La risposta all’industrialismo è la scienza dell’urbanistica


Breve estratto dalla tesi di laurea magistrale in Architettura (Uni Parma, DIA) “Rigenerazione a Salerno. La rigenerazione urbana attraverso la bioeconomia”:

1.1.1.1.1       La risposta all’industrialismo è la scienza dell’urbanistica

Tornando alle iniziative politiche per fronteggiare i problemi dello sviluppo industriale nelle città durante l’Ottocento[1], a seguito delle cattive condizioni igieniche in Italia venne approvata la legge 2359/1865 che riguardava l’espropriazione per pubblica utilità ed intervenire per risanare le città, poi la legge 2892/1885 per risanare Napoli[2]. E’ l’Ottocento il secolo che pone le basi tecniche[3] e culturali della rigenerazione per fornire progetti concreti ai problemi[4] delle città. In quel periodo, diversi elementi contribuirono ad avviare cambiamenti sociali: l’utopia in quanto tale poiché capace di immaginare un futuro desiderabile e critica della società esistente; poi contribuirono l’evoluzione tecnica e scientifica, e l’educazione della popolazione; e infine il pensiero moderno desideroso di ordine e organizzazione[5].

In quel secolo Ildelfons Cerdà nel 1854 pubblicò la Teoria dell’urbanizzazione prima, e nel 1867 la Teoria generale dell’urbanizzazione. Cerdà ebbe l’enorme merito di iniziare la scienza dell’urbanistica ponendo al centro del dibattito il tema della corretta pianificazione per consentire a tutti i cittadini, senza distinzioni di classi sociali, di poter godere e usufruire dei servizi in funzione dei bisogni umani: igiene, circolazione urbana e giusta politica fondiaria[6]. Cerdà propone una teoria su cinque dimensioni della pratica urbana: tecnica, legale, economica, amministrativa e politica. Ad esempio, la tecnica è costituita dall’urbanización, la costruzione della città: le vie o strade urbane, le tipologie di griglia stradale; i nodi della griglia; gli isolati, cioè gli spazi ritagliati dalla griglia stradale; le tipologie e le modalità di costruzione degli isolati. Il piano di Cerdà, l’ensanche di Barcellona, è la cosiddetta città compatta[7].

Dello stesso secolo la pubblicazione di Camillo SitteDer Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen (1889), L’arte di costruire la città. Sitte pubblica uno studio sulle città e la loro bellezza[8] legata al carattere storico dei luoghi urbani composti da piazze e monumenti, un’interessante indagine della qualità dello spazio pubblico ereditato dalla storia. Nel 1898 Ebenezer Howard pubblica Tomorrow, a peaceful path to real reform, poi ripubblicato col titolo Garden cities of tomorrow. Lo scopo di Howard era migliorare le condizioni abitative attraverso il controllo della densità, l’affollamento e trasferendo parti delle città grandi in piccole città più equilibrate. Egli propose una «nuova tipologia urbana, basata sul decentramento della metropoli secondo unità autonome e con l’utilizzo di edifici monofamiliari»[9]. La proposta di Howard è il primo grande progetto di sostenibilità urbana che comprenda la sopravvivenza degli abitanti individuando fasce di produzione del cibo per l’auto consumo della città. La città-giardino teorica presenta analogie con la piccola città storica e Howard pensa a piccole città a grappoli ben collegati fra loro con trasporti rapidi. Egli reintrodusse «l’antico concetto greco del limite naturale alla crescita di ogni organismo e di ogni organizzazione e restituì misure umane all’immagine della città»[10]. Il finanziamento di quest’operazione si reggeva sulla rendita fondiaria mescolando cooperazione e competizione per trasferire i profitti alla comunità. «La città giardino trova il suo fondamento realistico nella impostazione economica. […] Il bilancio annuale dell’impresa deve perciò tener conto da un lato delle spese costituite dagli interessi ai capitali anticipati, dagli ammortamenti, dalla costruzione e manutenzione delle opere pubbliche e dagli oneri per scopi sociali, dall’altro delle entrate costituite dai redditi dei terreni. Presupposto per la realizzazione di questo piano è la costituzione di un ente collettivo unico gestore della complessa impresa immobiliare. […] La proprietà e il controllo collettivo del terreno sono quindi la base economica essenziale del progetto»[11]. La città giardino è la città per nuclei conclusi, distanziati, di dimensioni finite e in gran parte autonomi, organizzati gerarchicamente rispetto alla città madre[12]. La proposta howardiana, in Italia verrà comunemente etichetta come “decentramento” e influenzerà l’urbanistica europea contrapponendosi alla proposta della cité industrielle di Tony Garnier[13], le proposte avevano in comune, più o meno, lo stesso carico urbanistico di circa 30.000 abitanti. Il primo esempio italiano fu Milanino (1906) ove l’Unione cooperativa acquistò 130 ha che gestì in proprio e per i suoi soci, una parte destinata ai ceti meno abbienti per calmierare i prezzi, una piccola parte da vendere a libero mercato. Le densità previste furono quelle howardiane[14] [15]. Qualche anno più tardi, nel 1919 nascerà la cooperativa Città Giardino Aniene e Gustavo Giovannoni progetterà il nuovo insediamento urbano omonimo: la città-giardino di Aniene, 1924 (oggi quartiere Monte Sacro). Secondo Caniggia e Maffei le «logiche derivate dalla città giardino hanno realizzato l’anticittà per eccellenza, postulante l’aggregato di unità edilizie monofamiliari, e comunque rescisse, separate da spazi liberi»[16].

