uguaglianza, la libertà e il merito, la cultura e il patrimonio storico, la ricerca, la tutela del paesaggio, dell’ambiente e della salute, la democrazia economica) con questi atti possiamo capire le capacità/incapacità dei politici. Un funzionario pubblico è in grado di aiutare i cittadini nella lettura di questi documenti, ed è sufficiente studiarli una volta per condividere lo schema di lettura di questi atti, e avviare un processo virtuoso di comprensione dei metodi della pubblica amministrazione utili a far funzionare gli Enti pubblici. Questo processo libero ed incondizionato è determinante per qualsiasi società veramente democratica.

Il comportamento sopra descritto rientra persino negli obiettivi indicati dalla riforma della pubblica amministrazione: trasparenza totale, valutazione e benchmarking attraverso una pluralità di strumenti. Si intende perseguire il miglioramento delle performance, il soddisfacimento dei destinatari dei servizi erogati dalle Pubbliche Amministrazioni (P.A.) e la partecipazione dei cittadini. Questi obiettivi devono essere perseguiti anche attraverso lo sviluppo di attività finalizzate alla trasparenza, che consente di far conoscere ai cittadini l’attività amministrativa e i dati delle performance della P.A. e quindi transitare da un ruolo passivo ad un ruolo di stimolo, di controllo e di confronto.[1]

Un’altra innovazione importante del processo amministrativo è l’adozione di criteri di qualità per misurare le perfomance, e il coinvolgimento dei cittadini/utenti chiamati a valutare l’operato di politici, dirigenti e funzionari. Sono i cittadini che attraverso l’uso dei servizi pubblici hanno il diritto e l’opportunità di segnalare disservizi, e soprattutto giudicare l’intero operato dell’amministrazione leggendo bilanci e obiettivi prefissati dagli organi politici. Questo processo di valutazione dal basso fa parte del concetto di qualità insito nella pubblica amministrazione che prevede la “partecipazione attiva” secondo la qualità percepita (soddisfazione/insoddisfazione) dai cittadini/utenti. Secondo le norme attuali è persino previsto un servizio ove il cittadino possa segnalare (telefono, web, sportello) il proprio giudizio, che dovrebbe servire ai processi di autovalutazione dei dirigenti per migliorare il servizio stesso.

Le norme prevedono che dirigenti e funzionari pubblici debbano attenersi al codice di comportamento[2] secondo principi di fedeltà alla Repubblica, imparzialità e buon andamento e secondo diligenza, obbedienza e fedeltà. Il principio di responsabilità del dipendente pubblico (art. 28 Costituzione) è associato sia a sanzioni che a criteri per valutare il licenziamento[3] e fra questi c’è l’insufficiente rendimento. Per avere buone performance è importante il giudizio di cittadini consapevoli, circa le norme e il buon funzionamento della PA, poiché segnalando comportamenti (qualità percepita) non adeguati essi contribuiscono a migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione. In questo modo chi valuta dirigenti e funzionari potrà avere un contributo dal basso e possedere maggiori informazioni che contribuiscono a formare un corretto riconoscimento del merito e corretta valutazione dell’operato del dipendente pubblico. Con questo tipo di supporto i cittadini potranno influenzare il controllo strategico[4] interno e dare un contributo circa l’adeguatezza e l’integrità delle scelte compiute in ambito di indirizzo politico, in termini di congruenza tra risultati conseguiti e obiettivi predefiniti.


[1] Raffaele Palangeri, Domenico Pellerano, Tecniche di perfomance di management per migliorare la PA. Un percorso di qualità per l’applicazione della riforma Brunetta, Franco Angeli editore, 2012, pag. 14.
[2] D.M. 28/12/2000 e art.54 D.Lgs. 165/2001
[3] art. 55quater T.U.
[4] D. Lgs. 286/1999

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: