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Archive for the ‘decrescita felice’ Category

Area urbana di Salerno 06 sprawl 13

Sprawl urbano nel salernitano, si vedono due lottizzazione isolate nell’ambito rururbano.

L’esplosione della recente bolla immobiliare, la crisi urbana e la pulsione a nuovi interessi per la campagna possono condurre a interventi urbani sbagliati e persino speculativi. Da molti anni gli abitanti urbani vivono in aree poco accoglienti, inquinate e spazi che alimentano l’inquietudine urbana. Infelici nelle città gli abitanti possono cadere in facili tranelli spinti da pulsioni di rigetto. Sentimenti egoistici sono alimentati da illusioni e fascinazioni verso sedicenti progetti sostenibili. Perso il senso di comunità nelle città, ci si immagina di poterlo ricostruire seguendo azioni riconducibili alla religione capitalista liberale e neoliberale, che mercifica ogni cosa, anche le tecnologie sostenibili. E così non sorprende osservare che da qualche anno stanno emergendo sempre più sedicenti progetti “sostenibili” chiamati “eco-villaggi”, ma sono nuove lottizzazioni “eco-compatibili” nei pressi delle aziende agricole. Immobiliaristi presentano agli uffici comunali progetti di valorizzazione fondiaria e immobiliare nell’ambito periurbano e rururbano, come accadeva ai tempi delle periferie degli anni ’60 e ’70. Altro che stop al consumo di suolo, ci troviamo nuove espansioni che alimentano il famigerato fenomeno dello sprawl urbano, sulla base di iniziative private utilizzano il linguaggio della sostenibilità per avere nuove rendite immobiliari. Si sfrutta la sensibilità dei temi “ecologici” presentando progetti di edifici che impiegano le nuove tecnologie, e rispettano i nuovi standard energetici sui suoli che una volta erano agricoli. Dal punto di vista dell’urbanistica si tratta di piani di lottizzazione che consumano suolo agricolo, ed hanno il vizio di aumentare i costi di gestione delle aree urbane, dal punto di vista culturale si tratta di becere speculazioni egoistiche che ignorano completamente i problemi delle aree urbane caratterizzate da volumi inutilizzati e sottoutilizzati che generano degrado urbano. Non è un caso che persino i costruttori ambiscono a rigenerare gli insediamenti esistenti piuttosto che continuare a far crescere le città, o addirittura urbanizzare la campagna, poiché peggio di così non si potrebbe fare. Una rigenerazione urbana bioeconomica si occupa degli insediamenti urbani esistenti, si occupa degli abitanti che oggi vivono nelle aree urbane dilatate e dispersive, per compattare e riorganizzare l’esistente riducendo l’impronta ecologica delle città, e suggerendo stili di vita sostenibili. Secondo l’approccio liberale è legittimo pensare di promuovere la costruzione di nuovi volumi in periferia ma quando si tratta di suoli agricoli sarebbe normale rispettare i principi e le regole della legge urbanistica, poiché urbanizzare la campagna, come suggeriscono di fare iniziative private divulgate da sedicenti siti che si dicono “decrescenti”, significa alimentare proposte contra legem oltre che essere l’espressione di avidità ed egoismo. Pensare di rinchiudersi in comunità autoreferenziali, più o meno come accadde in alcuni esperimenti falliti nell’Ottocento, non solo è anacronistico ma sembra l’espressione di capricci e sintomi di intolleranze. In una società completamente interconnessa si ha l’opportunità di contaminare la società con progetti bioeconomici per cambiare l’esistente, si ha l’opportunità di migliorare ciò che ruota intorno a noi, mentre chi ha la velleità di fare divulgazione “alternativa” dovrebbe avere la maturità di distinguere i progetti utili dalle speculazioni, e dai progetti persino dannosi. Se alcuni divulgatori non sanno fare distinzioni allora è chiaro che non si conosce la sostenibilità, e tanto meno la bioeconomia di Georgescu-Roegen che ha suggerito lo sviluppo della filosofia politica chiamata alla decrescita felice, ed ovviamente non si conoscono i problemi ambientali e sociali della aree urbane e rurali.

Nel senso stretto la bioeconomia studia le città come sistemi metabolici e adotta strumenti di misura come i flussi in entrata e in uscita, e suggerisce la riduzione o la cancellazione degli sprechi minimizzando gli impatti ambientali. Dal punto di vista della pianificazione urbanistica sappiamo che le aree urbane presentano tessuti e aggregati edilizi mal costruiti, e pertanto si rendono necessari piani e progetti di rigenerazione e recupero dell’esistente. I problemi sociali e ambientali possono essere affrontati da piani attuativi di recupero poiché la rigenerazione crea opportunità di nuova occupazione utile, sia riconnettendo la campagna alla città e sia intervenendo sui singoli problemi delle aree urbane, dalla mobilità alla riqualificazione energetica, dalla prevenzione del rischio sismico al recupero dei centri storici. Il periurbano e il rururbano sono gli ambiti territoriali da vincolare e favorire la produzione di cibo per gli abitanti della città.

Chi ambisce a lasciare la città per vivere in campagna potrebbe sostenere i progetti di recupero dei borghi, spopolati molti anni fa dai processi di accumulazione del capitale avviati dai grandi centri urbani, questi piccoli centri continuano a perdere abitanti a favore delle aree urbane, fino a diventare vere e proprie città fantasma. E’ in questi contesti abbandonati che si potrebbero sostenere processi di riterritorializzazione che fanno rivivere i piccoli centri urbani.

di Giuseppe Carpentieri (dott. arch. ing. jr.), Fabio Cremascoli (pianificatore) ed Ermes Drigo (architetto urbanista)

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In letteratura esiste una sterminata documentazione, persino commerciale, che può informare e formare qualunque persona interessata e curiosa che intende farsi un’idea circa l’uso razionale dell’energia. A partire dai libri scolastici sulla termodinamica fino ai corsi universitari. Nelle biblioteche c’è tutto!

A mezzo internet possiamo conoscere la situazione di partenza, è facile, basta cliccare sul sito Agenzia internazionale dell’energia e conoscere sia il bilancio energetico e sia gli usi finali.

In Italia la prima legge è stata la n.10/91, rimasta inapplicata per anni. Oggi siamo giunti alle norme nZEB (Nearly Zero Energy Building) per gli edifici a energia quasi zero. Per l’energia basta poco. Ciò vuol dire che nonostante una inadeguata classe politica, esistono leggi e norme che favoriscono il risparmio energetico mentre tutta la progettazione è orientata dall’uso razionale dell’energia. Il peso di una classe politica inadeguata produce danni economici per il Paese, poiché ostacola e rallenta le opportunità di migliorare la qualità di vita dei cittadini e non favorisce l’occupazione utile.