Dal punto di vista della sensibilità ecologica nel 1828 Gilbert Laing Meason ispirato dai dipinti verdeggianti dei pittori italiani pubblica On the landscape architecture of the great painters of Italy. Lo scopo di Meason era di importare nel suo paese una corretta progettazione del paesaggio per integrare le residenze con parchi e giardini. La sua iniziativa fece nascere una specializzazione della progettazione “l’architettura del paesaggio”, e nel 1899 nacque l’American Society of landscape architects. Jean-Claude Nicolas Forestier, con Robert de Souza, nel 1906 pubblica Grandes villes et systèmes des parcs esponendo la teoria degli spazi aperti.

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[1] Fra il 1853 e il 1877 si avviarono i grandi piani dell’urbanistica moderna attraverso sventramenti per ridurre i problemi d’igiene con nuove morfologie urbane. Parigi (1853-1869) con l’opera di Hausmann; Bruxelles (1867-1871) sotto la guida di Anspach; Vienna (1859-1872) con la sistemazione del Ring (cintura verde); Barcellona (1859) e il plan Cerdà; Firenze (1864-1877).
[2] «Nel 1885, in seguito a una violenta epidemia di colera e un’efficace campagna di stampa che porta davanti all’opinione pubblica le drammatiche condizioni di vita della popolazione di Napoli, il governo Depretis assume l’impegno di promuovere interventi radicali. E lo fa con una legge con la quale finanzia un ridisegno igienico di interi quartieri malsani del centro della città vecchia. Lo strumento utilizzato è lo “sventramento” termine mutuato dal lessico medico che ha un immediato successo in ambito urbanistico» Calabi, Op. cit., 2005.
[3] Nel 1806 nascono l’Ecole Polytechnique di Parigi e la Scuola Tecnica Superiore di Praga, quella di Vienna nasce nel 1815 e nel 1825 quella di Karlsruhe; mentre nel 1803 nasce l’organo degli ingegneri civili di Londra e i corsi di ingegneria a Pavia, a Napoli si aprono nel 1811 e a Roma nel 1817. Nel loro insieme tali corsi nascono anche con l’intento di formare uomini preparati nel risolvere problemi di acque, viabilità e modernizzazione delle amministrazioni municipali.
[4] «Tra il 1800 e il 1845 nel Regno Unito vengono approvate dal parlamento quasi 400 leggi di miglioramento locale (Local Improvement): si tratta di provvedimenti edilizi e provvedimenti relativi al controllo sanitario nelle città dell’Inghilterra e del Galles» Calibi, Op. Cit., Venezia, 2005, pag. 85.
[5] Bauman, Op. Cit., 2018.
[6] Cerdà, Teoria generale dell’urbanizzazione, Milano,1995.
[7] Si tratta di una lottizzazione a maglie regolare, innervata da cinque assi stradali e dal sistema delle vie ferrate. «La città è composta da circa 1200 isolati: un’aggregazione di 25 blocchi forma un quartiere, servito da una scuola, una chiesa, una caserma; quattro quartieri, ovvero 100, isolati formano un distretto al quale corrisponde un mercato; l’unità superiore, il settore, è formata da 400 isolati e dotata di due parchi urbani, di un ospedale, edifici amministrativi e industrie. Secondo il progetto, la superficie coperta dell’isolato è pari a 1/3, con un volume edilizio di 27.000 mc. L’isolato è inserito in una scacchiera con quattro lati di 113 mt smussati agli angoli e una superficie complessiva di 12.370 mq» (Gabellini, Tecniche urbanistiche, Roma, 2002, pag. 130).
[8] La bellezza è un concetto antico e appartiene all’uomo. La prima teorizzazione della bellezza fu espressa dallo scultore Policleto (Argo, V sec. a.C.). Ritroviamo la bellezza nel primo trattato sull’architettura di Vitruvio, De architectura, e la sua famosa triade firmitas (stabilità), utilitas (utilità), venustas (bellezza). La venustas è divisa in sei concetti: ordinatio (ordine); dispositio (disposizione); eurythmia (armonia); symmetria (proporzione); decor (decoro); distributio (economia). La bellezza verrà poi ripresa dai trattatisti del Rinascimento fino al Sette-Ottocento.
[9] Calabi, Storia dell’urbanistica europea, Milano, 2008, pag. 23.
[10] Mumford, Op. Cit,, Milano, 2002, pag. 638.
[11] Chiodi, La città moderna. Tecnica urbanistica, 2006, pag, 374.
[12] Gabellini, Op. Cit., Roma, 2002.
[13] Nel 1901 Tony Garnier presenta il progetto di una città di 35.000 abitanti per parti funzionali organizzata su un sistema stradale e ferroviario, e a bassa intensità di uso dei suoli.
[14] Lo schema urbano di Howard dà luogo ad una città con un’estensione di circa 2.429 ha, dei quali 2.023 dedicati all’agricoltura con una densità media di 1 ab/ha (circa 2.000 abitanti), e 405 ha di nucleo urbano con una densità media di 60 ab/ha (circa 25.000 abitanti).
[15] Bianciardi, Alessandro Schiavi. La casa e la città, Bari, 2005.
[16] Caniggia & Maffei, Il progetto nell’edilizia di base, Venezia, 1984, pag. 241.

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