Politiche urbane


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.3.4.2       Politiche urbane

In generale, l’efficacia delle politiche urbane dipende dall’assetto istituzionale dei poteri locali. Ad esempio in Cina tali poteri sono attribuiti a enti territoriali mentre in Italia solo recentemente sono state istituzionalizzate le città metropolitane, in Francia ci sono le agglomerazioni urbane, le comunità urbane che gestiscono le forme di città estese, e nella maggior parte degli altri Paesi esistono forme di governo di area vasta (USA con le City-county, Giappone con i Gun-distretti e la Germania con gli Stadtkreise). Oltre l’assetto istituzionale è determinante la politica in generale e il suo regime, cioè i principi e gli indirizzi che il Governo adotta per assicurare il benessere ai cittadini[1].

Le politiche urbane sono essenziali per i processi di accumulazione capitalista e si manifestano come un processo geografico che tende a creare e determinare le regioni urbane. I processi di accumulazione che generano un plus valore sono speculativi, secondo Harvey, e l’aspetto fondamentale è determinato dalle infrastrutture fisiche e sociali. E’ la politica che precede gli investimenti affinché ci siano le condizioni necessarie per l’investimento e il ritorno economico desiderato[2].

Un approccio analitico comparativo delle politiche urbane europee[3] è fornito da Carlo De Luca che ci consente di avere un quadro completo del periodo che va dal 1940 al 2010.

Nella prima fase evidenzia “politiche prevalenti” che assumono uno spiccato carattere «settoriale», cioè la politica della casa, dell’istruzione, la stessa politica di welfare, che sono tipi di politiche, distributive o re-distributive, e privilegiano l’assistenza settoriale. L’obiettivo di questa fase è senza dubbio l’espansione fisica delle aree urbane.

Il 1970 è l’anno considerato sparti acque da un periodo all’altro. Nel secondo periodo le politiche si complicano assumendo diverse connotazioni: contrattuali[4], concorrenziali[5], passive[6] e pertinenti[7]. L’obiettivo della seconda fase è risolvere le controversie e le disfunzioni generate dalla prima. I problemi rilevati sono: l’emarginazione sociale, le difficoltà economiche, la divisione spaziale alienante e costrittiva, l’ingiustizia e l’insicurezza collettiva che si manifestano nei quartieri europei.

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Secondo De Luca, una prima soluzione ai problemi è la promozione di politiche urbane integrate e multidisciplinari agendo su tre questioni: livelli decisionali (a cui guardare e riferirsi), discipline (con le quali agire) e attori (con i quali interagire). Nel campo decisionale si suggeriscono due strade: implementare la partecipazione e la condivisione delle scelte, e osservare gli ambiti geografici di riferimento (territoriale e ambito di quartiere)[8].

Rispetto ai quadri appena esposti che consentono sia una sintesi e sia una chiarezza delle politiche urbane, oggi, secondo lo scrivente coesistono due criticità: (1) l’implosione del capitalismo coniugato con la regressione culturale della classe dirigente e l’ignoranza funzionale delle masse, e (2) la nuova armatura urbana costituita da comuni centroidi e conurbazioni estese che non sono correttamente governate. Queste criticità producono inerzie politiche nel pensare e proporre nuove azioni urbane capaci di affrontare i problemi sociali e ambientali della nostra epoca. La fragilità sociale è collegata all’implosione del sistema economico, che a sua volta, seguendo gli schemi neoliberali, chiede la riduzione dei servizi e delle dotazioni di welfare materiale e immateriale negli ambiti urbani, con gravi ricadute sui ceti meno abbienti: anziani e giovani coppie. Negli ultimi venticinque anni, le amministrazioni locali caratterizzate dall’elezione diretta dei Sindaci, convivono con almeno quattro fattori di difficoltà che condizionano le politiche urbane: la recessione economica, la riduzione dei trasferimenti statali agli Enti locali, l’aumento della percezione dei problemi ambientali, e le migrazioni. Questi fattori si sommano ai processi di trasformazione urbana consolidati, quelli che hanno creato nuove aree urbane, e di fatto rendono obsoleti gli attuali livelli amministrativi, poiché gli abitanti vivono e utilizzano territori di area vasta.

Nel 2016 Urban@it[9] pubblica il suo secondo Rapporto sul tema di una nuova “agenda urbana nazionale” con un approccio municipalista o dal basso, osservando gli ultimi venticinque anni di governi locali del modello maggioritario ed elezione diretta del Sindaco. La pubblicazione elenca i temi e le recenti questioni urbane, dalla sicurezza in relazione ai processi di indebolimento sociale innescati dalla recessione economica, alla riduzione dei servizi e delle dotazioni di welfare, l’invecchiamento della popolazione e l’immigrazione. I Governi dovrebbero garantire risorse finanziarie per offrire opportunità di «sviluppo e coesione» interpretando la resilienza e la rigenerazione come «principi per l’azione». Le politiche dovrebbero finanziare «progetti di messa in sicurezza, manutenzione, cura e tutela del patrimonio naturale e antropico, di connessione e relazione spaziale, orientate a produrre azione sociale innovativa, indirizzate a sviluppare imprenditività a ogni livello, volte all’abilitazione degli attori coinvolti».

Il Governo italiano attraverso le leggi di stabilità del 2015 e del 2016 promuove bandi per le aree urbane degradate e le periferie. I bandi sono gestiti da due diverse strutture delle Presidenza del Consiglio, il Dipartimento per le Pari opportunità e il Segretariato. Ci sono altri quattro Ministeri che si occupano a diverso titolo dello stesso tema: Infrastrutture e trasporti, per la casa e le opere pubbliche; Sviluppo economico, per l’energia; Beni e attività culturali, per l’arte e l’architettura contemporanea; Ambiente, per le sue competenze. Oltre al fatto che esiste il Comitato Interministeriale per le Politiche Urbane (CIPU). Sembra che il Governo italiano sia alquanto scoordinato, disorganizzato e confuso circa il tema delle aree urbane, e ciò si riflette sull’abbandono del territorio italiano, nonostante le note criticità di carattere sismico, idrogeologico e sociale, e l’enorme patrimonio culturale da conservare. Invece ONU e UE promuovono le proprie agende urbane, Habitat III e il Patto di Amsterdam muovendosi su temi come l’ambiente, il sociale e l’economia al fine di migliorare gli insediamenti umani e nella speranza di attrarre investimenti privati e pubblici. Secondo lo scrivente tutti questi approcci hanno il difetto di privilegiare l’ideologia neoliberale forgiata sul primato del mercato a danno delle collettività.

Collegamenti ai paragrafi:

Collegamenti ai capitoli:

[1] Dematteis & Lanza, Op. Cit., 2014.
[2] Harvey, Op. Cit., 1998.
[3] De Luca, “Il quartiere nelle politiche urbane europee: criticità e prospettive”, in Tra territorio e città: ricerche e progetti per luoghi in transizione, Firenze, 2014.
[4] «In uno stato centralizzato i contratti sono uno strumento che permette l’azione comune (tra Stato, autorità locale e i diversi attori in gioco) entro una pluralità di interventi pubblici» De Luca, Op. Cit. pag. 37.
[5] Si identifica coi sistemi liberali o neoliberali.
[6] «Passivo è uno stato che in quest’azione politica, anche dal punto di vista finanziario, investe troppo poco» Ibidem.
[7] «È una politica che tenta di adattarsi e strutturarsi sempre più come un sistema di opportunità cooperative» Ibidem.
[8] Un diverso livello territoriale sul quale agire è la bioregione urbana individuata da Alberto Magnaghi, ed è in quest’ottica che i quartieri potrebbero essere riqualificati e valorizzati attraverso un processo di identificazione del patrimonio latente e giacente, all’interno di una fase di scomposizione e ricomposizione della stessa metropoli (De Luca, Op. Cit., 2014).
[9] Centro nazionale di studi per le politiche urbane.

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