La sostenibilità in edilizia è determinata dalla progettazione che disegna un involucro dell’edificio capace di garantire il comfort degli spazi interni con l’impiego di materiali a basso impatto ambientale. La progettazione deve tener presente i principi di eco-efficienza e di sufficienza energetica. Negli edifici esistenti si predispone la diagnosi energetica per misurare il reale fabbisogno. Allo stato attuale dei flussi energetici è importante ridurre la domanda di energia da fonte fossile (petrolio e gas) perché esistono sprechi evitabili con l’impiego di diversi “accorgimenti” e l’impiego di nuove tecnologie. L’eco-efficienza e la sufficienza energetica si raggiungono adeguando l’involucro dell’edificio ai nuovi standard che prescrivono la riduzione degli sprechi. Facendo manutenzione degli edifici esistenti è possibile ridurre la domanda di energia impiegando tecnologie che sfruttano le fonti alternative, raggiungendo due obiettivi: migliore comfort abitativo e cancellazione degli sprechi conseguendo un risparmio economico.

Come si evince dai digramma dei flussi di energia dell’IEA, l’Italia dipende dagli idrocarburi e il dovere delle istituzioni è ridurre drasticamente tale dipendenza attraverso politiche industriali e strumenti finanziari ad hoc. Le motivazioni sono banali, gli idrocarburi sono fonti non rinnovabili, oltre che inquinanti e con scarsa capacità di produrre occupazione utile rispetto all’indotto delle fonti energetiche alternative che possiedono anche la virtù di non inquinare durante il loro esercizio.

 

IEA Balance Italia energia

Italia, bilancio energetico, fonte IEA.

 

 

IEA usi finali Italia energia

Italia, usi finali, fonte IEA.

Dal diagramma degli usi finali si osserva che una buona parte degli idrocarburi è impiegata nei trasporti e negli edifici. L’aspetto “curioso” è che sia nei trasporti e sia per gli edifici, da anni, le tecnologie per migliorare l’impiego finale ci sono. L’inerzia politica che conserva la dipendenza energetica dagli idrocarburi produce danni economici.

Gli edifici potrebbero diventare persino piccole centrali di energia, e messe in rete rappresentano una grande centrale realizzando in maniera efficace la cosiddetta rete distribuita.

E’ un interesse pubblico primario programmare l’auto sufficienza energetica, conservare la dipendenza dagli idrocarburi è un interesse privato delle imprese e rappresenta un danno economico per il Paese e per i cittadini, che pagano inutilmente una dipendenza resa obsoleta grazie all’innovazione tecnologica, che attraverso l’impiego di un mix tecnologie ci rende liberi da poteri privati sovranazionali.

Età degli edifici e consumi energetici

 

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Cos’è la decrescita felice?

Prima di parlare di decrescita felice è necessario fare una premessa circa il nostro sistema economico, poiché crescita e decrescita sono termini economici, non hanno un’accezione negativa o positiva in sé e pertanto vanno declinati. Ad esempio, la crescita di un tumore è negativa. Grazie alla programmazione mentale dei media l’immaginario collettivo crede che la crescita del PIL sia sinonimo di benessere ma questo non solo è falso, ed ahimé, è vero il contrario.

Gli esseri umani indirizzati dalla più grande forza religiosa degli ultimi trecento anni, il capitalismo, continuano a lasciarsi addomesticare per sperimentare percorsi di falsa crescita individuale e regressione culturale collettiva.

Tutte le scelte politiche delle nostre istituzioni sono condizionate dall’ideologia della crescita, cioè dal capitalismo che ignora le leggi della natura. Sono tre gli indicatori principali: Prodotto Interno Lordo, cioè il PIL, l’espansione monetaria e il petrolio, ma a partire dagli anni ’80 il capitalismo si è trasformato attraverso un processo di deregolamentazione dei mercati e dei capitali sia modificando il ruolo del sistema bancario e sia ampliando strumenti per le cosiddette giurisdizioni segrete.

L’economia capitalista neoclassica si fonda su quattro fattori della produzione: la natura, il lavoro, il capitale e l’organizzazione; inoltre considera la teoria della domanda e dell’offerta, e la funzione della produzione finalizzata all’aumento della produttività (massimizzazione del profitto). Gli altri indicatori quali il rapporto debito/PIL e il patto di stabilità e crescita dell’UE seguono comunque l’obiettivo della crescita della produttività. In più, tutti i giorni i media ci massacrano di opinioni circa gli scambi delle borse telematiche.

Il capitalismo sfrutta il sistema finanziario del mercato borsistico ma tale mercato crea un valore fittizio del capitale, tant’è che le imprese più grandi, in termini di valore, hanno aumentato il proprio valore di capitalizzazione attraverso la finanza superando di gran lunga l’economia reale, e grazie all’opacità del sistema bancario occulto. Nel processo capitalistico l’aumento del capitale avviane attraverso la finanza, l’informatica, l‘evasione fiscale e il controllo diretto delle risorse finite del pianeta ma riducendo il lavoro, l’organizzazione e la natura. Nell’economia reale l’aumento del capitale avveniva grazie al lavoro, l’organizzazione e alla natura, oggi non è più così poiché una deregolamentazione (zone economiche speciali) abbinata a una ricerca scientifica finalizzata alla robotica ha favorito la sostituzione dei lavoratori con le macchine conseguendo una maggiore concentrazione dei capitali nelle mani di pochi.

Se l’obiettivo è favorire l’occupazione basta osservare i dati di Legacoop: attraverso l’Alleanza delle coop raccolgono circa 12 milioni di soci e danno lavoro a circa 1,2 milioni di persone, con un fatturato di circa 127 miliardi di euro. Se raffrontiamo Facebook con Legacoop ci rendiamo che il software di Mark Zuckerberg, utilizzato per spiare e commercializzare i gusti delle persone, da lavoro a circa 5 mila persone. Lo Stato italiano, secondo i dati raccolti dal Commissario Cottarelli ha circa 3,4 milioni di dipendenti. Ergo, la cooperazione e lo Stato creano più lavoro delle SpA.

Gli ingenti capitali creati dal nulla sono controllati da una ristrettissima élite; buona parte di questa ricchezza virtuale rimane inutilizzata e una piccola parte è investita per gestire gli interessi di pochi (distribuzione della ricchezza).

Oxfam Italia economia dell'1%

Oxfam distribuzione ricchezza Italia 2015

Distribuzione della ricchezza, fonte Oxfam Italia.

Come mostrano i dati rielaborati da Oxfam, all’interno del sistema capitalista, e come preconizzò Marx, è l’accumulo di capitale la ricchezza che connota i rapporti fra Stati, imprese e individui; e non la cultura o la condotta morale delle persone. L’egoismo e l’avidità sono motori della società moderna capitalista. Cosa ancora peggiore, nella società moderna, il capitalismo ha preferito favorire la conoscenza e la ricerca che sostiene l’accumulo del capitale stesso (finanza, copyright, brevetti, sistema offshore). Nel mondo dell’economia neoclassica i quattro fattori della produzione sono considerati in maniera arbitraria realizzando un inganno tipico dell’economia, e cioè ridurre infinitamente la natura, il lavoro e l’organizzazione per aumentare infinitamente il capitale. Ed è ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni in Occidente. Con questo inganno l’economia globale ha potuto accumulare il capitale attraverso le speculazioni finanziarie (cioè non lavorando), la segretezza bancaria e lo sfruttamento delle risorse finite del pianeta. La cosiddetta old economy delle imprese occidentali ha aumentato i dividendi riducendo i costi, cioè pagando meno le materie prime e svalutando i salari; l’industria bancaria ha aumentato i dividendi imbrogliando gli Stati mentre la new economy come l’industria bancaria, cioè senza lavorare, ha aumentato i dividendi non pagando le tasse e sfruttando internet come acceleratore pubblicitario, uno strumento molto più pervasivo e pericoloso della televisione poiché usufruito anche dai bambini. Nel sistema euro, per inseguire i capricci delle imprese, la svalutazione dei salari (e la flessibilità) è persino programmata dai Governi dei cosiddetti paesi “periferici” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), e tale scelta adesso è intrapresa anche da alcuni paesi “centrali” (Francia e Germania) per rilocalizzare alcune produzioni e competere coi mercati asiatici. Questa forma di schiavitù volontaria, è chiamata “esercito industriale di riserva”.

Tutta la nostra società è stata forgiata all’interno di questa ideologia ove l’uomo viene alienato e rinchiuso in un sistema mercantile compulsivo. Questa ideologia detta le linee guida ai Governi, che hanno innescato una generale regressione della specie umana favorendo la distruzione del senso di comunità. Prima il capitalismo mercantile, e quello neoliberale dopo hanno favorito l’egoismo, l’avidità, la competitività e il nichilismo poiché una delle fonti di sostegno è la psico programmazione mentale avviata dalla pubblicità che crea bisogni indotti, a partire dai bambini. Il capitalismo necessita di consumatori capricciosi e non di persone mature. Per le imprese è fondamentale inventare il desiderio di acquistare le merci, poiché è la forza necessaria per sostenere la produttività.

Tale ideologia e tutti questi indicatori divulgati quotidianamente dai media rappresentano una maschera che nasconde ciò che veramente riguarda la specie umana. La vita su questo pianeta è determinata dalla fotosintesi clorofilliana e dall’energia. Siamo l’unica specie di questo pianeta che ha inventato l’economia e la moneta per regolare gli scambi, tutte le altre specie, rispettando le leggi della natura, sono parte di un sistema circolare degli scambi, cioè gli scarti di una specie sono risorse per le altre, tutto in perfetto equilibrio chimico fisico.

Persino la favola della crescita che produce occupazione è facilmente svelata osservando i dati pubblicati dall’Istat:

relazione PIL popolazione occupazione

Fra il 1960 e il 2011 il rapporto fra occupati e popolazione resta pressoché invariato attestandosi al 38% (2011), mentre dal 1960 al 2011 il PIL è costantemente in aumento lasciando invariata la percentuale degli occupati rispetto alla popolazione. Se leggiamo attentamente il rapporto osserviamo persino un leggero calo, cioè gli occupati sono diminuiti in rapporto all’aumento della popolazione; dal 40% del 1960 al 38% del 2011, possiamo persino asserire che la crescita del PIL può favorire un aumento della disoccupazione.

La decrescita felice è una filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, cioè nasce in ambito economico poiché studia e critica il sistema della crescita, ovvero l’aumento continuo della produttività. Secondo Nicholas Roegen-Georgescu la funzione della produzione dell’economia neoclassica è incompleta, sbagliata e fuorviante poiché non tiene conto dei flussi di energia e materia, e così egli propose un nuovo modello di flussi-fondi in entrata e uscita, copiando le leggi della natura negli scambi economici. E’ la termodinamica la radice culturale (entropia) della bioeconomia. In quest’ottica bioeconomica è possibile osservare l’uso delle risorse, e capire quali sono i processi di trasformazione delle materie prime cogliendone sia i consumi e sia gli impatti sull’ambiente, indipendentemente dal profitto ottenuto.

Poiché tutta l’economia globale si occupa prioritariamente dell’aumento indiscriminato della produttività misurata con l’indicatore quantitativo del Prodotto Interno Lordo, la decrescita è una valutazione qualitativa che suggerisce la riduzione selettiva delle merci inutili. La decrescita secondo la bioeconomia è un miglioramento poiché cancella sprechi e merci inutili. Poiché il presupposto della bioeconomia è la sostenibilità dei processi industriali, accade che i modelli produttivi contabilizzano gli sprechi, gli impatti ambientali, gli impatti sociali, e osservando le capacità auto-rigenerative delle risorse limitate aggiungendo anche valutazioni etiche. Non tutto ciò che si produce è utile e necessario.

La decrescita felice non è un obiettivo ma un processo di transizione, da una società stupidamente avida, mercatista e consumista a una società più umana, più saggia, e prosperosa attraverso l’uso razionale dell’energia e la rilocalizzazione delle attività economiche. Basti pensare all’evoluzione neotecnica nel mondo dell’edilizia. Ristrutturando gli edifici costruiti male è possibile cancellare tutti gli sprechi riducendo la domanda di energia da fonti fossili. Il primo passo è la riduzione della domanda per soddisfare la reale domanda energetica puntando all’auto consumo. Sfruttando le fonti alternative si possono realizzare reti intelligenti scambiando gratuitamente i surplus generati dall’impiego di un mix di tecnologie. Questo significa pianificare la riduzione del PIL, oggi sostenuto dagli sprechi, ma è un miglioramento e per realizzare questa transizione è necessaria una nuova occupazione utile poiché bisogna rigenerare l’intero patrimonio edilizio esistente, costruito fra gli anni ’40 e ’80.

Età degli edifici e consumi energetici

Età degli edifici e consumi energetici (Fonte dati Cresme e info grafica Linkiesta).

Per quale motivo i partiti politici non favoriscono questa transizione?

Perché tutti i partiti otto-novecenteschi sono stati pensati dall’epoca dell’industrialismo, cioè la loro funzione è quella di favorire l’aumento della produttività ma quest’epoca sta volgendo al termine, cioè la fine dell’epoca industriale e della produzione di massa di merci inutili; almeno in Europa è già così, vista la delocalizzazione cominciata negli anni ’70. Con la fine dell’industrialismo le categorie destra e sinistra sono ormai obsolete, mentre è più utile parlare di fine del capitalismo poiché imploso su stesso, in quanto è insostenibile la crescita continua rimasta in piedi dall’inganno della funzione della produzione e dai debiti pubblici e privati, impagabili (il ruolo negativo dell’usurpazione della sovranità monetaria). Se tutti i partiti, nei propri parlamenti, propongono la crescita, cioè l’aumento di produttività, lo fanno per assecondare l’interesse delle imprese, lo fanno poiché il capitalismo è nato per favorire l’aumento delle merci. E’ con l’aumento dei consumi che si stabiliscono le somme da ridistribuire come reddito alle imprese stesse e ai servizi, comprese le clientele che gestiscono i partiti. Se i partiti dovessero perseguire un sistema economico efficiente come quello bioeconomico ci sarebbe una riduzione del loro potere economico e soprattutto si ridurrebbe la produttività delle merci, obiettivo opposto all’interesse delle imprese che hanno un’enorme influenza sul sistema educativo pubblico, e sulla formazione culturale dei politici attraverso i cosiddetti thik tank d’impronta neoliberale.

Negli ultimi trent’anni attraverso l’evoluzione robotica e informatica il capitalismo si è trasformato. Tutte le principali città europee sono state deindustrializzate generando la famosa contrazione, cioè la perdita di abitanti innescata dalla chiusura delle industrie e dalla rendita immobiliare che ha espulso i ceti meno abbienti spingendoli verso i comuni limitrofi. In Italia sono circa 26 le città in contrazione e tale fenomeno coinvolge tutti i principali centri urbani (Milano, Torino, Roma, Napoli, Genova, ….).

Siamo tutti immersi in un cambiamento che facciamo fatica a percepire, anche se la crisi del capitalismo ci aiuta a ripensare e ragionare, poiché stiamo assistendo alla fine del lavoro salariato come l’abbiamo vissuto e coltivato.

Il capitalismo si sta sganciando dal lavoro creato dalla old economy, di cui anche l’edilizia fa parte, e questo coinvolge soprattutto la vecchia Europa poiché le imprese aumentano i profitti sia aumentando la produttività e sia riducendo i costi. E il lavoro è una merce costo che si può ridurre delocalizzando i processi produttivi in aree prive di diritti sindacali, e in cerca di nuova schiavitù. Questo processo si è già sviluppato e continuerà nei prossimi anni. E’ necessario che anche i sindacati ripensino il concetto di schiavitù, cioè il lavoro salariato. Osservando lo sviluppo tecnologico, non è più accettabile credere di schiavizzare le persone in imprese votate all’accumulo di capitale vendendo merci inutili, e così è necessario orientare lo scopo delle imprese per ricostruire comunità auto sufficienti. In questo modo si favorisce anche la possibilità di creare nuove relazioni creative e quindi città più conviviali.

Esistono soluzioni?

Certo, esiste sempre una soluzione per uscire dalla recessione innescata da un’ideologia che giunge al termine e da un’industria finanziaria fuori controllo, cioè le banche e il mondo offshore, ma non è una strada breve.

Dobbiamo ripensare i paradigmi culturali della società e delle istituzioni favorendo lo sviluppo di politiche bioeconomiche poiché migliorano la qualità della nostra vita e creano nuova occupazione. E’ determinante riformare il nostro sistema educativo scolastico e universitario introducendo la bioeconomia. E le classi politiche si devono riprendere il ruolo di comando ceduto al famigerato libero mercato, per un motivo molto semplice, è in pericolo la specie umana, non possiamo continuare con la stupidità della crescita continua. L’ideologia neoliberale non contempla una condotta civica, etica e responsabile ma solo l’accumulo del capitale, cioè l’avidità fine a se stessa, cioè il nulla.

E’ grazie alla bioeconomia che possiamo programmare una rinascita dell’economia locale poiché uno degli aspetti economici più importanti è un riequilibrio fra l’eccesso di economie globali e lo sviluppo di modelli autarchici, cioè i cicli si chiudono in ambiti territoriali ristretti consentendo la tutela degli interessi economici delle comunità (politica industriale).

Come cittadini possiamo fare la nostra parte, uscendo dalla patologia degli acquisti compulsivi. Possiamo sviluppare un’autonomia di pensiero critico e avviare percorsi di auto produzione insieme ad altri cittadini, nella sostanza possiamo ridurre la nostra dipendenza dal mercato per aumentare lo spazio della comunità. In parte questo processo sta già accadendo, basti osservare i gruppi di acquisto ma dobbiamo favorire lo sviluppo di imprese sostenibili ove l’obiettivo non è il profitto ma la qualità dei servizi secondo criteri bioeconomici. L’obiettivo della nostra specie non è l’accumulo di capitale ma perseguire virtù e conoscenze per lo sviluppo della spiritualità oltre che quello materiale. Nei Paesi dove il capitalismo ha prodotto i disastri maggiori, le persone si stanno riprendendo spazi democratici per auto determinarsi, basti osservare Detroit fino alla Grecia, e la Spagna. Il limite al cambiamento è posto solo dalle classi dirigenti sia perché inadeguate e sia perché espressione dello status quo.

Attraverso il paradigma bioeconomico potremmo rispettare meglio la Costituzione poiché cancelleremo l’inquinamento e le diseguaglianze, e potremo sviluppare impieghi utili. Ad esempio, esiste un enorme indotto produttivo nelle attività di riuso e riciclo delle materie prime seconde, chiamate rifiuti, ma è indispensabile creare miniere regionali utili a sostegno delle imprese virtuose.

E’ strategico investire nella tutela del patrimonio più importante per la nostra sopravvivenza: il territorio. Solo nei processi di conservazione dei nostri centri storici e nella rigenerazione delle periferie si creano centinaia di migliaia di impieghi utili, così come nel recupero dei piccoli centri rurali e lo sviluppo dell’agricoltura naturale – la sovranità alimentare – e la rilocalizzazione delle attività produttive. Tutto ciò non è più procrastinabile nel tempo poiché buona parte del nostro patrimonio edilizio esistente giunge a fine ciclo vita, così come non è tollerabile non pianificare la prevenzione primaria del dissesto idro-geologico.

E’ fondamentale costruire un piano economico industriale bioeconomico sulle politiche urbane e territoriali costruendo scenari sociali ed economici per i prossimi venti anni. Le aree urbane e i centri rurali sono i luoghi ove si concentra la maggior parte degli abitanti, e l’inerzia politica nei confronti di questi sistemi vitali produce un danno economico incalcolabile.

Queste azioni politiche abbisognano di ingenti investimenti pubblici e privati, e i programmi politici vanno elaborati partendo dall’approccio bioeconomico che ci libera dall’avidità e dagli sprechi, e focalizza l’attenzione sull’obiettivo: migliorare la qualità della nostra vita.

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La costruzione identitaria di ogni individuo è una questiona politica. L’attuale società capitalista  ha favorito la disgregazione dei popoli poiché ha distrutto il senso di comunità e di appartenenza. Distruggendo ogni capacità di valutare autonomamente, il nichilismo capitalista ha distrutto l’animo umano, il nostro io. Che genere di individuo ha costruito il capitalismo? All’interno del capitalismo, qual è il ruolo che gli individui assumono? Mi sembra di osservare che generalmente le persone “combattono” contro i ruoli che la società ha assegnato loro. Se vogliamo avere un’idea sul carattere di questa società è sufficiente osservare quali individui sono ricoperti di rispetto e ammirazione. In una società come la nostra, la maggioranza degli individui trova rispetto e ammirazione per le immagini proposte dalla pubblicità e dagli affari. Basta osservare il mondo del calcio condizionato dal riciclaggio.

Secondo l’accezione capitalista l’industria delle armi è lavoro produttivo, mentre insegnare a dei bambini come curare un malato è improduttivo; e persino la cosiddetta economia sommersa (droga e l’evasione fiscale) è produttiva poiché alimenta denaro. L’istruzione e i servizi sociali sono considerati costi e soggetti a privatizzazioni continue secondo logiche di mercato e di mero bilancio, al pari di una conduzione aziendale delle imprese. Questo accade poiché l’ideologia capitalista assume come valore è il denaro. E’ tutto il pensiero economico che preferisce ridurre e banalizzare i processi creati dalle imprese, trasformandoli in merce da comprare e/o vendere. Il capitalismo ignora l’etica o il concetto di utilità sociale. Anche un bambino capisce che il capitalismo è sinonimo di violenza, non per gli economisti ortodossi e non per i loro burattini chiamati politici, quelli che ricevono una delega dai cittadini per entrare nelle istituzioni, ma nella realtà amministrano” i capricci di alcune SpA, non governano. La recente evoluzione del capitalismo sgancia il lavoro dal capitale, poiché anche il lavoro non è più l’elemento necessario per l’aumento del valore cioè dell’accumulo di denaro.

In una società come la nostra, dove non esiste una nozione base e condivisa sul carattere, è probabile che si favoriscano psico patologie collettive e deliri suggeriti dai pubblicitari delle corporations. Non essendoci accordo sui valori quali la decenza, l’onestà e la moralità, tutti i soggetti politici contemporanei sono il frutto di questa dissoluzione in quanto, durante gli ultimi trent’anni, ed oggi più di prima, chi ambisce a concorrere per un posto nelle istituzioni è l’espressione dell’egoismo, cioè l’io minimo e l’io narcisista che può avere solo obiettivi personali. L’individualismo è caratteristica di questa società, per tale motivo sono in crisi tutti gli organi intermedi: sindacati, partiti e associazioni, ed è in crisi la vera partecipazione politica fatta di proposte e contenuti e dal carattere altruistico; e non di indignazione fine a se stessa. L’io minimo non necessita di cultura e approfondimenti, le SpA non necessitano di politici ma di consumatori, e così “politici” e consumatori sono la stessa cosa, persone deresponsabilizzate e inconsapevoli: bambini. Un esempio evidente uscendo dalle nostre case sono le città moderne: non più costruite per favorire la convivialità, la cultura, e la spiritualità ma per il becero consumo.

Questo fenomeno nasce all’interno di una società, dove esiste la crisi delle coscienze e delle proprie identità e si trasporta nello spazio politico, dove sparisce il dibattito pubblico, inteso come dialogo intorno all’interesse pubblico. Se osserviamo il panorama dei soggetti politici, spesso asserviti alle multinazionali, questo è del tutto normale poiché buona parte degli attori che partecipano ai processi decisionali sono espressione del vuoto. Per questo motivo la politica “discussa” nelle istituzioni è espressione dei gruppi di interessi, poiché l’immagine di sé, degli attori politici, è la psico programmazione della società capitalista, cioè l’io minimo e l’io narcisista che si allaccia proprio ai gruppi di interesse, questo accade in ogni ambito sia esso locale oppure nazionale ed è la prerogativa della democrazia liberale, quella di rappresentare l’interesse particolare e mai l’interesse generale. Oggi, e non è un caso, le corporations scelgono i propri galoppini all’interno di quel mondo sociale delle rivendicazioni personali, all’interno delle cosiddette vittime della medesima società capitalista, nel senso che la frantumazione sociale contribuisce a fornire immagini di individui vittime del sistema che possono rappresentare meglio quegli interessi particolari del mondo liberale. Le persone vittime parlano solo per se stesse e sono la base delle rivendicazioni politiche. E’ questo un ulteriore declino del bene pubblico. In questo clima di degrado culturale e morale i soggetti politici sono incapaci di sviluppare proposte universali, ma sono ottimi strumenti di manipolazione e di rappresentanza dell’élite degenerata capace di selezionare e addomesticare gli attori vittime cresciute nell’egoismo e nell’io narcisista. Attori vittime che diventano galoppini quando si pongono sul mercato politico al semplice prezzo delle gratificazioni promesse dai gruppi di potere e dalle SpA; è il ritorno al vassallaggio tipico delle società feudali. All’interno di questo breve discorso è evidente che c’è l’elemento della deresponsabilizzazione politica dei cittadini, della nostra apatia, poiché è più facile non occuparsi di temi universali e/o interessi collettivi, poiché significherebbe aver sviluppato un pensiero autonomo, critico e colto, da comunicare alla polis avviando un dialogo, cioè la democrazia. Negli ultimi trent’anni anziché favorire sistemi democratici ove gli individui potevano e dovevano sviluppare capacità di ascolto reciproco nei confronti dei problemi dei popoli, e capacità di visione per disegnare una società migliore, l’ambiente capitalista ha partorito burattini cinici e nichilisti all’interno del teatro politico espressione della pubblicità. Tali attori non devono avere visioni ma solo amministrare le decisioni prese altrove.

Per rimettere le cose a posto è necessario investire energie mentali su noi stessi, uscendo dalle frustrazioni e abbandonando l’invidia sociale, entrambi effetti della società capitalista costruita sulle merci e sul denaro, figuriamoci se tale società poteva favorire lo sviluppo umano dei popoli. Una soluzione pratica è senza dubbio offerta dalle comunità che si auto governano dove al centro c’è la relazione umana, la convivialità e la cultura del saper fare meno e meglio, attraverso scambi che non sono mercantili. Del resto la stessa implosione del capitalismo mostra che il lavoro non serve a perpetrare le strutture sociali, poiché il capitale in una società informatizzata e digitalizzata si alimenta da solo, a seconda dei capricci delle più influenti multinazionali e banche del mondo. Di fronte a questo sistema innaturale e immorale, è del tutto normale che l’opposto dell’egoismo sia l’altruismo ma per dare valore all’agire etico è determinante che le relazioni siano consapevoli e sincere affinché si sviluppi la fiducia per un mondo più evoluto. La consapevolezza si acquisisce solo attraverso la cultura e la fiducia verso un mondo non più mercantile ma bioeconomico, più umano. E’ necessario decolonizzare l’immaginario collettivo, pulirlo dai pensieri tossici e criminali dell’economia ortodossa.

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La fine dell’industrialismo in Europa, in corso d’opera da circa un trentennio, produce diversi effetti: dalla trasformazione dei luoghi urbani fino ai rapporti “sociali” poiché la fine del lavoro salariato non è sostituito con nuova occupazione utile. La ricetta proposta da tutte le forze politiche che controllano le istituzioni è nota: la crescita. Sono almeno trent’anni che i media ripetono gli stessi slogan che non generano effetti positivi per il semplice motivo che la crescita è la causa della disgregazione sociale che subisce il mondo occidentale costruito sull’ideologia del capitalismo.

L’instabilità e la fine del capitalismo consentono di ridiscutere i paradigmi culturali di questa società costruita sull’egoismo, la competitività e il mercato. L’unica proposta filosofica e politica che produce soluzioni concrete emerge dalla bioeconomia, e su questo tema, che nasce negli anni ’70, c’è ancora censura e confusione poiché non è sufficientemente conosciuto e divulgato. La bioeconomia, oltre ad essere sconosciuta dalla maggioranza dei cittadini e degli amministratori, non è argomento di divulgazione mediatica, mentre i gatekeepers divulgano l’ossimoro “sviluppo sostenibile” e la propaganda della famigerata “green economy”.

Prima verità circa la filosofia politica che nasce dalla bioeconomia, e cioè la decrescita: la sua proposta non è un ritorno al passato ma l’esatto contrario, e cioè un’evoluzione culturale, sociale ed economica poiché parte dal presupposto, già dimostrato da Georgescu-Roegen, che l’economia neoclassica capitalista è sbagliata e fuorviante, in quanto ignorante, inefficiente e dannosa. La funzione della produzione bioeconomica risolve le questioni economiche-ortodosse che ignorano l’entropia, e mostra un modello per contabilizzare i flussi di materia ed energia, cioè la vera economia poiché si occupa di uso delle risorse. La bioeconomia, non solo affronta la vera economia ma suggerisce argomentazioni di carattere qualitativo (uso razionale dell’energia) e non più solo quantitativo (economia ortodossa), aggiungendo presupposti etici circa l’uso delle risorse naturali, aprendo a temi non più meramente economici ma valoriali per la specie umana. Se partiamo dal presupposto che tutto l’impianto industriale, economico e culturale della nostra società ha circa trecento anni, ed è stato costruito su aspetti quantitativi secondo l’accumulo di risorse monetarie, è facile intuire l’ostilità dell’élite predominate e dei cittadini contro un paradigma culturale che parte da presupposti quali la felicità umana e l’equilibrio ecologico. E’ ovvio attendersi ostilità, prima di tutto da parte delle persone poiché sono state addomesticate a consumare passivamente qualsiasi cosa proposta dalla pubblicità delle multinazionali. Le capacità persuasive delle multinazionali sono ampiamente favorite dal modello sociale dominante e dai programmi istruttivi e formativi sia scolastici e sia universitari che trasmettono nichilismo, competitività, egoismo e avidità. E’ altrettanto vero che se da un lato le istituzioni hanno programmato una società capitalista, è pure vero che gli effetti negativi consentono anche un ripensamento, partendo proprio dai disastri sociali causati dall’aumento della povertà e dalle immorali diseguaglianze economiche che riducono le opportunità a percorsi di sviluppo umano per buona parte della popolazione. In questo contesto sociale, i cittadini si auto organizzano sviluppando nuovi comportamenti economici alternativi, ma è necessario distinguerli fra dimostrazioni di mera protesta, e gli esempi di bioeconomia che rientrano nei nuovi paradigmi culturali.

Abbiamo detto in precedenza che la bioeconomia è un’evoluzione. All’interno del paradigma odierno, meno Stato e più privati, è naturale attendersi significativi cambiamenti dalle imprese, non perché più o meno illuminate di altri soggetti, ma perché sono l’elemento, entro il sistema capitalistico, che possiedono le risorse finanziare per costruire la transizione ecologica, tant’è che se oggi troviamo le cosiddette nuove tecnologie è attraverso il loro impulso. Dal punto di vista della teoria, anche Stato e cittadini potrebbero finanziare il cambiamento tecnologico dei modelli produttivi. Lo Stato ha, notoriamente, abdicato al potere di emettere moneta e persino a quello di controllare il credito, mentre in ambiti micro economici i cittadini stanno auto gestendo e favorendo lo sviluppo di sistemi di consumo attraverso i cosiddetti gruppi di acquisto solidale, ed anche la produzione di merci e servizi attraverso le cooperative. Se da un lato, lo sviluppo neotecnico di talune imprese rientra certamente nella bioeconomia, poiché sottoposti a processi standardizzati e verificabili; non è scontato che i modelli dal basso dei cittadini siano altrettanto bioeconomici, poiché non è garantita la trasparenza e la consapevolezza dei processi, rimandata alla sensibilità, e alle capacità di coordinatori e partecipanti. In questo periodo di transizione ove giustamente è calata la fiducia nelle multinazionali si stanno sviluppando forme e processi di auto certificazione che si caratterizzano soprattutto per le sensibilità etiche dei cittadini stanchi di pagare merci di dubbia qualità e provenienza, e così sorgono forme spontanee di rilocalizzazioni produttive, ma sono sistemi bioeconomici? Non è facile saperlo, ma se vogliamo sciogliere ogni dubbio, descriviamo un esempio di produzione di beni secondo la filosofia della decrescita felice. Recentemente attraverso il circolo MDF Salerno abbiamo sperimentato un esempio di produzione di un bene che non è una merce, attraverso l’economia del dono in un contesto di convivialità e reciprocità. Qual è la differenza fra un bene e una merce? Il bene viene auto prodotto in un contesto di lavoro vernacolare, non esiste il desiderio di assegnare un prezzo al bene auto prodotto, poiché è finalizzato al soddisfacimento di un bisogno necessario: mangiare olio, auto consumo. Stiamo parlando di bisogni reali e necessari: il cibo, e la trasformazione della materia prima avviene in un ambito territoriale ristretto (filiera corta), non c’è un lavoro retribuito poiché la raccolta è effettuata dai consumatori, i quali apprendono nuove abilità e allargano la loro capacità di auto sostenersi. La materia prima è donata, pertanto non c’è un prezzo da pagare, in cambio di convivialità e/o manutenzione della materia prima, potatura delle piante che altrimenti avrebbero sprecato i loro frutti non consumati. In questa esperienza è concentrata tutta la decrescita felice: il PIL non cresce poiché non si vende una merce, c’è la auto produzione di un bene, c’è la convivialità e il senso di comunità, c’è la trasmissione di nuove conoscenze e il lavoro vernacolare, c’è la tracciabilità e la trasparenza del bene auto prodotto attraverso un’etichettatura delle cultivar, delle tecniche di produzione dell’olio, indicando la provenienza, la data di molitura e la data di scadenza. La decrescita felice attraverso l’auto produzione di beni che non sono merci riduce lo spazio del mercato e aumenta quello della comunità, poiché crea relazioni umane finalizzate alla convivialità.

la decrescita equilibrio rapporto attività e auto produzioni

In questa immagine si rappresenta un riequilibrio fra le attività di auto produzione di beni e l’acquisto di merci e servizi attraverso il mercato.

Tradotta l’esperienza in chiave decrescente è facile osservare che tutte le attività finalizzate allo scambio di “beni” che costano meno delle merci presenti sul mercato, non rientrano nella decrescita felice poiché la motivazione dell’agire è di carattere economico monetario, e quindi non si scambiano beni ma merci che hanno prezzi diversi, ma compiono percorsi diversi da quelli programmati dalla grande distribuzione organizzata. Tale processo lascia aperti dubbi e perplessità sulla trasparenza dei rapporti economici in termini di fiscalità. Invece è decrescita felice quando un gruppo di cittadini promuove un gruppo di acquisto ma partecipa attivamente alla trasformazione del bene pagando solo i costi dell’azione. La programmazione estiva delle conserve alimentari che le nostre famiglie erano abituate a fare è decrescita felice.  La ristrutturazione edilizia finalizzata a cancellare gli sprechi generati dalle dispersioni di calore attraverso le pareti, e l’impiego di un mix tecnologico con fonti alternative per soddisfare la vera domanda di energia è decrescita felice.  Come si vede la decrescita è la valorizzazione di usi e costumi del passato che avevano un valore in se, ed è l’impiego di progettazioni e tecnologie più efficienti per cancellare gli sprechi generati da un modello obsoleto di produzione delle merci. In queste direzioni tutte parallele, la domanda di lavoro è immensa poiché è necessario porre rimedio a circa trecento anni di sfruttamento irrazionale delle risorse. E’ a dir poco imbarazzante e vergognoso far credere alle persone che non ci siano posti di lavoro, quando osservando la realtà intorno a noi con gli occhi della decrescita felice le immagini si trasformano in opportunità di lavoro, un pò ovunque: rigenerazione urbana bioeconomica, conservazione del patrimonio, agricoltura, riuso e riciclo, turismo, artigianato, istruzione e formazione, ricerca applicata e tecnologie alternative etc.

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In questi giorni ho fatto proprio una bella esperienza, vi riporto l’attività del circolo MDF Salerno:

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Il nostro circolo continua i percorsi sull’auto produzione promuovendo iniziative didattiche auto gestite. Uno dei fondamenti della decrescita felice è la relazione personale necessaria per sviluppare la reciprocità e la comunità, e così i nodi della rete, cioè i circoli stessi, stanno dando i propri frutti: condivisione delle conoscenze e delle esperienze.

Dall’ultimo incontro a Sorrento, i soci MDF hanno programmano le attività da condividere e da qui nascono esperienze straordinarie poiché la forza dei circoli, e cioè di MDF, è quella di coinvolgere persone in attività di auto produzione che riducono lo spazio del mercato e ampliano quello della comunità.

Il gruppo locale MDF Ginosa e il circolo MDF Salerno stanno vivendo questa reciprocità attraverso l’auto produzione del sapone a Ginosa prima nei giorni 24 e 25 ottobre, e poi l’auto produzione di olio nel salernitano in uno scambio di conoscenze il 6, 7 e 8 novembre presso l’Anticaia di Castelluccio Cosentino, frazione di Sicignano degli Aburni (SA). All’incontro del sapone svoltosi a Ginosa era presenta anche il circolo MDF di Bari. L’esperienza del gruppo di Ginosa ci ha consentito di imparare a raccogliere le olive. In mezza giornata di lavoro, abbiamo raccolto 173 Kg di olive da circa 5, 6 piante, poi molite presso il frantoio Elia di San Cipriano Picentino (SA) ed hanno reso 24 Kg di olio extravergine. La resa è di 13,8 Kg per ogni quintale di olive molite, cioè 14 al quintale. La varietà di olive raccolte appartiene al cultivar carpellese, frantoio, salella, ogliarola e leccino.

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Sempre più cittadini, non esperti e non agricoltori, si avvicinano a esperienze di questo genere che realizzano processi produttivi non mercantili e di economia reale ricavando beni e non merci. Beni di primissima qualità che il mercato non può offrire. Beni che migliorano la qualità di vita attraverso attività che avviano relazioni umane e che costruiscono la comunità dei soci MDF.

Da questi piccoli esempi si evince l’opportunità di rilocalizzare le produzioni e di auto consumare beni favorendo l’economia locale. Su questi paradigmi è possibile cambiare il sistema di relazioni e dell’economia dell’intera Provincia salernitana attraverso la scelta volontaria di sfruttare il diritto agli usi civici e auto produrre beni con gli abitanti e per gli abitanti riducendo molto lo spazio del mercato e consentendo di risparmiare parte del proprio salario da investire in merci utili come i libri, gli hobby, e attività artistiche e culturali per ridurre l’ignoranza funzionale che tocca quasi un italiano su due.

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La “prosperanza” è l’unione fra prosperità e speranza. Più volte ho scritto della necessità di fare un salto etico da un piano ideologico sbagliato, poiché dannoso, a un nuovo piano sostenibile e solidale costruito all’interno della bioeconomia poiché ci consente di compiere un’evoluzione sociale, non più procrastinabile.

Nella misura in cui si esce dal capitalismo mercantile dovrebbe apparire chiaro che gli indicatori economici più usati per osservare e giudicare la società non servono più, ma sono necessarie altre dimensioni. Queste nuove dimensioni già esistono ma non sono divulgate dal mainstream poiché non rappresentano gli interessi dell’élite finanziaria che indirizza la nostra società. Ad esempio, il BES (Benessere Equo e Sostenibile) introdotto dall’ISTAT, è ancora in una fase di sperimentazione e adesione degli Enti locali, e così il fuorviante PIL resta l’indicatore prevalente.

Mutando i nostri valori di riferimento possiamo concentrare la nostra attenzione su dimensioni e indicatori che migliorano la nostra qualità di vita: salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; ambiente; ricerca e innovazione; qualità dei servizi. Oggi tutte queste dimensioni sono condizionate negativamente dai paradigmi sbagliati poiché ogni cosa, all’interno dell’economia, è misurata come merce, e se tutto è merce, l’accesso a tali servizi è possibile solo se sono comprati e venduti con la moneta. La vera povertà è commisurata alla possibilità di accedere a tali servizi.

Prima dell’invenzione dell’economia gli abitanti riuniti in comunità avevano l’opportunità di accedere ai bisogni reali, poiché attraverso le conoscenze e lo spirito cooperativo riuscivano a sfruttare la natura in maniera soddisfacente, e offrivano loro stessi i servizi che ritenevano di realizzare e distribuire. Nella società moderna si è sviluppato e consolidato l’individualismo poiché si è ritenuto che ognuno potesse accedere a quegli stessi servizi anche in maniera solitaria, ma attraverso il mercato, cioè comprando ogni cosa. E’ stata la dissoluzione del senso di comunità, cioè la distruzione della convivialità e della reciprocità e l’apertura al mondo nichilista e alienato. Oggi siamo a un bivio, grazie all’implosione del capitalismo mercantile evolutosi in modello finanziario accade che anche le relazioni mercantili non trovano più sostegno per il prolungamento della recessione. L’erosione del sistema alimenta problemi: sociali, occupazionali, ambientali e di migrazioni di massa.

Possiamo fare tante piccole cose ma determinanti per riprenderci libertà e dignità. Attraverso le nostre relazioni possiamo ridurre la dimensione del mercato e ampliare quella della comunità. All’interno del mercato compriamo tutto, mentre nella comunità auto produciamo ciò che ci serve senza spendere. In questo modo abbiamo un risparmio monetario e un guadagno di beni che non sono merci, ma miglioriamo la nostra qualità di vita. Possiamo rivalutare la cultura contadina disprezzata dalla modernità nichilista, cioè la cultura di chi sa auto produrre e barattare le eccedenze. Sfruttando le norme sui cosiddetti usi civici possiamo chiedere gratuitamente, al nostro Comune, l’uso di spazi pubblici inutilizzati per auto produrre cibo al di fuori delle logiche mercantili, e consentire a diversi nuclei familiari di accedere a beni di prima necessità. Persino un’Amministrazione illuminata potrebbe suggerire tale opportunità. Il vantaggio straordinario di quest’approccio non è solo economico ma anche sociale, poiché si avviano nuove relazioni amicali e conviviali che ci consentono di ricostruire quel senso di comunità distrutto dalla religione neoliberista. L’antidoto per riprenderci la capacità di vivere in una società profondamente malata è dentro di noi, ma si sviluppa avviando la ricostruzione di comunità sostenibili attraverso i nostri comportamenti, attraverso l’esempio. Ecco la “prosperanza” poiché iniziando ad auto produrre ciò che possiamo, cominciamo ad accedere a quelle dimensioni, sopra citate, senza entrare nel cosiddetto “libero mercato”. In questo modo il PIL non crescerà ma senza dubbio crescerà la nostra qualità di vita, e sicuramente attraverso l’auto produzione di cibo migliorano salute, conciliazione coi tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, benessere soggettivo e ambiente.

E’ giunto il momento di costruire cluster[1] del cambio di paradigma culturale. Bisogna costruire luoghi fisici ove il mondo e le comunità dell’auto produzione e della sostenibilità possano incontrarsi quando lo desiderano. Bisogna realizzare spazi per favorire il dialogo e l’incontro volto a realizzare imprese e impieghi utili per rigenerare i nostri stessi luoghi, e consumare beni e merci secondo regole etiche che riconoscono il valore della sovranità alimentare. Bisogna realizzare luoghi per favorire il consumo di beni e merci dei bio distretti.

Da questa semplice esperienza è possibile costruire un vero e proprio cambio radicale poiché i legami relazioni sono la forza per costruire progetti più ambizioni per tendere anche all’auto sufficienza energetica.

L’unico ostacolo alla prosperanza duratura nel tempo sopra accennata è il superamento di una cultura sbagliata, e tutt’oggi esiste e resiste poiché è presente in tutti gli ambiti della società, dalla scuola all’università. Oggi è l’implosione del capitalismo che mostra alle classe dirigenti quanto sia sbagliato l’obsoleto pensiero dominate, mentre associazioni come MDF ed altre ancora hanno la capacità di una visione politica lungimirante e prosperosa. E’ necessario rimuovere l’analfabetismo funzionale e di ritorno in maniera tale di operare una trasformazione del pensiero. Giunti alla trasformazione, per costruire i cluster del cambio dei paradigmi culturali è necessario aggregare finanziamenti pubblici e privati intorno a progetti sostenibili.


[1] Nell’ambito scientifico, con il termine cluster si intende un gruppo di unità simili o vicine tra loro, dal punto di vista della posizione o della composizione. Nell’ambito urbanistico il cluster è l’aggregazione di varie attività in un unico edificio o zona territoriale che lavorano insieme verso un obiettivo comune.

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